STRATEGIE PER LA FASE
Le feconde ambivalenze di Pasolini.
Provocazioni sul Pci, sul sessantotto e sul marxismo
di A. Berlendis
“il tema fondamentale del marxismo,
…, è un suo sincero e profondo rinnovamento”
Pier Paolo Pasolini
Il 2 novembre 1975 veniva brutalmente ucciso Pier Paolo Pasolini in circostanze che congiunte azioni dei diversi apparati di Stato (polizia, servizi segreti, magistratura) hanno contribuito a far rimanere oscure.
Le note che seguono non sono né una ricostruzione filologica né un invito a (ri)lettura degli scritti di Pasolini, ma intendono sottolineare sotto quali condizioni si possa dare la capacità teorica di cogliere mutamenti profondi ed il loro segno, senza rimanere impigliati nelle evidenze immediate, cioè di disporre di uno sguardo analitico ed al contempo prospettico.
Quindi enfatizzo il valore di posizione, di fase , utile a noi oggi ,riportando spunti che si possono trarre dalla saggistica e dalla poetica pasoliniana. Utilizzo questi scritti per i miei fini, ma non in modo strumentale , sia nel senso fargli dire ciò che non ha mai detto o sottolineare tesi marginali rispetto ai centri focali delle sue posizioni, ma anche nel senso di non nascondere le ambiguità che noi oggi, possiamo più facilmente sciogliere. Ma quelle pasoliniane rappresentano ambivalenze feconde , perché se rimase sempre ancorato alla supposizione ed alla ricerca di un Soggetto incorrotto (il mondo contadino ed operaio prima degli anni del ‘boom economico’—da lui definito—genocidio , il popolo del Pci immaginato come isolato dalla crescente corruzione del regime DC, così come il sottoproletariato delle periferie prima della ‘scomparsa delle lucciole’—la rovina dell’ambiente umano,naturale,linguistica delle periferie urbane ) cui riferirsi come alterità rispetto alle dinamiche capitalistiche vigenti , seppe cogliere al contempo, in taluni punti, la profonda subalternità dei dominati. Così come il suo marxismo,andò contro sé stesso consentendogli di (intra)vedere snodi e compiere analisi, che rimanendone all’interno non si sarebbero potuti produrre.
Sul Pci
"Se sono marxista, questo marxismo è stato sempre estremamente critico nei confronti dei comunisti ufficiali, e specie nei confronti del Pci”1 . Al di là di questa perentoria affermazione che (auto)descrive il suo effettivo atteggiamento politico-culturale, Pasolini rimase però al contempo sempre un affascinato sostenitore del Pci “perché questi uomini diversi che sono i comunisti continuino a lottare per la dignità del lavoratore oltre che per i tenore di vita : riescano cioè a trasformare, come vuole la loro tradizione razionale, lo Sviluppo in Progresso.”2
E’ stato notato che “sarà Pasolini stesso a coniare la definizione di popolo comunista quale controcultura, segnato da una forma di autoreferenzialità culturale…e’ il ‘paese nel paese’ (con grandi organi di stampa, scuole di partito, riviste specializzate) : non si condividono i valori complessivi della nazione, ma si formano propri valori propri, grazie all’autonomia ideologica.”3 Ma a fianco della sua immagine del PCI, come ‘paese nel paese’ (“Ho insistito a parlare,…,del Partito comunista nel suo insieme, come di una specie di paese nel paese…4), riferendosi alla sua base sociale intravide anche che :
“Il Partito Comunista nacque tra questo popolo,
dovette adattarsi ad esso : ed era più grande là dove era più ritardato.”5
Probabilmente a causa di questo sosteneva che “La dirigenza del Pci ha sempre avuto verso la base del partito un atteggiamento paternalistico, senza mai andare al fondo dei problemi, manovrando e trattando con il nemico politico…”6
Dall’angolo di osservazione della sua attività intellettuale notò che “di fatto sotto la spinta del Partito comunista, siamo stati indotti ad ‘integrarci’,e tutti senza eccezione abbiamo più o meno seguito la corrente; il Partito comunista aveva le sue ragioni, e come ragione principale quella di attuare (sviluppare) la propria politica culturale…quindi vedeva di buon occhio scrittori e creatori integrarsi in questa società, farvisi strada, perché così avrebbe potuto utilizzarli come strumenti della propria politica.”7 Ma questo processo di integrazione registrato da Pasolini rispetto alla politica culturale del Pci era solo il sintomo di superficie di uno strutturale inserimento subalterno nei gangli della società capitalistica italiana. Egli ne prese atto e lo criticò esplicitamente (pur assumendo per farlo, i poveri, il sottoproletariato secondo lui non colluso ) :
“Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi :
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.”8
Avendo quindi di fronte a sé un Pci in fondo ormai assorbito dentro lo Stato, che disponeva entro di esso di un (sotto)potere (parlamentare, amministrativo-locale, sindacale, ) invitò i contestatori sessantotteschi ad investire criticamente in primo luogo proprio quel potere, cioè il potere
“di un partito che è tuttavia all'opposizione
(anche se malconcio, per l’autorità di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri stupidi padri)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decida a distruggere, intanto,
ciò che di borghese ha in sé, dubito molto”9
In questa poesia, significativamente intitolata ‘Il Pci ai giovani’, Pasolini produsse una descrizione anticipante sia del tipo umano picista che sessantottardo , i quali costituiranno poi le componenti dell’attuale sinistra. Quella sinistra generata dalla sedimentazione nel tempo di quell’atteggiamento che egli bollò come ‘conformismo di sinistra’. Di questo conformismo diede una mirabile definizione nella risposta ad un lettore : “te sei di sinistra, di estrema sinistra, più a sinistra di tutti, eppure sei fascista : sei fascista perché sei ignorante, prepotente, incapace di seguire la realtà, schiavo di alcuni principi che ti sembrano incrollabilmente giusti e così sono divenuti una fede”10
Occorre inoltre sottolineare che il gruppo dirigente del Pci era convinto che il capitalismo italiano non fosse in grado di sviluppare le forze produttive a causa sia della sua arretratezza che della sua dipendenza dal capitalismo USA; questo proprio quando il capitalismo italiano stava dimostrando un dinamismo almeno pari agli altri paesi capitalistici avanzati. Da qui ne derivò una profonda inconsapevolezza della trasformazione allora in atto, che invece non sfuggì—anche se dal lato degli effetti—allo sguardo pasoliniano, perché di fronte ad un’analisi marxista ufficiale ossificata ,“quello che conta è soprattutto la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta ed inalienabile verità”11. Quindi a partire dagli anni sessanta l’artista colse la profonda mutazione antropologica (dalla struttura produttiva al paesaggio, sino ai tipi umani) che si stava producendo nella formazione sociale italiana, anche se riteneva che vi potessero essere componenti che sarebbero—positivamente—rimaste estranee (il sottoproletariato ed il Pci). Un rilevante sintomo di questa profonda incomprensione dei mutamenti avvenuti nella formazione sociale italiana , fu l’oscillante e reticente atteggiamento assunto dal Pci rispetto alla posizione da assumere rispetto al referendum abrogativo sulla legge che istituiva il divorzio nel maggio 1974. Pasolini affermò che “bisogna avere il coraggio intellettuale di dire che anche Berlinguer e il Partito comunista italiano hanno dimostrato di non aver capito bene che cosa è successo nel nostro paese negli ultimi dieci anni.” 12 Oggi, essendo di fronte ad un passaggio epoca (il processo—non lineare—verso il policentrismo), che segnerà una discontinuità interna alla formazione capitalistica mondiale, diventa ancor più decisivo, per chi si pone dal punto di vista dei dominati, essere in grado di leggere teoricamente le trasformazioni in atto, per poter valutare e cogliere quali azioni siano auspicabili e possibili.
Di contro invece,il Pci non comprese né il fenomeno strutturale della trasformazione nel capitalismo italiano, né la natura sociale ed il segno politico del fenomeno sovrastrutturale rappresentato dal movimento studentesco, che segnava l’adeguamento delle forme socio-culturali tradizionali alla mutazione strutturale avvenuta.
