DALL’EPIDERMIDE ALLA STRUTTURA OSSEA (di Gianfranco
La Grassa)
1. Poche parole sulla americanizzazione della nostra politica (che
ovviamente non ha nulla a che vedere con la vera politica). Non so fino
a che punto tale veleno è penetrato nel cervello delle persone.
Affidare le sorti della gestione di una società ad alto sviluppo
in base al confronto (all’americana) tra “facce di tolla”
non appare comportamento sensato. So che il degrado culturale e intellettivo
è notevole – a “sinistra” tanto quanto a “destra”
(del resto anch’io sono sufficientemente sciocco da usare ancora
questa distinzione di un’epoca ormai tramontata da decenni) –
e tuttavia confido nel fatto che resista una consistente quota di persone
di media intelligenza.
Il faccia a faccia può al massimo indicare il carattere delle
persone, che però sono ormai ampiamente conosciute da un pezzo
per le loro comparsate televisive. Per quanto riguarda i due fasulli
leader visti recentemente, da una parte ho rilevato la solita incontinenza,
logorrea, incapacità di concisione e di sintesi, le manie dei
“comunisti in agguato”; in complesso una certa “leggerezza
dell’essere”, un cervello non proprio d’Aquila. Dall’altra
parte, una untuosità e fumosità da democristiano; non
quelle dei Moro o Andreotti (cioè almeno “vescovi”
o perfino “cardinali”), ma quelle di uno scipito e ottuso
parroco di campagna. Quando si nota l’entusiasmo dei diessini
(ma anche di pidicini e rifondaroli) per questo loro “leader”,
non si può non prendere atto di una decisiva mutazione (degenerazione)
genetica di quelli che da tempo immemorabile non sono più comunisti,
questo è vero, ma comunque da lì derivano e dovrebbero
ricordare qualcosa della concretezza, ruvidezza ed essenzialità
di toni e di modi del vecchio PCI. Invece no, quando ci si vende, lo
si fa fino in fondo e si accetta di essere rappresentati da esseri striscianti
e ambigui. Non parliamo delle menzogne spudorate da entrambe le parti;
comunque, confesso che a me sono parse particolarmente fastidiose quelle
“sinistre” sull’euro (in tutti i paesi europei c’è
stato un balzo netto e improvviso del costo della vita, in specie in
Francia, Olanda e Grecia; ma anche Spagna ecc.) e sugli immigrati (quando
mai la “sinistra” si è posto il problema di controllare
il loro arrivo? Possibile che la memoria sia così corta?).
Comunque terminiamo qui, accennando però ad altre questioni “epidermiche”
che, come tutti gli sfoghi sulla pelle, sono indicative di disturbi
degli apparati interni. Dopo la festa data dai DS il 16 novembre 2005
per presentare, in anteprima, il programma dell’Ulivo (quello
di 281 pagine uscito appena un po’ più tardi), festa titolata
sul Corriere “quattrocento facce che contano” poiché
vi era gran parte dell’establishment economico-finanziario-giornalistico-politico,
più o meno nella prima settimana di marzo ambienti politici diessini
ne hanno organizzato un’altra, sempre a Roma, per Bettini (ex
segretario della Federazione di Roma del PCI, da anni uomo di punta
del gruppo veltroniano e responsabile culturale per l’Auditorium
romano, oggi candidato alla Camera dei Deputati per i DS); festa in
cui si “contavano” 360 tavoli con 10 coperti l’uno
(altro che le 400 facce che contano di qualche mese fa). Una delle foto
simbolo della kermesse inquadrava ad un tavolo Romiti, Veltroni, Miriam
Mafai e Giorgio Napolitano. Vi era poi il costruttore (distruttore)
romano Caltagirone, ben noto e che, essendo quello che è (mi
autocensuro sui termini da usare), veniva sempre indicato come un “berlusconiano”
(ma sapevo da tempo che era dall’altra parte; solo che i miei
“compagnucci” un po’ sciocchi non mi credono mai).
Caltagirone, inoltre, era con Ricucci e gli altri “furbetti”
nel recente cosiddetto risiko bancario.
Alla festa era poi presente anche un altro immobiliarista, il proprietario
del Tempo, giornale che più a destra e “nostalgico”
non si può; anche lui è sempre stato per definizione attribuito
ai “berluscones”, mentre anche lui sta dall’altra
parte. Infine c’erano tutti i banchieri principali, quelli dei
bond argentini, dei crac Cirio e Parmalat. C’erano poi i “nani
e ballerine”: gli attori (attrici), i registi, i “grandi
romanzieri”, tutto il Gotha del giornalismo, le contesse (prostitute
d’alto bordo) che un tempo alimentavano i salotti “neri”
della Capitale. La vera carenza d’Italia – e di questi tempi
grigi – è di non avere qualcuno con la penna di un Balzac
(Illusioni perdute) o di un Maupassant (Bel Ami) per descrivere la corruzione
e il degrado culturale di questo ambiente affaristico-politico-giornalistico.
Peccato; ne uscirebbe qualche capolavoro.
Scalfendo un poco l’epidermide, possiamo citare lo scoop fatto
il 15 marzo da .com (puntocom) e che nessuno si è sognato di
smentire. Questo giornale ha appurato che Mieli, prima di scrivere il
suo “editto” in favore del centro-sinistra, ha convocato
e sentito tutti i reali proprietari del Corriere, quelli del “patto
di sindacato” del RCS: Fiat, Pirelli (cioè Tronchetti che
controlla pure Telecom), Ligresti (anch’egli pervicacemente attribuito
a Berlusconi), Pesenti, Della Valle (Tod’s), Lucchini, Merloni,
Bertazzoni, Edison, Mediobanca, Intesa (Bazoli), Generali, Capitalia,
Gemina (Romiti). Quel patto di sindacato, detto per inciso (un inciso
rilevante), che doveva essere disdettato entro il 30 giugno di quest’anno
in vista della scadenza fissata alla stessa data del prossimo anno,
e che è stato frettolosamente rinnovato in questi giorni fino
al 2009 (in tale patto dovrebbe entrare anche Benetton, cui viene offerto
un 5% della quota ancora in mano a Ricucci; il problema è stato
al momento rinviato a dopo le elezioni). Tornando all’editto di
Mieli, non c’è stata semplice maggioranza, ma unanimità
della proprietà sopra indicata nel placet ad esso. Per cui è
pura divisione delle parti quella che si è vista all’assemblea
degli industriali a Vicenza, dove Montezemolo ha dichiarato di “non
tirarlo per la giacchetta” onde farlo schierare politicamente,
mentre Della Valle assumeva il ruolo dell’attacco frontale a Berlusconi.
Ed è uno spettacolo indicativo e veramente “edificante”
vedere il vertice confindustriale (con tutti i proprietari della RCS
sopra indicati) attaccato – per un giorno – da Berlusconi
e tutto il centrosinistra difenderlo a spada tratta ed essere addirittura
indignato per tali “proditorî” attacchi.
Nel Corriere, è stata sollevata qualche perplessità sull’editto
di Mieli solo da parte di tre editorialisti: Romano, Ostellino, Panebianco.
Chiuso con lo scoop, mi piace ricordare – perché è
ufficiale, ma la “ggente” sembra non sappia leggere –
che, avendo Mieli ammesso che qualche editorialista non perfettamente
allineato poteva continuare a scrivere i suoi articoli (tanto si può
contare sull’autocensura che si impone chi prende qualche migliaio
di euro per ogni editoriale e non vuol rischiare di perdere una simile
manna), il consiglio sindacale del giornale, facente parte della maggioranza
della FNS (federazione nazionale della stampa) diretta da Serventi Longhi,
ha criticato Mieli asserendo che in nessun caso era ammissibile che
si potesse scrivere anche un solo articolo fuori della linea stabilita
dal Direttore. Che spirito aperto e che sensibilità democratica!
2. E adesso scendiamo al di sotto dell’epidermide, dove la luce
non penetra e dove l’intrico di fasci muscolari e nervosi, di
vasi sanguigni ecc. è assai meno bello a vedersi che non il corpo
umano “dall’esterno” (di per suo ormai già
ampiamente rugoso e cascante, quasi in decomposizione). Innanzitutto,
gli schieramenti politici. Andando diretti al cuore del problema, vediamo
quale sarebbe il programma massimo di coloro – le oligarchie finanziario-industriali
parassitarie apparentemente vincitrici nel recente scontro sulle banche,
ma ormai sull’orlo di un netto e decisivo declino che purtroppo
potrebbe causarci gravi danni entro i prossimi tre-cinque anni –
che senza dubbio sembrano avere al momento il maggior numero di carte
in mano. Schematizzando, si desidera il successo del centrosinistra
per motivi che vedremo in seguito. Un successo non del tutto schiacciante,
ma che nel contempo deve essere accompagnato dal più forte ridimensionamento
possibile di Forza Italia (e anche Lega) con crescita di AN e UDC nell’ambito
del centrodestra sconfitto.
Un successo troppo schiacciante – che tuttavia si può ottenere
in numero di seggi anche se non in numero di voti grazie al forte premio
di maggioranza – farebbe crescere comunque, con il proporzionale,
la forza dell’ala “estrema” (detto per accettazione
degli stereotipi correnti) della sinistra: Rifondazione, PdcI, verdi.
Un simile risultato renderebbe più difficile l’obiettivo
– che è nelle intenzioni delle oligarchie; non certo subito
ma entro un congruo periodo di tempo – di tagliare queste estreme
con il “salto della quaglia” di UDC e (almeno parte) di
AN. Tuttavia, fin da subito, cioè ancor prima di detto salto,
il Governo dovrebbe garantirsi la possibilità di una politica
a “geometria variabile” dove su certe misure – ad
es. sul mercato del lavoro o per certe limature al sistema pensionistico
– si accetterebbero i voti dei suddetti settori della destra senza
liquidare, anzi chiedendo la sua fedeltà di fondo malgrado un
voto contrario (per “salvare l’anima”), l’ala
“estrema” sopra segnalata. Con una vittoria troppo schiacciante,
però, quest’ala sarebbe in difficoltà a giustificare
una eccessiva arrendevolezza di fronte alla sua “quota di mercato”
elettorale; e potrebbe perciò essere obbligata a creare qualche
ostacolo all’attuazione delle misure “liberali” che
le oligarchie comunque desiderano (appunto sul lavoro e su altro, sempre
per i motivi che vedremo più avanti).
