Gli strateghi del capitale (Manifestolibri)
Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin
2006 pp.192 18,00 €
Questo libro conclude circa dieci anni di riflessione sul marxismo.
L’autore rilegge in particolare Marx e Lenin, trattando la loro
critica del capitalismo come nascita e primo sviluppo di una scienza
della società in cui si fondono elaborazione teorica e atteggiamento
pratico orientato alla trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali.
Il volume si sofferma soprattutto sulle formulazioni teoriche di Marx,
proponendo la sostituzione della loro premessa principale: mentre Marx
vedeva nella proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione
l’elemento strutturale decisivo dell’attuale società,
La Grassa propone un mutamento di prospettiva, che mette al centro dell’analisi
del capitalismo il conflitto di strategie tra gli agenti sociali dominanti,
conflitto in cui si compenetrano profondamente aspetti economici, politici,
ideologico-culturali. Ne consegue che le fasi di crisi e trasformazione
della società sono provocate molto più dalle lotte interne
alle classi dominanti che da quelle tra dominanti e dominati. Da questo
spostamento di angolo visuale discendono una serie di conseguenze teoriche
e politiche che l’autore illustra con argomentazioni chiare e
stringenti.
INTRODUZIONE
1. Con questo libro concludo di fatto una decina d’anni di ricerca
ed elaborazione dopo la svolta teorica da me operata nel 1996 con Lezioni
sul capitalismo e La fine di una teoria (scritto con Costanzo Preve).
Credo che il presente testo sia piuttosto denso e complesso. Sia pure
per cenni, tratto del problema della trasformazione (dei valori in prezzi
di produzione) e della caduta tendenziale del saggio di profitto, due
temi estremamente cari ai marxisti «di ferro» di tutti i
tempi. Riprendo la teoria del valore lavoro, chiarendo – anche
se non ce ne sarebbe dovuto esser bisogno – che non l’ho
mai considerata errata o decaduta; semplicemente ritengo che non sia
più sufficiente dibattere e accapigliarsi ossessivamente intorno
al suo statuto teorico, data la sua insufficienza rispetto alle necessità
d’analisi del capitalismo (e non solo di quello contemporaneo,
poiché le manchevolezze di una teoria sono teoriche, non dipendono
esclusivamente dall’evoluzione storica di un dato oggetto scientifico).
Diciamo pure che la teoria del valore (lavoro) è necessaria ma
non sufficiente.
Ho dedicato una certa attenzione al problema dello sviluppo e dell’equilibrio.
Quest’ultimo è per me una «realtà» dipendente
dalla grossolanità delle nostre esperienze basate sui sensi.
Presumo che, in effetti, esso – senza voler sconfinare nell’ontologia,
ma riferendomi solo all’uso scientifico di certi concetti –
non sussista mai, che semmai si possa talvolta verificare una serie
indefinita di squilibri di entità infinitesimale, in grado di
controbilanciarsi creando l’impressione, attribuita appunto alla
percezione mediante i sensi, dell’equilibrio. Aderisco alla tesi
che, in realtà, nell’indefinita serie di squilibri, si
inserisca spesso (per non dire quasi sempre), in un dato punto della
sequenza, una azione di rottura in grado di provocare, in tempi più
o meno lunghi o rapidi, l’aperto e ampio scostamento di quel dato
sistema dalla posizione di apparente equilibrio, con radicale riorientamento
della sua struttura di relazioni e il conseguente passaggio ad altro
sistema diversamente configurato. Anche quando l’azione di rottura
appena ricordata è frutto di scelte di soggetti «consapevoli»,
il risultato finale della trasformazione (con ristrutturazione) appare
largamente imprevisto e dunque, di fatto, casuale (dal punto di vista
della rilevazione dei fenomeni). Riguardo al tema dello sviluppo, prendo
in considerazione alcune posizioni fondamentali e le discuto, pur succintamente,
al fine di giustificare e approfondire la mia scelta di porre al centro
dell’indagine spazio-temporale della società moderna l’ipotesi
dello sviluppo ineguale delle varie parti di cui è costituito
il sistema capitalistico.
In questa introduzione non intendo però riassumere l’esposizione
delle mie argomentazioni. Desidero soltanto chiarirne alcuni momenti
genetici e la struttura logica, cioè il percorso seguito ponendo
certe premesse – di cui evidenzio la differenza rispetto a quelle
della tradizione marxista, che rappresenta comunque il mio punto di
partenza – e da esse traendo le conclusioni, intermedie e finali,
che ne discendono consequenzialmente. E passo quindi subito a tratteggiare
la nervatura centrale di quanto scritto nel presente libro.
2. Almeno una parte di coloro che leggeranno questo libro conosce bene
l’apertura del Manifesto comunista del 1848. L’ho citata
più di una volta nel testo; qui la ricordo con mie parole: tutta
la storia delle società finora conosciute è storia di
lotta di classi, intendendole come classi dominanti e subordinate fra
loro in aspro e continuo conflitto, cui viene dunque assegnato un ruolo
del tutto decisivo nell’evoluzione storica delle varie formazioni
sociali e nella transizione dall’una all’altra. Alle frasi
iniziali del Manifesto, è necessario aggiungere la più
bella (almeno per me) esposizione che Marx fece del materialismo storico
(anche se così non fu da lui denominato); essa non si trova,
come solitamente si è creduto in campo marxista, nella Prefazione
del 1859 a Per la critica dell’economia politica, bensì
nel par. 7 (Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica)
del cap. XXIV del primo libro de Il Capitale (La cosiddetta accumulazione
originaria). Riporterò quella che è per me la tesi principale
sostenuta in queste quattro preziose paginette, che tutti possono leggere
per controllare se ho riferito esattamente o meno il ragionamento di
Marx.
