RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

Gli strateghi del capitale (Manifestolibri)
Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin

2006 pp.192 18,00 €



Questo libro conclude circa dieci anni di riflessione sul marxismo. L’autore rilegge in particolare Marx e Lenin, trattando la loro critica del capitalismo come nascita e primo sviluppo di una scienza della società in cui si fondono elaborazione teorica e atteggiamento pratico orientato alla trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali. Il volume si sofferma soprattutto sulle formulazioni teoriche di Marx, proponendo la sostituzione della loro premessa principale: mentre Marx vedeva nella proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione l’elemento strutturale decisivo dell’attuale società, La Grassa propone un mutamento di prospettiva, che mette al centro dell’analisi del capitalismo il conflitto di strategie tra gli agenti sociali dominanti, conflitto in cui si compenetrano profondamente aspetti economici, politici, ideologico-culturali. Ne consegue che le fasi di crisi e trasformazione della società sono provocate molto più dalle lotte interne alle classi dominanti che da quelle tra dominanti e dominati. Da questo spostamento di angolo visuale discendono una serie di conseguenze teoriche e politiche che l’autore illustra con argomentazioni chiare e stringenti.


INTRODUZIONE

1. Con questo libro concludo di fatto una decina d’anni di ricerca ed elaborazione dopo la svolta teorica da me operata nel 1996 con Lezioni sul capitalismo e La fine di una teoria (scritto con Costanzo Preve). Credo che il presente testo sia piuttosto denso e complesso. Sia pure per cenni, tratto del problema della trasformazione (dei valori in prezzi di produzione) e della caduta tendenziale del saggio di profitto, due temi estremamente cari ai marxisti «di ferro» di tutti i tempi. Riprendo la teoria del valore lavoro, chiarendo – anche se non ce ne sarebbe dovuto esser bisogno – che non l’ho mai considerata errata o decaduta; semplicemente ritengo che non sia più sufficiente dibattere e accapigliarsi ossessivamente intorno al suo statuto teorico, data la sua insufficienza rispetto alle necessità d’analisi del capitalismo (e non solo di quello contemporaneo, poiché le manchevolezze di una teoria sono teoriche, non dipendono esclusivamente dall’evoluzione storica di un dato oggetto scientifico). Diciamo pure che la teoria del valore (lavoro) è necessaria ma non sufficiente.
Ho dedicato una certa attenzione al problema dello sviluppo e dell’equilibrio. Quest’ultimo è per me una «realtà» dipendente dalla grossolanità delle nostre esperienze basate sui sensi. Presumo che, in effetti, esso – senza voler sconfinare nell’ontologia, ma riferendomi solo all’uso scientifico di certi concetti – non sussista mai, che semmai si possa talvolta verificare una serie indefinita di squilibri di entità infinitesimale, in grado di controbilanciarsi creando l’impressione, attribuita appunto alla percezione mediante i sensi, dell’equilibrio. Aderisco alla tesi che, in realtà, nell’indefinita serie di squilibri, si inserisca spesso (per non dire quasi sempre), in un dato punto della sequenza, una azione di rottura in grado di provocare, in tempi più o meno lunghi o rapidi, l’aperto e ampio scostamento di quel dato sistema dalla posizione di apparente equilibrio, con radicale riorientamento della sua struttura di relazioni e il conseguente passaggio ad altro sistema diversamente configurato. Anche quando l’azione di rottura appena ricordata è frutto di scelte di soggetti «consapevoli», il risultato finale della trasformazione (con ristrutturazione) appare largamente imprevisto e dunque, di fatto, casuale (dal punto di vista della rilevazione dei fenomeni). Riguardo al tema dello sviluppo, prendo in considerazione alcune posizioni fondamentali e le discuto, pur succintamente, al fine di giustificare e approfondire la mia scelta di porre al centro dell’indagine spazio-temporale della società moderna l’ipotesi dello sviluppo ineguale delle varie parti di cui è costituito il sistema capitalistico.
In questa introduzione non intendo però riassumere l’esposizione delle mie argomentazioni. Desidero soltanto chiarirne alcuni momenti genetici e la struttura logica, cioè il percorso seguito ponendo certe premesse – di cui evidenzio la differenza rispetto a quelle della tradizione marxista, che rappresenta comunque il mio punto di partenza – e da esse traendo le conclusioni, intermedie e finali, che ne discendono consequenzialmente. E passo quindi subito a tratteggiare la nervatura centrale di quanto scritto nel presente libro.

2. Almeno una parte di coloro che leggeranno questo libro conosce bene l’apertura del Manifesto comunista del 1848. L’ho citata più di una volta nel testo; qui la ricordo con mie parole: tutta la storia delle società finora conosciute è storia di lotta di classi, intendendole come classi dominanti e subordinate fra loro in aspro e continuo conflitto, cui viene dunque assegnato un ruolo del tutto decisivo nell’evoluzione storica delle varie formazioni sociali e nella transizione dall’una all’altra. Alle frasi iniziali del Manifesto, è necessario aggiungere la più bella (almeno per me) esposizione che Marx fece del materialismo storico (anche se così non fu da lui denominato); essa non si trova, come solitamente si è creduto in campo marxista, nella Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica, bensì nel par. 7 (Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica) del cap. XXIV del primo libro de Il Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria). Riporterò quella che è per me la tesi principale sostenuta in queste quattro preziose paginette, che tutti possono leggere per controllare se ho riferito esattamente o meno il ragionamento di Marx.