Se però ci fosse una vittoria di misura, ma con rafforzamento
di FI e indebolimento di AN e UDC, la questione diverrebbe veramente
complicatissima. Nessuna sostituzione, nessun “salto della quaglia”
sarebbero bastevoli. Per riprendersi i voti (in fondo “democristiani”)
che affluiscono in FI – e che, una volta in libera uscita, andrebbero
a distribuirsi tra i vari destri e sinistri addensantisi al centro:
Udeur, Nuova DC, UDC, Margherita, una parte però ad AN e un’altra,
difficilmente valutabile, alla Lega – bisognerebbe, verificandosi
tale “sfavorevole” evenienza, trattare con Berlusconi la
sua uscita dalla politica. Quest’ultimo, a mio avviso, sa di perdere;
non può non sapere quel che sanno perfino i tipi come me: i continui
incontri tra Mastella, Rutelli, Casini, Follini, e altri del genere
(anche minori) per trattare e concordare l’accerchiamento del
Premier, i termini migliori per costringerlo alla sconfitta e poi alla
resa, ecc. Sintomatico che, quando il centrodestra era in caduta libera
nei sondaggi, Casini-Fini abbiano sospeso le loro polemiche apparentemente
suicide per il timore di una troppo schiacciante vittoria degli altri,
che avrebbe reso poco preziosi i loro servigi. Quando i sondaggi si
sono invertiti (come tendenza, non in assoluto) e, soprattutto, è
andata crescendo FI rispetto a loro, essi hanno subito ripreso a “smarcarsi”
a pochi giorni dalle elezioni; cosa che nessuno che non sia in “intelligenza
con il nemico” farebbe mai. Nell’ultima parte della campagna
elettorale debbono però accettare un minimo di unità d’azione,
nella speranza che ciò non nuoccia loro troppo. Non basta affatto,
lo ripeto, la vittoria del centrosinistra, a questo punto scontata;
è fondamentale tutto il resto: una vittoria buona ma non eccessiva
e, soprattutto, una crescita di AN e UDC a spese di FI e anche della
Lega. Altrimenti, se FI e Lega crescono e gli altri destri vanno in
affanno, la vittoria costerà molto cara alle oligarchie di cui
sopra. E Berlusconi cercherà di vendere al meglio il proprio
ritiro; questo non faciliterà per nulla la politica dei vincitori.
Andiamo avanti. Il progetto delle oligarchie in questione non è
nella sostanza cambiato rispetto a quello del 1993-94, epoca di “mani
pulite” e della distruzione giudiziaria del centrosinistra di
allora (DC-PSI) che si sarebbe voluto sostituire (lo volevano gli USA
e le nostre oligarchie allora dirette da Gianni Agnelli) con i diessini
(i “rinnegati” del “comunismo”) e quei pochi
diccì salvati, ad arte, dal “diluvio”. A quell’epoca,
per vari motivi (illustrati dal sottoscritto assieme a Costanzo Preve
ne Il teatro dell’assurdo) si verificò un accidente storico
(quello che scherzosamente si definisce “il naso di Cleopatra”):
entrò in politica Berlusconi, si presentò come una sorta
di Reagan o Thatcher italiano e raccolse il blocco sociale dei “ceti
medi”, delle partite IVA, dei lavoratori autonomi, più
qualche altro. Oggi, malgrado le coup de Théâtre all’assemblea
degli industriali a Vicenza (su cui torneremo), non credo si verificherà
un altro accidente storico; per cui si può ragionevolmente prevedere
la vittoria del centrosinistra che tuttavia – e questo va detto
senza mezzi termini per gli ipocriti che fingono di essere ingenui,
di non capire la cosa – è la vittoria delle oligarchie
di cui si sta parlando. E allora scendiamo ancora più in profondità,
non prima però di una deviazione atta ad evitare poi possibili
equivoci.
3. La “ggente” è talmente “ben abituata”
a considerare intangibile quello che Lenin definiva il miglior involucro
della “dittatura della classe capitalistica” (cioè
la Repubblica democratica borghese) che non vede altro se non le elezioni
e il voto; se non si vota per uno, si deve votare per l’altro,
se non si sta con uno, si deve per forza stare con l’altro. Quando
scoppiò la Grande Guerra, Lenin affermò con forza che
si trattava di una lotta tra due bande di briganti e assassini (di quelli
che il recentissimo film americano Syriana ci ha mostrato con buona
evidenza; la “gente per bene”, che si autopremia e si autonomina
presidente di questo e di quello, mentre i suoi sicari uccidono in giro
per il mondo); e questa lotta doveva essere utilizzata al meglio per
smascherarle entrambe e combatterle senza tregua.
Oggi, per nostra fortuna, non ci sono, almeno in Europa e in Italia,
eventi drammatici come quelli del 1914-18 e decenni successivi; rischiamo
perciò molto meno. In ogni caso, nel nostro paese – teatro
di un conflitto tra dominanti che non sono solo quelli italiani, ma
soprattutto invece le varie frazioni di quelli euro-americani –
le diverse bande sono arrivate ad uno scontro al calor bianco in cui,
come sempre avviene quando ciò si verifica, ognuno rivela la
verità dell’altro, cioè la furfanteria dell’altro.
Prendere posizione per l’uno o per l’altro è essere
complici di uno dei due; e questa complicità, alla fine, sarà
pagata. E che nessuno, al momento opportuno, venga a raccontare che
non sapeva, non vedeva, ecc. Le bande ci stanno dicendo come sono fatte,
ci raccontano quello che stanno facendo per saccheggiare il paese (solo
che ognuna rivela quello che è l’altra); chi non vede,
chi non sente, per poter stare con il vincitore, è complice.
Nessuna scusa più! E per nessuno!
Per gli amanti del cinema, ricorderò quanti bei film americani
abbiamo visto in cui c’è una banda (diciamo per semplicità
quella di Al Capone) che sta mettendo a soqquadro Chicago. Normalmente
in quei film vi è sempre il poliziotto buono che alla fine prevale;
lasciamo stare questa storiellina edificante che nei film si deve sempre
raccontare. Invece, l’interessante è che spesso vengono
a galla degli outsider, dei pretendenti che vorrebbero prendere il posto
di Al Capone; e alla fine si scatena la bagarre. Questi pretendenti
successori sono spesso dei balordi, dei “furbetti” che non
hanno stoffa, e vengono quindi bastonati (eufemismo) e messi a tacere.
Lo spettatore mai e poi mai parteggerà per questi ultimi; e non
perché sono perdenti, ma per il buon motivo che non si vede quale
alternativa essi rappresentino rispetto al gangster predominante. Tuttavia,
lo spettatore “sano”, non sadico né masochista, si
rende ben conto che il vincitore è comunque il peggiore, il più
potente, il più devastante, il più “succhiasangue”
dei cittadini di Chicago, ecc. Se uno spettatore parteggia per Al Capone,
perché è il prepotente vincitore (e assassino che “ne
ammazza di più”), allora vuol dire che è della stessa
pasta di quest’ultimo. La metafora è chiara e chi si schiera
con l’Al Capone (oligarchie italiane e straniere ben note), mostra
il suo reale carattere.
E torniamo allora all’assemblea degli industriali a Vicenza. Berlusconi
per i suoi motivi di “banda” (se volete, per il famoso “perso
per perso mi vendo cara la pelle”) è partito in un attacco
durissimo. Il “suo” Giornale, senza più remore e
con molta lucidità, per qualche giorno ha rivelato tutte le magagne
di certi settori oligarchici ormai alla frutta, con bilanci truccati,
forse perfino sull’orlo del fallimento, che appoggiano (con l’editto
di Mieli sul Corriere poche settimane fa) il centrosinistra per far
man bassa nel paese, derubarlo, portare un bel po’ di soldi in
salvo (Montezemolo ha i suoi fondi in Lussemburgo, solo per fare un
esempio), ecc. I topi mirano a fare mille buchi nel formaggio, perché
Fiat e Telecom, e lo stesso Benetton, ecc. non si trovano per nulla
in situazione florida come cercano di far apparire per poter vincere
le elezioni e poi mettere mano alle casse dello Stato e alle tasche
della popolazione italiana. Questo è adesso posto in chiarissima
luce (si veda l’esplicita e durissima prefazione dell’ex
Presidente della Confindustria, D’Amato, al libro di Lodovico
Festa Guerra per banche). Che a dirlo sia una delle due bande (sull’altra)
non cambia lo stato delle cose; questa è verità, e non
credo alla buona fede di chi si ostina a non volerlo sapere.
Ebbene, che cosa accade dopo gli attacchi di Berlusconi a Vicenza? L’intero
centrosinistra (ivi compreso Bertinotti) si schiera indignato a difesa
degli “offesi” Montezemolo e Della Valle, a difesa dell’intero
establishment che, nel giro di pochi anni, si mangerà gran parte
della ricchezza della nostra popolazione per salvare banche e industrie
decotte (del tutto subordinate alla finanza americana). Quando ciò
avverrà, poiché è stato adesso rivelato a tutte
lettere, che nessuno faccia lo gnorri. C’è piena complicità,
è inutile negarlo. Se uno è stupido e altro non sa fare
se non schierarsi, ogni tanti anni, per un bandito o per l’altro,
almeno non faccia finta di star scegliendo il “meno peggio”.
Ci risparmi l’ipocrisia.
C’è un’altra avvertenza che mi preme segnalare. So
benissimo che “la storia non si ripete mai”. Questo però
nelle “forme di manifestazione” (appunto storico-concrete),
non in certi contenuti di fondo; perché se nulla si ripetesse,
sia pure in un qualche modo sempre differente, sarebbe veramente inutile
far tesoro delle lezioni passate; basterebbe vivere in un eterno presente
senza alcun progetto, senza alcuna precauzione, seguendo il solo istinto
di sopravvivenza, il più elementare possibile. Certamente, le
forme di manifestazione non sono inessenziali, anzi sono decisive per
gli atteggiamenti politici, perché è a tali forme che
bisogna far fronte, è in esse che si deve agire concretamente;
ed ogni situazione è senza dubbio nuova. Tuttavia, i ragionamenti
generali non sono pura futilità, danno indicazioni di massima,
servono a preparare anche la strumentazione che poi dovrà essere
impiegata, in forme specifiche, nelle varie situazioni storico-fattuali.
