STRATEGIE PER LA FASE

 

E’ TANTO DIFFICILE DA CAPIRE?

di G. La Grassa

 

E’ TANTO DIFFICILE DA CAPIRE?

1. Ho provato, per sfizio, a spiegare ad un amico, digiuno di politica e ancor più di teorie politiche, la concezione marxista dello Stato. L’ha capita piuttosto bene. Eppure, ci sono dovuto tornare più volte sopra nei miei scritti ultimamente, constatando che fior di intellettuali – e di orientamento marxista – continuano a far confusione su questioni a mio avviso elementari. Qualcuno potrebbe giustamente prendersela con il mio accanimento a spiegare la questione e obiettare: queste sciocchezze, di scarsa attualità, vedetevele fra voi intellettuali che avete tempo da perdere, adesso ci sono problemi più urgenti. In parte è vero, tuttavia non sottovaluterei tale questione, nemmeno se fossi di orientamento tutt’altro che marxista. Sia chiaro che non mi sento minimamente offeso nel veder trattare Marx da utopista, da “quasi anarcoide”; anch’io potrei largamente soprassedere su un argomento in fondo di “dettaglio”. In realtà, la mia preoccupazione è un’altra: per quali reali motivi certuni insistono nel non capire qualcosa di così semplice? Do per scontata la buona fede, ma ciò non elimina la mia “inquietudine”. L’incomprensione non riguarda semplicemente il giudizio su Marx e il marxismo, riguarda il disarmo della “gente” di fronte a quali sono veramente i compiti dello Stato. E’ forse semplicemente un organo di amministrazione degli affari generali della collettività?
Oggi, la concezione più diffusa è proprio questa: lo Stato deve essere al di sopra delle parti, è un organo che appartiene a tutti noi, siamo noi ad eleggere liberamente e democraticamente coloro che, governando, sono di fatto lo Stato. Solo che poi, in Italia soprattutto, ci sono dei cittadini che si credono moralmente superiori ad altri (sapete bene di quale parte politica io parli) e che ritengono una deviazione dal normale funzionamento di tale organo sia il fatto che, talvolta, esso non è sotto il loro controllo – ma di quelli moralmente inferiori – sia il preteso abuso delle sue “normalmente neutrali” funzioni a vantaggio degli interessi di una sola persona (e anche in tal caso, sapete a chi mi riferisco). Quindi una piccola ulteriore spiegazione storico-teorica, pur se abbandonerà i lidi della nostra attuale spicciola polemica da paese “mentalmente sottosviluppato”, non è poi così inutile. Qualcuno si annoierà, ma forse qualcun altro capirà che certi problemi non sono puro sfizio da intellettuali che viaggiano con la testa nell’iperuranio.

2. Veniamo al dunque. Certi marxisti, o che comunque tali si dicono, continuano ad insistere che Marx fu utopista nel pensare all’estinzione dello Stato. Questa sua idea “strampalata” fu una concessione agli anarchici. Dello Stato c’è bisogno, perché ci sarà sempre necessità di una qualche organizzazione di determinati affari sociali, che non possono essere risolti da individui o da piccoli gruppi semplicemente in base alle loro preferenze e interessi. Marx, secondo alcuni che si dicono marxisti, non tenne – utopisticamente – conto di queste necessità generali, che esigono sempre un’amministrazione organizzata di determinate risorse ritenute comuni a tutta la collettività; e questo tipo di amministrazione deve essere indirizzato – anche se sorgerà il problema di come controllarla, visto che sarà sempre svolta da individui con le “nobili” e “disinteressate” particolarità degli esseri umani – a interessi che non riguardano, nello specifico, alcun gruppo sociale.
Si prenda in mano la Critica al programma di Gotha di Marx. Subito all’inizio, è bene ricordare anche questo, egli si scatena contro la formulazione del programma in questione che affermava essere la ricchezza prodotta frutto integrale del lavoro umano. Marx lancia veri insulti, ricordando agli estensori, trattati da minorati, che la ricchezza è un insieme di valori d’uso, e che la loro produzione richiede, in egual misura, sia il lavoro che la natura. Ciò lo dico en passant perché sappiamo quanti ecologisti ignoranti abbiano attributo a Marx la concezione del programma di Gotha. Il lavoro, in senso marxiano, è solo fonte e misura del valore delle merci, non del valore d’uso dei prodotti nella loro funzione di soddisfare i bisogni umani (in società), per il cui approntamento la natura à altrettanto importante quanto la prestazione lavorativa umana. Più avanti, Marx irride anche coloro che pensano ad una società socialista fondata sulla produzione di merci, cioè di prodotti di lavori privati che si socializzano solo indirettamente tramite il mercato; quindi, per favore, qui non c’entra nulla la forma giuridica della proprietà, ma semplicemente la separatezza delle varie unità produttive e la loro interconnessione soltanto mediata, ecc. Questo tanto per chiarire quanto sono incoerenti i sostenitori del “socialismo di mercato”, un vero compromesso di chi ha ormai accettato l’impossibilità del socialismo, ma vuol darsi ancora una patina di critico anticapitalista.
In fondo, i due problemi appena toccati sono strettamente collegati a quello dello Stato, ma non voglio adesso dilungarmi troppo. Veniamo invece al problema cruciale. Riporto un lungo passo di quello scritto di Marx:

