STRATEGIE PER LA FASE
La grande opera di Weber “Economia e Società” pubblicata nel 1922, poco dopo la sua morte, rappresenta la sintesi completa di un grande lavoro scientifico che abbraccia un lungo percorso storico che parte dalle sue origini più antiche, per arrivare ad un periodo storico più recente, che va dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni Venti del Novecento, a ridosso della fine della prima Grande Guerra, vigilia dei grandi stravolgimenti sociali che portarono al fascismo ed al nazismo. Weber fu l’intellettuale migliore della borghesia, nel significato più congruo del termine, non solo per profondità e spessore, al di fuori di ogni schematismo categoriale, quanto e soprattutto, per l’affresco storico che ci presenta, con una compiutezza tipica del grande scienziato sociale: un’analisi dei processi sociali e politici ‘in corso d’opera,’ paragonabile soltanto a quello Ottocentesca di Marx.
L’origine della formazione delle “comunità politiche” di Weber è l’anamnèsi di un conflitto sociale, onde delineare l’andamento costitutivo di una “Formazione Sociale Particolare” dotata di forza autonoma (Paese o Nazione) in/tra un sistema più generale. Il mantenimento di una comunità politica sta “nell’uso della forza di un dominio ordinato sopra un territorio e sopra i suoi occupanti.” Un’idea di comunità politica, in una parafrasi di Stato, che va al di là del territorio, nella predisposizione alla forza e ad un ordine, che non si esaurisca semplicemente in una impresa economica e che copra non soltanto il fabbisogno della collettività; un “agire di comunità” che possa comprendere i comuni destini politici che “- per la vita o per la morte,- fondano comunità di memorie che spesso agiscono più fortemente dei vincoli della comunità culturale, linguistica o di stirpe. Sono i comuni destini.. della –coscienza di nazionalità-”
La comunità politica garantisce l’apparato coercitivo politico, “monopolizza l’impiego legittimo della forza....trasformandosi gradualmente in una istituzione per la tutela del diritto;” un passaggio decisivo di tutti i gruppi sociali economicamente interessati ad un mercato in espansione entro un moderno Stato, “fonte ultima di ogni legittimità della violenza fisica.”
La definizione che dà Weber alla politica come potenza riguarda un significato più generale e non certamente da riferire ad un potere economico (arricchimento), quest’ultimo è semmai una sua conseguenza. Il potere ha, nell’ordinamento giuridico, una valenza fondativa basata su una ripartizione e/o distribuzione sociale dell’obbedienza (sulle regole e sulle persone,) tenuta insiemeda un collante ideologico “dell’onore sociale” (prestigio), come garanzia della formadell’Ordinamento Sociale. Un tentativo di Weber di allargare i concetti sociologici tanto in voga tra i movimenti operai, introducendo l’elemento della potenza nella politica che fa la differenza, rispetto alle volgarizzazioni sociologiche, in derivazione marxista, che tendevano, ineluttabilmente, ad una generalizzazione delle categorie usate; prevaleva nella pratica politica dei movimenti operai del Primo Novecento (poi allungatasi ineluttabilmente fino ai giorni nostri) un’analisi delle classi sociali, ceti, dei partiti.., in una contrapposizione meramente ideologica, rispetto alla collocazione che le stesse avrebbero potuto occupare se utilizzate in conseguenza di una ricerca scientifica sociale, pensata come oggettiva e dotata di tendenze intrinseche.
