LA VALENZA DELLA TEORIA (di F. D'Attanasio)
La teoria penso debba essere intesa fondamentalmente come uno strumento
di cui servirsi nella pratica, per cui essa necessariamente deve semplificare
la realtà, o meglio i vari aspetti di essa che ha come oggetto
di analisi. E’ pura illusione quella di pensare che arricchendo
e rendendo sempre più complessa la teoria, tramite la considerazione
di un sempre maggior numero di fenomeni ed aspetti considerati secondari
ma in qualche modo collegati alla problematica principale, ci si avvicini
“asintoticamente” alla “verità”. La teoria
ha una doppia valenza: scientifica e politica, e questi connotati non
li possiamo tenere disgiunti, non possiamo cioè consolarci con
la pretesa che i fatti empirici di ogni giorno dimostrerebbero la validità
dell’insieme delle categorie e dei concetti che formano il corpo
della teoria stessa; in realtà penso che i fatti possano essere
usati ed in qualche modo “strumentalizzati” per dimostrare
la validità di qualsiasi teoria, nella complessità del
reale estrapolarne certi aspetti e trascurarne altri allo scopo di mostrare
la giustezza della propria visione di fondo non è poi pratica
molto difficoltosa (e comunque atteggiamento molto diffuso). Ciò
che non va assolutamente trascurata è la forma di esistenza politica
della teoria, in altri termini essa deve produrre degli effetti politici
consoni alla sua impostazione di base, in caso contrario essa è
“spazzatura” quantunque ci possa sembrare adeguata a spiegare,
non dico la realtà in “toto” il che sarebbe un’autentica
assurda pretesa, ma certe dinamiche socio-politiche inscritte in determinate
sfere sociali. Ma è proprio in relazione alla doppia valenza
di cui ho appena parlato che sorgono i più grossi problemi proprio
perché manca il “laboratorio” con tutti gli annessi
strumenti e mezzi di ogni genere nel quale e con i quali poter aver
la possibilità di “verificare” e “sperimentare”;
chiaramente l’analogia con le scienze fisico-naturali è
alquanto impropria ma può essere utile per mettere in risalto
il fatto che solo quando produce politicamente qualcosa di significativo
un certo approccio teorico può essere considerato avere una certa
rilevanza. Nel nostro caso il “laboratorio” non può
che essere l’organizzazione, e parlo volutamente in maniera generica
di organizzazione e non, per esempio, di partito, in quanto il partito
(comunista) è stato una forma storicamente determinata di organizzazione
politica di una passata esperienza rivoluzionaria ormai tramontata (con
effetti tra l’altro del tutto fallimentari) che è impensabile
possa essere riproposta tal quale in un futuro rivoluzionario che, ammesso
che ci sarà, avrà dei connotati e delle caratteristiche
completamente diversi. Dovrebbe essere l’organizzazione politica
ad offrire alla teoria le condizioni storiche di possibilità
o impossibilità, la base sperimentale e i problemi a partire
dai quali il discorso scientifico inizia il suo lavoro; se l’elaborazione
scientifica ci fornisce l’insieme dei concetti e delle categorie
analitiche utilizzate come uno strumento da certe classi sociali attraverso
le loro organizzazioni di riferimento e quindi connotano ed indirizzano
le pratiche, alla stessa maniera le condizioni storiche concrete complessive
all’interno delle quali le battaglie avvengono costringono di
volta in volta (in quanto offrono il terreno di sperimentazione di dette
teorie) non solo ad elaborare le strategie e le tattiche più
adeguate ma soprattutto ad affinare e perfezionare questi strumenti.
Chiaramente le strategie e le tattiche non discendono direttamente dalla
teoria, nel senso che sia possibile da essa determinarle in maniera
quasi deterministica, ma da tanti altri fattori: ad esempio di natura
ideologico-culturale, dagli effettivi rapporti di forza, dalla connotazione
sociale delle varie classi, dalla situazione geopolitica internazionale,
dalle condizioni più prettamente economico-mercantili e dai tanti
fatti contingenti. Quindi l’analisi teorica essendo prodotta in
determinate condizioni storico-politiche, risente fortemente di esse,
ma essa è tanto più critica e profonda quanto più
se ne fa carico; questo comporta come conseguenza più immediata
il fatto che ad esempio, nell’attuale fase, non ha senso parlare
di classe proletaria (nel senso marxiano del termine), né di
partito o di organizzazione politica di classe. Ciò a cui si
potrebbe tendere (e questo lo dico in riferimento alla doppia valenza
di cui parlo sopra), come obiettivo politico, (quindi lavorare con questo
obiettivo, sicuramente comunque non di immediata realizzazione, e qui
sarebbe da discutere anche le forme e i modi di detto lavoro) è
l’aggregazione di individui ma anche di organizzazioni di vario
genere; tale aggregazione chiaramente non può non nascere che
intorno a dei ben precisi ed imprescindibili capisaldi teorici e politici,
seppur di carattere abbastanza generale. Quindi la cartina di tornasole
di una certo approccio teorico e politico nella fase attuale è
ben altro rispetto al passato, quando l’organizzazione politica
dava la possibilità di incidere concretamente sui rapporti non
solo ideologici e culturali ma anche politici ed economici; ciò
in cui oggi al massimo si può sperare è in una fase di
accumulazione di forze a partire dalla quale si possa avviare un processo
socio-politico più ampio e generale. L’importante a mio
avviso è che ci si metta nell’ottica di pensare che la
teoria per quanto possa essere “ragionata”, criticata, rivalutata,
modificata, se non produce, dal punto di vista dell’altra valenza,
quella politica, niente di significativo, ci condanna a rimanere assolutamente
sterili ed inefficaci, essa diventa ideologia nel senso peggiore del
termine, tesa esclusivamente a legittimare la propria identità
o peggio ancora la pura attività accademica volta quest’ultima
solamente a riprodurre certi mini apparati culturali.
