RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

 

ANNOTAZIONI DI VARIO CARATTERE

Si legga oggi (13 agosto) il Corriere a p. 12. In Maremma, certo Vincenzo Monaci – presidente del teatro Eliseo (Roma) e del FAI (?) maremmano – ha invitato nella sua (immagino meravigliosa) tenuta a Campagnatico personaggi del tipo di Bertinotti (che proveniva dal podere umbro di Massa Martana), Giuliano Amato, Gianni (non Enrico) Letta che proveniva da Punta Ala, Cappon (direttore generale RAI), Scarone (immagino quello dell’ENI), più altri ancora di cui il più noto è Manzella, ex Ministro (e che, se non ricordo male, deve essere stato “qualcosa” anche al Quirinale in tempi passati). C’è stata una “lunga teoria di auto blu” che ha portato i “maggiorenti” a Campagnatico (non dovevano essere usate con maggiore parsimonia? E qui servono a portare uomini pubblici a festini privati!). L’alto fine della riunione, di fronte al quale impallidisce il mese di riunioni dell’ONU per partorire l’“ultimo topolino” sul Libano, era la degustazione del vino rosso Chorus, creato nella tenuta del Monaci dall’enotecnico Ugo Pagliai (caso evidente di omonimia con il più noto attore). Molto gustosa la notiziola che ad allietare la combriccola è stato chiamato Morandi, che ha cantato (con chitarra ma senza microfono; ma la sua non potente voce si sentiva?) i suoi evergreen. L’unica canzone citata, immagino con umorismo, dal giornale è In ginocchio da te; ovviamente senza fare supposizioni su chi era in ginocchio di chi. La notizia finisce affermando che, durante la cena, Amato e Bertinotti si sono lanciati in “un fitto colloquio senza curiosi né telefonini”. Speriamo non avessero bevuto troppo; comunque, anche se si trattava di vino rosso, non avranno certo minimamente accennato al comunismo.

Nella disperazione dell’ultimo mese, ho provato a ricomprare Il Manifesto, ma dalla prossima settimana ricomincerò ad acquistarlo molto raramente. Non voglio fare critiche cattive; posso anche aver apprezzato, assai blandamente, un paio di editoriali (Rossanda e Ciotta), comunque non esaltanti, e qualche articolo (in specie se scrive Dinucci); ma nell’insieme, per essere l’unico organo di stampa con un minimo di diffusione non schierato per Israele (e dunque per gli USA), è difficile non notare la sua debolezza e scarsa incisività. Che è poi quella di tutti i pacifisti ad oltranza, ma generici. Che piaccia o meno a costoro, è in corso una “guerra”, e non si attenuerà in futuro; se qualcuno crede all’ONU è matto. Se uno non si rende conto di che cosa dovranno fare le truppe di questo organismo (con 3-4000 nostri soldati) per “mantenere la pace” in Libano (e con il fine reale che è quello di garantire Israele, cioè gli oppressori e aggressori), è almeno un po’ “sciocchino”. Ci si sta avvitando lungo una spirale che condurrà alle peggiori avventure, con forti degenerazioni politiche anche sul piano nazionale. Qui, come in tutto l’occidente, si tenta di far passare la tesi che l’islamismo è come il nazismo.
Pensate un po’. Da una parte, abbiamo i palestinesi che vengono uccisi a centinaia, e in questi giorni nel silenzio generale (interrotto qua e là e praticamente soltanto, almeno da noi, dal TG3 e, ancor più timidamente e con rapidi accenni, dal TG5); essi non fanno nemmeno più attentati kamikaze, l’unica arma che hanno per contrapporsi al più generale e vasto omicidio di massa compiuto dagli altri. Questi ultimi invadono un paese, il Libano, bombardano e uccidono centinaia di civili (anche le notizie date ufficialmente da “loro” parlano di un numero di morti di questo tipo che rappresenta più del 90% dei morti totali segnalati). Si arriva alla macabra “comicità” della notizia di qualche giorno fa, che parlava di 17 morti fra i partecipanti al funerale di un massacro precedente. Dall’altra parte, vi è una fiera resistenza all’avanzata degli israeliani (che hanno un numero di morti, però soldati, debitamente nascosto), ma per il resto gli Hezbollah usano razzi che, sparati a centinaia (ormai sono intorno ai quattromila), non hanno ammazzato nemmeno 50 persone entro i confini di Israele (il colpo “più grosso” è stato quello dell’uccisione, per caso, di 12 riservisti, quindi soldati). Ciononostante, sarebbero gli islamici ad essere paragonati all’esercito tedesco del periodo nazista, che era di una efficienza (massacratrice) pari proprio, tenuto conto della più arretrata tecnologia di quel tempo, a quella degli USA e di Israele dei tempi nostri. La realtà alla rovescia!
