LA VERA “GRANDE BUGIA” (di G. La Grassa)
Ho recentemente letto l’unico intervento minimamente serio fatto
sul libro di Pansa “La Grande Bugia”, su cui si sono scontrati
destri e sinistri, fascisti e antifascisti, con tanta foga e poca verità
da entrambe le parti. Non mi ha sorpreso constatare ancora una volta
che il “pazzo” Cossiga è sempre il più lucido.
Certo è un democristiano e quindi fondamentalmente anticomunista;
certo quello che scrive è spesso paradossale e soprattutto “a
doppio taglio”, sembra dire una cosa e ne sottintende (e suggerisce)
altre. Tuttavia, mi permette di dire brevemente la mia povera opinione
in questo can-can che è stato sollevato, facendo tutto sommato
una bella pubblicità al giornalista “di sinistra”
e anticomunista.
Citiamo intanto Cossiga: il Pci ha “quasi monopolizzato il comando
della lotta partigiana anche in forme violente” e ne ha “monopolizzato
il ricordo, e anche giustamente, perché la resistenza è
stata almeno per l’80% comunista, e senza il Pci non ci sarebbe
stata resistenza [corsivi miei; e sottolineo pure che Cossiga usa resistenza
con la minuscola]”. Cossiga ricorda, e a mio avviso correttamente,
che senza la sconfitta delle truppe tedesche da parte di quelle “alleate”,
la Resistenza sarebbe stata assai problematica, per non dire fallimentare.
Una delle bugie, che raccontano certi antifascisti, è che il
popolo italiano (solo nel Nord e fino alla Toscana, fra l’altro)
si è riscattato dall’onta fascista e si è liberato
da solo. Questo non è vero; e ho un’età più
che sufficiente per ricordare alcune “cosette” (tanto più
che sono assai vicino alla zona del Cansiglio dove agiva la Brigata
Garibaldi).
Cossiga poi allarga molto il discorso oltre la semplice questione della
Resistenza e ricorda – certo da anticomunista, ma che vede comunque
la “realtà” con una disincantata lucidità
– che “senza l’Unione Sovietica sotto Stalin”
(pur con “tutte le purghe”, ecc.) “le Russie non si
sarebbero affermate come una grande potenza, e senza il Partito comunista
sovietico non si sarebbe avuto il grande movimento comunista internazionale,
e neanche il grande Partito comunista di Palmiro Togliatti”. Ricorda
ancora che, all’epoca della rivolta ungherese del ’56, “un
comunista che non fosse filosovietico, non poteva considerarsi un vero
comunista”. Egli sostiene poi sempre con sottile vena anticomunista
– tuttavia, mi dispiace dirlo, assai più realisticamente
di tutti i comunisti (piciisti) ideologizzati e veramente con il cervello
all’ammasso – che colui che, grazie anche a “Grandi
Bugie è stato il vero fondatore del movimento comunista internazionale”
(non di piccole pattuglie di rivoluzionari immaginari e sconfitti) “è
stato Stalin”.
E infine conclude sul nostro “Risorgimento e l’Unificazione
Nazionale Italiana, frutto non di un vasto movimento popolare né
di una grande e unica cultura politica (Cattaneo ammirava più
l’Austria-Ungheria che non il Regno di Carlo Alberto), ma di minoranze
borghesi, della diplomazia ‘sarda’ e di un’accorta
politica di alleanze politico-militari di un grande primo ministro…
nonché di plebisciti truccati, e che quindi per lungo tempo si
basarono su una ‘grande bugia’. Quel che Pansa dovrebbe
accettare è che se le ‘Grandi Bugie’ producono grandi
realtà, diventano o vengono considerate ‘Grandi Verità’,
con i loro veneratori e sacerdoti”.
Può sembrare, lo ripeto, un linguaggio ambiguo, a doppio binario,
ma lo preferisco a tanti truccati, fondamentalmente falsi, dibattiti
in cui si raccontano balle. E la balla fondamentale, che ho sentito
dire nella discussione sul libro di Pansa – ad esempio, fra gli
altri, da un finto comunista quale Rizzo – è quella secondo
cui la Resistenza era una lotta di liberazione nazionale; si è
perfino fatto riferimento alla guerriglia vietnamita, ecc. Innanzitutto,
anche quest’ultima è stata, nel suo aspetto più
decisivo, una guerra civile o, se si preferisce, “di classe”.
