REINTERVENENDO SULLA TERZA FORZA
1. Sinceramente credo siano già bastati pochi interventi, e
soprattutto alcune chiacchierate con amici, per consentirmi una serie
di riflessioni, non entusiasmanti ma per me abbastanza definitive. Mi
riferisco alle reazioni, non molte per la verità, suscitate dal
documento intorno alla terza forza, da me stilato recentemente e messo
sul blog ripensaremarx.splinder.com; reazioni, come già rileva-to,
più orali che scritte.
Intanto, segnalo un problema ben noto: ogni messaggio ha due soggetti,
uno che invia e uno che riceve; se i due hanno lenti teoriche, interpretative,
completamente diverse, non si intenderanno mai per quanto cerchino,
ognuno in perfetta buona fede, di spiegare che cosa “volevano
veramente di-re”. Ognuno leggerà secondo la sua “chiave
di lettura”. Mi sembra evidente che due sono i punti della mia
argomentazione rimasti indigesti ai critici, e sui quali è nato
quello che, dal mio punto di vista, è un grave fraintendimento
(non solo per l’oggi ma anche per il passato), e che tuttavia
non penso possa essere sanato se non si verifica in chi ha scritto il
messaggio o in chi l’ha ricevuto una profonda trasformazione,
anzi un vero cambio, delle lenti di cui sopra; evento che ritengo assai
im-probabile.
Partiamo da lontano. Qualcuno ha manifestato sorpresa per il fatto che
io, maoista europeo di antica data, sono per lo sviluppo delle forze
produttive. Questo è proprio un equivoco notevole, dal quale
iniziare quella che Althusser avrebbe indicato quale lettura sintomale.
Non so cosa pensassero i “maoisti europei”, perché
ce n’erano di tutti i tipi; circolava anche una simpatica battuta:
“sapete qual è il più grande gatto del mondo? Mao,
perché ha la testa in Cina e i coglioni in Italia (o in Eu-ropa,
è lo stesso)”. Sono certo che i maoisti veri – quelli
cinesi, quelli guidati dal Mao del “grande balzo in avanti”
(1958), quelli del fattore uomo da rivalutare ai fini dello sviluppo,
quelli della “classe operaia deve dirigere tutto”, giacché
si era convinti che la predominanza dei “produttori” sui
“burocrati” di partito avrebbe dato nuovo impulso alla crescita
della Cina – avevano a cuore i pro-blemi della produzione tanto
quanto i dirigenti e gran parte del popolo cinese odierni, tanto quanto
quelli indiani attuali, tanto quanto quelli iraniani guidati dagli Ayatollah
fondamentalisti, che vo-gliono l’energia atomica, i missili balistici
a lunga gittata, con tutto ciò che di progresso tecno-scientifico
è necessario a tal fine. Varie forze hanno manifestato diverse
convinzioni circa i metodi migliori per accrescere la produzione e i
ritmi di sviluppo, ma nessuno, nemmeno fra i comunisti più idealisti,
e magari persino utopisti, ha mai avuto dubbi sulla necessità
della crescita.
La confusione di certi (fu) maoisti europei è quella tra “sviluppo
delle forze produttive” e “nefa-sta teoria delle forze produttive”
(secondo la formula usata in tutti i testi della polemica antirevisio-nista
dei comunisti cinesi). Lo sviluppo delle forze produttive – con
l’avanzamento di scienza e tec-nica che ciò comporta –
è sempre stato considerato, da qualsiasi comunista e marxista
di ogni tempo e di ogni condizione, colonna portante, di base, per qualsiasi
altro progetto politico; se la gran mas-sa della popolazione non vede
migliorare le sue condizioni di vita (certo materiali, quelle che sono
comunque garantite, salvo rare eccezioni, a coloro che discettano sui
grandi problemi “universali”), è inutile mettersi
a indottrinarla sulle meraviglie della rivoluzione o comunque della
trasformazione dei rapporti intersoggettivi in direzione di una maggiore
bontà, generosità, altruismo e altri bei pen-sieri del
genere.
In nessun momento della mia attività di studioso sono stato contro
lo sviluppo delle forze pro-duttive; ho solo criticato aspramente la
tesi – espressa dallo stesso Marx, fra l’altro, nella Prefazione
del ’59 – secondo cui tale sviluppo, di per sé, urta
contro il limite posto dallo stesso capitale (non cosa ma rapporti sociali)
e quindi lo travolge, provocando la trasformazione della società
in direzio-ne del comunismo. E’ contro questo determinismo che
me la sono presa, non contro la necessità che le forze autodefinitesi
comuniste, una volta preso il potere, si ponessero comunque anche il
proble-ma di migliorare le condizioni di vita della gente; e chiunque
metta il miglioramento qualitativo in antitesi a quello quantitativo
non convince che pochi adepti, e verrà infine (e giustamente)
cacciato dal potere.
Una notazione puramente personale; non mi trovo bene in questo mondo
d’oggi e ammetto di avere crescente rimpianto per quello di trenta
o quaranta anni fa, ma non perché ero più giovane (troppo
facile allora). Se poi vedo un film sul periodo a cavallo tra otto e
novecento o anche tra le due guerre mondiali (con tutti i “casini”
accaduti in quell’epoca), avverto nostalgia. Ricordo però
benissimo che a 12 anni un medico e poi un chirurgo per poco non mi
hanno accoppato per una semplice appendicite. Ricordo i terribili trapani
non indolori dei dentisti di allora, l’assenza di ane-stesia anche
durante la devitalizzazione dei denti, le ignobili piombature usate
nelle otturazioni, ecc. Ricordo le auto degli anni ’50 e ’60,
per certi versi belle, anche solide, ma spesso in panne, con la gomma
a terra (e con quei cric….), ecc. Le ferrovie sono oggi andate
a “remengo”, una vera desola-zione; ma i vagoni di allora
non erano proprio una meraviglia; e quando è stata inaugurata
la Frec-cia della Laguna (1957-58), che portava in 7 ore da Venezia
a Roma, è sembrata una vera piccola rivoluzione. Non continuo;
aggiungo solo che mi sto riferendo ad appena 40-50 anni fa. Vogliamo
andare all’800 o magari qualche secolo più indietro? Non
scherziamo, per favore, lo sviluppo delle forze produttive è
irrinunciabile, salvo che per piccole sette di benestanti, che sul lavoro
e la produ-zione di altri possono mantenersi decentemente anche fingendo
di tornare a stili di vita “più antichi e più sani”,
in campagna (magari in belle fattorie ristrutturate dal buon architetto
amico).
