C. Bettelheim, Calcolo economico
e forme di proprietà, a cura di G. La Grassa, 2005, pp. 150,
ISBN 8884833876, euro 15. Volume pubblicati nella nuova collana Althusseriana,
MIMESIS Milano
Nel 1965, con Leggere Il Capitale, Althusser e i suoi
allievi iniziarono un duro scontro con un marxismo ridotto a evoluzionismo
economicistico e succube dell’ortodossia sovietica. Charles Bettelheim,
studioso impegnato sul fronte dei problemi dello sviluppo e della pianificazione
(fu consulente nell'Algeria di Ben Bella, nell'India di Nehru e nell’Egitto
di Nasser), si collegò presto alla svolta althusseriana che,
riportando l’attenzione sul concetto di modo di produzione, permetteva
una critica profonda di un “socialismo” di fatto identificato
con la proprietà statale e la pianificazione centralizzata.
Inizia così la lunga riflessione di Bettelheim sulla natura sociale
della società sovietica e del cosiddetto “socialismo reale”
– da lui definito formazione sociale di transizione – che
culminerà nei quattro volumi Le lotte di classe in URSS.
Il presente testo affronta i problemi del calcolo economico delle pianificazioni
socialiste e del cosiddetto “decentramento” nei paesi dell’Est
europeo, mostrando come fosse in atto una “restaurazione dei meccanismi
del mercato” e una riappropriazione di classe delle risorse produttive.
Di fronte a una sinistra che ha semplicemente rimosso la questione del
socialismo reale e del suo fallimento, non sembra inutile riproporre
questo approfondimento critico di altissimo livello, che getta luce
in primo luogo sui meccanismi del capitalismo e della sua riproduzione.
Charles Bettelheim (Parigi - 1913) è uno dei maggiori economisti
marxisti del ‘900. è stato a lungo Direttore dell’Ecole
des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Presidente di diverse
“associazioni d’amicizia”: (Vietnam, Cina, Cuba, ecc.),
è stato cofondatore della Revue internationale e direttore della
rivista "Problèmes de planification", nonché
autore di fondamentali studi economici su Unione Sovietica, Cina, India
ecc.
PREFAZIONE
a Charles Bettelheim, Calcolo economico e forme di proprietà
di Gianfranco La Grassa
1. Charles Bettelheim (1913) è uno dei più
importanti studiosi marxisti, senza specificazioni temporali. Secondo
la divisione accademica degli specialismi scientifici è da considerarsi
un economista come, tanto per fare alcuni nomi di " marxisti",
Grossman, Rubin, Dobb, Sweezy, Mattick e altri. In realtà, sarebbe
più corretto parlare di marxisti tout court. Non esiste, a nostro
avviso, una economia marxista e Marx non è, come molti pensano,
un continuatore, pur critico, dell'economia politica classica. E' vero
che Marx ha usato spesso l'espressione "critica dell'economia politica",
e tale è anche il titolo di una sua importante opera del 1859
nonché il sottotitolo de Il Capitale; e per economia politica
egli intendeva soprattutto quella di Adam Smith, David Ricardo, ecc.
Tuttavia, tutta la sua opera è stata un'analisi delle strutture
sociali con specialissimo riguardo, certamente, a quelle della produzione.
L'attenzione prestata a quest'ultima non lo qualifica però come
economista, poiché il problema centrale è rappresentato
appunto dalle forme dei rapporti sociali che sottendono ogni produzione
"storicamente determinata".
Molti studiosi avvicinatisi al marxismo hanno dimenticato questo fatto
decisivo e hanno spesso trasformato la marxiana critica dell'economia
politica in una teoria economica critica, in una sorta di ricardismo
pur profondamente riveduto e corretto, con l'individuazione della differenza
tra lavoro (fonte del valore dei prodotti-merce) e forza o capacità
lavorativa insita nella corporeità umana, venduta essa stessa
come merce da chi è sprovvisto di ogni altra proprietà,
in particolare di quella dei mezzi produttivi. Tramite il chiarimento
della confusione fatta da Ricardo tra lavoro e forza lavoro (egli parlava
di lavoro in entrambi i casi), Marx avrebbe "scoperto" l'origine
del profitto capitalistico nel plusvalore, ottenuto "sfruttando"
i lavoratori salariati pur nel rispetto dello scambio di equivalenti:
salario in quanto corrispondente al valore (lavoro) della forza lavoro.