Non facciamoci però illusioni; la mistificazione è sostenuta massicciamente e quindi passa per vera. I nazisti ritenevano quello tedesco il “Popolo Eletto” (al Congresso nazionalsocialista del 1934 a Norimberga, nel corso di uno dei suoi molti discorsi Hitler afferma: “Dio ha creato il popolo tedesco”). Oggi dovremmo sapere bene chi si ritiene il “Popolo Eletto”; e ciononostante si cerca di far credere che siamo in presenza di un nuovo Olocausto. E’ una vergogna, ma di cui al momento si macchia gran parte del popolo occidentale come si macchiò allora quello tedesco, convinto della perfidia degli ebrei, del loro essere sanguisughe (tutti strozzini), serpenti, malfidi, striscianti lungo i muri mentre la loro ombra minacciosa si allungava alle spalle degli onesti cittadini tedeschi biondi e ariani (chi si ricorda il film tedesco Süss l’ebreo?). E chi può non ricordare la mitica epopea (falsa e aberrante) del Western americano, in cui i pellerossa, selvaggi e scotennatori, erano sempre presentati quali insensati aggressori assetati di sangue; per cui fu giusto che i poveri “civilizzatori”, spingendosi ad ovest e occupando le terre indie – per farle diventare delle oasi di ricca coltivazione mentre erano solo devastate da spaventose cariche di bufali – li ammazzassero per “pura difesa”; e ammazzassero (e stuprassero) le squaw indiane e i loro figli per difendere le proprie donne e bambini (anche loro tendenzialmente biondi, bellini, con la pelle chiara chiara, quella che ispira fiducia).
Oggi noi – che proveniamo da un’altra forma di umanesimo, non dalla semplicemente formale “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, sempre disattesa perché solo conclamata per emozionare i gonzi – sappiamo bene che se c’è un paragone storico da fare, con tutte le cautele dei paragoni storici, è tra il nuovo “Popolo Eletto” e quello tedesco dell’era nazista. Certo, in Israele non ci sono forni crematori e (forse) nemmeno campi di sterminio di tipologia nazista (ma Guantanamo, dei civili e soprattutto “campioni di democrazia” statunitensi, è tanto migliore?). Se però guardiamo alle tecniche militari e alle metodologie dell’assassinio – sia mirato che di massa – siamo esattamente nello stesso universo in cui si mossero i tedeschi di quell’epoca che fu. Per questo non mi piacciono, quanto meno non contenutisticamente, certi film – da Schlinder’s List a Il pianista, ecc. – che tentano di far passare i nazisti come una sorta di sadomasochisti, un gruppo sociale malato, ormai contaminato da una disumanità perfino inspiegabile. Nossignori, erano uomini come noi. Non ci sono “deviazioni” o “degenerazioni” psichiche, questa bella via di uscita per sentirsi “diversi”. Esiste solo la sistematica educazione alla riproduzione di una società capitalistica fondata sul più formale rispetto di regole (per pochi, che sono “più eguali” di tutti gli altri) e sul sostanziale disprezzo per chi sta “sotto”, per chi è in quel momento (storico) meno potente e deve difendersi come può, per chi viene sopraffatto e anche “convinto” a sottomettersi, ma senza essere proprio uno schiavo nel senso stretto (e banale, molto limitativo) del termine.
Gli israeliani sono come noi, ma dopo aver subito il massacro da parte del “Popolo Eletto” tedesco degli anni trenta, sono convinti di esserlo loro questo “Popolo”; e che quindi è loro tutto permesso. Di più: se qualcuno osa loro resistere non può che essere trattato da aggressore e perciò ucciso, sia con omicidi mirati che con massacri indiscriminati a seconda dei casi e della maggiore efficacia da conseguire. Come il popolo tedesco di “quegli anni bui”, anche il nostro civile popolo “occidentale” crede a queste bugie, a questa totale inversione della verità, perché è tanto comodo crederci e stare con la coscienza tranquilla; al massimo qualcuno, per scaricarsela meglio, dice che il “mondo sta impazzendo”, che l’unica cosa buona da fare è invocare la pace, che tutti depongano le armi, che i sottoposti stiano al loro posto, che tra oppressori e oppressi non c’è nulla di meglio che volersi bene reciprocamente capendo che “la violenza genera solo violenza”; se non si diventa buoni e pacifici, chissà dove andremo a finire.