Sul movimento studentesco del sessantotto
“Tutti siamo dalla parte dei buoni, cioè siamo oggi con gli studenti che vogliono le riforme, però non possiamo dimenticare che siamo nati e cresciuti con l’idea di rivoluzione, e la rivoluzione è un’altra cosa, cioè è classista : gli operai e i contadini da una parte e la borghesia dall’altra. Per noi che siamo nati con l’idea di rivoluzione, è coerente e, non foss’altro, dignitoso rimanere attaccati a questo ideale. Un po’ di dignità, santo cielo. Penso a tutti quei colleghi che si sono immediatamente buttati come puttane tra le braccia degli studenti.”13
Quindi faceva puntigliosamente notare che “Oggi, gli studenti chiamano il loro movimento ‘contestazione’, ma la contestazione esiste in quanto tale …Di conseguenza,affonda le radici nella psicologia,individuale o collettiva,o, se si vuole, in un atteggiamento morale. La rivoluzione, invece, implica un’ideologia in grado di riflettere su sé stessa, sulle sue conseguenze pratiche. Implica quindi l’obiettività della lotta di classe.”14
Vi sono altri luoghi illuminanti, al di la della famosa poesia citata sopra, in cui Pasolini coglie con precisione sia il segno politico del movimento degli studenti, che non era—come si auto-rappresentava (con falsa coscienza) rivoluzionario , ma riformista nel senso di essere portatore di una modernizzazione socio-culturale (che diventerà visibile poi con l’occupazione di ruoli rilevanti nei mass media) : “gli studenti francesi e italiani, mettendo in crisi la cultura marxista tradizionale (a ragione), anziché ricostruirla, progredendo, in sostanza la rifiutano, regredendo. Regredendo su quali posizioni ? Su posizioni risorgimentali. L’analogia tra i moti costituzionali del 1848 e i moti riformistici del 1968 è impressionante. E questo cosa significa ? Significa che la borghesia si schiera contro sé stessa, che ‘ figli di papà’ si rivoltano contro i ‘papà’, continuando una tradizione in cui la vera protagonista della storia è la borghesia. Insomma gli studenti sono una miriade di pragmatici ed energici McLuhan, che, in sostanza mettono in crisi il loro mondo per deificarlo.
Aggiungo che la loro indifferenza per la Resistenza dimostra che la Resistenza non è stata (come erroneamente si crede) un ultimo episodio del Risorgimento : vi hanno infatti partecipato operai e contadini. Essa è stata quindi, sia pure parzialmente e confusamente, rivoluzionaria.”15 E concludeva immaginando che gli studenti “finiranno col perdere : dato che anche una loro vittoria altro non significherebbe che una intelligente e rapida serie di riforme (…). Comunque allora bisogna dirlo ben chiaro : addio Rivoluzione. La storia futura è una storia borghese, grazie ai suoi bravi ed eroici studenti.”16
A proposito della tossicità degli intellettuali (finto)rivoluzionari che spargono come veleni ideologie abbaglianti (del tipo di quelle del movimento no-global come ‘seconda potenza mondiale’), notava con il suo consueto scandalo che :“C’è stato un momento, pochi anni fa, in cui pareva ogni giorno che la Rivoluzione sarebbe scoppiata l’indomani. Insieme ai giovani—dal 1968 in poi—a credere alla Rivoluzione imminente che avrebbe rovesciato e distrutto dalle fondamenta il Sistema (come allora veniva ossessivamente chiamato; e chi l’ha fatto arrossisca) c’erano anche degli intellettuali non più giovani o addirittura coi capelli bianchi. In essi questa certezza di un ‘Rivoluzione dell’indomani’ non trova le giustificazioni che trova nei giovani : essi si sono resi colpevoli di aver mancato al primo dovere di un intellettuale : quello di esercitare prima di tutto e senza cedimenti di nessun genere, un esame critico dei fatti. E se, per la verità, si sono fatte in quei giorni orge di diagnosi critiche, ciò che mancava era la reale volontà critica .”17
La più profonda critica al movimento sociale in atto non fu ,a mio avviso, data dalla constatazione—per quanto vera fosse—quasi leninana circa la forza e l’organizzazione necessarie nei processi rivoluzionari :“Non siamo in guerra. La classe operaia e il Pci non la vogliono. Quella del movimento studentesco è un’illusione di guerra. […] E quando dicevo che il movimento studentesco non può fare la guerra, volevo dire che la guerra la fanno gli eserciti, e che gli eserciti sono delle istituzioni.”18
E non fu neppure la realistica previsione circa gli esiti, storicamente rappresentati da una regolarità già verificatisi, della trasformazione dei rivoluzionari in autentici reazionari, così come indicava nelle risposte ad un intervistatore :“La controrivoluzione presuppone la rivoluzione. Se i ‘rivoluzionari’ agissero nel momento storico giusto…