In definitiva, non sono mai stato contro lo sviluppo delle forze produttive,
perché mi sarebbe apparsa una sciocchezza e un insulto al popolo
(di cui i “non sviluppisti” si riempiono sempre la bocca;
ma di quale popolo parlano? Ne hanno qualche cognizione? E non mi riferisco
solo agli occidentali; ma ai cinesi, indiani, pachistani, iraniani,
ecc.). Sono solo contro la “nefasta teoria dello sviluppo delle
forze produttive”, secondo cui tale sviluppo spinge alla trasformazione
sociale, in base alla tesi, rivelatasi errata in radice, che il capitalismo
sarebbe entrato in stagnazione, decadenza, putrefazione, con saggio
del profitto in tendenziale caduta (una tendenza tanto secolare, anzi
plurisecolare, che ancora non se ne vede la fine, anzi nemmeno l’annuncio
della fine, salvo che per i marxisti dementi o forse solo in mala fede,
accademici dei miei stivali che, a volte, fanno persino carriera universitaria
con queste idiozie). Le classi dominanti sarebbero diventate rentier,
puri parassiti, senza più coinvolgimento nella produzione. Un
enorme cumulo di previsioni sbagliate che hanno ottenebrato per qualche
tempo anche la mia mente, e del quale sono quindi stato felice di liberarmi
all’epoca in cui fui “maoista europeo” (e soprattutto
althusseriano; e sarò sempre grato ad Althusser e al mio maestro
diretto Bettelheim, anche se oggi mi sono distaccato da loro, ma riconoscendo
il grandissimo debito contratto nei loro confronti; non mi sento più
della loro scuola, ma li venero sempre come i miei liberatori).
2. Ho molti dubbi che abbia ancora senso, oggi, dichiararsi comunisti;
quelli reali, effettivi, non erano comunisti ma solo dei piciisti, statalisti
ad oltranza; vallo però a spiegare alle grandi masse, soprattutto
nei nostri paesi ad alto sviluppo. Se proprio si vuole, ci si può
ancora definire in quel modo, perdendo allora molto tempo a spiegare
che non si ha più nulla a che vedere con i “comunisti”
che hanno avuto il potere in quasi metà del mondo. Non perché
quel “comunismo” (piciismo) si sia macchiato di orrendi
delitti; contro queste immonde destre (o gli ex sessantottini, o i vari
“nouveaux philosophes”, ecc.) che sostengono tesi simili,
sottacendo gli orrori del capitalismo dalla sua nascita ad oggi, ho
solo voglia di “muro contro muro”, di “fare un macello”
(o, meglio, un “maciello”). No, non c’entrano i sedicenti
delitti; semplicemente, sono stati commessi errori madornali in base
ad una teoria scientifica, divenuta mera ideologia per non aver voluto
riconoscere i suoi errori di previsione, conducendo così in un
vicolo cieco e poi al tracollo storico completo ed esaustivo; e per
me irreversibile. Mi sembra faticoso spiegare dove si situava l’errore,
mantenendo nel contempo la stessa denominazione (ormai squalificata)
di allora. Meglio chiarire che si è sempre contrari a questo
tipo capitalistico di organizzazione (formazione) sociale, che la si
vuol criticare, teoricamente come attraverso la prassi, al fine di trasformarla.
Dobbiamo tuttavia ammettere che oggi non siamo in grado di indicare
con precisione quale via si potrebbe seguire al fine di questa critica
e trasformazione. Dobbiamo ricominciare quasi tutto da capo. Per la
verità, credo che ci siano molte acquisizioni del passato da
mantenere, ma dovranno essere inserite in un contesto teorico-pratico
assai differente, di cui non si vede al presente nemmeno l’alba
“radiosa”; solo qualche “lampo nella notte”.
In un momento in cui solo chi crede nelle “vecchie verità”
(autentiche falsità) è convinto di essere vicino alla
rinascita, chi si è invece reso conto della lunga strada da percorrere
non può non dare la massima importanza a quell’elemento
che, in tutta la storia e non solo in quella del capitalismo, ha sempre
favorito, e spesso consentito, la rivolta – sia pure raramente
coronata dal successo – dei dominati: e quest’elemento è
appunto il conflitto tra i vari gruppi di dominanti per la supremazia
in vari ambiti locali, poi nazionali, poi globali, ecc. Ritengo quindi
giusta la mia scelta preliminare – e solo temporanea, come primo
passo da muovere per una rinascita della teoria-prassi trasformatrice
dell’attuale società – di analizzare, e certo enfatizzare
(come sempre quando di focalizza un dato problema), il conflitto in
questione con particolare riferimento all’epoca contemporanea,
mettendo però in luce l’alternarsi delle congiunture (intere
epoche) di mono e di policentrismo (quello che in passato definimmo
imperialismo), senza più aderire alla credenza fideistica nell’ultimo
stadio del capitalismo, alla sua imminente trasformazione in comunismo,
ecc.
