DALLA PROPRIETÀ AL CONFLITTO
STRATEGICO
-superare il marxismo tradizionale per una nuova teoria anticapitalistica-
di Gianfranco La Grassa
Dalla proprietà privata dei mezzi di produzione
al conflitto strategico. Sostituendo il secondo concetto al primo, Gianfranco
La Grassa, nel suo ultimo lavoro (Il capitalismo oggi, Petite Plaisance
Pistoia 2004), intende indicare una strada per la ricostruzione di una
teoria critica del capitalismo. Cosa intendano ed implichino questi
due concetti, è argomento di questa intervista.
Perché questo cambio d’impostazione?
Il fallimento totale del comunismo storico novecentesco insegna che
nessuna formazione sociale potrà mai trasformare e superare quella
capitalistica se si insegue l’illusione di annullare il conflitto
tra classi con la pianificazione centrale e la proprietà statale
dei mezzi di produzione. Se il fulcro del modo di produzione capitalistico
viene fondato sulla proprietà dei mezzi di produzione, come nel
marxismo tradizionale, si fini-sce con il ritenere che la dinamica intrinseca
del capitalismo determini una scissione dicotomica della società
in pochi dominanti, proprietari di capitali, e in una gran massa di
dominati, in possesso delle effettive capaci-tà (intellettuali
e manuali) inerenti alla produzione. Da qui, la convinzione della necessaria
funzione rivolu-zionaria e trasformatrice – con transizione ad
altra società, socialista e comunista – dei dominati, una
volta che essi si sbarazzino dei proprietari capitalisti e dirigano
collettivamente l’intero sistema produttivo ormai organizzato
e coordinato (pianificato).
Cosa intendi per “marxismo tradizionale”?
Una formazione teorico-ideologica le cui basi furono gettate da Engels
e soprattutto da Karl Kautsky, stretto collaboratore della socialdemocrazia
tedesca e protagonista del congresso di Erfurt del 1891, in cui il partito
socialdemocratico tedesco si dà un nuovo programma politico,
sostituendo quello risalente al congresso di Gotha del 1875. L’operazione
compiuta da Kautsky è la saldatura del pensiero di Marx con il
nascente mo-vimento operaio. La teoria del funzionamento del modo di
produzione diventa una dottrina che doveva dare alla classe operaia,
bisognosa di rappresentanza politica, la sicurezza di essere inserita
nella corrente della storia. È questa operazione a far diventare
Marx un profeta del comunismo, ed è questo il marxismo alla base
del pensiero della stragrande maggioranza dei marxisti, Lenin incluso,
che pur ruppe violentemente con l’opportunismo del “Papa
rosso” Kautsky. Il quale, ricordiamolo, avallò la scelta
del partito socialdemocrati-co di sostegno alla prima guerra mondiale,
che mandò la classe operaia e i popoli al macello, ed accolse
con grande ostilità la rivoluzione bolscevica russa.
Quali le differenze con il pensiero di Marx?
Un punto principale è che, nel capitalismo secondo Marx, la riproduzione
dei rapporti fondamentali avviene in un ambiente sociale comunque caratterizzato
dalla lotta tra capitalisti, che impedisce ogni ricomposizione dello
spazio produttivo ad unità, sotto la direzione di un unico centro.
Non così per Kautsky, che parlerà per-sino di ultraimperialismo,
cioè di un centro unico mondiale del capitalismo. Secondo Kautsky,
si sarebbe verificato a livello mondiale un processo di centralizzazione
dei capitali (cioè l’accentramento della proprie-tà)
che avrebbe portato, sia pure in via tendenziale, alla formazione di
un unico trust capitalistico ed alla fine di ogni competizione. Si tratta,
va detto, di una drastica e unilaterale estremizzazione della tendenza
alla cen-tralizzazione dei capitali teorizzata da Marx. Se Marx avesse
però pensato in termini appena vicini a quelli dell’ultraimperialismo,
non avrebbe propugnato la rivoluzione dei dominati. Sarebbe bastato
aspettare l’esito finale del processo, ed il capitalismo sarebbe
sprofondato, un po’ come è poi invece accaduto al “socialismo
reale” nel 1989-91. Senza competizione non sussiste, nella concezione
di Marx, possibilità di riproduzione dei rapporti caratterizzanti
la società capitalistica. Ma il punto cruciale dell’ortodossia
kautskyana è un altro.