 ˂˂Per sapere che cosa si deve intendere in questo caso sotto la frase "giusta ripartizione," dobbiamo confrontare il primo paragrafo con questo. Quest'ultimo paragrafo suppone una società in cui "i mezzi di lavoro sono proprietà comune e il lavoro complessivo è organizzato su una base collettiva," mentre nel primo paragrafo vediamo che "il frutto del lavoro appartiene integralmente, a ugual diritto, a tutti i membri della società."
"A tutti i membri della società"? Anche a quelli che non lavorano? E dove se ne va allora il "frutto integrale del lavoro"? Solo ai membri della società che lavorano? E dove se ne va, allora, "l'ugual diritto" di tutti i membri della società?
Ma "tutti i membri della società" e "l'ugual diritto" sono evidentemente solo modi di dire. Il nocciolo sta in questo, che in questa società comunista ogni operaio deve ricevere un lassalliano "frutto del lavoro" "integrale." (corsivo mio).
Se prendiamo la parola "frutto del lavoro" nel senso del prodotto del lavoro, il frutto del lavoro sociale è il prodotto sociale complessivo (corsivo di Marx).
Ma da questo si deve detrarre (corsivo mio):
 Primo: quel che occorre per reintegrare i mezzi di produzione consumati.
Secondo: una parte supplementare per l'estensione della produzione.
Terzo: un fondo di riserva o di assicurazioni contro infortuni, danni causati da avvenimenti naturali, ecc. Queste detrazioni dal "frutto integrale del lavoro" sono una necessità economica, e la loro entità deve essere determinata in parte con un calcolo di probabilità in base ai mezzi e alle forze presenti, ma non si possono in alcun modo calcolare in base alla giustizia.
Rimane l'altra parte del prodotto complessivo, destinata a servire come mezzo di consumo.
Prima di venire alla ripartizione individuale, anche qui bisogna detrarre (corsivo mio):
Primo: le spese d'amministrazione generale che non rientrano nella produzione (corsivo di Marx).
Questa parte è ridotta sin dall'inizio nel modo più notevole rispetto alla società attuale, e si ridurrà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando.
Secondo: ciò che è destinato alla soddisfazione di bisogni sociali, come scuole, istituzioni sanitarie, ecc. (corsivo di Marx).
Questa parte aumenta sin dall'inizio notevolmente rispetto alla società attuale e aumenterà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando.
Terzo: un fondo per gli inabili al lavoro, ecc., in breve, ciò che oggi appartiene alla cosiddetta assistenza ufficiale dei poveri (corsivo di Marx).˃˃