Questi sostiene subito che la «cosiddetta accumulazione originaria» è in definitiva – andando al succo delle trasformazioni storiche verificatesi (se non sbaglio, in due-tre secoli o poco più) – «la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale». L’accumulazione originaria costituisce la negazione (la prima del famoso movimento triadico illustrato da Hegel e qui utilizzato da Marx) di questo tipo di proprietà dei mezzi di produzione, con il passaggio alla proprietà, ancora privata, di tipo capitalistico, passaggio in cui si realizza l’espropriazione della maggioranza dei proprietari e la loro trasformazione in lavoratori salariati alle dipendenze dell’assai minor numero di proprietari rimasti (divenuti così capitalisti). La gran massa dei proprietari iniziali è costituita, in definitiva, da artigiani (nel senso effettivo del termine, non certo quello che oggi si intende per artigiani) e da piccoli conduttori agricoli, ecc. Si tratta della produzione mercantile semplice, in cui i produttori possiedono individualmente gli strumenti con cui essi approntano i beni per la vendita nel mercato, avendo pure acquisito i saperi necessari ad usare «da virtuosi» tali strumenti ai fini dell’ottenimento di prodotti che non valgono solo quantitativamente, per il loro valore espresso in denaro, ma di cui interessa ancor più la qualità (in qualche modo «artistica»).
L’espropriazione della maggioranza di detti proprietari individuali ad opera di una loro minoranza – l’accumulazione originaria del capitale appunto – fa passare in secondo piano la qualità ed emergere invece la quantità, per di più nella sua forma monetaria, con tutte le conseguenze della produzione capitalistica che noi ormai conosciamo attraverso la storia degli ultimi due secoli e che confermano molte illuminanti analisi e previsioni di Marx. Per quest’ultimo, tuttavia, accanto ad aspetti assai negativi, tale produzione ne ha di eminentemente positivi, anzi di assolutamente decisivi per il superamento di ogni produzione sociale fondata sullo sfruttamento dei molti da parte dei pochi; non ci si scordi infatti che la piccola produzione mercantile individuale non è mai stata la struttura portante di una qualsiasi società, dato che è sempre esistita nell’ambito di formazioni sociali basate sulla schiavitù, sulla servitù della gleba, ecc. E coloro che pensavano ad una sua possibile espansione fino a rappresentare il nucleo centrale e più esteso dei rapporti sociali (si pensi per tutti a Sismondi), erano dei «socialisti» reazionari e romantici così come li definì il marxiano Manifesto comunista e poi anche Lenin.
La proprietà privata capitalistica dei mezzi produttivi (negazione di quella fondata sul lavoro personale dell’artigiano, ecc.) ha una serie di effetti che Marx ritiene, a mio avviso giustamente, un progresso. Allargando la scala della produzione (dei processi lavorativi, di trasformazione della materia prima in prodotti finiti), essa consente il superamento sia dell’organizzazione lavorativa individuale con fenomeni di sempre più larga cooperazione ad uno scopo comune, sia dell’utilizzazione dei semplici strumenti individuali (dell’artigiano, ecc.) con il finale passaggio al macchinismo industriale che aumenta a dismisura, e con ritmi esponenziali di crescita, la produzione di beni utili alla vita degli uomini in società. Per quanto mi riguarda, accetto l’impostazione marxiana e considero progressivo questo sviluppo delle forze produttive sociali consentito dalla proprietà capitalistica. Sono favorevole all’avanzamento della scienza e della tecnica; comprendo l’invito alla prudenza nei loro confronti, non però certi odierni atteggiamenti eccessivamente critici, assunti anche «a sinistra». In linea di principio, non ritengo vadano posti eccessivi limiti allo sviluppo, quantitativo e qualitativo, delle forze produttive.
Quest’ultimo, in ogni caso, era apprezzato da Marx, che lo riteneva fra l’altro necessario alla creazione delle basi di consumo di una società comunista («a ciascuno secondo i suoi bisogni»). Marx stesso si rendeva però conto che esso è necessario ma non sufficiente alla formazione dell’elemento decisivo di tale nuova società, rappresentato da una struttura di rapporti tra uomini basati sulla cooperazione e la sostanziale armonia; struttura che, instauratasi inizialmente nella produzione sociale (nel modo di produzione), vada poi allargandosi alle (nuove) «sovrastrutture» politico-ideologiche emergenti nel corso del profondo sommovimento innescato dalla lotta tra classi dominanti e dominate. Tuttavia, la proprietà capitalistica, distruggendo le basi di quella individuale (limitata e locale), promuove proprio – sempre secondo Marx – la creazione della nuova struttura sociale attraverso lo sviluppo «su scala sempre crescente» della «forma cooperativa del processo di lavoro», della «consapevole applicazione tecnica della scienza», dello «sfruttamento metodico della terra», della «trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente», della «economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato», ecc.
Si accentuerebbe dunque il carattere sociale, cooperativo e combinato, della produzione con crescenti necessità di coordinata integrazione tra tutti i lavori. Si ha insomma una «ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi»; a questo punto assume «una forma nuova anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora, quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai». Si afferma quindi irresistibilmente una tendenza alla crescente centralizzazione monopolistica della proprietà capitalistica; e questa «centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui divengono incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati [….] È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà sociale fondata sulla conquista dell’era capitalistica [quest’ultimo corsivo è mio, perché è qui chiaramente espressa l’idea marxiana di una formazione degli elementi basilari del comunismo nell’ambito dello stesso sviluppo capitalistico], sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso».
In poche parole, dallo sviluppo indotto dalla prima negazione (trasformazione della proprietà individuale dei mezzi di produzione in proprietà capitalistica) segue, per movimento interno allo sviluppo in questione, la seconda negazione con trasformazione della proprietà capitalistica in proprietà sociale, caratterizzata dalla piena utilizzazione dei mezzi di produzione in processi di lavoro cooperativi diretti a scopi comuni, consapevolmente decisi dall’intera collettività, ormai priva di contrasti (di classe) interni. Dice Marx: «La trasformazione della proprietà sminuzzata poggiante sul lavoro degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [corsivo mio, perché è affermazione decisiva per afferrare l’idea marxiana dell’endogena formazione del comunismo dal capitalismo] in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo».
