Da Comunità e Resistenza, rivista del gruppo
Comunitarismo. Ringraziamo gli amici di Comunitarismo per averci inviato
il file della risposta di Preve.
Torino, dicembre 2006
Risposta a Gianfranco La Grassa.
Limitare i fraintendimenti. Proseguire la discussione. Perseguire un
terreno comune di dibattito.
Di Costanzo Preve
Ringrazio Gianfranco La Grassa (d’ora in poi GLG) per aver dedicato
tempo ed impegno alla mia critica. Credo che ai nostri lettori non interessi
un litigio rancoroso fra suocere bisbetiche (cosa che peraltro non siamo),
ma il chiarimento di temi effettivamente complessi e controversi. In
questo spirito offrirò alla riflessione alcune considerazioni.
1. Non mi autodefinirei tanto “hegeliano”, quanto un “idealista
materialista”, pur sapendo bene che questo ossimoro farebbe subito
sorridere i più educati e sghignazzare i più maleducati
fra gli orecchianti del dibattito filosofico. Mi considero infatti pienamente
“idealista” nel senso di Hegel, in quanto ritengo che nella
pratica specificatamente filosofica siamo tutti “idealisti”,
compreso i materialisti che trasformano quasi sempre la Materia in una
idea astratta unificatrice che fa da “fondamento” o da “sostanza”
ai loro sistemi. E mi considero “materialista” nel senso
di Marx, se questo termine allude ad uno strutturalismo sociale dei
modi di produzione o ad un metodo di deduzione sociale (e non trascendentale
e/o innato) delle categorie filosofiche e del loro eventuale utilizzo
ideologico classista.
Naturalmente, quanto dico verrebbe considerato insensato da coloro che
pensano che Idealismo e Materialismo siano in opposizione bipolare.
Ma ci sono anche coloro che pensano che Oggi (non ieri, in cui lo erano
veramente, ma oggi) Destra e Sinistra siano in opposizione bipolare.
Ebbene, così come rifiuto, con fondati argomenti, il ricatto
sistemico del bipolarismo forzato Destra/Sinistra, nello stesso modo
rifiuto, spero con fondati argomenti (che desidererei fossero presi
in considerazione, e assicuro che la mia moderata animosità nasce
proprio dal fatto che ciò non avviene, ed è propriamente
questo, e solo questo, che mi irrita, e non certo l’esternazione
di opinioni confliggenti, che anzi non mi irrita proprio per niente)
la dicotomia bipolare Idealismo/Materialismo.
Sono dunque un “idealista” al 100% che utilizza sistematicamente
il “materialismo” di Marx sia nell’analisi sociale
dei modi di produzione sia nella deduzione sociale delle categorie filosofiche
e ideologiche.
2. Non sono amante delle citazioni, ma a volte possono essere utili.
Questa è di Benedetto Croce (1937) e si intitola “Antidealismo
e scempiaggine”. Cito l’essenziale: «[…] si
viene gridando al presunto avversario la “realtà del mondo
esterno”. Che significa “esterno”? Ha senso, in filosofia,
questo termine proprio dell’ambito delle scienze naturali, che
logicamente si attengono al mero fenomeno e lo pongono perciò
“esterno”, con rapporto ad un “interno”, cioè
al modo di pensare filosofico, del quale esse a ragione (sottolineatura
mia, CP) si disinteressano? C’è uomo al mondo che possa
pensare davvero una cosa “esterna” allo spirito umano, ad
esso pertinente ed estranea? Come farebbe ad entrarvi in relazione?
E cosa avrebbe poi da dirle? E a che cosa gli servirebbe? [...]».
Don Benedetto ha perfettamente ragione, e coglie a mio avviso il centro
del problema. Io non sono per nulla un suo seguace, né sul piano
politico (mi considero infatti un comunista di tipo neo-comunitarista
e non certo un liberale filocapitalista), né su quello filosofico,
e in compagnia di Francesco Valentini ritengo che egli, in rapporto
ad Hegel, non abbia attuato una “riforma” migliorativa della
dialettica, ma una sua “controriforma peggiorativa”. E tuttavia
qui Croce coglie l’essenziale. Il mondo non è “esterno”
per sua essenza propria, ma la sua esternità è un’operazione
necessaria per la costituzione disciplinare delle scienze naturali moderne
(Galileo, Newton, Lavoisier, Darwin, eccetera), mentre non appena l’esterno
e l’interno, che di per sé esistono solo astrattamente,
entrano in rapporto, ogni filosofia possibile è per sua natura
idealismo, ivi compresi Epicuro, Lucrezio, Marx, Althusser e La Grassa.