Quale?
La supposta oggettiva funzione emancipatrice universale della Classe
Operaia. Concependola come soggetto intermodale (di passaggio, cioè,
da un modo di produzione all’altro), Kautsky sostituisce la classe
operaia al concetto marxiano di lavoratore collettivo cooperativo. Con
l’ultraimperialismo da un lato e la funzione in-termodale della
classe operaia dall’altro, la rivoluzione sarebbe stata nelle
cose: la classe dominante si sareb-be ridotta ad un pugno di pochi parassiti
finanziari, sempre più screditati e privi di reale consenso,
contrap-posti ad una smisurata massa di sfruttati dotata di padronanza
sull’organismo produttivo e pronta a compiere la rivoluzione globale.
Anche Marx, ai tempi del Manifesto del 1848, parlava di classe operaia,
ma nel cosiddetto capitolo VI inedi-to, testo facente parte de Il Capitale
pur se non dato alle stampe, preciserà cosa intendeva, trattando
del lavo-ratore collettivo cooperativo. I marxisti dell’epoca,
anche i più grandi come Lenin, non hanno però messo in
discussione la capacità rivoluzionaria della classe operaia.
Furono invece formulate una sequela di ipotesi ad hoc sempre più
inconsistenti, che condusse infine al ripiegamento, in Urss a partire
dagli anni ’30, su una costruzione socialistica da parte dello
Stato. In definitiva, ebbe la sua rivincita il socialista di Stato Lassalle,
aspramente criticato e sbeffeggiato a suo tempo da Marx.
La mancata funzione intermodale della classe operaia è dunque
il punto cruciale di impantanamento del marxismo cosiddetto tradizionale.
Anche le correnti critiche che hanno provato ad uscire dall’impasse,
sono però rimaste vittima del miraggio della ricerca della classe
rivoluzionaria in sé. Si è continuato a pensare fondamentalmente
all’esistenza di due soli, decisivi e fondamentali soggetti anta-gonistici:
ieri “classe operaia contro classe borghese”, oggi la versione
negriana “moltitudini contro impero”.
La concezione della funzione intermodale della classe operaia poteva
sembrare valida nelle prime fasi dello sviluppo del capitalismo, dato
che questa classe aveva conservato a lungo, modificandoli gradualmente,
i suoi legami, diretti o solo indiretti e parziali (di mentalità,
di costume, di abitudini, di tradizioni), con il mon-do contadino e
con quello artigiano. Essa era quindi culturalmente, e socialmente,
autonoma rispetto alla borghesia industriale. Ma la società capitalistica
avanzata odierna sembra (ripeto: sembra) costituita da ceti medi a diversi
e fortemente differenziati livelli di reddito; la concezione marxista
tradizionale non è più di gran aiuto per la distinzione
e valutazione dei conflitti sociali e delle contraddizioni tra dominanti
e dominati.
Un fenomeno, la formazione dei ceti medi, non compreso dal marxismo.
I marxisti non hanno in genere afferrato compiutamente la portata dell’enorme,
e assolutamente irreversibile, sviluppo dei ceti medi, cioè l’ampio
settore piccolo-imprenditoriale sia industriale, sia commerciale e sia,
fattore ancor più decisivo, dei servizi: non semplicemente quelli
delle tradizionali libere professioni (comun-que in crescita e sempre
importanti sia economicamente che politicamente), ma anche quelli di
settori deci-samente nuovi. Pensiamo al marketing, alla consulenza finanziaria,
alla pubblicità, al design, alla program-mazione informatica,
eccetera. Impossibile stare dietro a tutti questi specialismi, di cui
vivono e prosperano decine e centinaia di migliaia di imprese, piccolissime
e anche individuali.
Alcuni marxisti sostengono che sarebbe l’enorme aumento della
produttività degli operai a rendere possibile il sostentamento
dei “ceti medi” di cui sopra. Che ne pensi?
Sostenere che, grazie alla cospicua crescita del saggio (e della massa)
del plusvalore estorto alla classe ope-raia, si consente il mantenimento
della schiera sempre più vasta di ceti medi (una congerie di
ruoli e funzioni del tutto polverizzata, non certo facilmente aggregabile
in un concetto purchessia di “soggetto collettivo”), è
affermazione del tutto inutile. Dimostra l’ormai esauritasi capacità
conoscitiva di certo marxismo ormai ri-dotto ad ideologia identitaria
di piccole sette di credenti. Bisogna prendere atto della conclusione
fallimenta-re di oltre un secolo di movimento comunista, e partire da
una impostazione che, ad esempio, non consideri qualsiasi fase di sviluppo
del capitalismo come fosse l’ultima.