I comunisti del Nord Vietnam non volevano solo liberarsi dall’occupazione
USA, ma portare pure a compimento una rivoluzione sociale contro i dominanti
(una classe “compradora, ecc.), asserragliati nel Sud Vietnam
e ormai soltanto sorretti dall’esercito statunitense.
La Resistenza italiana allargò la sua base certo anche per la
lotta contro l’occupazione tedesca – tuttavia dopo l’ormai
evidente sconfitta dell’Asse nella guerra contro gli Alleati –
ma era rivolta soprattutto contro i fascisti arroccati nella “Repubblica
di Salò”. E tuttavia, non è nemmeno questo l’aspetto
fondamentale della Resistenza che, come ricorda perfino Cossiga, è
stata condotta all’80% (almeno) dai comunisti; i quali manco per
il cavolo si accontentavano di una semplice liberazione nazionale (altrimenti
non avrebbero agito, nelle zone di confine, in strettissima, e per me
giusta, alleanza con i partigiani jugoslavi, i comunisti guidati da
Tito), e nemmeno si accontentavano della caduta del fascismo. I comunisti
– e lo ribadisco: giustamente a mio avviso – perseguivano
fini di rivoluzione sociale.
Non dirsi questo significa raccontar(si) balle, e restare esposti alle
tesi di Pansa. Perché i cosiddetti “delitti”, successivi
alla fine della guerra (nel sedicente “Triangolo della morte”
e altrove), trovano giustificazione nell’intento di non farsi
“derubare” – dopo essere stati per l’80% il
nocciolo duro della Resistenza – dei risultati di tanta fatica
(e morti e deportazioni e torture!) da una piena ricostruzione capitalistica
come quella effettivamente verificatasi, con la messa ai margini dei
veri resistenti, quelli comunisti (ci si ricorda ancora dei “reparti
confino” alla Fiat, dei moti popolari, in situazione di autentica
miseria come quella di allora, repressi nel sangue da Scelba, dei fatti
di Portella della Ginestra, ecc?). Questi “fatterelli” Pansa
non li ricorda; ma ciò che mi scandalizza è che non vogliono
ricordarli nemmeno i resistenti (ormai pochi ovviamente) che non si
batterono affatto per una pura liberazione nazionale o per il solo abbattimento
del fascismo. E del resto, valeva forse la pena di sconfiggere il fascismo,
una delle soluzioni del “dominio di classe”, solo per ripristinare
l’altra soluzione, quella della “Repubblica democratica
borghese”, che già Lenin, un effettivo comunista non falso
e ipocrita come gli attuali, definiva la “migliore forma della
dittatura della borghesia”? Questa la vergogna (e veramente grande
bugia) dei finti “progressisti”, difensori d’ufficio
della Resistenza di fronte alle smemoratezze di Pansa. Povera Resistenza
(quella vera, quella di 60 anni fa): trovare difensori che alterano
la realtà più ancora degli affossatori. Secondo me, chi
si oppone alla “grande bugia”, con altrettanta capacità
di menzogna, è il peggiore di tutti!
Continuiamo. E’ stato sensato non voler tentare di dare alla Resistenza
uno sbocco nella rivoluzione sociale; i patti di Yalta erano molto precisi
e tassativi e, se non li si fosse “rispettati”, i comunisti
italiani avrebbero fatto indubbiamente la fine di quelli greci. La scelta
di Togliatti, contrastata da un Secchia, è stata del tutto obbligata.
L’opportunismo togliattiano nasce laddove ha voluto far passare
tale necessità, e quindi una mossa tattica, per grande scelta
strategica legata al principio secondo cui la “classe operaia”
doveva dimostrarsi classe “nazionale”, ecc. Una scelta che
comportò, ad es., la costrizione, imposta dalla CGIL (in quanto
“cinghia di trasmissione” del partito) agli operai, di partecipare
al “grande” (in realtà meschino e subordinato agli
USA) piano di ricostruzione nazionale, che fu la completa restaurazione
del capitalismo italiano; tanto “riconoscente” da imporre
di troncare di netto i rapporti con il PCI – dopo il famoso 18
aprile 1948 – iniziando la brutale repressione di cui sopra detto.