4. Il sottoscritto, e altri come lui, hanno la fortuna di avere alle
spalle Marx e Lenin & C. Abbiamo anche Gramsci, che ha abituato
a pensare a grandi blocchi storici, ai problemi della loro formazione
attraverso pratiche egemoniche, ecc. Si tratta di un patrimonio che
oggi la gran massa di lavoratori e di ceto medio (in specie improduttivo),
che vota “a sinistra”, non conosce; non ha sentore nemmeno
della sua esistenza. Si tratta in effetti di un elettorato cui è
stata tolta ogni strumentazione razionale, e che quindi vota perché
chi lo manovra sa sventolargli sotto il naso gli opportuni “stracci
rossi” onde farlo caricare come un toro impazzito, ormai istupidito
da una massa di meschini servitori del torero con le loro banderillas
e il loro vile infierire sulla povera bestia dissanguata e annebbiata.
Ci sono però ancora piccoli (e poi non troppo) gruppetti di persone
che si dichiarano comuniste, marxiste; sembra tuttavia che abbiano imparato
quattro precetti catechistici, che servono a stabilire l’appartenenza
e la “militanza” in un dato clan, ma che non sono utilizzabili
per una qualsivoglia analisi, magari al momento un po’ schematica,
ma che comunque inizi a indicare un qualche orientamento di prima approssimazione.
Economia e politica non stanno sempre nello stesso rapporto, in ogni
data congiuntura storica; così come spesso pensa il marxista
rigido ed economicista, che sostiene essere il capitalista colui che
comanda a bacchetta il politico. Non sempre è così, ci
sono momenti in cui le parti perfino si invertono; o comunque, il politico
agisce in stretto collegamento con l’agente economico-finanziario
e tuttavia avendo una ben maggiore lungimiranza strategica. Ci sono
però altrettante contingenze storiche in cui, senza dubbio, il
politico è un povero guitto che recita la parte assegnatagli
dai dominanti della sfera economica. In Italia, in questa fase, è
indubbiamente così. Solo che la situazione è piuttosto
asimmetrica.
Da una parte, vi è di fatto un solo imprenditore che è
anche politico al servizio di se stesso. Però in qualche modo
tenta di far creder che sta nel contempo difendendo gli interessi di
un blocco sociale costituito, non completamente ma per l’essenziale,
dal lavoro che definiremo “autonomo” (comunque non salariato).
In realtà, in ormai un bel gruzzoletto d’anni che è
sulla scena (e gli ultimi cinque al Governo), tale imprenditore-politico
non si è speso poi molto per questo blocco sociale. Può
facilmente avanzare la scusa di esserne stato impedito, dato che guida
un’accozzaglia di forze del tutto disunite e con politiche “di
servizio” degli interessi più disparati. Questa però
non è scusa valida, perché è ovvio che un gruppo
politico dirigente dovrebbe comunque saper operare una sintesi di posizioni
diverse, e tuttavia operarla nella direzione della preminenza degli
interessi del blocco sociale che di fatto ha scelto quale suo principale
sostenitore.
Dall’altra parte, vi è un più cospicuo e articolato
gruppo di potere finanziario-industriale che sostiene un’altra
accozzaglia di forze che vorrebbero rappresentare interessi di difficile
composizione. Qui è massima l’ipocrisia (“borghese”,
cioè capitalistica) della separazione tra economia (che, in questa
congiuntura storica italiana, dirige e comanda) e politica (che esegue
in modo però disordinato e raffazzonato). Vedere le forze politiche
di centrosinistra – purtroppo seguite da un elettorato ormai analfabeta
in politica e frastornato da un ceto intellettuale e mediatico purulento
e venduto al migliore offerente (e peggiore capitalismo) – che
starnazzano sul conflitto di interessi dell’avversario, occultando
l’ancor più grave conflitto di interessi esistente tra
finanza d’assalto (quella dei crac Cirio e Parmalat ad es.) e
una popolazione di cui si andrà vieppiù succhiando la
ricchezza prodotta, è semplicemente scoraggiante.
Oggi abbiamo in Italia un assetto finanziario in movimento, ma non credo
proprio molto autonomo. Non sto a ricostruire tutta la vicenda della
lotta scatenatasi intorno ad Antonveneta e BNL, con meta ultima Mediobanca
in quanto chiave della porta di accesso a Generali. In ogni caso, sembra
del tutto evidente che Amro e Bilbao sono settori di eurofinanza molto
legati a quella americana, mentre gli antagonisti – Deutsche Bank,
Paribas, la giapponese Nomura, le Crédit Suisse, ecc., contrastati
dall’azione dei principali gruppi dominanti italiani al servizio
di quelli statunitensi – non possono essere considerati veri campioni
di indipendenza e autonomia rispetto agli interessi USA, ma certamente
fanno giochi appena un po’ meno servili rispetto a questi ultimi.
In Italia esistono poi alcune grandi aziende in gravi difficoltà
– assai più di quanto non appaia per ora ufficialmente
– come Fiat, Telecom (forse la peggio messa) e probabilmente persino
Benetton (almeno in parte); credo che anche la Tod’s non stia
benissimo, ma comunque non credo che calzature, occhialeria (Luxottica),
maglieria e via dicendo (con l’aggiunta del mitico Turismo) rappresentino
settori di punta in grado di migliorare le pessime previsioni circa
le sorti del nostro sistema economico. Abbiamo imprese importanti come
l’ENI e la Finmeccanica (e pochi altri “gioielli”)
che non sono per nulla sostenute; si sa invece di piani per il loro
smembramento e decisivo indebolimento – sempre a favore di settori
economici euroamericani – che si tradurrà in quello più
generale della nostra economia.
C’è insomma un complessivo smottamento del settore grandeimprenditoriale
verso una crescente dipendenza dal paese centrale dominante. Malgrado
l’indubbia politica filoamericana (e filosionista) del centrodestra,
i piani complessivi messi in atto da raggruppamenti bancari in stretto
collegamento e dipendenza dalla finanza americana, il tentativo di ridimensionamento
della grande impresa decotta con trasferimento di fondi ad altre attività
in genere situare all’estero, l’intenzione di spezzettare
le imprese di punta smussando le loro indubbie capacità competitive
(sempre a tutto vantaggio dell’economia predominante), rappresentano
processi innescati e cui viene dato netto impulso da parte di quei nostri
gruppi economico-finanziari (nettamente servili rispetto agli USA) che
hanno dato il loro chiaro appoggio al centrosinistra con l’editto
Mieli sul Corriere.
Vediamo intanto alcuni sintomi di tali processi assai negativi per l’Italia.
In primo luogo, l’appoggio dei giornali finanziari americani al
centrosinistra. Qualcuno si chiede come mai si verifica questo “strano”
fenomeno, dato il servilismo totale di Berlusconi agli interessi USA?
E si chiede perché l’agenzia Moody’s sostiene che
l’economia andrebbe meglio con un Governo Prodi? Forse si pensa
che le società di rating americane siano il tempio della pura
tecnicità e della valutazione oggettiva delle situazioni economiche
e finanziarie? Moody’s e Standard & Poors sono le più
importanti società del genere. E un’altra società
finanziaria (di asset management) da non sottovalutare è la Goldman
Sachs di cui era vicepresidente l’attuale Governatore della Banca
d’Italia Draghi e che fu consulente del Bilbao per la scalata
alla BNL (pur se la Goldman ha legami stretti con il Crédit Suisse,
una delle banche che appoggiavano invece l’Unipol; questo a dimostrazione
della complicatezza e trasversalità di questi “giochi”
finanziari). Ebbene, tutte queste società emisero pareri positivi
e rassicuranti in merito ai bond argentini e all’affidabilità
di Cirio e Parmalat pochi mesi prima che si verificassero i disastri
e crac ben noti. O abbiamo a che fare con organismi che hanno usurpato
la loro nomea oppure – ed è questo il caso – essi
fanno gli interessi di precisi gruppi e, in ultima analisi, di quelli
USA, favorendo la tosatura di centinaia di migliaia di risparmiatori
per la migliore riuscita dei giochi finanziari dei predominanti. E questi
organismi finanziari americani truffaldini appoggiano appunto (è
proprio strano?) il centrosinistra, non il più servile centrodestra.
Veniamo ad un altro sintomo, ad un “albero” piuttosto grosso
che è un buon indizio di come andrà crescendo la “foresta”.
Malgrado abbia ultimamente presentato bilanci in netto miglioramento
(che qualcuno, maliziosamente, pensa siano poco veritieri), la Fiat
ha cominciato a chiedere il prepensionamento a 48 anni di un numero
imprecisato di lavoratori. E i maliziosi pensano che, come ha fatto
nell’arco dell’oltre mezzo secolo seguito alla seconda guerra
mondiale, tale impresa chiederà ancora finanziamenti allo Stato
nelle più svariate forme, sia dirette che indirette (magari rispolverando,
dopo i prepensionamenti, la cassa integrazione, ecc.). Nel contempo,
il suo Presidente Montezemolo – assieme a Della Valle, Merloni,
Monte dei Paschi e Unicredit – ha creato la società Charme
in Lussemburgo (uno dei Paradisi fiscali). Questa società ha
fatto una joint venture con una azienda cinese per export-import di
cachemire (prodotto veramente strategico, di punta, com’è
ben noto) in Italia e, da qui, nei paesi dell’area mediterranea.
Il progetto mi sembra lineare: si dismetterà (ci si ritirerà
comunque) gradualmente dalla Fiat – ma non dopo aver attinto il
più possibile, e in varie guise, alle casse dello Stato (cioè,
in definitiva, alle “nostre tasche”) con la scusa di “salvare”
i poveri lavoratori e il cospicuo indotto – e si trasferiranno
i fondi alla società appena nominata, che si ingrosserà
(e ingrasserà) a detrimento ulteriore di migliaia di piccole
imprese del settore già in crisi per la concorrenza cinese.