Se saremo buoni e pacifici, andremo a finire dove vogliono i potenti, che decidono delle nostre sorti e hanno soldi per pagare uno stuolo di politici e di intellettuali, mascalzoni e servi, al fine di pervertire ogni verità, di capovolgere ciò che è reale. Bisogna scegliere, è inutile scappare; come dovette scegliere chi fece la Resistenza (quella vera, non la sua orrida e verminosa celebrazione attuale), e non predicò la pace a tutti i costi in un mondo ormai avviato alla decisione finale, alla scelta definitiva tra chi doveva vincere e chi perdere. E anche oggi, non è dietro l’angolo ma si avvicina, anche per noi, il momento in cui o si vince o si perde. Ci vorrà più tempo di allora, perché la guerra di oggi non è il generale affrontamento, deciso e decisivo, tra eserciti di “grandi potenze”; la scelta non è però diversa, e la sua ora scoccherà infine.

Quanto appena detto apre ad un’altra notizia di questi giorni. Günther Grass ha rivelato di essere entrato nelle SS quando era giovanissimo. Naturalmente, a tal proposito sono state fatte molte elucubrazioni sulle quali sorvolerò. Secondo me, l’ammissione dello scrittore è approvabile e anzi, per certi versi, non avrebbe dovuto vergognarsene, come ha fatto per tanto tempo. Essere stato nazista a 15 anni (se non ricordo male le sue rivelazioni) è meno infame che avere rinnegato il comunismo a 40 o 50 anni come hanno fatto non so quanti diessini d’oggi. Molti sono stati, da giovani, o fascisti o nazisti ma perché erano critici della società “borghese” e, sbagliando certo, pensavano che il nazifascismo mettesse in discussione tale tipo di società. Se pensiamo che oggi un Bertinotti ammira i “borghesi buoni”, e fra questi annovera l’amministratore delegato della Fiat, balza agli occhi la differenza tra i due comportamenti (a tutto vantaggio del primo). Però il discorso non si può fermare alla battuta polemica.
Nella prima metà del ‘900, e in particolare tra le due guerre mondiali, si esaurì il capitalismo borghese, quello analizzato da Marx; capitalismo in cui esistevano autentici grossi raggruppamenti sociali che potevano definirsi con una qualche buona approssimazione classi: borghesia (proprietari capitalistici dei mezzi di produzione, che godevano di profitti da imprenditori e di rendite da proprietari terrieri o finanzieri), operai, contadini, “ceto medio” costituito soprattutto dalle “arti liberali” (avvocati, medici, ecc.). In quel contesto, era più semplice parlare di blocchi sociali, formatisi tramite egemonia di alcune classi su altre, e via dicendo. Il discorso di Gramsci, ad es., si inseriva in questo ambito, ed è quindi oggi da rivedere profondamente; se si usa il concetto di egemonia, non gli si può attribuire lo stesso significato di un tempo, non si può pensare ai blocchi sociali così come erano intesi dal grande comunista italiano. Nella fase storica odierna in cui, almeno nei paesi capitalistici “occidentali”, ha prevalso la società dei funzionari (privati) del capitale (modello capitalistico statunitense), lo spezzettamento dei raggruppamenti – sia di quelli che si possono definire dominanti sia di quelli dominati (o quanto meno non dominanti) – impedisce un discorso semplice come quello di un tempo. Per il momento, abbiamo una serie di studi sociologici che fanno semplici giustapposizioni dei vari gruppi; si dovrà arrivare, ma per gradi, a nuove sintesi (teoriche) mediante, però, un ripensamento generale e radicale delle vecchie teorie strutturali: prima fra tutte, certamente, il marxismo. Anche il discorso sulla egemonia e sui blocchi sociali, quindi, dovrà essere riveduto alla luce delle future nuove elaborazioni teoriche.