Intanto, cerchiamo di individuare i motivi di fondo che indeboliscono
i dominanti, onde condurre un’azione (se possibile, se se ne hanno
le forze e la capacità) volta a favorire l’acutizzazione
del loro conflitto; il che significa, e siamo adesso proprio in una
congiuntura del genere, spingere al superamento di un’epoca monocentrica
e verso l’apertura di quella policentrica. Non mi piace l’antiamericanismo
di principio. Non ho per nulla un particolare amore per gli USA, soprattutto
quelli post 1945 (da non trattare da liberatori, bensì da violenti
conquistatori); e anche l’avessi, saprei distinguere tra la passione
e il calcolo di ciò che è (sarebbe) necessario per indebolire
la loro supremazia e favorire quel conflitto interdominanti, che produce
fratture all’interno del sistema e consente di tentare il suo
sbriciolamento in determinati suoi punti. Sento simpatia e nel contempo
pena nei confronti dei deboli, dei massacrati, degli “umiliati
e offesi”, ecc.; tuttavia, sento anche che occorre tenere la testa
fredda e lucida per capire, se ci si riesce, l’intero articolarsi
dei rapporti di forza, onde afferrare dove si pongono le possibili vie
di uscita da una situazione che rapprende e rafforza l’oppressione
e la sottomissione. L’ho già scritto: non abbiamo bisogno
di eroi. Tuttavia, se qualcuno ha la vocazione al martirio, non chiacchieri
tanto; si sacrifichi e noi lo isseremo quale nostra bandiera, insistendo
tuttavia nel tentativo di comprendere l’attuale strutturazione
dei rapporti di forza e se, e quando, ci sono le possibilità
di “aggredirla e sconvolgerla”.
C’è appunto chi preferisce, se possibile, non farsi ammazzare,
bensì studiare attentamente le condizioni adatte ad “uccidere
il nemico”; è del tutto evidente che al momento le principali
forze, le più potenti e consistenti, appartengono ai dominanti;
in particolare nei nostri paesi a capitalismo avanzato. Fra questi dominanti
prevalgono nettamente quelli statunitensi, e da tale fatto è
necessario partire per l’analisi della fase odierna e delle sue
ipotizzabili evoluzioni future. Chi si pone, non oggi e forse nemmeno
domani ma almeno in prospettiva, come una forza che vuole contrastare
i dominanti (in specie i preminenti di oggi e per ancora un lungo periodo),
deve: a) comprendere le varie configurazioni geoeconomiche e geopolitiche
dei rapporti tra questi dominanti (pre e subdominanti); b) criticare
l’assetto capitalistico che ormai caratterizza il globo, proponendo
però politiche che assicurino, nell’area (o paese) in cui
agisce, il mantenimento, e anzi il miglioramento, delle condizioni di
vita delle popolazioni che in quell’area (o paese) vivono. Per
indebolire la supremazia USA, per spingere all’entrata in una
fase policentrica, non si può non farsi carico dello sviluppo
di aree come quella europea, e di paesi come l’Italia. Chi sorvola
su tale problema, blatera a vanvera sulla lotta agli USA. Se vuol essere
solo “quinta colonna” dei palestinesi o iracheni o afghani
o iraniani, o magari dei russi o cinesi o altro ancora, agisca pure
come vuole; io credo però che non avrà alcun successo,
non aiuterà nessun oppresso, anzi ribadirà la sua subalternità
in casa propria e altrove.
Anche chi pensa di puntare tutte le sue carte sulla “classe operaia”,
cioè sui molteplici segmenti e strati del lavoro dipendente,
e sulla lotta di questi per strappare (giusti, sia chiaro) aumenti salariali
e miglioramenti delle condizioni di lavoro, ecc. è in definitiva,
malgrado talvolta affermi il contrario, schiavo della vecchia mentalità
della teoria e prassi del sedicente “movimento operaio”
ottocentesco o primonovecentesco; non ha ancora capito nulla dell’effettiva
dinamica che ha comportato una articolazione dei ceti sociali, nei paesi
ad alto sviluppo capitalistico, mai prevista da Marx e da nessuno dei
classici del marxismo.
In alto non si è andato costituendo un ristretto gruppo capitalistico
di meri rentier. Si sono formati gruppi di agenti strategici, certamente
avulsi dalla produzione intesa in senso stretto – tecnologia e
organizzazione del lavoro, efficienza produttiva secondo il principio
del minimax (costi, ricavi, profitti, ecc.) – ma essenziali per
lo sviluppo complessivo della produzione nelle sue forme moderne, che
non è mai andata incontro alla “barriera posta dal capitale
al suo ulteriore sviluppo”; il quale capitale ha avuto momenti
di crisi grave, non invece di crollo o stagnazione irreversibile. Chi
ancora attende questi fenomeni da “ultima spiaggia” deve
essere solo commiserato. Il capitalismo ha sempre vinto perché,
attraverso periodici sconquassi terribili e con ampie divaricazioni
tra i vari strati sociali, ha tuttavia garantito un trend ascendente
del tenore di vita di tutti gli strati. Quegli emeriti imbecilli che
non si accorgono che sta avvenendo la stessa cosa, oggi, in Russia,
Cina, India e anche in paesi tipo Iran, ecc. debbono essere abbandonati
al loro destino. Non se ne può più di questi individui,
che sono la causa prima di tutte le sconfitte dei comunisti, della fuga
della gente dai paesi del “socialismo reale”, del crollo
di questi ultimi, della riduzione degli anticapitalisti a sette folcloristiche
in tutto l’occidente sviluppato.