Non è affatto questa l'importanza di Marx nella storia del pensiero,
duplicata, non a caso, dall'enorme influenza esercitata per oltre un
secolo dalla sua teoria su un processo di rivolgimento sociale e politico.
Il fulcro di questa teoria non è l'aver posto nel lavoro la fonte
e la misura del valore dei prodotti, bensì il concetto di modo
di produzione, in quanto appunto struttura dei rapporti che innerva
la produzione sociale, struttura che ha conosciuto diverse forme storiche.
La differenza tra lavoro e forza lavoro non poteva essere pienamente
colta che da un pensatore vivente all'interno della forma storica denominata
capitalistica; e non sarebbe mai stata "scoperta" senza l'indagine
relativa alla formazione del modo di produzione capitalistico attraverso
il periodo dell'accumulazione originaria del capitale.
Charles Bettelheim è uno studioso marxista che mai ha trattato
Marx come l'ultimo dei classici; egli ha sempre avuto una sensibilità
particolare per il problema delle strutture sociali della produzione,
cioè dei modi di produzione in quanto campi di specifiche articolazioni
tra rapporti di produzione e forze produttive. Tuttavia, in una prima
fase della sua opera teorica, egli accettò la più tradizionale
impostazione marxista, che vedremo subito appresso. Egli, comunque,
non fu solo un teorico, ma mise i suoi saperi a disposizione delle pratiche
di quelle forze che comunque tentarono di superare le modalità
capitalistiche della produzione, soprattutto attraverso lo strumento
principe del piano. Dopo la vittoria del FLN in Algeria, fu consulente
del primo Presidente di quel paese, Ben Bella, cui fu sempre legato
da amicizia e reciproca grande stima. Fu consulente del piano nell'India
di Nehru e nell'Egitto di Nasser. Particolare importanza rivestì
questa sua attività pratica a Cuba, dove polemizzò con
Guevara (quando questi era Ministro dell'economia) per aver combattuto
i gravi limiti insiti nell'esasperato soggettivismo rivoluzionario di
chi affermava che lo sviluppo di un paese, pensato come socialista,
era soprattutto legato al fattore uomo, dimenticando le costrizioni
oggettive che cominciarono ben presto a strangolare l'economia cubana.
2. Sia pure brevemente, deve essere considerato lo "stato dell'arte"
(marxista) nei primi decenni del secondo dopoguerra, quando andò
formandosi il "campo socialista" e il movimento comunista
(erede della III Internazionale), orientato dal marxismo, sembrava in
inarrestabile ascesa. Dovremo essere, per forza di cose, assai sintetici,
indicando alcuni punti salienti di quel marxismo. E' comunque bene ricordare
che esistevano correnti "eretiche", dubbi vari di ogni sorta,
ma nell'insieme il marxismo appariva una teoria sufficientemente compatta,
all'interno della quale si svolgevano certo dibattiti anche aspri, ma
sempre entro un alveo in fondo ben delineato.
Piuttosto, va rilevato che il marxismo si divideva in due grandi filoni:
quello influenzato da un prevalente economicismo, una teoria che pensava
l'intera storia della società in quanto mossa dai processi insiti
nelle strutture produttive; e quello che fissava la sua attenzione sulle
cosiddette sovrastrutture di tipo politico e ideologico-culturale. In
entrambi i casi, la corrente decisiva era di tipo storicistico, legata
ad un gradualismo evoluzionistico, che considerava ineluttabile la vittoria
della classe operaia (e/o delle "forze popolari") con irreversibile
trasformazione della società capitalistica in socialismo e poi
comunismo. Alcuni insistevano nel considerare la rivoluzione come l'atto
decisivo per innescare tale trasformazione, altri - che diventarono
ben presto la maggioranza nel movimento comunista internazionale - pensavano
ad una transizione ormai possibile per via pacifica (e magari parlamentare);
ma comunque, in ogni caso, la Storia procedeva inesorabilmente verso
la fine del sistema capitalistico, ormai putrescente e in inviluppo,
un sistema di rapporti che aveva attinto il limite dello sviluppo delle
forze produttive possibile al suo interno.
