COSTRUIRE LA “TERZA FORZA”
1. Che si sia in dieci o in cinque, insomma che si
sia pure un piccolissimo gruppo di “folli”, è in
ogni caso necessario intanto pensare come si fosse una terza forza,
con intenti nettamente differenti, anzi contrari, sia a destra che sinistra;
e ovviamente contro centrodestra e centrosinistra, quindi anche contro
ogni tentazione della cosiddetta “via di mezzo”, che oggi
viene condotta avanti, nel nostro paese, come progetto di partito democratico
o di grande coalizione o di altri marchingegni tutti tesi a trovare
una via di uscita moderata all’evidente crisi verticale della
“democrazia” fondata su un bipartitismo sempre meno efficace.
In Italia, quest’ultimo non ha mai attecchito, ma è in
sostanziale crisi anche in Inghilterra o negli USA, dove ampia è
l’astensione (in specie nel secondo e più decisivo paese)
e la contrapposizione tra due schieramenti è di fatto un intreccio
tra loro, con posizioni che spesso si confondono, con una convergenza
di entrambi verso il centro, con una labilità dell’opinione
pubblica che passa, in pochissimi giorni, dal favore al disfavore verso
questo o quello in base a fattori personali o, comunque, del tutto emotivi,
privi di qualsiasi duratura connotazione di scelta motivata e convinta,
tesa ad alternative che siano veramente tali.
Lascio perdere i paesi europei “nordici”, cosiddetti del
vero Welfare, che sono la morte dell’anima, il “grande sonno”,
che vivono “civilmente” e nel benessere “ben organizzato”
perché poco densamente popolati e fuori dai grandi moti della
Storia. Essi di fatto seguono la scia degli altri. La seguono bene,
con molto ordine e “buon senso”, ma senza slanci e passioni,
con l’ordinarietà degli “uomini medi”. Su di
essi si potrebbero pronunciare le frasi del personaggio interpretato
da Orson Welles nel film Il terzo uomo: in Italia, durante il Rinascimento,
era tutto un tradimento, avvelenamenti, lotte fratricide, grande caos,
ecc. ma ci fu quel grande movimento artistico, scientifico, culturale
in senso ampio; in Svizzera, ordinatissima e “civilissima”
per secoli, si erano solo fabbricati la cioccolata e l’orologio
a cucù. Appunto: dove si è sviluppata la grande scienza,
la grande letteratura e arte, la grande filosofia? Dove ci sono state
vere lotte e rivoluzioni, vere tragedie, veri avanzamenti non solo materiali
ma pure dello spirito umano? Si tratta in fondo di scegliere se si vuole
la medietà, cioè la mediocrità, o una vita un po’
più degna d’essere vissuta.
La terza forza è senz’altro oggi assai simile all’Isola
che non c’è di Peter Pan; ma quest’isola in fondo
c’era per “colui che non voleva invecchiare”. E noi
dobbiamo non voler invecchiare; non certo però per restare giovani
senza alcun mutamento – quindi, in realtà, per invecchiare
credendo di essere ancora giovani nella nostra immaginazione, mediante
il mero rifiuto di cambiare – bensì per liberarci delle
varie cariatidi ancora abbarbicate al pensiero di un’epoca ormai
tramontata, i cui miasmi velenosi ci avvolgono ancora. Siamo sempre
alle solite: le mort saisit le vif, gli zombies impazzano tra noi e
ci mordono facendoci diventare uguali a loro; o, se si preferisce altra
letteratura e altro punto di vista (tuttavia analogo), siamo come ne
Il rinoceronte di Ionesco. Liberiamoci di questo vecchiume, in pochi
o tanti che si sia al presente.
2. Voglio dire che sono d’accordo con gli amici che puntano all’accumulazione
delle forze, senza illudersi di potere, in questo frangente storico
e in occidente, trascinare le masse in direzione dei mutamenti –
in realtà, veri sconvolgimenti – ormai necessari, ma di
cui la cosiddetta opinione pubblica (o “ggente”) non ha
sentore, comportandosi come i candidati cadaveri o naufraghi del Titanic
poco prima della catastrofe. Poiché, in questa congiuntura, siamo
pochi, e lo saremo ancora per un tempo non prevedibile, mi sembra abbastanza
ridicolo che pensiamo fin da oggi a “radicarci tra le masse”,
e ad usare perciò le tattiche più adeguate a tale scopo.
Possibile che non ci si renda conto di che cosa sono queste tattiche?
Quelli che alla fine costituirono Rifondazione comunista esitarono a
lungo, poi si staccarono dal PCI divenuto PDS e infine DS, mantenendo
però, tatticamente, i rapporti con la “sinistra”
in quanto “meno peggio”, per non perdere i contatti con
le “masse”. Intanto i DS sono arrivati al 17% dell’elettorato
(da oltre il 30% del PCI) e Rifondazione si è sempre più
spostata su posizioni moderate, nemmeno più antimperialiste.
Allora si è radicalizzata (più a parole che altro) al
suo interno la corrente dell’Ernesto, che non ha rotto per non
perdere i contatti con le “masse” (quando tale partito continua
ad oscillare tra il 5 e il 7% dei voti). E anche la corrente in questione
si è infine sfrangiata, sbriciolata, andando su posizioni moderate
e compromissorie. Allora si sono staccati dal partito alcuni brandelli
(“trozkisti”), che tuttavia stanno attenti a dove si trovano
le “masse”, ridotte a percentuali irrisorie; poi litigano
fra loro, sempre però con l’ossessione di “stare
a sinistra”.
Questa faccenda della sinistra è istruttiva. Ai miei tempi, nessun
comunista cosciente si considerava di sinistra; la sinistra era quella
“cosa”, che al momento opportuno, quando fosse stato storicamente
possibile, i comunisti avrebbero portato davanti ai plotoni di esecuzione.
Perché questo sarebbe il posto “più naturale”
per la sinistra. In questo momento, tuttavia, non ha alcun senso pensare
ad un simile trattamento; ma tanto meno senso ha – per chi non
rinnega tutti gli intendimenti, di reale cambiamento sociale del capitalismo,
nutriti in passato – inseguire tale sinistra, ormai filocapitalista
e filoimperialista (e oggi anche filosionista), in fase di continua
degenerazione e sempre più pericolosa per la sua reazionarietà,
unita ad intrinseca abitudine all’ipocrisia, viltà e menzogna
(la famosa doppiezza di antica data) e alla più completa inettitudine
politica, alla mediocrità del pensare e all’atavica e strutturale
carenza di analisi delle situazioni. Stare a sinistra è ormai
un grave pericolo oltre che una mortale malattia. Ovviamente –
non dovrebbe essere necessario ribadirlo – noi non siamo mai stati
di destra; e non abbiamo alcuna simpatia per eventuali – lo ribadisco:
oltretutto inutili essendo così pochi – tatticismi che
ci portino ad ambigue alleanze con quest’ultima onde battere la
sinistra. Dobbiamo essere rigorosamente contro destra e sinistra; denunciare
il loro gioco conflittuale, che conduce al potere solo i loro gruppetti
dirigenti a danno delle popolazioni, oggi certo beote e totalmente inconsapevoli,
persino non più in grado di riflettere al futuro che si prospetta;
perché chi si “è bevuto il cervello”, e al
momento si tratta della stragrande maggioranza del “poppolo”,
vive solo il presente. Noi siamo, senza mezzi termini, per una terza
forza, che attualmente non esiste, ma che è l’unica speranza
per il futuro.
Certamente, per un attimo proiettandoci in un’epoca in cui fossimo
una organizzazione realmente attiva nel campo della politica –
anche quella di tutti i giorni, quella comunque legata a fatti contingenti
– sarebbe indispensabile attuare delle tattiche; e quindi scegliere
con chi stare momentaneamente, con chi transitoriamente e assai labilmente
allearsi, senza tuttavia mai perdere nemmeno un briciolo della propria
identità. In questa instabile e provvisoria, e cangiante, tattica
di alleanze, è del tutto probabile che, dovendo scegliere per
una parte o per l’altra, si stabilirebbero dei contatti politici
con la sinistra. Sempre però con le dovute avvertenze. Innanzitutto,
non deve trattarsi di alleanza a tutto campo, riguardante l’intero
arco delle scelte da fare. Oggi, ad es., sarebbe necessario assumere
questa posizione in politica estera, ma non certo per quanto concerne
quella interna, in specie sul piano economico-sociale. In secondo luogo,
non si deve concedere alcun credito di sincerità e di chiarezza
di intendimenti alla sinistra; si deve invece costantemente denunciare
la sua ipocrisia, la sua “lingua biforcuta”, i suoi tentennamenti,
le sue nascoste manovre di collusione con il nemico, che indeboliscono
l’azione dell’alleanza tattica.
Come esempio da seguire pensiamo al comportamento dei comunisti cinesi
nel Fronte nazionale antigiapponese; non certo a quello dei comunisti
nei Fronti popolari in Europa, vero esempio negativo, di ciò
che non si deve fare. E, quando è necessario e possibile, si
deve impartire una dura lezione agli alleati, solo temporanei e infidi,
come del resto accadde spesso durante la Resistenza europea e italiana;
in questo caso, i comunisti europei (non tutti però) agirono
con lucidità e senza doppiezze in ultima analisi autolesioniste.
Oggi, in clima di “revisionismo storico”, si tenta di obnubilare
la realtà di quei tempi, di mutare il senso degli insegnamenti
che quella storia ci fornisce. Si pensi al can-can sulle foibe o a film
(comunque mediocri e di scarsa diffusione) come Porzus, che ha tentato
di tramutare in semplice e insensato eccidio una giusta e necessaria
punizione inflitta dai comunisti ai finti resistenti monarchici (o badogliani
come si diceva con giustificato disprezzo), che se ne stavano tranquilli
in montagna senza mai impegnare tedeschi e repubblichini, proteggendo
inoltre le spie (perché non c’era stato alcun “regolare
processo” che le avesse decretate tali) che favorivano agguati
mortali agli autentici resistenti.
3. Andiamo allora alla possibile politica internazionale di una terza
forza nella situazione odierna. Per prima cosa, va sottolineato l’orientamento
generale che essa dovrebbe tenere. Tale indirizzo di massima non può
che essere anti-USA; e quindi contro tutti gli alleati di questi ultimi,
sia che ci si riferisca a raggruppamenti politici nei vari paesi, sia
che si tratti – come ad es. nel caso di Israele – di un
intero Stato che, pur perseguendo propri intendimenti specifici, agisce
fondamentalmente quale longa manus della superpotenza in questione.
Personalmente, mi sembra giusto sostituire il termine imperialismo con
quello di egemonia; precisando che si tratta però di termine
ambiguo poiché sembra prevalente l’aspetto relativo alla
influenza culturale. Nel caso degli USA di oggi, bisogna chiarire che
la cultura è in secondo piano; l’aspetto principale della
politica egemonica di quel paese è il dispiegamento di forza,
è la conquista e il mantenimento delle più ampie sfere
di preminenza tramite l’esercizio della potenza (“di fuoco”;
sia in senso lato che letterale). Certamente nell’acquisizione,
e ancor più nel controllo, di tali sfere, l’aspetto culturale
della politica egemonica svolge un compito non accessorio, ma la forza
– militare in primo luogo e poi quella legata alla corruzione,
al raggiro, all’infiltrazione, allo spionaggio (anche economico),
all’organizzazione di sommosse, disordini o perfino “libere”
elezioni, al complesso lavorio d’intelligence, ecc. – assume
il ruolo predominante, decisivo. Questa è l’egemonia di
cui parliamo. Preferisco questo termine a quello di imperialismo, poiché
quest’ultimo denota propriamente la fase storica in cui un certo
numero di grandi potenze, di più o meno pari forza, si affrontano
per la spartizione del mondo (come accadde tra fine ottocento e prima
metà del novecento, una volta esauritosi il predominio capitalistico
dell’Inghilterra). D’altra parte, il termine imperiale lascerebbe
supporre che l’intero globo sia dominato dagli USA, con la presenza
in esso di semplici “regioni”, pur spesso dotate di ampia
autonomia e più o meno turbolente e ribelli. La situazione storica
attuale non è affatto questa: Cina, Russia, India, ma anche altri
paesi, non possono essere considerati parti di un Impero in tumulto,
ma vere nuove potenze in ascesa. La loro non è relativa autonomia,
ma effettiva indipendenza e volontà di far crescere – usando
i mezzi più idonei, data l’ancora decisa supremazia militare
statunitense (in senso stretto e lato, come sopra indicato) –
la propria influenza nelle varie regioni mondiali.
Detto con ancora più chiarezza. Quello che viene spesso definito
impero americano (in ogni caso, non si tratta dell’inconsistente
non concetto negriano di “Impero”) è la sfera egemonica
americana, cioè l’ambito mondiale nel cui ambito si esercita
e si diffonde – indebolendosi e sfrangiandosi verso i suoi confini
– la potenza degli USA, che sono dunque il centro di questa sfera
di egemonia. Quest’ultima non ha veri confini nettamente delineati
e si allarga e restringe anche in brevi (storicamente brevi) periodi
di tempo. Al suo esterno (un ambiente, anch’esso dai confini fluidi
e confusi e che talvolta si prolunga, a “macchia di leopardo”,
entro la stessa sfera egemonica con centro negli USA) si trova un crogiolo,
un “brodo in sobbollimento”, di altre egemonie non ben delimitate
e stabili, ancora prive di veri centri di irradiazione di potenza; o
almeno di una potenza minimamente paragonabile a quella statunitense.
Questa è grosso modo la “visualizzazione mentale”
della situazione oggi denominata globalizzazione, termine che invece
offusca, cela, la vera caratterizzazione dell’economia e della
politica nella sua struttura e dinamica a livello mondiale.
Allora, usiamo al momento, in mancanza di meglio, il termine egemonia,
con i netti connotati di potenza indicati. L’Europa è nella
presente fase in procinto di divenire una parte – solo relativamente
autonoma – della sfera egemonica statunitense. I paesi europei
orientali (ex “socialisti”) sono le basi migliori per l’esistenza
dell’egemonia USA in quest’area, ma anche quelli occidentali
sono ormai sotto forte pressione. Sull’Inghilterra è inutile
spendere tante parole, anche se va segnalata una interessante e crescente
insofferenza di tale paese, che ha lunghe tradizioni di predominio pur
tramontato, di fronte all’esercizio della potenza statunitense
secondo le modalità odierne che sembrano, in effetti, troppo
rozze. La Germania è in questo momento, ma da pochissimo tempo,
una delle più allineate agli USA (con però equilibri interni
instabili). La Francia mantiene un atteggiamento non prono, e tuttavia
le sue azioni continuano ad essere “punture di spillo” senza
vero respiro strategico; ed è assai incerto il futuro anche di
questo ormai modesto fastidio che essa procura agli USA.
L’Italia rischia di acquisire un ruolo crescente per lo schieramento
dell’Europa alle dipendenze degli Stati Uniti. Essa aveva già
tale ruolo nel periodo del confronto tra i due campi (capitalista e
“socialista”); sembrava averlo perso dopo il 1989-91, e
questo aveva favorito il processo – mai terminato – di passaggio
alla “seconda Repubblica”, iniziato con l’operazione
mani pulite. La dissoluzione del cosiddetto “socialimperialismo”
aveva fatto pensare ad un ormai crescente, e indisturbato, predominio
globale statunitense. Non è affatto andata così (per fortuna!)
e oggi il nostro paese si trova di nuovo in posizione, anche e soprattutto
geografica, interessante per gli USA ai fini della loro egemonia. Russia
e Cina si presentano con forza (una si ripresenta) quali potenze concorrenti
potenziali; di una potenzialità che potrebbe però attualizzarsi
in pochi decenni, diventando così centro (o centri) di nuove
sfere egemoniche. India e Giappone (quest’ultimo in incerta ripresa
dopo 12 anni di stasi) sembrerebbero destinati a divenire alleati degli
USA contro le suddette potenze in crescita; tuttavia gli assetti geopolitici
sono in mutamento ed in equilibrio molto instabile, tanto da rendere
provvisoria ogni previsione circa gli svolgimenti futuri dei vari processi
in corso nell’ambito di un disordine mondiale via via crescente.
Mi sento comunque di avanzare l’ipotesi che il fulcro dell’attuale
configurazione geopolitica globale è il Pakistan; quando l’attuale
regime cadrà – non immagino quando, ma sono fondate le
speranze di un suo sprofondamento, con riflessi precisi e immediati
sull’Afghanistan – si tratterà del “giro di
boa”, del punto di svolta nei processi che interessano i rapporti
di forza tra i diversi contendenti (oggi ancora a netto favore degli
USA).
Tornando a noi, è indispensabile contrastare quanto più
si può la deriva dell’Europa verso un totale vassallaggio
nei confronti degli Stati Uniti; è necessario impedire che l’Europa
assuma, pur ad un grado molto più elevato di sviluppo, la posizione
che fu del Sud America fino a poco tempo fa e che, oggi, viene laggiù
messa in discussione da un numero crescente di paesi. E’ ovvio
che per gli USA un vassallaggio dell’Europa è molto più
importante di quello dello stesso Sud America (che è comunque
area più facilmente controllabile, magari “a zona”,
sia per la vicinanza geografica sia per la minore potenza economica
rispetto ad almeno alcuni paesi della UE). Bisogna capire che la debolezza
europea in relazione alla potenza egemone è dovuta precisamente
al suo essere una unione poco più che monetaria, non economico-produttiva
e, soprattutto, non politica. Data questa situazione, il predominio
(egemonico) si può esercitare quasi limitandosi alle manovre
monetarie (ad es., tenendo il dollaro debole rispetto all’euro;
in questa fase, magari un domani potrà convenire agli USA il
contrario) e, ancor più, inserendosi di prepotenza nelle, e controllando
da vicino tutte le, varie manovre del grande capitale finanziario europeo.
L’Italia in particolare, proprio per quanto abbiamo detto in merito
alla sua crescita di importanza per ottenere la subordinazione di questa
zona del mondo, è diventata campo di battaglia con varie manovre
finanziarie, in grado di provocare anche profonde distorsioni e devastazioni
del nostro apparato produttivo ove ciò occorra. Le varie società
di rating – tutte americane – che emettono giudizi (ben
“mirati”) sugli Stati e le imprese europee, società
seguite come fossero oracoli da esperti ed economisti di poca sapienza
e ampiamente pagati per i loro sporchi servigi, sono uno degli aspetti
della lotta per l’egemonia e la riduzione dell’Europa ad
autentico vassallo degli Stati Uniti (non è perciò sempre
necessario usare l’esercito come in Irak o in Libano, ecc.; i
mezzi sono tanti a seconda delle contingenze e delle situazioni speciali
che si creano). In Italia, tanto per fare un esempio, queste società
di rating hanno emesso fino all’ultimo pareri positivi su Cirio
e Parmalat, che poi sono crollate con grave pregiudizio di molte posizioni
economiche nel nostro paese. Non si commetta l’errore di credere
che l’economia americana avesse bisogno di eliminare questi non
pericolosi concorrenti; semplicemente erano in atto ben altre manovre
finanziarie, con pesanti effetti politici; e quei crac sono stati i
famosi “effetti collaterali”. Il problema è che noi,
avendo pochi strumenti – in mano a quegli esperti ed economisti,
venduti, di cui sopra – non siamo in grado di delineare gli avvenimenti
così come si stanno svolgendo e quindi nemmeno possiamo prevenirli.