3. I gruppi dominanti capitalistici sono da prendere terribilmente
sul serio, perché sono formati da persone serie, a volte superiori
intellettualmente ai “marxisti” e “comunisti”
– o anche ai semplici critici “romantici” (antisviluppisti,
ecologisti, predicatori del “destino della Tecnica”, ecc.)
dell’attuale formazione sociale – che blaterano contro di
loro. Se voglio capire qualcosa dell’andamento del sistema capitalistico,
e della forza da esso dimostrata di fronte a chi lo voleva affossare
(e che è finito lui in una bella fossa), sono obbligato oggi
a rivolgermi ai centri di studi strategici finanziati dai vari gruppi
di agenti dominanti (in reciproco conflitto), non certo ai ritardati
che parlano di sfruttamento ed estrazione del plusvalore, di borghesia
contro proletariato, di pugno di rentier parassiti in alto e enorme
massa di salariati in basso. Gli agenti dominanti capitalistici non
sono “un pugno” e non sono “parassiti”. La speranza
dei dominati sta solo in questo fatto; che la produttività del
“sistema” (inesausta, per nulla affatto vicina ad un inesistente
limite superiore) è legata ad una acuta conflittualità
tra questi agenti – con alterne fasi di mono e policentrismo –
che apre, di tempo in tempo, crepe nelle quali far precipitare, se ci
si riesce, le acque della rivoluzione.
Se non esiste, in alto, il pugno di parassiti, tanto meno esiste, in
basso, la massa degli sfruttati che i marxisti credevano si compattassero
nell’immaginario soggetto della rivoluzione. Mi sorprende sempre
che alcuni miei critici, peraltro benevoli, accettino l’idea della
non formazione oggettiva di questo soggetto, per poi sostenere che faccio
sparire i dominati poiché non li considero agenti coscienti della
trasformazione anticapitalistica. Di grazia, se questi dominati non
sono un soggetto, se la dinamica capitalistica li segmenta in orizzontale
e li stratifica in verticale, se Marx ha capito poco del “ceto
medio” poiché parlava solo di “coloro che stanno
in mezzo” tra “i diecimila soprastanti” e la massa
dei salariati che manterrebbero tutti gli altri con il loro plusvalore
(vol. II delle Teorie sul plusvalore) – mentre la caratteristica
decisiva di questo sistema è la divisione tra autonomi e dipendenti,
dove i primi sono in molte occasioni più in basso dei secondi
nella scala sociale, comunque non stanno affatto “in mezzo”
– se tutto questo è vero, come volete che tali dominati
agiscano autonomamente, secondo un progetto collettivo unanimemente
condiviso? E per di più, non un progetto di semplice redistribuzione
per migliorare le condizioni di vita, ma di vera trasformazione sociale?
Io non cancello i dominati, semplicemente sono fondamentalmente un leninista!
Non nella concezione del partito (ma era di Lenin quella concezione
poi affermatasi universalmente in tutti i piciismi del mondo?), bensì
per quanto concerne la comprensione della non rivoluzionarietà
della “classe” lasciata a se stessa, al suo congenito tradunionismo.
La trasformazione deve coinvolgere “le masse” (segmentate
e stratificate dal “movimento del capitale” con i suoi conflitti,
di maggiore o minore asprezza a fasi alterne, tra gli agenti dominanti);
ma deve essere orientata e realizzata secondo i progetti di una forza
organizzata (non in base al centralismo “democratico”, al
principio dell’autocritica, cioè della autoaccusa di essere
“un traditore” perché non la si pensa come i capi),
che costruisce politicamente il “soggetto collettivo” della
trasformazione. E non esiste soggettività se non in base al progetto
attorno a cui essa viene costruita. La soggettività è
costruita per un progetto; ma il progetto definisce le linee di edificazione
del “soggetto”. Chi mi critica perché ho cancellato
i dominati, semplicemente mostra i “sintomi” del suo permanente
spontaneismo, del non aver appreso la lezione di Lenin; egli crede ancora,
nella sua coscienza latente, alla classe o al soggetto formato dalla
spontanea dinamica del capitale. O altrimenti si inchina al Movimento
(o Movimenti), una nebulosa indistinta che non ha nessuna “identità
collettiva”, poiché costituita di “individualità”
disperse, anarcoidi, che non sanno minimamente quello che vogliono se
non “essere contro qualcosa”, di per sé, quale manifestazione
di insofferenza, forse positiva come segnale di generica disponibilità,
ma ineffettuale in quanto priva di propositi decisi e labile nella sua
durata, stabilità e consistenza.
Il primo passo che deve compiere una forza organizzata, tesa alla costruzione
di una qualche soggettività dotata di massa “critica”
sufficiente a incidere nella politica di un paese del tipo del nostro,
è il tentativo di contrastare il divide et impera attuato dai
dominanti con riferimento precipuo alla dicotomia tra lavoro autonomo
e lavoro dipendente (salariato); certamente, però, con la coscienza
che queste denominazioni sono di grana molto grossa, nascondono enormi
differenze di reddito, di condizioni di vita, di status sociale, ecc.
Quindi, è in qualche modo necessario tirare una linea orizzontale
che separi – e si tratterà sempre di qualcosa di artificiale
e per certi versi di arbitrario – i lavoratori autonomi e dipendenti
degli strati medio-bassi da quelli medio-alti. In questa azione si dimostrerà
chi sottovaluta realmente i dominati, parlando genericamente da populista,
e chi si pone concretamente entro l’ambito delle differenziazioni
sociali esistenti in un paese ad alto sviluppo capitalistico; ed in
cui, quindi, la dinamica del capitale (così completamente diversa
da quella pensata dai marxisti) ha già avuto modo di produrre
ampiamente i suoi effetti di frammentazione, e di divaricazione tra
i frammenti in orizzontale e in verticale. Chi semplicemente propone
di bloccare lo sviluppo, pensando di ritardare o invertire così
l’appena considerata dinamica specifica del capitale in termini
di frammentazione sociale, è tanto scriteriato quanto colui che
è convinto di fermare con le proprie braccia un carro armato
in movimento (farà la fine del famoso ragazzo cinese sulla Tien-an-men).