In effetti, che si trattasse di economicisti o di "sovrastrutturalisti",
tutti interpretavano il processo storico sulla base delle sintetiche
formulazioni marxiane contenute nella Prefazione del 1859 a Per la critica
dell'economia politica. Nel manuale di Economia politica di Oskar Lange
- un economista (ed econometrico) sostanzialmente neoclassico considerato
marxista perché membro del POUP e ministro economico nel Governo
della Polonia "socialista" - venivano evidenziate le coordinate
generali di tali formulazioni addirittura denominate I e II legge del
Materialismo storico. La prima riguardava l'adeguamento, mediante salti
trasformativi, dei rapporti di produzione allo sviluppo delle forze
produttive; la seconda affermava l'adeguamento delle sovrastrutture
politico-culturali, tramite rivoluzionamenti periodici, alla trasformazione
della base economica (rapporti di produzione).
L'elemento decisivo che muove la Storia sarebbe lo sviluppo delle forze
produttive, in particolare quelle materiali: i mezzi di produzione,
i progressi tecnologici, ecc. Ad un certo punto, tale sviluppo sarebbe
entrato in contrasto con i vecchi rapporti di produzione che avrebbero
rappresentato un ostacolo allo stesso; si sarebbero formati allora nuovi
rapporti di produzione più consoni ad un nuovo periodo di sviluppo
produttivo, ma questi nuovi rapporti (implicanti nuove classi sociali)
si sarebbero scontrati con il potere politico e culturale delle vecchie
classi, e allora sarebbe "subentrata un'epoca di rivoluzione sociale"
(Prefazione del '59). Del resto, non è che i "sovrastrutturalisti"
contrastassero adeguatamente simili tesi; è ben nota l'affermazione
gramsciana secondo la quale una formazione sociale non perisce fino
a quando non ha sviluppato al suo interno tutte le forze produttive
di cui è capace. L'unica ammissione era la possibilità,
sostenuta anche da Engels, che si verifichi un'azione di ritorno delle
sovrastrutture sulla base e dei rapporti sulle forze produttive; ma,
"in ultima analisi" (o ultima istanza), è più
forte la corrente causale forze-rapporti e base-sovrastruttura.
Questo determinismo, a senso unico o incrociato, è sempre servito
ai comunisti di tutte le varie correnti. Ha fornito argomentazioni a
chi sosteneva la necessità della rivoluzione violenta e a chi
invece affermava la possibilità di un gradualismo riformistico;
a chi, dopo la "presa del potere" avvenuta sempre in paesi
capitalisticamente arretrati, poneva in atto processi di industrializzazione
forzata per adeguare lo sviluppo delle forze produttive a rapporti perfino"troppo
avanzati", e a chi invece preferiva allentare la presa di una forte
"dittatura proletaria", consentendo la formazione di larvati
rapporti capitalistici in settori considerati non strategici e di piccolo-media
imprenditoria, onde avviare un graduale sviluppo delle forze produttive
che alla fine avrebbe imposto, oggettivamente, un nuovo rafforzamento
del potere di una classe operaia in fase di espansione. Nell'occidente
capitalistico avanzato, tali tesi fornivano ai vari partiti comunisti,
quello italiano in testa, l'alibi per l'opportunistica attesa di una
crescita che, con il completo rispetto delle regole del gioco "democratiche"
(cioè parlamentari), avrebbe fatto maturare la pacifica presa
del potere da parte di non meglio precisate "masse popolari",
che il PCI identificò con l'alleanza tra operai e ceti medi produttivi
(grosso modo quelli che oggi chiamiamo lavoratori autonomi o magari
anche "popolo delle partite IVA").