Siamo però in grado, se non siamo deficienti o servi (come lo
sono i destri e sinistri attuali), di comprendere il progetto d’insieme,
la subordinazione agli USA mediante preminente utilizzazione dei mezzi
del capitale finanziario. Quindi rassegniamoci ad una certa incomprensione
dei singoli progetti, dei contesti particolari, ma afferriamo il disegno
complessivo di questi dominanti (USA) e di questi vassalli (europei)
che ci stanno portando all’aurea mediocrità, prima, con
forti probabilità di disastro, poi.
In questo contesto di dipendenza, e di manovre statunitensi per accentuare
la subordinazione dell’Italia come mezzo di una politica egemonica
certamente tesa a ben più vasti obiettivi, il gruppo economico
dominante nel nostro paese è abbastanza ben noto e delineato;
e consta di grossi gruppi finanziari, in primo piano, e di alcune grandi
imprese industriali in declino o comunque scarsamente dinamiche. Qualcuna
di queste – ad es. la Fiat – sembra oggi uscire dal peggiore
momento di crisi, legata appunto alla più complessiva strategia
americana; un simile risultato, pur se fosse reale, non deve sorprendere,
perché non ogni singola parte di un disegno assai ampio deve
necessariamente seguire un percorso di geometrica linearità,
dato che sono comunque sempre in gioco interessi contrastanti di queste
varie singole parti. In ogni caso, nemmeno si creda che è oro
colato tutto ciò che luccica; diamo tempo al tempo, e credo che
anche la “ripresa della Fiat” – attribuita ad uno
di quelli che un mediocre politico italiano definisce “borghesi
buoni” – rivelerà comunque la sua pochezza strategica;
non certo dovuta al fatto che quel “borghese” è invece
“cattivo”, ma solo all’insieme del gioco egemonico
statunitense, che ha riflessi economico-finanziari di un certo tipo
nei vari paesi in via di crescente vassallaggio.
Teniamo ancora presente che comunque quel gruppo di comando italiano
è attraversato da crescenti contrasti; sia legati ad interessi
particolari sia dovuti alle acute contraddizioni che caratterizzano
l’attività egemonica USA, sempre più contestata
da altre potenze, al momento “regionali” ma con vocazione
ad una crescita di influenza globale. E’ ovvio che le aumentate
difficoltà del predominio statunitense si riflettano anche in
conflitti interni all’establishment politico ed economico-finanziario
del paese ancora egemone e centrale. E’ in questo contesto che
va valutata l’attività (potenziale) di una eventuale terza
forza in Italia nei confronti di quelle oggi presenti. Da una parte,
vi è la destra con vocazione apertamente e scopertamente filoamericana
(e dunque filoisraeliana, antiaraba, ecc.), che va certo combattuta
senza esitazioni e tatticismi deteriori. Dall’altra parte vi è
la “solita” sinistra. Intanto, essa è un coacervo
di forze, al cui interno sono presenti settori molto consistenti di
filoamericani (con tutto il resto che segue) per nulla affatto meno
reazionari, ottusi e feroci di quanto non lo sia la destra. Vi sono
poi i settori della sinistra – alcuni in buona fede, altri dediti
ai “normali” contorsionismi di tutti gli ipocriti e i bugiardi,
solo interessati a meschini ambiti di potere, subordinato ai potenti
centrali – in cui regna la più assoluta ambiguità,
il “tutto e il contrario di tutto” nello stesso momento,
nelle stesse dichiarazioni, nelle stesse mosse politiche. Quelli “in
buona fede” servono solo, nel presente, a coprire i mentitori
e gli ipocriti.
Ci sono alcuni sinistri che, intuita la nuova importanza che ha l’Italia
per gli USA, vorrebbero rinverdire le politiche furbastre dei Craxi
e degli Andreotti, servendo con maggiore astuzia e duttilità
(quindi con momenti di solo apparente indipendenza) gli interessi del
dominus centrale. Un tempo, però, esisteva un ordine mondiale
legato alla contrapposizione tra i “due campi”, ognuno controllato,
in sostanza senza difficoltà insormontabili, da una delle due
superpotenze. Faceva eccezione la Cina, che tuttavia – dedita
alla “rivoluzione culturale”, alla polemica “antirevisionista”
– non alterava in modo netto la configurazione geopolitica mondiale.
I conflitti erano acuti, ma quasi solo ai margini dei due campi (tipo
Vietnam, ecc.). In ogni caso, un minimo di organizzazione globale sussisteva,
basata sul cosiddetto “equilibrio del terrore”, che era
in realtà l’equilibrio creato a Yalta e che per oltre mezzo
secolo vide i suoi due artefici decisivi studiarsi come due pugili nelle
prime riprese: per capire cioè meglio i punti deboli dell’avversario
e apprestarsi all’uppercut finale. In tale contesto, e tenuto
conto dell’elemento di disturbo rappresentato in uno dei due campi
dalla Cina, era possibile, ad es. per l’Italia, perseguire piccoli
interessi in proprio, così come fecero nell’altro campo
la Cecoslovacchia – certo, quando “esagerò”,
andò incontro alla repressione, così come molti paesi
sudamericani dall’altra parte – la DDR e perfino la debole
Romania.
Oggi, non esiste più quella situazione. Abbiamo un’unica
potenza centrale, non in grado però di creare un ordine mondiale;
i vecchi “due campi”, insomma, non si sono fusi sotto la
direzione di una delle due vecchie superpotenze, di quella che alla
fine ha “mollato il pugno” del k.o. all’altra. Sussiste
così ora un’unica superpotenza, ma con un buon numero d’altre
in gestazione, che provocano una disorganizzazione globale sempre più
vistosa. Voler ripetere le politiche di Andreotti e Craxi in un contesto
del genere è uno degli aspetti più deteriori di certa
sinistra odierna. Non a caso, si tratta di una politica gestita da sciocchi,
supponenti e arroganti (per una semplice visualizzazione di queste caratteristiche
si pensi a D’Alema e Visco), che vengono incensati da un nuovo
ceto medio (quello diessino) sbriciolato e inconsistente, composto da
insegnanti (ignoranti), artistucoli, intellettualoidi semicolti o di
una “raffinatezza” culturale esangue dedita alle superflue
preziosità tipiche degli “accademici”, “alternativi”
dai mille futili lavori (improduttivi nel senso proprio della parola),
sbandati, conformisti dell’anticonformismo, buonisti paracattolici
(così ben disegnati, ancora tanto tempo fa, in film come Viridiana
o Nazarin di Buñuel); insomma, una massa di veri fatui e superficiali
individui che, con il loro appoggio ai cinici rinnegati dell’ex
PCI, stanno devastando la politica italiana a causa della loro incapacità
di analisi, del loro “buttare il cuore oltre l’ostacolo”
(cioè oltre i luoghi dove dimora il cervello).
Comunque, questi quaquaraqua e ominicchi, assieme ai loro idoli subdoli,
melliflui e velenosi, mettono i bastoni tra le ruote degli scatenati
destri che a testa bassa si scagliano contro tutto ciò che non
sia nettamente filo-USA, filoisraeliano; e, ovviamente, rozzamente neoliberista
e per un capitalismo senza più ostacoli frapposti alla sua sfrenata
corsa ai profitti, da accumulare al più presto, saccheggiando
e impoverendo la maggior parte della popolazione, ma senza alcuna vera
strategia di almeno medio periodo, di amministrazione e distribuzione
delle proprie forze lungo un arco temporale che sia almeno di un decennio.
Ci si deve quindi godere dello scontro tra destra e sinistra, favorirlo
(se e quando possibile) e perciò opporsi ai tentativi di pateracchio
neocentrista (partito democratico, grande coalizione e altre amenità
similari), che del resto, quanto a respiro strategico, non ne hanno
proprio. Sia però chiaro che sarebbe un’assurdità
tacere le proprie – e violente – critiche a questi ambienti
di sinistra velleitaria e inetta, oltre che bugiarda e ipocrita, servitrice
comunque degli interessi egemonici della potenza centrale, pur se con
mezzi più subdoli, ma non certo meno pericolosi (anzi!). La differenza
tra destra e sinistra italiane è simile a quella tra Bush e Clinton.
Chi crede che, battuto il primo e magari tornato un democratico alla
presidenza degli USA (si pensi al demagogo documentarista Michael Moore),
tornerà a fiorire la pace e l’armonia tra i popoli, può
diventare più pericoloso del più feroce e violento reazionario.
Si approfitti della lotta “tra bastone e carota”, ma si
compia la giusta analisi della situazione e si svelino gli effetti nefasti
delle mene dei furbastri e mentitori nonché della buona fede
degli sciocchi e superficiali.
4. E’ necessario precisare ulteriormente l’atteggiamento
che si dovrebbe tenere in politica estera. Da un certo punto di vista,
tutto sembra semplice poiché si tratta di favorire qualsiasi
processo, qualsiasi movimento, che contribuisca ad indebolire il progetto
egemonico USA. Tuttavia, nel perseguire tale obiettivo si può
incorrere in molti errori che poi graveranno sugli sviluppi delle situazioni,
sia pure nel lungo periodo (ma non di secoli, sia chiaro; si tratta
comunque di alcuni decenni, forse solo di un paio). E’ ovvia l’impossibilità
di non provare fiera avversione, e odio, di fronte alle atrocità
compiute da Stati Uniti, e da loro scherani come Israele. A questo proposito,
monta l’indignazione e il “sacro furore” non solo
quando si vede la nostra destra appoggiare fino in fondo tali paesi,
perfino nelle più sanguinose mosse da questi compiute, ma anche
di fronte al servilismo della sinistra che si offende non appena si
paragonano i massacri odierni a quelli nazisti. Mi dispiace ma il paragone
è congruo, l’infamia è la stessa; del resto, già
a quel tempo, Dresda, Hiroshima, Nagasaki (e molte altre azioni sanguinarie)
avevano dimostrato la pasta di cui erano fatti pure i vincitori, i “liberatori”,
per i quali sarebbe stato necessario istituire un Tribunale parallelo
a quello di Norimberga. L’unica differenza in più a carico
del nazismo sono i forni crematorî e l’uso del corpo umano
per ottenere vari “prodotti”. I massacratori sono comunque
gli stessi in tutti i tempi; e spesso sono i massacrati di ieri.
Tuttavia, l’odio per i persecutori non deve ottundere la capacità
di raziocinio. Altrimenti, nel momento in cui i dominanti mutassero
strategia e tattica nel perseguire l’obiettivo dell’egemonia,
alcuni verrebbero sviati e ingannati attenuando il loro antiamericanismo;
altri proseguirebbero a testa bassa senza adeguare a queste nuove strategie
le proprie in funzione antiegemonica. Non ha inoltre alcun senso accomunare
all’odio contro i massacratori quello contro ogni manifestazione
della loro cultura, che in fondo ha larghi contatti con la nostra, assai
di più di quanti ne abbiano, che so, la cultura islamica o quella
cinese; pur non dimenticando mai da dove e da chi nasca la “grande
democrazia” americana che ha le sue radici intrise di sangue,
genocidi e “crimini contro l’umanità”, per
certi versi persino peggiori di quelli della accumulazione originaria
del capitale in Europa. Nemmeno scordiamoci mai che il capitalismo americano
ha battuto e soppiantato quello borghese; e la borghesia, pur se non
mi sembra da condividere certa ammirazione che lo stesso Marx nutriva
a volte per tale classe, era comunque nettamente superiore, soprattutto
culturalmente – ma anche come abilità strategico-politica
– ai funzionari del capitale della nuova formazione sociale capitalistica,
di origine americana e infine diffusasi in tutto l’occidente sviluppato.
Cerchiamo di capire che noi agiamo comunque in un’area i cui popoli
hanno un certo tipo di tradizioni, ma anche vivono ormai da decenni
e decenni in questa nuova società da me detta dei funzionari
(privati) del capitale, che va contestata nelle sue strutture di rapporti
diseguali fra vari raggruppamenti sociali, nelle sue caratteristiche
di competizione basata sulla prevaricazione, la sopraffazione, l’inganno,
ecc., ma sapendo che questo è il nostro ambiente, questo il nostro
orizzonte culturale. Se qualcuno, a mio avviso “disadattato”,
ha voglia di farsi musulmano o seguire pratiche orientali, è
libero di farlo, ma in questa nostra regione del mondo ben altre sono
le forme di lotta da sviluppare al fine di una trasformazione che abbia,
almeno potenzialmente, qualche probabilità di successo.
Infine, ricordiamoci del passato. Non basta che uno gridi all’antiamericanismo,
all’antisionismo, per decidere di stare con lui. Altrimenti, tanto
vale dichiarare di aver sbagliato campo negli anni trenta; bisognava
allearsi (non solo tatticamente) con gli antiplutocratici, con coloro
che urlavano contro le principali potenze coloniali dell’epoca
che, fino a prova contraria, erano Inghilterra e Francia (con gli USA
quale outsider in “agguato”). Personalmente, sono convinto
che il giudizio sulla politica dei comunisti in quegli anni debba oggi
essere mutato, e di molto: la presenza di una potenza supposta quale
“patria del socialismo” ha condotto a marchiani errori.
Penso che la parola d’ordine dovesse continuare ad essere, con
i dovuti aggiustamenti, quella di Lenin all’epoca della prima
guerra mondiale: trasformare la lotta tra banditi capitalisti, e imperialisti
(perché all’epoca esisteva ancora l’imperialismo
nel suo senso di lotta tra potenze di pari forza), in guerra (“di
classe”). E’ però un discorso lungo, da non farsi
in questa sede; anche perché implica molte specificazioni e ragionamenti
più complessi, dato che la presenza di una potenza come l’URSS
implicava comunque vari adattamenti della strategia e tattica leniniste.
L’importante è però tenere presente che mai, in
nessun caso, avrebbe avuto senso essere conniventi o alleati con gli
“antiplutocratici”. Ed oggi mi sembrerebbe un errore egualmente
capitale ogni tatticismo, peraltro superfluo, in direzione di chiunque
gridi all’antiamericanismo e all’antisionismo. Facciamo
le debite distinzioni, per favore!
La nostra stella polare deve essere l’antiegemonismo, non l’antiamericanismo
in sé e per sé. Abbiamo in Italia una destra che sempre
più, in politica estera, si schiera per la ripresa in grande
stile dell’atlantismo, cioè della subordinazione al grande
capitale e alle lobbies politiche degli Stati Uniti; e una sinistra
abborracciata, in pieno contorsionismo, irresponsabile e indecisa, che
vorrebbe conciliare “il diavolo e l’acqua santa”,
e che a tal fine mente, nasconde, è incerta al punto da poter
far crescere, in mancanza di una chiarezza di obiettivi, un movimento
ancora più filoatlantico di quello della destra attuale. In campo
internazionale, notiamo la stessa confusione. Si stanno certo rafforzando
potenze oggettivamente alternative all’egemonia USA, in particolare
Russia e Cina, ma anch’esse senza alcuna unità d’azione,
e soprattutto con una politica tutt’altro che lineare e ben demarcata;
molte le manovre involute, le menzogne, il tentativo di tenere il piede
in più staffe, l’agire nascosto in una certa direzione
mentre l’attività condotta “alla luce del Sole”
si muove nella direzione opposta. Ancora per un ventennio, come minimo,
non penso che si formerà un autentico blocco antiegemonia USA,
con una strategia coerente e ben mirata; non esisteranno cioè
altre sfere egemoniche stabilizzate dotate di nuovi centri di irradiazione
di potenza.
E’ in questo contesto confuso che sarebbe obbligata a muoversi
un’eventuale terza forza in Europa, a partire dall’Italia;
con la consapevolezza che essa potrebbe accelerare certi processi, in
grado di condurre al rafforzamento della politica antiegemonica sul
piano mondiale. Sempre però senza cadere nelle possibili trappole
di un antimericanismo preconcetto, di principio, nutrito di puro odio,
che assomiglierebbe troppo all’odio di classe portato avanti da
certo comunismo, da certe “masse popolari” che volevano
solo sostituirsi alla borghesia, volevano solo diventare “ricche”
per poter calpestare qualcun altro; con i bei risultati – una
società orrenda, volgare, incolta, anarcoide – che vediamo
oggi nei paesi europei e in Italia in specie. Come quel comunismo è
crollato, favorendo la rivincita del peggiore capitalismo possibile,
così un antiamericanismo forsennato, irrazionale, potrebbe condurre
solo in due pessime direzioni ove mostrasse, com’è probabile
(quasi sicuro), i propri limiti: o un “ritorno di fiamma”
dell’atlantismo peggiore e più spinto; o l’ascesa
di un nuovo tipo di rivoluzione dentro il capitale, dopo quella ben
nota degli anni venti-trenta (nazifascismo).
Quindi: opposizione netta alla destra filoatlantica attuale; critica
radicale, e senza alcuno sconto tatticistico, a questa sinistra che
è troppo poco definire opportunistica perché è
molto, ma molto, peggiore; ed è inoltre marcia, coinvolta nei
peggiori “salotti buoni” della finanza internazionale legata,
per mille fili, agli USA (pur qualora essa flirtasse con tale paese
a presidenza democratica invece che repubblicana, sempre con una forza
filo-egemonia statunitense avremmo a che fare). Nel contempo, è
necessario perseguire una politica estera che non si cristallizzi in
senso antiamericano senza tener conto delle possibili svolte, della
situazione confusa, delle reticenze e doppi giochi delle potenze oggettivamente
alternative (sul medio-lungo periodo). Tale politica dovrebbe inoltre
muoversi in un contesto di antiamericanismo molto ambiguo, che potrebbe
creare – in eventuali e sempre possibili periodi di accentuazione
della crisi politica e sociale oggi strisciante in Europa – situazioni
assai confuse, in cui sanno muoversi gruppi politici che vanno invece
rintuzzati; al momento dato, però, senza anticipare i tempi e
gridare fin da ora “al lupo”, come fanno oggi le sinistre
per nascondere i loro misfatti. Per il momento, i nemici principali,
sul cui “cadavere” dovrebbe passare una terza forza, sono
la destra “democratica” (figuriamoci!), cui opporsi frontalmente,
e una sinistra di cui sfruttare l’irresponsabilità e i
futili contorcimenti, combattendola però senza remissione e furbi
tatticismi. Per il resto, solo un po’ d’attenzione e di
diffidenza nei confronti di aree oggi marginali, che potrebbero “pescare
nel torbido”; nel cui ambito comunque si situano individui in
perfetta buona fede – talvolta assai più lucidi e generosi
di tanti loro “nemici di sinistra” – che assumono
certe posizioni proprio perché questi ultimi si sono ormai squalificati
con il loro atteggiamento tatticistico deteriore.
5. Passiamo quindi alla politica interna (ed economico-sociale) di
una terza forza che volesse installarsi in Italia, tenendo sempre debito
conto che ci troviamo nell’area europea, in un paese capitalistico
comunque ormai sviluppato e appartenente al genere della formazione
sociale dei funzionari (privati) del capitale. In politica interna,
la strategia e la tattica da tenere sono molto più complicate
rispetto a quanto riguarda quella estera. In quest’ultima, come
già rilevato, c’è una elementare, ma abbastanza
chiara, divisione di posizioni tra un americanismo netto e dichiarato
senza mezzi termini dalla destra, mentre la sinistra tiene un altrettanto
sostanziale atteggiamento di appoggio alla potenza centrale, ma pieno
di infingimenti, di menzogne, di apparente dissenso (soprattutto verso
l’uso del bastone da parte di tale potenza). In politica interna,
tutto è molto più trasversale, intricato, spesso affermato
ma non fatto o fatto sostenendo che si sta operando in modo contrario,
ecc. Inoltre, malgrado i due schieramenti non rappresentino realmente
dei blocchi sociali veri e propri, essi fingono, per ragioni elettorali,
di volerli rappresentare; in realtà, entrambi seguono il criterio
del divide et impera, cercando ad esempio di sfruttare le reciproche
diffidenze e antipatie sussistenti tra lavoro autonomo e lavoro dipendente.