3. Pur senza nominarlo, GLG fa un identikit di Preve come “filosofo
hegeliano” che corrisponde al noto cliché dell’antipatia
verso Hegel e che compendierò brevemente in quattro punti:
(1). Il filosofo non ha studiato nessuna delle scienze naturali serie,
e tuttavia ritiene egualmente possibile il poter concionare sul “mondo”.
(2). Il filosofo ritiene che la filosofia sia la Scienza delle Scienze,
o se vogliamo il Fondamento di tutte le altre scienze, e lo ritiene
pur senza aver mai studiato nessuna scienza particolare.
(3). Inoltre, in sintonia con il suo maestro Hegel, egli si ritiene
Dio, o almeno quanto di più simile o vicino a Dio ci sia nel
mondo.
(4). Di conseguenza, e per concludere, chi parta dai punti (1), (2),
(3), nella peggiore delle ipotesi è un coglione, e nella migliore
un innocuo chiacchierone cui è bene preferire un artista dichiarato
(tesi di Carnap che GLG riprende gloriosamente).
Tutto ciò non mi spaventa affatto. Conosco nei dettagli l’antipatia
verso Hegel e il suo disprezzo verso la filosofia, ritenuta inutile
(variante di destra) oppure utile solo al “fronte” della
mobilitazione ideologica (variante di sinistra). Mi confronto con queste
stupidaggini da quasi mezzo secolo. Mi limiterò qui allora a
brevi chiarimenti, che so perfettamente inutili, perché non c’è
peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma li farò lo stesso.
4. In primo luogo, non provo nessun complesso di colpa per non aver
studiato in una facoltà scientifica, in quanto accetto e rispetto
la divisione sociale del sapere, che ha come premessa quella divisione
sociale del lavoro che ha permesso darwinianamente non solo l’evoluzione
della specie, ma la sua stessa sopravvivenza. Per me un filosofo, un
fisico e un chimico sono come un raccoglitore, un pescatore e un vasaio,
e questo non implica ovviamente nessuna presunta “superiorità”
o “inferiorità”. Sono invece contrario alle presuntuose
“interferenze” o “invasioni di campo disciplinare”,
in cui generalmente si distinguono non tanto i filosofi (che hanno in
genere verso gli scienziati il complesso di inferiorità che le
biciclette hanno verso i TIR), quanto gli scienziati, che al 95% disprezzano
la filosofia ed entrano in essa sempre a “gamba tesa” dicendo
le più incredibili e disinformate sciocchezze.
In secondo luogo, io non penso affatto (e per quanto ne so neppure Hegel)
che la filosofia sia la scienza delle scienze oppure il fondamento di
tutte le scienze naturali e sociali. Se GLG lo attribuisce a me o a
Hegel, è vittima di un equivoco. La concezione per cui la Filosofia
sarebbe la scientia scientiarum è tipica della teologia domenicana
del medioevo, ed è del tutto estranea a me (ed a Hegel).L’idea
che la Filosofia sia il fondamento di tutte le scienze è tipica
del positivismo (in cui la filosofia è però ridotta a
metodologia “positiva” postmetafisica) oppure del defunto
materialismo dialettico sovietico. GLG se la prende con i mulini a vento,
e mi irrita il fatto che non si sia mai premurato di chiarirsi le idee
su questo punto, e che continui a ripetere “per sentito dire”
alcuni colossali pregiudizi.
In terzo luogo, non credo proprio che Hegel si sentisse Dio, ed è
sicuro che almeno io non mi sento tale. Bisogna inoltre fare attenzione
all’uso semantico differenziato della paroletta Dio. Per Spinoza
voleva dire semplicemente la Natura, interna ed esterna, e cioè
umana e fisica. Per Stuart Mill voleva dire il processo “borghese”
di evoluzione morale umana. Eccetera. Per Hegel (e qui interpreto liberamente)
Dio significava il massimo grado storico possibile di autocoscienza
umana intesa non soggettivamente ed empiricamente, ma come concetto
trascendentale riflessivo. Ma probabilmente per GLG il concetto di Dio
è quello di un parroco veneto degli anni Cinquanta, e allora
in effetti chi si credesse tale sarebbe lo scemo del paese rincoglionito
dai bicchieri di vino tracannati nelle osterie del Trevigiano. Ma Hegel
(e Preve) non c’entrano niente.