La politica intesa come potenza riguarda le “classi”, i “ceti” e i “partiti” che costituiscono la componente fondamentale nella loro espressione di “distribuzione della potenza,” all’interno di una comunità storicamente data. La definizione weberiana del concetto di “classe,” fa riferimento ad una pluralità di uomini che abbiano il “possesso o il non possesso del patrimonio” (monopolio o no, nell’impiego del capitale), ed in grado di costituire nelle “situazioni di classe, le due categorie fondamentali:” la funzione imprenditoriale in partecipazione diretta o indiretta al profitto, e il salariato nella lotta dei prezzi; due situazioni di classe in una unica rappresentazione del loro scontro/incontro, nel mercato, condizione univoca delle classi come riflesso della distribuzione sociale del potere. E su quest’ultimo aspetto Weber focalizza la propria critica sull’infallibilità dell’interesse di classe chiave interpretativa di tutte le ideologie imperanti dei primi del Novecento (marxiste), secondo cui l’individuo (singolo) si può ingannare per quanto riguarda i propri interessi, ma non riguardo la sua classe di appartenenza; come esempio, Weber riporta che “ se le – classi – in sé non sono comunità, tuttavia le situazioni di classe sorgono soltanto sul terreno di una comunità. Soltanto che l’agire di comunità che dà loro vita non è in prevalenza un agire di comunità degli appartenenti alla medesima classe ma è invece un agire tra appartenenti a classi differenti.” Weber si chiede come le antitesi di classe possono essere condizionate dall’andamento dei prezzi sviando talvolta la loro attenzione dai reali artefici dell’aumento dei prezzi: “ l’astio dei lavoratori non colpisce il redditiere o l’azionista o il banchiere – anche se proprio nelle casse di questi affluisce un profitto in parte maggiore e in parte più sprovvisto di lavoro rispetto a quello dell’industriale o del direttore dell’impresa; esso (astio) colpisce quasi esclusivamente questi ultimi, quali avversari diretti nella lotta dei prezzi.”
In antitesi alle classi, categorie meramente economiche, “i ceti sono di regola comunità legate da un comune destino “condizionato da una specifica valutazione sociale, positiva o negativa, dell’onore che è legato a qualche qualità comune di una pluralità di uomini;” e l’onore del ceto non è legato necessariamente alla situazione di classe: possidenti o non possidenti possono appartenere al medesimo ceto. L’onore del ceto si esprimeattraverso una condotta di vita svolta da tutti coloro che vogliono appartenere ad una determinata cerchia. Non si tratta di imitazioni individuali ma di consenso che deve fondarsi su un agire di comunità, sulla base di una vita convenzionale; si pensi alla democrazia in Usa la cui vita politica e sociale si sviluppa su determinate caratteristiche, ad esempio, gli abitanti (possidenti o no) appartenenti ad una stessa strada vengono considerati come appartenenti alla “society” e possono essere frequentati od invitati, in quanto dotati di buone qualità sociali, adatti ad avere buoni impieghi.
La distinzione di ceto, nella sua forma più accentuata, può dare origine alla casta: da un“coesistenza sconnessa” del ceto (possidenti e non possidenti) ad una sovrapposizione verticale del carattere sociale del ceto attraverso la casta, come coesistenza etnicamente separate in forme di comunità politiche (un cambiamento di funzioni realizzate da ceti privilegiati, come è avvenuto nelle associazioni politiche dei guerrieri, dei sacerdoti, delle credenze in un proprio “onore” rispetto ad un proprio Dio degli ebrei, oppure infine, degli artigiani politicamente importanti per la guerra). I ceti sono i portatori specifici di tutte le convenzioni: “ogni stilizzazione della vita in qualsiasi forma si manifesti ha un origine di ceto, o viene comunque mantenuta in vita su base di ceto,” anche se il principio “di ceto” di ogni ordinamento sociale, viene ignorato dal mercato e dai suoi processi oggettivi; questo è il motivo per cui i gruppi privilegiati in base al ceto non accettano il parvenu, ma soltanto i suoi discendenti che sono stati educati nelle convenzioni di ceto del loro strato sociale. Mentre le classi hanno la loro sede nell’ordinamento economico, i ceti nell’ordinamento sociale, cioè nella sfera della distribuzione dell’onore. “Le classi si suddividono secondo la relazione con la produzione e l’acquisto dei beni, ed i ceti invece secondo i principi del loro consumo di beni, sotto forma di specifici modi di condotta di vita.”
I “partiti” appartengono in toto alla sfera della potenza; il loro agire è rivolto alla potenza sociale di qualsiasi contenuto; il fine dei partiti è di rappresentare interessi condizionati da “situazione di classe” o da situazioni di ceto, e di reclutare in modo corrispondente i componenti, anche se rappresentati rispettivamente, solo in parte o niente affatto. Il partito è un organismo in lotta per il potere, ed organizzato, in modo - autoritario, - sulle stesse caratteristiche delle strutture di potere sociale.
