Pubblichiamo due interventi, di altrettanti delegati
FIOM (Massimiliano Murgo e Elena Cinzia Bega), sulle indagini e gli
arresti di questi giorni contro appartenenti al sindacato. Si tratta
di due prese di posizione generose che vengono da gente impegnata nella
lotta quotidiana a difesa dei diritti dei lavoratori. Per quanto il
linguaggio e le categorie con le quali si pensa di andare oltre il capitalismo
siano molto distanti dalle nostre posizioni ci sembra comunque giusto
dare ospitalità a queste persone, 10 100 1000 volte migliori
delle infauste gerarchie sindacali e dei subdoli sinistri che oggi ci
governano.
Dichiarazione alla stampa
Premetto che questa è l'ultima dichiarazione pubblica che facciamo
ai giornalisti, per il momento.
Questa decisione nasce dal fatto che mi/ci interessa essere parte del
quotidiano show dei media basato tutto sull'immagine e in cui è
difficile trovare seri contenuti. Sia io, che i miei compagni del foglio
“Assemblea!”, che i lavoratori che rappresento, siamo stanchi
di essere oggetto delle continue pressioni dei giornalisti che attraverso
le loro pressanti domande cercano quasi sempre di creare sensazionalismi
e colpi di scena e quasi mai di far emergere la reale sostanza delle
problematiche che affrontano.
Fatta questa premessa mi scuso con quanti avevo dato una probabile disponibilità
a partecipare ad eventuali trasmissioni televisive o radiofoniche, ma
per il momento non ne voglio sapere.
In quello che vi dirò è contenuto la maggior parte delle
risposte che, grazie all'esperienza fatta in questi giorni, già
so che vorreste farmi.
Passiamo alle notizie e alle informazioni.
Come tutti ben sapete ieri la CGIL mi ha fatto sapere che la commissione
regionale di garanzia mi ha espulso dal sindacato. Nessuno ha però
chiarito le motivazioni dell'espulsione.
In realtà il sindacato mi espelle per aver indetto, insieme ad
un altro delegato FIOM CGIL, che invece non è stato toccato da
questo provvedimento, uno sciopero in fabbrica, deciso dall'assemblea
di tutti i lavoratori, contro la Finanziaria del governo Prodi lo stesso
giorno che è stato indetto dai Sindacati di Base il 17 novembre.
Ricordo che in quella data uno dei più importanti dirigenti della
FIOM, e quindi della CGIL, Giorgio Cremaschi, dichiarò, riportato
da alcuni quotidiani, che si augurava che lo sciopero andasse bene.
Noi pensiamo che gli unici scioperi che vanno bene sono quelli che si
organizzano e si fanno. insieme ai nostri compagni di lavoro. Quindi
decidemmo di andare anche alla manifestazione perchè pensiamo
che la forza dei lavoratori sta nella loro unità a prescindere
dall'organizzazione sindacale di appartenenza.
E' alquanto singolare e pretestuoso che la CGIL proceda soltanto oggi
dopo quasi quattro mesi a espellermi. Probabilmente vuole dimostrare
la tesi che ormai vari lavoratori e delegati sostengono, cioè
che sta approfittando dell'inchiesta per cancellare qualunque voce di
dissenso fra le sue fila, aggirando in questo modo quanto dice espressamente
l'art. 7 comma c dello statuto dell'organizzazione sindacale alla quale
mi ero iscritto e cioè: “In ogni organismo del sindacato
- dalle assemblee primarie degli iscritti agli organi direttivi della
Fiom - é garantita a tutti i componenti la piena libertà
di espressione sulle questioni in discussione, la manifestazione anche
pubblica di eventuali dissensi sulle decisioni prese, il rispetto delle
opinioni politiche, delle convinzioni ideologiche e della fede religiosa
di ciascuno.”
Quanto a ciò che penso io, la cosa che più vi interessa
su tutta la faccenda, ribadisco che il mio pensiero è il frutto
di un ambito collettivo di delegati e lavoratori che fa riferimento
al foglio Assemblea. vi dico quindi cosa pensiamo.
Tutti voi avete continuato in ogni occasione a fare la banale domanda
se abbiamo o ho a che fare qualcosa col terrorismo.
