LA FUSIONE MITTAL-ARCELOR E I SUOI INSEGNAMENTI NEGATIVI
[1]
(di Gianfranco La Grassa)
Alla fine di giugno dello scorso anno, le due più grandi acciaierie
del mondo – la francese Arcelor e l’americo-indiana Mittal
Steel Company – si sono accordate per fondersi, creando un gigante
con un potere di mercato enorme. La fusione è stata preceduta
da complesse vicende seguite all’Opa ostile lanciata dalla Mittal
sull’Arcelor. Quest’ultima ha resistito a lungo, a un certo
punto stava per concludere un accordo con la russa Severstal, che avrebbe
creato un colosso ancor più forte della Mittal, ma alla fine
ha prevalso l’impresa “indiana” (sostanzialmente americana).
E’ difficile dare ordine all’intera operazione – molti
lati della quale restano comunque poco chiari (com’è logico)
– al fine di far capire l’andamento dei fatti; direi piuttosto
paradigmatici per quanto riguarda la crescente debolezza dell’Europa
e il suo progressivo decadere a parte dell’Impero USA. Proverò
a ricostruire, per sommi capi, la vicenda pur se so in anticipo che
sarà difficile delinearne un quadro soddisfacente e almeno in
parte comprensibile.
Intanto i due protagonisti. L’Arcelor nasce nel 2002 dalla fusione
di Usinor (Francia), Arbed (Lussemburgo) e Aceralia (Spagna). Viene
comunque considerata una grande impresa siderurgica in prevalenza francese,
che nel 2005 è stata al secondo posto, dopo la Mittal, per la
produzione d’acciaio. Tuttavia, se si guarda al fatturato, l’Arcelor
è al primo posto (32 miliardi di euro contro 28 miliardi di dollari
della ditta americo-indiana). Questa differenza di posizione sul piano
della quantità prodotta e su quello del fatturato è dovuta
alla diversa gamma di prodotti delle due imprese. La Mittal è
presente in quella che potremmo definire (per intenderci) una produzione
“di massa”, cioè di acciai di media qualità
e di più largo uso (in specie nell’edilizia, pur se ovviamente
vende pure ad altri settori, ivi compreso quello automobilistico). L’impresa
francese produce acciai “medi”, ma ancor più acciai
speciali, di alta qualità (serve molti settori ma in particolare
quello dell’auto e anche quello aviatorio, ecc.).
Dal punto di vista dell’innovazione di prodotto, l’Arcelor
è senz’altro più avanti dell’altra; ed è
pure più moderna tecnologicamente. Essa aveva da non molto concluso
con successo l’acquisizione della canadese Dofasco – che
le aveva aperto il mercato automobilistico nordamericano – battendo
la tedesca ThyssenKrupp (nomi ben noti), che non a caso ha appoggiato
la Mittal nella sua operazione su Arcelor; un appoggio anche politico
data la capacità di pressione sul Governo tedesco, che a sua
volta ha influenzato gli organismi europei, schieratisi contro l’avvicinamento
(difensivo) dei francesi ai russi della Severstal e quindi a favore
dell’Opa ostile lanciata dalla Mittal (cioè, in ultima
analisi, dagli americani). Gli ambienti governativi francesi, invece,
hanno fino all’ultimo manifestato la loro preferenza per un accordo
Arcelor-Severstal.