D. Lei allude suppongo, alle sempiterne ‘condizioni obiettive’ della prassi rivoluzionaria ?
R. Perché no ? Io ritengo che i controrivoluzionari possano benissimo essere nella schiera di quanti rivendicano la rivoluzione, a tutti i costi, senza coscienza e responsabilità.”19
La critica più profonda venne dal suo sguardo strutturale davanti al quale risultò chiaro che “Nel 1968 e negli anni successivi, le ragioni per muoversi, per lottare, per urlare, erano profondamente giuste, ma storicamente pretestuali. La rivolta degli studenti è nata da un giorno all’altro. Non c’erano ragioni oggettive, reali, per muoversi (se non forse il pensiero che la rivoluzione allora o mai più : ma è un pensiero astratto e romantico). Inoltre per le masse la reale novità storica erano il consumismo, il benessere e l’ideologia edonistica del potere. ”20
Pasolini si era spinto oltre le apparenze , ed era riuscito a scorgere i lineamenti di una trasformazione antropologica che riteneva essere basata sui consumi e che svuotava le differenze politiche ed ideologiche precedenti. Rilevò infatti : “a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello. Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali. Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista”21.
Pasolini denominò la frattura avvenuta ,con il linguaggio disponibile, come quella tra ‘vecchio fascismo’ che lasciava intatta la varietà delle culture e l’integrità delle coscienze, e ‘nuovo fascismo’ che era contrassegnato dalla distruzione delle culture precedenti e dalla omologazione : “Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.”22
Giunse addirittura di parlare di ‘fascismo degli antifascisti’…
La sua pratica teorica e politica fu sì quella di un critico della società capitalistica basata sulla presupposizione di soggetti , e valori di cui essi erano portatori, che non avrebbero dovuto venir (s)travolti o distrutti , ma nello stesso anche fu anche quella di chi non si fece abbagliare da qualsiasi ribellione che appare investire lo stesso sistema, senza vagliarne la natura sociale e decifrarne il segno politico.
Sul marxismo
Rispondendo poeticamente alla domanda da lui stesso postasi “Come sono diventato marxista ?” dice in versi :
“
Quei figli di contadini, divenuto un poco più grandi,
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano marciati
verso il centro mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti veneziani.
Fu così che io seppi ch'erano braccianti,
e che dunque c'erano i padroni.
Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.”23
Di fondo il suo fu un approccio aperto e creativo ed eclettico24 secondo cui “il marxismo non deve essere inteso come un sistema fisso, come modo di conoscenza del mondo fisso, e tutto il mio discorso fatto finora verte proprio su questo : nel polemizzare contro il marxismo volgare che cerca di fare del modo di conoscenza marxista della realtà un modo di conoscenza conformistico e fisso.”25
Conseguente ribadiva con determinazione : “Io credo che il nuovo marxismo di questi anni non debba conoscere nessuna rigidezza, ma al contrario debba essere quella scienza storica che è, e che quindi abbia come sua caratteristica principale la formulazione continua di ipotesi, la ricerca continua di spiegazioni che la necessità rivoluzionaria ha lasciato insoluti.”26
In un paese ed in un frangente in cui, sotto la direzione togliattiana, la santificazione e la conseguente imbalsamazione di un Gramsci ampiamente deformato e depurato del suo orientamento rivoluzionario, Pasolini sosteneva che : “Gramsci lavorava quaranta anni fa, in un mondo arcaico che noi non osiamo neppure immaginare…e il mondo in cui opera uno scrittore grande e un grande politico non è fatto semplicemente di lotta partitica. […] la rete dei riferimenti entro la quale viveva, quello che viene chiamato ambiente vitale in cui viveva Gramsci, era enormemente diverso. Allora era giustissimo parlare di emancipazione, perché i pastori sardi erano, vivevano in un dato modo. E’ inconcepibile la differenza. Quindi non puoi richiamarmi Gramsci come esempio di emancipazione, puoi ricordarmi Gramsci come anello di una catena storica che porta a fare nuovi ragionamenti oggi, a riproporre…. un nuovo modo di essere gramsciani. Se Gramsci fosse qui chissà cosa direbbe.” 27
Penso che anche l’impiego di punto di vista derivato28 dal marxismo ma fuori dai canoni vigenti di esso gli consentì quindi di guardare oltre la superficie ed intuire che era “cambiato il "modo di produzione" (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il "nuovo modo di produzione" ha prodotto quindi una nuova umanità, ossia una "nuova cultura" modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale "nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli (con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori.”29
Pasolini con il suo sguardo antropologico vide più in là del marxismo ossificato (trasformato in altro da sé) del Pci : sottolineò la continuità30 tra regime fascista e regime Dc (sociale, oltre che dello Stato e della struttura), per cui colsee la vera discontinuità degli anni ’60, che non fu causata dal 68 o dalle lotte operaie, che ne furono semmai l’effetto. "Quello del capitalismo è un violento sviluppo, che, ...., si presenta addirittura, al limite, come 'rivoluzione interna', che viene a modificare addirittura certe strutture del capitalismo classico : c'è per esempio nei paesi capitalistici molto evoluti un superamento delle strutture familiari e confessionali.. La crisi del marxismo è proprio dovuta a questo sviluppo in qualche modo rivoluzionario del neo-capitalismo. [....] Il bersaglio contro cui il marxismo ha sparato, metaforicamente e realmente, in tutti questi decenni, sta cambiando, pone delle alternative in certo modo impreviste. Di qui la crisi dei partiti marxisti. Di qui la necessità di prenderne coscienza, fin che il marxismo resta la vera grande alternativa dell'umanità".