Nello stesso mentre, l’Eni viene ostacolata – e non dall’attuale
Governo, il cui Premier non parla a caso del suo “amico”
Putin – in importanti progetti con la Gazprom; e precisi ambienti
di “sinistra” vorrebbero addirittura smembrare l’azienda
che fu diretta da Mattei, favorendo la presa centrale del capitalismo
USA e la disseminazione di suoi centri locali che si unirebbero alle
varie aziende (di energia) municipalizzate (circa 700 di cui almeno
l’80 e anche più % controllate da amministrazioni di centrosinistra)
costituendo, con l’appoggio di vari istituti di credito e relative
fondazioni bancarie, ecc. una ramificata rete di potere locale, estremamente
corruttore attraverso il mantenimento di vaste clientele politiche e
intellettuali formanti una fitta, ultracapillare, ragnatela sull’intero
territorio nazionale. Nella stessa direzione viene condotta un’azienda
di punta come la Finmeccanica, che anche recentemente ha perso importanti
contratti con la Cina (acquisiti soprattutto da imprese francesi) proprio
per la mancata copertura di “appoggi diplomatici” adeguati.
Qui certo la colpa spetta al centrodestra governativo; ma l’altra
parte – così pronta a schierarsi a difesa dell’oltraggiato
vertice confindustriale rappresentato da dirigenti di imprese decotte
legate alla peggiore finanza parassitaria (e subordinata a quella statunitense)
– non ha levato una sola parola di critica per questa politica
rinunciataria, evidentemente ispirata dagli interessi strategici USA,
che non vedono di buon occhio trasferimenti di tecnologie avanzate in
direzione della Cina (solo con il cachemire si possono fare affari con
questo paese).
Tutto questo fa capire perché, malgrado il discorso di Berlusconi
al Congresso americano (che ha sollevato l’invidia isterica degli
avversari), i principali giornali finanziari americani e le sunnominate
maggiori società finanziarie e di rating di quel paese appoggino
pienamente la prospettiva di un futuro Governo di centrosinistra. I
discorsi di servilismo filoamericano (e filosionista) sono certo importanti;
ancor più lo è la politica estera di appoggio alle aggressioni
imperialistiche americane (con l’invio di truppe italiane in Afghanistan
e Irak; ma chi appoggiò il “democratico” Clinton
nell’aggressione all’Jugoslavia con quella mostruosamente
ipocrita scusa del “genocidio” dei kosovari, ampiamente
smentito dall’ufficialissimo rapporto OCSE dell’ottobre
1999? Qualcuno lo ricorda ancora? Io si). E tuttavia, non possono essere
messe da parte le motivazioni d’ordine economico e finanziario,
soprattutto quando riguardino settori così importanti come l’energia;
per cui non si può perdonare a nessuno il tentativo di fare accordi
rilevanti con la Gazprom russa, che potrebbe rifornire in modo troppo
pregnante (e, alla lunga, politicamente rilevante) vari paesi soprattutto
dell’Europa dell’est, oggi riserva di caccia degli USA e
che hanno reso l’Europa per null’affatto competitiva verso
il paese dominante centrale. Si capisce l’antifona? Per quanto
più ipocriti e “coperti”, i “sinistri”
non sono meno filoamericani dei “destri”, se guardiamo alla
sostanza e non agli “specchietti per le allodole” (essendo
queste ultime i poveri e frastornati elettori del più gigantesco
e corrotto ambiente economico-politico-giornalistico che sia mai esistito
in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale; e qui rinvio alla
“epidermide” dell’inizio).
5. Solo quattro parole sul balletto di cifre e insulti relativi alla
questione della tassazione o meno delle cosiddette rendite finanziarie.
Tra accuse e smentite, beato chi ci capisce qualcosa. Ho però
sentito con le mie orecchie Fassino dire in TV che l’aliquota
di tassazione non verrà alzata sui titoli di Stato già
in possesso dei cittadini. Per quelli futuri quindi…. Ho sentito
i leader di sinistra (e Bertinotti quasi in particolare) trincerarsi
dietro i “furbetti del quartierino” (Ricucci, Fiorani &
C.) per sostenere che bisogna tassare le “rendite”. Nel
caso di questi signori si tratta in realtà di plusvalenze (su
giochi speculativi o scalate varie) tradottesi poi spesso – vedi
proprio il caso di Ricucci per quanto concerne la sua quota in RCS –
in forti minusvalenze. Inoltre, se qualcuno pensasse di tassare solo
le “rendite” di patrimoni di quella consistenza, non si
ricaverebbero che spiccioli. Ho però sentito Bertinotti affermare
invece che può stare tranquillo (solo) chi ha meno di 100.000
euro in titoli. Questi sono, in teoria, 200 milioni di vecchie lire;
in realtà, dato l’innalzamento del costo della vita dopo
l’introduzione dell’euro, equivalgono al massimo a 120-130
milioni. Questi sarebbero patrimoni di rentier parassiti? E se invece
che in titoli di Stato, sono investiti in fondi obbligazionari o misti,
che rendono quanto il tasso ufficiale di aumento del costo della vita
(enormemente inferiore a quello reale), la situazione si presenta diversa?
Ulteriore problema, la tassa di successione. C’è chi sostiene,
a sinistra, che verranno colpiti i “grandi” patrimoni al
di sopra di 500.000 euro. Nella via “vecchia” della cittadina
dove abito (35.000 abitanti), un appartamento di 100 mq. (senza dubbio
“signorile”, ma di dimensioni certo non megagalattiche;
e con garage a parte) vale grosso modo quella cifra. Bertinotti ha però
affermato che tale tassa va applicata ai patrimoni di 180.000 euro.
Per trovare sempre 100 mq di abitazione a quel prezzo, ci si deve spostare
in comuni (di 5-10.000 abitanti) nella zona non collinare (“bassa”
e nebbiosa) della suddetta cittadina. Credo siano inutili molti commenti
C’è qui un vero deficit culturale della “sinistra”
che si pagherà caro a non lungo termine. Tassare le cosiddette
rendite e i “grandi” patrimoni appena citati significa aggredire
la media e anche piccola “borghesia”, cui in realtà
appartengono ampie quote di lavoratori dipendenti di media, o perfino
medio-bassa, fascia salariale (e i pensionati da 1500-2000 euro al mese).
Tutto questo mentre una consistente parte del ceto politico e intellettuale
di sinistra fa la bella vita, scialacqua e frequenta, come già
considerato all’inizio, i più corrotti e ricchi ambienti
di profittatori, affaristi, speculatori (finanziari e immobiliari) che
abbiamo nel nostro paese.
L’ineffabile economista Giavazzi sul Corriere si è prodotto
in funambolismi per dimostrare che con l’aumento della suddetta
tassazione, ogni famiglia italiana perderebbe pochi euro all’anno,
mentre è invece essenziale – la solita “vecchia canzone”
– ridurre il debito pubblico sempre crescente (in realtà,
dal 125% del PIL di alcuni anni fa, esso è oggi al 106%; diciamo
quindi semmai che sta attualmente ricominciando a crescere). Giavazzi,
non si sa perché, fa calcoli partendo da diversi livelli di reddito
delle famiglie; a me sembra che il problema sia il portafogli titoli,
e quanto poco rende, e non il reddito familiare. In secondo luogo, questi
economisti, che prendono fior di quattrini per ogni cretinata scritta
sui giornali dell’establishment, dovrebbero pensare ai loro soldi
e non far conti in tasca a chi “sbarca il lunario” con difficoltà.
Inoltre, con l’aumento del 7,5% delle trattenute sui rendimenti,
i titoli di Stato dovrebbero essere emessi a tasso di interesse più
alto; con quali benefici per il debito pubblico, che tanto preoccupa
l’inclito economista, si può facilmente immaginare. Infine,
ricomincia appunto il terrorismo su tale debito e, nel contempo, i giornali
delle oligarchie parassitarie italiane (dal Corriere al Sole 24 ore)
– che appoggiano ipocritamente chi ormai ben sappiamo –
rilanciano l’allarme sulle pensioni che sarebbero di nuovo una
“mina vagante”, per cui bisogna ridurre i trattamenti previdenziali;
ecco dove si vuol arrivare! L’intento, ormai scoperto e luminoso,
è scremare ogni ceto sociale non ricco, farsi poi dare in varia
guisa un mucchio di finanziamenti dallo Stato, governato dai loro amici
e fiduciari (cioè servi), per poi trasferirli in altre attività,
possibilmente all’estero.
E’ inutile essere ipocriti e raccontare balle, trincerandosi dietro
i patrimoni di immobiliaristi d’assalto che hanno osato scalare
i santuari dell’ambiente finanziario-giornalistico (e industrie
decotte), il quale partecipa, fra l’altro, alle feste e banchetti
già considerati, cui prendono parte anche altri immobiliaristi
(Caltagirone, ecc.) che stavano con i Ricucci e Fiorani nel risiko bancario,
ma che si sono “riciclati” non appena vista la mala parata;
un ambiente finanziario che, detto per risvegliare la memoria di molti
con tanta voglia di dimenticare, aveva favorito, con l’appoggio
delle società finanziarie e di rating americane, i vari disastri
e crac lesivi degli interessi di molti piccoli risparmiatori, mentre
veniva difeso ad oltranza in quell’occasione Fazio (come fece
Montezemolo nel discorso di insediamento al vertice di Confindustria)
e costretto alle dimissioni Tremonti che voleva, per “motivi suoi”,
andare a fondo sulla mancanza di controllo da parte del sistema bancario
e della Banca Centrale.
In realtà, non si “tirano su” i soldi necessari,
“ufficialmente”, per programmi come quelli relativi al cosiddetto
“cuneo fiscale” – cioè alla riduzione del costo
del lavoro (in parte a favore dei lavoratori e in parte per le imprese),
che vorrebbe essere di cinque punti corrispondenti a dieci miliardi
di euro – tassando solo le “alte” rendite e i “grandi”
patrimoni. Tutti i calcoli indicano che si ricaverebbe all’incirca
solo un quarto della cifra necessaria pur aumentando del 7,5% la trattenuta
sui rendimenti dell’intero parco titoli; e con una imposta successoria
pressoché generalizzata. Inoltre, sappiamo benissimo che, al
di là delle menzogne “ufficiali”, i veri scopi dell’appoggio
dell’oligarchia più volte nominata al centro-sinistra sono:
la necessità di ottenere ampi finanziamenti per far galleggiare
ancora per qualche tempo le grandi imprese decotte, promuovere fusioni
bancarie e l’assalto a Mediobanca-Generali, effettuare l’ampio
trasferimento di fondi in imprese legalmente situate in paesi del “Paradiso
fiscale”, trasformare l’apparato economico-finanziario-industriale
italiano in un sistema “di nicchia” (cui accennerò
poco più sotto) all’interno dell’egemonia statunitense.