E del resto, sia destra che sinistra credono che lo sviluppo dell’Italia
debba essere trainato dall’estero, dal pieno inserimento in un’economia
detta globale; che esso dipenda soprattutto dalla domanda (di consumo
e/o di investimento) e da quel deus ex machina che è la competitività,
vista micragnosamente in termini solo imprenditoriali (in effetti, aziendali),
con un gran parlare delle sinergie del “far sistema” e di
una ricerca tecnico-scientifica di poche pretese.
In un contesto così confuso, credo sia utile, come prima mossa,
fare chiarezza sugli intendimenti di chi si ponesse in una prospettiva
non dico di governo, ma di spinta alle forze che fossero in grado di
invertire il corso degli avvenimenti in Italia (in quanto paese dell’area
europea). Dobbiamo smascherare una serie di miti dello sviluppo capitalistico
dipendente (dal centro della sfera egemonica). In quest’opera
di disvelamento e demistificazione, è inutile cercare un ordine
ed una simmetria, dando un colpo di qui e uno di lì, visto appunto
l’intreccio di posizioni tra destra e sinistra; ed è inoltre
necessario demarcarsi da forze critiche assai ambigue che seminano confusione:
forse in buona fede, forse no, ma è inessenziale scoprire se,
e quando, si tratta dell’un caso o dell’altro.
In effetti, i primi chiarimenti vanno dati per evitare di essere presi
per forze che intendono minare lo sviluppo del nostro paese –
provocando così l’abbassamento del tenore di vita della
popolazione, e sconvolgendo le sue tradizioni culturali e i suoi comportamenti
sociali – indebolendolo proprio quando ci si dichiara favorevoli
ad un suo schieramento internazionale di tipo antiegemonico. Non credo
debba essere manifestata simpatia verso tesi antimoderniste, antisviluppo
e per la cosiddetta decrescita, per una economia e costumi sociali arcaici,
che tornino ai “buoni tempi andati”. Non si tratta di sottovalutare
i pericoli di una dinamica come quella messa in moto nei paesi già
avanzati o in quelli che stanno attualmente crescendo (Cina e India
in testa); non si tratta di irridere alle critiche di tipo ambientalista,
né di pensare ancora al progresso tecnico-scientifico nei termini
positivistici di un tempo, quale risolutore di ogni problema dell’umanità.
Colgo quindi l’occasione per ribadire che non sono più
da tempo ottimista circa le “magnifiche sorti e progressive”
dell’umanità; non penso affatto che ogni avanzamento della
conoscenza, e dei mezzi tecnici in cui essa poi solitamente si concreta,
rappresenti la futura soluzione dei più fondamentali problemi
che ci assillano (anzi, in molti casi li aggravano).
E’ però bene meditare bene su certe sciocchezze che si
dicono, pur se a fin di bene. Molto spesso gli ambientalisti assomigliano
ai bordighisti quando vaticinano l’avvento del comunismo in una
data precisa e vicina; a causa dell’inevitabile crollo del capitalismo,
della insuperabile “barriera che il capitale pone a se stesso”,
della inarrestabile caduta del saggio di profitto e altre sciocchezze
del genere. Per tutta la mia vita ho dovuto sopportare questi mentecatti,
che sostengono di essere gli unici marxisti e comunisti. E, a partire
dagli anni ’50 e ’60, ricordo pure le “profezie”
circa l’esaurimento delle fonti energetiche entro la fine del
secolo, l’inquinamento e lo smog che avrebbero reso invivibili
le città entro la stessa data, il rapido e catastrofico cambiamento
del clima, l’innalzamento del livello dei mari, ecc. Poi ricordo
quando ho letto, con sommo gusto, i Tre uomini in barca di Jerome K.
Jerome, in cui – in pieno ottocento – si alzavano invettive
contro l’inquinamento che aveva provocato la “morte”
del Tamigi, e anche contro i proprietari privati che avevano già
occupato ogni metro quadrato delle sue rive, ormai rese aride, spoglie,
ecc. E fin da allora ho capito che ogni generazione, dai tempi dei tempi,
legge la sua imminente fine (la morte fisica dei vari individui, problema
irrisolvibile) come degrado e fine della vita umana tout court. Del
resto, si nutre spesso una segreta quanto innocua speranza che tutto
finisca assieme a noi; per es., io mi trastullo talvolta con l’idea
di un meteorite, di almeno 500 Km. di diametro, che ci colga in pieno.
In ogni caso, è lecito preoccuparsi delle sorti del pianeta,
ma non è sensato fissare date non oltrepassabili e inevitabili
destini, né proiettare le dinamiche nelle loro forme odierne,
considerate quasi immutabili, per i prossimi 50 o 100 anni o per periodi
ancora più lunghi e perciò sempre più cervellotici.
Inoltre, sarebbe bene proiettarsi più spesso all’indietro,
e pensare a come si viveva 100 o 200 o 300 anni fa (e non mi spingo
oltre!). Veramente vogliamo sostenere che il progresso (sia pure industriale
e capitalistico) ha reso più invivibile la Terra? Veramente desideriamo
ardentemente tornare alle condizioni (vita media brevissima e malattie
lunghe e tormentose, sangue e sudore, lerciume e carestie, i più
banali terremoti o inondazioni che spazzavano via intere regioni e popolazioni,
ecc.) sussistenti a quei tempi? Spero che nessuno risponda positivamente
a questa domanda. Pur senza alcuna fede illuministica nella ragione,
pur non nutrendo l’ottimismo tecnico-scientifico dell’ottocento,
mi convince però sempre la notazione di Marx, secondo cui non
le macchine, ma il loro uso nell’attuale forma sociale, è
da criticare radicalmente. Volendo essere più scherzosi, direi
con Woody Allen che il cervello è il nostro secondo organo preferito;
si tratta di una più che onorevole posizione da sfruttare adeguatamente,
lasciando il cuore al terzo posto, magari per una incollatura.
Troppo spesso gli antimodernisti sono assai ambigui. Avete notato quanti
soldi, quanti giornali, quale peso nell’editoria, ecc. hanno i
teorici della decrescita, del salvataggio dell’ambiente, di una
vita più povera e frugale? Questi ambienti si formano soprattutto
nei paesi (tipici quelli europei) – sia incapaci di competere
con i nuovi che avanzano sia succubi di quello egemonico centrale –
soltanto capaci di ritirarsi e adagiarsi nelle nicchie che i dominanti
in quest’ultimo lasciano loro. I subdominanti degli esausti paesi
avanzati ma non centrali – per protrarre il più possibile
questa aurea mediocrità cui si lasciano andare per vecchiezza,
mancanza di linfa vitale, morte dei ben noti animal spirits imprenditoriali
– pagano profumatamente un ceto intellettuale di “tartufoni”
che diffonde una ideologia di arretramento e di resa con “dotte”
chiacchiere sulla tecno-scienza che distrugge il mondo, sulle bellezze
di una vita più semplice, sulla sanità del corpo e dell’anima
conquistata a suon di coltivazione dei campi. Si trasformino i nostri
paesi in un fiorente agriturismo e staremo benone. Peccato che, come
già nel caso degli hippies e dei “figli dei fiori”,
ecc. solo piccoli gruppi possano vivere così, a sbafo della stragrande
maggioranza che deve correre e lavorare e trafficare.
Comunque, non perdiamo altro tempo. Pur con tutti i dubbi del caso e
una certa dose di pessimismo, si deve a mio avviso propendere per lo
sviluppo, per il rafforzamento delle economie e delle strutture sociali
delle società del nostro tipo. E bisogna esserlo anche per la
speranza di spazzare via le nostre classi subdominanti sfibrate e vili
– inette a qualsiasi compito che non sia quello di porsi al seguito
dei dominanti centrali – assieme a tutti i loro servitori politici
e culturali che giocano alla “destra” e alla “sinistra”.
Altrimenti, non ci si ergerà mai in contrapposizione ai predominanti
dell’oggi, gli USA, né contro quelli che, sia pure in un
futuro ancora abbastanza lontano, si batteranno più aspramente
e apertamente per sostituirli nella supremazia mondiale. Quindi, nessuna
connivenza, nessun lassismo tatticistico, nei confronti di chi blatera
di decrescita, degli avversari – parlo ovviamente di quelli senza
ma e senza se – della tecno-scienza, dei fautori dell’economia
arcaica e “pastorale”. Certamente, sarà utile distinguere
quelli in buona fede dai furboni che sanno ben vendersi alle marce classi
dominanti del tipo di quelle europee, e italiane in particolare. Mi
rendo conto che verso gli intellettuali diffusori di “pessimismo
e disfattismo” corrono fiumi di denaro, per il solito principio
così ben espresso dal Principe di Salina ne Il Gattopardo: per
una classe dominante ormai sfinita, esausta, dal sangue malato, porsi
al seguito di nuovi dominanti “freschi”, protraendo così
i propri privilegi (di parassiti) anche solo per 50 anni, è sempre
meglio che niente. Mi rendo anche conto che nelle società avanzate
c’è sempre almeno un 7-8% (talvolta un po’ di più)
di disgregati, di “schioppati”; si tratta di quel “terriccio”
prodotto dallo sviluppo – soprattutto quando poi questo entra
in panne – seminando nel quale si possono ottenere i voti necessari
per qualche buon “posticino caldo” nelle istituzioni economiche,
politiche e culturali di questi paesi allo sbando.
Tuttavia, non è per perseguire simili obiettivi che si deve pensare
ad una terza forza. Quest’ultima può essere progettata
solo in base alla scommessa che non tutto è perduto in Europa
o almeno in alcuni suoi paesi. Bisogna puntare sulla possibile esistenza
di nuovi gruppi sociali che si pongano come scopo un nuovo tipo di sviluppo
in gran parte autoctono, liberato dalla “schiavitù”
di fermarsi entro quei limiti (e quelle nicchie) concessi dai dominanti
oggi centrali; un domani si vedrà. Non mi interessa un antiamericanismo
preconcetto, di tipo morale (o culturale); mi interessa l’antiegemonismo.
Ovviamente quest’ultimo, nell’attuale epoca, non può
che essere anti-USA (e contro i loro aiutanti); e tuttavia è
decisivo, fin da oggi, distinguere con radicalità, senza ambiguità
alcuna, tra antiegemonismo – cui consegue un antiamericanismo
solo di fase – e un non condivisibile antiamericanismo di principio.
Qualora e quando (certo non presto) crescessero e si stabilizzassero
altri centri di nuove sfere egemoniche, tornerebbe in piena evidenza,
certamente con gli aggiustamenti adeguati alla (futura) nuova epoca
policentrica, la tesi leniniana della trasformazione dello scontro tra
questi centri – non necessariamente, anzi poco probabilmente,
una nuova guerra mondiale – in rivoluzione per la trasformazione
sociale. Ma non anticipiamo.
6. Proprio per quanto si è appena affermato, una terza forza
si troverebbe di fronte alla complicata combinazione di aspetti della
sua politica, fra loro contraddittorî. Indubbiamente, non può
essere accantonata, completamente disattesa, la decisione di compiere
una trasformazione delle dinamiche sociali che vedono il crescente predominio
di minoritari gruppi di agenti (capitalistici) sulla stragrande maggioranza
della popolazione, dotata di pochissima voce in capitolo e continuamente
subornata e convinta a lasciare i suoi destini nelle mani dei “potenti”,
i quali si scontrano tra di loro secondo modalità tali da mettere
sempre più a soqquadro i rapporti sociali nella formazione mondiale
e nelle sue varie “regioni”, nei suoi singoli paesi; e anche,
senza dubbio, provocando il progressivo peggioramento dell’habitat
in cui vive un’umanità sempre più numerosa.
Nello stesso tempo – sia perché non si battono i dominanti
se non si altera e anzi rovescia l’assetto attuale dei rapporti
di forza geopolitici, sia perché sarebbe fallimentare una politica
che conducesse soltanto all’abbassamento del tenore di vita della
gran massa della popolazione, laddove questo è oggi relativamente
alto – è necessario accordare la massima attenzione, come
sopra rilevato, ai problemi dello sviluppo; e uno sviluppo che accresca
le possibilità di condurre globalmente una strategia antiegemonica.
Purtroppo, per motivi che in altra sede ho affrontato più volte
ma che attendono ciò malgrado una ancora più ampia e perspicua
sistemazione teorica, i comunisti d’antan (e il loro decrepito
marxismo) si sono solo concentrati sui temi del rivolgimento sociale
in una generica e complessiva società a modo di produzione capitalistico,
considerando quest’ultimo come sempre eguale a se stesso, con
la sua bella divisione in classi ben demarcata e tendenzialmente duale.
I comunisti (salvo Lenin) hanno invece capito poco della segmentazione
orizzontale (in termini mondiali) della formazione sociale, dell’articolazione
delle sue parti, legata ad una loro gerarchia di rapporti di forza,
in certi periodi storici relativamente stabile e “ordinata”,
in altri (come l’attuale) in tumultuosa alterazione e riconfigurazione.
Con il solo, e semplice, concetto di modo di produzione capitalistico
– o con quello di formazione economico-sociale in quanto strutturazione
di più modi di produzione sotto la dominanza di quello capitalistico
– i comunisti e marxisti hanno esclusivamente “visto”
la lotta di classe, quasi sempre eletta a demiurgo del mutamento (rivoluzionario)
sociale, idealisticamente e immaginificamente proiettato a livello globale
(la finzione deleteria dell’internazionalismo proletario, uno
dei più grossi inganni ideologici che si conoscano, fonte di
gravissimi errori e anche peggio). Completamente dimenticato, invece,
lo sviluppo ineguale legato allo scontro tra diverse formazioni sociali
particolari (tendenzialmente coincidenti con le nazioni o gruppi di
nazioni alleate), che non sono modi di produzione bensì società
a struttura complessa, in cui le minoranze dominanti non si limitano
a vivere del plusvalore estorto ai lavoratori (questa grettezza economicistica
dei comunisti e marxisti, che li ha giustamente condotti alla più
ignominiosa delle sconfitte), ma riescono, tramite forti ideologie –
supportate da ben concreti livelli e stili di vita sociale, differenti
da regione a regione del globo – a raggruppare le popolazioni
di certi paesi, o anche più vasti settori della società
mondiale, per scagliarli gli uni contro gli altri; e, in questo scontro,
alcuni dominanti diventano predominanti e altri subdominanti, ma per
una certa fase storica perché poi ricomincia la sarabanda, e
si rimettono in discussione i precedenti rapporti di supremazia tra
i vari gruppi di dominanti radicati nelle varie partizioni (nazionali
o altro) della formazione sociale globale.
Il concetto di modo di produzione, con la semplicità delle sue
dinamiche di crescente divisione in due parti della società (senza
distinzioni nazionali o d’altro genere), ha portato all’idea
che la contraddizione rivoluzionaria principale fosse quella tra capitale
e lavoro, cioè tra borghesia e proletariato, tra classe dei capitalisti
(proprietari dei mezzi produttivi) e classe operaia. Poi, per motivi
che sono stati oggetto di decenni di discussioni accanite tra i marxisti
– e chi non le conosce, non cerchi oggi di informarsi, a meno
che non sia uno storico del pensiero – ci si è in prevalenza
spostati verso la contraddizione, sempre trattata come principale, tra
primo e terzo mondo, tra capitalismi sviluppati e masse diseredate delle
aree sottosviluppate. Adesso, lasciamo tutta questa cianfrusaglia in
un canto, ammettendo però il ritardo enorme dell’analisi
sociale (non banalmente empirica), una volta dimostratosi ormai inutile
e perfino dannoso il vecchio marxismo.
Comunque, noi sappiamo di agire all’interno di un paese capitalistico
sviluppato, tendenzialmente subordinato ad un paese centrale dominante
in quest’area (la formazione sociale dei funzionari del capitale),
che è anche quello al momento ancora predominante su scala globale
(pur se non controlla affatto il mondo intero, non è in grado
di assegnargli un ordine a lui completamente favorevole). Il (piccolo)
paese in cui agiamo è socialmente diviso in molti raggruppamenti
sociali, della cui articolazione non siamo ancora in grado – avendo
perso troppo tempo con il marxismo e non potendo usare una teoria, quella
liberale e liberista, ancora più “infantile” e rozza,
né tanto meno la dottrina sociale cattolica, di un semplicismo
disarmante, pur se ideologicamente rilevante perché poggia sulla
religione, quindi sulla tensione spirituale e anche sulla paura della
morte e dell’altra vita – di dare una visione sintetica,
e congrua insieme, come deve fare ogni teoria, soprattutto se intende
servire l’attività di trasformazione sociale. Siamo obbligati
ad andare a spanne e per passi intermedi.
Qual è l’obiettivo principale, non nei secoli dei secoli,
non per realizzare i nostri sogni di compiuta giustizia ed eguaglianza,
ma solo per riaprire i giochi di possibili avanzamenti? Lo sappiamo:
la lotta antiegemonica, che oggi, e solo per questa fase storica, ha
da essere antistatunitense. Allora cominciamo a liberarci di due miti
del “movimento operaio” che, pur non esistendo più
quest’ultimo, sono ancora moneta corrente per gli apparati politici
e sindacali, i cui dirigenti fanno parte dei gruppi dominanti nella
sfera politica. I miti sono quelli dello statalismo (la “proprietà
pubblica”) e del conflitto (contraddizione principale) capitale/lavoro.
Che la proprietà sia pubblica o privata, nell’attuale contesto
della lotta antiegemonica, non ha alcuna rilevanza; d’altra parte,
per i “sopravvissuti” che inseguono ancora l’idea
di comunismo, ricordo che quest’ultimo non intendeva per nulla
identificarsi con la proprietà dello Stato, bensì con
il controllo e l’autoorganizzazione collettivi dei produttori
associati ed “eguali”, ecc. (non entro in ormai futili specificazioni).
Per quanto mi riguarda, il pubblico è positivo quando ci siano
tutti i presupposti per svolgere un’attività (di potenza)
capace di facilitare la lotta antiegemonica; laddove e quando lo statalismo
è solo fonte di indebolimento della potenza in oggetto, esso
è da respingere e combattere con decisione.
La stessa cosa vale per il conflitto capitale/lavoro. Diciamocelo fuori
dai denti: oggi questo è ridotto alla semplice lotta di alcuni
strati (certo consistenti, ma nemmeno più maggioritari) dei lavoratori
salariati soprattutto delle fasce esecutive per l’innalzamento
salariale: diretto e indiretto, attuale e differito. Una lotta sacrosanta,
giustissima e giustificatissima, ma non di classe, non foriera di trasformazioni
verso strutture sociali egualitarie e “collettiviste”. E’
una lotta lecita come quella di altri spezzoni sociali per la suddivisione
del prodotto nazionale, per il miglioramento delle proprie condizioni
di vita. Qualora si voglia uscire dal semplice corporativismo –
difesa di una parte della società – bisogna dichiarare
in quale direzione ci si vuol muovere. Se si pretende di rappresentare
gli interessi di un paese, e se si mira, quale primo obiettivo, a rendere
quest’ultimo meno succube dell’egemonia centrale intrinseca
all’attuale struttura e dinamica dei rapporti di forza a livello
globale, allora bisogna decidere caso per caso; non esiste, in generale,
nessuna ragione per appoggiare sempre una qualsiasi lotta (sindacale)
del lavoro dipendente (salariato) delle fasce più basse. Questo
è compito di coloro che, sulle quote dei sindacalizzati di tali
fasce, vive, prospera e si fa ben accettare – per le sue capacità
di manovrare “masse” – nell’empireo dei dominanti.