 Chi può credere ad un Marx così tonto da non sapere che sono necessarie istituzioni ben organizzate per gestire le spese d’amministrazione generale, ciò che è destinato a soddisfare bisogni sociali, il fondo per gli inabili al lavoro, ecc.? E sono istituzioni che debbono essere messe in piedi e controllate dalla collettività, non da particolari gruppi di individui (sto parlando di controllo, non della gestione, che evidentemente deve essere affidata a certi gruppi di individui organizzati negli apparati di amministrazione generale). Si dà soltanto il caso – un fatto evidentemente sfuggito all’attenzione di studiosi che si dicono marxisti – che per Marx questo non è lo Stato. Per lui, come per qualsiasi altro marxista che conosca, l’organismo denominato Stato nasce dalle esigenze specifiche di una società divisa in classi; in particolare, in una (minoritaria) di dominanti (od oppressori o sfruttatori) ed una (maggioritaria) di dominati (oppressi, sfruttati). Ovviamente, si può anche non accettare la visione “di classe” marxista, si può pensare che la società moderna sia invece costituita di tanti individui, tutti posti in condizione di parità in quanto possessori di merci, tra i quali si stabilisce un “patto” per amministrare i loro affari generali, amministrazione demandata a quello che chiamiamo Stato. E’ lecito pensare così, ma non si attribuisca questa idea a Marx e ai marxisti.
Se la società è divisa in classi, di dominanti e dominati, è ovvio che occorrono degli apparati speciali che assicurino la riproduzione dei rapporti in quella data configurazione adatta al dominio di una classe su un’altra (o altre). E deve trattarsi di apparati che, all’occorrenza (se a “qualcuno” venisse in testa di turbare l’ordinata riproduzione di tali rapporti), intervengono a ripristinarla. Questo è lo Stato per un marxista; come diceva anche Gramsci – che qualche superficiale, con arie da profondo pensatore, ha considerato un povero “bischero” tutto interessato alla semplice questione dell’egemonia culturale – quest’ultima deve essere corazzata di coercizione, se non altro come misura estrema, d’ultima istanza. Se poi uno non considera solo la società capitalistica-tipo, ma una formazione mondiale costituita di tante frazioni di dominanti (nazionali) in conflitto fra loro – e tutta la teoria marxista dell’imperialismo è basata su tale concezione – dovrebbe considerare non solo gli apparati (anche coercitivi, repressivi) dell’ordinata riproduzione dei rapporti di dominio (degli oppressori, sfruttatori, ecc.), ma anche quelli dello scontro interimperialistico (gli eserciti, tutta la strutturazione militare dei vari Stati).
Questo è lo Stato per un marxista; esso esiste proprio perché per tale “scomodo” personaggio il “patto” tra individui eguali è puramente immaginario, mentre si insegue invece il fine di assicurare il predominio di una minoranza sulla maggioranza. Qualora però si potesse arrivare veramente al socialismo e al comunismo? Sono queste ancora società di predominio, di oppressione, di sfruttamento? Per certi che si dicono marxisti evidentemente si, dato che considerano utopista Marx nel pensare all’estinzione (graduale, non dall’oggi al domani come pensano gli anarchici) dello Stato in una simile società. Per quelli che non si dicono, ma sono, marxisti invece no, il comunismo è una società senza classi; dovrebbe cioè essere la finalmente e veramente libera associazione tra produttori, affidata al coordinamento tra più lavoratori collettivi (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”), con loro interrelazione non più mediata (dalla merce), bensì diretta, che ne fa non più lavoratori privati (nel senso già sopra chiarito), ma invece parti intimamente connesse di un “complesso lavorativo sociale integrato”. In una simile situazione, ha ancora senso un organo di coercizione e di scontro militare mondiale tra gruppi dominanti in cerca di supremazia? Per parafrasare Marx (mi pare nella lettera a Kugelman), “anche un bambino capisce” l’assurdità di una simile presenza.
I casi sono due. O si considera Marx utopista nel pensare alla possibilità del comunismo, in cui sussistono solo lavoratori fra loro cooperanti, senza più predominio e oppressione (e mi si dica se quelli che propugnano il comunitarismo sono invece convinti che quest’ultimo sia una società divisa in classi dominanti e dominate). Oppure, se qualcuno è invece convinto della possibilità futura di una simile organizzazione sociale, è evidente che non ha compreso la concezione marxista dello Stato in quanto non mero apparato di gestione di affari generali, ma dotato dei “distaccamenti speciali di uomini in armi” atti a garantire le specifiche forme del predominio e dello sfruttamento; non semplice insieme di organismi che esercitano pura egemonia, perché quest’ultima è invece sempre accompagnata dalla coercizione, è sempre funzionale alla riproduzione – se possibile con consenso passivo, altrimenti con l’imposizione – dei rapporti di dominazione di una minoranza sulla maggioranza.