La risposta è no perchè pensiamo che chi gioca a nascondino
con la classe operaia, che lo faccia da sinistra con opzioni politiche
bombarole, o da destra con i memorandum segreti col governo, non difende
gli interessi della classe operaia. Non li difende perchè non
difende e pratica il principio che "la liberazione della classe
operaia sarà opera della classe operaia stessa". Se veramente
vogliono emanciparsi dallo sfruttamento e dalla miseria che questo sistema
capitalista impone loro, i lavoratori devono riprendere in mano il loro
futuro, riannodando quel filo rosso che dai Consigli di Gramsci passano
per gli scioperi del 1943-'44 contro il fascismo, per Piazza Statuto
e l'autunno caldo del '69, le assemblee autonome e quel movimento operaio
che negli anni '70 ha tenuto in scacco padroni e governi sviluppando
forme ed esperienze che avevano ribaltato i rapporti di forza in fabbrica,
fino alle grandi mobilitazioni sull'articolo 18 e contro la guerra.
A chi vuol sapere se siamo contro questo governo di "sinistra",
rispondiamo che siamo assolutamente contro il governo Prodi, e contro
qualunque governo che rappresenta gli interessi dei padroni. Siamo contro
la finanziaria, lo scippo del TFR, l'immiserimento dei salari, la precarietà
e tutte le forme schifose che sta assumendo oggi lo sfruttamento. Siamo
contro la guerra, perchè è lo strumento dei padroni per
fare - loro sì - politica con altri mezzi, per sfruttare le risorse
e le braccia dei popoli del mondo a proprio piacimento.
Proviamo profondo sdegno del fatto che oggi tutti i partiti istituzionali
facciano la gara a chi è più pacifista, e poi nei giochetti
parlamentari continuano ad approvare le missioni di guerra e a spendere
miliardi su miliardi per sviluppare gli arsenali militari. E' questo
sistema economico e politico che di per sé produce violenza e
guerra.
La notizia grossa è che nel 2006 sono morti in Italia 1200 persone
di lavoro, ma nessuno ne parla, e sono morti perchè nelle fabbriche
nei cantieri la sicurezza dai padroni è considerata un costo,
da ridurre il più possibile a favore della crescita del profitto.
Il lavoro non è, come dice la costituzione, la base fondante
della Repubblica, ma solo lo strumento per far crescere i profitti delle
aziende. E non abbiamo alcuna remora a dire, che se questo sistema produce,
violenza, guerra, miseria, abbrutimento culturale bisogna superarlo
e costruire una società basata realmente sui lavoratori come
valore per la crescita e lo sviluppo di tutta l'umanità, dato
che è già un dato certo che tutta la ricchezza dell'uomo
è prodotta materialmente dai lavoratori.
Ribadiamo che questa inchiesta è un operazione politica rivolta
a spegnere tutte le voci di dissenso che stavano nascendo nelle fabbriche
e nei territori. Il movimento contro il TAV, contro la Base USA di Vicenza,
contro i rigassifigatori, i lavoratori e le lavoratrici che criticano
la Finanziaria, lo scippo del TFR, i memorandum “SEGRETI"
sulle pensioni, non sono, come questa campagna poliziesca e mediatica
vogliono far intendere, un crogiuolo di potenziali terroristi, ma la
parte più viva della società che onestamente, senza remore
e senza paura, anche delle manganellate della polizia come abbiamo visto
a Melfi, in Val Susa, a Livorno e dovunque lo Stato ha usato la violenza
per zittire i movimenti, si batte contro le conseguenze della corsa
al profitto, a differenza dei chiacchieroni del governo che dichiarano
una cosa e ne fanno un altra.
Le nostre “armi” sono gli scioperi di fabbrica, quelli generali,
le manifestazioni di piazza, le occupazioni dei cantieri della TAV,
l'opposizione di massa al costante peggioramento delle nostre condizioni
e al costante aumento dei fronti di guerra.
Un ultima notizia: dichiaro già da ora che farò ricorso
all'espulsione pretestuosa che mi è stata data dalla CGIL, ribadendo
che il sindacato è dei lavoratori, è il nostro, e non
di chi fa accordi segreti col governo. Ribadisco che nessuna della accuse
a mio carico ha alcun fondamento.
Infine smentisco pubblicamente quanto scritto dal corriere sabato scorso
che io mi sentirei una persona distrutta e che il mio unico appiglio
rimasto è il mio gruppo musicale "briganti".
Al giornalista ho dichiarato in occasione dell'intervista che qualunque
cosa accadrà rientrerò in fabbrica a testa alta e continuerò
a svolgere il ruolo di rappresentanza che mi è stato affidato
dai lavoratori.
Massimiliano Murgo
delegato RSU
redattore del foglio ASSEMBLEA
INTERVENTO ATTIVO SUL TERRORISMO 19-02-2007
PREMESSA:
1 QUANDO HO COMINCIATO A FARE SINDACATO ( e politica): perché
e in cosa credevo. Diritti, dignità, emancipazione…x me
e x gli altri.