Per converso, si deve allora affermare che la seconda negazione, la transizione dalla proprietà capitalistica a quella sociale, sarebbe – nell’opinione di Marx – incomparabilmente più breve, leggera e facile della prima, che implicò il passaggio dalla produzione mercantile semplice a quella specificamente capitalistica. Se la prima negazione si realizzò nel corso di due-tre secoli, la seconda sarebbe dovuta durare alcuni decenni, non certo altri secoli. Subito dopo la morte di Marx (1883), Engels scrisse che il processo, che Marx e lui avevano delineato negli anni ’40 e ’50, stava rapidamente accadendo in Germania «sotto i nostri occhi». Sono passati 120 anni da quelle dichiarazioni, e quel processo non è sotto gli occhi di nessuno che non sogni o fantastichi.
Essendosi dimostrate poco realistiche simili previsioni, mi è sembrato del tutto logico che si dovessero apportare decisi mutamenti all’impianto di una teoria smentita dai fatti. Tuttavia, io non posso non pensare all’interno di quest’ultima, utilizzando le sue categorie, i suoi concetti; del resto, ho letto molto di numerose altre teorie della società, ricavandone soltanto un’insoddisfazione profonda per il mascheramento delle caratteristiche più negative della nostra società, che almeno il marxismo poneva in piena luce. Inoltre, quando ad esempio debbo capire quanto sta avvenendo ultimamente nel nostro paese, o anche nel mondo, trovo decisamente più efficace un marxismo anche rudimentale rispetto ad altre impostazioni, solo apparentemente più raffinate. Mi sono quindi rivolto testardamente alla concezione scientifica di cui sono comunque impregnato, decidendo però di compiere una serie di mosse a partire dall’ammissione di suoi pesanti e decisivi errori compiuti proprio nel porre le premesse che reggono il sistema delle sue conclusioni e previsioni; e ho deciso di modificarle radicalmente.

3. Marx stesso affermò più volte che, in tutte le formazioni sociali precapitalistiche, non sono le classi dominate a indirizzare la transizione da una forma di società all’altra. Le rivolte degli schiavi, le jacqueries medioevali, ecc. potevano semplicemente alimentare i sommovimenti sociali da cui presero l’avvio le trasformazioni che, nel giro di secoli e con molti avanti e indietro, condussero a nuove strutture di rapporti. Tuttavia, gli scontri decisivi, che fanno decadere e sbriciolare il vecchio ordinamento (economico, politico, culturale), sono quelli che oppongono fra loro le diverse frazioni di dominanti all’interno di ogni data formazione storica della società; e il trapasso ad altra si innesca e viene orientato, con scarsa consapevolezza dei suoi risultati finali, da nuove classi dominanti emergenti in lotta con le precedenti.
La classe dominata nella formazione sociale capitalistica – la classe operaia o il lavoratore collettivo («dall’ingegnere all’ultimo manovale») – costituiva per Marx una eccezione. Ma solo perché egli interpretava la dinamica capitalistica, intrinseca ai processi produttivi, in quanto tesa alla più completa socializzazione del lavoro. L’espropriazione dei molti produttori individuali da parte dei pochi capitalisti (che divengono infine monopolisti) consentirebbe ad un numero crescente di lavori – prima legati e socializzati fra loro solo in via mediata, tramite il mercato, per cui ogni lavoratore produceva per gli altri, dovendo però con questi confrontarsi nel luogo di un’aspra concorrenza – di collegarsi direttamente, di cooperare ad un fine comune e collettivamente definito; ognuno avrebbe dovuto pur sempre continuare a lavorare per altri e gli altri per lui – poiché la divisione del lavoro era per Marx, secondo me giustamente, un elemento decisivo dell’impetuoso sviluppo delle forze produttive e della possibilità di accrescere e accelerare l’avanzamento tecnico-scientifico – ma senza più la competizione insita nella struttura dei rapporti mercantili.
Fa semplicemente sorridere la «scoperta» del socialismo di mercato, che è una pura contraddizione in termini, è la negazione di ogni autentica forma cooperativa, l’unica sulla cui base possa essere anche soltanto pensato un modo di produzione comunistico. Il socialismo non è mai stato considerato da Marx (e dai marxisti in genere) – e del tutto correttamente – una nuova formazione sociale; o era indicato quale primo gradino del comunismo (Marx e i marxisti fino a tempi relativamente recenti) o come una fase di transizione al comunismo, sempre aperta al ritorno all’indietro e caratterizzata da una acutissima lotta di classe (corrente althusseriana e altri). Pensare al socialismo in quanto società definitiva, caratterizzata dall’armonia e cooperazione, ma in cui sussisterebbe il luogo del conflitto mercantile, è esattamente come pensare al comunismo con tanto di presenza (ingombrante) dello Stato che, in senso proprio, non è la cosiddetta «amministrazione delle cose» – cui si riferì ad un certo punto Engels immaginando una possibile istituzione «pubblica» nel comunismo – bensì apparato di coercizione e di organizzazione del consenso (ideologico-culturale). Socialismo più mercato e comunismo più Stato appartengono a quel modo di fantasticare, gustosamente e ironicamente sintetizzato nella frase «volere la botte piena e la moglie ubriaca». Chi coltiva soprattutto la scienza non può che restare assai perplesso di fronte all’arzigogolare di un pensiero così poco coerente.
L’unica impostazione scientifica, e logicamente consistente, è a mio avviso quella di Marx appena più sopra delineata e ancor più esaurientemente illustrata nel mio libro. Soltanto che i suoi presupposti – centralizzazione dei capitali (definitivamente monopolistica, quale ultimo stadio del capitalismo), socializzazione completa del lavoro (diviso ma cooperante senza più l’intermediazione conflittuale delle forme di merce e di valore), separazione e contrasto crescenti tra pochi capitalisti proprietari (e solo finanziari), da una parte, e massa di lavoratori salariati e sempre più uniti in processi produttivi comuni e armoniosamente integrantisi fra loro, dall’altra – non si sono per nulla realizzati dopo un secolo e mezzo. Non solo: è facile constatare oggi, anche teoricamente, che l’analisi marxiana era viziata da errori (posti in evidenza nel testo).