Un elemento di debolezza, non credo quello decisivo, dei francesi rispetto
agli americo-indiani si trova nella struttura azionaria delle due grandi
imprese. La Mittal è di proprietà della omonima famiglia
(che risiede principalmente negli USA) per il 74%; si tratta, nominalmente,
di fondi (Richmond Investment Holdings e LNM Global) che hanno sede
nei cosiddetti “paradisi fiscali”; non è quindi per
nulla chiaro, al di là della ufficiale proprietà della
famiglia in questione, chi si nasconda poi realmente dietro quel 74%
azionario che di fatto rende inattaccabile la Mittal. L’Arcelor,
al contrario, ha l’85% delle azioni in libera circolazione in
Borsa. Il più “grosso” azionista (si fa per dire)
è il franco-polacco Roman Zaleski (vedremo poi il suo ruolo)
che ha quasi l’8% delle azioni tramite la sua impresa, la Carlo
Tassara International. Lo Stato lussemburghese ha il 5,6%. Una considerevole
parte dell’85% azionario liberamente circolante in borsa è
in mano ad una miriade di piccolissimi proprietari, che sono lontanissimi
dai problemi della gestione d’impresa; per loro l’azione
è solo un titolo di risparmio a rendimento variabile (a differenza
dell’obbligazione, che ha saggi d’utile fissati al momento
del lancio dell’operazione debitoria). Tuttavia, un certo numero
di questi minimi azionisti – detentori di una quota di appena
il 2,5%; non però indifferente ai fini del controllo societario
– è riunita in una associazione la cui presidente, certa
Nicolette Neuville, ha giocato, così come Zaleski, un ruolo favorevole
all’Opa della Mittal. In ogni caso, la configurazione dell’Arcelor
ad azionariato diffuso la rendeva certo più vulnerabile a scalate;
tale fattore però spiega il lato puramente formale dello scontro,
non certo il perché la battaglia sia stata così accanita,
con il Governo francese in attrito nei confronti degli organismi europei
(alcuni settori politici e finanziari francesi si sono invece posti
sulle posizioni di questi ultimi), del tutto proni di fronte al (pre)potere
statunitense. Nel complesso si è assistito al confronto tra una
prospettiva franco-russa e la sostanziale acquisizione dell’azienda
francese da parte di quella ad impronta americana.
Si tenga presente che il mercato dell’acciaio, dopo un lungo
periodo di stagnazione (a partire dallo choc petrolifero del 1973),
è di nuovo in buona crescita (3-4% all’anno). Il paese
che ultimamente ha dato il maggior impulso agli acquisti di acciaio
è stata la Cina, il cui impetuoso sviluppo esige grandi quantità
di risorse energetiche (petrolio in primo luogo) e, appunto, di acciaio.
Detto per inciso, la Cina, grande esportatrice di coke, destina oggi
gran parte di questo carbone alla sua produzione interna d’acciao
(mediante altoforni), che si è quintuplicata tra il 1990 e il
2005 (essendo ottenuta da alcune centinaia di acciaierie di non grandissime
dimensioni); la fame cinese d’acciaio è al momento insaziabile
e la drastica riduzione dell’esportazione di coke ha innalzato
enormemente (600%; il 70% nel solo 2005 e il 20% quest’anno) il
prezzo di quest’ultimo sul mercato mondiale.
Malgrado l’aumento considerevole della domanda d’acciaio,
il suo prezzo è salito assai meno di quest’ultima a causa
soprattutto della minore concentrazione monopolistica di tale industria
rispetto a quella dei suoi fornitori (i produttori di minerale di ferro)
e a quella dei suoi clienti (edilizia ma soprattutto settore automobilistico).
I 10 principali produttori di minerali di ferro (estratti principalmente
in Brasile ed Australia) rappresentano l’80% della produzione
mondiale; le 10 principali imprese automobilistiche producono il 60%
di autovetture; mentre le 10 principali imprese siderurgiche coprono
solo il 27% del mercato dell’acciaio.