2 COSA HO POTUTO SCOPRIRE OGGI- La lotta di classe è relegata
fra gli ideali e , insieme alla tolleranza e all'umanità deve
accontentarsi di fungere da slogan nei discorsi dei segratari dei sindacati.
L'onnipotenza della repressione e la sua invisibilità sono la
stessa cosa. Dovunque l' autoconservazione spinge oltre il collettivo,
alla cricca, al clientelismo. Il dinamismo di ieri si conferma come
l'iirigidito passato di oggi, la classe anonima come dittatura dell'elite
autoeletta. - Adorno- "scritti sociologici"
3 COSA CREDO CHE SI POSSA ANCORA FARE – una prospettiva diversa
non puo' che richiamarsi al concetto di solidarietà.Non alla
liberta' di pochi liberi ,come già è, e tanto meno ad
una falsa razionalita' che rimanda la felicità dopo la morte.
4
ANALISI:
I FATTI DI OGGI E LA SITUAZIONE CHE SI E’ DELINEATA.
La scorsa settimana tutti noi ci siamo trovati coinvolti in una situazione
che si presupponeva appartenere ormai al passato.
Ora non voglio entrare nel merito del perché non è stato
così, cioè che un certo fenomeno sia tornato sulla scena
italiana, anche se una riflessione più approfondita sarebbe urgente
e necessaria. Il dato di fatto è che è accaduto.
In quest’ultima settimana io ho dovuto fare i conti con tutto
quello che pensavo fino a poco tempo fa, con la mia ingenuità,
con il mio voler credere ancora alle favole. Io ed altri compagni (
alcuni molto più di me) siamo stati travolti da un clima di criminalizzazione,
sospetto costante, di insinuazioni, di espliciti attacchi e accuse.
E il tentativo di zittirci riguardo quello che avevamo da dire è
stato forte.
Mentre tutti parlavano di noi delegati e lavoratori, di noi frequentatori
dei centri sociali, tra cui la fucina di sesto, di noi giovani…..
ecco che noi non potevamo parlare. Un esempio è quello che è
successo venerdì al presidio organizzato dalla giunta e da varie
associazioni qua a Sesto contro il terrorismo : come redazione del giornale
“Assemblea!”, che avete avuto modo di conoscere durante
l’ ultimo attivo, avevamo chiesto di poter spiegare alla città
che il tentativo di criminalizzare i luoghi di ritrovo, di discussione
e produzione di noi giovani lavoratori era forte. Volevamo spiegare
che bisogna stare attenti a generalizzare, che lì non si fa attività
terroristica o sovversiva, ma ci hanno detto chiaramente che eravamo
persone sgradite.
Negli stessi giorni, sui giornali e nelle riunioni, dai massimi esponenti
del sindacato emergono volontà di “epurazioni” e
“ pulizie etniche”. La situazione quindi è molto
preoccupante.
Una persona che fa attività sindacale e politica, quando accadono
certi fatti, si fa delle domande, prova a capire quello che fa in relazione
a quello che succede. E due sono le conclusioni: o ascolta tutti tranne
se stesso, si intimorisce e si chiude in una idealità dettata
da altri o collega il cervello, capisce che qualcosa non funziona, cerca
di approfondire la situazione e di andare avanti, cioè cerca
di essere materialista.
Io ho scelto la seconda strada.
Per chi crede in un mondo diverso non può che essere questa la
strada, ma la si può intraprendere solo ad una condizione. Non
bisogna avere paura.
E io non ho intenzione di aver paura di quello in cui credo. E non ho
intenzione di farmi dire ciò che sarebbe meglio per me. Perché
quello che è meglio per me lo posso sapere solo io, come quello
che è meglio per i lavoratori lo possono sapere solo i lavoratori.
Tutto quello che è successo in questi giorni ha fatto scattare
una serie di strumentalizzazioni, da tutte le parti; se ne sono sentite
di cotte e di crude, ma mai ci si chiede perché ci si affanni
tanto a trovare un colpevole da mettere alla gogna.
Analizzando il momento storico qualche elemento lo si può trovare.
E mi limito all’Italia.