È necessario ripensare le «concrete» intuizioni di Lenin e Mao quando affermarono, con grande saggezza, che la rivoluzione vince non dove i rivoluzionari sono più forti, ma dove i conservatori e reazionari sono più deboli. Non vince insomma la «squadra» che gioca meglio, ma perde quella che gioca male, che è in crisi. E non si vince in uno scontro globale e definitivo tra chi vuole rovesciare e chi vuole invece mantenere in piedi, ed eventualmente restaurare, il vecchio ordine. Gli innovatori prevalgono, a volte temporaneamente a volte in modo più duraturo, in determinati spazi della società complessiva ove si sono prodotte le più gravi smagliature e l’indebolimento irreversibile delle vecchie classi dominanti; dove l’economia ristagna, e le istituzioni politiche e culturali si disgregano facendo emergere nuove idee e l’iniziale formazione di nuovi apparati di potere. In definitiva, è lo scontro tra dominanti, resosi acuto in determinate epoche, ad aprire congiunture di crisi (non semplicemente economica) in dati punti della vecchia struttura sociale; si aprono così dei varchi attraverso i quali possono passare forze nuove tese ad un radicale cambiamento dei rapporti caratteristici di detta struttura.
Per questo ho sostenuto nel libro che, in ultima analisi, la storia delle società finora esistite è soprattutto storia di conflitti tra dominanti. Con una simile affermazione non intendo assolutamente cancellare o sottovalutare l’importanza dei rivolgimenti sociali nati dall’insorgenza di movimenti dei dominati. Rilevo semplicemente che questi ultimi si agitano per condizioni di vita (non semplicemente materiali) divenute intollerabili; ma l’intollerabilità è prevalentemente provocata proprio dagli scontri tra frazioni di dominanti nei periodi (e spazi sociali) in cui essi arrivano al più alto livello di intensità. E il movimento dei dominati può avere successo solo se questa intensità ha indebolito fortemente soprattutto gli apparati del potere politico e ideologico dei dominanti. Tuttavia, e in modo particolare nel capitalismo (in specie avanzato), i ceti dominati più numerosi, quelli situati alla base della piramide sociale e che più facilmente avvertono l’intollerabilità della loro condizione, sono variamente stratificati (in verticale) e segmentati (in orizzontale).
Esistono dunque molte frazioni interne alle masse popolari, che hanno interessi diversi e che perciò, se si sollevano, lo fanno con orientamenti e obiettivi diversi; solo in modo labile e temporaneo, e soltanto finché dura la situazione di massima crisi, esse trovano punti di convergenza. In ogni caso, sia per la strategia di svolgimento della lotta diretta alla cosiddetta presa del potere sia per il successivo assestamento di nuove istituzioni politiche e culturali, di una nuova strutturazione dell’economia, ecc., è del tutto indispensabile che sussistano condizioni favorevoli al formarsi di una organizzazione dei dominati, capace di rappresentare il vettore di composizione delle azioni politiche svolte dalle frazioni di massa in movimento per affermare i loro differenti interessi e orientamenti cui ho appena fatto cenno. Affidato alla spontaneità, ogni pur radicale intento trasformatore finisce con il rifluire, con l’involvere, con il ritornare addirittura al vecchio sistema dei rapporti economici, politici e culturali. In ciò, resto fondamentalmente un leninista, pur divergendo (oggi) nettamente da Lenin per quanto concerne la sua, storicamente comprensibile, acritica adesione all’ortodossia (teorica), soprattutto fissata, in quanto dottrina (della «classe operaia»), da Kautsky.
Tuttavia, la più generale tesi della decisività degli scontri interdominanti, valida a mio avviso per l’intera storia delle formazioni sociali finora esistite, ha un significato tutto specifico per quanto concerne quella capitalistica. Innanzitutto, questa si caratterizza e differenzia rispetto alle società precedenti per il fatto che il conflitto tra dominanti non si svolge solo nelle sfere politica e culturale, bensì anche, e con forza particolare, in quella economico-produttiva. Ed è qui che si produce – cioè lo produco io – il mutamento decisivo rispetto al paradigma centrale della teoria marxista. Secondo il mio punto di vista, i capitalisti non sono semplici proprietari dei mezzi di produzione, la cui attività è tesa allo scopo, pressoché esclusivo, di sfruttare al massimo la forza lavoro salariata, cioè di estrarre da essa il massimo plusvalore possibile; essi debbono essere considerati principalmente quali «soggetti» espletanti la funzione del conflitto di strategie al fine di affermare una supremazia; ogni frazione di dominanti si batte per questa supremazia contro tutte le altre. Su questo punto dobbiamo evitare fraintendimenti.
Se si pensa semplicemente in termini di concorrenza tra proprietari capitalisti, mossi principalmente dal fine del massimo profitto (plusvalore estratto dalla forza lavoro), le conclusioni sono quelle del marxismo tradizionale, da me ben chiarite (credo) nel testo e riportate anche poco più sopra: i rapporti capitalistici sono un involucro che, a un certo punto, impedisce l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, il capitale giunge al suo definitivo e irreversibile stadio monopolistico che vede la netta separazione tra un pugno di rentier parassiti e la gran massa del popolo lavoratore, ecc. Da me viene proposta l’ipotesi che la proprietà sia solo un, certo importante, scudo protettivo del ruolo assunto dagli agenti capitalistici; e che l’ottenimento del massimo profitto, implicante l’utilizzazione della razionalità del minimo (dei mezzi) per il massimo (degli obiettivi da raggiungere), sia una specifica funzione esercitata da coloro (manager) che dirigono l’unità produttiva capitalistica (impresa) seguendo i criteri dell’efficienza economica. Gli agenti capitalistici possono certo anche svolgere attività manageriali e/o avere la proprietà dei capitali; la loro funzione di gran lunga principale è tuttavia quella dell’impiego di una razionalità strategica per condurre con successo il conflitto che, sordo o aperto, sussiste sempre fra loro con la finalità predominante della conquista di una supremazia (non mai limitata alla sola sfera economico-produttiva).
