IN RICORDO DI CHARLES BETTELHEIM
di Gianfranco La Grassa
Il 20 luglio è morto a Parigi Charles Bettelheim. Era nato in
quella favolosa città (almeno per me) nel novembre del 1913.
E’ stato uno dei 4-5 maggiori economisti marxisti del ‘900.
Fu insegnante e Direttore di studi all’Ecole Pratique des Hautes
Etudes – poi divenuta Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales
– dal 1948 al 1983; e diresse a lungo il Centre d’Etudes
des modes d’industrialisation presso la stessa Scuola. Fu consigliere
economico in India, Egitto e Cuba tra il 1953 e il 1966; e anche in
Algeria, Guinea, ecc. Laureato dell’Académie française
(1963). Presidente di diverse “associazioni d’amicizia”:
con Vietnam, Cina, Cuba, ecc. Cofondatore della Revue internationale
e direttore della rivista Problèmes de planification nonché
della collana “Economie et socialisme” della casa editrice
Maspero. Innumerevoli le sue opere: decine di libri e centinaia di articoli.
Ricordiamo soltanto alcune delle sue principali opere: La planification
soviétique, Marcel Rivière 1939, L’Inde indépendante,
Armand Colin 1962, La Transition vers l’économie socialiste,
Maspero 1968, Calcul économique et formes de propriété,
Maspero 1970, Les luttes des classes en URSS (tra il 1917 e il 1941),
quattro grossi tomi pubblicati con la Maspero dal 1974 al 1983 (solo
i primi due tradotti in italiano dall’Etas Libri negli anni ’80).
Importante il suo scambio di lettere con l’altro grande economista
marxista statunitense Paul M. Sweezy (Lettres sur quelques problèmes
actuels du socialisme, Maspero 1972) pubblicato in italiano dagli Editori
Riuniti nel 1993 con una mia prefazione. Comunque, tutti i volumi ricordati,
e altri ancora, sono usciti in Italia con Editori Riuniti, Jaca Book,
Feltrinelli, ecc. L’ultima edizione italiana è stata quella
di Calcul économique et formes de propriété, ripubblicato
l’anno scorso dalla Casa editrice Mimesis nella collana althusseriana
diretta da Maria Turchetto.
Sapevo che già da due mesi stava molto male; per cui la notizia
del suo decesso non mi è giunta inaspettata, e tuttavia non mi
ha colpito di meno né meno in profondità. Non solo per
motivi di vero affetto personale, ma anche per lo struggimento e la
malinconia della fine di un’epoca. Con Bettelheim si può
veramente dire che è morto l’ultimo grande pensatore marxista
del ‘900 (e quindi del marxismo tout court, secondo la mia opinione).
Ufficialmente, come sopra ricordato, era considerato soprattutto un
economista, ma il suo pensiero spaziava in vari settori del sapere;
era profondamente interessato alla Storia e alla Filosofia, e si interessava
anche di molti altri campi delle scienze, sia sociali che naturali.
Egli fu in particolare un esponente di primissimo piano di quel marxismo
fortemente critico e in fase di impetuoso ripensamento e sviluppo cui
dette impulso speciale Althusser, di cui Bettelheim fu amico ed estimatore,
mantenendo però sempre una impronta tutta propria e originale.
Unì l’attività teorica a quella eminentemente pratica
poiché fu consulente per i problemi delle economie pianificate
in numerosi paesi soprattutto del Terzo Mondo. Un personaggio di grande
levatura, quindi, in rapporti diretti, spesso di vera amicizia, con
i principali dirigenti del movimento comunista internazionale e degli
Stati del “socialismo reale”; e così pure con quelli
dei paesi in via di sviluppo nel periodo d’oro della conquista
della loro indipendenza (si pensi a grandi personalità quali
Nehru, Ben Bella, Nasser, Fidel e il Che, e tanti altri). Negli ultimi
anni aveva modificato notevolmente le sue posizioni senza abbandonare
i propri ideali di fondo; ed è rimasto fino all’ultimo
estremamente lucido, seguendo i vari avvenimenti politici ed economici
del suo paese e quelli internazionali. L’ultima volta che l’ho
visto è stato nel maggio del 2005, e abbiamo parlato un po’
di tutto. Malgrado l’importanza della sua opera teorica e pratica,
e delle relazioni intrattenute, è sempre stato personaggio schivo,
quasi timido, di una assoluta modestia che metteva a suo agio qualsiasi
interlocutore; curioso di ogni novità e di una cultura, non semplicemente
scientifica, di rara ampiezza. Insomma, un vero grande Maestro.
Ricordo bene l’anno passato a seguire i suoi corsi all’Ecole
Pratique (in Boulevard Raspail) e gli incontri nel suo studio in rue
des Feuillantines, dove mi riceveva quasi tutte le settimane dedicandomi
un paio d’ore di intense discussioni in cui, pur senza parere
troppo, mi indirizzava lungo i sentieri di una impostazione del marxismo,
che comunque sentivo molto, quasi visceralmente, quasi rispondesse al
mio bisogno di liberarmi di quella pesantezza, di quello scolasticismo
dogmatico, che avvertivo nel marxismo “ufficiale” di quei
tempi. E’ in quegli incontri che si è formata la mia personalità
scientifica; e sarò sempre grato a quell’uomo (non solo
allo scienziato), e sempre commosso nel ricordare quel viso gentile,
quegli occhi benevoli, in cui appariva un lampo di divertita malizia
tutte le volte che cadevo in qualche confusione, in qualche ingenuità
“giovanile” (in realtà, di marxista ancora invischiato
nella nefasta “ortodossia” di quell’epoca). Ricordo
con emozione le lezioni del giovedì dalle 18 alle 20, con l’aula
stracolma (qualche centinaio) di studenti (alcuni già studiosi)
provenienti da tutte le parti del mondo; ben oltre la metà era
costituita da asiatici, sudamericani, arabi, africani; ben rappresentata
anche l’Europa dell’est, sedicente socialista. Anche di
questo sono grato a Bettelheim, di questa reale formazione: non solo
scientifica ma anche culturale, e umana in senso pieno. Un periodo d’oro,
veramente indimenticabile. Ma torniamo a Bettelheim.