Quindi, per favore, bando alle “balle”.
Vediamo, così a spizzico, qualche altro sintomo del malaffare
economico e politico cui si dedica il complesso finanza (parassitaria)-industria
(decotta) di cui sopra. Sempre l’ineffabile Giavazzi ha sostenuto
che in Italia, a causa del monopolio dell’ENI sulle reti di distribuzione,
le imprese pagano l’energia il 35% in più della media europea.
E’ stato immediatamente smentito (e al momento zittito) in base
ai dati di Eurostat, secondo cui i prezzi energetici italiani sono in
perfetto allineamento con la media europea, del 28% inferiori a quelli
tedeschi e del 3% inferiori a quelli francesi. Il tutto indica che un
economista che scrive per conto del Corriere (giornale della peggiore
oligarchia italiana che ha preso la posizione politica ben nota) cerca
di dimostrare la necessità di indebolire e smembrare il sedicente
monopolio ENI, con ciò confermando plurime voci, da me raccolte
per altre vie, secondo le quali esiste una precisa volontà dell’establishment
finanziario-politico-giornalistico di portare un attacco decisivo ad
una possibile politica italiana di qualche po’ più indipendente
rispetto alle bande euroamericane, una politica che magari tenti anche
di collegarsi ai flebili vagiti di autonomia europei, per la verità
al momento sempre più rari. Se uno rivedesse – come ho
fatto in questi giorni – il film Enrico Mattei (di Rosi del 1972),
resterebbe stupefatto nel sentire riportate in esso affermazioni incredibilmente
simili a quelle fatte oggi da certi ambienti economici, assieme a politici
e giornalisti (di destra e ancor più di sinistra), per giustificare
l’indebolimento della nostra azienda energetica (così come
fu fatto da D’Alema nei confronti della Telecom di Bernabè
all’epoca della sua cessione ai “capitani coraggiosi”,
del tutto fallimentari e poi finiti assai miseramente nel recente tritatutto
della “guerra per banche”).
6. Lasciamo tuttavia perdere queste “quisquilie” (si fa
per dire!) e andiamo a delineare in modo molto succinto e schematico
il quadro strutturale della società italiana. Al vertice, un
ristretto insieme di gruppi finanziari e industriali (decotti), già
impinguati, senza risultati di rilancio aziendale, dalle varie privatizzazioni
(effettuate, in modo bipartisan e assai equanime, da ogni Governo negli
ultimi 10 anni), gruppi che hanno l’intenzione (da saprofiti)
più volte sopra esposta. Essi hanno già conosciuto scontri
interni negli anni scorsi (si pensi al periodo dei crac citati), ma
stanno momentaneamente uniti per conquistare il Governo del paese, avendo
scelto, per la congiuntura storica presente, di farsi rappresentare
dal centrosinistra (con tutta una serie di infiltrazioni, coperte e
molto “trasversali”, nell’altro schieramento). Dopo
aver ottenuto il primo successo – il Governo del paese –
riprenderanno le lotte intestine che, del resto, non sono puramente
interne all’Italia, bensì connesse a quanto avviene sullo
scacchiere, soprattutto finanziario, internazionale dove la netta prevalenza
spetta ancora, almeno in rapporto a questa meschina Europa, al capitale
statunitense. Assisteremo perciò, probabilmente, anche a guerre
(tra miserabili profittatori) combattute da imprese italiane per spartirsi
il bottino (per es. credo che Telecom, e quindi Pirelli, e Fiat entreranno
in collisione al momento opportuno per la spartizione dei fondi destinati,
con le più diverse modalità, ad aiutare le imprese in
difficoltà; ma è solo un esempio).
Sotto questo vertice, stanno i non dominanti (e i dominati veri e propri),
divisi molto all’ingrosso in due grossi raggruppamenti che sono
stratificati entrambi in un numero assai ampio di livelli di reddito.
Si tratta del lavoro salariato e di quello cosiddetto autonomo. In quest’ultimo
ci stanno i professionisti (le cosiddette arti dette liberali) e poi
anche una serie di piccole e piccolissime (micro) imprese. Si tratta
di milioni di persone, le cui attività hanno una media di personale
dipendente inferiore a due unità (quindi, assai vasto è
il numero di quelle puramente individuali). Pensare al lavoro autonomo
come “ceto medio” mentre il lavoro salariato sarebbe il
“proletariato” (o comunque quel Lavoro che certi “marxisti”
vedono in costante lotta contro il Capitale), è un atteggiamento
semplicemente demenziale. I non dominanti (ma comunque tendenzialmente
ricchi o almeno ben agiati) e i veri dominati (relativamente poveri
e spesso in situazione di disagio e precarietà) sono distribuiti
in entrambi i due grossi e largamente maggioritari segmenti della popolazione
(non sono in grado di dire dove passa la divisione tra le due “classi”,
e le loro rispettive dimensioni all’interno dei due segmenti in
questione).
In entrambi i due raggruppamenti, vi sono ampie sacche di precariato.
Tutti guardano al solo lavoro salariato, quello a tempo determinato,
ma sembra che non ci si accorga dell’enorme numero di micro imprese
(esercizi, bottegucce, ecc.) che aprono e chiudono ogni tanti mesi o
resistono al massimo un anno o due. Nel lavoro autonomo è ovviamente
più facile l’evasione fiscale. Tuttavia, a parte il fatto
che un numero alto di lavoratori dipendenti esercita in nero al di fuori
dell’orario di lavoro (per integrare il salario ormai eroso dal
costo della vita), se si abbandonasse la retorica della “lotta
all’evasione” ci si accorgerebbe che, senza quest’ultima,
una grossa quota dei lavoratori autonomi dovrebbe “chiudere bottega”
creando una questione sociale di primaria acutezza. E’ ora di
dirlo con grande chiarezza e senza l’ipocrisia dei “difensori
dei lavoratori”: la più gran parte degli “autonomi”,
con i suoi piccoli capitali investiti, non potrebbe esercitare la sua
attività – ovviamente in settori a ben scarsa produttività
e valore aggiunto – se non riuscisse a nascondere al fisco almeno
un terzo dei suoi introiti. La lotta all’evasione ha senso nei
confronti di ben altri “ricchi”, ma qui si tratta più
di elusione che di evasione; e non è per nulla facile contrastarla
con successo contro schiere di avvocati e commercialisti messi in campo
da chi ha veramente tanti soldi, molto spesso poi spediti nei Paradisi
fiscali dove non so come si facciano a tassare; e infine, se è
questione di giustizia far pagare le imposte a quei livelli di reddito
e di ricchezza, non si tratterà comunque mai di introiti in qualche
modo sufficienti agli scopi dichiarati di politica economica.
Una qualsiasi forza politica popolare seria dovrebbe difendere in egual
misura sia i precari del salariato che quelli del lavoro autonomo. Ma
le oligarchie finanziario-industriali di tipo euroamericano –
attive in settori dove rischiano i crac se nei prossimi anni un Governo
amico (servo) non fornisce loro, spesso in forme mascherate e truffaldine,
ampi rifornimenti – hanno scelto, nella congiuntura di più
breve momento, di pestare intanto sul lavoro autonomo (facendo finta
che sia composto tutto da “furbetti del quartierino”), utilizzando
le “truppe cammellate” del lavoro salariato mosse da sindacati
come la CGIL che, su 5,5 milioni di iscritti, ne ha tre di pensionati
e due e mezzo di lavoratori attivi. Nel mentre proseguirà per
qualche anno questa scrematura – e sperando che ciò non
comporti una crisi sociale di prima grandezza – si insisterà
nel tentativo di costituire lo schieramento centrista “moderato”,
cercando di rivoluzionare profondamente gli attuali assetti politici,
emarginando “le ali” e recuperando, in quanto personale
politico “molto sensato e affidabile”, gente come Fini e
Casini o loro similari del prossimo futuro, ecc. In questa direzione,
il battage sul partito democratico è puro fumo negli occhi; l’ambiente
economico-politico-giornalistico che si appresta a saccheggiare le nostre
risorse sa bene che, in un paese cattolico come l’Italia, non
ci si può affidare ai (presunti) “laici” (del resto
assai più disgustosi e invisi al popolo di quanto non lo siano
i non laici, perché più elitari, sprezzanti, prepotenti,
corrotti e privi di qualsiasi etica o valore). E’ chiaro che l’establishment
cercherà invece di recuperare quei centristi custodi delle tradizioni
religiose e fortemente conservatrici.
Ma ogni cosa a suo tempo. Intanto, si scremi il lavoro autonomo. E a
ciò serve la “sinistra” e l’uso spregiudicato
dei sindacati (con la finta concertazione), nel mentre verrà
portato progressivamente in primo piano, ma con lentezza che potrebbe
anche rivelarsi eccessiva, il progetto di più stretto controllo
illiberale, intensificando il potere locale, quello ramificato e corruttore
che avvolga come una ragnatela l’intero territorio; e si porranno
allora via via in primo piano l’eccessiva rigidità del
mercato del lavoro (per cui non si arriverà solo a difendere
la Biagi, ma si vorrà andare anche oltre), il tema sempre ricorrente
del Debito Pubblico da abbattere rivedendo in profondità lo Stato
sociale (in specie pensioni e sanità, che sono le due partite
correnti di gran lunga più elevate), l’accelerazione del
processo di fusioni bancarie in stretta dipendenza con i settori finanziari
euroamericani, il salvataggio di grandi imprese decotte e la spinta
– mediante ulteriori privatizzazioni e finanziamenti dello Stato
a gruppi privati – ad una maggior concentrazione imprenditoriale
anche nell’industria e nei servizi, rovinando ulteriormente decine
o centinaia di migliaia di piccole attività “autonome”,
assai probabilmente senza grandi guadagni di produttività ed
efficienza, ma solo con l’ulteriore accentuazione del potere politico
sul territorio nazionale, e con la subordinazione ai progetti dei dominanti
capitalistici geopoliticamente centrali (USA e loro “appendici”
europee).