Il conflitto strategico comporta lunghi periodi di accanita lotta seguiti da fasi in cui qualcuno prevale nettamente sugli altri, coordinandoli in modo tale da attenuare la reciproca competizione; si tratta però di fasi mai stabili e definitive, poiché lo scontro interdominanti, pur in altre forme a volte subdole e «sotterranee», non cessa mai e viene nuovamente «in superficie» alterando i precedenti assetti e rimettendo in grande effervescenza, con forti impulsi all’innovazione, la produzione capitalistica. Lo sviluppo del capitalismo è dunque sempre contrassegnato da onde cicliche, a volte smorzate a volte assai accentuate, con punti critici che possono determinare svolte radicali. Tuttavia, ancor più dell’andamento ciclico è decisivo lo sviluppo ineguale delle diverse parti (paesi, aree, regioni, ecc.) della formazione capitalistica complessiva. Le onde cicliche, e le crisi che punteggiano la durata temporale, sono sussunte sotto il – e funzionali al – differenziantesi sviluppo di queste parti (spaziali; logicamente in senso sociale e politico, non solo geografico); sempre ricordando che, a lunghe fasi di apparente stabilità e predominio di una parte sulle altre, seguono fasi di rimescolamento delle carte con il prepotente riemergere del conflitto per la preminenza.
Lo sviluppo ineguale è comunque pur sempre uno sviluppo, poiché non è mai necessariamente data la fase della finale stagnazione delle forze produttive capitalistiche; inoltre detto sviluppo, cui dà impulso il conflitto tra dominanti, si verifica sia nella sfera economica, e dunque nella struttura dei mercati (nazionali e mondiale), sia nella sfera politica (e anche culturale) con l’esplodere di quella forma acuta di lotta (guerra) tra «grandi potenze» capitalistiche, caratteristica della vera e propria epoca imperialistica a cavallo tra otto e novecento, e che Lenin – imbrigliato dal tradizionale schema marxista – interpretò del tutto ovviamente quale stadio definitivo e ultimo del capitalismo. Detto tra parentesi, discettare accanitamente sul termine supremo, come hanno fatto spesso i marxisti, mi è sempre sembrato segno di scarsa coerenza; se si accetta il capitalismo essenzialmente proprietario secondo l’impostazione marxista (e di Marx stesso, sia chiaro), con tutte le doverose conclusioni che se ne debbono trarre – e che non possono non essere tratte seguendo la logica del pensiero scientifico – è del tutto esatto prevedere la finale stagnazione e l’impossibilità di ulteriore sviluppo del capitalismo susseguente al definitivo instaurarsi di una situazione di massima centralizzazione monopolistica.
Non è affatto errato il ragionamento consequenziale, è precisamente errata la premessa: il capitalismo in quanto essenzialmente caratterizzato dalla proprietà dei mezzi produttivi e dalla tendenza al conseguimento del massimo profitto, cioè della massima estrazione di plusvalore dai lavoratori. Un ragionamento assolutamente corretto, se parte da ipotesi sbagliate o quanto meno parziali e carenti, conduce a conclusioni inesatte, a previsioni fallaci. E se la prassi, la politica, segue i dettami di una siffatta teoria, anche i fallimentari risultati pratici delle rivoluzioni «comuniste» sono del tutto comprensibili; non poteva andare altrimenti che così, senza i soliti «alti lai» sui tradimenti, sulle incomprensioni della «vera» teoria, ecc. Quando leggo qualcuno che parla di «ritorno a Marx», mi preoccupo vivamente, perché gli errori e i fallimenti prendono l’avvio proprio di lì. Lenin, in fondo, aveva a suo modo intuito l’impasse della teoria, ma per ragioni storiche ben precise – alle quali ho solo accennato nel testo – decise di difenderla nella sua versione più ortodossa, con la sua monca e distorta visione della società capitalistica. È necessario andare ben oltre Lenin, non tornare a Marx. In un certo senso – pur se non sto facendo un’affermazione del tutto corretta, ma solo indicativa «per suggestione» – è necessario rendere la teoria più coerente con certe intuizioni pratiche (politiche) del rivoluzionario russo.

4. Trattiamo ancora, pur brevemente, di questi errori del marxismo (teorico), cui sono seguiti i fallimenti pratico-politici che la storia del ’900 ci ha consegnato in eredità; evidentemente ciò vale solo per chi si sente ancora erede di quella storia e di quella politica, e non la rinnega pur riconoscendone senza mezzi termini il finale insuccesso.
Nell’opera teorica di Marx manca, in ultima analisi, la piena consapevolezza di quelle che potremmo indicare come innovazioni di prodotto (e anche relative a nuove fonti di energia). Marx tratta brillantemente delle innovazioni nei processi produttivi (lavorativi), con la massiccia introduzione di macchine sempre più complesse in grado di aumentare a dismisura la produttività del lavoro in quei dati settori produttivi, e creandone certo di nuovi in riferimento alla fabbricazione di sistemi meccanici sempre più potenti e di dimensioni sempre più gigantesche, tuttavia utilizzati nelle branche produttive già esistenti. Non a caso, egli considerava tendenzialmente crescente la composizione organica del capitale, che è composizione in valore ma dipendente dalla complessità tecnica e dalle dimensioni del capitale costante, soprattutto nella sua parte costituita precisamente dai sistemi di macchine.
Marx parlò, ad esempio, del martello del falegname sostituito da magli sempre più enormi e potenti, mossi non dal braccio umano bensì dal vapore; e via dicendo. Considerò con la massima attenzione la scienza e la tecnica quali prevalenti forze produttive di cui l’uomo avrebbe disposto in misura crescente. Non immaginò però l’apertura di totalmente nuovi orizzonti scientifici e tecnici, con la scoperta di impensati nuovi beni (anche, e soprattutto, di consumo), con l’aprirsi di settori produttivi del tutto inimmaginabili secondo la pur impetuosa crescita che il capitale impresse alla produzione durante la sua prima fase di affermazione. Marx fu in grado, ad esempio, di considerare e valutare con attenzione il veloce ramificarsi delle linee ferroviarie, con tutto ciò che comportava in entità degli investimenti e in accelerazione del passaggio alla società per azioni, fulcro della centralizzazione monopolistica dei capitali. Non gli fu però possibile prevedere, poiché era scienziato e non visionario, l’auto e l’aereo, la missilistica, l’era delle telecomunicazioni, ecc.; e nemmeno, ovviamente, la scoperta delle nuovi fonti di energia, dal petrolio al nucleare, ecc. Tanto meno immaginò l’avanzamento della scienza lungo un percorso che aprì continenti conoscitivi sempre più lontani da ogni capacità intuitiva fondata sui nostri sensi; così com’è per la relatività, la quantistica, e via dicendo.