Il fallimento del comunismo non può essere ascritto semplicemente
alle debolezze teoriche del marxismo, ma piuttosto esso deve essere
concepito come prodotto di una particolare fase storica della lotta
di classe, quindi non derivante esclusivamente dall’incapacità
a dotarsi da parte del proletariato, nel corso dell’evoluzione
storica della lotta stessa, di strumenti teorici ed analitici all’altezza
dei tempi (dello sviluppo del modo di produzione capitalistico) in grado
di fornire delle corrette vie interpretative delle dinamiche sociali,
bisogna mettere in conto anche il fallimento della strategia rivoluzionaria
dei partiti comunisti. Oggi che non esiste un’organizzazione rivoluzionaria,
che non esiste la classe rivoluzionaria, il lavoro (teorico e politico)
prioritario da svolgere è fondamentalmente ideologico cioè
volto a mostrare come il lavoro teorico è prioritario rispetto
alla prassi, che quest’ultimo deve essere orientato ad individuare
i veri problemi (distinguendoli dai falsi e ponendoli in una determinata
maniera) e che il lavoro politico deve essere finalizzato all’organizzazione
del lavoro teorico stesso. Ma il lavoro ideologico non deve essere completamente
astratto, vale a dire completamente avulso dalle lotte quotidiane interne
alla riproduzione dei rapporti capitalistici, quali ad esempio quelle
finalizzate alla redistribuzione del reddito, alla difesa e/o conquista
di determinati diritti ecc., queste ultime devono essere rese funzionali
al lavoro ideologico stesso, devono servire per dimostrare l’importanza
di detta impostazione generale. Quindi tra il lavoro (teorico) di analisi
scientifica della società e lavoro più prettamente e generalmente
inteso, politico (nel senso di elaborazione di un programma politico
generale), esiste attualmente un solco che nell’immediato pensare
di poter colmare è pura fantasia. Quel che fa da cinghia di trasmissione
tra i due aspetti è proprio l’organizzazione politica,
che oggi non esiste e non si ha nemmeno la minima idea su quali basi
sociali essa possa nascere. In ciò è insito il rischio
del teoricismo, che non consiste appunto nell’assegnare la priorità
all’elaborazione scientifica, quanto nel trascurare le condizioni
concrete, effettive dei rapporti sociali e di cadere inevitabilmente
nell’astrattezza di cui parlo sopra. Ma la costruzione dell’organizzazione
non può avvenire d’imperio, per volontà di pochi
“illuminati” dalla scienza sociale marxista o che dir si
voglia, deve prodursi quasi spontaneamente e necessariamente da effettive
spinte sociali di massa facenti capo ad aggregazioni di individui, movimenti,
organizzazioni varie stabili, che riescano ad avere una visibilità
sociale di una qualche rilevanza e costanza in quanto dotati di una
certa radicalità sociale, capaci quindi di veicolare una certa
cultura, un certo insieme di “valori”, cioè una certa
ideologia. Le condizioni migliori per l’elaborazione teorica le
offre l’organizzazione politica in base alla prassi che essa riesce
a sviluppare e a mettere in campo, è questa che pone continuamente
all’ordine del giorno i reali problemi ed aspetti su cui focalizzare
l’analisi teorica, è questa appunto che ci permette di
sperimentare la giustezza o meno di certe categorie e posizioni teoriche.
La proposta politica della “Terza Forza” costituisce sicuramente
un tentativo di ricostruire una certa prospettiva storica, un tentativo
di far “coagulare” delle forze sociali intorno ad un progetto
seppur appena abbozzato (ma non potrebbe essere altrimenti data la particolare
fase storica che stiamo vivendo, caratterizzata fondamentalmente dalla
sconfitta del comunismo del secolo appena trascorso, i cui esiti sono
stati disastrosi avendo annientato letteralmente, non solo nel breve
ma anche nel medio-lungo periodo ogni tentativo di ripresa di una progettualità
anticapitalistica), ma essa probabilmente, a mio avviso, già
di per sé si spinge troppo in là rispetto a quelle che
dovrebbero essere le attuali priorità politiche (così
come ho tentato di chiarire sopra), c’è il rischio che
essa cada nel vuoto, che non trovi interlocutori proprio perché
non elaborato all’interno di un più ampio lavoro condiviso
da forze sociali ben radicate e dotate di una certa influenza che realmente
spingano in una certa direzione avendo come forza e supporto di base
larghi strati sociali. Personalmente la condivido e la ritengo “giusta”
solo perché essa scaturisce da certi presupposti, assunti teorici
di base che mi trovano d’accordo, frutto del lavoro di decostruzione
e ricostruzione della teoria marxista che La Grassa sta portando avanti
con dei risultati molto apprezzabili, ma essa è appunto solo
una conseguenza logica-razionale e non ha attualmente nessuna forza
sociale che la possa veicolare. Se essa non produrrà effettivamente
ciò cui auspica (politicamente, almeno a grandi linee) bisognerà
essere pronti a criticarla per modificarla o anche superarla del tutto,
facendo un lavoro a ritroso (scientificamente e razionalmente parlando)
fino a mettere di nuovo in discussione quei presupposti da cui essa
è scaturita; ma non solo sarà necessario ciò, sarà
anche necessario riprendere in considerazione anche le strategie di
lotta (ideologica) utilizzate.
Gennaio 2007