(O)SCENARIO POLITICO ITALIANO (di Gianfranco La Grassa)
Il Corriere sta diventando il peggiore, e forse anche
più stupido, giornale italiano, riuscendo quasi a battere Repubblica
e Giornale. Oggi, 30 giugno, nell’editoriale si attacca forsennatamente
Berlusconi in una delle poche occasioni in cui ha ragione. E’
evidente che l’UDC è alla ricerca di smarcarsi e di dimostrarsi
“disponibile”, mentre il centrosinistra minaccia invece
elezioni anticipate per piegare la resistenza dei riottosi sulla missione
in Afghanistan. Il Corriere sostiene risibilmente che l’UDC è
piena di quel senso di responsabilità nazionale che mancherebbe
invece al Cavaliere. In realtà, anche Liberazione, da almeno
un mese, denuncia una serie di trame (non tanto) occulte tendenti a
sostituire i rifondaroli con i democristianucci del centrodestra. So
bene che i “sinistri” gridano al lupo per ridurre alla ragione
quei pochissimi parlamentari (in specie al Senato) che vorrebbero “non
sporcarsi” troppo le mani; tuttavia, che l’operazione “grande
centro” (e partito sedicente democratico) sia sempre nella testa
di tutti i peggiori reazionari di questo paese, è qualcosa di
fin troppo evidente.
Una simile operazione è estremamente difficile e non risolverebbe
altro che qualche problema puramente aritmetico, in sede parlamentare,
mentre aumenterebbe lo sfascio del paese. Il vero fatto è che
il piccolo establishment (fondamentalmente, il patto di sindacato dell’RCS,
il nefasto gruppo di dominanti che opprime il paese) è in reale
difficoltà. Esso è in una brutta situazione economico-finanziaria
– malgrado si presentino (falsi) conti aziendali in miglioramento
e improbabili piani industriali – e non può più
aspettare molto tempo: o il Governo devasta il paese e rapina miliardi
di euro per fargli affluire qualche buon fiume di soldi, o altrimenti
i membri di questo gruppazzo finiranno la loro nefanda vicenda in pochi
anni (naturalmente come finanzieri e industriali, perché avranno
i loro bei conti personali in qualche dove).
Il gruppo di economisti, politologi, ecc. – che essi pagano –
è talmente privo di un minimo di dignità da accettare
di avanzare soluzioni del tipo di quella che viene oggi (sempre 30 giugno)
gustosamente presa in giro da Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale.
Uno di essi (si tratta di uomo d’affari e “grande intenditore”
di economia) ha fatto una proposta “risolutiva” per migliorare
i nostri conti pubblici; proposta ripresa da altri economisti (e simili)
dello stesso genere, che imperversano nel suddetto giornale, ormai intenzionato
a distanziare tutti in fatto di sciocchezze. Si invita a mettere 100.000
impiegati pubblici a busta paga leggermente ridotta e senza lavorare
in attesa che maturino la pensione ormai vicina. Al loro posto verrebbero
assunti 30.000 giovani con stipendio decisamente inferiore e pieni di
energie nuove; cosicché (si sostiene) aumenterebbe l’efficienza
e la produttività del settore pubblico, e per di più con
risparmio di spesa. Uno dei suddetti economisti (“di fama”)
ha citato perfino la Thatcher che – secondo lui – avrebbe
risolto i problemi dell’Inghilterra non mettendo in ginocchio
i sindacati, come noi credevamo (ingenui che siamo), bensì costringendo
al prepensionamento i professori universitari (sopra i 60 se non ricordo
male) e assumendo dei giovani con stipendio (d’inizio carriera
accademica) decisamente più basso. I sindacati italiani si sono
comunque dichiarati entusiasti della demenziale proposta e si sono detti
a disposizione per mantenere i 100.000 dipendenti “a scartamento
ridotto” mediante la costituzione di un fondo alimentato da parte
degli aumenti contrattuali del biennio 2005-6.
A parte il risibile risparmio ottenuto con simili mezzucci, che ricordano
i famosi “conti della serva” (non più possibili oggi
dato che esistono solo le colf), tutti noi avremmo pensato: 1) che la
produttività ed efficienza esigono soprattutto una drastica tecnologizzazione
(informatizzazione in specie, ma non solo) dei vari servizi; 2) in subordine,
che i giovani pieni di energie possono anche essere meno esperti e “più
impulsivi e azzardati” (e perfino meno veloci e accurati) di coloro
che hanno una pluridecennale professionalità lavorativa. In ogni
caso, è a dir poco vergognoso che paludati “accademici”
(alcuni della paludatissima Bocconi) dicano simili sciocchezze; e ricordino
la Premier liberista inglese – di cui si può e deve dir
tanto male, ma non certo che era scema – per avallare proposte
da veri disperati quali sono coloro che li pagano per vaneggiare sul
giornalaccio di cui sopra.