Il problema di fondo è che queste non sono soltanto scoperte ed invenzioni scientifiche con forti ricadute nella tecnica. Esse promuovono l’apertura di interamente nuovi spazi economico-sociali, e culturali, in cui si precipitano colossali investimenti, con il periodico rinfocolarsi della competizione intercapitalistica (tra dominanti), che sgretola il monopolio pur nell’ambito di una crescita delle dimensioni imprenditoriali (o dei gruppi di imprese, formalmente autonome ma in realtà integrate o coordinate fra loro, o subordinate l’una all’altra, ecc.). Non sussiste una tendenza univoca al monopolio, come avverrebbe se la produzione crescesse lungo alcune direttrici fondamentali, sempre le stesse pur se caratterizzate dall’uso di macchinari via via più grandi, complessi e potenti. Si sono invece andati scoprendo campi completamenti nuovi, che sviluppano nuovi bisogni e quindi nuovi beni di consumo oltre che di produzione (anche per produrre i nuovi beni di consumo). Ed è a mio avviso vano sostenere che si tratta di bisogni superflui, indotti dal capitale per la sua maggior gloria (profitto); per cui, in fondo, potremmo fermarci se non addirittura tornare indietro. Se questo fosse il programma propugnato dalle forze che intendono trasformare i rapporti sociali, il capitalismo potrebbe dormire i suoi sonni tranquilli, continuando a prevalere sulle società alternative fumosamente immaginate e soprattutto desiderate (e sognate) dai suoi avversari.
L’unica affermazione realistica è quella che pone in luce come la crescita accelerata di forze produttive qualitativamente nuove, e prima impensate, sia stata (finora) fondamentalmente promossa dalla conflittualità, quella tra dominanti di cui ho a lungo discorso nel libro. Quando nel film 2001 Odissea nello spazio, viene mostrata una scimmia, appartenente ad una certa tribù, che colpisce (e in quel caso uccide) con un pezzo di legno usato come clava l’appartenente ad altra tribù, poi lancia in alto il suo strumento di sopraffazione e predominio in un empito di trionfo, e questo si trasforma in astronave – a sintetizzare in un attimo tutto il lungo percorso dell’umanità verso l’alto livello tecnico-scientifico odierno – Kubrik formula (in modo geniale) una idea a mio avviso sostanzialmente corretta: tale sviluppo è stato promosso, corroborato, spinto, dalla competizione; e si è sempre trattato, e si tratta tuttora, di una pessima competizione, quella per prevalere usando prepotenza sugli altri. Non sempre si uccide (ma quanto spesso!); però certe porzioni di società tendono alla supremazia su altre, a schiacciarle, vincerle, subordinarle. Tale tendenza, piaccia o meno alle «anime belle», è stata finora la molla principale del «progresso» tecnico-scientifico; e la tendenza in questione si è accentuata – e il progresso in oggetto è diventato impetuoso – nell’ambito della società capitalistica, in cui la conflittualità di questo tipo è penetrata in forze nella sfera economico-produttiva. Non è la Tecnica che ci domina e impone la sua impersonale spinta all’umanità. È lo scontro tra dominanti per la supremazia che finora ha dato impulso al progresso scientifico e tecnico (scritto in minuscolo, per favore!); e quando, nel periodo storico caratterizzato dall’accumulazione originaria del capitale, questo genere di conflitto è dilagato nella sfera economico-produttiva, si è verificata una decisiva impennata del progresso in questione.
Quanto appena affermato ha appunto una serie di conseguenze implicanti profonde trasformazioni dell’impianto teorico del marxismo tradizionale. Non è in atto alcuna direzione privilegiata di sviluppo del capitale che conduca alla formazione di una struttura monopolistica, in cui la proprietà diventi puramente finanziaria e appannaggio di capitalisti-rentier sempre meno numerosi e più ricchi, mentre la stragrande massa del popolo si impoverirebbe (relativamente) prestando un’attività lavorativa sempre più socializzata, combinata. Da questa supposta, e mai realizzatasi, tendenza derivava la convinzione circa la possibilità di trasformare rivoluzionariamente il capitalismo in una nuova società fondata sulla cooperazione generale.
In realtà, il monopolio si accentua e si attenua per fasi ricorsive, il conflitto interdominanti trova sbocco in periodi di capitalismo globale relativamente coordinato attorno ad un centro di predominanza – sia nei sistemi economici in cui tale centro è costituito da alcuni nuovi settori trainanti, e da relativamente pochi grandi complessi imprenditoriali (industrial-finanziari); sia nel sistema geografico-politico in cui assumono la preminenza pochi paesi o perfino uno solo – seguiti da altri periodi, in cui riemerge la continua, anche quando nascosta o non evidente, lotta tra dominanti, che provoca inoltre, di fase in fase, lo sviluppo ineguale delle diverse parti della formazione capitalistica mondiale, sia che queste siano rappresentate dai vari sistemi economici o invece da quelli politici (in specie gli Stati).