Proponi dunque di partire dal conflitto strategico. Puoi meglio precisare
questo concetto?
Ogni società umana è caratterizzata dal conflitto tra
classi: dominanti e dominate, ma soprattutto tra classi (e frazioni
di classi) dominanti. Secondo l’impostazione del problema da me
scelta, in ogni forma di società il conflitto più acuto
e permanente è proprio quello intradominanti. Le loro strategie
di conflitto – sempre pre-senti in ogni epoca della società
umana, ma penetrate all’interno della sfera economica nella transizione
al capitalismo – sono decisive per quanto concerne la dinamica
e il mutamento delle diverse formazioni sociali. La nozione di conflitto
strategico focalizza l’attenzione soprattutto sulle modalità
della competizione tra do-minanti per l’egemonia – cioè
la capacità di imporre le proprie decisioni – nella società
tutta. E spiega, al contempo, il perché dell’impossibilità
permanente, nella sfera economica, di porre termine alla separatezza
delle unità produttive in lotta (per i mercati, in prima istanza)
fra di loro. Esse si alleano e cooperano soltanto al fine di confliggere
con altre. E quando alcune vincono e altre soccombono, uscendo dal mercato
o venen-do inglobate dalle vincitrici, non si realizza affatto una riduzione
dei competitori ad un numero sempre mino-re di gruppi proprietari di
crescenti dimensioni, fino al pieno accentramento della proprietà
stessa.
Fondamentale è pure la considerazione delle innovazioni di prodotto,
che creano nuovi settori produttivi (ad es., oggi, informatica e telecomunicazioni,
biotecnologie, ecc.) che lanciano nuove epoche di espansione. Queste
dimostrano come nel capitalismo non è insita la stagnazione.
Tali innovazioni non solo ampliano la dimensione quantitativa del mercato,
ma ne infittiscono la rete intersettoriale con un numero crescente di
branche produttrici dei nuovi prodotti; nascono così molte nuove
imprese di differenti dimensioni: ad es. quelle leader dei nuovi settori
e quelle del cosiddetto indotto, ecc.
Affermi che il conflitto di classe soprattutto intradominanti ha caratterizzato
ogni società umana. An-che nel defunto “socialismo reale”?
Sì. Venuto a mancare nella sfera economica, poiché schiacciato
dalla pianificazione centrale, il conflitto in-tradominanti, sotto la
copertura della salvaguardia dell’unità del partito (definito
avanguardia degli operai e dei contadini), si è trasferito nella
sfera politica e in quella ideologica, strettamente condizionata dal
catechi-smo del marxismo-leninismo.
Come si è realizzato questo processo?
Il punto di partenza è la mancata formazione del lavoratore collettivo
cooperativo (tutto il corpo lavorativo della fabbrica: dal primo dirigente
all’ultimo manovale, cioè un complesso di lavoro direttivo
ed esecutivo, intellettuale e manuale), che era per Marx il soggetto
collettivo decisivo ai fini della trasformazione verso il socialismo.
Marx riteneva che la dinamica di sviluppo della grande industria avrebbe
portato ad una scissio-ne antagonistica tra i soggetti portatori della
capacità di produrre (il cosiddetto general intellect, le potenze
mentali della produzione, i saperi di scienza e tecnica) e quelli proprietari,
considerati in progressivo distac-co da ogni funzione utile nella produzione.
Secondo Marx, la formazione sociale non sarebbe più stata in
grado, in simili condizioni, di sviluppare le proprie forze produttive,
entrando così in fase di degrado e putre-scenza. La proprietà
sarebbe stata individuata senza più veli come una causa ormai
estrinseca di conflittuali-tà e disarmonia, connessa al suo puro
carattere finanziario di possesso azionario e di godimento di profitti.
Il lavoratore collettivo cooperativo – definibile anche come collettività
dei produttori, basato sulla piena co-operazione tra dirigenti ed esecutori
– che si sarebbe dovuto formare in base ai processi di centralizzazione
dei capitali, non è però mai venuto ad esistenza. Le stesse
rivoluzioni sedicenti “proletarie” si sono affermate non
in formazioni sociali ad alto livello di sviluppo delle forze produttive
e di diffusione delle grandi impre-se, bensì in quelle in cui
la netta preminenza spettava a rapporti sociali di forma ancora precapitalistica.