Una terza forza, che volesse assolvere compiti generali a favore del
paese, potrebbe doversi scontrare, e duramente, senza mezze misure,
con le organizzazioni di questi lavoratori, in realtà con i loro
dirigenti chiaramente, e senza residui, asserviti ai subdominanti italiani
in combutta con i predominanti USA. Non si debbono lasciar sussistere
dubbi, per furbizia e tatticismo, su questo possibile scontro, poiché
i corrotti dirigenti sindacali, servitori di precisi padroni, assolveranno
i compiti da questi ultimi loro assegnati, i compiti assolti da tutti
gli “ascari”, da tutti i mercenari (le armate bianche, nella
guerra civile post-1917, erano condotte da nobili ma costituite, anche
nei gradini medio-bassi della catena di comando, da contadini e da ceti
sociali popolari; come l’Armata rossa).
Il primo compito che una forza politica che si rispetti dovrebbe assolvere
è appunto di tipo politico. E, per essere tale, deve tener conto
della società cui si trova di fronte e cui pretende di indicare
gli orientamenti in grado di migliorare le condizioni di vita non di
suoi singoli spezzoni, in lotta distributiva con altri, bensì
della stragrande maggioranza degli stessi. Per assolvere questo compito,
in un sistema che è ormai sostanzialmente capitalistico da secoli
(pur con passaggi di fase e trasformazioni della struttura sociale durante
questo periodo), è necessario dare la massima attenzione all’economia,
quindi agli apparati produttivi, al progresso tecnico, alle fonti di
energia e a tutto quello che all’uopo serve. Tuttavia, se l’economia
è al centro della questione, i suoi problemi non sono di natura
esclusivamente economica, non si risolvono con la gretta mentalità
affaristica, del calcolo contabile; problemi, obiettivi e metodi dell’economia
sono di natura squisitamente politica, esigono l’intervento di
una mentalità politica. Ma politica non significa la pura attenzione
alle questione di potere, alle “congiure di palazzo”, alla
distribuzione delle cariche e dei posti di Governo e sottogoverno, ecc.
La politica (quella alta) è governo della società, è
scelta degli obiettivi e metodi interessanti ampie comunità,
che sono estremamente frammentate al loro interno, per cui è
indispensabile un’azione di sintesi, l’individuazione di
una sorta di vettore di composizione delle forze (e interessi) in campo.
La deviazione economicistica non è quella che attribuisce troppa
importanza all’economia – perché questo è
il carattere precipuo della nostra società (e del resto non so
se sia tipico soltanto di quella capitalistica) – bensì
quella che crede di risolvere i problemi della sfera economica (quindi
produttiva e finanziaria) dall’interno stesso di quest’ultima,
applicando quel tipo di razionalità strumentale, del minimo mezzo
o del massimo risultato, che chiude molti orizzonti, che restringe brutalmente
il campo delle scelte. Intendiamoci bene: non è che si possa
buttare a mare questo tipo di razionalità, che lo stesso Marx
(per non parlare di Lenin) apprezzava; in quanto l’economizzare
le risorse impiegate per ottenere dati obiettivi fa parte di un atteggiamento
mirante allo sviluppo, cercando nel contempo sia di non esaurire il
“fondo naturale” di cui disponiamo sia, sotto un altro punto
di vista, di inquinare e guastare il meno possibile l’ambiente
in cui viviamo. Tuttavia, è il porre in primo piano tale razionalità,
anzi il farne in sostanza il solo tipo di razionalità ad essere
impiegato, a provocare danni sociali gravi. Perché così
facendo, le scelte diventano puro risultato del calcolo – rigido
se deterministico, più flessibile se probabilistico – e
si affidano allora alla semplice tecnica, che esclude dalla sua attenzione
la complessità della realtà (e quella sociale è
specialmente complessa) per indicare strade obbligate che non potrebbero
che essere percorse così e non altrimenti.
In realtà, la questione è ancora più sottile. I
dominanti (sia pre che subdominanti) non si affidano affatto, per le
loro scelte, alla pura tecnica, al mero calcolo. Essi sanno fare politica,
e dominano perché la fanno e fin quando la fanno; essi scelgono
in base alla razionalità strategica, che non esclude ma sottomette
a sé quella strumentale. I dominanti si circondano però
di una coorte di tecnici mediante l’azione dei quali viene diffusa
(presso il popolo “ignorante”) l’ideologia della razionalità
calcolante secondo cui le scelte sono necessitate (deterministicamente
o probabilisticamente); e pagano profumatamente i tecnici, gli “esperti”
di questo o di quello (e che sul “pelo dell’uovo”
sanno dirvi tutto e il contrario di tutto con grande, inimitabile sapienza;
autentici “idioti con alto quoziente di intelligenza”),
mascherando da necessità obiettiva le scelte politiche fatte
in altra sede utilizzando “pensatoi” (assai più riservati
e segreti) aperti ai problemi complessivi da trattare con analisi e
metodi di risoluzione di tipo strategico.
Naturalmente, l’ideologia del minimo mezzo e della tecnica imperante
non sarebbe sufficientemente forte, se non si ergesse di contro a lei
l’ideologia (nichilista) dei filosofi che dichiarano la Tecnica
dominatrice del mondo, e causa della sua prossima fine. Con la loro
critica, così radicale e totalmente negativa, essi non fanno
che rafforzare l’ideologia dominante. Quest’ultima pervade
l’intera sfera economica, e pure la vita sociale, convincendo
il popolo della necessità inderogabile delle scelte fatte dai
potenti. I filosofi critici della Tecnica ottengono invece onori nelle
Università, nei mass media, nelle case editrici, e così
formano ceti intellettuali che si raccolgono in circoletti di individui
“colti”, sempre in moto per imbonire il popolo, convincendolo
che in effetti altre scelte, diverse da quelle compiute dai dominanti,
non esistono, pur se così facendo il mondo finirà tra
50 o 100 o più anni (tanto si può dare il numero che si
preferisce, data la ciarlataneria del tutto); però è una
fine ineluttabile, è il “destino della Tecnica”,
contro cui “nulla si puote”.
Quella che, nella storia del capitalismo, si è presentata come
la critica più radicale, cioè la teoria sociale di Marx,
conteneva in sé una debolezza, ben esplicitata dalla convinzione
sintetizzata nel noto de te fabula narratur: il capitalismo, partendo
dall’iniziale sviluppo in Inghilterra si sarebbe da lì
espanso in tutto il mondo con caratteristiche più o meno simili,
unificandolo ed omogeneizzandolo, preparando così le condizioni
sociali oggettive e le basi materiali per un suo complessivo passaggio
alla società comunista, alla comunità mondiale dei produttori
cooperanti, auto-organizzantisi e padroni del proprio destino. Le affermazioni
contenute nel Manifesto del 1848 sostenevano già quelle tesi,
che superficiali orecchianti odierni di Marx hanno interpretato come
profezia della globalizzazione; mentre erano solo previsioni, ottenute
estrapolando le tendenze di sviluppo del modo di produzione capitalistico
borghese inglese e proiettandole nel futuro, di una omologazione generale
delle strutture sociali mondiali da parte della dinamica degli scambi
mercantili e della produzione fondata sulla separazione tra proprietà
privata dei mezzi produttivi e “libera” forza lavoro salariata,
essa stessa venduta in forma di merce. Non possiamo soffermarci adesso
sulle critiche che hanno investito questa previsione di Marx, sostenuta
dagli ortodossi alla Kautsky, ma rifiutata di fatto da revisionisti
come Lenin. I critici avevano ragione, ma non mettevano in discussione
in toto una teoria tutta centrata, come già detto, sul concetto
di modo di produzione.
Le nuove ortodossie hanno però fatto ancora peggio; sostenendo
che il centro dell’analisi di Marx, della sua scientificità,
era la teoria del valore, hanno puntato tutta l’attenzione solo
sul fenomeno dell’estorsione del plusvalore (in quanto essenzialmente
profitto). Ma quest’ultimo è forma storica particolare,
nel capitalismo, di un fenomeno generale: l’erogazione di pluslavoro
da parte dei dominati, pluslavoro che certamente è controllato
e utilizzato dai dominanti per l’organizzazione e la riproduzione
delle varie forme dei rapporti sociali succedutesi nel corso della storia.
La produzione di pluslavoro nelle sue varie forme storiche, di cui l’ultima
è il plusvalore nel capitalismo, dice ben poco se non la si collega
alle strutture dei rapporti sociali, alla loro dinamica, ai conflitti
che le attraversano, ecc. Tutta la complessità sociale viene
una volta di più appiattita e spazzata via dalla mera teoria
del valore. Resta così in campo, come al solito, la razionalità
del minimo mezzo che, nel capitalismo, è vista dal marxismo (impoverito
rispetto a Marx) come spinta di ogni singolo capitalista ad ottenere
il massimo plusvalore (il profitto, semplificando) con il minimo impiego
di forza lavoro di cui elevare continuamente la produttività
(e quindi il saggio del plusvalore).
A questo punto, una visione più generale e complessiva –
una razionalità che vada oltre, sottomettendo ai suoi scopi,
quella più limitata ed individuale del minimo mezzo – può
solo essere pensata in quanto applicata dallo Stato, in quanto inerente
alla sua “personalità” (da qui lo Stato etico e balle
varie). I “marxisti” rivoluzionari si sono affrettati a
sostenere che lo Stato è solo uno strumento della classe borghese,
della classe proprietaria, dei suoi interessi generali. Quindi abbiamo
una classe di borghesi, di individui tutti concentrati e permeati dalla
razionalità del minimo mezzo e del massimo risultato (nella forma
del profitto), una razionalità prettamente individualistica.
Tuttavia, questi limitati e micragnosi individualisti, evidentemente
solo per motivi di sopravvivenza “collettiva” della loro
classe, saprebbero mettersi insieme e porre ai loro servizi una legione
di funzionari in un apparato che perseguirebbe gli interessi generali,
che sarebbe in grado di operare delle sintesi; e che dovrebbe anche
guadagnare il consenso di quella che, stando alle leggi marxiste della
centralizzazione monopolistica dei capitali, sarebbe divenuta la stragrande
maggioranza, sempre tendenzialmente crescente, della popolazione. Mentre
i capitalisti, che per sopravvivere si servirebbero dello Stato, sarebbero
stati sempre meno numerosi; quale onere sulle loro spalle! E’
ovvio che dovesse nascere l’opportunismo riformista. Perché
predicare violenza e sangue, rivoluzioni con disgregazione del tessuto
sociale, impoverimento e momenti di barbarie? Basta impadronirsi pacificamente
e democraticamente dello Stato, e da qui, avendo la visione complessiva
che manca ai limitati e individualisti proprietari privati, contenere
il loro egoismo, piegarlo alle esigenze della collettività, utilizzando
però al meglio la loro spinta al profitto che in fondo applica
la “benefica” (se controllata) razionalità dell’economizzazione
delle risorse scarse.
Non a caso, questa è stata la via ideologica seguita da tutte
le organizzazioni del sedicente movimento operaio man mano che è
avanzato lo sviluppo capitalistico. E tale ideologia ben si è
adattata agli sviluppi della società capitalistica, alla sua
articolazione sempre più complicata; se così non fosse,
essa non avrebbe prevalso riducendo i “comunisti rivoluzionari”,
in tutti i capitalismi avanzati, ad autentiche macchiette, a caricature
ignobili di ciò che fino a meno di cent’anni fa era sublime.
Certamente esiste la produzione di plusvalore; e non c’è
alcun motivo di considerare falsa o decaduta la teoria che “rileva”
tale “fatto”. Essa non ci dice però proprio nulla
di ciò che ci serve per capire lo sviluppo capitalistico a livello
mondiale, se per sviluppo non intendiamo la mera crescita del PIL (e
di altre variabili puramente economiche e perfino soltanto contabili),
ma il cambiamento delle strutture sociali e dell’intera configurazione
geopolitica globale di epoca in epoca. Decisamente più interessante
e più attenta alle dinamiche sociali è la teoria che pone
al centro il modo di produzione, ma anch’essa è limitata
ad un ambito generalissimo di sviluppo di una società considerata
nelle sue tipizzate strutture di rapporti che definiamo capitalistiche
(appunto in generale). Una ben diversa teoria è oggi necessaria,
ma per il momento non c’è; c’è solo la crisi
delle vecchie, ormai decrepite.
Mi scuso per questo breve e sintetico détour teorico, ma era
necessario per capire che cosa deve intanto fare una terza forza, anche
dal punto di vista dell’inizio di una critica dell’ideologia
dominante. Non deve restare nel cerchio della critica alla tecnica (e
alla scienza); critica che, in ultima analisi, rafforza la tecnica e
la scienza, lasciandole inoltre libere di svilupparsi nelle direzioni
più confacenti al potere capitalistico. La critica non deve limitarsi
all’economicismo intrinseco alla mera contestazione della razionalità
strumentale, del minimo mezzo (che, messa al servizio della collettività,
ove fosse possibile, sarebbe positiva). Bisogna affrontare l’altra
razionalità, quella delle strategie, quella della potenza, della
miglior disposizione delle “truppe in battaglia”, delle
mosse da compiere in questa battaglia. Bisogna prendere sul serio il
lato più riservato e segreto della razionalità effettivamente
impiegata dai dominanti – valutandoli non come un tutto unitario
ma nella loro conflittualità reciproca – onde, in un certo
senso, rivoltargliela contro, renderla distruttiva per loro, bloccando
il conseguimento dei loro precipui scopi. E adesso quindi procediamo.
7. E’ ovvio che non deve essere seguita l’ossessione economica
(contabile) propalata da individui che si chiamano economisti, ma che
non hanno nulla a che vedere – tralascio Marx ricordando solo
gli scienziati delle classi dominanti – con un Marshall, un Böhm-Bawerk,
uno Schumpeter, un Keynes (per citare qualche nome fra i molti possibili).
L’ossessione di cui parlo è quella del debito pubblico
e del deficit annuale. Secondo la UE – questa unione quasi solo
monetaria, incapace di una politica decente e indipendente dagli USA
– l’Italia dovrebbe riportarli, rispettivamente, al 60 e
al 3% del Pil. Tutto ciò nel mentre si “danno i numeri”
sulla sempre annunciata prossima ripresina, essendo ottimisti o pessimisti
a giorni alterni. Adesso si ritiene altamente probabile che già
nella seconda metà dell’anno (sicuramente nel 2007) si
manifesterà almeno un netto rallentamento dell’economia
USA (alcuni però affermano che “sfiorerà la recessione”,
qualcuno pensa persino peggio); i dati degli ultimi mesi indicano anche
un raffreddamento dell’annunciata veemente avanzata della Germania,
su cui tanti puntano perché faccia da traino dell’Europa.
Come si possa cianciare di una ripresa italiana in queste condizioni,
è il solito mistero dei nostri buffoni giornalisti ed “esperti”
di economia. E ancora più misterioso è come si pensi ad
una ripresa mettendo in cantiere manovre di contenimento della spesa
pubblica e di aumento delle imposte. Oltre al fatto che la Banca europea
continua a ventilare l’ulteriore aumento del saggio di sconto
(fino al 3,5%), manovra che deprimerebbe le attività e rischierebbe
di far esplodere la “bolla immobiliare”, mentre siamo a,
se non erro, 170 miliardi di euro di mutui bancari per immobili (la
maggior parte a tasso variabile).
Guai però a seguire questi sedicenti economisti – a partire
dall’ineffabile Governatore della Banca d’Italia, che ha
praticamente eliminato i controlli sulle banche, sulle loro fusioni,
sui loro giochetti finanziari, sulle scalate, ecc. affidandosi alle
“virtuose” leggi del “libero” mercato –
nei balletti sulle cifre e sulla sistemazione dei vari conti (non solo
quelli pubblici). Va comunque ricordato, per onestà, che un sessantina
e più di economisti di centrosinistra hanno messo in luce le
contraddizioni e i controsensi governativi (e di molti altri loro colleghi,
puri “consiglieri del Principe”, senza alcuna dignità
scientifica). Stimabili questi economisti, ma a mio avviso poco convincenti;
sia per il tono un po’ asettico (e anche leggermente complicato
per il “volgo”) delle argomentazioni, sia perché
comunque tengono una posizione molto economicistica, ispirata ad un
neokeynesismo che, per quanto limpido e coerente, mi sembra solo in
posizione antitetico-polare rispetto al neoliberismo (e sappiamo che
tale termine, lukàcsiano, indica il mutuo sostegno di tesi contrapposte;
esattamente come lo sono le forze politiche di destra e di sinistra).
Il problema è invece politico (nel senso alto di politica), di
scelta di una strategia di fondo. Ed è in questo contesto che
si comprende come la politica antiegemonica che qui si propugna, sia
pure nelle sue linee direttrici molto generali, non ha soltanto, e nemmeno
principalmente, a che vedere con la semplice giustizia ed eguaglianza
in campo internazionale; non si tratta esclusivamente di indignarsi
– anche, ma non primariamente – per la prepotenza imperialistica
statunitense. La politica imperialistica va combattuta, ma sapendo che
la contrapposizione ad essa è una parte della politica antiegemonica.
Se propugnassimo quest’ultima solo perché siamo a favore
delle masse diseredate del mondo arabo e africano, perché ci
piace il populismo alla Chavez o alla Morales, perché siamo per
il pacifismo “senza ma e senza se”, saremmo ben presto sbaraccati
via; ci confineremmo, per scelta moralmente elitaria, in ristrettissime
aree di generosi, incapaci di capire alcunché dei grandi sommovimenti
che stanno avvenendo – in specie con la crescita di grandi potenze
ad est – e che non saranno certo molto pacifici, pur se non penso
alla stessa violenza del XX secolo, alle grandi guerre mondiali.
L’antiegemonismo è necessario per il nostro sviluppo, che
non dipende dal meschino equilibrio dei conti pubblici, non dipende
dall’essere trainati dalla domanda di nostri prodotti (di nicchia)
da parte di USA o Germania o altri, non dipende dal nostro sistemarci
in comodi anfratti della sfera di dominio del paese centrale. Si può
anche dover sacrificare la crescita nel breve periodo (cioè il
tasso d’aumento del Pil), ma ci si deve liberare al più
presto possibile di questi governanti subordinati che ci vessano per
raggiungere l’equilibrio dei conti; dobbiamo concentrare le risorse
che abbiamo, magari al momento scarse, per rafforzare, più spesso
per approntare ex novo, le strutture del sistema-paese – certo
ricercando l’unione e l’alleanza con altri – al fine
di allargare la nostra potenza, la nostra sfera di influenza, nel giro
di un periodo non “secolare”. In questo senso ha importanza
dare impulso alla spesa (che verrà invece ridotta di un 10% annuo
fino al 2009) per la ricerca scientifico-tecnica, che non è quella
conclamata montezemolianamente (per le “allodole” del popolo
italiano), bensì quella indirizzata veramente verso i settori
detti di punta, di eccellenza, che debbono alimentare una effettiva
concorrenza nei confronti di quelli del sistema-paese dominante, non
restare a questi soltanto complementari (e dipendenti). La Cina –
che già oggi ci supera in percentuale del reddito speso ai fini
di una ricerca assai avanzata, e che riattira i suoi scienziati emigrati
negli USA con stipendi di tutto rispetto – ha deciso di quasi
raddoppiare tale percentuale, e di un reddito che cresce con quel po’
po’ di ritmo, entro il 2010. L’Europa, e noi peggio di tutti,
risparmia su queste spese, e quelle poche che fa le disperde, salvo
rare eccezioni, in progetti di sostegno ad attività in favore
di gruppi finanziari e industriali privi di sprint o per acquietare
i sindacati con qualche “offa” occupazionale.