Questi sostiene subito che la «cosiddetta accumulazione originaria»
è in definitiva – andando al succo delle trasformazioni
storiche verificatesi (se non sbaglio, in due-tre secoli o poco più)
– «la dissoluzione della proprietà privata fondata
sul lavoro personale». L’accumulazione originaria costituisce
la negazione (la prima del famoso movimento triadico illustrato da Hegel
e qui utilizzato da Marx) di questo tipo di proprietà dei mezzi
di produzione, con il passaggio alla proprietà, ancora privata,
di tipo capitalistico, passaggio in cui si realizza l’espropriazione
della maggioranza dei proprietari e la loro trasformazione in lavoratori
salariati alle dipendenze dell’assai minor numero di proprietari
rimasti (divenuti così capitalisti). La gran massa dei proprietari
iniziali è costituita, in definitiva, da artigiani (nel senso
effettivo del termine, non certo quello che oggi si intende per artigiani)
e da piccoli conduttori agricoli, ecc. Si tratta della produzione mercantile
semplice, in cui i produttori possiedono individualmente gli strumenti
con cui essi approntano i beni per la vendita nel mercato, avendo pure
acquisito i saperi necessari ad usare «da virtuosi» tali
strumenti ai fini dell’ottenimento di prodotti che non valgono
solo quantitativamente, per il loro valore espresso in denaro, ma di
cui interessa ancor più la qualità (in qualche modo «artistica»).
L’espropriazione della maggioranza di detti proprietari individuali
ad opera di una loro minoranza – l’accumulazione originaria
del capitale appunto – fa passare in secondo piano la qualità
ed emergere invece la quantità, per di più nella sua forma
monetaria, con tutte le conseguenze della produzione capitalistica che
noi ormai conosciamo attraverso la storia degli ultimi due secoli e
che confermano molte illuminanti analisi e previsioni di Marx. Per quest’ultimo,
tuttavia, accanto ad aspetti assai negativi, tale produzione ne ha di
eminentemente positivi, anzi di assolutamente decisivi per il superamento
di ogni produzione sociale fondata sullo sfruttamento dei molti da parte
dei pochi; non ci si scordi infatti che la piccola produzione mercantile
individuale non è mai stata la struttura portante di una qualsiasi
società, dato che è sempre esistita nell’ambito
di formazioni sociali basate sulla schiavitù, sulla servitù
della gleba, ecc. E coloro che pensavano ad una sua possibile espansione
fino a rappresentare il nucleo centrale e più esteso dei rapporti
sociali (si pensi per tutti a Sismondi), erano dei «socialisti»
reazionari e romantici così come li definì il marxiano
Manifesto comunista e poi anche Lenin.
La proprietà privata capitalistica dei mezzi produttivi (negazione
di quella fondata sul lavoro personale dell’artigiano, ecc.) ha
una serie di effetti che Marx ritiene, a mio avviso giustamente, un
progresso. Allargando la scala della produzione (dei processi lavorativi,
di trasformazione della materia prima in prodotti finiti), essa consente
il superamento sia dell’organizzazione lavorativa individuale
con fenomeni di sempre più larga cooperazione ad uno scopo comune,
sia dell’utilizzazione dei semplici strumenti individuali (dell’artigiano,
ecc.) con il finale passaggio al macchinismo industriale che aumenta
a dismisura, e con ritmi esponenziali di crescita, la produzione di
beni utili alla vita degli uomini in società. Per quanto mi riguarda,
accetto l’impostazione marxiana e considero progressivo questo
sviluppo delle forze produttive sociali consentito dalla proprietà
capitalistica. Sono favorevole all’avanzamento della scienza e
della tecnica; comprendo l’invito alla prudenza nei loro confronti,
non però certi odierni atteggiamenti eccessivamente critici,
assunti anche «a sinistra». In linea di principio, non ritengo
vadano posti eccessivi limiti allo sviluppo, quantitativo e qualitativo,
delle forze produttive.
Quest’ultimo, in ogni caso, era apprezzato da Marx, che lo riteneva
fra l’altro necessario alla creazione delle basi di consumo di
una società comunista («a ciascuno secondo i suoi bisogni»).
Marx stesso si rendeva però conto che esso è necessario
ma non sufficiente alla formazione dell’elemento decisivo di tale
nuova società, rappresentato da una struttura di rapporti tra
uomini basati sulla cooperazione e la sostanziale armonia; struttura
che, instauratasi inizialmente nella produzione sociale (nel modo di
produzione), vada poi allargandosi alle (nuove) «sovrastrutture»
politico-ideologiche emergenti nel corso del profondo sommovimento innescato
dalla lotta tra classi dominanti e dominate. Tuttavia, la proprietà
capitalistica, distruggendo le basi di quella individuale (limitata
e locale), promuove proprio – sempre secondo Marx – la creazione
della nuova struttura sociale attraverso lo sviluppo «su scala
sempre crescente» della «forma cooperativa del processo
di lavoro», della «consapevole applicazione tecnica della
scienza», dello «sfruttamento metodico della terra»,
della «trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili
solo collettivamente», della «economia di tutti i mezzi
di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro
sociale, combinato», ecc.
Si accentuerebbe dunque il carattere sociale, cooperativo e combinato,
della produzione con crescenti necessità di coordinata integrazione
tra tutti i lavori. Si ha insomma una «ulteriore socializzazione
del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri
mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè
in mezzi di produzione collettivi»; a questo punto assume «una
forma nuova anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati.
Ora, quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore
indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta
molti operai». Si afferma quindi irresistibilmente una tendenza
alla crescente centralizzazione monopolistica della proprietà
capitalistica; e questa «centralizzazione dei mezzi di produzione
e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui divengono
incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato.
Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica.
Gli espropriatori vengono espropriati [….] È la negazione
della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata,
ma invece la proprietà sociale fondata sulla conquista dell’era
capitalistica [quest’ultimo corsivo è mio, perché
è qui chiaramente espressa l’idea marxiana di una formazione
degli elementi basilari del comunismo nell’ambito dello stesso
sviluppo capitalistico], sulla cooperazione e sul possesso collettivo
della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso».
In poche parole, dallo sviluppo indotto dalla prima negazione (trasformazione
della proprietà individuale dei mezzi di produzione in proprietà
capitalistica) segue, per movimento interno allo sviluppo in questione,
la seconda negazione con trasformazione della proprietà capitalistica
in proprietà sociale, caratterizzata dalla piena utilizzazione
dei mezzi di produzione in processi di lavoro cooperativi diretti a
scopi comuni, consapevolmente decisi dall’intera collettività,
ormai priva di contrasti (di classe) interni. Dice Marx: «La trasformazione
della proprietà sminuzzata poggiante sul lavoro degli individui
in proprietà capitalistica è naturalmente un processo
incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile
della trasformazione della proprietà capitalistica, che già
poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione [corsivo mio,
perché è affermazione decisiva per afferrare l’idea
marxiana dell’endogena formazione del comunismo dal capitalismo]
in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione
della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta
dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del
popolo».