Il governo di centro sinistra, nato non certo sotto i migliori auspici,
sta vivendo un momento di forte empasse. Con la Finanziaria approvata
a dicembre, con il Memorandum segreto tra Governo e sindacati, con i
rifinanziamenti alle missioni militari e il servilismo e concessioni
agli Stati Uniti, con le già annunciate manovre sulle pensioni,
con l’immobilismo e il lassismo di fronte al fenomeno del precariato,
con gli attacchi sempre più pesanti ai salari dei lavoratori
e con i malumori all’interno della stessa maggioranza (per cui
a volte capita anche che alcune manovre vengano approvate grazie al
voto favorevole dell’opposizione), non sa più come giustificare
la parola “sinistra”..
La situazione è chiara, come è chiara la difficoltà
del sindacato (soprattutto della Cgil) a sostenere e giustificare agli
occhi della propria base - I LAVORATORI – questa maggioranza di
governo.
È evidente che ciò che è successo in questi giorni
ha fatto emergere in tutto il suo essere questa crisi di rappresentanza,
sia politica che sindacale.
Una crisi amplificata dall’incapacità del sindacato di
smettere di essere la famosa “cinghia di trasmissione”.
E questo vale anche x la Fiom. Dall’ultimo congresso era emerso
forte il grido, il bisogno di indipendenza, ma tra il dire e il fare
è vero, c’è di mezzo uno spazio infinito. Lo abbiamo
vissuto con la Finanziaria, lo stiamo vivendo con il TFR e molto probabilmente
lo vivremo anche con altro.
I governi sono formati dai partiti, i partiti sono finanziati anche
dalle aziende, lo sappiamo tutti. Se il sindacato non è capace
di essere indipendente, alla fine…. Chi detta le regole? Le aziende
e quindi i padroni.
Il momento storico è quello di una piena subalternità
culturale e politica alle filosofie aziendalistiche e questo lo viviamo
sulla nostra pelle tutti i giorni, quando i dirigenti continuano a ripetere
che l’interesse dell’azienda è l’interesse
del lavoratore xchè è lei che nella sua bontà gli
concede un salario e gli permette di arrancare fino alla fine del mese.
La rappresentatività è in crisi, ma nella sua arroganza
nemmeno il sindacato ha il coraggio di ammettere i propri errori. E
quindi cosa fa? Comincia a sparare all’impazzata al suo interno
cercando di mettere a tacere i “grilli parlanti”.
Ma questa via di fuga, questa scorciatoia, non funziona più.
In passato è già successo: nel ’48-’49, subito
dopo la vittoria della Resistenza e la Liberazione, la Cgil, all’inizio
sindacato unitario dei lavoratori, decise una strategia di collaborazione
coi padroni nella speranza che ciò non pregiudicasse occupazione
e condizioni di lavoro. Ciò non si verificò, molte fabbriche
chiusero, molti attivisti sindacali, fra cui Battista Santhià
protagonista delle lotte degli anni Venti e della Resistenza degli Operai
in Fiat durante Fascismo e occupazione, furono licenziati su due piedi
o spediti in reparti confino. La Cgil, incapace al tempo stesso di leggere
i cambiamenti che avvenivano con l’ingresso di tantissimi contadini
e braccianti meridionali privi di alcuna cultura politica e sindacali,
subì cocenti sconfitte alle elezioni delle Commissioni interne
negli anni Cinquanta, come dimostrato alla Fiat di Mirafiori nel 1955,
quando la Fiom perse per la prima volta la maggioranza assoluta. Oggi,
sempre a Mirafiori, ci arriva lo stesso segnale: tutti saranno a conoscenza
della batosta subita negli ultimi rinnovi RSU dello scorso anno. Ieri,
negli anni cinquanta e sessanta, il non aver capito cosa stava cambiando
nelle fabbriche portò le nuove generazioni di lavoratori ad organizzarsi
per conto proprio, a volte anche in maniera ribellistica, venendo prima
tacciati come “provocatori” (pensiamo ai fatti di Piazza
Statuto a Torino nel ’62), salvo poi venire rincorsi dal sindacato
negli anni successivi perché le cose non stavano proprio così.
Da lì partì un grande movimento di lotta, contro il quale
padronato e governi non esitarono a ricorrere alla criminalizzazione
e al terrorismo stragista (come denunciava lo stesso PCI e la stessa
Cgil). Un movimento che fece della battaglia sul salario, sulla riduzione
d’orario, contro il dispotismo dei capi in fabbrica, sulla critica
alle forme di rappresentanza esistenti (tant’è che da questo
punto il governo fu costretto ad emanare lo Statuto dei lavoratori),
sulla sicurezza e l’ambiente nei luoghi di lavoro, il centro di
una critica al sistema produttivo basata sul conflitto e non sulla concertazione.