Ovviamente, una simile situazione ha spinto i proprietari e controllori
delle acciaierie a mettersi sulla strada delle grandi acquisizioni-fusioni
onde accrescere la centralizzazione dei capitali – e dunque il
potere di mercato (e l’influenza politica) delle imprese –
anche in tale settore. Ancora una volta, tuttavia, questo semplice fattore
non può spiegare perché invece dell’accordo Arcelor-Severstal,
la prima impresa abbia infine dovuto soccombere (questo mi sembra il
termine adatto) all’Opa ostile della Mittal. Si è naturalmente
addotto il fatto che le due imprese si completano per quanto riguarda
la gamma dei prodotti e per le zone geografiche in cui sono situati
i mercati di vendita degli stessi: la Mittal vende soprattutto in America
del nord e nell’Europa dell’est, l’Arcelor nell’Europa
occidentale e nel Sud America. Ancora una volta, simile spiegazione,
puramente economico-mercantile, riguarda aspetti del tutto superficiali,
cui può limitarsi qualche neoliberista accanito, ma non certo
chi ha una visione un po’ meno semplicistica dei problemi (politici)
dell’economia, soprattutto quando riguardino prodotti comunque
strategici del tipo dell’acciaio.
L’Arcelor ha resistito a lungo alle pressioni della Mittal; e,
come già rilevato, ha attuato la sua tattica difensiva passando,
in un certo senso, al contrattacco mediante i contatti e i tentativi,
quasi riusciti, di accordo con la Severstal. C’è stato
un momento, anzi, in cui sembrava che l’integrazione tra l’impresa
francese e quella russa fosse ormai cosa fatta, malgrado la pervicace
opposizione e gli ostacoli continuamente frapposti dagli organismi di
questa Europa vassalla (e sembra diventarlo ognora di più) degli
Stati Uniti. Per risalire alle radici di simile sessantennale servaggio
bisogna rifarsi alla seconda guerra mondiale, alla sconfitta della Germania
e all’esaurirsi della potenza di Inghilterra e Francia, benché
quest’ultima abbia continuamente opposto una certa resistenza
al suo declino (favorito dalla dissoluzione del suo impero coloniale,
sostituito dal neocolonialismo statunitense, tuttora in auge perfino
laddove, si pensi al Vietnam, era stato sconfitto “sul campo”);
resistenza più decisa, tuttavia, durante la presidenza di De
Gaulle, ma che poi si è molto illanguidita.
Bisognerebbe anche riscrivere con accuratezza la storia della CECA (comunità
europea del carbone e dell’acciaio), messa in piedi nell’aprile
del 1951 in quanto embrione della futura comunità europea. Tale
organismo non ha affatto costituito un elemento di autonomia del nostro
continente, ma ha invece sancito e ribadito la sua sudditanza al vero
vincitore della guerra (nel campo capitalistico): gli USA. Fin da allora
ci sono state le grandi ciance degli europeisti che, poco importa se
in buona o mala fede, hanno semplicemente mascherato la mancanza di
sovranità dell’Europa, asservita agli scopi della NATO,
organismo creato ufficialmente per contenere la presunta minaccia “comunista”
proveniente dall’URSS. Tale finalità era in realtà,
fin dall’inizio, una pura copertura ideologica, tant’è
vero che, crollata questa (inesistente) minaccia, non si è affatto
smantellata l’alleanza sedicente difensiva; che non è mai
stata né alleanza (ma subordinazione agli Stati Uniti) né
difensiva (bensì una pistola carica sempre puntata verso est).
Oggi, venuto a cadere il campo socialista, non ci sono più menzogne
che tengano; la NATO serve esclusivamente agli USA per mantenerci sotto
controllo ed allargare la loro sfera egemonica verso i paesi europei
ex socialisti, tentando un nuovo (ma ormai solo parziale) “accerchiamento”
della Russia, ridiventata, da cinque anni a questa parte, una potenza
di tutto rispetto e non più disposta, come sotto Gorbaciov ed
Eltsin, a farsi devastare dal capitalismo di tipo statunitense.