Nell’epoca dei grandi sconvolgimenti sociali, politici e militari in Europa, per la successione al capitalismo borghese (modello inglese), si affrontarono due diverse strutture sociali capitalistiche: l’appena nominata società dei funzionari (privati) del capitale, gia formatasi e in pieno sviluppo negli USA, e la struttura solo prospettata dal fascismo e poi dal nazismo (con molte differenze tra i due, certamente) e verso cui tali correnti premevano senza però riuscire a realizzarla, essendo poi stati sconfitti; per cui non cercherò adesso di definirne i contorni che mi sfuggono; e non credo soltanto a me, visto che siamo vissuti tutti in un’epoca durante la quale, nei principali paesi europei, la società di tipo americano ha sostituito quella “borghese”.
La tedesca Repubblica di Weimar è stata un complesso intreccio di situazioni di crisi e trapasso. Crisi del capitalismo borghese – del resto assai differente da quello inglese, perché fortemente impastato di autoritarismo sul piano politico, e con uno sviluppo economico capitalistico guidato dall’apparato bancario (non scordiamoci che il capitale finanziario fu teorizzato dai marxisti in base all’esempio tedesco) – con incipiente passaggio ad una società dei funzionari del capitale, nella cui direzione premeva la parte più finanziaria del capitalismo tedesco fortemente orientata da quello USA; crisi economica specifica della Germania (legata alla sconfitta militare e alle gravi imposizioni del Trattato di Versailles); effetti della crisi mondiale dopo il 1929; crisi sociale acutissima, con particolare impoverimento dei ceti lavoratori ma anche della stragrande maggioranza di quelli “medi”.
La socialdemocrazia, già serva della propria borghesia all’epoca della Grande Guerra, era pienamente corresponsabile della melma che saliva nel sistema politico ed economico tedesco (il fu marxista Hiferding era Ministro delle Finanze nel 1929); era complice, cioè, sia del vecchio capitalismo borghese sia delle forze che premevano, subordinate agli USA, verso l’affermazione della società dei funzionari del capitale. Anche allora esistevano, sempre premunendosi con la formula del mutatis mutandis, i mentecatti che parlavano di “borghesia buona”, riferendosi proprio (come oggi) alla peggiore, a quella più finanziaria e subordinata agli USA. I comunisti, nel pallone (come oggi), oscillavano tra il definire fascisti i socialdemocratici (formula del tutto errata) ed una alleanza con essi in funzione antifascista, alleanza che li consegnava, per interposta forza (socialdemocratica), alla dipendenza di fatto dagli USA (poiché ideologicamente e nelle “buone intenzioni” i comunisti stavano invece dalla parte dell’URSS, che aveva però le sue belle gatte da pelare). Nulla di strano che dei giovani – in cerca di qualcosa di veramente nuovo, che spazzasse via il putridume sociale dell’epoca, che facesse infine uscire il proprio paese da una crisi così tormentosa e anche offensiva di ogni minima dignità nazionale (questo aspetto non dovrebbe mai essere sottovalutato in nome di astratti principi internazionalisti, sempre disattesi proprio dalle fasce popolari a reddito più basso) – si siano rivolti ai nazisti, così come un decennio prima si erano rivolti, per motivi non troppo dissimili, al fascismo in Italia.
Solo chi ha il paraocchi, e vede tutto come glielo ha presentato la storia scritta dai vincitori, non riesce a capire questo fatto elementare. Un giovane – che si rivolgeva al nazifascismo per odio verso una parte sociale corrotta, influenzata da quella americana, con il solo culto dei soldi, del benessere materiale, priva di ogni tipo di valore ideale – dimostrava di essere migliore dei venduti e cialtroni che imperversavano in una società in crisi, fra i quali, anche allora come adesso, andavano annoverati i settori della sinistra di stampo socialdemocratico. Certo questo giovane sbagliava, non aveva capito che cosa fossero i movimenti nazifascisti, di chi fossero la sponda politica; certamente, si entusiasmava per valori che avrebbero condotto al disastro: la Patria, la rinascita nazionale, l’onore, la volontà di potenza di una aristocratica élite, ma anche il mito del Lavoro unito al Capitale in una sacra unione per vincere i nemici stranieri, le plutocrazie colonialiste, ecc. Questo giovane sbagliava, ma perché le “sinistre” erano solo serve della “materialistica” società dei funzionari del capitale in incipiente ascesa, e i comunisti “acchiappavano farfalle” nel mentre “guardavano all’URSS”, e ripetevano i sacri testi dei “Padri della nuova Chiesa” senza afferrare la mutazione sociale, oltre a quella politica più visibile, che stava avvenendo.