Adesso poi ci si è messi in testa di conquistare prestigio con
mosse militaresche; tutte per servire gli interessi fondamentali degli
USA e dei loro accoliti tipo Israele. Non basta esibire quattro navi
e qualche migliaio di soldati sparsi un po’ di qua e un po’
di là, per di più attrezzati in prevalenza con materiale
militare americano; per cui, se gli USA volessero, ci farebbero mancare
i pezzi di ricambio, le innovazioni apportate alle armi, gli istruttori
per il loro uso rinnovato, ecc., smorzando la nostra boria ingiustificata.
E’ ovvio che simili manovre, condotte al ribasso, servono solo
ad allenare e a far conquistare prestigio “nazionalistico”
(a buon mercato) ad una sorta di forza di polizia, che compie soprattutto
servigi per la potenza maggiore, con qualche cointeressenza non ampia,
oltre ad essere pronta anche per usi interni ove se ne presentasse la
necessità. La potenza, e l’influenza, si acquisiscono in
molti modi, e non credo che in questa fase la modalità apertamente
militare sia quella più utile, se non appunto per coloro che
vogliono servire da complemento alla forza altrui, ripagati da modestissimi
compensi solo indirizzati sia a gruppi economici (in particolare finanziari)
subordinati al centro sia al ceto politico (e sindacale), di destra
e di sinistra, che rappresenta gli interessi di detti gruppi.
Molto più importante è il lavoro culturale, per noi particolarmente
difficile perché la nostra lingua non ha proprio diffusione alcuna;
eppure si potrebbero egualmente ottenere dei risultati con un atteggiamento
meno servile, non così totalmente e perfino demenzialmente aperto
alla lingua e alla paccottiglia culturale statunitense. C’è
il cosiddetto lavoro di intelligence (assai importante), l’acquisizione
di “amicizie” in settori politici e governativi di altri
paesi rilevanti soprattutto come possibili aree di esportazione dei
nostri principali prodotti o di rifornimento di materiali energetici.
C’è un cruciale lavorio da compiere nei confronti di settori
industriali stranieri, soprattutto per l’acquisizione di tecnologie
avanzate che non deve sempre essere ottenuta con metodi “ortodossi”
(e tuttavia alcuni di questi sono costosi, oltre che pericolosi). C’è
da stabilire una serie di alleanze diverse da quelle oggi in atto; da
questo punto di vista, l’atlantismo è un obiettivo su cui
concentrare la propria critica e distacco, ma non con i soliti discorsi
pacifisti, da “anime belle”. Nemmeno sono poi da stabilire,
in questa fase, nuove alleanze ferree e immutabili; non dobbiamo uscire
da una dipendenza USA per invischiarci troppo tenacemente in schieramenti
diversi.
Ricordiamo la situazione. Esiste nella fase attuale un’unica –
ma non stabile, non delimitata con nettezza – sfera egemonica:
quella USA. Abbiamo però ormai quattro, cinque (o anche più)
“potenze regionali” in crescita che minano questa sfera
egemonica, la sbrecciano qua e là, ma non ne hanno costituite
altre, nettamente ostili e contrapposte a quella statunitense. Stiamo
entrando in una fase policentrica; ma è un stiamo di carattere
storico, che implicherà un periodo di tempo abbastanza lungo.
Per il momento siamo in preda al disordine globale crescente, alla fluidificazione
ed elasticità dei confini della sfera egemonica esistente, a
contraddizioni acute che si giocano sotterraneamente con l’astuzia,
l’inganno, il raggiro, l’eliminazione spesso violenta delle
“propaggini armate” dei diversi centri in formazione e dell’unico
già formato (il dominante centrale). C’è da agire
in questo caos, in questo farsi e disfarsi – non limpido, non
alla luce del Sole – di alleanze e controalleanze abbastanza labili,
comunque incerte. E’ necessario garantire solidità, affidabilità
almeno per il tempo necessario a portare avanti un dato obiettivo, ma
soprattutto dimostrare che si è decisamente autonomi e indipendenti
nello stabilire le linee di un comportamento sia pure “a geometria
variabile”, legato alle congiunture (non però di mese in
mese o di anno in anno; un po’ di serietà e di coerenza
fa bene). E comunque, data la fase storica che viviamo, fase di entrata,
ancora confusa e instabile, nel policentrismo, la nostra bussola deve
essere orientata all’antiamericanismo, ma come semplice specificazione
storica dell’antiegemonismo.
Poiché nel capitalismo l’economia è senz’altro
rilevante per l’acquisizione della ricchezza necessaria alla potenza,
quest’ultima deve puntare al rafforzamento della sua fonte di
alimentazione; e deve quindi sviluppare industria, servizi (anche finanziari),
tutti gli strumenti insomma che sono utili allo sviluppo. L’attività
imprenditoriale non va certo trascurata, ed è necessario puntare
ad essa in quanto legata alla ricerca più avanzata, di eccellenza;
la qual cosa richiede dimensioni d’impresa notevoli, ma anche
certamente un sistema integrato con la presenza di un ampio ventaglio
di dimensioni. Sempre ricordando, per non fare i soliti discorsi legati
ai sogni, che siamo in un società ancora capitalistica, quindi
intrinsecamente anarchica, conflittuale, attraversata da molteplici
competizioni che, per quanto le si regolamenti, fanno continuamente
riemergere gli aspetti aggressivi quali dominanti su quelli cooperativi
(perché ci si mette insieme e si collabora con la prevalente
finalità di abbattere qualche altro o di costringerlo ad accordi
capestro). Non bisogna autoingannarsi e raccontarsi favole fondate,
in ultima analisi, sul ben noto “apologo di Menenio Agrippa”.
Non cinismo, ma lucidità; non esaltazione del conflitto, ma presa
d’atto di com’è al momento il mondo, e capacità
di navigarci dentro per sfruttare al meglio, e per il meglio (possibile
in ogni data fase), le sue caratteristiche che non muteranno d’emblée
per il semplice fatto di desiderarlo.
In Italia, al presente e date anche le scarse risorse, ci si deve concentrare,
oltre che sulla ricerca nelle direzioni già indicate, sul rafforzamento
di quelle poche imprese di punta al momento presenti. Cito le solite
Eni, Finmeccanica; ce ne sono pure altre, comunque poche. E a queste
si deve prestare attenzione particolare – ma non perché
sono “pubbliche” (tanto lo sono ormai parzialmente) –
mentre va battuto il blocco di potere che punta su un insieme di altre
industrie meno utili alla potenza, e su un apparato finanziario che
sembra crescere su se stesso sia per acquisire sempre maggior potere
politico sia per rastrellare le risorse del paese indirizzandole nel
modo meno concorrenziale possibile nei confronti del paese centrale
dominante. Se la potenza si basa sull’economia, non ci si deve
mai scordare tuttavia che l’economia è alimentata dalla
potenza, fiorisce se si utilizza adeguatamente la potenza. Tutti i discorsi
sulla competitività limitati ai problemi dei costi, quindi alla
ricerca sia delle migliori soluzioni tecnologiche e organizzative per
accrescere la produttività del lavoro, sia di economie di dimensione
(di scala) e di “integrazione” delle varie attività
produttive e di servizio, ecc., sono svianti e ingannevoli se dimenticano
il problema delle sfere di influenza da acquisire. Spesso non c’è
nulla di peggio delle verità parziali, perché implicano
il nascondimento del sostanziale, di quanto è decisivo per non
fare di una “verità monca” un’autentica falsità.
E’ dunque evidente che, come già all’epoca della
diatriba tra ricardiani e seguaci di List in merito al commercio internazionale,
oggi è ancora più vero che la competizione non si basa,
se non nelle chiacchiere ideologiche, sulle problematiche del “libero
mercato”. Pur accettando, in prima battuta, il riferimento all’attuale
sistema economico-sociale, diventano decisive appunto le scelte politiche
e la potenza che le accompagna; la contrattazione delle regole relative
al mercato internazionale vanno sussunte sotto queste scelte e sotto
questo gioco dei rispettivi rapporti di forza, che non si svolge, non
per l’essenziale almeno, nella mera sfera dell’economia
(produzione e finanza), posta anzi spesso al servizio delle scelte in
questione, proprio al fine di un suo irrobustimento e di un sua migliore
capacità competitiva.
D’altra parte, è altrettanto limitata la critica neokeynesiana,
che accetta il fondamentale tema della concorrenza economica, al massimo
condendolo con il riferimento ad un consenso sociale ottenuto con l’aiuto
dello Stato protettore, assistenziale, che si rivolge “misericordioso”
ai meno abbienti. Lo sviluppo viene inoltre legato troppo strettamente
al mantenimento di un adeguato livello di domanda. Anche qui viene dimenticato,
totalmente messo da parte, ogni problema di rapporti di forza che non
si conquistano mai con la sola economia, e nemmeno con un’azione
statale rivolta esclusivamente a conquistare il consenso sociale sollecitando
l’abitudine ad essere assistiti (magari “dalla culla alla
tomba” come si diceva un tempo). Nel momento in cui stiamo progressivamente
entrando in un nuovo policentrismo, non ci si deve dimenticare la questione
cruciale degli squilibri esistenti nell’assetto geopolitico globale;
altrimenti, in un breve volger di tempo, l’arretramento del paese
renderà palpabile l’impossibilità di mantenere la
spesa sociale a certi livelli. Ormai, non si può evitare il tema
della competizione; la scelta è solo tra due alternative: a)
credenza nella “virtuosa” concorrenza puramente economica
nell’ambito di un mercato supposto “libero”; b) comprensione
della decisività delle scelte politiche per l’accrescimento
della propria potenza.
Pensare di evitare questa scelta, e dunque questa lotta tra due prospettive
diverse, è ingannevole e anche, malgrado voglia credere alla
buona fede dei neokeynesiani, estremamente negativo al fine di porre
le basi per una autentica trasformazione politica e sociale. Oggi, il
neoliberismo è in evidente crisi e, se dovesse evidenziarsi a
breve termine anche solo una recessione a breve termine – dopo
periodi di sviluppo dipendente che non ha risolto alcun problema dei
paesi europei in evidente impasse – non è improbabile che
si arrivi a punti di svolta estremamente interessanti e passibili di
sviluppi politici positivi, tipo appunto lo sbaraccamento della destra
e della sinistra e l’avvio della crescita di una terza forza.
Proprio in simile frangente, guarda caso, si ripresenta sulla scena,
al fine di sostituire il liberismo, il solito e ben noto keynesismo
sociale d’antan, che di fatto deprimerebbe ancora le possibilità
di affermazione di una nuova potenza europea – non la UE, l’unione
prevalentemente monetaria odierna, sia chiaro – con il bel risultato
di protrarre il dominio dei settori finanziari (e industriali assistiti)
completamente asserviti ai predominanti USA (magari di nuovo guidati
dalle lobbies democratiche invece che repubblicane, evento egualmente
negativo ai fini di una nostra effettiva autonomia e indipendenza).
E’ proprio questo movimento pendolare, che dura dal 1945, a provocare
il nostro sempre crescente asservimento alla potenza centrale. Da qui
dobbiamo uscire; e dobbiamo dunque rifiutare, nel contempo, neoliberismo
e neokeynesismo, in quanto aspetti economici (e ideologici) del “gioco
degli specchi” tra destra e sinistra.
8. Arriviamo ad un punto cruciale. Ripetiamo. Se vogliamo liberarci
della dipendenza dagli USA, senza cadere sotto il giogo di altre dipendenze,
dobbiamo accrescere le nostre capacità competitive, che di fatto
sono connesse alle potenzialità di sviluppo del sistema paese.
Non avendo certo quest’ultimo in sé le possibilità
di essere nemmeno una vera potenza regionale, dovremo cercare alleanze,
ognuna delle quali non è mai perfettamente alla pari poiché
esiste sempre una qualche dissimmetria, da ridurre tuttavia al minimo.
Oggi, in una situazione di ancora netta prevalenza statunitense, in
un’epoca in cui stiamo entrando nel policentrismo ma ne siamo
ancora lontani, le nostre tendenziali alleanze, in funzione antiegemonica,
dovranno spostarsi in sostanza verso est (e pure verso sud); la terza
forza dovrà agire nel contempo con il fine di trovare delle sponde
(ed eventualmente ad esse collegarsi strettamente) in sede europea,
sempre però che venga condivisa la coloritura antiegemonica della
propria azione e l’accettazione di uno spostamento dei rapporti
verso est.
Il potenziamento del sistema paese esige che l’avanguardia, in
tema di imprese, sia assunta da quelle di grandi dimensioni; non grandi
in generale, poiché tali imprese dovranno in prevalenza operare
nei settori di punta, essendo assistite da una cospicua ricerca scientifico-tecnica
non soltanto effettuata all’interno dei vari dipartimenti R&S
imprenditoriali, ma anzi per l’essenziale gestita nel settore
universitario e soprattutto in centri di ricerca di eccellenza (dove
concentrare risorse non miserabili come quelle odierne). Nello stesso
tempo, poiché la competizione non è puro problema di costi,
di produttività, quindi di soluzioni tecnico-organizzative di
tipo aziendale, è necessario sviluppare tutto l’ambito
della cosiddetta intelligence economica, fra l’altro attenta ai
problemi più generali di esportazione dei nostri prodotti e di
acquisizione di prodotti altrui (soprattutto energetici) che servano
non singole imprese ma, appunto, il sistema complessivo. Sono da considerarsi
negative le fusioni bancarie solo indirizzate a rafforzare il complesso
finanziario ai fini della preminenza, con asservimento della miserabile
politica odierna di destra e di sinistra, mentre sarebbero utili se
orientate al servizio di una politica industriale d’avanguardia,
di avanzamento scientifico-tecnico e di impulso ai più svariati
aspetti dell’azione antiegemonica. E’ poi necessario acquisire
anche, ove occorra, i ritrovati tecnico-scientifici degli altri con
le modalità più adeguate. Occorre infine una ancor più
rilevante azione politico-diplomatica, che sappia avvalersi di tutti
i mezzi necessari – possibilmente anche di quelli culturali –
per acquisire sfere di influenza. E’ dunque ovvio che non ci si
deve più basare, “artigianalmente”, sulle opinioni
a spizzico di singoli guru dell’economia e della finanza, su attività
svolte da lobbies di potere di ristrette vedute – tipica in Italia
quella del patto di sindacato della RCS, solo per fare un piccolo esempio
– poiché è invece indispensabile creare veri centri
di studi strategici, dove le strategie vadano valutate andando molto
oltre il ristretto ambito dei meschini interessi individuali delle appena
nominate lobbies; e spesso anzi in netto conflitto con queste ultime,
da combattere in certi casi con tutti i mezzi a disposizione per tagliare
loro le unghie.
Si pongono allora due problemi cruciali: a) l’effetto globale
della competizione; b) la struttura sociale (e dei suoi raggruppamenti
maggiori) che va riconfigurata in funzione degli obiettivi postisi.
Affrontiamoli uno alla volta, anche se poi, nell’attività
politica concreta di una terza forza, solo l’insieme (dunque la
loro ricomposizione strategica) consentirà di conseguire i risultati
desiderati, mantenendo anche aperto il futuro della trasformazione sociale,
però in un arco temporale molto al di là di ogni pur approssimata
previsione e progettazione odierne. Se qualcuno pensa che l’obiettivo
prioritario, per i prossimi 20-30 anni, sia la rivoluzione della società
secondo i desideri di giustizia, eguaglianza, cooperazione, fine dell’aggressività,
della prepotenza, della sopraffazione, fioritura della generosità
e solidarietà umane, onde conseguire l’organizzazione sociale
agognata dai comunisti di un tempo, ebbene questo qualcuno esplica una
funzione negativa in vista di una politica antiegemonica; in molti casi
può persino divenire un nemico acerrimo – non mi interessa
se in buona o cattiva fede – di tale politica, oggettivamente
alleato di quella destra o di quella sinistra, che si pongono al servizio
degli interessi “di bottega” di piccoli gruppi capitalistici
parassitari, a loro volta servitori dell’egemonia del paese centrale.
Certamente, tra i vari nemici sussistono molteplici contraddizioni;
proprio per interessi differenti che si traducono in attività
contrastanti, tali da rendere a volte debole il fronte avverso. Che
si debba giostrare tatticamente tra queste contraddizioni, non vi è
dubbio; ma sapendo che si tratta in sostanza di nemici, tutti da “seppellire”
nella “fossa comune” del “superamento storico”.
Chiarito questo punto, va riconosciuto senza ideologici mascheramenti,
senza ingannare e autoingannarsi, che promuovere la politica antiegemonica
significa, nei prossimi decenni, favorire l’ascesa di nuovi centri
che tentino di coagulare attorno a sé determinate sfere egemoniche
alternative a quella statunitense. Mi sembra ovvio che tale processo
non debba essere prevalentemente – anzi il meno possibile –
attuato con mezzi militari, con apparati bellici. Non però, sia
chiaro, per puro pacifismo; proprio perché, invece, se ci si
mette su questo piano, l’unico risultato – già visibile
oggi con le missioni o “di pace” o “antiterrorismo”
e via dicendo – è quello di creare forze di supporto all’egemonia
del paese centrale; si elemosina tutt’al più una minima
cointeressenza nel dominio di certe aree, ma si alleggeriscono i costi
(economici e politici) delle attività egemoniche degli USA e
dei suoi principali “sicari”, in particolare Israele, ma
anche il regime pachistano di Musharraf, che dovrebbe essere invece
messo sotto stress per una rapida caduta, onde favorire un più
ravvicinato approdo antiegemonico (policentrico) della configurazione
geopolitica complessiva. Quindi niente mezzi apertamente militari, ma
nemmeno competizione puramente economica nel sedicente “libero
mercato”, una competizione che sarebbe allora completamente dominata
dagli USA, abili nell’utilizzare numerosi strumenti, ivi compresi
quelli finanziari che, nel paese centrale, operano in sintonia con i
progetti di dominio globale. Come diceva il grande Clausevitz –
insuperato, malgrado certi cretini vorrebbero rovesciare la sua formula
– la guerra è la continuazione della politica con altri
mezzi. Questi mezzi della politica sono però molteplici; non
tutti debbono sfociare nelle guerre, ma tutti non sono per nulla pacifici,
indolori, rispettosi dei sentimenti delle “anime belle”.