Interessante considerare – pur se si dovrà essere molto
sommari – le forze in campo. La direzione generale dell’Arcelor
e il Governo francese hanno opposto sino alla fine una accanita resistenza
di fronte alla prospettiva di cadere di fatto sotto il controllo della
Mittal; tale opposizione nasceva dalla chiara consapevolezza che il
problema non era semplicemente economico-mercantile poiché, in
tal caso, la differente gamma di prodotti e di mercati mondiali di smercio
avrebbe giocato in favore della unione franco-americo-indiana. In realtà,
la sedicente fusione significava una sostanziale dipendenza dato che
dietro la Mittal stanno sia il capitale finanziario che il potere politico
degli Stati Uniti; l’impresa oggi vincente è un deciso
“simbolo” delle mosse, alcune assai recenti, compiute dagli
USA verso l’India con ben precisi intenti geopolitici in Asia
e nel mondo (cruciale l’ultimo viaggio di Bush in quel paese e
l’aiuto promesso anche in relazione ai programmi atomici indiani,
nel mentre si tuona contro quelli iraniani). Per questi motivi, Governo
francese e vertici direzionali dell’Arcelor si erano mossi all’unisono
verso un accordo con la russa Severstal, che garantiva il rafforzamento
del potere di mercato (il colosso che ne sarebbe nato avrebbe goduto
dell’avanzamento dell’azienda francese in fatto di innovazioni
di prodotto e di processo, e avrebbe nettamente conquistato il primo
posto mondiale non solo come fatturato bensì pure come quantità
prodotta) nell’ambito di un sostanziale equilibrio di poteri fra
le due imprese (e dunque fra i poteri politico-statali che ne costituiscono
il retroterra).
Ci sono senza dubbio stati errori tattici da parte dell’Arcelor,
ma il problema cruciale resta il forte dispositivo politico-finanziario
messo in campo dalla Mittal, con precisi appoggi anche nel mondo politico
(e sindacale) francese. La ditta americo-indiana aveva alle sue spalle
cinque colossi finanziari: Goldman Sachs (sempre in mezzo nelle mosse
politicamente decisive), Citigroup, Crédit Suisse, HSBC, Société
Générale. L’azienda francese aveva anch’essa
dei pezzi da novanta; innanzitutto le sue tradizionali banche d’appoggio,
cioè la BNP Paribas e la Calyon. Essa ha però dovuto ricorrere
alla Merril Lynch, alla JP Morgan, alla Lazard e alcune altre. Soprattutto
– errore non forse decisivo ma certo fatale – si è
fatta assistere, per la valutazione delle offerte (da parte di Severstal
e Mittal) dalla Morgan Stanley, normalmente competitrice, in campo economico,
della Goldman (ognuna delle due, le più grandi banche d’affari
del mondo, gestisce, tra attività proprie e di altri, capitali
di ammontare pari a circa la metà del Pil italiano; tanto per
valutare la loro potenza).
Tuttavia, smentendo gli sciocchi che cianciano (oggi ormai quasi non
più) di fine degli Stati nazionali, di dominio delle sedicenti
transnazionali, la Goldman e la Morgan sono economicamente avversarie,
ma giocano le loro partite sapendo bene quant’è importante
che comunque il dominio imperiale statunitense non venga sgretolato.
La Morgan si è presa dall’Arcelor le sue belle parcelle
(non note), ma l’ha di fatto indebolita con i suoi “illuminati”
(da chi?) consigli. Essa ha cominciato con il suggerire ai dirigenti
dell’azienda francese una consultazione del tutto formale, e priva
di poteri decisionali, tra i suoi azionisti; indispettendoli così
(anche perché volevano farsi indispettire) con una azione considerata
non democratica. Soprattutto, la Morgan ha affidato la valutazione delle
offerte delle due imprese (russa e americo-indiana) in competizione
a certo Michael Zaoui, fratello di Yoel Zaoui, che era l’artefice
delle strategie della Mittal. Certo, esiste il detto “fratelli,
coltelli”, ma in questo caso è stato ampiamente smentito.