Per converso, si deve allora affermare che la seconda negazione, la
transizione dalla proprietà capitalistica a quella sociale, sarebbe
– nell’opinione di Marx – incomparabilmente più
breve, leggera e facile della prima, che implicò il passaggio
dalla produzione mercantile semplice a quella specificamente capitalistica.
Se la prima negazione si realizzò nel corso di due-tre secoli,
la seconda sarebbe dovuta durare alcuni decenni, non certo altri secoli.
Subito dopo la morte di Marx (1883), Engels scrisse che il processo,
che Marx e lui avevano delineato negli anni ’40 e ’50, stava
rapidamente accadendo in Germania «sotto i nostri occhi».
Sono passati 120 anni da quelle dichiarazioni, e quel processo non è
sotto gli occhi di nessuno che non sogni o fantastichi.
Essendosi dimostrate poco realistiche simili previsioni, mi è
sembrato del tutto logico che si dovessero apportare decisi mutamenti
all’impianto di una teoria smentita dai fatti. Tuttavia, io non
posso non pensare all’interno di quest’ultima, utilizzando
le sue categorie, i suoi concetti; del resto, ho letto molto di numerose
altre teorie della società, ricavandone soltanto un’insoddisfazione
profonda per il mascheramento delle caratteristiche più negative
della nostra società, che almeno il marxismo poneva in piena
luce. Inoltre, quando ad esempio debbo capire quanto sta avvenendo ultimamente
nel nostro paese, o anche nel mondo, trovo decisamente più efficace
un marxismo anche rudimentale rispetto ad altre impostazioni, solo apparentemente
più raffinate. Mi sono quindi rivolto testardamente alla concezione
scientifica di cui sono comunque impregnato, decidendo però di
compiere una serie di mosse a partire dall’ammissione di suoi
pesanti e decisivi errori compiuti proprio nel porre le premesse che
reggono il sistema delle sue conclusioni e previsioni; e ho deciso di
modificarle radicalmente.
3. Marx stesso affermò più volte che, in tutte le formazioni
sociali precapitalistiche, non sono le classi dominate a indirizzare
la transizione da una forma di società all’altra. Le rivolte
degli schiavi, le jacqueries medioevali, ecc. potevano semplicemente
alimentare i sommovimenti sociali da cui presero l’avvio le trasformazioni
che, nel giro di secoli e con molti avanti e indietro, condussero a
nuove strutture di rapporti. Tuttavia, gli scontri decisivi, che fanno
decadere e sbriciolare il vecchio ordinamento (economico, politico,
culturale), sono quelli che oppongono fra loro le diverse frazioni di
dominanti all’interno di ogni data formazione storica della società;
e il trapasso ad altra si innesca e viene orientato, con scarsa consapevolezza
dei suoi risultati finali, da nuove classi dominanti emergenti in lotta
con le precedenti.
La classe dominata nella formazione sociale capitalistica – la
classe operaia o il lavoratore collettivo («dall’ingegnere
all’ultimo manovale») – costituiva per Marx una eccezione.
Ma solo perché egli interpretava la dinamica capitalistica, intrinseca
ai processi produttivi, in quanto tesa alla più completa socializzazione
del lavoro. L’espropriazione dei molti produttori individuali
da parte dei pochi capitalisti (che divengono infine monopolisti) consentirebbe
ad un numero crescente di lavori – prima legati e socializzati
fra loro solo in via mediata, tramite il mercato, per cui ogni lavoratore
produceva per gli altri, dovendo però con questi confrontarsi
nel luogo di un’aspra concorrenza – di collegarsi direttamente,
di cooperare ad un fine comune e collettivamente definito; ognuno avrebbe
dovuto pur sempre continuare a lavorare per altri e gli altri per lui
– poiché la divisione del lavoro era per Marx, secondo
me giustamente, un elemento decisivo dell’impetuoso sviluppo delle
forze produttive e della possibilità di accrescere e accelerare
l’avanzamento tecnico-scientifico – ma senza più
la competizione insita nella struttura dei rapporti mercantili.
Fa semplicemente sorridere la «scoperta» del socialismo
di mercato, che è una pura contraddizione in termini, è
la negazione di ogni autentica forma cooperativa, l’unica sulla
cui base possa essere anche soltanto pensato un modo di produzione comunistico.
Il socialismo non è mai stato considerato da Marx (e dai marxisti
in genere) – e del tutto correttamente – una nuova formazione
sociale; o era indicato quale primo gradino del comunismo (Marx e i
marxisti fino a tempi relativamente recenti) o come una fase di transizione
al comunismo, sempre aperta al ritorno all’indietro e caratterizzata
da una acutissima lotta di classe (corrente althusseriana e altri).
Pensare al socialismo in quanto società definitiva, caratterizzata
dall’armonia e cooperazione, ma in cui sussisterebbe il luogo
del conflitto mercantile, è esattamente come pensare al comunismo
con tanto di presenza (ingombrante) dello Stato che, in senso proprio,
non è la cosiddetta «amministrazione delle cose»
– cui si riferì ad un certo punto Engels immaginando una
possibile istituzione «pubblica» nel comunismo – bensì
apparato di coercizione e di organizzazione del consenso (ideologico-culturale).
Socialismo più mercato e comunismo più Stato appartengono
a quel modo di fantasticare, gustosamente e ironicamente sintetizzato
nella frase «volere la botte piena e la moglie ubriaca».
Chi coltiva soprattutto la scienza non può che restare assai
perplesso di fronte all’arzigogolare di un pensiero così
poco coerente.
L’unica impostazione scientifica, e logicamente consistente, è
a mio avviso quella di Marx appena più sopra delineata e ancor
più esaurientemente illustrata nel mio libro. Soltanto che i
suoi presupposti – centralizzazione dei capitali (definitivamente
monopolistica, quale ultimo stadio del capitalismo), socializzazione
completa del lavoro (diviso ma cooperante senza più l’intermediazione
conflittuale delle forme di merce e di valore), separazione e contrasto
crescenti tra pochi capitalisti proprietari (e solo finanziari), da
una parte, e massa di lavoratori salariati e sempre più uniti
in processi produttivi comuni e armoniosamente integrantisi fra loro,
dall’altra – non si sono per nulla realizzati dopo un secolo
e mezzo. Non solo: è facile constatare oggi, anche teoricamente,
che l’analisi marxiana era viziata da errori (posti in evidenza
nel testo).
