BANCHE E FINANZA (Prima parte)
di Gianni Duchini
Le peculiarità dello sviluppo economico dell’Italia cominciano
a delinearsi con l’unità del paese. In corrispondenza ad
una economia prevalentemente agricola, le banche non riuscivano a finanziare
le imprese, i mezzi di raccolta erano limitati a poche banche presenti
sul territorio.
Tra la fine ‘800 e nei primi anni del ‘900, la caduta del
Credito Mobiliare, a seguito della crisi in edilizia, favorì
l’avvio della Banca Commerciale, con apporto di capitali tedeschi,
con aperture e sviluppi di nuovi rami d’industria, creando le
condizioni di un rapporto proficuo tra banche e maggiori società
industriali. La crisi del ’32 successiva al ’29 dichiarò
insolventi la Banca Commerciale ed il Credito Italiano, come conseguenza
lo Stato con l’Iri divenne gestore della crisi dei rapporti tra
banche ed industrie. Il finanziamento alle imprese venne pilotato da
Beneduce che, attraverso l’Iri, scelse la separazione tra credito
a breve e lungo termine, escludendo le partecipazioni al capitale societario
delle imprese industriali, da parte delle banche. La separazione tra
banca ed industria ha rappresentato un dogma durante tutto il periodo
fascista, derivato dalla necessità di creare una struttura industriale
con un passaggio decisivo dall’egemonia bancaria a quella dei
gruppi industriali. Il potere delle famiglie era prevalente, Volpi,
Cini, Gaggia, Pirelli, Agnelli,.., ed il rischio d’impresa era
rappresentato dal loro risparmio e dalle partecipazioni incrociate;
il piccolo azionista risparmiatore quasi non esisteva.
L’apertura ai finanziamenti di impresa fu risolta da Mattioli
con la specializzazione del credito a lungo termine, con un nuovo Ente
e con una distinzione tra banchieri privati e pubblici. Il nuovo ente
assunse le caratteristiche di Mediobanca, cioè la prima banca
d’affari italiana ed al tempo stesso centro organizzatore e di
coordinamento delle imprese.La sua nascita risale all’aprile del
’46, con due quote di capitale sociale, 35% della Comit e Credit
e 30% del Banco di Roma. La struttura di Mediobanca è una simbiosi
tra banca e impresa, tipica della Banca d’Affari, dove Enrico
Cuccia è stato definito l’uomo più potente dell’economia
italiana, non tanto per la potenza finanziaria: i finanziamenti concessi
da Mediobanca non superavano il 15% del totale dei finanziamenti concessi
dalle banche alle imprese, quanto di essere il suo rappresentante e
demiurgo.
Cuccia faceva parte del gruppo di “antifascisti azionisti”
finanzieri insieme ai Mattioli, Scalfari, Ciampi…,che hanno maggiormente
rappresentato la finanza italiana nell’immediato dopoguerra, ed
oltre. In particolare, Cuccia con Mediobanca cominciò ad acquistare
un certo peso dal ’62 in poi, cioè dal fallimento della
programmazione economica ed industriale italiana, nei primi tentativi
del centro-sinistra, con il famoso piano Vanoni. Nel fallimento politico
che ne seguì, cominciò sempre più a prendere quota
l’immagine di Cuccia, a metà strada tra l’angelo
custode della finanza italiana ed il fantasma che tirava i fili nell’oscurità,
alimentata dall’incontro tra Cuccia ed Andrè Meyer patron
della multinazionale Lazard. Un connubio che nascose la trama invisibile
dell’intreccio finanziario, teso alla lunga erosione della autonomia
industriale italiana che attraversò tutta la sua storia, dal
dopoguerra fino al totale disfacimento economico-sociale e politico
dei giorni nostri.
Dalla storia di Mediobanca esce fuori la filosofia di Cuccia, nel richiamo
al sistema delle grandi imprese ed agli intrecci finanziari perversi
della grande industria assistita. La politica industriale fu perseguita
da Cuccia dagli anni ’60 fino ai ’70, successivamente, affidò
la sua realizzazione, all’imprenditore azionista, cioè
all’azionista di riferimento che non dispone né della maggioranza
del capitale, né del pacchetto di controllo, ma al quale gli
altri azionisti affidano la gestione per le sue peculiari capacità
di rappresentanza e di collegamento finanziario-politico. In tale contesto,
alle banche finanziatrici doveva essere affidata l’importante
funzione di controllo che finiva inevitabilmente con il condizionare
la gestione, l’organizzazione e la strategia dell’impresa.