A favore dei “più potenti”, in senso soprattutto
politico, si sono schierati Zaleski con il suo oltre 7% (diventato quasi
8 alla fine dell’operazione) del molto suddiviso capitale azionario
dell’Arcelor – ricordo che questo “signore”
è il braccio destro di Bazoli, il vero capo del recentemente
formato gruppo Intesa-San Paolo; il quale Bazoli ha come “maggiordomo”
politico Prodi ed è oggi corteggiato da ambienti dalemiani –
e la già nominata Colette Neuville, “capa” dell’unica
associazione di piccoli azionisti, che ha avuto anch’essa una
sua funzione. Nel momento decisivo dello scontro, inoltre, da “neutrali”
sono diventati favorevoli alla Mittal una serie di fondi speculativi
(gli hedge fund) – alcuni, i principali, vicini alla Goldman –
e di fondi pensione, che possedevano circa il 30% di azioni dell’Arcelor.
Infine, l’intensa attività di lobbying della Goldman –
in unione con ambienti finanziari e politici (in specie socialdemocratici)
francesi – ha “convinto” (come?) i sindacati a schierarsi
per la fusione (subordinazione) dell’Arcelor con la Mittal. Questo
la dice lunga sull’odierna funzione ultranegativa degli apparati
sindacali (e della sedicente “classe” che essi rappresentano);
e non solo in Francia, ma ancor più in Italia e praticamente
in tutta Europa. Non c’è niente da fare, la sinistra non
si smentisce mai: in tutta la storia (dall’ottocento in poi) è
sempre stata falsamente progressista e realmente reazionaria (e filoimperialista),
composta da “rinnegati” di varie fedi “socialiste”.
Affinché non si pensi che l’operazione sia stata guidata,
come si vuol far credere, da semplici criteri “di mercato”,
vediamo sommariamente quali sono (e con chi) i legami politici del principale
artefice della fusione tra Arcelor e Mittal (con predominanza di quest’ultima);
si tratta, come al solito, della Goldman Sachs, che da alcuni anni è
la punta di lancia di varie mosse strategiche tese all’egemonia
USA in Europa (e, in particolare, in Italia).
Citando La lettre SENTINEL[2] : “Hank Paulson, presidente della
Goldman fino al giugno 2006 viene nominato Segretario del Tesoro da
George Bush, trovandosi nuovamente insieme a Joshua Bolten, uscito dalla
medesima società per divenire il nuovo direttore di Gabinetto
del Presidente. Stephen Friedman, il predecessore di Paulson, ha lavorato
per 28 anni alla Goldman, dove ha occupato il ruolo di Copresidente
dal 1990 al 1992 prima di accettare la nomina di consigliere economico
di Bush dal 2002 al 2005. Robert Rubin ha occupato il posto di Vicepresidente
della Goldman tra il 1987 e il 1990, poi quello di Copresidente tra
il 1990 e il 1992, per diventare infine Segretario del Tesoro sotto
l’amministrazione Clinton”.
Si aggiunga ancora Robert Zoellick, un “vecchio” Segretario
di Stato aggiunto, passato poi alla Goldman; lascia la banca nel 1999
per lavorare a fianco di Condoleeza Rice (che è divenuta quello
che sappiamo con Bush Presidente); ed infine, nel maggio 2006, torna
alla Goldman come Vicepresidente. La potente banca d’affari statunitense
ha inoltre strettissimi legami con la Carlyle Group, “il cui attivismo
al servizio della potenza americana è perfettamente conosciuto.
Così, nel 2005, le due società hanno annunciato la loro
intenzione di creare una impresa di esplorazione petrolifera offshore,
chiamata Cobalt International Energy. I due soci contano di investirvi
500 milioni di dollari. La società sarà diretta da Joseph
Bryant, vecchio presidente della società petrolifera americana
Unocal. Carlyle e Goldman Sachs hanno un altro uomo in comune: Oscar
Fanjul. Presidente onorario di Repsol SA e vicepresidente della società
Omega Capital, Fanjul è soprattutto amministratore di Unilever,
di Marsh & McLennan Companies e del London Stock Exchange. Siede
nel Consiglio di Sorveglianza di Carlyle Group (in Europa) e di Sviluppo
Italia [ecco “i nostri”!; ndr]. Egli è consigliere
internazionale della Goldman”. La lettre SENTINEL così
conclude tirando, obbligatoriamente, le somme: “L’OPA di
Mittal sull’Arcelor serve perfettamente gli interessi economici
e politici degli Stati Uniti e degli agenti, legati all’amministrazione
americana, che vi hanno svolto il ruolo principale”.