È necessario ripensare le «concrete» intuizioni di
Lenin e Mao quando affermarono, con grande saggezza, che la rivoluzione
vince non dove i rivoluzionari sono più forti, ma dove i conservatori
e reazionari sono più deboli. Non vince insomma la «squadra»
che gioca meglio, ma perde quella che gioca male, che è in crisi.
E non si vince in uno scontro globale e definitivo tra chi vuole rovesciare
e chi vuole invece mantenere in piedi, ed eventualmente restaurare,
il vecchio ordine. Gli innovatori prevalgono, a volte temporaneamente
a volte in modo più duraturo, in determinati spazi della società
complessiva ove si sono prodotte le più gravi smagliature e l’indebolimento
irreversibile delle vecchie classi dominanti; dove l’economia
ristagna, e le istituzioni politiche e culturali si disgregano facendo
emergere nuove idee e l’iniziale formazione di nuovi apparati
di potere. In definitiva, è lo scontro tra dominanti, resosi
acuto in determinate epoche, ad aprire congiunture di crisi (non semplicemente
economica) in dati punti della vecchia struttura sociale; si aprono
così dei varchi attraverso i quali possono passare forze nuove
tese ad un radicale cambiamento dei rapporti caratteristici di detta
struttura.
Per questo ho sostenuto nel libro che, in ultima analisi, la storia
delle società finora esistite è soprattutto storia di
conflitti tra dominanti. Con una simile affermazione non intendo assolutamente
cancellare o sottovalutare l’importanza dei rivolgimenti sociali
nati dall’insorgenza di movimenti dei dominati. Rilevo semplicemente
che questi ultimi si agitano per condizioni di vita (non semplicemente
materiali) divenute intollerabili; ma l’intollerabilità
è prevalentemente provocata proprio dagli scontri tra frazioni
di dominanti nei periodi (e spazi sociali) in cui essi arrivano al più
alto livello di intensità. E il movimento dei dominati può
avere successo solo se questa intensità ha indebolito fortemente
soprattutto gli apparati del potere politico e ideologico dei dominanti.
Tuttavia, e in modo particolare nel capitalismo (in specie avanzato),
i ceti dominati più numerosi, quelli situati alla base della
piramide sociale e che più facilmente avvertono l’intollerabilità
della loro condizione, sono variamente stratificati (in verticale) e
segmentati (in orizzontale).
Esistono dunque molte frazioni interne alle masse popolari, che hanno
interessi diversi e che perciò, se si sollevano, lo fanno con
orientamenti e obiettivi diversi; solo in modo labile e temporaneo,
e soltanto finché dura la situazione di massima crisi, esse trovano
punti di convergenza. In ogni caso, sia per la strategia di svolgimento
della lotta diretta alla cosiddetta presa del potere sia per il successivo
assestamento di nuove istituzioni politiche e culturali, di una nuova
strutturazione dell’economia, ecc., è del tutto indispensabile
che sussistano condizioni favorevoli al formarsi di una organizzazione
dei dominati, capace di rappresentare il vettore di composizione delle
azioni politiche svolte dalle frazioni di massa in movimento per affermare
i loro differenti interessi e orientamenti cui ho appena fatto cenno.
Affidato alla spontaneità, ogni pur radicale intento trasformatore
finisce con il rifluire, con l’involvere, con il ritornare addirittura
al vecchio sistema dei rapporti economici, politici e culturali. In
ciò, resto fondamentalmente un leninista, pur divergendo (oggi)
nettamente da Lenin per quanto concerne la sua, storicamente comprensibile,
acritica adesione all’ortodossia (teorica), soprattutto fissata,
in quanto dottrina (della «classe operaia»), da Kautsky.
Tuttavia, la più generale tesi della decisività degli
scontri interdominanti, valida a mio avviso per l’intera storia
delle formazioni sociali finora esistite, ha un significato tutto specifico
per quanto concerne quella capitalistica. Innanzitutto, questa si caratterizza
e differenzia rispetto alle società precedenti per il fatto che
il conflitto tra dominanti non si svolge solo nelle sfere politica e
culturale, bensì anche, e con forza particolare, in quella economico-produttiva.
Ed è qui che si produce – cioè lo produco io –
il mutamento decisivo rispetto al paradigma centrale della teoria marxista.
Secondo il mio punto di vista, i capitalisti non sono semplici proprietari
dei mezzi di produzione, la cui attività è tesa allo scopo,
pressoché esclusivo, di sfruttare al massimo la forza lavoro
salariata, cioè di estrarre da essa il massimo plusvalore possibile;
essi debbono essere considerati principalmente quali «soggetti»
espletanti la funzione del conflitto di strategie al fine di affermare
una supremazia; ogni frazione di dominanti si batte per questa supremazia
contro tutte le altre. Su questo punto dobbiamo evitare fraintendimenti.
Se si pensa semplicemente in termini di concorrenza tra proprietari
capitalisti, mossi principalmente dal fine del massimo profitto (plusvalore
estratto dalla forza lavoro), le conclusioni sono quelle del marxismo
tradizionale, da me ben chiarite (credo) nel testo e riportate anche
poco più sopra: i rapporti capitalistici sono un involucro che,
a un certo punto, impedisce l’ulteriore sviluppo delle forze produttive,
il capitale giunge al suo definitivo e irreversibile stadio monopolistico
che vede la netta separazione tra un pugno di rentier parassiti e la
gran massa del popolo lavoratore, ecc. Da me viene proposta l’ipotesi
che la proprietà sia solo un, certo importante, scudo protettivo
del ruolo assunto dagli agenti capitalistici; e che l’ottenimento
del massimo profitto, implicante l’utilizzazione della razionalità
del minimo (dei mezzi) per il massimo (degli obiettivi da raggiungere),
sia una specifica funzione esercitata da coloro (manager) che dirigono
l’unità produttiva capitalistica (impresa) seguendo i criteri
dell’efficienza economica. Gli agenti capitalistici possono certo
anche svolgere attività manageriali e/o avere la proprietà
dei capitali; la loro funzione di gran lunga principale è tuttavia
quella dell’impiego di una razionalità strategica per condurre
con successo il conflitto che, sordo o aperto, sussiste sempre fra loro
con la finalità predominante della conquista di una supremazia
(non mai limitata alla sola sfera economico-produttiva).