Questo è però solo un esempio della manifesta incapacità
e inettitudine (accompagnate da arroganza e presunzione) di questi pretesi
tecnici, che metteranno al tappeto il nostro paese. Non voglio entrare
nel merito della manovrina fatta, sempre oggi, dal Governo, e soprattutto
della prossima finanziaria “lacrime e sangue” che vorrebbe
rinverdire gli “infausti” di Amato dell’inizio anni
novanta. Quanto al “buco terribile” lasciato dal precedente
Governo, non vedo perché dovrei credere a questi banditi e non
ai loro simili che, nel 2001, denunciavano il “buco” lasciato
dal precedente Governo di centrosinistra. Chi crede o non crede solo
in base a quel che gli comunicano i suoi infami “capi” corrisponde
perfettamente a quanto scriveva Guareschi dei piciisti d’antan:
trinariciuti e con il cervello versato all’ammasso. In ogni caso,
la manovrina odierna lascia intendere che il buco non sia poi così
enorme. Inoltre, premettendo che da parte mia non vi è alcuna
simpatia – e quindi difesa – delle sedicenti lobbies (farmacisti,
taxisti, ecc.) colpite dalla “liberalizzazione” in tema
di licenze, va detto chiaramente che non si tratta di misure decisive
per ridare sviluppo reale ad un paese; chi lo sostiene o è cretino
o mentitore spudorato. E, appunto, venduto. Non a caso, i vertici confindustriali
(e il loro giornalaccio) affermano che si va nella direzione giusta.
Sarà presto evidente il fallimento di questi escamotages, che
hanno il solo pregio di mostrare come il neoliberismo sia articolo di
fede anche per l’attuale Governo; sempre ricordando che non si
nutre alcuna intenzione di difendere certe “caste”. Che
sono però caste medio-piccole, mentre quelle grandi – e
in particolare il piccolo establishment della RCS – sono avvantaggiate
in tutti i sensi da questo preteso liberismo; e riceveranno aiuti “pubblici”
a non finire, derogando ai principi della “libera” competizione
globale.
Comunque vediamo, in sintesi, la situazione. Il centrodestra si sta
sfilacciando. L’UDC è in “offerta”, ma credo
che otterrà poco. La Lega, reagendo male alle sconfitte, insiste
sul localismo che non ha alcuna prospettiva se non di minoranze solo
“rumorose”, e per qualche anno ancora. AN ha ormai reciso
le sue radici storiche; pur essendo di destra, nostalgiche, esse avevano
ancora qualche risonanza, ma soprattutto, per quanto ad alcuni possa
sembrare strano, potevano perfino trovare sussulti di rivitalizzazione
nell’attuale confusissimo panorama internazionale. FI ha cercato
di convogliare il malcontento del cosiddetto ceto medio, che non è
però affatto “medio”; è un assemblaggio di
molti gruppi sociali, piuttosto disgregati e nettamente stratificati
a diversi livelli di reddito, di status, di mentalità, ecc. FI
non è però mai diventata un partito, ha sempre avuto un
capo che si crede “carismatico”, ma non lo è affatto,
essendo stato montato solo dal centrosinistra alla ricerca di un nemico
in grado di compattarne le mille anime.
Il fatto che, ad es., tra le elezioni politiche, da una parte, e le
amministrative e il referendum, dall’altra, ci sia uno scarto
di circa il 30% di affluenza alle urne – e si tratta, a mio avviso,
di una astensione ascrivibile quasi totalmente alla “destra”
– mi sembra dimostrare come gli elettori di questo schieramento
siano assai meno affetti dal virus della berlusconite di quanto non
lo siano quelli di centrosinistra con riguardo al simmetrico virus dell’antiberlusconite.
Ed infatti, questo 30% si mobilita alle politiche per motivi non certo
nobili – paura delle imposte, assurde promesse relative all’ICI,
ecc. – ma è comunque mosso da una intenzionalità
antipolitica, che è in effetti disgusto per questa politica,
creduta l’unica politica, la vera politica. Appena si va ai referendum
sulla Costituzione o ad elezioni amministrative, questa parte della
“gente” preferisce non pronunciarsi.
E volgiamoci al centrosinistra. Un ceto politico di ex professionisti
– non nel senso weberiano del termine, ma solo intendendo parlare
di politicanti da quattro soldi – provenienti da DC, PCI, PSI
e altri partiti(ni) della passata stagione; un periodo storico privo
di grandezza, ma che oggi sembra essere stato il tempo dei giganti in
rapporto allo squallore cavernoso degli attuali “topi (o vermi?)
nel formaggio”. A questo ceto si aggiunga un buon 80, forse 90%,
degli intellettuali (in senso lato, ricomprendendovi ad es. il gruppo
degli insegnanti che sono quasi “analfabeti di ritorno”;
per non parlare dei “nani e ballerini” del mondo dello spettacolo
e della letteratura, ecc.). Il tutto – politici (con i sindacalisti)
e (semi)intellettuali – frammentato in una decina di partiti e
partitini, in cento correnti e in mille clan, ognuno dei quali odia
pervicacemente e sparla a tutto spiano degli altri. Le povere classi
lavoratrici sono soltanto oggetto di disquisizioni teoriche da parte
dei pochi rimasugli della sinistra autoproclamatasi radicale (talvolta
persino comunista), ma sono totalmente abbandonate a se stesse da una
mescolanza abnorme e mostruosa di mestatori di professione.
