LA “BELLA ITALIA”
E’ mia intenzione, con calma, riflettere sulla situazione di fase
oggi esistente, in generale e con particolare riferimento all’Italia
(in un articolo che intitolerò Il verminaio). Tuttavia, con queste
maledette feste è difficile lavorare bene. Butto intanto giù
alcune prime considerazioni relative agli ultimi fattacci italiani.
Sono più che certo che siamo stati tutti presi in giro da media
ben controllati che ci hanno raccontato la storiella dei cattivi, immorali,
imbroglioncelli da strapazzo, sconfitti da gente seria e che ha un’etica
nel condurre gli affari. Politici come Rutelli o Castagnetti, ecc. e
industriali (del piffero) come Montezemolo o Della Valle (o il De Benedetti
dell’imbroglio relativo alla SME in cui ebbe come coadiutore Prodi;
oltre ad aver venduto, con aiuti politici, a prezzo pieno i suoi vecchi
computer, da fondo di magazzino, alle Poste), ecc. ci hanno raccontato
che la politica e gli affari debbono restare separati, guai a confonderli.
Una simile ipocrisia disgusta. In nessuna epoca storica, ma meno che
mai nella nostra, affari e politica sono potuti essere separati; chi
attuasse simili propositi, fallirebbe all’istante e, fin che durerà
il capitalismo, porterebbe all’affamamento di massa. Il problema
è solo: quali affari e quale politica? Solo questo! Il resto
è imbecillità o menzogna che copre un atteggiamento di
particolare violenza, sopraffazione, imbroglio (e forse vera criminalità)
nel condurre gli affaracci propri a spese di una intera popolazione
confusa e disorientata dai media che questi pericolosi individui controllano
(Corriere e Repubblica in testa).
Chi ha vinto nel recente scontro tra certi gruppi finanziari e altri
è in definitiva il più potente, ma non certo il migliore.
I “furbetti del quartierino” sono apparsi molto sprovveduti
e gentucola da quattro soldi, ma non erano affatto i più pericolosi
per le sorti economiche e politiche (e perfino di “democrazia
borghese”) del nostro paese. E inoltre vorrei che qualcuno ricordasse
che questi “furbetti” avevano già vinto sul piano
puramente finanziario, avevano già il controllo dell’Antonveneta
e gli olandesi dell’Ambro avevano ormai ritirato la loro offerta
d’acquisto (OPA). I momentaneamente sconfitti italiani –
con dietro gli ambienti finanziari internazionali più potenti
– hanno dovuto, more solito, far intervenire la magistratura e
il verdetto è stato rovesciato. Voglio ancora ricordare che,
all’epoca dei fallimenti Cirio e soprattutto Parmalat nonché
della truffa relativa ai bond argentini, che hanno dilapidato i risparmi
di decine (o centinaia?) di migliaia di persone ma non leso gli interessi
di pochi potentati e del loro principale giornale di riferimento (“Corriere”),
il sistema bancario al completo – e non solo l’italiano
ma pure l’americano, implicatissimo in quelle operazioni (come
mai la magistratura non è andata sino in fondo, fino a toccare
i santuari statunitensi, in quel caso?) – fu corresponsabile del
disastro; e tuttavia sono volati solo gli stracci. A quell’epoca,
salvo Tremonti (ma non posso qui diffondermi sui veri motivi del suo
atteggiamento che non erano quelli esposti in pubblico; ne parleremo
altrove), tutti difesero Fazio, la Bankitalia e il sistema bancario
in genere. Ci sono mille e una dichiarazioni di appoggio a Fazio &
C. fra cui quelle dell’intero centrosinistra e di Montezemolo
nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Confindustria.
“Tutti insieme appassionatamente” costrinsero Berlusconi
a far dimettere Tremonti. Come ultima notazione, voglio ancora ricordare
che chi attacca – in quanto parvenu – è sempre in
condizioni di svantaggio rispetto a chi si difende (e con quel po’
po’ di appoggi della finanza internazionale con la sua cupola
ebraico-americana). Chi attacca si scopre, sgomita, rispetta sicuramente
meno le “leggi”, si espone.