Non bisogna bloccare lo sviluppo, ma unire – mediante azione organizzata
e quindi costruzione “artificiale” – ciò che
la dinamica oggettiva divide; una divisione su cui si gettano i gruppi
dominanti onde enfatizzarla ai fini della migliore prosecuzione del
loro predominio. Questi dominanti non esistono in quanto gruppo unitario
e compatto di sfruttatori, come immaginavano i “marxisti”
e i “comunisti”, che pensavano lo Stato quale semplice strumento
in mano al gruppo in oggetto, e costituente o rafforzante la sua unità
di classe. Esistono le “classi” dominanti al plurale; un
insieme di gruppi fra loro conflittuali (quindi anche la concezione
dello Stato dovrà subire cambiamenti radicali, senza tuttavia
cadere nella futilità della “microfisica del potere”).
Questa pluralità e segmentazione interconflittuale dei dominanti
è la forza e la debolezza del sistema: forza perché la
competizione, meglio ancora se acuta, ha attribuito ad esso una capacità
di sviluppo, e di elevamento del tenore di vita (per tutti, pur se assai
differenziato per ceti), che non ha eguali e che ha dimostrato, nel
corso di secoli, di non arrestarsi se non per dati periodi (congiunture),
di non incontrare alcun limite “superiore”, distaccando
ogni altro sistema sociale – anche e soprattutto quello che si
pretendeva socialista e anticamera del comunismo (non era nulla di tutto
questo in realtà) – in modo netto ed irreversibile; debolezza,
perché il conflitto scinde e frammenta, scoordina e rende anarchico,
caotico, tumultuoso, il sistema, sia pure a periodi alterni, fra i quali
sono decisivi quelli di mono e di policentrismo, nettamente superiori
nei loro effetti “rivoluzionari” o di “conservazione”
rispetto alle crisi o riprese economiche, enfatizzate dall’economicismo
“marxista”. I dominanti sono mossi dalla duplice esigenza
di condurre a fondo il loro conflitto – senza il quale il sistema
deperirebbe e si esaurirebbe – e di impedire o almeno ostacolare,
nel contempo, l’esplosione di rivolte dei dominati in dati punti
del capitalismo mondiale nelle congiunture di economia al ribasso e,
ancor più, in quelle di conflitto politico (e spesso militare)
in acutizzazione; il metodo migliore per conseguire entrambi i risultati
è quello di provocare e accentuare la divisione tra coloro che
stanno “in basso”.
Per combattere il capitalismo, quindi, soprattutto se si agisce nei
suoi punti di massimo sviluppo, bisogna contrastare il peggioramento
(periodico) dei livelli di vita della maggioranza, unendo tutti i gruppi
di lavoratori, fra loro diversificati e separati, appartenenti agli
strati medio-bassi della scala sociale ed economica. Oggi, ad es., nei
paesi della nostra area, ma in specie nel nostro, per la prima volta
nel dopoguerra, la generazione successiva non migliora, in media e per
la gran parte della popolazione, le proprie condizioni rispetto alla
precedente; i figli, di questa maggioranza della popolazione, hanno
ancora margini di discreto sostentamento perché hanno alle spalle
i genitori; ma i loro figli rischiano di trovarsi a mal partito. E cosa
andiamo a proporre loro? Di arrestare lo sviluppo, perché la
Terra (e la fauna e la flora) sta soffrendo? Proponiamo di ritornare
all’austerità, di eliminare i telefonini (che hanno anche
i barboni), la TV, i computer? Proponiamo di ritornare alla campagna,
ai prodotti macrobiotici (la più colossale truffa che si possa
immaginare!)? Vogliamo rendere l’Italia un unico agriturismo,
in modo da essere invasi dai “padroni” americani contro
cui cianciamo di voler lottare? “Ma mi faccia il piacere!”.
Siamo in un’epoca – non a caso di avvicinamento all’apertura
del policentrismo – di crescenti difficoltà per molta parte
della nostra popolazione. Dobbiamo farci carico delle loro aspettative
di miglioramento, non proporre ulteriori arretramenti delle condizioni
di vita. E la si smetta con la sciocchezza del miglioramento “qualitativo”
della vita, proprio in virtù della diminuzione delle “quantità”;
chi vuole una vita frugale e parsimoniosa, non verrà mai disturbato
in queste sue preferenze, ma verrà trattato ruvidamente se pretende
di imporre agli altri (che rappresentano la maggioranza della popolazione
in ogni paese entrato in fase di sviluppo) questa sua predilezione per
una vita parca ed austera.
4. E’ dunque d’obbligo, per qualsiasi forza che si ponga
i compiti di indirizzare, almeno in prospettiva, gran parte del popolo
verso la trasformazione sociale, saper contrastare la divisione e frammentazione
d’esso, indotte dalla dinamica di sviluppo alimentata dal capitale,
senza rinunciare a quest’ultimo. Certamente, è non solo
giusto ma necessario pensare alla promozione di tale sviluppo secondo
modalità non capitalistiche. Tuttavia, il realismo impone di
capire che, non essendosi messo in moto alcun processo di unificazione
mondiale sotto l’egida di quel modo di produzione capitalistico
analizzato da Marx ne Il Capitale, essendo anzi il globo diviso in formazioni
sociali particolari dotate di caratteristiche loro peculiari, non esiste
alcuna possibilità di una globale rivoluzione del puramente immaginario
proletariato internazionale contro l’altrettanto fantasioso gruppo
capitalistico che dominerebbe l’intero mondo. Bisogna finirla
una volta per tutte con queste idiozie. Come detto sopra, i dominanti
– agenti strategici di capitalismi multiformi – esistono
in gruppi numerosi, interconflittuali, in cui si intrecciano strettamente
gli aspetti economici (produttivi e finanziari), politici (con l’utilizzazione
di numerosi apparati politico-statali), ideologico-culturali.