Il fulcro (teorico) di tutta la questione era rappresentato dalla semplicistica
rappresentazione del capitalismo come sistema della proprietà
privata dei mezzi di produzione e centralità del "libero"
mercato, con produzione dei beni completamente anarchica e disarmonica
comportante gravi crisi, ecc.; dal che, con argomentazione a contrario,
si deduceva che il socialismo nient'altro era che proprietà "pubblica"
(in definitiva statale) di tali mezzi produttivi accompagnata da una
pianificazione centralizzata della produzione. I rapporti di produzione
erano ridotti a rapporti di mera proprietà, considerata oltretutto
secondo una visuale soltanto giuridica: o privata o pubblica. Chi avesse
realmente il potere di disporre dei mezzi di produzione diventava problema
del tutto inessenziale; la forma era tutto, la sostanza nulla. In fondo,
una riedizione, pur modificata, del vecchio motto del revisionista Bernstein:
"Il fine è nulla, i mezzi sono tutto".
I rapporti della proprietà privata sarebbero stati inadeguati
all'ulteriore sviluppo delle forze produttive, che quindi sarebbero
entrate in un periodo di stagnazione e putrescenza crescenti. I nuovi
rapporti erano, secondo questa visione teorica che si pretendeva marxista,
quelli della proprietà statale (con rivincita del socialista
di Stato Lassalle su Marx, che lo aveva ampiamente sbeffeggiato nella
Critica al programma di Gotha). Il lancio del primo Sputnik nell'ottobre
del 1957 sembrò inverare questa aberrante interpretazione del
pensiero marxiano. Gli anni successivi, fino alla metà del decennio
'60, videro fiorire le più cervellotiche statistiche circa l'impetuoso
sviluppo del campo "socialista" che, in un lasso di tempo
relativamente breve in termini storici, avrebbe prodotto il 50% più
uno della produzione mondiale; e da quel momento, la gara tra i due
campi si sarebbe potuta ritenere vinta dal "socialismo in ascesa".
In meno di vent'anni l'URSS avrebbe superato gli USA, e la Cina l'Inghilterra,
per quanto concerne la produzione di acciaio, burro e carne. E anche
questo sarebbe stato la dimostrazione della superiorità dello
sviluppo delle forze produttive consentito dai nuovi rapporti di produzione
socialisti. E così via.
Su come è andata poi a finire, è inutile spendere parole.
Chi non ha vissuto quegli anni, che sembrano lontani qualche secolo,
non può nemmeno riuscire a intuire le enormità affermate
da comunisti che si credevano in possesso di una scienza sociale esatta
quasi quanto la matematica. Nel 1965 uscì Leggere il Capitale
di Althusser e i suoi allievi, che portò un duro attacco, decisamente
rinnovatore, certo ad un livello di teoria molto elevato, contro un
marxismo ridotto a evoluzionismo economicistico e a semplici ricette
pratico-politiche del tutto fallimentari oltre che falsificatrici della
realtà di un "socialismo" in decadenza, che andò
poi accelerandosi fino al crollo del 1989-91.
3. Charles Bettelheim si collegò quasi subito alla svolta althusseriana,
che evidentemente corrispondeva alle sue stesse esigenze teoriche; dopo
un primo libro di avvicinamento ancora parziale alla nuova impostazione,
La transition vers l'économie socialiste, esce nel 1970 il testo
qui presentato che è il risultato teoricamente più compiuto
dell'adesione dell'autore alla svolta in questione, con una caratterizzazione
più accentuata in senso economico-sociale, laddove gli scritti
della scuola althusseriana del 1965 erano, se così si può
dire, più filosofico-sociali. Calcolo economico e forme di proprietà,
inoltre, ha come oggetto specifico la critica delle modalità
della sedicente "costruzione del socialismo", mentre Leggere
il Capitale ha come obiettivo più diretto la ricostruzione del
concetto marxiano di modo di produzione (in particolare quello capitalistico).
Tuttavia, il lettore si accorgerà che Bettelheim, criticando
il socialismo - o, per essere più precisi, la formazione sociale
di transizione (al socialismo) - rinnova anch'esso, e profondamente,
l'interpretazione della teoria marxiana del capitalismo.