Comunque, detto molto in sintesi, lo scontro attuale iniziò di
fatto nel 1992-93 con “mani pulite” (che più sporche
non potevano essere), quindi con la liquidazione di un sistema certo
ormai fatiscente e gravemente intaccato dalla corruzione, ecc. Ma non
fu quest’ultima a perdere il centrosinistra di allora. Purtroppo
non ho tempo per cronistorie, e per spiegare i motivi internazionali
e interni di quell’attacco, partito poco dopo la dissoluzione
dell’URSS e del campo socialista. Rinvio comunque a Preve-La Grassa,
Il teatro dell’assurdo (Punto rosso gennaio 1995), perché
ritengo che quanto lì scritto sia stato poi confermato almeno
al 90%; fra l’altro da interviste (sul Corriere e alla TV) di
Cossiga, su cui tutti hanno sorvolato pur se sosteneva cose di una gravità
notevolissima. In ogni caso, l’attacco partì pure allora
dagli USA e dai settori asserviti italiani; all’epoca Agnelli
(Montezemolo era ancora in secondo piano), Tronchetti, De Benedetti
e ….i soliti noti insomma. E il solito Corriere (anche allora
era direttore quello di oggi) che godeva di rapporti privilegiati con
la Magistratura, sapeva in anticipo questioni protette da segreto istruttorio
e inviava i suoi propri “avvisi di garanzia” per sconvolgere
gli assetti politici così come volevano i suoi padroni: nazionali
e, dietro questi, americani. Esattamente come ha cominciato a fare oggi.
Per vari motivi (sempre rinvio al libretto di cui sopra) si mise di
traverso Berlusca, e questo impedì lo sbocco voluto dai poteri
forti che doveva essere imperniato sui buoni servigi dei “rinnegati”
del comunismo che, in quanto “rinnegati”, avevano ben poco
da scegliere e dovevano “pedalare” per restare a galla e
rifarsi una verginità (e sarebbero sempre stati tenuti sotto
ricatto). Solo che Berlusconi, per riuscire, è stato ancor più
realista del re, è diventato un amerikano a prova di bomba; anzi
ha dovuto porsi al servizio perfino dei più retrivi fra i poteri
statunitensi, giacché quelli aventi come punto di riferimento
il partito democratico erano probabilmente più vicini a coloro
che stavano provocando lo sconquasso in Italia e tentavano di cambiare
regime, mettendo sul davanti della scena i “rinnegati” del
comunismo (e altri ovviamente, soprattutto rimasugli democristianucci).
Comunque, anche servendosi di quel centro di potere che è pur
sempre la Presidenza della Repubblica (in mano ad un loro uomo come
Scalfaro), i poteri forti di cui sopra riuscirono a contenere e licenziare
Berlusconi e a favorire, dopo la transizione di Dini, la vittoria elettorale
del centro-sinistra, il cui Governo fu però del tutto instabile
e subì una serie di cambi della guardia alla Presidenza del Consiglio;
da Prodi a D’Alema ad Amato. Il secondo – con la spinta
di Cossiga e di “altri” ambienti democristiani che ricominciavano
a tirar fuori il capino; ma soprattutto legandosi fortemente ad ambienti
democratici statunitensi (c’era Clinton allora) mediante la partecipazione
alla guerra contro la Jugoslavia e la promessa di inviare niente meno
che 18000 soldati italiani se vi fosse stato bisogno dell’impresa
di terra (resa inutile dalle mene politiche che riuscirono a liquidare
Milosevic) – volle fare il “furbetto” per acquisire
una certa indipendenza rispetto ai poteri forti di sempre. Aiutò
quelli da lui definiti capitani coraggiosi (Gnutti e Colaninno e una
parte di “nuovi ricchi” del Nord) a prendersi la Telecom.
Agnelli, mediante la sua San Paolo-IMI, difese debolmente Bernabé
e lo scontro si concluse con la vittoria (temporanea) dei nuovi arrivati.