Bisogna valutare attentamente, e analizzare, i punti di forza e di debolezza
(già considerati) di questa struttura. Non ci si può esimere
però – pena la più completa delle sconfitte, come
già avvenuto in passato – dal partecipare al conflitto
interdominanti, dotandosi degli strumenti all’uopo necessari (come
fece l’URSS, nei primi decenni della sua esistenza). L’importante
è capire che questa partecipazione non è, di per se stessa,
la trasformazione sociale; anzi è spesso in contrasto con quest’ultima.
O ci si fa carico di questa contraddizione, non componendola solo a
chiacchiere (ideologiche, con la bugia della rivoluzione mondiale, della
lotta del proletariato internazionalista), o altrimenti si stia a casa
e non si conducano le “masse” al massacro e alla più
ignominiosa delle sconfitte, che poi deprime per molti decenni le possibilità
di una rinascita delle forze di trasformazione.
La lotta di ogni data forza politica va condotta prevalentemente in
ciascuna formazione sociale particolare, ancor oggi di tipologia prevalentemente
nazionale; tale forza deve perciò conoscere la strutturazione
della popolazione del paese in cui agisce e le esigenze dei vari segmenti
e strati che la compongono (smettendola una buona volta con le fesserie
della “composizione di classe”). Sarebbe assurdo che l’organismo
politico in questione, pur nella primitiva fase di costituzione e crescita,
non si assumesse il compito di valutare i problemi inerenti alla potenza
di quel paese, dimostrando di essere consapevole degli interessi di
quest’ultimo nel suo insieme, nella conflittualità politica
ed economica che lo oppone, quale sistema sociale complessivo, agli
altri. Non si tratta di trascurare o celare il proprio schieramento
con le fasce medio-basse della scala sociale, combattendo contro la
politica del divide et impera dei dominanti. Si deve però dimostrare
il proprio interesse a che venga salvaguardato il benessere della maggioranza
della popolazione, mettendo nel contempo in luce la subalternità
e il servilismo dei gruppi di agenti (economici, politici, ecc.) subdominanti
in quella fase storica; una subalternità, di cui va evidenziato
appunto il vantaggio, di gran lunga prevalente, per una minoranza di
complici dei predominanti centrali
Per un gruppo politico, che non voglia limitarsi ad elevati discorsi
di senso di giustizia, di moralità, ecc. ad uso di poche “anime
belle”, ma che intenda radicarsi nel tessuto sociale di quella
data società particolare (nazionale), essere oggi contro l’egemonismo
USA non può significare soltanto testimonianza di solidarietà
verso i diseredati del mondo, ecc.; è necessario indicare con
nettezza e capacità di convincimento come i propri (sub)dominanti,
succubi di quella egemonia, facciano esclusivamente i loro miserabili
interessi – di posizionamento negli anfratti e spazi economico-politici
subordinati al complessivo predominio statunitense – nel mentre
sacrificano le possibilità di acquisizione di una maggiore autonomia,
che consentirebbe un più generale miglioramento delle condizioni
di vita della popolazione della particolare società in oggetto.
Altrimenti, lo ripeto, si stia zitti; basta con i chiacchieroni di una
sinistra “buonista”, sempre piagnona verso i destini dei
poveri massacrati nel mondo. Basta con la mera denuncia dei misfatti
dei dominanti globali; è necessario battere i propri subdominanti
al fine di assumere la guida nella lotta per una maggiore autonomia
– che implica la conquista della potenza – passo preliminare
ad ogni possibilità di guidare le “larghe masse”
lungo sentieri di tentata trasformazione sociale.
5. Vogliamo vedere il brillante esempio italiano attuale di quanto
detto in termini teorici e perciò generali? Come ho mostrato
nel mio libretto Il gioco degli specchi, destra e sinistra sono entrambe
rappresentanti di frazioni diverse dei subdominanti italiani al servizio
dei predominanti statunitensi. Tuttavia, senza che si debba in nessun
modo ragionare in termini di “meno peggio”, l’autentico
cancro che corrode la nostra formazione sociale particolare (nazionale)
è il centrosinistra con le sue appendici di sedicente estrema
sinistra, che confondono come sempre lo statalismo con l’interesse
supposto “collettivo”, mentre il formalmente (giuridicamente)
“pubblico” è solo la copertura degli appetiti di
grossi, e nel nostro paese parassitari, centri di potere finanziario-politico,
con l’appendice di grandi imprese industriali, ormai appesantite
e poco efficienti, prive di vera strategia di sviluppo, che funzionano
quindi solo come ulteriore supporto dei grossi centri di potere predetti.
E’ irritante, anzi qualcosa di più, sentire i mascalzoni
di sinistra, seguiti da un “popolo” di veri bestioni disabituati
a pensare, che grida al “conflitto di interessi” di una
singola persona, che in modo scoperto e quindi senza grandi capacità
e possibilità di mascheramento ideologico, assomma in sé
la funzione di agente dominante sia economico che politico. Anche se
quest’uomo agisse politicamente per i propri esclusivi interessi,
dico esplicitamente che avremmo semplicemente una sola sanguisuga; per
quanto essa potesse essere avida, non riuscirebbe a dissanguare la popolazione
italiana tanto quanto lo fanno i grandi centri di potere finanziari.
Il vero conflitto di interessi – esistente in un qualsiasi sistema
capitalistico, soprattutto se relativo ad una formazione sociale al
cui vertice stanno gruppi di agenti interconflittuali subdominanti,
in combutta con quelli predominanti statunitensi – è quello
tra, da una parte, l’insieme di questi pre e subdominanti, con
i loro gruppi di rappresentanza nella sfera politica (del falso interesse
collettivo) e, dall’altra, la gran massa della popolazione, della
cui stratificazione e segmentazione (indotta dalla oggettiva dinamica
capitalistica) i primi approfittano tramite il più volte segnalato
principio del divide et impera. Questo conflitto di interessi, veramente
centrale per le sorti del nostro paese, è oggi gestito dal personale
politico – professionale, che quindi non ha altro compito nella
vita sociale italiana se non di gestire l’interesse “collettivo”
in funzione di quello dei gruppi finanziari – appartenente al
centrosinistra. Su di un simile bubbone deve incidere il bisturi di
una eventuale rivolta dei dominati, non contro una singola persona.
