RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

LA VALENZA DELLA TEORIA (di F. D'Attanasio)


La teoria penso debba essere intesa fondamentalmente come uno strumento di cui servirsi nella pratica, per cui essa necessariamente deve semplificare la realtà, o meglio i vari aspetti di essa che ha come oggetto di analisi. E’ pura illusione quella di pensare che arricchendo e rendendo sempre più complessa la teoria, tramite la considerazione di un sempre maggior numero di fenomeni ed aspetti considerati secondari ma in qualche modo collegati alla problematica principale, ci si avvicini “asintoticamente” alla “verità”. La teoria ha una doppia valenza: scientifica e politica, e questi connotati non li possiamo tenere disgiunti, non possiamo cioè consolarci con la pretesa che i fatti empirici di ogni giorno dimostrerebbero la validità dell’insieme delle categorie e dei concetti che formano il corpo della teoria stessa; in realtà penso che i fatti possano essere usati ed in qualche modo “strumentalizzati” per dimostrare la validità di qualsiasi teoria, nella complessità del reale estrapolarne certi aspetti e trascurarne altri allo scopo di mostrare la giustezza della propria visione di fondo non è poi pratica molto difficoltosa (e comunque atteggiamento molto diffuso). Ciò che non va assolutamente trascurata è la forma di esistenza politica della teoria, in altri termini essa deve produrre degli effetti politici consoni alla sua impostazione di base, in caso contrario essa è “spazzatura” quantunque ci possa sembrare adeguata a spiegare, non dico la realtà in “toto” il che sarebbe un’autentica assurda pretesa, ma certe dinamiche socio-politiche inscritte in determinate sfere sociali. Ma è proprio in relazione alla doppia valenza di cui ho appena parlato che sorgono i più grossi problemi proprio perché manca il “laboratorio” con tutti gli annessi strumenti e mezzi di ogni genere nel quale e con i quali poter aver la possibilità di “verificare” e “sperimentare”; chiaramente l’analogia con le scienze fisico-naturali è alquanto impropria ma può essere utile per mettere in risalto il fatto che solo quando produce politicamente qualcosa di significativo un certo approccio teorico può essere considerato avere una certa rilevanza. Nel nostro caso il “laboratorio” non può che essere l’organizzazione, e parlo volutamente in maniera generica di organizzazione e non, per esempio, di partito, in quanto il partito (comunista) è stato una forma storicamente determinata di organizzazione politica di una passata esperienza rivoluzionaria ormai tramontata (con effetti tra l’altro del tutto fallimentari) che è impensabile possa essere riproposta tal quale in un futuro rivoluzionario che, ammesso che ci sarà, avrà dei connotati e delle caratteristiche completamente diversi. Dovrebbe essere l’organizzazione politica ad offrire alla teoria le condizioni storiche di possibilità o impossibilità, la base sperimentale e i problemi a partire dai quali il discorso scientifico inizia il suo lavoro; se l’elaborazione scientifica ci fornisce l’insieme dei concetti e delle categorie analitiche utilizzate come uno strumento da certe classi sociali attraverso le loro organizzazioni di riferimento e quindi connotano ed indirizzano le pratiche, alla stessa maniera le condizioni storiche concrete complessive all’interno delle quali le battaglie avvengono costringono di volta in volta (in quanto offrono il terreno di sperimentazione di dette teorie) non solo ad elaborare le strategie e le tattiche più adeguate ma soprattutto ad affinare e perfezionare questi strumenti. Chiaramente le strategie e le tattiche non discendono direttamente dalla teoria, nel senso che sia possibile da essa determinarle in maniera quasi deterministica, ma da tanti altri fattori: ad esempio di natura ideologico-culturale, dagli effettivi rapporti di forza, dalla connotazione sociale delle varie classi, dalla situazione geopolitica internazionale, dalle condizioni più prettamente economico-mercantili e dai tanti fatti contingenti. Quindi l’analisi teorica essendo prodotta in determinate condizioni storico-politiche, risente fortemente di esse, ma essa è tanto più critica e profonda quanto più se ne fa carico; questo comporta come conseguenza più immediata il fatto che ad esempio, nell’attuale fase, non ha senso parlare di classe proletaria (nel senso marxiano del termine), né di partito o di organizzazione politica di classe. Ciò a cui si potrebbe tendere (e questo lo dico in riferimento alla doppia valenza di cui parlo sopra), come obiettivo politico, (quindi lavorare con questo obiettivo, sicuramente comunque non di immediata realizzazione, e qui sarebbe da discutere anche le forme e i modi di detto lavoro) è l’aggregazione di individui ma anche di organizzazioni di vario genere; tale aggregazione chiaramente non può non nascere che intorno a dei ben precisi ed imprescindibili capisaldi teorici e politici, seppur di carattere abbastanza generale. Quindi la cartina di tornasole di una certo approccio teorico e politico nella fase attuale è ben altro rispetto al passato, quando l’organizzazione politica dava la possibilità di incidere concretamente sui rapporti non solo ideologici e culturali ma anche politici ed economici; ciò in cui oggi al massimo si può sperare è in una fase di accumulazione di forze a partire dalla quale si possa avviare un processo socio-politico più ampio e generale. L’importante a mio avviso è che ci si metta nell’ottica di pensare che la teoria per quanto possa essere “ragionata”, criticata, rivalutata, modificata, se non produce, dal punto di vista dell’altra valenza, quella politica, niente di significativo, ci condanna a rimanere assolutamente sterili ed inefficaci, essa diventa ideologia nel senso peggiore del termine, tesa esclusivamente a legittimare la propria identità o peggio ancora la pura attività accademica volta quest’ultima solamente a riprodurre certi mini apparati culturali.