3. Per quanto mi concerne, non aderisco né ad un “o” né all’altro “o”. Quelli che ancora credono alla prospettiva del comunismo, ne danno un’interpretazione puramente religiosa (direi perfino escatologica). Il loro comunismo è proiettato in un impreciso futuro e dipende dalla loro – non so quanto sincera – credenza nelle qualità positive dell’Uomo, che infine prevarranno. Dove l’Uomo non è altro che l’evidente sostituto di Dio per questi religiosi “terreni”. Quello che è inaccettabile, e che merita a questo punto dure critiche, è che vorrebbero coinvolgere Marx in queste fumose credenze. Non considero affatto un’offesa a Marx attribuirgli simili pacchianerie; lo considero invece un insulto alla normale intelligenza, a chi si è “fatto il culo” su un autore, ecc. Vorrei vedere cosa direbbe, ad esempio, uno spinoziano se qualcuno sostenesse che il filosofo, da lui studiato con serietà e rigore, è un semplice continuatore del dualismo cartesiano.
Basta leggersi le poche paginette del par. 7 del capitolo sull’accumulazione originaria (XXIV del I libro de Il Capitale). E’ del tutto evidente – e l’ho mostrato in uno dei miei ultimi scritti che si trovano nel sito – come Marx sia convinto che i presupposti fondamentali della nuova società sono in buona parte realizzati già a quei tempi. Per Marx, il comunismo non è una società di “frati trappisti”, di uomini buoni tutti dediti alle opere pie. Questo lo pensano certi approssimativi pensatori di mia conoscenza. Per Marx, il comunismo è collettività dei produttori associati (del resto, si potrebbero anche leggere utilmente a tal proposito le pagine sul feticismo delle merci nel I capitolo, che i soliti “pensatori” associano all’alienazione). Quanto stava avvenendo nella seconda metà dell’800 era da Marx già trattato come un colossale processo di socializzazione dei processi produttivi, di uso collettivo dei mezzi produttivi in luoghi di lavoro dove esigenze oggettive, e non la bontà d’animo, spingevano direzione ed esecuzione alla più stretta collaborazione.
A ciò si aggiunga tutta l’analisi delle società per azioni, del credito, della crescente centralizzazione dei capitali con la tendenziale divisione della società in rentier totalmente avulsi dai processi produttivi (socializzati), da una parte, e nell’operaio combinato (appunto direzione ed esecuzione in stretta e ormai inevitabile collaborazione), dall’altra. Si è così perfettamente dipinto lo scenario che Marx vedeva davanti a sé con le sue “lenti teoriche”. Non esisteva aspettativa che gli uomini realizzassero una sorta di “Paradiso in terra”; per Marx, gli uomini restavano quelli che sono sempre stati, non si faceva affatto stupide illusioni in proposito. Erano i processi della produzione capitalistica a spingere in direzione della “socializzazione”, che non era uno stato d’animo di benevolenza, era una necessità imposta dalla produzione di merci ottenuta con sistemi di macchine sempre più complessi e grandiosi, una produzione i cui comparti interagivano ormai sempre più strettamente sul piano mondiale.
Questi i presupposti del comunismo, la società dei produttori associati, che avrebbero controllato collettivamente i mezzi di produzione per l’innanzi di proprietà privata. Il comunismo, secondo Marx, era una società le cui forme già si stavano delineando, che avanzava, che era imminente; e soprattutto era inevitabile, perché non si sarebbe più potuto produrre secondo altre modalità se non quelle collettive dei produttori associati e cooperanti ai più diversi gradini gerarchici. Nessuna “religione dell’Uomo”, come quella di filosofi infelici che si aggrappano al “principio speranza”. Nessuna speranza, certezza invece. Una certezza che si è rivelata illusoria, fondata su previsioni sbagliate. Non per questo, ci si deve buttare nella religiosa aspettativa di una molto futura, e vaga, associazione umana, affidata alla sola buona volontà di predicatori con la testa ormai fuggita in un “altro mondo”, del tutto irreale; essi fantasticano con i loro cervelli malati di delusione.     