Della mancata formazione del lavoratore collettivo cooperativo non
se ne prese però atto nella Russia postrivoluzione.
Si è ritenuto invece che, per realizzare il passaggio alla formazione
della collettività dei produttori, occorres-se innanzitutto raggiungere
uno sviluppo delle forze produttive, in specie industriali, tale da
condurre verso la fine dei problemi della “scarsità”
dei beni prodotti. Scarsità alla quale invece non è mai
stata data soluzio-ne.
Due a questo punto i passaggi decisivi del marxismo-leninismo tradizionale.
Primo: porre fine all’autonomia e separatezza delle unità
produttive in modo da non creare discrepanze e squilibri, da cui nascono
le crisi del capitalismo. Secondo: identificazione della proprietà
collettiva con quella statale, per porre termine alla sepa-ratezza in
questione mediante pianificazione centrale attuata d’imperio.
Per i marxisti, tutto il male (il conflitto) nasceva dalla proprietà
“individuale” (anche di gruppi di individui proprietari
dei mezzi di produzione), considerata la causa fondamentale della separatezza
tra le unità produt-tive, con tutto ciò che ne consegue:
impossibilità di rendere coerentemente complementari le varie
attività e di coordinare ed armonizzare le diverse produzioni
onde evitare squilibri, crisi, eccetera, con i loro costi so-ciali.
Si presumeva che la centralizzazione monopolistica della proprietà
avrebbe reso chiara ed esplicita la necessità della complementarietà
e cooperazione tra i vari collettivi di produttori (lavoratori salariati,
sia di-rettivi che esecutivi). Un’idea rivelatasi errata.
Ecco dunque calare dall’alto la pianificazione centrale.
Nei paesi postrivoluzionari sono stati affidati i compiti di coordinamento
e armonizzazione tra le produzioni “individuali” ad un organo
centrale (statale), dal quale promanava una pianificazione corazzata
di coercizio-ne, repressione e punizione di ogni “scarto”
rispetto alle direttive centrali. Si è così annullato
il conflitto in-fradominanti in campo economico, per trasferirlo in
quello politico, di cui si è tentato di mantenere l’assoluta
unità e compattezza, supponendola necessaria al coordinamento
d’imperio poc’anzi descritto. Dietro una pa-tina d’unità,
esplodevano però terribili lotte intestine, oscure, senza lucida
visione delle difficoltà cui le so-cietà del “socialismo
reale” andavano sempre più incontro, entrando in un periodo
di stagnazione e putre-scenza crescenti. C’erano solo accuse di
tradimento, di subdolo tentativo di incrinare l’unità dell’istituzione
considerata il fulcro del coordinamento centrale: il partito comunista,
all’interno del cui vertice dirigente av-venivano, per ondate
successive, lotte cruente per l’eliminazione di tutti gli “impuri”
ed i “traditori”.
Concludendo: bisogna mettere da parte la proprietà statale dei
mezzi di produzione e la pianificazione centra-le, per non ricadere
nell’errore di riprodurre le aberranti politiche condotte in passato
nell’ambito degli appa-rati partitico-statali. Bisogna partire
dal conflitto strategico, a mio avviso il concetto chiave attorno al
quale interpretare le strutture e le dinamiche riproduttive dei vari
raggruppamenti – “classi” di ruoli e funzioni –
che compongono il modo sociale di produzione capitalistico, l’oggetto
teorico cruciale dell’elaborazione di Marx.
Ritieni ancora essenziale il concetto di modo di produzione per l’interpretazione
della società odierna?
Certamente. Il modo di produzione non consiste però in un semplice
modo tecnico-organizzativo di produrre i beni, come lo si interpreta
normalmente in ambito sindacale. Per Marx significava una (storicamente)
speci-fica forma di appropriazione/trasformazione della natura per i
bisogni della vita degli uomini in società. Si tratta, cioè,
di una appropriazione che si svolge solo in presenza di particolari
strutture di rapporti sociali, nel cui ambito vengono soddisfatti i
bisogni umani e generato quel plusprodotto di cui si appropriano, in
tut-te le società storicamente conosciute, date classi sociali
dominanti.