La conflittualità (interdominanti) per la supremazia viene considerata, nell’ipotesi che propongo, la molla dello sviluppo capitalistico delle forze produttive – caratterizzato dalla sinuosità delle onde cicliche dell’economia, più o meno ampie e punteggiate da vere e proprie crisi, nonché da rotture e sgretolamenti degli apparati economici e politici in dati spazi della rete mondiale dei rapporti capitalistici (i leniniani «anelli deboli della catena») – che conduce comunque nel lungo periodo al miglioramento delle condizioni di vita di cospicue frazioni delle masse popolari, e alla stratificazione e segmentazione di queste ultime, senza che sia possibile predire uno stadio finale di impossibilità di ulteriore sviluppo: sia nel suo allargarsi, in orizzontale, a nuove parti del capitalismo mondiale; sia nel suo approfondirsi, in verticale, con stratificazione crescente dei livelli di reddito goduti dai sempre più numerosi ceti costituenti la struttura sociale dei capitalismi più avanzati.
Nessuna classe (o frazione di classe) riesce a dominare a lungo tramite la pura coercizione e repressione; è necessario che essa sappia esercitare una egemonia implicante l’adesione di massa a determinati valori ideologico-culturali comunemente condivisi dalla collettività. Su questo punto non si può che rinviare al nostro Gramsci e mi esimo dal diffondermi sull’argomento. Affermo solo che – essendo la conflittualità interdominanti per la supremazia la molla dello sviluppo produttivo capitalistico, caratterizzato inoltre da un trend di crescita delle condizioni di vita delle masse popolari (e del lavoro dipendente e salariato) – uno dei principali valori comunemente condivisi nelle società capitalistiche avanzate è precisamente il successo conseguito tramite competizione condotta con mezzi, legali o meno che siano, adatti a prevalere sugli altri; prevalenza che implica il più delle volte la rovina o la sopraffazione degli avversari o, come minimo, la loro esclusione da certi vantaggi, la loro sostanziale subordinazione rispetto ai vincitori, la loro netta sensazione di sconfitta o insuccesso, attribuita tuttavia alla propria incapacità e/o sfortuna.
Ancora: la premessa centrale da me posta alla base della teoria – per cui gli agenti del capitale possono certo essere anche proprietari e dirigenti della produzione, ma la loro funzione cruciale e decisiva è la conduzione delle strategie di conflitto per il predominio nell’ambito della sfera economico-produttiva – implica, come logico corollario, che dette strategie hanno comunque il tipico carattere delle politiche; di conseguenza, le strategie in lotta nella sfera economica (produttiva e finanziaria) fanno immediato ricorso alle corrispondenti funzioni degli agenti più specificamente interni alla sfera politica e agli apparati di cui questa si sostanzia; e poiché ogni politica, anche la più cinica e priva di ogni eticità, si trincera comunque dietro certi valori, vengono altrettanto immediatamente coinvolte negli scontri interdominanti le funzioni degli agenti e apparati della sfera ideologico-culturale. Tutto ciò dovrebbe essere abbastanza ben chiarito nel testo; e la stretta interconnessione delle tre sfere sociali (economica, politica, culturale) – del resto separate solo per esigenze di analisi teorica – mi sembra risultare palese dallo svolgimento delle mie ipotesi. Non è possibile, in via puramente teorica (e logica), stabilire la preminenza di questa o quella delle tre sfere in oggetto. La teoria spiega solo la loro stretta interconnessione e la reciproca funzionalità di ognuna di esse rispetto alle altre. Le vecchie discussioni sulla preminenza dell’economico o del politico-ideologico – magari sostenendo, come fece ad esempio l’althusseriano Poulantzas, la successione di stadi diversi: dominanza dell’economico nel capitalismo concorrenziale, e del politico-ideologico in quello monopolistico – mi appaiono piuttosto datate e ormai superflue.

5. La conclusione generale della fondamentale premessa (ipotetica) posta nel libro è che non esiste alcuno sbocco necessitato del processo storico di sviluppo del capitalismo. Nessuno è in grado di predire il se e il quando tale formazione sociale si trasformerà (transiterà) in altre; né si può affermare con sicurezza che la prossima forma di società sarà di tipo comunista, cioè innervata da un modo e da rapporti di produzione fondati sulla cooperazione e armonica integrazione dei diversi lavori, esplicati nella società secondo obiettivi posti in comune (con sostanziale democrazia) dalla collettività. Il futuro è aperto a più possibilità, di difficile previsione in base alle tendenze che riusciamo a decifrare (e delineare) nella presente epoca. Il comunismo è comunque una scommessa, con tratti simili a quella che Pascal decise di fare in merito all’esistenza di Dio e di un mondo ultraterreno. Chi è ateo, e crede nell’inesistenza di una qualsiasi «realtà» trascendente, dovrebbe allora rinunciare alla fede del militante comunista, per essere coerente con se stesso. In ogni caso, la certezza del comunismo prossimo venturo è mera religiosità; non ragione, ma appunto fede, sentimento. Rispettabilissimo, lodevole, ma puramente personale. Per quanto mi concerne, comunque, credo si debba ancora coltivare la speranza e il desiderio di comunismo, continuando a battersi per esso; senza però sostenere che esso è indubitabilmente inscritto nel nostro futuro.
Nel testo ci si rifiuta di aderire a qualsiasi pessimismo od ottimismo circa la natura dell’essere umano; non so se abbia più ragione Hobbes o magari invece, che so, un Rousseau. Non mi interessa saperlo né discuterlo (solo dal punto di vista scientifico, non lo considero per nulla un problema irrilevante in altro ambito). Parto dalla ipotesi – in sede di pura teoria – che la «natura» umana sia integralmente sociale, un prodotto della storia evolutiva dei rapporti intersoggettivi nell’ambito di specifiche loro strutture che si modificano certo mediante l’agire (conflittuale) di gruppi di individui, mossi da interessi e scopi fra loro differenziati, con risultati che non sono mai, in nessun periodo (epoca) di questa storia evolutiva, quelli voluti da qualcuno di essi.