Il punto focale di un vero cambiamento di paradigma, compiuto sia dagli
althusseriani che da Bettelheim, è una sorta di rovesciamento
della posizione occupata da forze produttive e rapporti di produzione
nel campo costituito dal loro intreccio: il modo di produzione. L'elemento
centrale del campo in questione è rappresentato dai rapporti
di produzione. Questi non si trasformano dopo che lo sviluppo delle
forze produttive da essi consentito ha superato una certa soglia. I
rapporti di produzione innervano le forze produttive, lo sviluppo di
queste ultime non è meramente quantitativo bensì caratterizzato
da una determinata loro strutturazione, che è quella impressa
dalla particolare forma storica assunta dai rapporti di produzione.
Non esiste un limite quantitativo più o meno ben definito allo
sviluppo delle forze produttive, poiché esso sempre riproduce
la forma storica dei
rapporti che struttura queste ultime e determina direzioni e qualità
dello sviluppo in questione.
I rapporti di produzione, in se stessi considerati, assegnano i posti
agli agenti della produzione sia nei veri e propri processi produttivi
(di lavoro) sia in quelli di distribuzione e scambio dei prodotti. L'insieme
di questi processi costituisce il processo di riproduzione di quella
storicamente determinata forma dei rapporti di produzione che implica
appunto, nel contempo, la riproduzione dei posti assegnati agli agenti
della (e nella) produzione. I rapporti di produzione, in quanto fissano
le posizioni degli agenti produttivi, rappresentano la struttura fondamentale
di un modo di produzione. Vanno però presi in considerazione
anche i rapporti sociali di produzione che sono gli effetti di tale
struttura fondamentale relativamente ad una particolare forma storica
di società; effetti del tipo della divisione in classi, della
divisione sociale e tecnica del lavoro, ecc. Questi effetti implicano
il modo in cui gli agenti vedono e si rappresentano la loro collocazione
nella società, e si battono per essa; nei rapporti sociali di
produzione, quindi, entrano in gioco i rapporti ideologici e quelli
politici.
Simili considerazioni, pur esposte in estrema sintesi (l'analisi di
Bettelheim è ben altrimenti articolata), fa comprendere che,
in questo concetto di modo di produzione, non sussiste solo l'aspetto
economico (o addirittura tecnico-lavorativo) dei rapporti di produzione,
bensì anche quello politico-ideologico. Di conseguenza, quando
si dice che l'elemento centrale del modo di produzione è costituito
dai rapporti di produzione, che sono questi ultimi ad innervare lo sviluppo
delle forze produttive in un processo che è, insieme, produttivo
e riproduttivo (di beni come di rapporti sociali), si deve ben comprendere
che detto elemento centrale non afferisce soltanto alla sfera dell'economia
bensì anche a quelle della politica e dell'ideologia. Da qui,
la decisività della lotta politica e ideologica (la lotta tra
classi) nel processo di produzione e riproduzione della struttura dei
rapporti sociali, processo che caratterizza qualitativamente lo stesso
sviluppo delle forze produttive.
Quanto appena detto implica pure un profondo mutamento del concetto
di proprietà (dei mezzi di produzione). Il marxismo tradizionale
ha sempre inteso, di fatto, la proprietà in senso meramente giuridico,
ponendo una frattura e una alternativa netta tra proprietà privata
e pubblica (in definitiva, statale). Il capitalismo sarebbe solo proprietà
privata, mentre il socialismo rinvierebbe, come già fatto notare
più sopra, a quella statale. Tale distinzione è puramente
formale oltre che ideologica. La proprietà in senso sostanziale
comporta il possesso dei mezzi di produzione; ma possesso in quanto
capacità degli agenti della produzione di metterli in funzione
per i propri fini specifici. Tale possesso, dunque, non rinvia alla
semplice forma giuridica, bensì a due elementi cruciali: a) l'acquisizione
dei saperi produttivi necessari a far funzionare i mezzi di produzione
(nucleo centrale delle forze produttive); b) il potere effettivo di
disporre di tali mezzi, potere caratterizzato in termini politici e
ideologici - e quindi obiettivo della lotta tra classi e frazioni di
classi - pur se poi trova generalmente la sanzione giuridica, in cui
precipita un certo risultato di tale lotta.