In quarto luogo, per finire, ma questo riguarda solo me e Hegel non
ne è responsabile, la filosofia (o più esattamente, il
suo statuto sia conoscitivo che politico-sociale) non è la scienza
delle scienze, non è il fondamento di tutte le altre scienze,
non è una semplice ideologia (come hanno pensato ahimé
tutti i marxisti, da Engels a Lukács), ma è la forma storica
con cui è stata pensata l’unione fra il significato particolare
della vita singola dell’individuo e il giudizio sulla totalità
della vita sociale concepita come un insieme concettualmente e moralmente
unitario. L’irritazione verso l’amico GLG sta solo nel fatto
che evidentemente in quasi trent’anni non me lo ha mai chiesto.
Glielo avrei detto gratis, e ci saremmo risparmiati questi pittoreschi
equivoci (credersi Dio, credersi titolare di una superscienza, eccetera).
5. Nel suo primo libro pubblicato (cfr. Struttura economica e società,
Editori Riuniti, Roma, settembre 1973), GLG “esordisce”
con la critica della concezione “economicistica” del primato
dello sviluppo “neutrale” delle forze produttive. Bene,
ora la sua apologia dello sviluppo delle forze produttive in India ed
in Cina come solo modo di opporsi all’egemonismo americano (apologia
che paradossalmente anch’io condivido, ma per una semplice ragione
geopolitica ed anti-imperiale, e non certo per deduzione da un “marxismo
creativo”) rovescia di 180 gradi il GLG del 1973. Niente di male.
Anch’io ho rovesciato (mai però di 180 gradi come GLG)
le mie convinzioni giovanili.
E non mi si dica che neppure Mao o Bettelheim erano “contro”
lo sviluppo delle forze produttive. Bella scoperta! Lo so benissimo!
Ma qui si sta trattando di ben altro. Si tratta, infatti, del rafforzamento
dei rapporti di produzione capitalistici all’interno di questo
modo specifico di sviluppare le forze produttive. Vogliamo parlare di
questo, e non pigliarcela con il facile bersaglio della denuncia del
“luddismo”, eccetera?
6. A proposito della dissoluzione degli esperimenti sociali del cosiddetto
“socialismo reale” GLG ripete due volte che il fattore storico
decisivo è stata la sconfitta sul piano dello sviluppo delle
forze produttive rispetto ai metodi ed ai contenuti del “normale”
sviluppo capitalistico. La vecchia ipotesi “stagnazionistica”
della cosiddetta “putrefazione delle forze produttive”,
cavallo di battaglia del marxismo terzinternazionalistico, ipotesi originariamente
applicata al destino “crollistico” del normale capitalismo,
GLG la applica ora alla storia fallimentare del socialismo reale, sconfitto
proprio sul terreno in cui pensava mezzo secolo fa di sconfiggere il
capitalismo. Ma come io ho sempre ritenuto economicistiche (ed errate)
le teorie stagnazionistiche applicate al capitalismo “normale”,
le ritengo egualmente economicistiche (ed errate) applicate ora al socialismo
reale. Un cubo rovesciato è sempre un cubo.
Certo, la spiegazione di GLG è di tipo classico, ed è
migliore delle teorie di tipo corruttivo (la burocrazia comunista, essendo
corrotta ed infame, si è comportata in modo corrotto ed infame).
Esiste tutta una Classe di Teorie Tautologiche (CTT), basata sulla categoria
di Tradimento. Il socialismo sarebbe caduto per opera di un grande Tradimento
di Traditori. Questa spiegazione puerile serve a rassicurare moralmente
i “puri”, che in questo modo vengono confermati nell’idea
che “se ci fossero stati loro al posto di comando” non avrebbero
tradito, avrebbero eliminato per tempo Gorbaciov, Eltsin e Deng Hsiao
Ping, eccetera, eccetera.