Sia chiaro che non considero come “il meno peggio” un eventuale
ricambio elettorale dello schieramento politico di sinistra con la sua
apparente alternativa (l’altro “specchio”); dico solo
che il nemico più subdolo e pericoloso, quello che maggiormente
corrompe e fa marcire l’intero paese, è situato nel centrosinistra,
ivi comprese le stupide (e “comprate”) frange di “estrema”
sinistra. Ai politici (dilettanti) della destra dovrebbe essere impedito
il ritorno al Governo; quelli (professionisti) di sinistra dovrebbero
invece subire un trattamento più energico di definitiva e permanente
disinfestazione.
Uno dei gruppi dei predominanti centrali, estremamente potente e particolarmente
attivo nel nostro paese, è quello della Goldman Sachs, che ha
piazzato suoi uomini – oltre che in alte posizioni di potere negli
USA, sia durante la presidenza Clinton che in questa di Bush –
ai vertici della vita economico-politica del nostro paese (Banca d’Italia,
Governo Prodi ecc.), senza considerare che, direttamente o indirettamente,
in modo scoperto o sotterraneo, ha al suo servizio stuoli di consulenti,
tecnici, economisti, manager, ecc. infilati in tutti i gangli del nostro
establishment (economico, politico, culturale). Essa agisce in stretta
relazione con quasi tutti i gruppi finanziari (subdominanti) italiani,
ma in modo particolare, nell’attuale contingenza, con il vertice
della Banca Intesa. Quest’ultimo ha prima tentato di mettere le
grinfie sulla Capitalia, che possiede una quota azionaria in Mediobanca
(vicina al 10%) bastevole all’esercizio di una notevole influenza
sull’istituto finanziario che fu di Cuccia; d’altra parte,
contare in Mediobanca, che possiede il 14% del capitale azionario delle
Generali, significa conquistare anche una posizione di notevole potere
in tale grande istituto assicurativo (cuore della finanza italiana).
Fallita questa operazione per la netta opposizione di Geronzi (presidente)
e Arpe (a.d.) della Capitalia, è andata adesso in porto (sta
per essere conclusa) la fusione tra Intesa e San Paolo.
Ci sono alcuni mal di pancia da assorbire – le fondazioni bancarie
(già tacitate), la banca spagnola Santander, azionista del San
Paolo, ecc. – ma è facile vengano trovati compromessi come
sono stati già trovati con il francese Crédit agricole,
azionista di Intesa. Bazoli, presidente di quest’ultima e uomo
chiave anche della prossima SanIntesa (così come Passera, a.d.
unico della nuova banca), hanno quale riferimento politico Prodi e dunque
l’attuale Governo di centrosinistra. Della nuova superbanca sarà
comunque buon azionista il grande istituto assicurativo precedentemente
citato, punto chiave delle varie operazioni di potere, dato che al momento
esso attua una politica favorevole alla SanIntesa, pur se nelle Generali
permane una forte presenza di Capitalia-Mediobanca. Cos’ha fatto
comunque il nuovo colosso bancario, con alle spalle l’americana
Goldman? Due uomini di quest’ultima (lo erano ufficialmente fino
a pochi mesi fa, ma di fatto lo sono ancor oggi), cioè Costamagna
– che sarebbe dovuto diventare direttore generale del Tesoro italiano
– e Tononi – attuale viceministro dell’economia nel
nostro governo – sono quasi sicuramente (un quasi di prammatica)
all’origine del famoso piano Rovati, “ignorato” da
quel falsone di Prodi, per smembrare la Telecom e poi impadronirsi della
sua parte con maggiori prospettive strategiche – banda larga,
TV via cavo, ecc. – onde creare infine un forte gruppo finanziario-politico-massmediatico,
di fronte a cui quello berlusconiano sarebbe apparso un gioco da bambini.
La prima mossa del piano vedeva l’intervento della Cassa Depositi
e Prestiti, ente pubblico (statale) e quindi presunto – dalla
sinistra detta radicale – rappresentante della “collettività”
nazionale; dopo l’enorme esborso di soldi “pubblici”
(una buona quota della durissima finanziaria varata dal Governo), sarebbero
intervenute le fondazioni e dietro esse la SanIntesa; e in fondo, nascosta
alla vista, la Goldman. Anche questo piano, dopo la CapIntesa, è
fallito; ma i lobbisti che sono rappresentati dall’attuale Governo
e dal centrosinistra in genere non demordono. L’uomo di Bazoli,
il finanziere polacco Zalewski, è già entrato nella Telecom
con un 5% azionario. Si tenta adesso (lo stanno tentando i subdominanti
della superbanca bazoliana) – chiamando a raccolta anche (potenziali)
avversari della SanIntesa come Unicredit e Montepaschi (cui dare un
contentino), più altri – di entrare nei piani di ristrutturazione
futura della Telecom e, approfittando anche del disegno di legge Gentiloni
sulle TV, di mettere le mani su qualche frequenza e canale televisivo
onde arrivare a quel “dittatoriale” centro finanziario-politico-massmediatico
di cui sopra; centro enorme di potere in Italia, ma chiaramente di tipologia
subdominante, poiché dietro ci sarebbe comunque la Goldman e
i centri predominanti americani.