Che intendi per plusprodotto?
Il plusprodotto (nel capitalismo, plusvalore) è definibile come
quel di più che, in determinate condizioni sto-rico-sociali di
“sopravvivenza”, viene generato in eccesso rispetto alla
riproduzione di un certo standard ma-teriale relativo alla vita sociale
di quell’epoca. Il plusprodotto, creato dal lavoro dei dominati,
è la base mate-riale del conflitto intradominanti. In tutte le
società precapitalistiche, esso veniva appropriato dai dominanti
all’esterno della sfera economico-produttiva, e cioè nelle
sfere – cosiddette “sovrastrutturali” – del
potere politico e culturale. Qui i dominanti conducevano i loro conflitti,
prendendo ogni decisione in merito a tutto ciò che concerneva
le direzioni d’uso del plusprodotto. Nella società capitalistica,
invece, il plusprodotto – nella sua forma di valore, che è
la forma generale in cui si presentano i beni prodotti quali merci –
viene pre-levato dentro i processi produttivi.
Quali elementi conformano il modo di produzione capitalistico?
Le forze produttive e i rapporti sociali di produzione. Tra essi sussiste
intreccio, per molti versi reciproco condizionamento, ma anche autonomia,
che esige perciò un’indagine distinta. Ogni produzio-ne/appropriazione
deve avvalersi di determinate forze produttive: la capacità lavorativa
umana, in particolare quella intellettiva e creativa, che orienta la
ricerca di nuovi materiali e di nuovi strumenti, ed i mezzi di pro-duzione
(strumenti, materie prime, fonti di energia, eccetera). Il nucleo centrale
del concetto di modo di pro-duzione è costituito comunque dai
rapporti sociali di produzione che intercorrono tra uomini nel corso
di detta produzione/appropriazione. Rapporti che hanno forme peculiari,
differenti da epoca ad epoca, da modo di produzione a modo di produzione.
Rapporti comunque conflittuali.
Sicuramente. Nel capitalismo, la competizione riguarda soprattutto gli
agenti strategico-imprenditoriali della sfera economica-produttiva.
Tale conflittualità è decisiva per la riproduzione, pur
anarchica e disordinata, dei rapporti di questa “storicamente
determinata” forma di società, e contribuisce alla forte
crescita delle forze produttive: sia quantitativa che qualitativa, in
termini di innovazioni di processo (marxisticamente parlando, i metodi
del plusvalore relativo) ma soprattutto di prodotto, cioè scoperta
di nuovi settori produttivi trainanti. Proprio la forte crescita delle
forze produttive caratterizza l’attuale forma di società
rispetto a quelle prece-denti. A dispetto del marxismo, la disorganizzazione
della produzione non implica quindi crolli o permanen-te putrescenza
del capitalismo, bensì provoca congiunture di crisi. In sintesi:
la lotta decisiva nel capitalismo non è quella condotta tra chi
produce il plusprodotto (plusvalore) e chi se ne impossessa (“Proletariato”
e “Borghesia”), bensì quella tra le varie frazioni
dei dominanti che lo utilizzano nel loro reciproco conflitto, per la
predominanza sociale complessiva.
A quali frazioni di classe dominante ti riferisci? Agli agenti strategico-imprenditoriali?
Non solo a loro. Io preferisco parlare di blocco dominante, costituito
non solo dalle classi dominanti “eco-nomiche”, ma anche
da quelle “politico-militari” e “ideologico-culturali”.
La visione degli agenti strategico-imprenditoriali, tesi alla conquista
della massima potenza economica – cioè delle quote di mercato,
del con-trollo finanziario e delle direzioni e aree di investimento
dei capitali – è spesso abbastanza limitata. La stessa
conquista della massima potenza economica non può essere conseguita
se la si isola dal dominio complessi-vo nella società. Gli agenti
dominanti strategico-imprenditoriali sono dunque sempre coadiuvati,
pur con pe-riodi di reciproca tensione e differenza di strategie, da
quelli di tipo politico – con le appendici militari, spe-cializzate
nell’uso più diretto e immediato della forza – ma
anche da quelli ideologico-culturali. Gli agenti “politici”,
proprio per il “luogo” (sociale) in cui si trovano ad agire,
possiedono in molti casi una più ampia visione in merito alle
strategie di dominio complessivo.
Quale funzione assegni allora alla sfera economica?