Di fronte a queste sciocchezze, persino la spiegazione economicistica
di GLG è di tipo “scientifico”. Ma ciò non
toglie che a mio avviso sia egualmente sbagliata, e non solo sbagliata,
ma radicalmente sbagliata. Essa si basa sulla preventiva accettazione
della teoria dell’epoca di Breznev come di “stagnazione”
(ma ne siamo proprio sicuri?) e dell’epoca di Mao 1956-1976 come
di “fanatismo ideologico anti-economico” (ma ne siamo proprio
sicuri?).
Io propongo un’altra linea di ricerca e di ipotesi, quella “classistica”,
ispirata peraltro dalla teoria di Marx del primato dei rapporti di produzione.
Credo che il fenomeno della dissoluzione implosiva del socialismo reale
sovietico ed europeo 1989-1991 e del mutamento epocale dello sviluppo
in Cina dopo il 1976 sia integralmente sociale e non certo “economico”,
e tanto meno scientifico-tecnologico. Si è trattato, in breve,
di una controrivoluzione sociale (che potremmo anche chiamare “rivoluzione”,
ma non sono le parolette che contano), promossa da gruppi socialmente
ben specifici. Non dispongo ancora di una terminologia sociologica scientificamente
soddisfacente, ma in prima approssimazione potremmo parlare di una sinergia
fra una sorta di “classe media sovietica” (il termine è
forse inesatto, ma ci si può capire) alleata con settori della
nomenklatura burocratica di partito e di dirigenti d’industria,
con sostegno esterno americano, sionista e mafioso classico, che ha
facilmente prevalso su gruppi “conservatori” di classe operaia
e di burocrazia tradizionale.
Non c’è qui lo spazio per approfondire la questione. Ma
la via da percorrere deve essere ispirata all’esame dei rapporti
sociali di produzione di tipo “socialista”, e non certo
la via tautologica e facile del mancato sviluppo delle forze produttive.
E qui GLG, che a suo tempo si sbagliò connotando come semplicemente
“capitalistica” la formazione sociale sovietica (giudizio
che a quanto mi risulta ha recentemente modificato), si sbaglia anche
ora con questa spiegazione meccanicistico-economicistica sulla dissoluzione
del socialismo reale, dissoluzione che fu cristallinamente classistica
e sociale, e non certo economico-tecnologica. Ma qui la discussione
deve non solo continuare, ma addirittura ancora incominciare.
7. L’antipatia di GLG per cose come il comunitarismo e la decresita
è tale da rendere impossibile a mio avviso un confronto razionale
e non “viscerale”. Che la cosiddetta “gente”
non voglia la decrescita, ma anzi voglia il consumismo crescente basta
andare in un centro commerciale per capirlo. E con questo? Deve forse
per questo il marxista rinunciare al tema della “qualità
dello sviluppo” ed al tema dei bisogni indotti dalla pubblicità?
Bisogna forse per questo schiacciarsi sul tipo di bisogni e di consumi
promosso dal capitalismo, considerando primitivo ogni accenno di critica
ad essi?
Eppure è proprio quello che GLG fa, con quell’astio e quella
animosità di cui così frequentemente mi rimprovera. Eppure
a proposito della cosiddetta “terza forza” parla esplicitamente
di “finzione teorica”, nel senso che anche se per ora gli
sembra ancora inapplicabile non per questo bisogna rinunciare a pensarne
le modalità di esercizio. E allora perché se si può
parlare di terza forza come finzione teorica non si può parlare
anche di decrescita come finzione teorica? Perché della prima
sì e della seconda no?
Lo bene il perché, visto che conosco bene GLG. GLG si muove sulla
base di simpatie e di antipatie viscerali, e persino le “finzioni
teoriche” sono subordinate a questo parametro “umorale”,
del resto insistentemente riconosciuto e rivendicato da molti stilemi
espressivi dei suoi testi.
8. Un chiarimento sulla questione della cosiddetta Nuova Destra (ND).
Faccio il solenne annuncio che Preve non si confronta per nulla con
la ND, che considera peraltro esaurita da un decennio circa, ma si confronta
con una cosa del tutto diversa, che potremmo definire la Ex Nuova Destra
(END). Ora, ND e END non sono la stessa cosa, e siccome non lo sono,
è bene che qui il chiarimento sia realmente radicale.