Sarà comunque bene non dimenticare – per capire il ruolo
della Goldman, e dell’imperialismo americano al cui servizio essa
opera (finora con successo) – che un uomo della società
finanziaria in questione, vicepresidente della sua sezione europea fino
alla nuova nomina, è oggi Governatore della Banca d’Italia;
che un altro suo alto dirigente, sempre fino alla nuova nomina, è
oggi viceministro dell’economia; che quest’ultimo (Tononi)
ed un altro dirigente (Costamagna) della banca americana (da poco ex)
sono di fatto all’origine del piano Rovati (in realtà di
Prodi, ma in quanto “maggiordomo” della “SanIntesa”),
con cui si è tentato di appropriarsi della Telecom utilizzando
fondi “pubblici” mediante la Cassa Depositi e Prestiti.
Infine, si tenga presenta che il figlio (Marco) di Carlo De Benedetti
è nella Carlyle Group che, in coppia con la Goldman, sembra oggi
affiancare (o, ancor più probabilmente, si intreccia con) quelle
“mafie” internazionali costituite dalla Trilateral e dal
gruppo Bilderberg. In ogni caso, si tratta di gruppi di una pericolosità
estrema per il potere enorme dei loro affiliati, ma soprattutto dell’imperialismo
americano, che si trova sempre ai vertici di tutti questi organismi
della “Internazionale del capitale” (in specie della sua
sfera finanziaria, dove i rapporti anche con capitali malavitosi, riciclati,
sono la norma).
Quali sono i primi e provvisori insegnamenti di questa paradigmatica
vicenda? Innanzitutto, non ci si dimentichi che l’intero capitale
finanziario italiano, e in particolare il più grande gruppo appena
formatosi (Intesa-San Paolo), ha fortissimi legami d’affari, ma
in posizione subordinata, con la Goldman (e dunque la Carlyle) e gli
altri potenti centri della finanza americana; che personaggi come il
fu Gianni Agnelli facevano parte (o, se si preferisce, partecipavano
alle riunioni) della Trilateral e del Bilderberg, cui partecipano attualmente,
tanto per fare qualche esempio, un Tronchetti o il presidente dell’ENI
che, probabilmente proprio per questo, ha potuto resistere a certe pressioni
“indebite” provenienti da sinistra (tese a favorire le aziende
energetiche municipalizzate, od ex tali, da essa per la massima parte
controllate), realizzando infine, ma credo solo parzialmente, i recenti
accordi con la Gazprom. In questo senso, con analogia storica di larghissima
massima (più che altro utile ad evocare i nefasti della finanza),
dico spesso che l’Italia, in modo del tutto particolare, e più
in generale l’Europa si trovano in una situazione che ricorda
quella della Repubblica di Weimar: mecenatismo e filantropia[3] da parte
dei centri di potere finanziari (soldi spesi con meschine finalità
e minimi risultati sociali e culturali); corruzione massima e marciume
crescente degli ambienti dominanti economico-politico-culturali; arrogante
e protervo dominio finanziario “in Patria”, ma servile e
viscida subordinazione alla finanza americana in quanto battistrada
degli interessi imperialistici USA; ostacoli frapposti ad uno sviluppo
industriale accelerato, e nei settori di punta dell’epoca, a causa
della suddetta subordinazione; spremitura massima delle popolazioni
dei paesi invischiati in questa “tela del ragno” di tipo
finanziario.