Bernabé si lasciò andare inizialmente a dichiarazioni
un po’ “avanzate” e compromettenti (in specie sull’aiuto
del Governo ai “conquistatori”), ma poi si calmò,
tacque e passò ad altro incarico (sempre buono e ben retribuito,
non compatiamolo troppo!).
Tuttavia, la vittoria era quella classica “di Pirro”, la
Telecom era piena zeppa di debiti (fatti in gran parte per conquistarla)
e infine il tutto ripassò a uno di quelli dei poteri forti (Tronchetti),
il quale non mi sembra sia ancora riuscito a sistemare quell’azienda
che appare decotta e in forte decadenza come professionalità
dei suoi dipendenti, come avanzamento tecnologico, ecc. Poi, grazie
all’incapacità del centrosinistra di trovare un qualche
assetto stabile – e confortevole per i poteri forti – dopo
la liquidazione di D’Alema (e l’indebolimento dei “capitani
coraggiosi”), tornò infine al Governo, e più stabilmente,
Berlusconi. Vi fu quindi un armistizio tra i vari poteri forti, vecchi
e nuovi, un’azione di lavorio ai fianchi e di logoramento del
centrodestra (soprattutto con la sotterranea e mascherata azione dell’UDC),
che culminò nell’alleanza tattica tra questi vari poteri
di fronte alla venuta a galla, con il crac Parmalat e il resto, del
marciume del sistema produttivo-finanziario italiano, del suo essere
truffaldino e della sua sudditanza (al di là della politica e
dei Governi) di fronte alla cupola finanziaria statunitense.
Fin da subito, si evidenziò l’incapacità completa
dell’accozzaglia di centrodestra di governare con almeno un minimo
di unità di intenti (FI, AN, Lega, UDC sono sempre andate ognuna
per conto proprio mediante alleanze momentanee, confuse, continuamente
cambiate, ecc.), con la sempre più netta predisposizione degli
ex democristiani a partecipare, assieme ai loro confratelli del centrosinistra,
ad un progetto non di “grande centro” (una montatura di
facciata) ma di maggior peso e riequilibrio verso la “sinistra”,
acquisendo una nuova sicurezza circa la vittoria del centrosinistra
nelle ormai prossime elezioni. Si ruppe allora ogni equilibrio, la lotta
si riaccese e si arrivò a quello che adesso si vorrebbe fosse
l’ultimo e definitivo stadio dello scontro. Sembra siano partiti
all’attacco i “parvenus” con dietro Fazio e, ne sono
convinto, la finanza vaticana (d’altra parte qualche potenza reale
i “furbetti” dovevano pur averla per osare tanto e andare
tanto vicini al successo); non è però escluso che siano
dovuti “andare in guerra” (un po’ come i giapponesi
quando furono “chiamati all’attacco” da Roosvelt).
Assieme ai “nuovi ricchi” (e al Vaticano) si mise l’Unipol
(che è ormai praticamente sicuro avesse l’appoggio del
solito D’Alema), mentre il Monte dei Paschi si defilava (e nel
suo Consiglio d’amministrazione, infatti, i dalemiani rimasero
in minoranza). L’obiettivo dichiarato erano BNL e Antonveneta
(e, forse osando troppo, l’RCS con il Corrierone); l’obiettivo
ultimo credo fosse però la Mediobanca (malgrado l’indebolimento
rispetto all’epoca di Cuccia, essa è ancora un centro importante
del potere finanziario) e, sopra tutti, le Generali, vero cuore (anche
se internazionale) della stessa finanza (ed economia) italiana.
Ripeto che gli assaltatori erano giunti in ottima posizione nelle due
OPA miranti a conquistare gli avamposti, i primi bastioni, dei poteri
forti, e il contrattacco ha dovuto ancora una volta adire la sedicente
“Giustizia”. Questo intanto dimostra che l’Italia
è un paese di conquista da parte degli “altri” potenti
del mondo. Ridicola indubbiamente la scusa di Fazio di difendere l’italianità
delle banche prese di mira dalla spagnola Bilbao (BNL) e dalla olandese
Ambro (Antonveneta); entrambe strettamente legate alla finanza USA.