Se si promuove il confronto, se ci si indirizza seriamente ad una politica
antiegemonica in un sistema come quello oggi esistente, permeato da
strutture capitalistiche, è necessario essere consapevoli che
verranno accentuati, per una intera fase storica, alcuni effetti tipici
del capitalismo: anarchia conflittuale, crisi, disordine, sommovimenti
e squassi sociali. Non si può “volere la botte piena e
la moglie ubriaca”, come suol dirsi. Lenin, l’unico vero
grande rivoluzionario del ‘900, afferrò il problema quando
parlò di “legge” (che non era vera legge, bensì
solo formulazione intuitiva) dello sviluppo ineguale del capitalismo;
anzi dei capitalismi, poiché egli ben individuò che il
conflitto tra i molti singoli capitali è nettamente sussunto
sotto quello tra più paesi assurti al ruolo di potenze –
cioè di complessi sistemi sociali, in cui economia e politica
(e fenomeni culturali) si intrecciano fra loro strettamente in un intrico
complicato – in lotta per la supremazia globale. Purtroppo –
ma sarebbe troppo pretendere che egli fosse in grado di superare i limiti
dell’epoca storica in cui agì – tale intuizione non
rimise in discussione la tradizione marxista solo fondata sul conflitto
capitale/lavoro, sulla concorrenza tra capitalisti, sull’estrazione
del plusvalore in quanto base del profitto, sulla tensione di ogni singolo
capitalista al massimo profitto, ecc.; in una vera orgia di predominante
economicismo che ha reso il marxismo tradizionale, alla lunga, del tutto
sterile ai fini della lotta nell’ambito delle più devastanti
contraddizioni capitalistiche; solo Lenin (e, in misura inferiore, Mao)
seppero utilizzarle praticamente, senza tuttavia poter far leva su di
esse per una nuova teoria ben più ampia di quella nominalmente
abbracciata.
Il dramma, in termini storici, è che l’ideologia ufficiale
del comunismo – di quella corrente che comunque fece una rivoluzione
mentre le socialdemocrazie tradivano clamorosamente ogni principio da
loro conclamato, e con i principi anche le masse che le seguivano –
riuscì a trasmettere l’idea di un Lenin difensore dell’ortodossia
marxista contro il revisionismo di Kautsky; e il tragitto successivo
delle socialdemocrazie, in specie dopo la seconda guerra mondiale, sembrò
confermare questa opinione visto che il “riformismo” abbandonò,
anzi ripudiò, ufficialmente il marxismo. In realtà, non
è stato così; con il senno di poi, ci rendiamo ben conto
che Kautsky fu sostanzialmente l’ortodosso e Lenin il revisionista;
tuttavia impossibilitato a condurre fino in fondo, proprio per le ben
più impellenti necessità di lotta contro l’opportunismo
e il tradimento (politici) dei socialdemocratici, la rielaborazione
radicale del pensiero di Marx onde farlo uscire dai suoi limiti inerenti
all’analisi del modo di produzione e della formazione economica
della società (analisi preziosissima, sia chiaro, ma insufficiente).
Questa mancata rielaborazione, forse possibile in base alla pratica
concreta della rivoluzione fatta da Lenin, condusse poi all’ulteriore
degenerazione del marxismo, anche semplicemente in riferimento al pensiero
di Marx: fu posta l’enfasi sulla teoria del valore (e plusvalore),
per la smania di dimostrare “scientificamente” lo sfruttamento
(ridotto quasi solo a quello operaio); un gravissimo slittamento teorico
che pose le basi dell’opportunismo dei comunisti, nel dopoguerra,
tutto teso a giustificare, ad est, la prassi della pianificazione generale
da parte dello Stato supposto strumento in mano ai lavoratori; e, ad
ovest, la politica parlamentaristica, con il sussidio della lotta sindacale,
presentata come “via pacifica” al socialismo, mentre era
esclusivamente una lotta per la distribuzione del reddito e per la spartizione
di fette di potere, cui parteciparono i dirigenti piciisti e sindacali
in nome della “Classe” ma per il proprio tornaconto.
Non vi è esempio migliore per comprendere come la teoria non
sia pura astrattezza, mania di studiosi avulsi dalla realtà concreta,
come pensano tutti i praticoni e i “militanti di base”.
La teoria è la vera regina della prassi, la illumina, la dirige
ed è la responsabile prima dei suoi successi o fallimenti. Una
cattiva teoria come il marxismo – in specie quello degenerato
in economicismo, quello della teoria dello “sfruttamento”
– è pienamente implicato sia nel crollo del “socialismo
reale” che nella degenerazione, oggi giunta al suo punto (quasi)
massimo, dei rimasugli “comunisti”, divenuti “socialimperialisti”
(come si sarebbe detto un tempo), corresponsabili del predominio delle
peggiori frazioni (subdominanti) nei capitalismi non centrali, del tutto
subordinate a quello centrale USA. Nei confronti di questo “marxismo”
e di questo “comunismo” abietti e degradati va tenuto un
atteggiamento molto simile a quello indirizzato alle frazioni subdominanti
in oggetto. Bisogna combatterlo, malgrado metta in campo, almeno in
Italia, delle squadracce che pretendono il monopolio della “rivoluzione”
e dell’anticapitalismo mentre in realtà, con l’aiuto
e il finanziamento della sinistra ufficiale, servono gli interessi dei
subdominanti italiani legati ai predominanti statunitensi.
Tornando alle questioni più serie, oggi come ieri siamo in difetto
di una adeguata teoria sociale dello sviluppo ineguale dei vari capitalismi.
Una teoria che dovrebbe sintetizzare quella del modo di produzione e
quelle più attente alla geopolitica complessiva. Tale sintesi
non può però essere una mera giustapposizione di concetti
teorici formulati in ambiti diversi e separati; occorre una idea nuova
che riorienti il tutto della complessità strutturale della società
capitalistica mondiale. Per fare un’analogia, pur imperfetta come
ogni altra, una idea simile al nuovo concetto di gravità che
consentì ad Einstein, nel 1916, di formulare la teoria della
relatività generale ristrutturando così l’intero
campo della visione cosmologica newtoniana. Non abbiamo questa idea,
è inutile menare il can per l’aia. Tuttavia, dobbiamo prenderne
coscienza, porre al centro della nostra attenzione teorica la mancante
teoria sociale dello sviluppo ineguale – motivo non ultimo della
presente incapacità di costruire la terza forza che sbaracchi
via destra e sinistra – e smantellare l’ormai diroccato
castello del “marxismo” e “comunismo” attuali,
difeso dalle squadracce della sinistra (quella in doppio petto e “per
bene”, ma che si avvale, di soppiatto, dell’attività
distruttiva dei “lazzaroni”, dei “vandeani”,
di turno).
Si deve procedere anche in assenza di una simile teoria, prendendo però
pienamente atto di questa mancanza, che suggerisce pur sempre preziose
indicazioni, come sempre avviene quando si è almeno consapevoli
di una carenza analitica, e se ne delimita l’orizzonte, si inquadrano
i confini del campo entro cui agire teoricamente. Va decisamente promossa
la politica antiegemonica sul piano della geopolitica complessiva, consci
della crisi – non puramente economica, l’unica che interessi
i “marxisti”, questi ormai inutili sacerdoti di una dottrina
– che essa provocherà, qualora avesse successo, con il
suo corteggio di eventi comunque gravi, da gestire per far avanzare
anche l’antagonismo nei confronti dei dominanti, approfittando
delle controversie e scontri che tale politica, coadiuvando la condensazione
di più sfere di egemonia (il policentrismo), produrrà
fra di loro. Ed è qui che il discorso si apre ai raggruppamenti
sociali. Però è prima necessario un nuovo, pur sintetico,
détour teorico.
9. Ho già sopra rilevato che sarà necessario in futuro
– se si vorrà veramente por mano ad una nuova prassi politica
con orientamento di massima anticapitalistico e non semplicemente antiegemonico
– arrivare alla formulazione di quella che ho indicato, approssimativamente,
come teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi. Il vecchio
comunismo si è esaurito perché il vecchio marxismo si
è di fatto “suicidato”. Il campo del dibattito teorico
– che definirei, nel contempo, ideologico – è nuovamente
occupato principalmente dall’individualismo liberale, cui si contrappone
al massimo il comunitarismo. Entrambi si presentano in numerosissime
varianti, di cui non mi sento certo di rendere conto, ma il cui affrontamento
mi sembra sostanzialmente interno ad un campo teorico-ideologico che
favorisce di fatto l’egemonia dei gruppi sociali capitalisticamente
dominanti, malgrado la seconda corrente vi si opponga spesso, almeno
nelle intenzioni.
Secondo la mia opinione, il marxismo aveva avuto il grande merito di
fuoriuscire, con il suo discorso sulle classi, da questo campo nel tentativo
di contrapporsi effettivamente ai dominanti capitalistici. Tuttavia,
tutto centrato sul concetto di modo di produzione (in specie capitalistico)
e credendo di aver individuato il bandolo della matassa mediante la
teoria dello sfruttamento – del valore-lavoro, di cui una parte
è il plusvalore (pluslavoro) estorto al lavoro salariato (forza
lavoro in quanto merce) – il marxismo ha pensato una dinamica
di sistema che avrebbe condotto al raggruppamento tendenziale dell’intera
società (addirittura mondiale) in due classi: al vertice, un
gruppo sempre più ristretto di proprietari capitalisti (divenuti
infine rentier, finanzieri) e, alla base, un raggruppamento sempre più
vasto di lavoratori salariati, pur stratificati in diversi livelli quanto
a collocazione gerarchica e tipologia lavorativa (direttiva od esecutiva),
e tuttavia costituenti un gruppo in via di unificazione e compattamento:
quello che ho più volte indicato quale lavoratore collettivo
cooperativo, autentico soggetto deputato (oggettivamente) al rivoluzionamento
della società capitalistica, al rovesciamento del potere del
suo ristretto gruppo dominante.
La dinamica della società del capitale (e già la definisco
così con molta approssimazione) è andata in direzione
del tutto imprevista da Marx e, ancor più, dal marxismo (prevalentemente
economicistico) successivo. La dinamica in oggetto non ha compattato
né teso a riunificare i raggruppamenti sociali nei due fondamentali
appena considerati, dando invece vita a frammentazioni crescenti, a
multilaterali rapporti tra gruppi sempre più numerosi. La formazione
sociale mondiale, coinvolta senza dubbio in misura crescente nel mulinello
della produzione di merci di tipo capitalistico, è rimasta suddivisa
in tante formazioni particolari, in sviluppo appunto ineguale e con
periodici passaggi, turbolenti e caratterizzati da contrapposizioni
violente multiple, dalla dominanza centrale di una di esse a quella
di un’altra (l’ultimo passaggio è avvenuto dall’Inghilterra
agli USA nel corso di circa un secolo, e anche più se si considera
l’intermezzo del “campo socialista” e dell’URSS).
Il “fuoco di artiglieria” costituito dalla crescente produzione
e scambio delle merci non ha condotto, come pensava Marx, ad una unificazione
del globo, bensì solo al collegamento tra le sue varie parti,
al cui interno sono certamente avvenuti notevoli mutamenti della strutturazione
sociale, non tali però da omogeneizzarle, dal renderle parti
di un unico ed omologato sistema di relazioni capitalistiche mondiali.
Se anche concentriamo lo sguardo, con “visione occidentocentrica”
sempre più insoddisfacente, a quella che ho definito formazione
sociale dei funzionari (privati) del capitale, notiamo una segmentazione
crescente, una moltiplicazione di gruppi sociali, una loro sempre più
complicata “classificazione” che non va affatto nella direzione
delle due classi fondamentali pensate dal marxismo. Non potendo più
giungere ad una semplificazione mediante la dinamica supposta in base
alla teoria dello sfruttamento (valore/plusvalore, ecc.), i critici
anticapitalistici si sono buttati su una semplificazione ancora peggiore,
più rudimentale e superficiale: la presunta omologazione dei
modelli di consumo nelle società a capitalismo avanzato. Questa
visione deriva precisamente dalla predominanza del tema della domanda
connaturato alle teorie economiche dei dominanti: neoliberismo e neokeynesismo,
l’una il rispecchiamento (rovesciato) dell’altra. La tesi
dell’omologazione sociale tramite consumismo è il versante
sociologico delle teorie economiche in questione; tanto superficiale
la sociologia quanto lo è l’economia. Naturalmente sto
parlando dell’oggi perché sia il vecchio liberismo che
il vecchio keynesismo – per non parlare della sociologia à
la Weber – avevano tutt’altra grandezza; oggi sono però
degradati ad empirismo spicciolo, a meschine tecniche di politica economica
e di controllo sociale che (mal) amministrano il miserabile “esistente”
dei capitalismi avanzati; sia tessendone l’apologia sia formulando
critiche del tutto moderate o comunque in mera contrapposizione polare,
e mutuo sostegno, con quelle elogiative.
Non si può però rispondere semplicemente rispolverando
“il suicida”, il vecchio marxismo che ormai appare perfino
ridicolo nei dibattiti promossi da piccoli gruppetti di aficionados,
che oltretutto non so cosa abbiano di marxista data la povertà
e sterilità delle loro “accese” discussioni e dei
loro assilli problematici. Lo spirito di Marx deve essere ripreso, su
questo concordo; non ci si può limitare al liberalesimo, cioè
all’individualità fondante la struttura delle relazioni
sociali (tra presunti “eguali”), né ripiegare semplicemente
sulla comunità o sulla Nazione, ecc. Credo che il discorso delle
classi sia sempre decisivo; ma comprendendo che la dinamica capitalistica
non semplifica la classificazione, anzi la complica sempre più.
Non credo sia possibile, per il momento, fornire nulla più che
un’indicazione assai vaga, come quella contenuta nella dizione:
teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi (non del capitalismo).
Lo sviluppo ineguale vuol segnalare sia la disomogeneità e la
non omologazione delle diverse parti della formazione sociale mondiale,
sia il modificarsi delle loro relazioni e rapporti di forza nel corso
di periodi (policentrici) di lotta per la supremazia, che in genere
implicano il trapasso da quella di una di queste parti (finora sempre
un paese, una nazione) a quella di un’altra parte. Il riferimento
al sociale indica che, in questo tipo di sviluppo e di alternarsi di
fasi poli e monocentriche, mutano le classificazioni dei vari gruppi
sociali, che la dinamica capitalistica moltiplica, non invece unifica
e compatta in due classi nettamente contrapposte e antagonistiche. Non
ci si può limitare alla semplice lotta tra paesi, nazioni, etnie,
religioni, ecc.; non ci si può limitare all’immagine delle
due classi in lotta per la trasformazione sociale (per di più
in una determinata e deterministica direzione: il comunismo, e addirittura
su scala mondiale).
In attesa di individuare una teoria unitaria della (ultra)diversificata
formazione sociale globale, e riferendosi per il momento a quella sua
parte che è la formazione dei funzionari del capitale e per non
più dei prossimi 20-30 anni, fisserei l’attenzione, del
tutto provvisoriamente, su due obiettivi di analisi: le funzioni e i
livelli di reddito. Le prime individuano soprattutto la segmentazione
(orizzontale) di detta formazione sociale; i secondi la dividono (verticalmente)
in più strati, indicando inoltre quali contengono il maggior
numero di individui (gli strati “bassi” o “inferiori”)
e quali il minor numero (strati “superiori”). La dinamica
oggettiva della riproduzione capitalistica complessifica (anzi complica)
la società, moltiplicando sia funzioni che livelli di reddito;
diversamente però da quello che pensano certi marxisti scolastici,
in certi periodi la differenza tra strati superiori e inferiori si accentua,
in altri si attenua; in certi periodi, il modello della società
è, come suol dirsi, a botte, quindi con ampliamento degli strati
intermedi, in altri è a piramide poiché si impoveriscono
gli strati medio-bassi e si arricchiscono quelli medio-alti. In mancanza
di un’adeguata teoria della riproduzione capitalistica –
che non può più essere quella semplicistica della tradizione
marxista più economicistica – è difficile spingersi
oltre queste notazioni di “buon senso”. Ne riconosco esplicitamente
il limite, per così dire, sociologistico; e tuttavia ritengo
necessario compiere questi primi passi al fine di liberarsi di quella
nefasta idea di un movimento della società oggettivamente dicotomico,
che ha illuso i comunisti circa la semplicità di una rivoluzione
mondiale ormai prossima a compiersi, condannandoli alla sconfitta e
ad una sopravvivenza ormai simile a quella degli anarchici.
Se il movimento effettivo – non semplicemente economico, ma sociale
in senso complessivo – è invece teso alla differenziazione
della strutturazione in gruppi, solo la politica, in quanto attività
cosciente e costruttiva, può ricomporre la complessità
(la complicatezza) e condurre al compattamento, artificiale, della maggioranza
di tali gruppi in una unità di intenti trasformativi, ma passando
per i giusti gradini intermedi che dalle “fondamenta” portano
al “tetto” della costruzione. Lasciare il movimento alla
sua spontaneità è comportamento impolitico, conduce alla
disgregazione e all’accentuazione di quella moltiplicazione dei
gruppi sociali che è il portato oggettivo della riproduzione
capitalistica. In questo senso sono e resto fortissimamente leninista,
più ancora che marxista; non però restando al leninismo
di un secolo fa, non pensando all’organizzazione come all’avanguardia
di una “classe in sé rivoluzionaria”. Se non c’è
unificazione mediante dinamica oggettiva della riproduzione del capitale,
il leninismo diventa più radicale e duro (e cattivo). Questo
si deve sapere, se ne deve prendere coscienza; poiché non si
potrà, in certi casi, non passare per un po’ cinici –
pur se so che così non è – e senz’altro “poco
democratici”. Però si tratta di scegliere: si vuol tentare
di ricostruire le condizioni soggettive di una trasformazione o si vuol
restare a chiacchierare su come dovrebbe essere buono e morale l’uomo?
Quello nuovo, ovviamente, che forse tra mille anni nascerà, almeno
così ci assicurano “alcuni” (che non sono nemmeno
tanto buoni nei loro comportamenti individuali; ma loro pensano in grande,
all’Umanità, di fronte alla quale gli individui sono meno
che pidocchi; loro pensano ai secoli, forse ai millenni, non a qualche
decennio). Noi siamo più limitati; pensiamo qui ed ora, anche
se siamo pochi, squinternati, isolati.
10. E adesso avviamoci verso le conclusioni ricordando che, pur se il
discorso tende ad elevarsi a considerazioni teoriche generali, l’Italia
– parte integrante (e a buoni livelli di sviluppo) della formazione
sociale dei funzionari (privati) del capitale, pur se con sue specifiche
caratteristiche socio-economiche e politiche – resta il riferimento
precipuo di questo scritto. E’ innanzitutto necessario essere
molto chiari e netti: l’Italia è un paese che sta, e deve
restare, dentro la formazione sociale appena nominata. Nessuna propensione
a discorsi che vorrebbero portarla fuori (e indietro) rispetto a quel
tipo di modernità creato dal capitalismo; il nostro stile e il
nostro tenore di vita, i nostri costumi e abitudini, sono per me argomenti
indiscutibili. Sono per lo sviluppo e per l’avanzamento tecnico-scientifico;
anche se non lo sono con ottimismo incosciente, non lo sono per ragioni
di principio, di credenza nel valore assoluto della conoscenza scientifica,
bensì soprattutto per motivi d’epoca, di fase storica.
Certamente anche, però, perché non sono contrario a indagare
lo sconosciuto e non disprezzo l’innalzamento dei livelli, cosiddetti
materiali, di vita.
Se “mi rassegno” ad appoggiare il fondamentalismo islamico
contro USA e Israele è per puro spirito antiegemonico. Nel contempo,
non mi esimo dal condannare pure certa barbarie russa nei confronti
dei ceceni; perché ci sono limiti di ferocia e disumanità
che non vanno superati e non possono essere tollerati, per quanto leninisti
si sia. Tuttavia, lo ripeto, resto con il Marx dell’affermazione
secondo cui “non sono le macchine, ma il loro uso” a dover
subire una critica radicale. Del resto, tanto per fare un esempio, la
dirigenza iraniana propaganda il suddetto fondamentalismo, ma sa benissimo
che occorre potenziare le proprie capacità difensive e offensive
con l’energia atomica, i missili a lunga gittata, i sistemi elettronici
di comando di vari congegni (militari e non), le reti di telecomunicazioni,
ecc. E, per quanto ne so, malgrado la condanna dell’interesse
come usura, sa applicare le varie tecniche finanziarie più o
meno quanto i banchieri occidentali. In ogni caso, l’Iran è
un paese in sviluppo, e che lo persegue; meno male!