Cuccia ha perseguito lucidamente il processo di integrazione ed autonomizzazione
della finanza dall’industria, anche con una certa autonomia di
scelte, senza gli evidenti sbracamenti dei giorni nostri. Ma, i fili
sottili e non troppo misteriosi per i pochi addetti ai lavori dei legami
finanziari internazionali di Mediobanca, continuarono ad essere tesi
e l’obiettivo dichiarato della grande industria non fu mai raggiunto.
Mediobanca ha aiutato le poche grandi industrie italiane a uscire dai
momenti di crisi, aggravando però al tempo stesso le loro debolezze
strutturali, fino al loro ridimensionamento o alla loro caduta, si pensi
in particolare alla fine della Montedison.
E qui si dovrebbe arrivare ad una ricerca a tutto campo, rivolta alle
caratteristiche strutturali del sistema finanziario italiano, dei suoi
lati oscuri, dei rapporti misteriosi di Cuccia con la società
multinazionale banca d’affari francese Lazard, e non solo. Potremmo
spingerci oltre, ai rapporti di Mediobanca con le Generali e la misteriosa
società di controllo, la multinazionale “Euralux”.
La “Euralux” fu fondata nel 1972 in Lussemburgo, si disse
ufficialmente per accogliere il 5% di azioni Generali, con Cuccia gestore
e tutore dell’operazione, con la finalità di controllare
le Generali. I soci partecipanti erano oltre Lazard, la Ifi di Agnelli
ed un certo avvocato Joseph Loesch come prestanome con partecipazione
al 40% per il controllo di Euralux, ma per conto di chi non fu mai dato
di sapere.
Euralux ha avuto negli ultimi trent’anni il pacchetto decisivo
di controllo delle Generali; una società di provenienza misteriosa
ha controllato lo scrigno finanziario del capitalismo italiano e parte
di quello renano, con sportelli assicurativi e bancari sparsi in tutto
il mondo. Da aggiungere inoltre che le partecipazioni di Euralux nelle
Generali derivano anche da attività speculative estere di Mediobanca
e di Cuccia; in questo modo si espresse negli anni ottanta, l’allora
ministro democristiano nonché presidente delle Generali, l’onorevole
Merzagora. Un’ultima annotazione a conferma della dipendenza finanziaria
ed economica del capitalismo italiano nei confronti di quello Usa: la
costituzione di Euralux ha radici lontane, almeno nel ’68, nella
società Hartford, compagnia di assicurazioni del gruppo americano
Itt.
“Mani pulite”rappresenta il punto di svolta del capitalismo
italiano e di non ritorno. Cuccia e Mayer ,socio di Lazard banca d’affari
francese, ebbero rapporti di mutua assistenza e sostanziale parità
fino a “Mani pulite”. Bernheim subentrato a Mayer ( anni
Novanta), in quanto rappresentante della Lazard, agì da testa
di ponte nella penetrazione della finanza francese nei confronti di
quella italiana, sullo sfondo di quella americana, divenendo dopo mani
pulite, Presidente delle Generali, nonché vice presidente di
Mediobanca, trasformando quest’ultima, con la morte di Cuccia,
da “salotto buono”[1] in vera e propria banca d’affari.
Il prologo di questo passaggio fu la rivoluzione di mani pulite ed il
Pds artefice principale del nuovo assetto del capitalismo italiano con
i relativi decreti sulle privatizzazioni delle imprese pubbliche.
La svolta importante si ebbe nell’incontro di fine maggio ’97,
tra D’Alema e Draghi Direttore generale del Tesoro, nonché
consulente della Banca d’Affari americana Goldmann Sachs. Oggetto
della conversazione fu il passaggio dal capitalismo familiare, incarnato
da Mediobanca e sopravvissuto grazie alla sua complicità, al
capitalismo manageriale delle “pubblic company”. Per realizzare
questo, D’Alema poneva come obbiettivo primario le privatizzazioni
ed in seconda battuta le cessioni pubbliche o come si diceva “le
ristrutturazioni”, vale a dire come cedere (svendere) il patrimonio
industriale e bancario. Del resto, tale accordo era possibile soltanto
perché nasceva dall’incontro tra D’Alema, in quanto
Presidente della Bicamerale e Draghi direttore generale del Tesoro.
Entrambi nei ruoli istituzionali potevano porre nelle privatizzazioni
estese a tutta l’economia, dal sistema industriale alle banche
ed al mercato, l’obbiettivo del cambiamento finanziario-economico-politico.