Per compiere la sua scalata, l’Unipol ottenne un credito elevato
da Deutsche Bank, dalla francese BNP Paribas e da altre tre banche straniere;
l’italianità era una gran balla. Comunque anche i vincitori
avevano alle spalle la grande finanza europea e come già detto,
in ultima analisi e ai vertici, la finanza USA.
Un importante passaggio dello scontro oggi in fase di conclusione è
stato in definitiva il seminario della Margherita a fine maggio a Frascati.
Vi parteciparono Montezemolo, Tronchetti, Della Valle e tutti i big,
ivi compresi alcuni della finanza come, se non erro, Profumo (Unicredit).
Comunque, non vi andarono Fazio e Billé (Confcommercio), proprio
per la rottura del precario “fronte” creatosi in precedenza,
e che aveva funzionato all’epoca sia del crac Parmalat che della
colossale truffa operata ai danni dei risparmiatori con la vendita dei
bond argentini, promossa proprio dall’intero sistema bancario
italiano, con alle spalle le “famose” società di
rating, esse pure per lo più statunitensi (ricordo, a chi dimentica
facilmente, che queste società promossero la “sana”
amministrazione della Parmalat pochi mesi prima del disastro). Alla
riunione di Frascati (a porte chiuse, senza ammissione della stampa)
non andò Prodi per polemica nei confronti delle mosse compiute
in quei giorni da Rutelli.
All’inizio, l’attacco partì con estrema violenza
dirigendosi contro entrambe le OPA: della Banca popolare di Lodi (Fiorani)
su Antonveneta e della Unipol sulla BNL (in quest’ultimo caso
mettendo pienamente in luce come la prima volesse “mangiarsi”
una impresa bancaria che aveva un capitale sociale quintuplo del suo).
E’ però evidente che l’attacco all’Unipol significava
comunque – pur se oggi si tende a salvare Fassino e a scaricare
tutto su D’Alema – rischiare una grossa frattura tra Margherita
e DS, con brutti riflessi sulle elezioni del 2006 già date per
vinte dopo tutti i contatti e i pourparler segreti (di Pulcinella),
soprattutto negli ultimi due anni, tra Follini e Casini, da una parte,
e Mastella, Rutelli, Letta (Enrico), ecc. dall’altra. Ci si concentrò
allora su Fiorani e Fazio (si agì quindi per far fallire intanto
l’azione della Lodi sull’Antonveneta e per dare un buon
avvertimento alla finanza vaticana) e si rinviò a dopo le elezioni
il regolamento di conti tra la Margherita – cui appartiene Abete
(presidente della BNL e legato al Bilbao) ed appoggiata dai poteri forti
– e i DS, che hanno difeso, fino all’ultimo, l’Unipol
e persino Consorte. Solo che, non so se stupidamente o invece perché
sapeva di perdere la partita se avesse aspettato le elezioni (soprattutto
in caso di vittoria del centrosinistra, e non ci si meravigli del solo
apparente controsenso), il suddetto Consorte tentò di accelerare
l’OPA sulla BNL e dichiarò più volte che intendeva
concludere prima di Natale; in ogni caso, certamente prima delle elezioni,
pur se egli ovviamente non parlò in tal senso (troppo scoperto).
A questo punto, è saltato ogni compromesso e l’attacco
si è scatenato anche contro la seconda OPA, facendo dimettere
in questi giorni Consorte; si è mantenuto un velo di compromesso
sostenendo che la sorte di…Consorte non invalida la legittimità
della scalata alla BNL. Tuttavia, sarà tutto da vedere, poiché
solo una risistemazione degli affari interni ai DS – anzi, assai
di più: la loro dissoluzione nel “mitico” partito
democratico – orientata dai potenti potrebbe consentire all’Unipol
(tuttora isolata dall’altro polo della finanza detta “rossa”,
il Monte dei Paschi, che sta alla finestra a vedere cosa accade) di
concludere positivamente la sua operazione; e solo se vi sarà
un previo accordo con la finanza americana che sta al di sopra del Bilbao
e di gran parte della finanza europea; gli unici finanzieri della UE
che si siano (debolmente) mossi negli ultimi tempi in direzione contraria
sono esclusivamente i tedeschi della Deutsche Bank – che ha, come
amministratore delegato in Italia, De Bustis, già direttore,
se non ricordo male la carica (comunque di vertice), della Banca 121
del Salento, qualche tempo fa nell’occhio del tifone giudiziario
e con sempre alle spalle settori dalemiani, quindi quelli perdenti nello
scontro di cui si sta parlando – e la BNP Paribas (Francia).