7. Le oligarchie in oggetto sperano che, nel frattempo, riparta la congiuntura
economica in modo da avere un po’ più di respiro. In effetti,
si continua a ripetere che, nei primi mesi del 2006, vi sono ormai segni
precisi (crescita del gettito IRAP, aumento dell’attività
industriale, delle esportazioni, ecc.) di una ripresa d’attività.
Non so come valutare questi dati, visto che le menzogne degli istituti
di rilevazione statistica sono state clamorose negli ultimi anni. Ma
ammettiamo pure che la ripresa sia in atto; e questa non è merito
del Governo attuale (che non ha fatto nulla per favorirla), ma tanto
meno del Governo futuro che invece si gonfierà il petto proclamando
di aver salvato l’Italia. Anche in tal caso, non mutano i dati
di fondo riportati pur succintamente nel precedente paragrafo. La crisi
italiana non è di pura economia, ma riguarda la struttura sociale
e le future strategie per un vero rilancio del sistema nel suo insieme.
E’ del tutto evidente che l’intenzione di chi prevale nell’attuale
congiuntura è quella di far diventare tale sistema nel suo insieme
una grande “economia di nicchia” all’interno della
più ampia egemonia imperiale statunitense, cercando un’aurea
mediocrità nella dipendenza, nel diventare “i camerieri”
dei dominanti geopolitici globali. L’Italia è più
importante di quanto si voglia ammettere; ma è appunto importante
in quanto campo di battaglia tra diverse fazioni euroamericane per la
supremazia nel servire gli interessi della prevalenza USA all’interno
dell’Europa; servizio che verrà lautamente retribuito alla
fazione che si affermerà con più decisione. Il nostro
paese sarebbe pure importante se un domani si profilasse infine, nell’ambito
di quest’area così in decadenza, una corrente realmente
indipendentista e di autonomia, una corrente che non potrebbe essere
puramente nazionalista (ridicolo!), ma nemmeno semplicemente europeista
in senso globale. Sarebbe invece necessario “bypassare”
gli organismi comunitari europei (quella Commissione già diretta
dall’euroamericano Prodi, nonché la Banca Centrale Europea,
che più che amministrare malamente l’area monetaria comune
non sa fare, ecc.) per stabilire una serie di legami con gruppi economici
e politici in vari paesi europei, eventualmente (ma non saprei dire
se e quando) interessati a contrastare la centralità geopolitica
USA.
Sarebbe possibile una diversa politica in Italia che non fosse semplicemente
quella di dismettere tutte le attività più importanti,
di dare soldi per il salvataggio di alcuni grandi gruppi che se ne serviranno
per liquidare le loro attuali imprese e investire in altri settori per
lo più, lo ripeto, complementari e subordinati alle direttive
strategiche dei dominanti globali? Nella prima metà dell’800,
l’Inghilterra propagandò in lungo e in largo la teoria
del commercio internazionale (detta dei costi comparati) del suo grande
economista Ricardo, poiché questi “dimostrava” (da
buon ideologo!) la convenienza di tutti i paesi a lasciare la produzione
di manufatti agli inglesi (che così avrebbero dominato indisturbati
il mondo per un altro secolo almeno), specializzandosi in prodotti minerari
e dell’agricoltura, che sarebbero mirabilmente serviti all’industria
e al proletariato industriale inglese. L’economista tedesco List,
certo meno grande di Ricardo, influenzò invece il nazionalismo
economico con le tesi della “industria nascente”, e sostenne
la necessità di mettere dazi all’importazione dei manufatti
industriali inglesi; cioè su quelli più avanzati dell’epoca,
non certo su prodotti agricoli di paesi più arretrati (ben netta
quindi la differenza con le tesi odierne della Lega e di Tremonti, che
vogliono imporre dazi sui prodotti cinesi del tipo della maglieria e
simili).
Bisognerebbe certo battere in breccia il neoliberismo con la sua mania
dello Stato leggero, perché è invece necessaria –
ma non confondendola in nessun caso come un prodromo del “socialismo”
– una maggiore spesa pubblica. Tuttavia, sarebbe indispensabile
una critica radicale anche del neokeynesimo, detto “sociale”
(poiché il vero Keynes non credo propugnasse una maggiore spesa
pubblica per lo Stato sociale, per pensioni e sanità). In realtà,
il neoliberismo e il neokeynesismo – correnti solidalmente antitetico-polari
– si fondano entrambe sulla convinzione che la crisi di stagnazione,
in cui l’Europa galleggia da tempo, si risolva dal lato della
domanda. Il neoliberismo punta alla riduzione delle imposte su cittadini
e imprese, con la puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione
si traduca in crescenti consumi e investimenti, processo proprio per
nulla automatico e che richiede molte altre condizioni aggiuntive, di
sicurezza e fiducia nel futuro e di realmente superiori possibilità
competitive nell’ambito del sistema complessivo. Il neokeynesismo
dimentica invece che il più pesante intervento dello Stato dovrebbe
essere per l’essenziale indirizzato a promuovere imprese dei settori
energetici (smettendola con l’idiosincrasia per il nucleare, se
ciò fosse necessario) e di punta quali quelli delle telecomunicazioni,
dell’informatica, delle biotecnologie, dell’aerospaziale;
e delle cosiddette nanotecnologie, un settore abbastanza confuso e non
sempre ben definito, dove la scienza sconfina a volte nella fantascienza
(come nelle fumisterie di un Drexler con i suoi “pericolosi”
nanorobot autoreplicanti), ma certamente pieno di notevoli potenzialità
per il futuro (anche per quanto concerne il risparmio di energia e l’“ambiente
pulito”).
Da simili esigenze si comprende come si tratterebbe di politica da svolgere
in alleanza con altri gruppi europei; tuttavia, in Italia, andrebbero
sostenute a fondo proprio aziende come Finmeccanica ed ENI, mentre la
Fiat dovrebbe essere riconvertita in qualcosa d’altro, ma non
dando una lira ai suoi attuali vertici, e anzi costringendoli a “mollare”.
Quanto alla Telecom, sarebbe da rivoltare da cima a fondo, trasformandola
da azienda ormai in affanno e scarsa innovazione – che servirà
ai suoi attuali proprietari per pietire aiuti e promozioni varie –
in impresa vera e avanzata di telecomunicazioni. Invece di ripetere
stucchevolmente ogni cinque minuti, come fa quell’incredibile
personaggio che è Montezemolo, di “fare sistema”
(forse si riferisce al gioco di qualche schedina?) e di “promuovere
ricerca e innovazione” – imprese come la Fiat & C. investono
nei Dipartimenti di R&S (ricerca e sviluppo) meno della metà
delle imprese inglesi, francesi e tedesche; e questo da sempre e non
è cambiato un bel nulla da quando il suddetto è divenuto
Presidente della Fiat e di Confindustria – è necessario
togliere dalle mani di questi incompetenti e affaristi e profittatori
una cosa così importante com’è appunto la ricerca
e l’innovazione per affidarla a centri dello Stato.
Per reperire le risorse necessarie è però indubbiamente
obbligatorio snellire altre spese pubbliche. Non credo vi sia bisogno
di intaccare minimamente le prestazioni previdenziali e sanitarie, pur
se credo che sarebbe ora di finirla con il feticcio del non innalzamento
dell’età pensionabile, quando gli ultimi dati indicano
che in Italia la media della vita è arrivata a 83 anni per gli
uomini e 88 per le donne; e quando i lavori usuranti non impiegano masse
imponenti di lavoratori come all’epoca in cui le attività
principali erano quelle delle miniere e delle fonderie di tempi ben
lontani. Si tratta comunque non tanto di diminuire le prestazioni, quanto
soprattutto di sfoltire gli apparati previdenziali e sanitari, del tutto
ridondanti (e la si smetta di negare l’evidenza), nonché
altri che erogano servizi scadenti, con tempi “secolari”
e con una efficienza (si pensi a ferrovie e poste) in fase di celere
degrado, mentre in tutti gli altri settori industriali e dei servizi
(alle imprese e non), l’uso di nuove tecnologie tende invece ad
innalzarla.
E’ del tutto ovvio che, in una situazione di così grave
arretratezza – produttiva e culturale – neoliberismo e neokeynesimo
sono ideologie che, come sopra rilevato, si sostengono insieme, nel
loro apparente antagonismo polare; e vanno combattute entrambe poiché
corrodono la nostra capacità competitiva e ci rendono succubi
di queste oligarchie parassitarie intenzionate, come già sostenuto,
a sopravvivere rendendoci servitori dei dominanti globali, con la speranza
di poterlo fare “in eterno” nella situazione di “aurea
mediocrità” di cui sopra. Tuttavia, lo ammetto, sono del
tutto pessimista perché, in una congiuntura come l’attuale,
occorrerebbe si formassero dei gruppi politici molto decisi, e non tanto
“delicati”, che dovrebbero sapersi scontrare con le classi
prevalenti oggi in campo economico-finanziario – con le loro rappresentanze
politiche (e culturali) preferite e di semplice servizio ai loro parassitari
interessi – ponendole in posizione subordinata e portando in primo
piano gruppi economico-produttivi che sappiano potenziare, in accordo
con altri partner internazionali, i settori di punta.
Questo sarebbe necessario anche per un altro buon motivo. Gli economisti,
sociologi, politologi, di una cultura ormai sfatta (e ideologica nel
senso della mistificazione e della menzogna pura e semplice) ci ammanniscono
sermoni su come competere meglio in un mercato, che sia “libero
e globale”, a base di efficienza produttiva, di miglioramento
dei costi e dunque dei prezzi. L’efficienza, la produttività,
i costi, sono solo un aspetto del problema; e di fatto nemmeno il più
importante (importante anch’esso, sia chiaro, ma non il più
rilevante). Non c’è solo il problema della lotta per le
quote di mercato. Fondamentale è la capacità di penetrare
le varie aree mondiali con i propri investimenti; e tali investimenti
debbono procurare a dati sistemi economici una posizione di forza. Questi
investimenti seguono il formarsi di determinate sfere di influenza,
per mantenere e accrescere le quali è necessaria una potenza
politica e una capacità di egemonia culturale. Gli investimenti,
dunque, non debbono essere solo quelli finanziari, non solo quelli in
innovazioni tecniche e di prodotto, ecc.; debbono dirigersi anche, e
in modo decisivo, verso le attività di potenziamento della sfera
dell’influenza politica e culturale.