La Nuova Destra (ND) è stata un movimento culturale e matapolitico
(ho detto metapolitico, non politico, e quindi non deve essere confuso
con gli innumerevoli gruppetti politici della destra estrema), durata
circa un ventennio (1975-1995), informalmente diretta dal francese Alain
de Benoist, che ha cercato di sistematizzare e di coerentizzare un profilo
decente di una Destra Idealtipica (e quindi fattualmente inesistente).
Essa non esiste più, perché lo stesso de benoist in recentissime
insistite interviste (vedi gli ultimi numeri delle sue tre riviste Elements,
Nouvelle Ecole e Krisis) ha ripetutamente affermato che non si sente
più in alcun modo di “destra”, nuova o vecchia che
sia. Ed è infatti non con la ND, ma con la Ex Nuova Destra (END)
che io mi sono recentemente confrontato (cfr. C. Preve, Il paradosso
de Benoist, Settimo Sigillo, Roma 2006). La Destra, infatti, mi è
talmente spiritualmente lontana che non saprei proprio su cosa esattamente
confrontarmi, e finirebbe con l’essere un dialogo fra sordi, del
tipo di quelli che la spettacolarizzazione televisiva propone continuamente
per eccitare l’identificazione ideologica sportiva delle masse
passivizzate.
Altra cosa è appunto la END. Quest’ultima si è accorta,
più o meno fra il 1995 ed il 2000, con l’accelerazione
a partire dal 1999 (guerra del Kosovo) e dal 2003 (guerra degli USA
contro l’Irak), che lo scenario mondiale era radicalmente cambiato,
che il suo nemico principale non era più il comunismo ateo, materialista
ed omologatore-livellatore, ma era diventato l’impero americano,
il suo sacerdozio spirituale sionista, la banda intellettuale interventista
dei cosiddetti “diritti umani” e della democrazia come articolo
di esportazione armata e come codice d’accesso al Politicamente
Corretto/Pensiero Unico.
A causa dei residui metafisici della cosiddetta Attualità dell’Antifascismo
(che fu una cosa storicamente buona e legittima fra il 1919 ed il 1945,
ma che oggi è meno attuale della legislazione sumerica ed assiro-babilonese)
la sinistra è in ritardo di circa un decennio sulla stessa nuova
destra, ed è per questo che a mio avviso (ed io ho cercato di
darne l’esempio, sia pure inutilmente) devono finire i virtuosi
ostracismo contro riviste tipo Eurasia. Ma questo richiede un piccolo
intermezzo.
9. Apriamo un piccolo intermezzo. Che cosa hanno in comune personaggi
tanto diversi come l’italiano Silvio Berlusconi ed il cinese Mao
Tse Tung, al di là della loro diversa dimensione storica? Hanno
in comune il fatto di individuare entrambi il nemico principale, oppure
quello che in linguaggio filosofico si chiama l’aspetto principale
della contraddizione dialettica. Ed allora, a differenza del notabile
sardo nuragicamente testardo Mariotto Segni, Berlusconi capisce che
dopo il 1991 si è entrati in un periodo storico nuovo, e bisogna
assemblare politicamente tutti, da Fini a Bossi, da Rauti e la Mussolini
a Adornato e i radicali sionisti e liberisti estremisti, tipo Della
Vedova. Nello stesso modo Mao Tse Tung, una volta scatenata l’invasione
giapponese, pensa che bisogna assemblare tutte le forze anti-giapponesi
esistenti in Cina.
Ebbene, ciò che Berlusconi ha fatto nel 1994 e Mao ha fatto nel
1937 dobbiamo farlo noi oggi. Oggi c’è un nemico principale,
l’impero americano, il suo sacerdozio religioso-messianico sionista
ed il codazzo subalterno dei ceti intellettuali e giornalistici dell’interventismo
umanitario, della democrazia imposta con le bombe e del falso pacifismo
belante e pecoresco, specializzato nel mettere sullo stesso piano gli
aggressori e gli aggrediti. Chi non ha ancora capito che è oggi
questo il nemico principale, e non Eurasia, de Benoist, eccetera, è
solo un glorioso successore del generale francese Maginot, che vuole
fare la guerra del 1939 con le carte militari del 1914, ed inevitabilmente
perde.
So bene che GLG è molte miglia al di sopra dei belanti pecoreschi
e degli interventisti umanitari, così come è al di sopra
dei fiancheggiatori subalterni della banda Rutelli-Fassino-Bertinotti-Diliberto.