Non è un caso che gran parte di quei giovani siano poi diventati comunisti; e allora ecco i liberali e le sinistre pronte ad ululare che ciò è la migliore dimostrazione che fascismo e comunismo non sono null’altro che due totalitarismi simmetrici, eguali pur se contrapposti. In realtà, sono proprio i liberali (oggi neoliberisti) e le sinistre (oggi i “progressisti” che si pretendono riformatori; di che cosa non si capisce) ad essere i due lati di una politica di asservimento ai funzionari del capitale, con particolare riferimento a quelli del centro “imperiale”. I comunisti – oggi anch’essi degenerati in semplice sinistra tutta interna al gioco delle forze politiche di un capitalismo senza valori e particolarmente feroce – sono stati a suo tempo, pur non comprendendo adeguatamente la situazione dell’epoca, la parte più avanzata della società, quella che aspirava a cambiarla in meglio, nutrendo alti ideali e con una spinta verso forme di realmente rinnovato umanesimo.
Per meglio capire la differenza tra fascisti e comunisti, di quali diversissime trasformazioni sociali – in ogni caso rette da certi valori di riferimento, senza cedimenti al relativismo più abietto e falsamente progressista – si facessero portatori, consiglierei di vedere due grandi documentari, entrambi sullo stesso livello di capolavoro cinematografico, di propaganda ideologica che assurge ai livelli dell’arte: La sesta parte del mondo del sovietico Vertov, e Il trionfo della volontà (sul congresso nazionalsocialista del 1934 a Norimberga) della Riefensthal (anche se poi essa, ovviamente, ha tentato di negare la sua posizione politico-ideologica).
In quest’ultimo, i valori portati al massimo livello sono il cameratismo, la cura dei corpi e lo sport (un po’ rude e militaresco), l’unione delle varie regionalità in unico Popolo (appunto Eletto), l’esaltazione del lavoro come disciplina e gerarchia, come tensione al Bene più alto rappresentato dalla grandezza e potenza della Nazione. E tutte le aspirazioni ideali della gran massa debbono sintetizzarsi in un gruppo, unito e compatto, di dirigenti con al vertice l’Uno, il Capo, il simbolo della ferrea coesione del Popolo e dello Stato.
L’opera di Vertov, invece, esalta l’unione di molte nazionalità ed etnie, tuttavia nettamente differenziate tra loro come stili e livelli di vita, come organizzazione sociale e del lavoro ecc; differenziazione che va mantenuta, esaltata quale ricchezza dell’insieme e della sua saldezza, non considerata un suo indebolimento. E’ forte la credenza nell’importanza decisiva del partito, non ancora nella “grandezza” del Capo (siamo nel 1926). Comunque, il valore più alto, quello verso cui tende ossessivamente tutta la presentazione del mondo sovietico – e, per contrappunto, di quello “degenerato”, spietato e frivolo nel contempo, feroce e colonialista, tutto dedito allo sfruttamento degli operai, che è il mondo capitalistico il cui modello decisivo è visto, già allora, negli USA (modernissima questa contrapposizione nettamente duale tra USA e URSS, già individuata nel ‘26) – è il lavoro: duro, ancora tecnologicamente arretrato, tutto fatica e sudore, ma effettuato con i “mezzi di proprietà comune”, e con una organizzazione tesa alla cooperazione per fini posti collettivamente senza inseguire profitti individuali. Certo che anche qui l’ideologia mistifica poiché sappiamo com’è andata a finire. Ma ciò in cui credevano i comunisti era questo, il loro scopo era questo, non quello, che appare del tutto diverso, perseguito dal nazifascismo. Non c’è nessuna identificazione possibile.

Gli Hezbollah sono “tosti”; hanno ucciso – e si tratta solo delle cifre ufficiali di parte occidentale – 24 soldati israeliani (abbattendo fra l’altro un elicottero) ieri, e un numero imprecisato oggi. Rabbiosi, e ridicoli, gli israeliani hanno subito ribattuto di averne eliminati di più; e hanno buttato volantini in Libano con i nomi dei 160 presunti Hezbollah presuntivamente ammazzati. Forse potrebbero anche presentare dichiarazione di morte (presunta) all’anagrafe del luogo di residenza di questi 160 nomi (e solo nomi, anche un cretino lo capisce). E’ la prima volta che pagano così cara la loro arroganza, prepotenza, volontà di sopraffazione, per cui stanno veramente cadendo nel ridicolo.