Il conflitto strategico comporta lunghi periodi di accanita lotta seguiti
da fasi in cui qualcuno prevale nettamente sugli altri, coordinandoli
in modo tale da attenuare la reciproca competizione; si tratta però
di fasi mai stabili e definitive, poiché lo scontro interdominanti,
pur in altre forme a volte subdole e «sotterranee», non
cessa mai e viene nuovamente «in superficie» alterando i
precedenti assetti e rimettendo in grande effervescenza, con forti impulsi
all’innovazione, la produzione capitalistica. Lo sviluppo del
capitalismo è dunque sempre contrassegnato da onde cicliche,
a volte smorzate a volte assai accentuate, con punti critici che possono
determinare svolte radicali. Tuttavia, ancor più dell’andamento
ciclico è decisivo lo sviluppo ineguale delle diverse parti (paesi,
aree, regioni, ecc.) della formazione capitalistica complessiva. Le
onde cicliche, e le crisi che punteggiano la durata temporale, sono
sussunte sotto il – e funzionali al – differenziantesi sviluppo
di queste parti (spaziali; logicamente in senso sociale e politico,
non solo geografico); sempre ricordando che, a lunghe fasi di apparente
stabilità e predominio di una parte sulle altre, seguono fasi
di rimescolamento delle carte con il prepotente riemergere del conflitto
per la preminenza.
Lo sviluppo ineguale è comunque pur sempre uno sviluppo, poiché
non è mai necessariamente data la fase della finale stagnazione
delle forze produttive capitalistiche; inoltre detto sviluppo, cui dà
impulso il conflitto tra dominanti, si verifica sia nella sfera economica,
e dunque nella struttura dei mercati (nazionali e mondiale), sia nella
sfera politica (e anche culturale) con l’esplodere di quella forma
acuta di lotta (guerra) tra «grandi potenze» capitalistiche,
caratteristica della vera e propria epoca imperialistica a cavallo tra
otto e novecento, e che Lenin – imbrigliato dal tradizionale schema
marxista – interpretò del tutto ovviamente quale stadio
definitivo e ultimo del capitalismo. Detto tra parentesi, discettare
accanitamente sul termine supremo, come hanno fatto spesso i marxisti,
mi è sempre sembrato segno di scarsa coerenza; se si accetta
il capitalismo essenzialmente proprietario secondo l’impostazione
marxista (e di Marx stesso, sia chiaro), con tutte le doverose conclusioni
che se ne debbono trarre – e che non possono non essere tratte
seguendo la logica del pensiero scientifico – è del tutto
esatto prevedere la finale stagnazione e l’impossibilità
di ulteriore sviluppo del capitalismo susseguente al definitivo instaurarsi
di una situazione di massima centralizzazione monopolistica.
Non è affatto errato il ragionamento consequenziale, è
precisamente errata la premessa: il capitalismo in quanto essenzialmente
caratterizzato dalla proprietà dei mezzi produttivi e dalla tendenza
al conseguimento del massimo profitto, cioè della massima estrazione
di plusvalore dai lavoratori. Un ragionamento assolutamente corretto,
se parte da ipotesi sbagliate o quanto meno parziali e carenti, conduce
a conclusioni inesatte, a previsioni fallaci. E se la prassi, la politica,
segue i dettami di una siffatta teoria, anche i fallimentari risultati
pratici delle rivoluzioni «comuniste» sono del tutto comprensibili;
non poteva andare altrimenti che così, senza i soliti «alti
lai» sui tradimenti, sulle incomprensioni della «vera»
teoria, ecc. Quando leggo qualcuno che parla di «ritorno a Marx»,
mi preoccupo vivamente, perché gli errori e i fallimenti prendono
l’avvio proprio di lì. Lenin, in fondo, aveva a suo modo
intuito l’impasse della teoria, ma per ragioni storiche ben precise
– alle quali ho solo accennato nel testo – decise di difenderla
nella sua versione più ortodossa, con la sua monca e distorta
visione della società capitalistica. È necessario andare
ben oltre Lenin, non tornare a Marx. In un certo senso – pur se
non sto facendo un’affermazione del tutto corretta, ma solo indicativa
«per suggestione» – è necessario rendere la
teoria più coerente con certe intuizioni pratiche (politiche)
del rivoluzionario russo.
4. Trattiamo ancora, pur brevemente, di questi errori del marxismo
(teorico), cui sono seguiti i fallimenti pratico-politici che la storia
del ’900 ci ha consegnato in eredità; evidentemente ciò
vale solo per chi si sente ancora erede di quella storia e di quella
politica, e non la rinnega pur riconoscendone senza mezzi termini il
finale insuccesso.
Nell’opera teorica di Marx manca, in ultima analisi, la piena
consapevolezza di quelle che potremmo indicare come innovazioni di prodotto
(e anche relative a nuove fonti di energia). Marx tratta brillantemente
delle innovazioni nei processi produttivi (lavorativi), con la massiccia
introduzione di macchine sempre più complesse in grado di aumentare
a dismisura la produttività del lavoro in quei dati settori produttivi,
e creandone certo di nuovi in riferimento alla fabbricazione di sistemi
meccanici sempre più potenti e di dimensioni sempre più
gigantesche, tuttavia utilizzati nelle branche produttive già
esistenti. Non a caso, egli considerava tendenzialmente crescente la
composizione organica del capitale, che è composizione in valore
ma dipendente dalla complessità tecnica e dalle dimensioni del
capitale costante, soprattutto nella sua parte costituita precisamente
dai sistemi di macchine.
Marx parlò, ad esempio, del martello del falegname sostituito
da magli sempre più enormi e potenti, mossi non dal braccio umano
bensì dal vapore; e via dicendo. Considerò con la massima
attenzione la scienza e la tecnica quali prevalenti forze produttive
di cui l’uomo avrebbe disposto in misura crescente. Non immaginò
però l’apertura di totalmente nuovi orizzonti scientifici
e tecnici, con la scoperta di impensati nuovi beni (anche, e soprattutto,
di consumo), con l’aprirsi di settori produttivi del tutto inimmaginabili
secondo la pur impetuosa crescita che il capitale impresse alla produzione
durante la sua prima fase di affermazione. Marx fu in grado, ad esempio,
di considerare e valutare con attenzione il veloce ramificarsi delle
linee ferroviarie, con tutto ciò che comportava in entità
degli investimenti e in accelerazione del passaggio alla società
per azioni, fulcro della centralizzazione monopolistica dei capitali.