Dal 1992 e fino al 1998, le cessioni pubbliche realizzate da Mediobanca
furono il laboratorio finanziario dei futuri assetti capitalistici.
Cuccia acquisì con poco più di 2 mila miliardi di lire
il controllo di Comit e di Credit che rappresentavano a loro volta la
raccolta di oltre 200 mila miliardi di lire, mentre l’asse Fiat-Mediobanca
incorporò Telecom, con la conseguenza di indebolire ulteriormente
il sistema produttivo italiano e diventare terreno di conquista di spagnoli,
inglesi, francesi, tedeschi e soprattutto americani.
Qualche ulteriore annotazione importante da tenere presente prima dell’avvento
dell’euro, per essere maggiormente attenti agli sconvolgimenti
futuri. Con l’accordo D’Alema- Draghi nacque nel 1998 la
Riforma Draghi, creazione cioè in Italia di un modello societario
che si avvicini alle pubblic-company, con azionariato diffuso tale da
configurare una gestione manageriale con potere di comando assoluto.
Già Lanfranco Turci, responsabile economico del Pds, aveva esaltato
in un pubblico convegno economico del 1997 la valorizzazione del mercato
“sociale”, nell’azionariato diffuso delle pubblic-company,
per l’allocazione ideale del risparmio a fini produttivi: prodromi
delle future scalate finanziarie diessine, garantite nel nuovo modello
societario scelto in particolare nel rafforzamento del ruolo decisorio
del management.
Infatti la Riforma Draghi rafforzò nella legislazione societaria
italiana i poteri del “patto di sindacato”, con la conseguenza
che l’esigua minoranza degli azionisti manager ebbero campo aperto
con ampi margini di dominio e di manovra societaria. L’aumento
o la diminuzione del capitale sociale, con la riforma Draghi, fu realizzato
senza denaro con fusioni o acquisizioni attraverso azioni della società
acquirente, diluendo e annacquando il valore delle singole quote degli
azionisti-risparmiatori. Così avvenne nella Telecom: due milioni
di risparmiatori italiani pagarono 26 mila miliardi di lire svalutati
rapidamente dalle acquisizioni di quote partecipate dall’esigua
minoranza, rappresentata dal 10% degli azionisti-manager sulla pelle
del restante 90% di azionisti-risparmiatori; esemplare Colaninno azionista-manager
definito da D’Alema “capitano coraggioso”.
L’idea nata dall’alleanza D’Alema–Draghi era
quella di realizzare in Italia un capitalismo manageriale che si avvicinasse
il più possibile alle pubblic-company anglo americane. Questo
per rompere i vincoli familiari preesistenti e avere via libera a nuovi
rapporti finanziari-politici, a cominciare dal triangolo Mediobanca-Generali-Comit,
il dominus della finanza italiana, l’asse su cui Cuccia ha contato
maggiormente e su cui invece Draghi-D’Alema puntarono per il suo
definitivo scioglimento. Il primo patto da sciogliere era quello interno
a Mediobanca e arrivare per questa via alle Generali, perno del capitalismo
finanziario italiano. Si iniziò con Euralux-Lazard, si proseguì
con l’uscita dal patto sindacale di Credit con Profumo aiutato
da Allianz tedesca e successivamente dalla francese Paribas importante
socio di Comit. Due rappresentanze di poteri finanziari, familiari e
manageriali-politici, iniziarono quel confronto (anni ’90) ancor
oggi presente, con rapporti di forza risultati però a vantaggio
del capitalismo familiare, a seguito di un suo deciso arroccamento nel
difendere ad oltranza le proprie posizioni. Ma quest’ultimo punto
richiederà un ulteriore approfondimento.
[1]Cuccia, tramite la Mediobanca, custodì e
gestì finché visse i pacchetti azionari delle cosiddette
“grandi famiglie”, l’establishment più conservatore
del capitalismo italiano – ancora molto familistico – nel
cui ambito pochissimi furono gli “ammessi” dal 1945 in poi
(ne uscirono più di quanti entrarono). Da questo punto di vista,
non molte cose sono cambiate; e non a caso questo establishment è
fondamentalmente inetto, corrotto e corruttore, una vera piaga (e palla
di piombo al piede) del capitalismo italiano, la causa fondamentale
della cronica e strutturale debolezza di quest’ultimo. In tal
senso si è parlato, tra l’ironico e l’affettuoso,
di “salotto buono”.