A dimostrazione che la vicenda sporchissima di cui stiamo parlando si
intreccia strettamente con la manovra che i poteri forti – legati
agli ambienti finanziari americani – stanno conducendo in modo
sempre più accelerato per riconfigurare a loro immagine e somiglianza
(di banda “Al Capone”), la costellazione delle forze politiche
italiane, si è avuta l’intervista di De Benedetti al Corriere,
in cui l’ineffabile personaggio affermava senza perifrasi che
Prodi dovrà durare lo stretto necessario e poi lasciare il campo
a Rutelli e Veltroni in quanto capi di un fantomatico – tutto
da creare – partito democratico italiano, a somiglianza (proposito
ridicolo) di quello americano. Nella seconda metà di dicembre,
mi sembra all’Hardisson Hotel (Roma), si è tenuta una nuova
assemblea soprattutto della Margherita, con però la presenza
di dirigenti DS (Fassino in testa). L’assemblea è stata
chiusa da due “forti” discorsi di Mauro (Repubblica) e Mieli
(Corriere), in cui si è detto esplicitamente che è ora
di avere facce nuove, che non se ne può più dei postcomunisti.
Mieli ha concluso il discorso affermando che D’Alema, Fassino,
Violante, Angius, Bassolino, ecc. vengono tutti “da lì”
[dal comunismo, così come lo intendeva lui quando faceva parte
di Lotta Continua; questa appartenenza se l’è bella e dimenticata.
Faccio comunque notare che non ha citato Veltroni fra i postcomunisti];
e che bisogna che finalmente se ne vadano, lasciando il posto a nuovi
personaggi (i debenedettini Rutelli e, appunto, Veltroni).
Per completare il quadro, ricordo che il 16 novembre (all’incirca),
i DS presentarono in anteprima il programma che l’Ulivo avrebbe
poi dovuto ufficializzare l’1-3 dicembre a Firenze, ma che ancora
nella sua completezza non mi sembra si sia visto (si sa che si tratta
di un malloppone di oltre 300 pagine). Comunque, a quella riunione,
organizzata in un grande Hotel di Roma (con grande dispendio di soldini),
vi erano 400 invitati, tutti i big dell’industria e finanza (salvo
Fazio e Billé, ma vi era ancora Consorte; e arrivò anche
Confalonieri di Mediaset) con tutti i dirigenti dei DS e della CGIL
(con Epifani, promotore dello sciopero generale di qualche giorno dopo,
allo stesso tavolo di De Benedetti e altri big del genere). Poiché
quel giorno Montezemolo era occupato e non poteva partecipare alla “riunione
dei 400”, due giorni prima Fassino si era recato in viale dell’Astronomia,
ricevuto nella foresteria dell’Associazione industriali dal Presidente,
cui illustrò per circa un’ora il suddetto libro dei sogni,
ricevendone vivo apprezzamento.