E tuttavia, non vedo altra scelta se non cercare, nelle congiunture (fasi) di crisi e disfacimento della struttura sociale odierna, di uscire in direzione della costruzione – perché di questo si tratta e non certo di una spontanea formazione per movimento intrinseco allo sviluppo capitalistico delle forze produttive – di quelle che per Marx erano (e in questo aderisco alla sua convinzione) le basi di una società da lui definita comunista: l’integrazione e cooperazione tra i diversi lavori prestati ai più diversi livelli della scala sociale e la sintesi o coordinamento dei vari saperi che l’umanità acquisisce in modo sempre più accelerato. Alla fine del libro ho sostenuto che non deve essere annullato l’impulso alla competizione, ma cambiato il suo spirito, il suo carattere; oggi tendente alla prepotenza, sopraffazione, supremazia su chi viene ritenuto nemico o almeno avversario. Ripeto però che sarà necessario tentare la costruzione di una diversa umanità.
Marx sostenne, in base alle sue convinzioni già più volte illustrate nel testo, che il movimento per il comunismo sarebbe stato la levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere della società capitalistica. Se vogliamo restare a metafore del genere, nutro invece la convinzione che chi agirà in direzione del comunismo, se riuscirà ad affermarsi, lo potrà soltanto in quanto «biotecnologo» – in questo caso «biosociologo», cioè eminentemente politico – mediante trasformazione dell’attuale «Dna sociale» in un altro differente, formato da due «macromolecole»: la cooperazione fra gli innumerevoli e diversi tipi di lavoro e il cosiddetto (da Marx) general intellect.
Il presente testo si ferma tuttavia alla soglia di questa scelta per il mutamento (rivoluzionario); pone, lo ripeto, una determinata premessa ipotetica e ne trae le conclusioni più generali, a livello di massima astrazione. La scelta in oggetto implica il passaggio (successivo) a quella che Lenin definì «analisi concreta di una situazione concreta»; in realtà, si tratta sempre di analisi basata su ipotesi, ma a livello più basso di astrazione, al livello delle forze sociali in campo in determinate congiunture: sia in quelle di relativa calma e di bassa conflittualità interdominanti (intercapitalistica; nell’ambito economico come politico-ideologico) sia in quelle di aperta crisi e possibilità di inserimento di azioni di accentuata e rapida trasformazione. Le tesi sostenute in questo libro mi appaiono una ormai necessaria premessa delle analisi di fase (non solo economica). Queste ultime debbono essere tuttavia condotte con una loro specifica autonomia, non possono discendere tassativamente, in quanto sequenza logica di stretta necessità (e allora deterministica), dalle argomentazioni svolte nell’ambito di una più alta generalità teorica.
Con questo spirito consegno il presente testo alle stampe; esso dovrà servire da indirizzo a successive indagini (mie o di altri) relative all’attuale «epoca della formazione (capitalistica)» della società, sia nella sua globalità che nelle diverse aree e regioni di cui essa è composta. Una indagine non svolta con la solita adorazione di certi «marxisti» (economicisti) per i numeri, le tabelle, le più o meno armoniose linee rette o curve disegnate negli spazi geometricamente delimitati dalle assi delle ascisse e delle ordinate. Non vi è oggi tanto bisogno di statistiche economiche, di formule algebriche, di matrici intersettoriali, ecc.; ve ne sono anche troppe e creano troppo spesso un rumore incredibile, poche volte autentica informazione. È a mio avviso indispensabile afferrare – con quella capacità che unisce in sé qualcosa della coerenza scientifica e qualcosa dell’intuizione artistica – la strutturazione del capitalismo per gruppi e blocchi sociali, i movimenti delle loro configurazioni nell’ambito del conflitto che tra essi si svolge, e delle alleanze che tra essi si formano (sempre per il fine decisivo della lotta contro altri gruppi e blocchi di alleanze).
Questo è, secondo la mia ferma convinzione, il vero lascito, quello non caduco, del leninismo; un leninismo non più appesantito, legato, invischiato nella – a suo tempo comprensibile, oggi solo segno della totale degenerazione e sconfitta della teoria marxista e della prassi comunista – difesa di una ortodossia, kautskiana più ancora che marxiana. Quanto qui sostenuto è l’esatto contrario di ciò che affermò a suo tempo Hilferding. Il socialdemocratico austriaco era convinto che il marxismo, in quanto scienza, avesse dimostrato appunto l’ineluttabilità del comunismo come risultato dell’intera storia umana e, in particolare, degli sviluppi intrinseci alla sua ultima epoca, quella capitalistica; di conseguenza, la prassi politica, conservatrice o rivoluzionaria, avrebbe soltanto intralciato o favorito, ritardato o accelerato, la trasformazione del capitalismo nella nuova società.
Penso invece che non esista alcuna necessità storica, che non si possano prevedere né i tempi né gli sbocchi di una eventuale fine del capitalismo. Riguardo al comunismo, ho l’impressione che la sua probabilità non sia molto superiore a quella attribuita da Monod alla casuale emergenza della vita nell’immenso Cosmo freddo e inanimato (la vita è comunque apparsa). Sappiamo solo che la storia del capitalismo, forse più ancora di quella delle società precedenti, è caratterizzata dalla prepotenza, sopraffazione, distruzione, ecc.; siamo inoltre consci che esso va periodicamente incontro – per sua interna dinamica, che è possibile indagare formulando una serie di plausibili ipotesi circa i suoi sbocchi – a molto probabili crisi di congiuntura, in cui si possono inserire determinati movimenti tesi a rovesciarne gli apparati economici, politici, culturali, e la logica di sviluppo ad essi sottesa.
Tuttavia, dopo i fallimenti clamorosi della precedente, e non certo irrilevante o ineffettuale, prassi rivoluzionaria anticapitalistica, cerchiamo di capire meglio questa logica di sviluppo della società in cui viviamo, i suoi indubbi successi sia pure materiali, l’innalzamento – in quanto trend secolare – del tenore di vita di quote crescenti della popolazione mondiale. E non crediamo che tale forma sociale sarà sconfitta perché il suo sviluppo urta contro le barriere frapposte dall’ambiente naturale, che ad essa si «ribellerebbe». Se questa fosse l’unica risorsa dei «rivoluzionari», credo che si dovrebbe dire addio fin d’ora ad ogni prospettiva di trasformazione sociale.
Conegliano, ottobre 2005