Alla larga dunque da coloro che predicano il ritorno ai “tempi
in cui Berta filava”, che desiderano la frugalità e la
parsimonia come unica critica al “consumismo” odierno, che
predicano “alti valori morali” in cambio di un abbassamento
del tenore di vita, ecc. Non vogliono affatto l’antiegemonismo,
non vogliono affatto le trasformazione sociale (che si fa comunque con
le “orrende masse”, non contro di esse); semplicemente desiderano
ritagliarsi spazi elitari di “elevazione spirituale e culturale”,
approfittando dello sviluppo capitalistico che comunque consente di
vivere – e di spostarsi rapidamente, e di andare ai supermercati
a rifornirsi dell’“essenziale” (vade retro il “superfluo”!)
– a piccoli gruppi di solitari. Li potremmo anche lasciar vivere
come pare a loro, se non fosse che sono presuntuosi, compresi della
loro superiorità umana, odiosi e pieni di rancore verso chi non
la pensa come loro; e molti sono anche furbastri, inzuppano il pane
nelle pieghe dei finanziamenti che i dominanti, pur di distogliere forze
in grado di criticarli e combatterli, forniscono loro, oltre a dar loro
spazi editoriali, giornalistici, ecc.; tutto, purché spargano
il loro verbo antimodernista, antisviluppo, antipotenza. Sono una tipica
“malattia europea”, contribuiscono all’indebolimento
e alla subordinazione della nostra area agli USA; e, un domani, anche
ai nuovi paesi emergenti.
Chiarito questo punto fondamentale, procediamo. In definitiva, nei vari
paesi della formazione sociale dei funzionari (privati) del capitale
i gruppi dominanti sono un complesso di portatori di attività
strategiche attuate soprattutto nella sfera economica (produttiva e
finanziaria) e in quella politica, mentre a me pare che, pur assolvendo
compiti di grande rilevanza, gli agenti strategici della sfera culturale
si situino almeno un gradino “sotto” nella gerarchia del
potere. Tra i gruppi dominanti politici e quelli economici (e tra i
produttivi e i finanziari nell’ambito di questi ultimi) corrono
cangianti e mutevoli rapporti di forza, che dovranno essere obiettivo
di ricerca nell’ambito di una unificata teoria sociale dello sviluppo
ineguale dei capitalismi. Data la strutturazione attuale della suddetta
formazione sociale in paese centrale (gli USA) e non centrali (quelli
europei e Giappone), rilevo intanto che nel primo domina una finanza,
in stretto intreccio con la politica, del tutto funzionale allo sviluppo
dell’industria – in specie dei suoi settori di punta, dei
settori dell’ultima ondata dell’innovazione tecnico-organizzativa
(di processo) e di prodotto – della ricerca scientifica d’avanguardia,
della potenza tesa alla conquista e/o mantenimento delle proprie aree
di influenza nel mondo; nei secondi, invece, la finanza dominante è
più autoreferente, tende a subordinare a sé sia l’attività
produttiva (e industriale in specie) sia le funzioni politiche. Tale
“distorsione” nei rapporti di forza tra le varie funzioni
dominanti (sempre di tipo strategico) è effetto della dipendenza
dei paesi non centrali rispetto a quello centrale; i primi, infatti,
cercano principalmente di situarsi al meglio in alcune maglie della
rete di dominanza mondiale che il secondo tenta di accrescere e/o mantenere.
Situarsi al meglio significa appunto coadiuvare – con modalità
varie, più o meno servili o con la ricerca di modesti ambiti
di autonomia, spesso più apparenti che reali – il paese
predominante nelle sue mene per la supremazia globale. Le funzioni politiche
vengono dunque svolte dai dominanti non centrali nell’ambito della
strategia globale di quelli centrali; l’industria, non potendo
rinunciare alla cosiddetta conflittualità intercapitalistica
(interimpreditoriale) – uno dei mezzi precipui per aumentare l’estrazione
del plusvalore, che in questo contesto mantiene la sua chiara rilevanza
– accetta la non centralità e la collocazione entro le
maglie della suddetta rete di preminenza degli agenti strategici (economici
e politici) centrali, sviluppando in misura troppo modesta i settori
di punta, quelli dell’ultima epoca dell’innovazione di processo
e di prodotto, e concentrando maggiormente gli sforzi nei settori delle
precedenti fasi storiche dell’industrializzazione. Questi ultimi
si sviluppano più stentatamente sul piano dei rapporti di forza
tra capitalismi, ma ciò non impedisce loro affatto di funzionare
brillantemente ai fini dell’estrazione del plusvalore; esso viene
però, se così si può dire, raccolto dal complesso
finanziario, coadiuvato dalla sfera politica ad esso subordinata, e
indirizzato lungo sentieri che, nell’insieme e pur tra contraddizioni
e scosse (di sistema) a volte non indolori, servono principalmente agli
agenti dominanti del paese centrale, pur essi – sia chiaro –
nient’affatto compatti e fra loro invece conflittuali (ma con
una tendenza univoca al mantenimento della suprema posizione di comando).
Quanto appena affermato per sommi capi vale in prima approssimazione,
in attesa di una nettamente superiore sistemazione teorica.
In simile bailamme, che significato assume la politica servile dei dominanti
(subdominanti) italiani? Che la finanza la faccia da padrone nel nostro
paese, e che essa sia strettamente subordinata a quella statunitense,
è chiaro per chiunque non chiuda gli occhi. Le uniche grandi
fusioni e concentrazioni – che da economiche diventano chiaramente
di potere e si asserviscono la politica – avvengono nel campo
bancario e assicurativo, cioè finanziario. L’industria
segue stentatamente, ed è relativamente poco concentrata; il
98% dell’attività industriale (e commerciale, comunque
non finanziaria) è in mano alla piccola imprenditoria, in cui
è occupata la gran maggioranza della forza lavoro (sia stabile
che precaria) e che produce una elevata quota del reddito nazionale.
Tale settore funziona appunto per accrescere la parte di prodotto che
non è salariale, ma poi un’alta quota di tale parte affluisce
verso quel (quei) gruppo(i) di potere (di subdominanti) che, con congrua
cointeressenza, agiscono di fatto come rappresentanti dei predominanti
centrali.
L’Italia è un tipico paese non centrale della formazione
sociale di cui stiamo parlando; ed è di speciale rilevanza per
i vertici del sistema-paese preminente ai fini del mantenimento dell’Europa
nella loro sfera egemonica. Le società di rating americane imperversano,
con la loro “guerra di (prevalentemente falsa) informazione”,
nei settori, sia industriali che finanziari, italiani; e anzi emettono
i loro giudizi interessati, e manovrati da chi di dovere, sulle politiche
governative, coadiuvando e rafforzando i pareri degli organismi internazionali
(dal FMI alla UE, ecc.), che danno una mano ai subdominanti politici
italiani nella loro attività tesa a convincere la maggioranza
del popolo ad accettare una serie di misure atte a porre la ricchezza
prodotta sotto il controllo della finanza “internazionale”,
alla cui sommità sta quella statunitense. L’industria grande-imprenditoriale
è pienamente piegata ai progetti di tale finanza, e ne chiede
l’aiuto, così come poi preme sugli agenti politici, i più
subordinati fra quelli dominanti, per sovvenzioni varie che sorreggano
la sua operazione di indirizzo dei settori piccolo-imprenditoriali ad
una accentuazione dello “sfruttamento”, per poi meglio convogliare
il reddito prodotto lungo i ramificati canali – controllati in
particolare dalla suddetta finanza “internazionale” –
che “lubrificano” le più complesse politiche di strutturazione
della formazione sociale (sempre quella dei funzionari del capitale)
secondo gli interessi dei predominanti, con la cointeressenza dei subdominanti.
Vista sommariamente la strutturazione delle “classi” dominanti,
consideriamo quella parte sociale, di gran lunga la più consistente,
costituita da quelle dominate o, dicendo meglio, non dominanti; nel
senso che si tratta di raggruppamenti sociali che non hanno molta voce
in capitolo nelle decisive scelte della politica, sia nazionale che
internazionale. E’ in particolare con riferimento a questa maggioranza
della società che si rileva la massima discordanza rispetto alle
previsioni del marxismo tradizionale, poiché si verifica la sopra
ricordata dinamica di moltiplicazione e diversificazione dei vari gruppi
sociali: sia nel senso della segmentazione in orizzontale – formazione
di diverse tipologie di lavoro e di funzioni nelle sfere sociali dell’economia,
della politica e della cultura – sia in quello della stratificazione
in verticale quanto a livelli di reddito, a status, ecc. E’ in
questa sede che si constata come il movimento spontaneo (“oggettivo”)
frammenti e complichi sempre più l’insieme sociale, impedendo
il condensarsi della maggioranza d’esso nel presunto – dai
comunisti – soggetto collettivo, conscio della sua forza e della
conseguente possibilità di trasformare l’intera società
secondo un progetto comune mirante al proprio interesse fondamentale
e unitario.
Il movimento spontaneo divide invece la società in tanti corporatismi,
diffidenti e spesso addirittura avversi gli uni agli altri, la cui reciproca,
e più o meno sorda o esplicita, conflittualità facilita
l’affermarsi di uno spinto individualismo particolaristico, che
rende assai sottili e vuoti di significanza sociale i propri personali
interessi, favorendo così l’affidamento della difesa degli
stessi a ristretti organismi “professionali” (politici e
sindacali), che su questa base si erigono al di sopra dei rappresentati,
unendosi ai gruppi dominanti, cioè agli agenti strategici delle
varie sfere sociali di cui si è già detto. La “classificazione”,
per tipologia e funzioni lavorative, ha larghi margini di genericità
e dunque di arbitrarietà: management (di vari livelli), “professioni
liberali”, lavoro autonomo (dove c’è di tutto), lavoro
salariato dipendente (che dal management, dipendente solo nella forma,
va fino ai più bassi livelli esecutivi), ecc. D’altronde,
tale classificazione, pur così imprecisa e fluida, è necessaria
per muovere i primi passi nell’orientamento politico; dove però
tale termine deve via via assumere un significato molto diverso da quello
dei partiti, sindacati, associazioni varie, che raggruppano i loro adepti
con l’intento di dis-orientarli, di riunirli in base ad appetiti
fasulli – che ricordano, tanto per fare un esempio estremo, quelli
di una tifoseria di calcio o di una setta religiosa, e via dicendo –
cosicché gli interessi più fondamentali possano essere
gestiti dagli organismi “professionali” di cui sopra, i
cui dirigenti assurgono così ai vertici delle varie sfere sociali,
al servizio ma anche in cointeressenza rispetto agli agenti dominanti.
La politica, in quanto prassi che vuol riunire ciò che il movimento
spontaneo disaggrega, onde farne una massa d’urto ai fini della
trasformazione sociale, deve anch’essa servirsi di orientamenti,
da definirsi fondamentalmente ideologici, che hanno un più o
meno alto grado di arbitrarietà e di artificiale “condensazione”
(o invece di “volatilità”). E’ nella scelta
di tali orientamenti che si comprende la direzione in cui si muove la
politica intesa in questo secondo senso, la politica della trasformazione
sociale: se cioè essa intenderà attuare, rifacendomi ad
alcune formulazioni generali da me già utilizzate recentemente,
una rivoluzione dentro o contro il capitale. Una ideologia forte, tesa
a riunificare una intera parte della formazione mondiale (paese, nazione,
etnia, “area culturale” detto in termini generali), può
essere utile tatticamente, anche per un periodo di tempo abbastanza
lungo (si pensi ancora una volta, come esempio, al fronte unito antigiapponese
costituito dai comunisti cinesi); se però si protrae e diventa
un orientamento di principio, strategico, rappresenta una mistificazione
che confonde, riunendoli in un solo crogiuolo, dominanti e dominati
(non dominanti), con ciò ponendo nei fatti i secondi (la stragrande
maggioranza) sotto la supremazia dei primi (la minoranza).
Per questo, avevo sopra rilevato l’importanza del discorso marxista
di classe. Un conto è chiarire come non esista il supposto movimento
spontaneo che “abolisce lo stato di cose presenti”; perché
questo Marx pensava, essendo convinto che tale movimento producesse
il soggetto collettivo affossatore del capitalismo. Un altro conto è
dimenticare, e anzi celare, l’esistenza delle classi, della frammentazione
della società in gruppi con interessi diversi, di cui alcuni
(minoritari) sono predominanti rispetto a quelli costituenti la gran
massa della popolazione. Chi dimentica le classi – sia pure non
trattandole come mero precipitato di una dinamica intrinseca ad un presunto
unico ed omogeneo modo di produzione capitalistico – si pone veramente
oltre lo spirito di Marx. Questo non è un delitto di lesa Maestà;
tuttavia, va detto con chiarezza che è atteggiamento di obnubilamento
ideologico a favore dei dominanti. Basta saperlo.
11. E adesso, allora, concludiamo veramente. Praticamente in tutti
i paesi non centrali della formazione sociale dei funzionari del capitale,
i (sub)dominanti – nel loro intreccio di agenti strategici economico-finanziari
e politici, coadiuvati da strati di intellettuali – conducono
le loro attività per la preminenza, in conflitto fra loro (anche
con varie forme di collaborazione in funzione del conflitto), soprattutto
mediante la ben collaudata, da una lunga tradizione storica, azione
tesa al divide et impera. Quanto appena detto ha una valenza del tutto
particolare in Italia, con i suoi più di sei milioni di lavoratori
autonomi (le “partite Iva”). E’ bene essere chiari
in proposito.
Molti critici del capitalismo pensano che la vera strategia di dominio
si fondi sull’omologazione della popolazione in base a certi modelli
di consumo (il “consumismo”). Tale omologazione è
assai più superficiale e apparente di quanto si sostiene; ad
affermare simili tesi sono in genere ampie cerchie di intellettuali,
che fanno “senso comune” in una banale critica del capitalismo,
visto solo come una gigantesca macchina che produce beni in quantità
così enormi da provocare una “indigestione sociale”.
Sfruttamento ed esaurimento del fondo naturale (e quindi ecologia come
corrente che si pensa radicalmente alternativa alle presenti forme sociali
e politiche), consumismo (e quindi lotta al presunto superfluo), onnipotenza
dell’informazione (e quindi contestazione del dominio massmediatico):
questi i tre pilastri di un atteggiamento che si crede rappresenti un
moderno atteggiamento di attacco alla società capitalistica.
Sia chiaro che non si tratta di negare ogni fondamento ad un siffatto
tipo di critica e di lotta. Solo che essa non sembra cogliere le linee
di frattura interne alla dominanza del capitale, linee che sono provocate
appunto dal conflitto intercapitalistico per la supremazia, e dallo
sviluppo ineguale dei capitalismi più volte ricordato, con il
conseguente alternarsi di fasi mono e policentriche che implicano strategie
diverse di predominio, e dunque anche di opposizione ad esso. Consumismo,
pervasività massmediatica, esaurimento del fondo naturale, diffondono
sulla complessiva formazione sociale capitalistica un colore grigiastro
che tutto confonde, impedendo di distinguere le differenziazioni; invece
fondamentali in politica, poiché stanno alla base delle distinzioni
tattico-strategiche che la caratterizzano. Se poi ci si riferisce in
particolare alla pretesa omologazione via consumismo, essa è
molto meno perspicua di quanto si pretenda, perché non credo
che i modelli di consumo dei vip e quelli dei più bassi gradini
della scala sociale, con l’innumerevole serie di livelli intermedi
tra gli uni e gli altri, siano poi così omologati e omologabili
come si crede da più parti.
Personalmente, punterei assai di più su un altro aspetto del
dominio, sul divide et impera di cui sopra, proprio perché così
si affronta, anche se ancora per “classificazioni” a grana
fin troppo grossa, il problema decisivo dei blocchi sociali. Non è
un caso che mentre il concreto elettorato si divide tra destra e sinistra
in modo abbastanza confuso – nel senso che in ognuno dei due coacervi
di votanti si trovano imprenditori di varia taglia, professionisti,
manager, tecnici, lavoratori salariati (anche operai), precari, ecc.
– i due schieramenti politici, soprattutto alcuni loro gruppi
dirigenti e altri di tipo intellettuale e giornalistico, vorrebbero
meglio qualificare la destra come forza di difesa del blocco costituito
dal “ceto medio”, in realtà dalla piccola imprenditoria,
dal lavoro autonomo individuale, dalle professioni “liberali”,
ecc.; e la sinistra come paladina del lavoro salariato, soprattutto
di fabbrica, ivi compreso quello già in pensione. La difesa del
Welfare che fa la sinistra, in specie quella “più a sinistra”,
non è vero sostegno al mantenimento dello Stato sociale, sempre
più eroso, quanto invece tentativo di non perdere l’aggancio
con i dipendenti dei medio-bassi livelli salariali.
Ci sono però molte commistioni e “impurità”
in questa divisione politica per ceti; Udc e An tengono molto ad una
loro base che si trova tra i dipendenti del settore pubblico; l’Udeur,
i socialisti e radicali, ampi settori della Margherita e dei DS, temono
di perdere l’aggancio con professionisti e piccola imprenditoria.
E’ quindi tutto molto pasticciato; eppure, in questa confusione,
non si può non notare che le forze politiche puntano comunque
molto sulla divisione tra lavoro autonomo e dipendente. Il contrasto
tra di essi è considerato elemento decisivo del gioco tra destra
e sinistra, che tiene imbrigliate le forze sociale e impedisce il mutamento
in Italia (e non solo da noi, dove comunque il fenomeno è più
evidente e palpabile).
E’ quindi ovvio che tale gioco dovrà essere messo in mora.
Alla divisione – come già detto, tutt’altro che netta
e chiara – per linee longitudinali (dall’alto in basso)
dovrebbe essere sostituita quella per latitudine; cioè per fasce
o livelli di reddito, non secondo la fonte di quest’ultimo, contrapponendo
i salariati agli “altri” (una congerie assai variegata di
ceti sociali). Non entro nei particolari, ma credo risulti evidente
a chiunque come nascano le diffidenze reciproche tra autonomi e dipendenti
(salariati). Ci si metta nei panni di un salariato (o pensionato) e
si pensi a quali rancori questi possa nutrire nei confronti di certi
vicini bottegai o professionisti o proprietari di case o agenti immobiliari,
ecc; soprattutto per quanto concerne il pagamento delle imposte. Ci
si metta nei panni di un autonomo e si immagini quale diffidenza (eufemismo)
possa provare nei confronti di certi dipendenti pubblici (assai inefficienti
e ben poco lavoratori), o comunque di quelli che timbrano il cartellino
e all’ora data “staccano”, cascasse il mondo.
Questi sentimenti vanno compresi, ma combattuti, perché favoriscono
il potere di chi veramente lo ha, di chi veramente decide delle sorti
sia dell’autonomo che del salariato. Poiché la gran massa
di entrambe queste figure lavorative si addensa verso i bassi e medio-bassi
livelli di reddito, è ovvio che l’opera di chiarificazione
politica, di individuazione dei reali agenti dominanti, di demistificazione
e svelamento delle loro pratiche di dominio – fra cui quelle di
tipo ideologico-culturale – va rivolta con particolare energia
in direzione di tali strati sociali medio-bassi. Essi rappresentano
la possibile base di massa di una terza forza che si erga contro il
gioco della destra e della sinistra, tutto teso ad ingannare il “corpo
elettorale”, a dividersi il voto e a sviluppare, con modalità
differenti, una politica di subordinazione della gran massa della popolazione
ai gruppi dominanti; ovviamente dietro congrua cointeressenza agli “utili”
di questi ultimi.