8. In quanto fin qui detto non ho parlato di lotte sociali, di classe
(in sé o per sé), di movimenti, ecc. L’ho fatto
volutamente perché ritengo che su tali questioni l’arretratezza
delle forze che si credono trasformatrici (anzi, alcune pensano di essere
ancora rivoluzionarie) è veramente grave; e d’altra parte,
non sono così dissennato da ritenere di poter, tutto solo con
mere elucubrazioni, sopperire a tale arretratezza. Ci sono però
alcune vecchie dicotomie, ancora valide per buona parte del secolo scorso,
che a me sembrano ormai del tutto superate, di una decrepitezza tale
da esigere che le si lasci infine da parte.
Ho già detto di neoliberismo e neokeynesismo, in solidarietà
antitetico-polare. La stessa cosa dicasi del binomio destra-sinistra,
un inganno particolarmente irritante, un gioco di specchi che rinviano
l’uno all’altro le deformanti immagini della “democratica”
dittatura di classi dominanti inette, in sostanziale sfacelo, intente
a trascinarci tutti nel gorgo da esse creato. E tuttavia ancora piene
di soldi e dunque di potere di corruzione, come non può non essere
in paesi capitalistici con una lunga accumulazione alle spalle. Del
resto, in questo momento in Italia, ci sono precisi sintomi (perfino
molto banali) dell’inconsistenza di tale polarità. L’ultimo
caso: il notoriamente ultradestro attore Lando Buzzanca che ha dichiarato
il suo voto per i DS. Agli altri, “poveretti”, resta solo
Luca Barbareschi. Il Corriere era tutto beato nel dare, per due giorni
di seguito, questa (dis)“gustosa” notizia, ma in realtà
stava ponendo l’ennesima pietra tombale su una distinzione che
non ha più nulla da esprimere, se non la volontà di imbrogliare
le carte per tenere divisi coloro che, unendosi, potrebbero dare una
spallata a questo marcio edificio di “democrazia”, dominata
da una vorace e paralizzante rete di poteri finanziari e di grande industria
in affanno. Destra e sinistra sono esattamente quelle della ben nota
canzone di Gaber, composta già da qualche annetto; e che, sia
chiaro, non era per nulla profetica, poiché registrava soltanto
un fatto già accaduto da tempo.
Una nostalgica rimemorazione provoca in me la dicotomia capitale/lavoro
o borghesia/proletariato (o classe operaia). Tuttavia, è ormai
completamente fuorviante continuare a sognare questo antagonismo che
non sussiste. Vi è certo lotta, come sempre tra diversi gruppi
sociali in una società a capitalismo avanzato per la distribuzione
dei benefici derivanti dallo sviluppo della stessa. E’ però
ora di finirla di inventarsi altri scopi di tale conflitto. Assai fastidiosa
è poi la polarità fascismo/antifascismo, che trovo particolarmente
falsa e retorica. E qui è bene essere molto chiari affinché
non sorgano equivoci da parte di malintenzionati provocatori. L’antifascismo
è stato un movimento che si è coperto di vera gloria,
in specie nell’epoca in cui molti suoi rappresentanti hanno pagato
con la vita o con la privazione della libertà il loro impegno,
che è stato esempio luminoso di atteggiamento progressivo. Non
ho alcuna difficoltà a riconoscere che si trattava di giganti
rispetto a noi, poveri nanetti. La spinta, fortemente positiva, dell’antifascismo
è durata anche successivamente alla fine della guerra mondiale
per almeno un quarto di secolo (ricordo con commozione la nuova ondata
di cinematografia cui esso diede impulso negli anni sessanta, dopo quella
dell’immediato dopoguerra).
In seguito, l’antifascismo ha subito una rapida involuzione, si
è accartocciato su se stesso in una sempre più sterile
e fastidiosa autocelebrazione priva di sincerità e di emozione;
sembra, ormai da anni, di assistere alle cerimonie del 4 novembre. Si
è formata una vera casta “nobiliare” antifascista
che, invecchiando, come spesso avviene, si è fatta narcisista,
autoreferente, elitaria. I reazionari – e anche questo avviene
spesso nella storia – hanno capito che ormai non c’era più
nulla di veramente progressista nell’antifascismo, nulla per cui
dovessero ancora temerlo, e hanno cominciato allora a blandirlo, a premiarlo
con falsi onori e riconoscimenti, sia tardivi che sempre più
corruttori; la carica di trasformazione sociale, che l’antifascismo
nutrì e conservò a lungo (per merito quasi esclusivo dei
comunisti), venne messa da parte per esaltare solo lo spirito di “giustizia
e libertà” – quello che negli anni cinquanta permise
la ricostruzione integrale degli assetti capitalistici, quello che portò
ai reparti confino per comunisti (tristemente famoso quello della Fiat),
e via dicendo – e cantare le lodi di una “democrazia”
sempre più imbastardita e per sole élites.
Personalmente ne ho abbastanza di questa menzogna, di questo vero sporcare
una memoria da conservare gelosamente: quella però di un passato
(glorioso) e delle lezioni che quest’ultimo, come qualsiasi passato
effettivamente compreso nei suoi specifici connotati, può ancora
impartirci; non mai invece per coprire con l’antifascismo l’attuale
meschino appoggio dato a forze politiche in piena combutta con poteri
finanziari parassitari, del tutto asserviti agli interessi delle oligarchie
ai vertici del paese ancor oggi centralmente egemone. Non accetto il
furbesco rilancio di nuove alleanze “antifasciste”, quale
mera copertura di una dittatura dei dominanti che, nell’attuale
fase storica, si esprime in forme “democratiche”; solo che
si tratta, appunto, di forme controllate dal peggiore fra tutti i possibili
capitalismi mediante il gioco di specchi della “destra”
e della “sinistra”. Con chi si presta – in mala fede
o per semplice superficialità – a questo inganno, nessuna
particolare condiscendenza né, tanto meno, complicità.
Chi carica a testa bassa quattro stupidi superstiti fascistelli, si
pone in realtà al servizio delle attuali oligarchie, che con
un aberrante ed enfatico “antifascismo” coprono i loro giochi
di dominio e saccheggio condotti con forme “democratiche”;
e sempre inventando qualche nuovo Hitler o Mussolini in questo o quel
paese, laddove è necessario aggredire e schiacciare per mantenere
la loro devastante egemonia.
E’ senz’altro necessario, in questa fase che si apre e che
sarà di momentanea “discesa agli inferi”, costituire
nuclei di resistenza; ma non “antifascisti”. Al momento
non voglio definirli, perché non si tratta di atteggiamento che
possa essere da me inventato. Chi ha letto queste pagine non può
però non capirne alcune linee generali. Guardando alla strutturazione
delle società a capitalismo sviluppato – poiché
è in una di queste che viviamo – si tratta senza dubbio
di schierarsi dalla parte dei “meno abbienti” e dei subordinati
(se non proprio dominati o schiacciati senza remissione, come avviene
in altre parti del mondo). Tuttavia, dobbiamo smetterla di affidare
le sorti della trasformazione ad una immaginaria “lotta operaia”;
non perché non esista, ma perché, da tempo ormai immemorabile,
essa serve a più che giusti scopi di redistribuzione della torta
prodotta, di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro; ma
non ha per nulla affatto altri scopi di “catarsi rivoluzionaria”,
che restano nella testa di alcuni poveri …… beh non saprei
proprio come definirli.
La lotta per questi miglioramenti va comunque appoggiata; l’appoggio
deve però riguardare non solo “gli operai” o le “classi
lavoratrici” (cioè i lavoratori dipendenti o salariati),
ma tutti coloro che si trovano, diciamo, in condizioni di disagio e
precarietà (effettive, senza lasciare troppo spazio al semplice
disadattamento o allo spirito anarcoide e puramente distruttivo e disorganizzante).
E inoltre credo sia ora di non usare come sinonimi precarietà
e mobilità, poiché si tratta di fenomeni assai diversi,
e non so se il “posto fisso” (magari nel “pubblico”)
sia ancor oggi un valore; ammetto di averne molti dubbi. Inoltre, è
ora di finirla con il solo privilegiare il lavoro dipendente; grosse
quote di lavoro detto “autonomo” (da chi?) hanno una precarietà
non inferiore a quella di altrettanto consistenti quote di salariati.
Ed esprimono condizioni assai simili di disagio sociale, di incertezza
del futuro, di gravi difficoltà nell’impostare in modo
più stabile e sicuro la propria vita, ecc. E ci sono poi molti
lavoratori creativi, ingegnosi, magari non a livelli troppo bassi quanto
a tenore di vita, ma che non trovano modo di esprimersi, non sono appoggiati
nell’estrinsecazione di queste preziose qualità e caratteristiche,
poiché tutte le risorse vengono impegnate in complessi giochi
finanziari, in scalate e fusioni o incorporazioni, per la maggior parte
orientate e guidate dalla finanza del paese dominante (USA); e la lotta
tra i vari parassiti si acutizzerà ulteriormente visto che le
grandi imprese decotte italiane (Pirelli-Telecom e Fiat in testa) faranno
a gara per accaparrarsi quote di tali risorse e dirottarle verso settori
subordinati ai potenti centrali, e per di più in imprese con
sedi legali situate all’estero.
La questione sociale non è comunque sufficiente. I “marxisti”
non hanno tratto fino in fondo la lezione derivante dal fatto che non
è mai esistito semplicemente, come teorizzato da Marx, un modo
di produzione capitalistico – fondato sull’estrazione di
plusvalore alla classe salariata – in fase di espansione, a macchia
d’olio, dall’Inghilterra al resto del mondo. Si, lo so,
Lenin aveva apportato a questa concezione correzioni decisive, di grande
importanza e che non sono forse state sviluppate completamente nemmeno
oggi. Tuttavia, egli confidò troppo nel fatto che, nei primi
decenni del ‘900, si fosse entrati nell’epoca dell’irreversibile,
pur per ondate, rivoluzione anticapitalistica mondiale. Non è
stato così, si sono verificate invece nuove ondate dello sviluppo
capitalistico, e ogni ulteriore formazione sociale, entrata in campo
nell’ambito di questo sviluppo, comporta mutamenti nelle stesse
strutture sociali del cosiddetto “modo di produzione”, ma
soprattutto altera tutta la configurazione mondiale dei rapporti tra
paesi diversi. Ed ogni paese – che significa una popolazione complessamente
strutturata al suo interno – si sviluppa, oppure no, oppure si
sviluppa con ritmi diversi dagli altri, ecc., ma sempre in stretta dipendenza
dal suo far parte di un sistema complessivo (mondiale) di paesi.