Non gli fu però possibile prevedere, poiché era scienziato
e non visionario, l’auto e l’aereo, la missilistica, l’era
delle telecomunicazioni, ecc.; e nemmeno, ovviamente, la scoperta delle
nuovi fonti di energia, dal petrolio al nucleare, ecc. Tanto meno immaginò
l’avanzamento della scienza lungo un percorso che aprì
continenti conoscitivi sempre più lontani da ogni capacità
intuitiva fondata sui nostri sensi; così com’è per
la relatività, la quantistica, e via dicendo.
Il problema di fondo è che queste non sono soltanto scoperte
ed invenzioni scientifiche con forti ricadute nella tecnica. Esse promuovono
l’apertura di interamente nuovi spazi economico-sociali, e culturali,
in cui si precipitano colossali investimenti, con il periodico rinfocolarsi
della competizione intercapitalistica (tra dominanti), che sgretola
il monopolio pur nell’ambito di una crescita delle dimensioni
imprenditoriali (o dei gruppi di imprese, formalmente autonome ma in
realtà integrate o coordinate fra loro, o subordinate l’una
all’altra, ecc.). Non sussiste una tendenza univoca al monopolio,
come avverrebbe se la produzione crescesse lungo alcune direttrici fondamentali,
sempre le stesse pur se caratterizzate dall’uso di macchinari
via via più grandi, complessi e potenti. Si sono invece andati
scoprendo campi completamenti nuovi, che sviluppano nuovi bisogni e
quindi nuovi beni di consumo oltre che di produzione (anche per produrre
i nuovi beni di consumo). Ed è a mio avviso vano sostenere che
si tratta di bisogni superflui, indotti dal capitale per la sua maggior
gloria (profitto); per cui, in fondo, potremmo fermarci se non addirittura
tornare indietro. Se questo fosse il programma propugnato dalle forze
che intendono trasformare i rapporti sociali, il capitalismo potrebbe
dormire i suoi sonni tranquilli, continuando a prevalere sulle società
alternative fumosamente immaginate e soprattutto desiderate (e sognate)
dai suoi avversari.
L’unica affermazione realistica è quella che pone in luce
come la crescita accelerata di forze produttive qualitativamente nuove,
e prima impensate, sia stata (finora) fondamentalmente promossa dalla
conflittualità, quella tra dominanti di cui ho a lungo discorso
nel libro. Quando nel film 2001 Odissea nello spazio, viene mostrata
una scimmia, appartenente ad una certa tribù, che colpisce (e
in quel caso uccide) con un pezzo di legno usato come clava l’appartenente
ad altra tribù, poi lancia in alto il suo strumento di sopraffazione
e predominio in un empito di trionfo, e questo si trasforma in astronave
– a sintetizzare in un attimo tutto il lungo percorso dell’umanità
verso l’alto livello tecnico-scientifico odierno – Kubrik
formula (in modo geniale) una idea a mio avviso sostanzialmente corretta:
tale sviluppo è stato promosso, corroborato, spinto, dalla competizione;
e si è sempre trattato, e si tratta tuttora, di una pessima competizione,
quella per prevalere usando prepotenza sugli altri. Non sempre si uccide
(ma quanto spesso!); però certe porzioni di società tendono
alla supremazia su altre, a schiacciarle, vincerle, subordinarle. Tale
tendenza, piaccia o meno alle «anime belle», è stata
finora la molla principale del «progresso» tecnico-scientifico;
e la tendenza in questione si è accentuata – e il progresso
in oggetto è diventato impetuoso – nell’ambito della
società capitalistica, in cui la conflittualità di questo
tipo è penetrata in forze nella sfera economico-produttiva. Non
è la Tecnica che ci domina e impone la sua impersonale spinta
all’umanità. È lo scontro tra dominanti per la supremazia
che finora ha dato impulso al progresso scientifico e tecnico (scritto
in minuscolo, per favore!); e quando, nel periodo storico caratterizzato
dall’accumulazione originaria del capitale, questo genere di conflitto
è dilagato nella sfera economico-produttiva, si è verificata
una decisiva impennata del progresso in questione.
Quanto appena affermato ha appunto una serie di conseguenze implicanti
profonde trasformazioni dell’impianto teorico del marxismo tradizionale.
Non è in atto alcuna direzione privilegiata di sviluppo del capitale
che conduca alla formazione di una struttura monopolistica, in cui la
proprietà diventi puramente finanziaria e appannaggio di capitalisti-rentier
sempre meno numerosi e più ricchi, mentre la stragrande massa
del popolo si impoverirebbe (relativamente) prestando un’attività
lavorativa sempre più socializzata, combinata. Da questa supposta,
e mai realizzatasi, tendenza derivava la convinzione circa la possibilità
di trasformare rivoluzionariamente il capitalismo in una nuova società
fondata sulla cooperazione generale.
In realtà, il monopolio si accentua e si attenua per fasi ricorsive,
il conflitto interdominanti trova sbocco in periodi di capitalismo globale
relativamente coordinato attorno ad un centro di predominanza –
sia nei sistemi economici in cui tale centro è costituito da
alcuni nuovi settori trainanti, e da relativamente pochi grandi complessi
imprenditoriali (industrial-finanziari); sia nel sistema geografico-politico
in cui assumono la preminenza pochi paesi o perfino uno solo –
seguiti da altri periodi, in cui riemerge la continua, anche quando
nascosta o non evidente, lotta tra dominanti, che provoca inoltre, di
fase in fase, lo sviluppo ineguale delle diverse parti della formazione
capitalistica mondiale, sia che queste siano rappresentate dai vari
sistemi economici o invece da quelli politici (in specie gli Stati).