Non sarà certo facile liberarsi di questi ultimi che sono organici
ad un corrotto ambiente affaristico-politico-giornalistico, sia sul
piano nazionale che locale (in particolare nelle grandi città,
con il loro apice nelle nuove “Sodoma e Gomorra”: Roma e
Napoli). Purtroppo non sono il Balzac delle Illusioni perdute; e non
posso quindi descrivere adeguatamente questo verminaio così come
fece il grande romanziere in riferimento al crepuscolo dell’Impero
di Napoleone il piccolo. Ciò che rende uniti personaggi che si
odiano e tramano l’uno contro l’altro è il potere
di mettere a soqquadro l’intero paese, derubando i suoi cittadini
(ai più svariati livelli di tenore di vita) per arricchirsi sfacciatamente
con imbrogli finanziari e borsistici, assistenza statale all’industria
(quella grande e decotta), moltiplicazione degli “enti”
pubblici (accademici e non), gestione putrida del settore “spettacolo
e informazione”, e via dicendo.
In attesa di tempi migliori – cioè peggiori per questi
saltimbanchi di dominanti reazionari con il loro Circo Barnum di politici
di destra e soprattutto di sinistra – mi sembra che ci si debba
indirizzare a due settori sociali, entrambi certo molto disgregati,
confusi, anche demoralizzati, in ogni caso al momento per null’affatto
omogenei: né fra loro né al loro interno. Innanzitutto
a quel 30% di cui ho detto sopra. Come già rilevato, si tratta
di “gente” che crede di essere antipolitica e che, per questo,
viene bollata – dai “progressisti” del ceto politico-intellettuale
di sinistra – con l’etichetta di “qualunquista”.
In realtà, essa non si rende conto che potrebbe esistere un’altra
politica; così, si dà appunto all’antipolitica,
con la convinzione di trovarla, prima, in Bossi (un fattore del tutto
localistico e senza respiro) e, poi, in Berlusconi prendendo una “toppata”
ancora maggiore. Non dico che questa “gente” sia adesso
matura per volgersi altrove, ma certo è delusa e può sbandare
“in molti sensi e direzioni”. Spetterebbe a chi vuol sforzarsi
di capire qualcosa iniziare a porsi il problema.
Vi è poi il tradizionale “mondo del lavoro”, cioè
quello salariato e sindacalizzato, aggrappato a vecchie – ma sempre
più stanche e demotivate – militanze a causa della ben
nota vischiosità abitudinaria della politica e della deformazione
ideologica. Qui il lavoro politico da compiere è più difficile
e complicato perché non siamo in “terra vergine”,
ricettiva – almeno come potenzialità – di idee e
programmi nuovi. Proprio per questo non si deve essere teneri verso
nessuna delle vecchie cariatidi della politica e della intellettualità
di sinistra. Pensate, come semplice e piccolo esempio, alla listina
di sinistri radicali (e sedicenti comunisti) che ha preso nelle comunali
di Roma, se non erro, lo 0,6% in pieno appoggio al corrotto ambiente
veltroniano. Il tutto per avere anch’essa qualche meschino appannaggio.
Ebbene, questo pur piccolo insieme di imbroglioni, che sbandiera il
comunismo più puro per i propri miserabili interessi, non ha
ovviamente la stessa pericolosità dei D’Alema, dei Fassino,
dei Bertinotti, ecc., ma è altrettanto purulento e fa marcire
delle potenzialità che dovrebbero essere indirizzate più
utilmente. Teniamone conto; non credo alla convenienza di alleanze e
discussioni con simili gruppetti, nemmeno tatticamente. Sono nemici
“infiltrati”, veri spioni al servizio dei più pericolosi
sopra citati. Tutti da rigettare e criticare aspramente, cercando di
vincere le brutte abitudini e passività di ceti lavoratori che
comunque rappresentano una potenzialità alternativa (in un periodo
non certo breve).
Per il momento pongo un problema e non pretendo di più. E desidero
discuterlo con coloro che hanno rotto finalmente con l’intera
sinistra; la quale, giocando su mille sfumature e con un ventaglio di
posizioni che cercano di rappresentare ogni corrente del putridume politico-culturale
attuale, difende il potere dei peggiori gruppi dominanti italiani (ed
è quindi oggettivamente filoamericana anche in quei settori di
minoranza che si proclamano “antimperialisti”).
Finito il 1° luglio 2006
PS Seguiamo fino in fondo la vicenda del rifinanziamento della missione
in Afghanistan, per quanto serve solo come modesto esempio di tutte
le luride ipocrisie di politici e intellettuali “progressisti”
(si leggano oggi addirittura le affermazioni dell’ineffabile Franca
Rame, che ha la scusa di non essere un’aquila); ipocrisie che
ricordano ampiamente quelle che spargevano a piene mani i “sinistri”
(D’Alema & C.) per bombardare la Jugoslavia con gli USA.