Ma ritengo egualmente che si sia fermato a mezza strada, laddove le
strade bisogna percorrerle coraggiosamente fino in fondo. Se non è
ancora convinto del fatto che oggi Alain de Benoist è oggettivamente
più “compagno” di Toni Negri allora bisogna proprio
concludere che questo “ritardo inerziale” segnala una ancora
incompleta comprensione di quello che maoisticamente potremo indicare
come l’aspetto principale della contraddizione.
10. Per chiudere sulle questioni filosofiche, la stessa incomprensione
del radicale mutamento d’epoca si ha a proposito del fastidioso
fenomeno della antipatia verso Hegel. Negli anni Sessanta, in particolare
in ambito marxista (Althusser, Della Volpe, Sacristán, eccetera),
l’antipatia verso hegel era legata ad un’intenzione soggettiva
di “rivoluzionare” il pensiero marxista, liberandolo di
un “hegelismo” che era visto (peraltro con n madornale equivoco)
come una neutralizzazione riformistico-storicistica del pensiero di
Marx, che il cavallo di Troia dello hegelismo avrebbe riassorbito in
un punto di vista innocuo ed evoluzionista (lo storicismo assoluto borghese).
Non era così neppure allora, ovviamente, ma c’erano tutte
le condizioni “estremistiche” per cui una simile “bufala”
venisse creduta in buona fede.
Quasi cinquant’anni dopo (e quali cinquant’anni!) le cose
non stanno certamente più come allora. La rifondazione anti-hegeliana
del marxismo (Althusser in Francia, Sacristán in Spagna, Colletti
e Della Volpe in Italia, Habermas in Germania, marxismo analitico in
Inghilterra, eccetera) non è riuscita, ed ovviamente non poteva
riuscire, per il semplice fatto che Hegel non era per nulla “responsabile”
dell’impasse del marxismo staliniano e post-staliniano, impasse
che era anzi dovuta non certo ad un eccesso di filosofia, ma proprio
al contrario ad una sua carenza, con la nefasta riduzione dello spazio
filosofico a spazio epistemologico e/o ideologico.
Oggi l’antipatia generalizzata verso Hegel, dai popperiani alla
Soros ai no-global alla Toni Negri, non ha più assolutamente
le stesse radici e motivazioni di mezzo secolo fa. Essa è dovuta
a mio avviso al passaggio storico da un capitalismo ancora borghese
(più esattamente, tardo-borghese) ad un capitalismo post-borghese,
ed ovviamente post-proletario, un capitalismo che è ad un tempo
senza più classi “fisse” e bipolari e con sempre
maggiori differenziali di reddito, sapere e potere. Questa inedita formazione
sociale (il nuovo ipercapitalismo senza classi post-borghese e post-proletario)
non ha più un fondamento ideologico, né religioso-metafisico
né laico-progressista, e si è invece dotato di una sorta
di multiculturalismo nichilistico, le cui varianti non sono ancora state
adeguatamente studiate, ma sono già in parte riconoscibili.
Hegel rappresenta ad un tempo una filosofia “borghese” ideale
ed una coscienza infelice (teoria dell’autocoscienza, teoria dell’alienazione,
eccetera), che per più di un secolo ha storicamente fatto da
anticamera al marxismo. Per questa ragione oggi l’antipatia verso
Hegel è ancora maggiore dell’antipatia verso Marx, che
si può sempre manipolare e neutralizzare come “profeta
della globalizzazione”. Prima lo si capirà, meglio sarà.
Ma se qualcuno si ostina a non capirlo, bisogna lasciarlo stare fermo
al suo scenario vecchio di mezzo secolo, ma anche impedire che i suoi
brontolii ci impediscano di andare avanti nella comprensione culturale
del nostro tempo.
11. E qui termino con un rilievo squisitamente politico. Utilizzando
la teoria della contraddizione di Mao Tse Tung, che distingue gli aspetti
principali e secondari e di conseguenza insegna soprattutto a non confondere
i nemici strategici e gli avversari tattici, segnalerò, e spero
che GLG sia d’accordo con me, il nemico strategico e le sue strutture
ideologiche, da un lato, e gli avversari tattici con le loro sovrastrutture
ideologiche, dall’altro.