Il fallimento del comunismo non può essere ascritto semplicemente alle debolezze teoriche del marxismo, ma piuttosto esso deve essere concepito come prodotto di una particolare fase storica della lotta di classe, quindi non derivante esclusivamente dall’incapacità a dotarsi da parte del proletariato, nel corso dell’evoluzione storica della lotta stessa, di strumenti teorici ed analitici all’altezza dei tempi (dello sviluppo del modo di produzione capitalistico) in grado di fornire delle corrette vie interpretative delle dinamiche sociali, bisogna mettere in conto anche il fallimento della strategia rivoluzionaria dei partiti comunisti. Oggi che non esiste un’organizzazione rivoluzionaria, che non esiste la classe rivoluzionaria, il lavoro (teorico e politico) prioritario da svolgere è fondamentalmente ideologico cioè volto a mostrare come il lavoro teorico è prioritario rispetto alla prassi, che quest’ultimo deve essere orientato ad individuare i veri problemi (distinguendoli dai falsi e ponendoli in una determinata maniera) e che il lavoro politico deve essere finalizzato all’organizzazione del lavoro teorico stesso. Ma il lavoro ideologico non deve essere completamente astratto, vale a dire completamente avulso dalle lotte quotidiane interne alla riproduzione dei rapporti capitalistici, quali ad esempio quelle finalizzate alla redistribuzione del reddito, alla difesa e/o conquista di determinati diritti ecc., queste ultime devono essere rese funzionali al lavoro ideologico stesso, devono servire per dimostrare l’importanza di detta impostazione generale. Quindi tra il lavoro (teorico) di analisi scientifica della società e lavoro più prettamente e generalmente inteso, politico (nel senso di elaborazione di un programma politico generale), esiste attualmente un solco che nell’immediato pensare di poter colmare è pura fantasia. Quel che fa da cinghia di trasmissione tra i due aspetti è proprio l’organizzazione politica, che oggi non esiste e non si ha nemmeno la minima idea su quali basi sociali essa possa nascere. In ciò è insito il rischio del teoricismo, che non consiste appunto nell’assegnare la priorità all’elaborazione scientifica, quanto nel trascurare le condizioni concrete, effettive dei rapporti sociali e di cadere inevitabilmente nell’astrattezza di cui parlo sopra. Ma la costruzione dell’organizzazione non può avvenire d’imperio, per volontà di pochi “illuminati” dalla scienza sociale marxista o che dir si voglia, deve prodursi quasi spontaneamente e necessariamente da effettive spinte sociali di massa facenti capo ad aggregazioni di individui, movimenti, organizzazioni varie stabili, che riescano ad avere una visibilità sociale di una qualche rilevanza e costanza in quanto dotati di una certa radicalità sociale, capaci quindi di veicolare una certa cultura, un certo insieme di “valori”, cioè una certa ideologia. Le condizioni migliori per l’elaborazione teorica le offre l’organizzazione politica in base alla prassi che essa riesce a sviluppare e a mettere in campo, è questa che pone continuamente all’ordine del giorno i reali problemi ed aspetti su cui focalizzare l’analisi teorica, è questa appunto che ci permette di sperimentare la giustezza o meno di certe categorie e posizioni teoriche.
La proposta politica della “Terza Forza” costituisce sicuramente un tentativo di ricostruire una certa prospettiva storica, un tentativo di far “coagulare” delle forze sociali intorno ad un progetto seppur appena abbozzato (ma non potrebbe essere altrimenti data la particolare fase storica che stiamo vivendo, caratterizzata fondamentalmente dalla sconfitta del comunismo del secolo appena trascorso, i cui esiti sono stati disastrosi avendo annientato letteralmente, non solo nel breve ma anche nel medio-lungo periodo ogni tentativo di ripresa di una progettualità anticapitalistica), ma essa probabilmente, a mio avviso, già di per sé si spinge troppo in là rispetto a quelle che dovrebbero essere le attuali priorità politiche (così come ho tentato di chiarire sopra), c’è il rischio che essa cada nel vuoto, che non trovi interlocutori proprio perché non elaborato all’interno di un più ampio lavoro condiviso da forze sociali ben radicate e dotate di una certa influenza che realmente spingano in una certa direzione avendo come forza e supporto di base larghi strati sociali. Personalmente la condivido e la ritengo “giusta” solo perché essa scaturisce da certi presupposti, assunti teorici di base che mi trovano d’accordo, frutto del lavoro di decostruzione e ricostruzione della teoria marxista che La Grassa sta portando avanti con dei risultati molto apprezzabili, ma essa è appunto solo una conseguenza logica-razionale e non ha attualmente nessuna forza sociale che la possa veicolare. Se essa non produrrà effettivamente ciò cui auspica (politicamente, almeno a grandi linee) bisognerà essere pronti a criticarla per modificarla o anche superarla del tutto, facendo un lavoro a ritroso (scientificamente e razionalmente parlando) fino a mettere di nuovo in discussione quei presupposti da cui essa è scaturita; ma non solo sarà necessario ciò, sarà anche necessario riprendere in considerazione anche le strategie di lotta (ideologica) utilizzate.


Gennaio 2007