Interessante anche la notizia diffusa dall’inglese NBC, che afferma di avere ricevuto informazioni governative. C’è stata una lite tra inglesi e americani per la fretta dimostrata da questi ultimi nel chiedere l’arresto dei presunti attentatori anglo-pachistani. Non era previsto alcun attacco né per l’11 né per il 16 agosto come hanno raccontato anche i nostri ineffabili TG. Salvo uno degli arrestati, nessuno aveva ancora il passaporto né il biglietto per l’aereo. I tempi erano ancora lunghi, e la polizia inglese stava ancora indagando. Gli USA hanno preteso che l’azione poliziesca venisse eseguita in anticipo, perché ciò evidentemente serviva per la crisi in Libano, per il tentativo di disarmare gli Hezbollah (questo è infine, dopo tutte le ipocrisie usate, il vero fine dichiarato della forza di “interposizione” dell’ONU, che dovrà, anche a detta di quella faccia da…. del nostro Parisi, rispondere con la forza ad eventuali “aggressioni”, naturalmente debitamente provocate dagli effettivi aggressori). Infine, la tensione creata con l’aberrante tesi del fascismo islamico, che minaccia stragi nei nostri cieli, serve anche a chissà quali altre torbide manovre che gli USA e il loro gendarme Israele stanno preparando.

Altra “perlina”. Gli islamici in Italia hanno duramente contestato gli arresti ordinati da Amato soltanto per farsi vedere “attivo” e anche lui preoccupato del “fascismo islamico”. E hanno fatto una dichiarazione che è un pesante marchio d’infamia per questo Governo appoggiato dai “sinistri” di ogni colore (soprattutto il “rosso” di vergogna): “Non si nota alcuna differenza rispetto al precedente Governo” per questo aspetto della politica. Bell’epitaffio ideale per un Governo di puri manipolatori e mentitori spudorati. Destra e sinistra unite nello sguazzare nello stesso truogolo; come del resto dimostra l’atteggiamento bipartisan circa la partecipazione italiana (superiore a quella in Irak) alla forza ONU di sedicente e ipocrita “interposizione”.

Piluccando dai giornali del 14 agosto. Pasolini Zanelli sul Giornale: “La guerra del Libano è stata anche, a Washington certo non lo si dimentica, una guerra per interposta persona [corsivo mio] fra l’America e l’Iran, parte integrante di un conflitto più ampio [corsivo mio] al cui centro sta il riarmo nucleare di Teheran”. C.v.d.; i destri parlano un linguaggio reazionario, ma chiaro, con scelta netta e recisa, dicendo quali sono gli obiettivi effettivi del conflitto e perché viene combattuto; e dunque rivelano anche chi lo ha iniziato, dato che l’obiettivo Teheran è ben antecedente alla guerra in Libano (d’altra parte, solo degli sciocchi possono credere che Israele faccia “l’ira di Dio” solo per il rapimento di due soldati). I sinistri, invece, si avvoltolano in contorcimenti vari, affermando solo che “la reazione di Israele è stata spropositata”. No, un reazionario ci dice che Israele è “l’interposta persona” tramite cui gli USA mirano all’Iran, ma per ragioni geopolitiche di controllo del Medio Oriente, perché ogni diminuzione di tale controllo sarebbe l’inizio di un indebolimento della loro egemonia globale. Semmai, il gioco è ancora più ampio di quanto scrive l’articolista del Giornale; non c’è alcuna reazione eccessiva di Israele, eccesso che poi alcuni sinistri vorrebbero anche giustificare blaterando di “diritto all’esistenza” messo in discussione e cazzate varie.
Nell’ambito di questo gioco “più ampio”, le parole tregua, ONU con le sue forze di interposizione, ecc. hanno un significato reale del tutto diverso dal loro significato letterale. Si tratta di tattiche per prendere tempo e riaccumulare forze, per tessere più complesse e sottili trame onde porsi nella situazione migliore in vista degli obiettivi effettivi e non ufficialmente dichiarati, per spostare i rapporti di forza in questa lotta “per interposta persona”.