In controtendenza rispetto alla corrente operaista, divenuta (nefastamente) dominante in quello che fu il marxismo italiano esaltava la dinamica conflittuale che vedeva il lavoro salariato ( e poi un susseguirsi vorticoso di sempre più effimeri soggetti sociali) al centro di un’offensiva perenne ed inarrestabile, Pasolini avvertiva :
“Nel ’68 ci fu il caos
che buttò tutto all’aria.
Non appena tornò un po’ di calma
Ricomparvero quei giovanotti coi baffi .
Di buona famiglia, ‘se no, mica erano sfacciati così’.
Il caos rimescola quello che c’è.
Davanti a noi c’è il nulla con le ultime speranze,
senza sapore.
Gli operai hanno ancora pochi anni di tempo.”31
Il suo marxismo fu sì umanistico, ma al contempo rimase capace di leggere (pur a suo modo) fenomeni strutturali che sta vivendo e gli si presentano sotto gli occhi : li coglie anche se dal lato del consumo non da quello della produzione.
Per concludere …
Per chi, come noi del blog Ripensaremarx , oggi volesse partendo dal marxismo andare nella direzione di una nuova teoria critica e rivoluzionaria della formazione sociale capitalistica , non potrà che accettare la sollecitazione che Pasolini diede ormai mezzo secolo fa rispondendo ad un lettore : “solo un suggerimento ch’io ti vorrei dare, un incitamento al coraggio—coraggio vero reale, al coraggio di chi non teme nessun rischio : alla temerarietà. Questo te lo dico perché tu sei un comunista che pensa : e allora devi pensare veramente, cioè senza prudenza. E’ preferibile il rischio di un pensiero disordinato ed eccessivamente critico, che il rischio di un pensiero attratto dalla rassicurante vanificazione di un qualsiasi ipse dixit.”32
Pasolini ‘Un sorriso anche al Sud’ Dibattito del 15 novembre 1974 con la redazione di ‘Roma giovani’.
Pasolini ‘Gli operai hanno ancora pochi anni di tempo’ poesia inedita pubblicata sul Corriere della sera nell’ottobre 1980.
Pasolini ‘Marzo 1974. Gli intellettuali nel ’68 : manicheismo e ortodossia della ‘Rivoluzione dell’indomani’.
Si pensi che l’operaista Asor Rosa così dipingeva negativamente nel suo saggio ‘Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea’ Einaudi : "Il marxismo di Pasolini è, ad esempio, quanto di più curioso ed artefatto si sia potuto incontrare in questo campo…” . Questo pare incredibile se affermato da chi appartiene a quella corrente teorica che scambia, da ormai quasi mezzo secolo, la teoria di Marx con una filosofia del Soggetto (intercambiabile in relazione alle congiunture politiche).
Trascrizione del dibattito ‘Cinema e letteratura nell’opera di Pier Paolo Pasolini’ – 21 novembre 1964. In altro luogo afferma : “Di fronte a un così imponente mutamento della figura del mondo, io mi esaspero a sentir ripetere vecchi luoghi comuni, e a sentir citare Marx , non come un reale grande innovatore del pensiero umano, ma come uno dei tanti Aristoteli…” in ‘Vie nuove’ 28 gennaio 1965
“Sono sempre la società e la politica a determinare i grandi mutamenti economici : l’economia non si spiega mai di per sé stessa, non è auto-referenziale.” Sapelli ‘Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini.’ Bruno Mondatdori pag 139
“Pasolini fa proprio l’assunto storiografico della assoluta continuità tra regime fascista e regime repubblicano, non soltanto dal punto di vista economico-strutturale e statualistico, bensì sociale nel suo complesso.” Idem sopra