Questa sanzione giuridica può in date fasi storiche - nelle formazioni
sociali di transizione - avere un carattere formalmente pubblico, ma
ciò non significa l'avvio di una irreversibile trasformazione
rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico. La presa del potere
statale da parte del proletariato, o meglio della sua avanguardia, non
è in grado di cambiare immediatamente le condizioni decisive
del possesso dei mezzi di produzione in direzione di un loro uso atto
a soddisfare i bisogni delle più larghe masse popolari, che ufficialmente
- in realtà tramite il partito che vuole rappresentarle - sono
appunto le detentrici del potere statale (politico). Malgrado la messa
in funzione di un piano centralizzato, permangono nella formazione di
transizione certe caratteristiche della produzione capitalistica, in
particolare la cosiddetta duplice separazione: a) dei lavoratori rispetto
ai mezzi di produzione; b) delle unità produttive, meglio ancora
delle imprese, tra di loro.
La prima separazione è il risultato del processo storico denominato
da Marx sussunzione reale del lavoro nel capitale. Si tratta in definitiva
della perdita dei saperi produttivi da parte della gran parte dei lavoratori
salariati, che non sono quindi più in grado, realmente, di mettere
in funzione i mezzi produttivi per i loro propri fini. Tali saperi sono
appannaggio di frazioni manageriali, che si situano in posizione socialmente
sovraordinata e dei loro saperi fanno uso per i propri specifici fini,
distinti e spesso contrapposti a quelli della gran massa dei lavoratori.
E tale frattura tra dirigenti e lavoratori non è sanata dalla
semplice presa del potere da parte di "avanguardie" del proletariato
che dichiarano formalmente la dittatura di quest'ultimo. La seconda
separazione sembra superata con la pianificazione generale e centralizzata;
così non è, si tratta anche in tal caso di un superamento
di pura forma, poiché i gruppi dirigenti delle grandi imprese
statali, in unione a gruppi diversi di dirigenti di partito, costituiscono
delle vere lobbies che disputano tra loro intorno ai fini della produzione
pianificata - e ogni differente finalità favorisce lo sviluppo
preferenziale di questo o quel settore produttivo e perciò di
questa o quella impresa o unione di imprese - e di conseguenza intorno
alla assegnazione delle risorse, sia in termini reali che per quanto
concerne i budget finanziari, ecc., alle varie imprese e raggruppamenti
delle stesse.
In simili condizioni, il calcolo economico, che deve comunque essere
fatto per non lasciare spazio soltanto al più esasperato soggettivismo
rivoluzionario (si ricordi la già ricordata polemica tra Bettelheim
e Guevara), non riesce a diventare un vero calcolo economico-sociale,
effettuato in termini di lavoro socialmente necessario alla produzione
dei vari beni, la cui composizione venga fissata non semplicemente dall'alto
ma con una autentica scelta democratica dopo discussioni e valutazioni
da parte dei lavoratori (produttori) tutti. In realtà, il calcolo
è ancora un calcolo monetario; e la moneta è solo fittiziamente
una semplice unità di conto, poiché essa esprime invece
la presenza effettiva, pur mascherata dalla forma della pianificazione,
della forma valore (forma capitalistica) che è legata appunto
alla separazione reale delle unità produttive fra loro.
Se ricordiamo la differenza tra rapporti di produzione in quanto innervanti
le forze produttive in sviluppo - rapporti che costituiscono la struttura
fondamentale della società, cioè la posizione assegnata
oggettivamente agli agenti della, e nella, produzione - e rapporti sociali
di produzione che definiscono gli effetti di tale struttura fondamentale
sulla divisione in classi degli agenti, sulla divisione sociale e tecnica
del lavoro, ecc. - effetti che implicano l'aspetto politico e ideologico
del modo di produzione - si sostiene che elemento centrale, nella transizione,
è il conflitto che si sviluppa intorno agli effetti in questione.