La conflittualità (interdominanti) per la supremazia viene considerata,
nell’ipotesi che propongo, la molla dello sviluppo capitalistico
delle forze produttive – caratterizzato dalla sinuosità
delle onde cicliche dell’economia, più o meno ampie e punteggiate
da vere e proprie crisi, nonché da rotture e sgretolamenti degli
apparati economici e politici in dati spazi della rete mondiale dei
rapporti capitalistici (i leniniani «anelli deboli della catena»)
– che conduce comunque nel lungo periodo al miglioramento delle
condizioni di vita di cospicue frazioni delle masse popolari, e alla
stratificazione e segmentazione di queste ultime, senza che sia possibile
predire uno stadio finale di impossibilità di ulteriore sviluppo:
sia nel suo allargarsi, in orizzontale, a nuove parti del capitalismo
mondiale; sia nel suo approfondirsi, in verticale, con stratificazione
crescente dei livelli di reddito goduti dai sempre più numerosi
ceti costituenti la struttura sociale dei capitalismi più avanzati.
Nessuna classe (o frazione di classe) riesce a dominare a lungo tramite
la pura coercizione e repressione; è necessario che essa sappia
esercitare una egemonia implicante l’adesione di massa a determinati
valori ideologico-culturali comunemente condivisi dalla collettività.
Su questo punto non si può che rinviare al nostro Gramsci e mi
esimo dal diffondermi sull’argomento. Affermo solo che –
essendo la conflittualità interdominanti per la supremazia la
molla dello sviluppo produttivo capitalistico, caratterizzato inoltre
da un trend di crescita delle condizioni di vita delle masse popolari
(e del lavoro dipendente e salariato) – uno dei principali valori
comunemente condivisi nelle società capitalistiche avanzate è
precisamente il successo conseguito tramite competizione condotta con
mezzi, legali o meno che siano, adatti a prevalere sugli altri; prevalenza
che implica il più delle volte la rovina o la sopraffazione degli
avversari o, come minimo, la loro esclusione da certi vantaggi, la loro
sostanziale subordinazione rispetto ai vincitori, la loro netta sensazione
di sconfitta o insuccesso, attribuita tuttavia alla propria incapacità
e/o sfortuna.
Ancora: la premessa centrale da me posta alla base della teoria –
per cui gli agenti del capitale possono certo essere anche proprietari
e dirigenti della produzione, ma la loro funzione cruciale e decisiva
è la conduzione delle strategie di conflitto per il predominio
nell’ambito della sfera economico-produttiva – implica,
come logico corollario, che dette strategie hanno comunque il tipico
carattere delle politiche; di conseguenza, le strategie in lotta nella
sfera economica (produttiva e finanziaria) fanno immediato ricorso alle
corrispondenti funzioni degli agenti più specificamente interni
alla sfera politica e agli apparati di cui questa si sostanzia; e poiché
ogni politica, anche la più cinica e priva di ogni eticità,
si trincera comunque dietro certi valori, vengono altrettanto immediatamente
coinvolte negli scontri interdominanti le funzioni degli agenti e apparati
della sfera ideologico-culturale. Tutto ciò dovrebbe essere abbastanza
ben chiarito nel testo; e la stretta interconnessione delle tre sfere
sociali (economica, politica, culturale) – del resto separate
solo per esigenze di analisi teorica – mi sembra risultare palese
dallo svolgimento delle mie ipotesi. Non è possibile, in via
puramente teorica (e logica), stabilire la preminenza di questa o quella
delle tre sfere in oggetto. La teoria spiega solo la loro stretta interconnessione
e la reciproca funzionalità di ognuna di esse rispetto alle altre.
Le vecchie discussioni sulla preminenza dell’economico o del politico-ideologico
– magari sostenendo, come fece ad esempio l’althusseriano
Poulantzas, la successione di stadi diversi: dominanza dell’economico
nel capitalismo concorrenziale, e del politico-ideologico in quello
monopolistico – mi appaiono piuttosto datate e ormai superflue.
5. La conclusione generale della fondamentale premessa (ipotetica)
posta nel libro è che non esiste alcuno sbocco necessitato del
processo storico di sviluppo del capitalismo. Nessuno è in grado
di predire il se e il quando tale formazione sociale si trasformerà
(transiterà) in altre; né si può affermare con
sicurezza che la prossima forma di società sarà di tipo
comunista, cioè innervata da un modo e da rapporti di produzione
fondati sulla cooperazione e armonica integrazione dei diversi lavori,
esplicati nella società secondo obiettivi posti in comune (con
sostanziale democrazia) dalla collettività. Il futuro è
aperto a più possibilità, di difficile previsione in base
alle tendenze che riusciamo a decifrare (e delineare) nella presente
epoca. Il comunismo è comunque una scommessa, con tratti simili
a quella che Pascal decise di fare in merito all’esistenza di
Dio e di un mondo ultraterreno. Chi è ateo, e crede nell’inesistenza
di una qualsiasi «realtà» trascendente, dovrebbe
allora rinunciare alla fede del militante comunista, per essere coerente
con se stesso. In ogni caso, la certezza del comunismo prossimo venturo
è mera religiosità; non ragione, ma appunto fede, sentimento.
Rispettabilissimo, lodevole, ma puramente personale. Per quanto mi concerne,
comunque, credo si debba ancora coltivare la speranza e il desiderio
di comunismo, continuando a battersi per esso; senza però sostenere
che esso è indubitabilmente inscritto nel nostro futuro.
Nel testo ci si rifiuta di aderire a qualsiasi pessimismo od ottimismo
circa la natura dell’essere umano; non so se abbia più
ragione Hobbes o magari invece, che so, un Rousseau. Non mi interessa
saperlo né discuterlo (solo dal punto di vista scientifico, non
lo considero per nulla un problema irrilevante in altro ambito). Parto
dalla ipotesi – in sede di pura teoria – che la «natura»
umana sia integralmente sociale, un prodotto della storia evolutiva
dei rapporti intersoggettivi nell’ambito di specifiche loro strutture
che si modificano certo mediante l’agire (conflittuale) di gruppi
di individui, mossi da interessi e scopi fra loro differenziati, con
risultati che non sono mai, in nessun periodo (epoca) di questa storia
evolutiva, quelli voluti da qualcuno di essi.