Dunque sembra che la storia si stia ripetendo.
In un clima di concertazione, dove i rappresentati si sentono sempre
più lontani dai loro rappresentanti, dove i loro bisogni non
vengono più capiti e soddisfatti è chiaro che interviene
l’autorganizzazione. E là dove ci sono dei rappresentanti
che cercano di fare il loro mestiere ecco che interviene la denigrazione,
l’isolamento e la repressione. (Abbiamo molti esempi: dalla Fiat
Avio di Pomigliano, dove un delegato RSU Fiom – Peppe Iannaccone
– si è rifiutato di firmare un accordo sottoscritto dalle
organizzazioni, ma bocciato dai lavoratori; alla Piaggio di Pontedera,
dove alcuni delegati RSU Fiom si sono “permessi” di denunciare
comportamenti illeciti del sindacato; alla Savema di Viareggio, dove
un ordine del giorno congressuale sulle scelte sindacali votato in assemblea
è stato passato alla Digos dal segretario provinciale della CGIL
con l’accusa di terrorismo; e tanti altri esempi si potrebbero
fare).
Questo è un fatto molto grave, che io, molto più rispetto
ai fatti accaduti la scorsa settimana, ritengo pericoloso. Là
dove ci sono voci discordanti, invece di essere considerate un “valore
aggiunto” si cerca di metterle a tacere. Dai congressi della Fiom
ho imparato che la democrazia è un valore fondante della nostra
categoria, ma quello che si sta sviluppando oggi non è democrazia.
Oggi si stanno consumando delle profonde ingiustizie nel tentativo di
ricostruirsi una verginità lesa da qualcosa che non appartiene
al movimento operaio e sindacale italiano. Per la scelta stupida di
pochi che si dichiarano prigionieri politici non possono pagare tutti.
Bisogna stare molto attenti a buttare nel calderone anche chi invece
lotta per la costruzione di una coscienza di classe, l’unico strumento
valido insieme alla lotta e al conflitto nei luoghi di lavoro per giungere
all’emancipazione della classe operaia.
A chi si erge ad inquisitore (visto che già ci dovrebbe bastare
la magistratura per questo), a chi pensa di avere la verità in
tasca rispondo con una citazione di Di Vittorio :” coloro i quali
pensano che negli uffici governativi risiede e si concentra ogni possibile
saggezza procedono con un ragionamento che discende da un principio
antidemocratico, fascista…noi abbiamo una grande fiducia nella
capacità creatrice ed organizzatrice delle masse popolari”.
Oggi ci sono delle lavoratrici e dei lavoratori che provano a costruire
qualcosa, a dare qualcosa, che tentano di cambiare lo stato delle cose,
come diceva qualcuno di abbastanza famoso che tutti i dirigenti della
CGIL dovrebbero conoscere a memoria, ma questo sforzo non viene apprezzato,
anzi, si cerca di liquidarlo in fretta e furia e di tacciarlo come provocatorio
e terrorista, in barba a quanto dichiarato nell’art 7 comma c
dello statuto della FIOM: “In ogni organismo del sindacato - dalle
assemblee primarie degli iscritti agli organi direttivi della Fiom -
é garantita a tutti i componenti la piena libertà di espressione
sulle questioni in discussione, la manifestazione anche pubblica di
eventuali dissensi sulle decisioni prese, il rispetto delle opinioni
politiche, delle convinzioni ideologiche e della fede religiosa di ciascuno”.
Quando ci sono dei giovani che si muovono, quei giovani a cui tanto
vi rivolgete, e che tanto vorreste con voi perché vi rendete
conto che fra un po’ non saprete più come coprire quei
vuoti generazionali che avete creato in questi anni di gestione concertativa…per
paura di essere tacciati come il “brodo di cultura” in cui
si moltiplicano i terroristi, invece di rigettare tutte le accuse ai
confederali e alle loro strumentalizzazioni, scegliete la via più
facile.
La lotta al terrorismo la si fa con la lotta al capitalismo. Sono convinta
che come Gramsci affermava nel suo articolo apparso su “L’
Ordine Nuovo” del 21 giugno del 1919 “ [Ma] La vita sociale
della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in
molteplici attività. Questi istituti e queste attività
bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare
in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini
l’intera classe lavoratrice”, questa disciplina collettiva
dei lavoratori è la garanzia della sua unità, e della
sua possibilità di emanciparsi dal capitalismo, che finchè
non sarà superato continuerà a generare miseria, violenza
e guerra.
Elena Cinzia Bega
Delegata RSU FIOM
Siemens Bicocca