Comunque, arriviamo adesso all’ultimo atto, che sanziona completamente
la vittoria dei poteri forti (sicuramente i peggiori nell’affaire):
la nomina di Draghi alla Bankitalia. Questo personaggio è stato
consulente del Bilbao nella vicenda dell’OPA sulla BNL, ha partecipato,
fra l’altro, alla stesura del programma dell’Ulivo; ma ciò
che lo connota in modo precipuo è di essere vicepresidente della
Goldman Sachs, società USA importante nel mondo finanziario,
una di quelle che dava giudizi positivi sulla Parmalat pochi mesi prima
del crac, uno degli snodi del dominio finanziario statunitense (ed ebraico)
sulla finanza europea, e italiana in specie. Questo individuo, che senz’altro
sarà capace e tecnicamente istruito, è però il
solito ideologo che nasconde dietro la “neutralità”
dell’efficienza la sua scelta per la privatizzazione, la deregolamentazione
dei servizi, la flessibilità del mercato del lavoro, ecc. In
una lezione tenuta nell’aprile 2004 (in occasione della consegna
a lui fatta di un diploma honoris causa) aveva previsto una forte ripresa
economica mondiale (che paragonava a quella del dopoguerra) a cui si
sarebbe collegata l’Europa (senza commenti). Comunque, un uomo
della vecchia guardia, che non incenso certamente ma giudico almeno
lucido, cioè Cirino Pomicino, ha dichiarato – magari mosso
anche lui da chissà quali interessi contrari – una cosa
sensatissima un paio di giorni prima della nomina di questo “tecnico”
con, grosso modo, queste parole: “Se faranno questa scelta, sarà
un preciso segnale lanciato all’esterno che l’Italia è,
ormai senza più ostacoli, campo di conquista”. Non si poteva
dire meglio, qualsiasi sia stato il motivo per cui questa affermazione
è stata fatta.
La sua nomina è stata accolta da ovazioni bipartisan, ma è
del tutto evidente la maggior convinzione del centrosinistra e degli
ambienti finanziari e giornalistici dei poteri forti (si veda l’autentica
gioia del Corriere, ma anche quella del Foglio, il giornale più
filoamericano che ci sia in Italia). Più di prammatica la soddisfazione
di Tremonti che puntava su Grilli, politicamente meno esposto. Ovviamente,
anche se sono sicuro avrà storto la bocca, l’amerikano
Berlusconi non poteva dire di no ai padroni, pur se questi – altro
segreto di Pulcinella – hanno già a più riprese
contattato i vertici dell’Ulivo, visto che tale schieramento ha
il 90% di probabilità di vincere le prossime elezioni (nel senso
che, in realtà, le perderà il centrodestra ormai condannato
anche da suoi settori come l’UDC, che intrallazza con i nominali
“avversari”). In fondo Berlusca è, come detto, più
realista del re, ma non dà garanzie di stabilità dato
che i poteri forti lo combattono (proprio oggi il Corriere riprende
i suoi attacchi con notizie di inchieste giudiziarie sul Premier, notizie
che gli vengono sempre ben servite dalla magistratura). Uno dei motivi,
di primo piano, della loro ostilità è il fatto che le
loro imprese decotte hanno bisogno di soldi dallo Stato; e in questa
funzione il centrosinistra è insostituibile.
E gli americani, in combutta con questi poteri forti (estremamente deboli
nei loro confronti perché sostenuti da essi e dalla loro finanza,
senza la quale andrebbero in fallimento domani stesso), hanno bisogno
di una decisiva subordinazione italiana ai loro voleri; ma non senza
mascherature adeguate. L’americanismo di Berlusconi non ha veli,
ed è quindi assai pericoloso per i padroni statunitensi. Il padrone,
se ne ha la possibilità, sceglie tra i suoi scherani quelli che
portano la maschera, cosicché non vengano subito riconosciuti
mentre, per servirlo, compiono le loro mascalzonate. Faccio un inciso.
Nel programma del centrosinistra si dice esplicitamente che ci si ritirerà
dall’Irak, ma con il consenso del Governo irakeno. In questo modo,
si riconosce la finta autonomia di un Governo fantoccio e, nella sostanza
(ma con forma mascherata, appunto, e dunque ipocrita), si invia ai reali
padroni l’assicurazione che ci si ritirerà, ma se loro
lo permetteranno e non avranno più bisogno dei nostri (non certo
eccelsi) servigi. Siamo alle solite, come quando l’intervento
in Jugoslavia del servo D’Alema era mascherato da “difesa
integrata” e da azione umanitaria contro il genocidio dei kossovari,
smentito nell’ottobre del 1999 da un rapporto OCSE (ufficialissimo)
che dichiarava il ritrovamento di 2000 cadaveri, non dei centomila ammazzati
secondo i nostri media (che ancor oggi, in specie a sinistra per continuare
a giustificare quel criminale intervento del loro Governo, ripetono
la storiella del genocidio).