Il suo pensiero era di un rigore eccezionale; non consentiva, né
a se stesso né ai suoi allievi, svolazzi e fantasie, ogni passo
era controllato. Era come un ottimo capitano marittimo che, man mano
che la sua nave si avvicina a riva, fa lanciare regolarmente e frequentemente
lo scandaglio onde evitare di restare incagliato. Come ha scritto su
Le Monde il suo principale allievo, Bernard Chavance, malgrado la sua
fragile salute, era di una tenacia incredibile, di una forza di volontà
sempre tesa all’estremo limite. Aveva un senso preciso del suo
dovere di pensatore e di esperto d’eccezione. Purtroppo, nemmeno
lui ha potuto sconfiggere i limiti dell’età ormai molto
avanzata, e non è riuscito a terminare quell’autobiografia
teorica cui teneva moltissimo e che avrebbe costituito una notevolissima
eredità culturale. E’ da augurarsi che i suoi allievi riescano
a raccogliere l’enorme mole di lavoro che comunque aveva già
svolto, e siano così in grado di consegnarci almeno in parte
i passaggi fondamentali della sua pluridecennale riflessione teorica,
che rappresenterebbe sicuramente una miniera da cui estrarre molto materiale
prezioso.
Come ho ricordato all’inizio, la collana althusseriana, diretta
da Maria Turchetto presso le edizioni Mimesis, ha ripubblicato nel 2005
la traduzione italiana del suo principale testo teorico, apparso per
la prima volta in Italia nella Jaca Book circa trent’anni fa.
Ho avuto l’onore di scrivere la prefazione a questa nuova edizione;
e in essa credo di aver indicato, con sufficiente chiarezza, i principali
temi teorici affrontati dall’autore. Mi esimo quindi dal riproporli.
Voglio invece piangerlo come Uomo e come, appunto, Maestro di tutti
quei marxisti che non si sono appiattiti sulla stereotipata riproposizione
di un marxismo dottrinale, sterile, strumento ormai inutile per qualsiasi
analisi relativa al mondo contemporaneo.
Solo la lettura superficiale dei testi bettelheimiani, lettura che si
fermi alla mera forma di espressione, può credere che il “suo
tempo” è ormai irrimediabilmente passato. Invece io invito
soprattutto i più giovani, quelli che non sono stati irretiti
da “cattivi maestrucoli” di un marxismo economicistico,
rozzo, catechistico (ma per fortuna questi sono ormai mosche bianche),
a rileggere Bettelheim con spirito aperto, innovativo, scevro da ogni
schematismo; e avranno allora la piacevole sorpresa di incontrare un
pensiero stimolante perché fortemente critico di ogni indirizzo
precostituito, un pensiero che ad ogni pagina scava in se stesso oltre
che in quello dei classici; un pensiero che non riflette in generale
su come dovrebbe essere l’uomo nuovo, ma che si arrovella sulle
condizioni di possibilità di nuove strutture di rapporti sociali
in cui gli individui, senza rinunciare a se stessi, si abituino a forme
cooperative e di eventuale competizione non reciprocamente distruttiva,
sopraffattrice.
Bettelheim ha concluso la sua esistenza corporea, fisica; ma è
morto definitivamente solo per coloro che sono già morti essi
stessi, per coloro che hanno abdicato ad ogni ideale di rinnovamento
per godere dei vantaggi di una società sempre più adagiata
nel suo misero benessere materiale. Una società in cui la maggioranza
sembra al momento costituita da uomini piccini, che per ottenere un
qualche riconoscimento formale, una qualche carica istituzionale, o
per fare tanti “dané”, si prodigano nel colpirsi
l’un l’altro, nel prostituirsi l’un l’altro,
nel mentire, nel dir bianco il nero e viceversa. Per gli altri, Bettelheim
è vivo, vivissimo; come Sweezy, come Lukàcs, come Althusser
e come non so quanti altri; il movimento, cui Bettelheim appartenne
(come anche il sottoscritto), è ricchissimo di personalità
che hanno lasciato un segno profondo del loro passaggio. Ovviamente,
ma credo che ognuno lo abbia ormai capito, Bettelheim e tutti i personaggi
sunnominati sono assurti all’ideale Olimpo, alla cui sommità
stanno i più grandi: Marx e Lenin.
Fallimenti, viltà, e anche ignominia, hanno consegnato alla Storia
quel movimento; e su questo non ritengo debbano esserci rimpianti. Resta
però un pensiero e restano le “avventure intellettuali”
di coloro che lo hanno alimentato. Quando si tratta di vero pensiero
– che quindi scava in profondità, che non si acquieta e
adagia nei primi superficiali risultati – e di rigore ideale unito
a coerenza e forte tempra morale, le lezioni dei Maestri continuano
a germogliare anche nei tempi futuri. Non vi è dubbio che questo
sarà il caso di Bettelheim. Una vita piena, vissuta senza cedimenti,
ricca di riconoscimenti e di soddisfazioni reali, con anche molti affetti
familiari. Una vita da uomo e da scienziato che si può augurare
a chiunque.