A partire dal triennio 1989-1991, con la caduta irreversibile dei modelli
politici statuali del comunismo sovietico novecentesco realmente esistito
(1917-1991), il nemico principale è divenuto l’impero ideocratico
ed espansionistico americano, la sua appendice sacerdotale sionista
e l’insieme di apparati ideologici connessi. Il principale apparato
ideologico di questo nemico strategico è la legittimazione della
distruzione del diritto internazionale moderno fra Stati (Westfalia
1648), distruzione attuata praticamente con i bombardamenti, i marines
ed i contractors e sanzionata teoricamente con l’ideologia dell’affermazione
militare dei diritti umani e dell’esportazione della democrazia,
o più esattamente del suo modello occidentalistico, che è
in realtà un’oligarchia per ricchi. Tutto questo è
coperto culturalmente da una miriade di elementi ideologici non ancora
sufficientemente analizzati e gerarchizzati, che per ora mi limito ad
elencare parzialmente alla rinfusa: privatizzazione della religione,
multiculturalismo alla Benetton, relativismo nichilistico, democrazia
come codice d’accesso politicamente corretto e non più
come rappresentanza di interessi sociali confliggenti, governance oligarchico-finanziario-momenetaria,
uso del terrorismo come nuovo nemico emergenziale, antisemitismo rivolto
non più agli ebrei ma agli islamici, giudeocentrismo sacrificale
come complesso di colpa eterno da espiare per gli europei, con annessa
accusa di antisemitismo nazista per tutti coloro che vi si oppongono.
La lista sarebbe ancora lunga, ma la rimandiamo alla prossima volta
in modo da poterla articolare in modo più completo ed ordinato.
Gli avversari tattici, da non confondersi assolutamente con i nemici
strategici (Mao avrebbe parlato di “contraddizioni in seno al
popolo”) sono molti, ma per ora mi limiterò a segnalare
solo due categorie.
In primo luogo, colo che, non importa se a destra oppure a sinistra,
vogliono ad ogni costo mantenere la dicotomia fondante Sinistra/Destra,
e collocano i loro tentativi “rifondatori” all’interno
di uno dei due corni della dicotomia. Si tratta di un lavoro di Sisisfo,
perché tutti i pietroni che con immensa fatica sollevano sono
destinati a rotolare infallibilmente o ai piedi di Fini o ai piedi di
D’Alema, e cioè di due versioni complementari dello stesso
contenuto politico di subalternità verso gli USA ed il sacerdozio
sionista. Naturalmente so bene che continueranno a farlo per altri anni
e decenni, vivendo nel cerchio magico ed incantato della dicotomia Destra/Sinistra,
e respingendo con fastidio ogni obiezione come provocazione fascista
travestita o come paradosso ineseguibile. Per questa ragione la cosa
peggiore sarebbe “aspettarli”, ed aspettare che maturino
le loro insanabili contraddizioni. Probabilmente matureranno, ma ci
vorranno anni e decenni. Per il momento bisogna organizzarsi, politicamente
e culturalmente.
In secondo luogo, sono di fatto avversari tattici anche coloro che in
qualche modo vogliono “rifondare” il marxismo sulla base
dei vecchi copioni ideologici anteriori al triennio 1989-1991. Non dico
che “tutto” in questi vecchi copioni, ortodossi e eretici,
debba essere buttato via. È però l’insieme espressivo
che non tiene assolutamente più. Il vecchio marxismo è
simile in questo alle teorie geocentriche oppure alla terra piatta.
Si tratta di teorie che hanno corrisposto a fasi storiche integralmente
sorpassate (contrapposizione sociale classista bipolare borghesia contro
proletariato, bipolarismo internazionale fra campo capitalista e campo
socialista, eccetera). So bene che gran parte dei cosiddetti “rifondatori”
sono solo dei puri e semplici “ripropositori” di vecchie
minestre riscaldate. Essi sono purtroppo avversari tattici, e lo saranno
a lungo. Non confondiamoli però con i nemici strategici, per
l’amor di Dio!
E con questo, auguriamoci buon lavoro, capacità di limitare i
fraintendimenti, di proseguire la discussione e soprattutto di saper
perseguire un comune terreno di dibattito. Senza un momento comunitario,
infatti, non si esce dalla semplice testimonianza morale individuale.