Chi pensa a far politica, non può riferirsi solo alle classi
“inferiori” (nel senso di quelle dominate o meno abbienti,
e via dicendo) del suo paese, perché altrimenti è bene
si dedichi esclusivamente alla rappresentanza (sindacale) di quel particolare
spicchio di popolazione che predilige (dei cui voti ha cioè bisogno
per le sue malversazioni). Esiste però pure il paese (una popolazione)
nel suo insieme, e nelle sue relazioni con il sistema internazionale.
Esiste quindi il problema della geopolitica (e della geoeconomia, ovviamente).
E dunque, è necessario riflettere anche su questo problema. Alcuni
credono che sia sufficiente, in campo internazionale, schierarsi contro
i dominanti sul piano globale, attuando quella che comunemente viene
indicata come politica antimperialistica. E’ atteggiamento profondamente
sbagliato. Intanto, in senso proprio, l’imperialismo è
stato il periodo dello scontro tra più potenze capitalistiche
(almeno 5-6) per la preminenza mondiale. Oggi, pur essendoci sintomi
di ripresa di un conflitto per certi versi simile, esiste la netta predominanza
USA. Quindi, sempre in senso proprio, si deve oggi parlare soprattutto
di una lotta antiegemonica, una lotta contro, appunto, questa predominanza
degli Stati Uniti. Ovviamente, è del tutto giusto che tale lotta
si esprima in primo luogo con l’appoggio ai paesi e popoli che
sono sotto il giogo degli USA, che sono stati e sono aggrediti dagli
USA, che sono minacciati da essi poiché non si piegano ai loro
diktat, ecc. E’ sia una questione di principio, sia un interesse
di chiunque non voglia solo partecipare, in posizione servile e per
briciole, alla “divisione degli utili” derivanti dalla preminenza
statunitense.
Questo è però ancora soltanto una parte dell’intero
problema per un paese che faccia parte dell’area del capitalismo
avanzato. Attualmente in Europa come in altre parti del mondo –
e l’Italia, nell’area europea, è campo di battaglia
di non minore importanza affinché si affermi una delle alternative
possibili – si scontrano due linee, non sempre chiaramente separate
e contrapposte, perché le viltà o complicità con
i più potenti sono molteplici. Comunque: o si sceglie di diventare
una parte subordinata (una “provincia”) dell’impero
americano, adattandosi al suo interno come un complessivo sistema economico
“di nicchia”, dismettendo completamente ogni grande industria
nei settori di punta che farebbero concorrenza al “padrone”
e attenendosi ad attività di “servizio” (di turismo,
di imprenditorialità dedita a produzioni complementari a quelle
dei dominanti, ecc.) e di reperimento di fondi finanziari per chi sta
al vertice del potere mondiale; oppure si sceglie la via della competizione
e dello sviluppo in contrasto con quello dei più potenti. Nell’un
caso e nell’altro, il problema non può essere limitato
all’economia, alla “produttività” del sistema,
allo “sfruttamento” della forza lavoro, ecc.; l’intera
struttura del potere politico e la lotta di tipo culturale debbono articolarsi
in base all’impostazione generale prescelta.
Secondo quanto riesco a capire, dovrebbe essere seguita – proprio
per evitare il declino e assicurare migliori condizioni di vita praticamente
a tutti – una linea di indipendenza e quindi di lotta contro la
potenza egemone; di conseguenza bisogna muoversi politicamente in direzione
degli altri centri che, nel mondo, perseguono fini analoghi, e che oggi
mi sembrano soprattutto Cina e Russia. Naturalmente, le rispettive posizioni,
le possibili alleanze, saranno destinate a mutare di periodo in periodo
per un’epoca storica di cui non è possibile predire la
lunghezza; in ogni caso, non credo si verificheranno molto presto definitive
“coagulazioni” di “blocchi di potenze” in contrasto.
Nemmeno mi sembra si sia in grado di predire quale forma assumerà
via via questo conflitto, perché non si deve trarre dal passato
la conclusione di nuove guerre mondiali inevitabili (non saprei spiegarlo
con motivazioni adeguate, ma penso che non sarà questa la manifestazione,
nemmeno la più acuta, del conflitto in oggetto).
Le nostre motivazioni ideali più radicate ci portano a voler
unire, nella lotta, tutte le parti più deboli della popolazione,
le più disagiate e in situazione di precarietà, ecc.;
ciò però non per semplice “bontà”,
per misericordia verso le loro condizioni di vita e di lavoro poco brillanti.
Il desiderio è sicuramente quello di contribuire a contrastare,
prima, e poi trasformare la forma dei rapporti in una società
fondata sulla prepotenza, la sopraffazione, l’inganno, l’iniqua
distribuzione del prodotto sociale, ecc. Tuttavia, guai a dimenticare
che, in attesa della trasformazione decisiva, è necessario che
interi popoli, anche nei paesi a più alto PIL, escano da una
condizione di stagnazione, di stentato sviluppo sempre sull’orlo
della brusca caduta in una crisi più profonda. Da questo punto
di vista, tutti coloro che predicano la decrescita, l’arcaicismo
della nostra attività produttiva, la pura e semplice difesa dell’ambiente
che paralizza ogni impulso produttivo, ecc. sono obiettivi alleati –
ma io ho anche molti sospetti, perché credo di più alla
mala fede e al perverso interesse che non alla stupidità di certi
intellettuali – di quelli che dell’Italia vogliono fare
la punta di lancia in Europa dei settori (economico-finanziari e loro
scherani politici) subordinati al disegno statunitense di continuazione
indefinita della loro predominanza mondiale.
E’ dunque necessario non essere solo ossessionati da politiche
“di classe” (ancora una volta, sono convinto della mala
fede e dell’interesse truffaldino dei partitini e movimentini
che se ne sciacquano in continuazione la bocca), bensì pensare
anche allo sviluppo del paese nel suo insieme; e alla possibilità
di evitare che l’Europa diventi il “giardino di casa”
degli USA, un sistema economico, politico, culturale, integrato e complementare
a questi ultimi, in un certo senso prendendo il posto del Sud America,
dove si sta manifestando una interessante e non debole spinta all’autonomia
(non credo ad un suo decisivo successo, ma certamente si tratta di comportamenti
politici nettamente più efficaci di quelli europei).
E qui arriviamo dunque alla conclusione del discorso. Per affermare
una nostra autonomia, si debbono indebolire gli organismi detti comunitari
europei, punto nodale della inferiorità del continente e della
sua subordinazione alla potenza centrale. L’Inghilterra, e molti
paesi dell’Europa orientale (Polonia in testa), sono la longa
manus degli USA nella nostra area. Tuttavia, un paese decisivo in tal
senso è proprio l’Italia. Ed è qui dove quella finanza
e industria arretrate e inefficienti, prime responsabili dei crac ben
noti e poi della ipocrita difesa dell’“etica degli affari”
(nella “guerra per banche”), rappresentano il nemico più
feroce di ogni possibile risanamento della nostra economia, di ogni
tentativo di deciso, e autonomo, rilancio dello sviluppo, di un rafforzamento
– in legame con alcuni altri settori della economia e produzione
europee, e delle loro eventuali rappresentanze politiche – delle
industrie energetiche e di punta; rafforzamento ottenuto dirottando,
parzialmente e forse provvisoriamente, le nostre alleanze verso est,
verso Russia e Cina in particolare. Non per preconcetto antiamericanismo,
ma per semplici interessi minimali. E’ ora di capire che nessuna
lotta sociale è possibile, nessun anticapitalismo ha qualche
possibilità di attecchire, se le forze che a simili intenti dedicano
solo chiacchiere non rivolgeranno qualche loro pensiero alla necessità
di risolvere i problemi delle loro, complessamente strutturate, società
nel loro insieme.
Né destra né sinistra attuali hanno nulla a che vedere
con una simile politica. Sono diverse come diverse sono una P38 e una
Mauser; ma servono allo stesso scopo e chi le usa non nutre “buone
intenzioni”. E inoltre, per qualsiasi persona ragionante risulta
evidente che, non in assoluto ma in questa congiuntura storica, il nemico
fondamentale esistente in Italia, quello che ho più sopra indicato
come “banda Al Capone”, si raggruppa nel patto di sindacato
della RCS, il cui giornale (Corrierino dei poteri finti forti, ormai
in piena crisi e con l’acqua alla gola) ha preso una ben precisa
posizione politica. Chi ha testa, capisce quello che voglio dire e ne
trarrà le debite conclusioni. Gli altri, continuino a non capire
nulla o a voler fare mascalzonate. In termini storici, la resa dei conti
non è lontana, ne sono molto convinto. Se i rivoluzionari (da
operetta) “contro il capitale” saranno latitanti come in
altre epoche, ci penseranno quelli “dentro il capitale”.
In ogni caso, so piuttosto bene chi (pochi) sarà in sintonia
con questa analisi “di fase”; perché di questo si
tratta, pur se è sviluppata in estrema sintesi per il momento.
Invito questi pochi a pensare veramente alla costituzione dei “nuclei
di resistenza” cui ho sopra accennato. E’ ciò cui
sono più sensibile, assieme tuttavia alla necessità di
portare avanti anche una completa ristrutturazione teorica (e storica;
ma in tale comparto di studi ho bisogno di altri aiuti) di quel campo
“conoscitivo” che viene etichettato come marxismo. Non mi
interessano però i dibattiti “dottrinali”, la difesa
del “catechismo marxista”, né la marxologica adesione
a questo o quel clan (pardon, scuola). Comunque, si tratta di questioni
differenti e se ne parlerà in altra sede.
Grazie dell’attenzione
Gianfranco La Grassa 1° aprile 2006