Non credo comunque che il primo compito di una terza forza, in eventuale
formazione, sia quello di cercare, tramite scorciatoie ed escamotages,
di costituirsi quale partecipante al gioco elettorale, che la vedrebbe
necessariamente minoritaria; mentre entrerebbe anche lei nei giochetti
squallidi delle forze politiche e dei gruppi di agenti dominanti attuali.
Non per purezza ideologica, quindi, tanto meno per ragioni etiche, è
necessario pensare alla costruzione di una forza critica radicale, che
conduca la lotta sul piano prevalentemente politico-culturale, illuminando
il più possibile tutte le malefatte e la povertà, soprattutto
strategica, dei subdominanti italiani (ed europei) e dei loro “sicari”
politici e ideologici. Tuttavia, non ci si può limitare a predicare
in favore delle “masse” e tanto meno dei soli lavoratori
dipendenti (salariati).
E’ indispensabile attaccare a fondo, certamente, la politica del
divide et impera, non accettando inutili campagne contro la evasione
fiscale, che colpiscono solo i piccoli e lasciano salvi i grandi capitali
all’estero, nei paradisi fiscali; ma anche all’interno,
grazie a stuoli di straricchi commercialisti e avvocati che studiano
tutti i marchingegni possibili con fusioni, scorpori, gonfiamento dei
costi, riduzione dei ricavi, ecc. Non si deve nemmeno accettare semplicemente
la polemica contro l’inefficienza e scarsa produttività
dell’apparato pubblico, che esiste nei fatti, ma va attribuita
fondamentalmente all’alta burocrazia, completamente immersa nel
gioco della destra e della sinistra, soprattutto grazie al più
che tollerato e praticato spoil system, che premia la fedeltà
ai politicanti e non affatto la capacità di organizzare e dirigere.
Non basta, però, limitarsi a cercare il consenso di quella che,
lo ribadisco, dovrà essere la “naturale” base di
una terza forza: l’insieme delle fasce medio-basse del lavoro
dipendente e di quello autonomo. E’ indispensabile – per
un’intera fase storica caratterizzata, come già detto,
da una prevalente lotta antiegemonica – propagandare e appoggiare
la politica di rafforzamento di tutti i vari ambiti in grado di promuovere
una politica di maggior potenza: ricerca scientifico-tecnica, grande
imprenditoria (non importa se pubblica o privata) capace di dare impulso
alle innovazioni di processo e di prodotto (dell’ultima epoca
dell’industrializzazione), “guerra economica”, intelligence
e diplomazia, alleanze (ed eventuali rotture delle stesse) in grado
di ottenere i migliori risultati per il sistema-paese nel suo complesso,
ecc. La politica del consenso diretta agli strati lavorativi già
indicati non può trasformarsi in generica agitazione populistica,
in appoggio sempre e comunque alle lotte di ogni settore del lavoro;
ancor più negativo sarebbe l’indiscriminato appoggio al
solo lavoro salariato esecutivo. Bisogna armonizzare strategie a volte
in contraddizione fra loro, strategie di difesa del lavoro e strategie
di rafforzamento del sistema-paese e, dunque, di quei settori che a
tal fine sono indispensabili; senza le “malinconie”, tipiche
degli opportunisti, dei “borghesi buoni” o “cattivi”.
E bisogna andare del tutto oltre gli ambiti concertativi, luogo di mediazioni
al ribasso tra capitalisti solo bisognosi di finanziamenti statali e
dirigenti opportunisti degli apparati che raggruppano i lavoratori salariati,
rendendoli docili strumenti al servizio di politiche propagandate come
utili al “mondo del lavoro” mentre alimentano in realtà
lo sperpero di risorse da parte di tutti questi parassiti che ci turlupinano.
Bisognerà riprendere le indicazioni leniniane relative alla “educazione
di massa” circa l’imbroglio della falsa democrazia elettorale,
per dirigere i metodi della politica verso altri lidi, che tuttavia
debbono essere pensati e analizzati con molta ponderazione per non ricadere
in altre forme di populismo – tipo i vari nazionalismi di altri
tempi – di cui valutare adeguatamente i pericoli. Quando sostengo
che bisogna andare contro destra e sinistra, infame “gioco degli
specchi” dei dominanti, sia chiaro che intendo criticare anche
il piciismo statalista (quello che è stato fatto passare per
comunismo) e il fascismo nazionalista d’antan. Dobbiamo veramente
trovare nuove vie; certo con qualche ricaduta, con qualche impurità
o ambiguità, ma restando al proposito sempre vigili, senza abbassare
la guardia. Non dobbiamo però farci ricattare da presunte vicinanze
con settori che in ogni caso perseguono il fine di frantumare gli specchi
della destra e della sinistra. Noi non pratichiamo simili vicinanze,
ma la nostra bussola è orientata all’eliminazione dell’infame
gioco che ci vuol bloccare in posizione subordinata e ci paralizza.
Il resto è subordinato a questo compito principale.
12. Sia chiaro che conosco benissimo l’attuale impossibilità
di dar vita in Italia (e altrove, nelle società del nostro tipo)
ad una terza forza. Il riferimento ad essa mi serve solo per fissare
alcune direttrici di marcia per chi voglia oggi essere veramente critico
dell’attuale società, comprendendo nel contempo l’inesistenza
dell’alternativa secca tra capitalismo e comunismo (che nessuno
capisce più che “bestia” sia; ognuno dice la sua
in una confusione di “lingue” tra il ridicolo e il pauroso).
L’importante è capire una serie di punti decisivi.
A) Una terza forza non sarebbe una nuova organizzazione o movimento
politico che si aggiungerebbe a quelli indicati come destra e sinistra
(con le varianti di centrodestra e centrosinistra). Si tratterebbe invece
di una corrente completamente alternativa e che considererebbe le attuali
come nemici da abbattere, non avversari con cui competere per avere
un po’ di voti. Poiché tale forza non esiste, e nemmeno
si può giurare sull’enuclearsi di condizioni che la rendano
possibile in tempi ragionevoli, la discussione sull’argomento
serve solo a fissare i punti generali (e al momento certo generici)
di una politica che dovrebbe essere attuata per dare nuovo sviluppo
– e autonomo, indipendente – al nostro paese. Una politica,
soprattutto, che spazzi via l’autentico marciume odierno e prepari
le condizioni per modificazioni profonde degli stessi rapporti sociali,
delle forme del dominio attualmente presenti, in sede internazionale
come all’interno del paese. Sempre però sapendo che non
esiste alcuna possibilità di ribaltare gli attuali assetti di
potere in assenza di una (geo)politica tesa all’autonomia e indipendenza,
nonché a un ragionevole tasso di sviluppo della propria potenza
(in unione ad altri). Puntare tutte le carte sul conflitto capitale/lavoro,
attuando di fatto una mera politica redistributiva, può condurre
nella direzione opposta a quella solo ufficialmente dichiarata –
ingannando i “semplici” – da apparati che si erigono
(falsamente) a rappresentanti del lavoro (salariato) e di fatto sono
oligarchie (sub)dominanti legate al carro principale dei (pre)dominanti.
Questi apparati sono nemici e, almeno come pensiero principale, da radere
al suolo.
B) Bisogna smetterla con il flirtare con la dizione: destra e sinistra.
Indichiamole, con linguaggio neutro, come schieramento D e schieramento
S. Il 90% dell’insieme degli agenti (sub)dominanti politici (professionali),
con anche il 90% degli agenti ideologici, è situato oggi nello
schieramento S. L’operazione mani pulite – sulle cui condizioni
di realizzazione ho già scritto altre volte in passato, e adesso
non mi ripeto – ha ulteriormente selezionato, al peggio, tale
personale, l’ha reso ancora più servile, meno autonomo
rispetto ai (pre)dominanti. Nello stesso tempo, soprattutto in Italia,
questo insieme di agenti politico-ideologici è stato distillato
per esaltarne le peggiori qualità di autentica antidemocrazia
e dittatura (non in sede elettorale, non nei massmedia, dove anzi viene
concentrato tutto il gioco solo formalmente “democratico”)
al servizio del complesso finanziario che distribuisce i compiti geopolitici,
con predominio complessivo dei dominanti USA.
Nello schieramento S abbiamo tutti i peggiori (e ormai scadenti) ex
Dc, ex Pci (oggi DS), ex Psi, ecc. (tutti però professionisti
della politica). Adesso che l’Udc si prepara al “salto della
quaglia”, possiamo ben dire che forse il 95% di questi professionisti,
e del ceto intellettuale, si raggruppa nello schieramento in oggetto.
Dall’altra parte, sta un’accozzaglia di gente non preparata
professionalmente, raccogliticcia, incapace di vera opposizione, pronta
a passare con chi assicura posti di potere anche minimo, anche locale.
Di conseguenza, il personale dello schieramento S non ha rivali nella
dittatura fondata sul gioco elettorale e sull’addomesticato dibattito
massmediatico tra “posizioni diverse” (e tutte complici
in una direzione di subordinazione). Da Mastella a Diliberto o a frazioni
di Rifondazione, sembra che vi siano enormi contraddizioni; e certamente
vi sono, essendo però tutte interne ad un’unica banda.
Un tempo credevo che almeno si potesse contare sulla lotta tra Al Capone
e Frank Costello, con vere “uccisioni” alternate. Invece,
tutto si svolge ormai all’interno della banda Al Capone. Queste
lotte non ci danno garanzie (e spazi) sufficienti, almeno per il momento.
Comunque, non intendo più mantenere un’equidistanza tattica.
Dico esplicitamente che il vero cancro sta quasi completamente nello
schieramento S, sia a livello di ceto politico che di quello intellettuale.
Certo, anche così pensando, ritengo che ci possano egualmente
essere brevi (e cauti) atteggiamenti tattici: con il cancro ai polmoni
piuttosto che con quello al fegato; sempre sapendo però che si
ha a che fare con un cancro e che la “soluzione finale”
o è l’asportazione chirurgica di entrambi oppure non è,
e andremo in metastasi con quel che seguirà.
C) Ormai mi sembrano poco sopportabili i “marxisti” che
abbiamo in questo paese (e dappertutto per la verità). Lasciamo
stare quelli che si dilettano con i più “alti teoremi”
della “critica dell’economia politica”, questa formula
vuota, da bambini “beati” che si divertono con filastrocche
del tipo della “Vispa Teresa”. Parlo di quelli che sostituiscono
nei fatti il marxismo con il keynesismo, una politica di trasformazione
(che non è oggi l’avvento del comunismo, ma almeno la conquista
di una vera autonomia) con il Welfare, ecc.
Sono anche quelli che continuano a parlare di rentier (e vogliono solo
colpire chi ha qualche risparmio in Bot o obbligazioni) e del dominio
del capitale finanziario, questo – secondo loro – parassita
che porterà alla crisi e quindi alla fine del capitalismo e all’avvento
del comunismo; processo mai verificatosi in nessun periodo di crisi
(economica, politica, bellica; né grande né piccola).
La finanza – in un sistema capitalistico che perdurerà
ancora a lungo e non sarà certo rivoluzionato dai semplici desideri
di sognatori e chiacchieroni a vanvera – non è affatto
parassitario; essa semplicemente fornisce i mezzi per le strategie del
conflitto ai fini della supremazia complessiva. Non esiste un capitale
finanziario (alla Hilferding-Kautsky) che domina il povero lavoro salariato
inseguendo il più alto profitto in quanto massima estrazione
di pluslavoro/plusvalore (sfruttamento). Esistono gruppi diversi di
agenti capitalistici – intrecciandosi, all’interno di ognuno
di questi, rapporti economici, politici, cultural-ideologici –
in lotta per prevalere.
In questa lotta (veramente continua, anche se con fasi di differente
accentuazione) si accendono alleanze, che possono essere fra pari o
invece tra (pre)dominanti e (sub)dominanti. E naturalmente, le varie
posizioni possono mutare d’epoca in epoca in seguito al già
rilevato sviluppo ineguale dei capitalismi. La finanza serve al conflitto;
e in quest’ultimo – ed è su tale problema che si
deve esercitare l’attività teorica di un marxista –
essa può assumere, a seconda della configurazione geopolitica
dei pre e dei subdominanti, una funzione propulsiva a livello dell’industria
più innovativa e delle già considerate svariate pratiche
per acquisire potenza, oppure può porre “il tutto”
alle dipendenze dei (pre)dominanti, dietro congrua cointeressenza.
E’ esattamente quello che si sta verificando in Italia ad ogni
mossa dei nostri agenti (sub)dominanti; che si tratti di fusioni bancarie,
che si tratti di difendere l’italianità di pezzi dell’economia
o invece di inneggiare alla globalizzazione e al “libero”
mercato, che si tratti di porre sotto il giogo di Stato e finanza pezzi
dell’apparato industriale (vicenda Telecom come esempio “di
scuola”); sempre è all’opera un team della Goldman
Sachs (o addirittura il loro uomo piazzato al vertice del sistema bancario
italiano), punta di lancia dei (pre)dominanti statunitensi. La finanza,
dunque, funziona a certi fini nel paese centrale, per altri fini in
quelli non centrali come il nostro. In ogni caso, il parassitismo non
c’entra per nulla, se non nella testa malata dei “marxisti”,
ma non in quella sana dei marxisti.
D) Coloro che propugnano la nascita (difficilissima, lo so) di una
terza forza, debbono rendersi conto che la politica da seguire sarà
complicata da esigenze contraddittorie. Chi si pone entro il perverso
gioco tra schieramento D e schieramento S – accettando la funzione
di imbrigliare il lavoro salariato, cui dare saltuariamente qualche
contentino di tipo redistributivo, onde farne massa di manovra all’interno
del conflitto tra gruppi di agenti dominanti per la supremazia –
ha compiti relativamente facili. Basta far riferimento al conflitto
capitale/lavoro: i riformisti moderati per ottenere il contentino di
cui sopra, i finti “rivoluzionari” per recitare bene la
loro parte di radicali oppositori, per poi gradualmente passare, a gruppi
e a ondate, dalla parte dei primi. Anzi, alzare la voce, tuonare con
“terribile” radicalità, è estremamente utile
a questi “rinnegati”, che hanno fatto strame e sputtanato
completamente e “comunismo” e “marxismo”, per
vendersi al meglio.
Chi vuol veramente mutare le cose, sa che deve utilizzare “gli
opposti”, senza farne la sintesi, ma facendoli rimanere in campo
nella loro acuta contraddizione. E’ indispensabile che, sul piano
geopolitico globale, si partecipi alla lotta tra “predoni”,
e si prendano le misure adatte a sviluppare la propria potenza. Ho detto
quali sono queste misure e non le ripeto. In ogni caso, in Italia è
necessario difendere quelle poche grandi imprese che agiscono in settori
di punta, tecnologici ed energetici. Senza smembrare l’ENI malgrado
certi piani esiziali vengano presentati come un suo rafforzamento; senza
urlare contro la Finmeccanica perché produce quegli “arnesi”
che fanno impazzire i pacifisti scemi. Senza però appoggiare
la nostra ENEL se agisce per allargarsi a spese dell’indebolimento
di un settore rilevante in un paese come la Francia, in cui bisognerebbe
invece favorire l’affermarsi di quegli ambienti, economici e politici,
che sono, almeno oggettivamente, antiegemonici. In certi casi, bisogna
anche sapersi opporre ai conflitti capitale/lavoro, se questi hanno
prevalenti effetti fortemente negativi in tema di lotta antiegemonica.
Nel contempo, deve essere curato il problema della creazione di un blocco
sociale che appoggi la politica di autonomia e indipendenza, e di potenziamento
del proprio sistema-paese. Bisogna quindi certo colpire soprattutto
i grandi interessi laddove questi sono solo ricchezza indirizzata a
meri consumi opulenti; colpire la finanza laddove questa agisce in combutta
con i dominanti centrali, alimentando la deformazione della struttura
del nostro sistema-paese nel senso del puro mantenimento (ma per quanto
tempo ancora?) di un’aurea mediocrità da paese dipendente
“di lusso”. Debbono essere individuati i metodi, le ideologie
opportune, l’orientamento degli interessi pensato (e voluto) come
comune, al fine di abbattere quel muro di antipatie e diffidenze che
separa gli autonomi dai dipendenti, unendo invece gli strati medio-bassi
dei due raggruppamenti, entrambi costituiti di molti spezzoni sociali
diversificati.
E’ necessario, per quanto possibile, difendere questi strati medio-bassi
da tosature inutili e fatte passare per necessarie in omaggio ai miti
alimentati da ambienti finanziari dipendenti da quelli centrali; quindi
nessuna indulgenza per una UE del tipo di quella che ci ritroviamo,
con le sue fisime sul debito pubblico e il rapporto deficit/Pil. Nemmeno
però alcuna condiscendenza per politiche che poi, contraddittoriamente,
predicano lo sviluppo dal lato della domanda. Nessuna accettazione di
uno statalismo di principio, affermato in generale, che copre solo gli
interessi dei gruppi facenti parte del complesso finanziario (sub)dominante,
fra loro in conflitto per conquistare la “supremazia” nella
subordinazione ai dominanti centrali. Nessuna simpatia per un neoliberismo
che predica il “libero mercato” come impedimento all’espansione
di tutti i settori decisivi per l’autonomia e l’indipendenza
– che resterebbero principalmente concentrati nel sistema-paese
preminente – mentre fiorirebbero quelli della dipendenza nella
temporanea “aurea mediocrità”, del tutto fragile
ed esposta alle “scosse telluriche” (politiche ed economiche)
provenienti dal centro.
Bisogna riuscire ad unire gli strati medio-bassi in questione in una
visione di sviluppo del sistema-paese, ma per preparare successivamente
trasformazioni radicali dei suoi assetti di potere politico, da “prosciugare”
progressivamente in alto e da far “ingrossare” in basso.
Non certo, per carità!, con le “libere elezioni democratiche”;
dovremo, prima o poi, riprendere le lezioni storiche provenienti dai
Soviet, dalla Comune, ecc.; magari ripensandole un po’ più
adeguatamente e con maggior maturità, data l’esperienza
accumulata.
Le esigenze sopra esposte, pur genericamente, sono e saranno spesso
in contrasto fra loro; e sarà tassativo non tentare di armonizzarle
con compromessi che non fanno conseguire né maggiore potenza
né maggiore democrazia reale; peggio ancora se volessimo occultare
le contraddizioni con menzogne ideologiche che porrebbero le basi per
un “crollo” successivo. Non credo sia però utile
mettersi adesso a rimuginare su come gestire gli attriti che sorgerebbero
nella fortunata ipotesi di una (molto) futura affermazione della terza
forza qui preconizzata; non voliamo fin da subito nel mondo dei sogni.
Indichiamo solo il problema.
Gianfranco La Grassa 17 settembre 2006
N.B. Questo scritto, che è una sorta di documento, verrà
messo per un mese o due nel blog www.ripensaremarx.splinder.com Sarei
dell’opinione che gli interessati al suo contenuto, lo discutano;
poi si cercherà di incontrarsi. A quel punto, qualcuno riscriverà
il testo con aggiunte, aggiustamenti, ripensamenti vari (non stravolgimenti,
perché ovviamente non sarebbero ammessi). Infine, si vedrà
di pubblicarlo da qualche parte.