La sfera economico-produttiva è quella in cui si genera, attraverso
la vendita delle merci prodotte da unità produttive in competizione,
l’alimento primario, il mezzo fondamentale per il conflitto tra
raggruppamenti sociali (in linguaggio marxiano, la riproduzione dei
rapporti sociali): il denaro, nelle sue varie figure moneta-rie e finanziarie.
Per procurarselo, bisogna approntare e vendere merci. Tale denaro rappresenta
la realizza-zione di quel plusvalore, “prodotto” all’interno
dell’impresa, senza cui i dominanti non potrebbero combatte-re
fra loro per la supremazia sociale e territoriale. Realizzazione che
avviene esclusivamente per il tramite del conflitto tra imprese.
Qui sta l’importanza degli agenti strategico-imprenditoriali.
Di tali gruppi strategici non si può dire quel che disse Marx
dei capitalisti (dirigenti in quanto proprietari dei mezzi produttivi),
e cioè che contribuiscono alla creazione di ciò (plusprodotto
in forma di valore) di cui poi si appropriano. Chi semmai contribuisce
a questa creazione è il management “tecnico”, la
“direzione tecnica”, che svolge funzioni interne all’impresa
ed agi-sce in base alla razionalità strumentale, prevalentemente
calcolante, del “massimo profitto” (del massimo ricavo o
del minimo costo).
Gli agenti strategico-imprenditoriali si caratterizzerebbero invece
per un’altra razionalità.
La funzione degli agenti strategico-imprenditoriali – che siano
proprietari, manager, ecc. – è rivolta all’esterno
dell’unità produttiva/impresa (da analizzare come unità
del prelievo del plusvalore in competi-zione con le altre). La loro
razionalità si manifesta spesso come astuzia, raggiro, inganno,
corruzione; in ogni caso come flessibilità tattico-strategica,
la cui forma apparente è la contrattazione e la mediazione. Mai
però per comporre il conflitto, bensì per collocarsi in
una posizione di vantaggio – o di riduzione di uno svantag-gio
– da cui ripartire in futuro per nuovi conflitti. Non esiste riproduzione
capitalistica (dei rapporti, non di mere quantità prodotte) senza
la centralità, nella società, della funzione di detti
agenti. Se quest’ultima viene messa in discussione, si entra in
una situazione di crisi proprio perché diviene più difficoltosa
la realizzazio-ne del plusvalore, processo decisivo per le classi che
intendano assumere la preminenza nella società. Ver-rebbe nel
contempo ostacolata l’azione delle direzioni tecniche tesa, all’interno
stesso dell’impresa e delle varie divisioni produttive di cui
questa consta, alla formazione del plusprodotto-plusvalore da prelevare
e successivamente da realizzare nel mercato.
Quale classe, all’interno del blocco dominante, assume la supremazia?
Non credo sia concettualmente individuabile uno strato realmente dominante.
Ho l’impressione che non sia possibile una effettiva teoria generale
al proposito. In tale insieme di gruppi dominanti, a seconda delle con-giunture,
può prevalere ora una tipologia di agenti strategici, ora un’altra.
Questo è un problema di verifica empirico-storica, non di mera
definizione teorica. Tuttavia, è possibile indicare la probabilità
della prevalen-za ora dell’una ora dell’altra tipologia
di agenti strategici in differenti congiunture storico-strutturali della
formazione sociale capitalistica. Da questo punto di vista, è
però necessaria una più ampia visione della competizione
intercapitalistica, cioè intradominanti, che consideri insieme,
pur distinguendo e articolando le rispettive funzioni, i tre strati
di agenti dominanti: economico-imprenditoriali, politico-militari, ideologico-culturali.
Va superata la considerazione secondo cui i dominanti sono sempre gli
agenti della sfera economi-ca-produttiva e finanziaria. L’idea
che il potere economico sia in ogni occasione del tutto preminente,
che “gli industriali” comandino e i gruppi politici, spesso
racchiusi nella sintetica dizione di Stato, eseguano, è banale
e superficiale, sebbene possa essere realistica in determinate congiunture
storiche, come l’attuale in Italia, ed in certi paesi con una
determinata struttura degli apparati e dei blocchi di potere.
Assodati i limiti del marxismo tradizionale per la comprensione della
società odierna, ritieni ci sia co-munque qualche strumento interpretativo
da salvare?