Di conseguenza, affinché la transizione continui e non si verifichi
invece una regressione che consenta il ritorno al potere dei vecchi
dominanti, è decisiva la lotta di classe avente come immediata
posta in gioco il potere politico e ideologico; conquistata questa posta
- ma non si tratta mai, per un lungo periodo storico, di una conquista
definitiva e irreversibile - è possibile mettere mano drasticamente
alla trasformazione della suddetta struttura fondamentale, mutando profondamente
la posizione che gli agenti della produzione occupavano nel modo di
produzione capitalistico.
4. Naturalmente, abbiamo sintetizzato al massimo l'elaborato, e raffinato,
apparato teorico che regge l'opera bettelheimiana qui presentata. Le
conclusioni decisive di quest'opera, in linea comunque con quelle della
scuola althusseriana (e non solo), sono che il socialismo non è
più, come in Marx e nel marxismo, una tappa o gradino (inferiore)
del comunismo, bensì una lunga fase di transizione tra capitalismo
e comunismo. Inoltre, in questa fase, è fondamentale e decisiva,
per le sorti della trasformazione sociale in direzione del comunismo,
la lotta di classe, una lotta che si combatte, nel suo aspetto più
immediato e rilevante, sul fronte politico e ideologico; pur se alla
fine il risultato di questa lotta, se vuol essere il definitivo successo
della trasformazione in oggetto, deve essere l'esaurimento della duplice
separazione già considerata. Quella tra lavoratori e mezzi di
produzione finirà quando i primi, in quanto insieme collettivo
addetto ad un determinato processo di lavoro, avranno il controllo dei
saperi necessari all'utilizzazione dei mezzi produttivi in oggetto per
conseguire i propri fini. Quella tra le varie unità produttive
verrà meno, quando i loro collettivi di lavoro saranno in grado
di coordinare l'attività delle stesse indirizzandola al soddisfacimento
dei bisogni comuni, e comunemente predeterminati dai lavoratori-produttori
nel loro insieme.
E' ovvio che tali conclusioni relative alla formazione sociale di transizione
al socialismo sono oggi nettamente superate, per il crollo totale della
prospettiva di trasformazione (rivoluzionaria) del capitalismo in comunismo.
Se il libro di Bettelheim fosse stato semplicemente un momento, pur
alto, del dibattito sulla transizione, sarebbe stato effettivamente
inutile riproporlo al (piccolo) pubblico ancora interessato ad una critica
anticapitalistica. In realtà, come già rilevato, la decisione
di porre il dibattito in questione su binari di approfondimento critico
del fallimento del "socialismo reale", ormai evidente quando
il libro uscì, non avrebbe portato a nessun risultato senza una
attenta considerazione delle caratteristiche della forma di società
da cui si pretendeva di "transitare" ad altra forma di tipo
comunistico; senza cioè un netto avanzamento teorico mediante
perfezionamento dell'apparato critico del marxismo (di Marx in particolare)
relativamente al decisivo concetto di modo di produzione capitalistico.
Ed è su questo punto che il testo di Bettelheim si presenta come
un tentativo di notevole portata per rompere con la "morta"
tradizione, senza però buttare a mare una teoria che resta ancor
oggi l'unica in grado di demistificare la coltre ideologica sempre più
spessa con cui viene difesa da intellettuali asserviti una società
in rapido degrado. Il lettore che saprà collocare questo libro
non soltanto, e non tanto, nel novero delle critiche ad un "socialismo
reale" ormai morto e sepolto, bensì nel solco di un deciso
rinnovamento della teoria critica del capitalismo, troverà -
se non è ormai passato con i più tra gli apologeti dell'attuale
società - un gran numero di spunti, una serie di sollecitazioni
del più alto interesse. Con questo spirito il testo qui presentato
è stato nuovamente tradotto in italiano (la prima traduzione,
negli anni '70 del novecento, fu della Jaca Book); e viene così
riproposto a tutti coloro, per quanto attualmente non certo numerosi,
che hanno ancora la volontà di opporsi ad un capitalismo materialmente
opulento, ma idealmente povero, anzi miserabile, come non mai prima
d'ora.