Non è un caso che in tutta Europa, e ancora una volta qui da
noi in modo speciale, i fenomeni di centralizzazione riguardino principalmente
il settore bancario e assicurativo, e che si discuta di diversi progetti
in cantiere relativamente ai fondi pensione; discussione e progetti
in cui si esprime il conflitto tra vari gruppi capitalistici ai fini
del controllo degli stessi in quanto sono, come dimostrano quelli degli
Stati Uniti, grandi centri di accumulo di mezzi finanziari. Anche la
centralizzazione Mittal-Arcelor (esemplare lo scontro che l’ha
preceduta e che ad essa ha condotto) è stata effettuata in base
a criteri prevalentemente finanziari, “avanguardia” di quelli
ben più decisivi di tipo (geo)politico, piuttosto che seguendo
i dettami delle strategie industriali, malgrado gli incalliti neoliberisti
(ben pagati per mentire e falsificare) abbiano, ideologicamente, mascherato
i reali scopi dell’operazione dietro i “bei discorsi”
sulla diversificazione e complementarietà della gamma dei prodotti
e dei mercati di smercio relativi alle due imprese fusesi.
Da molti anni l’Europa si sviluppa in modo subordinato alle strategie
statunitensi a causa del sostanziale dominio delle strutture finanziarie
e di schieramenti politici dediti solo a giochi di basso potere, senza
alcuna visione strategica geopolitica minimamente autonoma. Per il momento,
tutto sembra giocarsi tra l’ancora nettamente predominante potenza
statunitense e quelle che si stanno sviluppando in Asia, più
la Russia ormai in accentuata risalita. Fino a quando i nostri paesi
– e l’Italia è anche a tal proposito esemplare –
resteranno imbozzolati nel meschino gioco tra destra e sinistra, in
questa “commedia delle parti”, in questa “recita a
soggetto” (il cui copione è scritto per lo più negli
USA), non vi sarà altro che basso sviluppo o stagnazione (ammesso
che non accada, prima o poi, qualcosa di ancora peggiore). Volendo essere
ottimisti, possiamo credere ad un medio periodo di aurea mediocrità,
ma non è affatto escluso che si trasformi in plumbeo declino
accelerato.
Le forze “critiche”, per quanto al momento (e non so per
quanto tempo) deboli, debbono porsi in atteggiamento di netta distinzione
e di radicale antagonismo rispetto agli schieramenti politici attuali.
Si continuerà con la puntuale contestazione di questi ultimi,
con l’analisi delle varie operazioni compiute da un potere economico-politico
(e da ceti culturali degradati e venduti) nel tentativo di perpetuare
all’infinito i loro servigi a favore dell’imperialismo americano.
E si dovranno sviluppare più congrue riflessioni teoriche, che
abbandonino l’atteggiamento dottrinale e fideista di gruppetti
di ex “rivoluzionari” sclerotici e decerebrati. Per il momento,
terminiamo qui; di tempo ce n’è (purtroppo) a iosa.
8 gennaio
[1]Le notizie sono tratte da un accurato studio condotto dal mensile
francese La lettre SENTINEL del luglio-agosto del 2006 (riportato nel
sito di questo blog). Le implicazioni delle vicende qui sunteggiate
sono, invece, frutto di mie riflessioni.
[2]Si veda anche il recente articolo dell’Espresso sulla Goldman
Sachs (anch’esso riportato nel sito).
[3]Le opere “buone” accompagnano sempre le imprese di potere
dei dominanti. I “conquistadores” sono sempre andati avanti
con armi e massacri, religione e cultura (la loro), benevolenza (o carità)
e filantropia che ribadiscono la subordinazione e la dipendenza dei
“conquistati”. Si pensi alle ben propagandate “banche
etiche”, sulle quali si propalano menzogne a palate. E si pensi
alla filantropia dei Soros (mi sembra di averlo visto fra i nomi del
Bilderberg) o dei Bill Gates e personaggi consimili. Non so se nella
storia si trovino ipocriti maggiori e così squallidi come quelli
delle classi dominanti dei paesi capitalistici avanzati