E tuttavia, non vedo altra scelta se non cercare, nelle congiunture
(fasi) di crisi e disfacimento della struttura sociale odierna, di uscire
in direzione della costruzione – perché di questo si tratta
e non certo di una spontanea formazione per movimento intrinseco allo
sviluppo capitalistico delle forze produttive – di quelle che
per Marx erano (e in questo aderisco alla sua convinzione) le basi di
una società da lui definita comunista: l’integrazione e
cooperazione tra i diversi lavori prestati ai più diversi livelli
della scala sociale e la sintesi o coordinamento dei vari saperi che
l’umanità acquisisce in modo sempre più accelerato.
Alla fine del libro ho sostenuto che non deve essere annullato l’impulso
alla competizione, ma cambiato il suo spirito, il suo carattere; oggi
tendente alla prepotenza, sopraffazione, supremazia su chi viene ritenuto
nemico o almeno avversario. Ripeto però che sarà necessario
tentare la costruzione di una diversa umanità.
Marx sostenne, in base alle sue convinzioni già più volte
illustrate nel testo, che il movimento per il comunismo sarebbe stato
la levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere della società
capitalistica. Se vogliamo restare a metafore del genere, nutro invece
la convinzione che chi agirà in direzione del comunismo, se riuscirà
ad affermarsi, lo potrà soltanto in quanto «biotecnologo»
– in questo caso «biosociologo», cioè eminentemente
politico – mediante trasformazione dell’attuale «Dna
sociale» in un altro differente, formato da due «macromolecole»:
la cooperazione fra gli innumerevoli e diversi tipi di lavoro e il cosiddetto
(da Marx) general intellect.
Il presente testo si ferma tuttavia alla soglia di questa scelta per
il mutamento (rivoluzionario); pone, lo ripeto, una determinata premessa
ipotetica e ne trae le conclusioni più generali, a livello di
massima astrazione. La scelta in oggetto implica il passaggio (successivo)
a quella che Lenin definì «analisi concreta di una situazione
concreta»; in realtà, si tratta sempre di analisi basata
su ipotesi, ma a livello più basso di astrazione, al livello
delle forze sociali in campo in determinate congiunture: sia in quelle
di relativa calma e di bassa conflittualità interdominanti (intercapitalistica;
nell’ambito economico come politico-ideologico) sia in quelle
di aperta crisi e possibilità di inserimento di azioni di accentuata
e rapida trasformazione. Le tesi sostenute in questo libro mi appaiono
una ormai necessaria premessa delle analisi di fase (non solo economica).
Queste ultime debbono essere tuttavia condotte con una loro specifica
autonomia, non possono discendere tassativamente, in quanto sequenza
logica di stretta necessità (e allora deterministica), dalle
argomentazioni svolte nell’ambito di una più alta generalità
teorica.
Con questo spirito consegno il presente testo alle stampe; esso dovrà
servire da indirizzo a successive indagini (mie o di altri) relative
all’attuale «epoca della formazione (capitalistica)»
della società, sia nella sua globalità che nelle diverse
aree e regioni di cui essa è composta. Una indagine non svolta
con la solita adorazione di certi «marxisti» (economicisti)
per i numeri, le tabelle, le più o meno armoniose linee rette
o curve disegnate negli spazi geometricamente delimitati dalle assi
delle ascisse e delle ordinate. Non vi è oggi tanto bisogno di
statistiche economiche, di formule algebriche, di matrici intersettoriali,
ecc.; ve ne sono anche troppe e creano troppo spesso un rumore incredibile,
poche volte autentica informazione. È a mio avviso indispensabile
afferrare – con quella capacità che unisce in sé
qualcosa della coerenza scientifica e qualcosa dell’intuizione
artistica – la strutturazione del capitalismo per gruppi e blocchi
sociali, i movimenti delle loro configurazioni nell’ambito del
conflitto che tra essi si svolge, e delle alleanze che tra essi si formano
(sempre per il fine decisivo della lotta contro altri gruppi e blocchi
di alleanze).
Questo è, secondo la mia ferma convinzione, il vero lascito,
quello non caduco, del leninismo; un leninismo non più appesantito,
legato, invischiato nella – a suo tempo comprensibile, oggi solo
segno della totale degenerazione e sconfitta della teoria marxista e
della prassi comunista – difesa di una ortodossia, kautskiana
più ancora che marxiana. Quanto qui sostenuto è l’esatto
contrario di ciò che affermò a suo tempo Hilferding. Il
socialdemocratico austriaco era convinto che il marxismo, in quanto
scienza, avesse dimostrato appunto l’ineluttabilità del
comunismo come risultato dell’intera storia umana e, in particolare,
degli sviluppi intrinseci alla sua ultima epoca, quella capitalistica;
di conseguenza, la prassi politica, conservatrice o rivoluzionaria,
avrebbe soltanto intralciato o favorito, ritardato o accelerato, la
trasformazione del capitalismo nella nuova società.
Penso invece che non esista alcuna necessità storica, che non
si possano prevedere né i tempi né gli sbocchi di una
eventuale fine del capitalismo. Riguardo al comunismo, ho l’impressione
che la sua probabilità non sia molto superiore a quella attribuita
da Monod alla casuale emergenza della vita nell’immenso Cosmo
freddo e inanimato (la vita è comunque apparsa). Sappiamo solo
che la storia del capitalismo, forse più ancora di quella delle
società precedenti, è caratterizzata dalla prepotenza,
sopraffazione, distruzione, ecc.; siamo inoltre consci che esso va periodicamente
incontro – per sua interna dinamica, che è possibile indagare
formulando una serie di plausibili ipotesi circa i suoi sbocchi –
a molto probabili crisi di congiuntura, in cui si possono inserire determinati
movimenti tesi a rovesciarne gli apparati economici, politici, culturali,
e la logica di sviluppo ad essi sottesa.
Tuttavia, dopo i fallimenti clamorosi della precedente, e non certo
irrilevante o ineffettuale, prassi rivoluzionaria anticapitalistica,
cerchiamo di capire meglio questa logica di sviluppo della società
in cui viviamo, i suoi indubbi successi sia pure materiali, l’innalzamento
– in quanto trend secolare – del tenore di vita di quote
crescenti della popolazione mondiale. E non crediamo che tale forma
sociale sarà sconfitta perché il suo sviluppo urta contro
le barriere frapposte dall’ambiente naturale, che ad essa si «ribellerebbe».
Se questa fosse l’unica risorsa dei «rivoluzionari»,
credo che si dovrebbe dire addio fin d’ora ad ogni prospettiva
di trasformazione sociale.
Conegliano, ottobre 2005