Torniamo a noi. Malgrado la schiacciante preminenza, e non solo militare
(si pensi alla ricerca scientifico-tecnica), gli USA non sono in completa
salute, e il disordine mondiale cresce e spesso arreca loro danno. Una
testa di ponte in Europa, pienamente prona al loro potere ma, ripeto,
con la finzione dell’indipendenza – e senza quei, pur deboli,
sfizi autonomistici che, all’epoca della divisione del mondo in
due “campi”, nutrivano i vecchi partiti tipo DC e PSI –
è quanto gli USA agognano, anche perché mette in difficoltà
quei pochi settori industriali europei (i finanziari sono quasi al 100%
orientati dai centri di potere americani) che potrebbero fare un po’
di fronda. Gli USA dovranno sopportare confronti mondiali accesi nei
prossimi decenni; guai se pure gli europei si mettessero a rompere le
scatole. L’Italia ha la sua importanza per garantire lo sfacelo
della UE come potenza autonoma. E queste prospettive a lungo raggio,
strategiche, non sono avulse da quello che si è svolto negli
ultimi tempi in questo autentico campo di battaglia – e di conquista
– che è diventata l’Italia con i suoi settori finanziari
subordinati a quelli USA ma decisivi, in combutta con forze politiche
a loro asservite, per continuare ad alimentare industrie parassitarie
come la Fiat, la Telecom e altre grandi imprese (carrozzoni d’altri
tempi); del resto, le poche imprese in attivo (mettiamo la Luxottica
o la Tod’s o che so io) non sono certo industrie di punta che
fanno potenza; sotto l’ala americana stanno benone, mentre un
reale ambiente competitivo le stroncherebbe.
Detto quanto sopra, anch’io, in nome del “tanto peggio…”,
spero vinca il centro-sinistra. Vediamo perché. Pochi giorni
fa, fatto oggetto della campagna di stampa di Corriere & C., il
buon D’Alema vedeva complotti e, dietro questi, proprio i poteri
forti. Adesso che il Corrierone, cioè il solito gruppo di potere,
riapre il fronte giudiziario contro Berlusconi, tutto il centro-sinistra,
ivi compresi i dalemiani e i diessini più esposti nelle recenti
vicende, si buttano a capofitto gridando “all’untore”,
al corrotto e chi più ne ha più ne metta. A questo punto
solo i mascalzoni (i dirigenti del centrosinistra) e i cretini (che
purtroppo abbondano nella base di quello schieramento e soprattutto
a “sinistra”) possono far finta di non capire che l’antiberlusconismo
(alla Sabina Guzzanti, alla Travaglio, alla girotondina), il gridare
al fascismo montante ecc., sono il cemento che tiene unita una cosca
– sia economico-finanziaria che politica, giornalistica e intellettuale
– formata da gente che si odia, si combatte con coltellate alle
spalle, che non aspetta altro che vincere le elezioni per regolare i
conti fra loro, e prendere per sé tutto o la maggior parte del
potere, devastando definitivamente la “bell’Italia”.
Se va via Berlusconi, finalmente il bubbone esploderà e tutto
il pus andrà in circolazione nell’organismo sociale, con
infezione generale e, speriamo in tempi non pluridecennali, la sua morte
invereconda. Perché il centrosinistra – a dir la verità
soprattutto il suo centro e i settori moderati della “sinistra”
– è il vero cancro che corrode ormai questa democrazia
sempre più simile alla Repubblica di Weimar, che era un impasto
simile di putridi interessi finanziari e politici, abbondantemente influenzati
anche allora dalla finanza statunitense.