L’idea di potenza in Weber cozza inevitabilmente contro l’economicismo imperante fin dai primi del Novecento, dovuto alle grossolane interpretazioni, in derivazione del marxismo e delle teorie neoclassiche secondo cui ogni fatto sociale ha una base economica. Il pensiero critico weberiano concentra la propria critica sull’economico, nel ribadire anzitutto, che non ogni posizione di potenza economica si esprime nella forma di potere; così di converso, non ogni potere si serve di mezzi economici per la propria fondazione e conservazione. E su questi ultimi aspetti si possono cogliere alcune sue estensioni di analisi nella cui messa a fuoco concentrerà l’attenzione sul rapporto tra il “potere e la potenza,” vera e propria architrave dell’altra relazione fondamentale, tra le forme dell’economia ed il potere.
Il potere è solo l’aspetto più generale della potenza, e viene inteso come “possibilità di costringere alla propria volontà l’atteggiamento altrui” e tale costrizione può presentarsi attraverso un ambito concettuale così generale da non poter essere utilizzabile nella pratica. Due tipi di potere possono essere comunque, messi in evidenza: il poterecostituito che “si fonda semplicemente sull’influenza – da far valere in virtù di qualche possesso garantito, o di qualche abilità commerciale- sull’agire formalmente libero dei dominati, guidato soltanto dall’interesse personale; il secondo, si fonda su un semplice dovere di obbedienza che viene preteso prescindendo da ogni motivo o interesse.” I due poteri possono compenetrarsi sino ad un univoco rapporto di dominio; così il rapporto tra banca centrale e banche di credito è imposto sulla base delle condizioni imposte per continuare ad esercitare il credito ed a ottenere i finanziamenti da concedere a loro volta alle imprese: una condizione possibile nell’unico rapporto posta come condizione tra dominante e dominato. Si deve intendere che il dominato è formalmente libero di agire nel proprio interesse razionale, rigidamente condizionato dalle circostanze, così altrettanto libero di suicidarsi. In pratica, il comportamento del dominante può essere imposto al dominato nella “forma gradita,” di un comando implicito; e ciò si può realizzare quando il controllo viene fissato in regolamenti di tipo burocratico, nei confronti dei sottoposti (dominati), in modo da rendere fluido il potere autoritario simile al carattere di una obbedienza; oppure per esempio, l’assunzione sul mercato del lavoro, mediante un contratto che, da un punto di vista formale, è stipulato tra “ eguali, con l’accettazione - libera- delle condizioni proposte la cui disciplina non si distingue più per la sua natura dalla disciplina di un ufficio statale, e neppure da quella di un organo di autorità militare.”
Le forme di potere, nelle loro varietà, quando sono collegate a condotte (comportamenti) di vita, conferiscono attraverso rapporti sociali indifferenziati, una potenza sociale assai estesa, corrispondente ad una disseminazione di interessi, che possono a loro volta organizzarsi socialmente sulla base di una “eterocefalia del comando di potere e dell’apparato coercitivo.” Una diversità di elementi (in)differenziati di comandi di poteri e di coercizioni che formano nel loro complesso una potenza garantita da un’autorità molto più oppressiva, rispetto a quella espressamente regolata su doveri ed obbedienze. E su quest’ultimo aspetto il potere del detentore del comando (dominante) agisce così in profondità nei confronti del dominato ed “influisce effettivamente in modo tale che il loro agire procede, in un grado socialmente rilevante, come se i dominanti avessero per loro stesso volere, assunto il contenuto del comando per massima del loro agire ( obbedienza).”
Ben si comprende a questo proposito il carattere differenziato del potere secondo i suoi fondamenti più generali (giuridici), per l’assunzione che Weber fa anzitutto, del concetto di potere come processo inevitabile, per la sua esecuzione (coercizione), in una concatenazione di fatto del comando, dovuto ad una sua accettazione come norma valida per tutta la comunità politica.
G.D. novembre ‘08