Quella fasulla vocazione nazionale, quella scelta opportunistica (in
quanto tattica eretta a principio strategico), si è poi dipanata
lungo l’arco del successivo mezzo secolo fino a condurre i “comunisti”
– approfittando del crollo del “socialismo reale”,
di un’operazione come “mani pulite” condotta con il
pieno appoggio di settori dell’imperialismo americano in cerca
di un regime in Italia ancora più prono ai loro voleri, di cui
doveva essere parte integrante e asse portante il “partito dei
rinnegati” – a mutare denominazione (Pds e poi Ds) divenendo
il più infame ed enfatico sostenitore dei grandi centri del potere
finanziario, e dell’industria assistita dallo Stato (caso tipico
la Fiat), che si potesse immaginare. Venne così in evidenza che
il “comunismo” era in fondo già finito poco dopo
Lenin. Indubbiamente, non erano realmente comunisti quelli sovietici
(pur creando comunque una grande potenza in grado di frapporre molti
validi ostacoli alla vocazione imperiale degli USA); non erano per nulla
comunisti quelli italiani dopo la scelta – obbligata, lo ripeto,
ma attuata con piglio strategico e non solo tattico come sarebbe stato
giusto – fatta da Togliatti e dal gruppo dirigente che prevalse
nel Pci subito appena finita la guerra.
Si trattava di piciisti, non di comunisti. Solo che i piciisti non sono
nemmeno i socialdemocratici che avevano vinto da lungo tempo negli altri
paesi dell’occidente capitalistico avanzato. In particolare, i
piciisti italiani sono via via divenuti un misto dell’italianità
rappresentata da Alberto Sordi (meschina, piagnona, dedita alle piccole
manovre truffaldine da magliari) e di arrogante e supponente aria di
superiorità perché…. “noi si che siamo furbi
e freghiamo tutti”. Il piciismo ha creato – non subito ma
nel corso di 50 anni – un personale politico (e anche intellettuale)
che è senz’altro il peggiore mai prodotto nel nostro paese
dalla sua Unità; un tipo umano sordido, cattivo, falso, bugiardo,
capace delle peggiori nefandezze. I piciisti non sono “antidemocratici”,
secondo l’accusa di certi imbecilli di destra; sono totalmente
privi di qualsiasi riferimento ad un qualche valore, soltanto “macchine”
tese al potere, anche passando sopra ogni sentimento e ogni senso dell’onore.
Per le “masse”, di cui si riempiono la bocca, non hanno
alcun rispetto, sono per loro pure e semplici “masse di manovra”,
parco buoi da portare in giro per supportare le loro sporchissime operazioni
di un potere da servi; perché sono servi dei potentati finanziari
e industriali di cui sopra, a loro volta asserviti ai poteri dei dominanti
centrali (USA).
Ecco perché non è entusiasmante il dibattito intorno al
libro di Pansa; da una parte e dall’altra ci sta il peggio del
peggio: intellettual(oid)i e politici che non hanno a cuore alcuna verità,
solo il loro miserabile potere di servi. Onore e rispetto ai caduti
– e anche a coloro che hanno combattuto – nella Resistenza
vera, quella d’allora; e che fu rappresentata, ripetiamolo con
Cossiga, per almeno l’80% da comunisti (non semplici piciisti).
Ma oggi….fanno tanta tristezza e “miseria” anche i
“vecchi” d’allora, che sembrano fotocopie ingiallite
e sfrangiate dei combattenti che furono; e si fanno turlupinare da questo
abietto ceto politico e intellettual(oid)e di “sinistra”,
detto “progressista”, composto da “uomini di mondo”
che non credono in nulla se non nel loro narcisismo, che predicano il
“politicamente corretto”, cioè il più totale
dei nichilismi culturali e morali. Non prendiamoli sul serio, per favore,
non seguiamo i loro finti dibattiti da salotto del “Basso Impero”.
Sempre più rimpiango che non ci sia un Balzac delle “Illusioni
perdute” o un Maupassant del “Bel Ami”. Li dipingerebbero
per quello che sono; individui vuoti, superficiali, vanesi, dotati di
una cultura adatta alle chiacchiere in TV. Sono marionette mosse da
ambizioni meschine, non uomini veri come quelli che fecero la Resistenza;
per l’80% comunisti, che sperarono invano (arrivando a dare per
tale scopo la propria vita) di “fare come in Russia”, non
semplicemente di “ridare l’onore alla Nazione”.
Chi non è ancora degradato moralmente al punto dei diessini,
dei rifondaroli, dei pidicisti, non si scordi queste ovvie verità.
2 novembre (non a caso “giorno dei morti”)