Diciamo allora più precisamente: il vero cancro è il complesso
di quei poteri “forti” – debolissimi verso gli USA
– che sono un conglomerato di banche parassitarie e di industrie
decotte o “tatticamente” (nel breve periodo) ancora floride
ma solo nell’ambito di una totale subordinazione al centro imperiale.
Il centrosinistra, oggi in particolare il centro di quest’ultimo,
è la mano politica di questi gruppi di parassiti finanziar-industriali;
che non sono l’anticamera del fascismo – non diciamo pure
noi una simile idiozia – ma della devastazione e corruzione completa
della democrazia pur formale, e dell’avanzare della putrescenza
sociale, più ancora che economica, nel nostro paese ad essi sottoposto
(e, tramite essi, sottoposto totalmente al dominio USA). Tuttavia, i
cosiddetti poteri forti sono in difficoltà. Per quanto tempo
ancora la Fiat riuscirà a far credere al “mercato”,
e ai cittadini, che si sta risanando e rilanciando? Fino a quando vi
riusciranno le altre grandi imprese in bilico, indebitate fin sopra
i capelli, e prive di qualsiasi impulso alla ricerca scientifico-tecnica
di punta? Fino a quando terrà il nuovo “eroe” dell’ideologia
confindustriale (dopo le idiozie propalate per decenni sul “piccolo
è bello”), cioè la media impresa di settori non
di punta, non strategici, che vive di “luce riflessa” (e
sopravviverà fin quando la situazione economica continuerà
a restare almeno “così e così”)?
Non credo manchi molto tempo; e i vari Montezemolo, De Benedetti e C.
lo sanno meglio di me. Stanno accelerando, debbono fare in fretta a
costruire il partito democratico, a dissolvere in esso perfino i “rinnegati”
del comunismo, a ricattare i rifondatori, i comunisti italiani, ecc.
minacciandoli – se non si accontentano delle briciole del sottogoverno
– di sostituirli con forze oggi formalmente ancora appartenenti
al centrodestra. Mieli si lancia in messaggi (mafiosi) del tipo: “No,
niente paura, non è una nuova tangentopoli, però è
necessario stare calmi”, cioè sottostare ai voleri e ai
tempi di questi poteri fintiforti che hanno una fretta del Demonio,
che sono forse all’ultima spiaggia. Per di più, cosa ridicola,
dopo aver preso in giro Berlusconi che parla ancora di comunisti, questo
pennivendolo (così si diceva una volta) afferma che bisogna farla
finita con i postcomunisti. La situazione è proprio tragicomica,
da buffoni e cialtroni quali sono i “potenti” italiani.
Diceva bene De Gaulle: “L’Italie n’est pas un pays
pauvre, c’est un pauvre pays”.
Per questi motivi, spero che vinca il centrosinistra, affinché
questo cancro ammazzi infine l’organismo malsano dei poteri che
si credono forti (con i deboli) e sono in affanno. Non sarà facile
per loro creare il partito democratico; soprattutto con fasulli quali
Rutelli e Veltroni (e, del resto, anche Prodi è un “genio
assoluto”!), e alle spalle gli industriali come Montezemolo, i
giornalisti come Mieli, il ceto intellettuale che ci ritroviamo; e al
di sopra di tutti poche banche parassite e la finanza americana che
ci spadroneggia. Non c’è da stare allegri, questo è
chiaro, ma forse – è comunque l’unica speranza –
certi processi di sfascio si accelereranno e si chiarirà da chi
siamo manovrati. Finirà la scusa dell’antiberlusconismo,
non ci sarà più l’uomo nero contro cui sfogarsi
e unire tutti gli uomini di malaffare (e gli “ingenui”)
presenti in questo paese. Tuttavia……tuttavia temo che a
sinistra – almeno in quella che si vorrebbe “di classe”,
anticapitalista – non riesca a sorgere nulla. E allora……
Comunque se ne riparlerà più meditatamente, perché
i tempi sono (storicamente) ormai stretti e la cloaca è infine
a cielo aperto (per chi ha occhi per vedere; i ciechi vadano adda’
via….). A voi – anzi a noi – un buon 2006, di sveglia
brusca e vivace
glg