Leggiamo invece il sinistro (“rifondatore comunista”) Russo Spena: “deve essere certo che la missione sarà equidistante tra le parti”. Ecco l’ipocrita, il contorsionista, quello che non vuol scegliere e fa finta di credere che la lotta sia soltanto tra Israele ed Hezbollah; e minaccia il “cartellino rosso” per chi ancora osasse votare contro il Governo sulla nuova missione militare all’estero. Ma, come dice il reazionario di cui sopra, “il conflitto è più ampio”, e una scelta infine si imporrà. Questi sinistri opportunisti sono come quelli che nel 1943 si illudevano di poter stare neutrali tra Repubblica di Salò (con sopra di sé i tedeschi) e partigiani. I “neutrali” fecero una brutta fine allora – le presero da entrambe le parti – e la faranno anche fra qualche tempo (non subito ma fra non molto).
Cossiga si mette uno pseudonimo islamico (spiritoso: Hamad Be’Tullah, cioè betulla) e ringrazia il Governo italiano perché farebbe vincere i suoi correligionari contro i sionisti; poi precisa che non condivide una parola di questo suo “alter ego”. Chi continua a prenderlo per matto sbaglia; è uno “sfascista”, uno che ha votato la fiducia al Governo e poi lo sfiducia; alternativamente, per creare il caos, per sfiduciare insieme destra e sinistra e far crescere il disagio e la netta sensazione che “così non si può continuare”. Scrive (il 14 luglio) che cosa hanno fatto Moro e lui con i servizi segreti 30 e passa anni fa, e irride a quei “bambini irresponsabili” di magistrati che indeboliscono il Sismi. Rivela fatti gravissimi ma tutti tacciono, non un giornale di destra o di sinistra (a parte Libero che è pedina del gioco sfascista in atto) ne parla; perché tutti quelli (che contano) sanno che Cossiga non è un “simpatico pazzolico”, ma uno che ha precisi contatti con ambienti militari, con settori dell’intelligence (non solo italiana), ecc. E tutti (quelli che contano) sentono che l’ora delle scelte si avvicina, ma vorrebbero non scegliere. Idioti e incoscienti: primi fra tutti gli opportunisti di sinistra, fra i quali non salvo nemmeno quelli che si fanno venire il mal di pancia e chiedono al Governo di porre la fiducia per potersi scaricare la coscienza; non ne hanno invece poiché, stando nei loro, per il momento, caldi posticini in Parlamento, sanno bene che cosa incombe su di noi e invece lo nascondono, si contorcono anche loro nella non scelta, contribuendo così a tenere il popolo all’oscuro di tutto, a dormire mentre altri tramano nell’ambito di “un conflitto più ampio” (vedi sopra). VERGOGNA!
Lo scrittore Citati (non mi sembra proprio un destro) appoggia pienamente la definizione data da Bush: “fascismo islamico”; e afferma che l’attentato dell’11 settembre 2001 è stato fatto nel più puro stile nazista. Quindi le V2 su Londra, l’invasione della Polonia e di mezza Europa, il radere al suolo il Ghetto di Varsavia ed intere città e cittadine, e via dicendo, erano ante litteram nel più puro stile islamico odierno. A’ Citati, fatte’ dà ‘na regolata alla capoccia! Prima che acquisti la velocità di giri di un frullatore, dopo di che il cervello…..
Infine il “grande” Claudio Magris sul Corriere, che vorrebbe controbattere al consenso fornito da Panebianco (altra mente superiore!) alla tortura quando c’è da salvare vite umane (chissà per quali motivi i tedeschi del tempo che fu torturavano? Per puro sadomaso o perché volevano anche sventare attentati contro di loro e “salvare vite umane”?). La replica di Magris fa veramente venire le lacrime agli occhi, ma non certo per la commozione, bensì per la pena che ispirano i suoi contorsionismi moderati, onde apparire persona buona e di buon senso, con il solo appello a questioni d’ordine morale. Non per questo lo stimo di meno sul suo piano professionale, ma quando si tratta di questioni politiche, fa cascare le braccia come gli altri. E poi i cretini vogliono trovare da ridire, e buttano fango, su intellettuali del calibro di Brecht, come si sta facendo da molte parti nel cinquantennale della sua morte. Ma che tacciano questi stronzi! Viva Brecht, grandissimo intellettuale e grandissimo comunista. Dovremmo cercare di imitare la sua tempra, e al più presto possibile. Abbasso tutti quelli che si beano di manifestare “buoni sentimenti”; servono solo ai nemici.

Amen (per adesso) 14 agosto