Del marxismo tradizionale resta l’importanza del concetto di prelievo
del plusvalore – e dei metodi dello stesso (plusvalore assoluto
e relativo) – ai fini del conflitto tra classi, gruppi, eccetera.
La teoria del valore-lavoro conserva una sua validità. A condizione
che la si intenda correttamente come uno strumento al servi-zio dell’articolazione
del concetto di modo (sociale) di produzione capitalistico e della riproduzione
dei suoi rapporti cruciali. Uno strumento analitico che dimostra come,
ad ogni ciclo produttivo, da una parte esca il capitalista arricchito
del plusvalore, e dall’altra il lavoratore salariato, manuale
e intellettuale. Il quale può vedere accresciuta, in date congiunture,
la sua remunerazione e dunque il suo tenore di vita, ma resta comun-que
un venditore di forza lavorativa. La differenza tra il valore (lavoro)
delle merci prodotte dai lavoratori, ed il valore delle merci necessarie
alla riproduzione della vita di questi ultimi (in sostanza, il salario
loro e-largito), costituisce appunto il plusprodotto/plusvalore. Il
marxismo, pur quello economicistico, ha messo in luce questa differenza,
che costituisce la fonte del profitto – da realizzare poi nella
conflittualità intercapitali-stica – degli agenti strategico-imprenditoriali.
Questo è un merito…
Però...
...non giustifica l’idea di due soggetti antagonistici, borghesia
e proletariato, ben delineati e sostanzialmente compatti, la cui lotta
sarebbe quella che massimamente caratterizzerebbe la dinamica capitalistica.
Non esiste il Capitale, ma i tanti capitali in conflitto reciproco:
il loro è il conflitto che apre possibilità (non necessità)
di trasformazioni sociali, mentre quello che si svolge tra capitale
e lavoro è generalmente di tipo redistributivo nell’ambito
del modo capitalistico di produrre (e di riprodurre i rapporti sociali
decisivi di quest’ultimo). È inoltre valido a mio avviso
il concetto di estrazione del plusvalore; da ciò non consegue
però che la classe operaia sia il soggetto rivoluzionario per
eccellenza. La storia del novecento ha anzi mostrato che spesso la contraddizione
principale non è stata quella tra Capitale e Lavoro, bensì
quella tra imperialismo e masse po-polari. E’ però necessario,
in ogni caso, intendere quest’ultimo quale fase (non certo ultima
o suprema) del capitalismo. E’ necessario analizzare la struttura
sociale del capitalismo odierno, l’interrelazione conflittuale
tra le sue varie “sezioni” geografico-sociali, l’attuale
“piramide” imperialistica (non mai ultraimperialistica!),
onde non cadere nella genericità della contrapposizione all’imperialismo
come si trattasse di una mera politi-ca di certi strati sociali e di
certe frazioni di agenti strategici. Tanto meno è accettabile
che si sia semplice-mente antimperialisti in quanto antistatunitensi.
Spero di non mai sentire dagli antimperialisti (ma solo per-ché
anticapitalisti!), sia pure in un gergo aggiornato – e quindi
meno facilmente comprensibile – qualche sparata analoga a quella
degli anni trenta contro le “plutocrazie demo-giudaico-massoni”,
ecc.
In conclusione?
In conclusione: più che cercare di individuare un improbabile
soggetto portatore della rivoluzione, propongo di ragionare in termini
di dominanti e dominati. È un preciso passo indietro, verso una
sobria genericità, per sgombrare il campo dalle fasulle aspettative
di una rivoluzione globale che rappresenterebbe una sorta di fine della
storia. Anche l’eventuale futura forma di società sarà,
con tutta probabilità, caratterizzata dalle lotte di classi,
di gruppi o frazioni delle stesse, eccetera. Questa presa d’atto
mi sembra comunque più incoraggiante di tanta mal riposta fede
nel comunismo. Il “socialismo reale” è definitivamente
crollato e, salvo che dai cie-chi, non può essere rimpianto da
nessuno come alternativa credibile al modo di produzione capitalistico.
Bi-sogna abbandonare certi “vecchi lidi”. Teoricamente,
occorrono nuove “mosse”. Io ne ho compiuta una: por-re al
centro della rete concettuale il conflitto di strategia tra agenti dominanti
di tipologie diverse (non sem-plicemente quelli attivi nella sfera produttivo-finanziaria).
Si tratta però solo di un in