4. Il problema mi sembra dunque molto chiaro; “lo capisce anche un bambino”. In nessun senso Marx era un utopista; né pensando al comunismo prossimo venturo, né tanto meno sostenendo l’estinzione – del tutto graduale, quindi differente dalla immediata soppressione propugnata dagli anarchici – dello Stato quando si fosse arrivati alla società senza più classi, senza sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori, dominati e dominanti. Semplicemente, egli – proprio in quanto scienziato – ha afferrato senza dubbio alcune tendenze del capitalismo del tutto reali, non si è immaginato proprio nulla, non ha creato fantasmi come fanno i filosofi della “Buona Umanità”. Queste tendenze sono state però inserite in un contesto teorico – con troppa sicurezza trattato quale “riproduzione della realtà nel cammino del pensiero” – diverso da quello che sarebbe stato necessario utilizzare per formulare in base a queste tendenze previsioni esatte o meno errate. La centralizzazione dei capitali – processo sociale e non economico – si è verificata. Solo che Marx l’ha collocata nell’ambito di una teoria centrata sulla proprietà privata dei mezzi produttivi quale caratteristica decisiva del modo di produzione capitalistico. Così ha interpretato la tendenza in questione come solo diretta alla separazione di detta proprietà dalle capacità di direzione dei processi produttivi (dalle potenze mentali della produzione), da cui ha tratto la ben nota conclusione della divisione della società in parassiti, ormai superflui e anzi dannosi allo sviluppo, ed in efficienti e coordinati produttori con proprietà “collettiva”.
E’ inutile che adesso mi ripeta. Come tutti sanno, la visione di una superiore razionalità strategica, di cui sono portatori i veri agenti dominanti capitalistici, cambia tutte le prospettive; poiché detti agenti sono esterni alla produzione in senso stretto esattamente alla guisa dei rentier, ma non sono parassiti, anzi i veri artefici delle impetuose dinamiche del capitalismo che conducono, attraverso dure e pesanti crisi di trasformazione, alla perpetuazione delle strutture capitalistiche, pur in forme sociali probabilmente mutate in un secolo e mezzo più di quanto non si sia capito. Ci troviamo quindi adesso in una situazione di necessario ripensamento radicale; analizzando con nuovi orientamenti la fase attuale, che è di rinnovato scontro interdominanti. Chi pensa ancora che la crisi sarà quella finale è pernicioso, così come quelli che predicano da preti intorno ad una nuova umanità, mai esistita e che mai esisterà; salvo mutamenti non semplicemente antropologici ma schiettamente genetici.
Poiché avanza una crisi che potrebbe creare disagi e “malumori” anche pesanti, non sottovalutiamo la perniciosa influenza di questi settori “piccolo-borghesi” (detto con terminologia antiquata, ma che individua comunque precisi ambienti sociali) che trovano i loro ideologi in finti utopisti, dediti a squalificare Marx e ogni prospettiva di pensiero razionale e critico-rivoluzionario onde spingere gruppi di “desperados” su posizioni pericolose e di impedimento alla crescita di autentiche forze alternative. Non crediamo più di tanto alla buona fede di alcuni personaggi assai smaniosi di notorietà (alla guisa di Erostrato); e se anche lo fossero, sono in ogni caso dannosi (pur essendo assai meno importanti) come i Sismondi, i Proudhon e compagnia varia. Si legga nel Manifesto del 1848 l’elencazione di tutti i “socialisti” reazionari; è mutata la struttura sociale da allora, ma quella lettura è ancor oggi molto istruttiva. Siamo circondati da questi falsi “ultrarivoluzionari”, che sono reazionari al 100%.
Però, sia chiaro, so benissimo che alcuni sono semplicemente ingannati, ancora incerti. Mi auguro che si accorgano presto di dove li si vuol condurre. Ecco perché, come ho detto all’inizio, le incomprensioni circa la concezione dello Stato in Marx – accompagnate da quelle sul “socialismo di mercato” o dall’accusa a tale pensatore di aver ignorato la funzione della Natura nella creazione di ricchezza, in quanto mera somma di valori d’uso – non sono un argomento da me affrontato per puro sfizio intellettualistico. La “distruzione” del reale significato della teorizzazione marxiana – e certe renaissances odierne sono in realtà degli autentici annientamenti della stessa – mira alla dissoluzione delle basi razionali e scientifiche da cui ripartire per nuovi orientamenti critico-rivoluzionari, certamente con un profondo ripensamento dei cosiddetti paradigmi (brutto termine) di quella teoria. Cominciamo a metterci una pezza; il processo di sgretolamento del pensiero – ripeto: razionale e scientifico – di Marx è andato fin troppo avanti, senza trovare reale difesa se non in dogmatici rifiuti di ogni cambiamento. Adesso avanti, dunque! Non si consenta che un pensiero rivoluzionario venga criticato dalle prediche dei “preti” di una qualche “chiesuola”. 

Finito il 12 novembre ’08

 

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Novembre 13 , 2008