Altro esempio illuminante: l’Airbus, il consorzio aeronautico
europeo, i cui principali promotori sono Francia e Germania, mentre
l’Italia non ha voluto parteciparvi. Tale azienda è in
grave crisi, in particolare per l’incapacità di portare
a termine il progetto del grande aereo passeggeri (oltre 500 trasportati);
ed è in forte ritardo anche per i progetti di aerei di media
portata (2-300 posti). I neoliberisti dello schieramento “destro”
gongolano perché l’Italia ha rifiutato a suo tempo di entrare
nel consorzio; secondo loro, la Boeing americana sta dimostrando la
sua superiorità tecnologica e produttiva in base alle “pure”
leggi del “libero” mercato. Meno male – dicono questi
fondamentalisti del neoliberismo – che anche recentemente la Finmeccanica
ha rifiutato di entrare nell’Airbus rilevando una parte del pacchetto
azionario che l’inglese Bae è decisa a vendere. Tutte menzogne
grossolane. I cinesi hanno ordinato all’Airbus un numero considerevoli
di aerei passeggeri; e il 19 agosto (pochi mesi fa dunque), un paese
dipendente dagli USA come l’Arabia Saudita ha ordinato 72 caccia
(ad altissima e sofisticata tecnologia) Eurofighter Typhoon; una commessa
di alto valore commerciale, una buona quota del quale andrà pure
alla nostra Finmeccanica.
Non è una coincidenza il fatto che la crisi dell’Airbus,
in gran parte legata al superaereo passeggeri sopra indicato, sia praticamente
iniziata in coincidenza con il forte indebolimento dell’asse franco-tedesco,
che aveva raggiunto un massimo di incisività nella sua sorda,
e certo fin troppo prudente, contrapposizione agli USA all’epoca
della crisi irachena (2003). Prima l’ascesa al cancellierato della
Merkel, poi gli scandali (reali ma gonfiati per ottenere il risultato
voluto) miranti a coinvolgere de Villepin e Chirac, hanno indebolito
l’asse e ridato ampio fiato agli Stati Uniti, comunque in difficoltà
di fronte all’impasse delle loro avventure in Irak e Afghanistan,
all’incerta solidità di Musharraff in Pakistan, al fallimento
delle “rivoluzioni arancione”, alla diminuzione della loro
influenza nelle repubbliche centroasiatiche russe, alle difficoltà
di “castigare” Iran e Corea del Nord, ecc. Purtroppo, cresce
solo l’influenza delle nuove potenze ad est – e l’assassinio
della giornalista “liberale” a Mosca è una probabilissima
manovra tendente a incrinare la popolarità di Putin (credo proprio
con ben scarso successo) – mentre l’Europa è un autentico
disastro, e l’Italia è in stato comatoso.
E’ ovvio, se non per gli ideologi del neoliberismo (ma non solo
per loro, purtroppo), che non si compete sul “libero” mercato
bensì in base alla conquista o meno delle ben note “sfere
di influenza” da parte delle varie potenze capitalistiche, che
sono ancor oggi – malgrado persino dei pensatori poco onesti di
estrema sinistra tentino di imbrogliare le carte cianciando di fine
degli Stati nazionali – paesi particolari, nazioni. Non c’è
competizione se, oltre certamente all’organizzazione produttiva,
mercantile e soprattutto all’innovazione scientifico-tecnica,
non esiste la capacità di esercitare la potenza con tutto ciò
che essa comporta. L’Airbus risente di questa incapacità
dell’Europa, che è una pura unione contabile (“memorabile”
il recente giudizio della Commissione europea sulla nostra finanziaria:
“è corretta dal punto di vista contabile”; c.v.d.).
Si potrebbe anche parlare, con specifico riferimento all’Italia,
dei recenti accordi (positivi in senso banalmente commerciale e prescindendo
da ogni orientamento strategico) delle nostre ENI e Finmeccanica durante
il recente viaggio del nostro Premier a Mosca. Da tali accordi si potrebbe
inferire la sostanziale subalternità dei nostri subdominanti
ai predominanti USA. Non è qui necessario allungare l’elenco
degli esempi particolari. Ne abbiamo a sufficienza per trarre le nostre
conclusioni di carattere più generale.
6. Innanzitutto, proporrei di superare, se possibile, un linguaggio
di sapore ancora “feudale”; i dominanti e i dominati. Nel
capitalismo avanzato, appare francamente démodé un simile
linguaggio. E’ pur sempre un po’ meglio parlare di decisori
e non decisori, in quanto una società come la nostra è
pervasa da “entità” che in qualche modo possono rientrare
nella categoria della decisionalità; solo che alcune (la minoranza)
hanno carattere eminentemente attivo e incidono con evidenza sulla costellazione
dei rapporti sociali, mentre le altre (maggioritarie), pur avendo effetti
interattivi, tendono fondamentalmente a subire gli impulsi prevalenti
delle precedenti. Indico come decisori le prime entità (poche),
non decisori le seconde (molte). Uso volutamente un linguaggio prudente
e non reciso perché c’è qui un grossissimo lavoro
teorico da fare onde adeguare la teoria a società di tipologia
capitalistica, così lontane da quelle “signorili”
o anche protocapitalistiche.
Marx usò il linguaggio dello “sfruttamento” –
che, scientificamente, è l’estrazione di pluslavoro/plusvalore
– poiché dava per scontata l’omologazione tendenziale
dello sviluppo sociale a livello mondiale secondo la dinamica del modo
di produzione capitalistico da lui teorizzato, che avrebbe condotto,
quale tendenza di fondo, di base, alla lineare scissione dicotomica
della società (in generale, senza riferimento alle diverse parti
della formazione sociale mondiale) in una minoranza di “sfruttatori”
e in una grandissima maggioranza di “sfruttati”; essendo
sia gli uni che gli altri due raggruppamenti sociali in via di compattamento
e unità quali capitalisti proprietari rentier, da un lato, e
lavoratore collettivo cooperativo, dall’altro. La teoria neoclassica
dei dominanti si è orientata sulla preminenza delle scelte, costruendo
la visione di una società – in quanto mera somma di atomi
individuali in semplice interazione – quale sistema intrecciato
delle valutazioni compiute da tali atomi; sistema che, nella sfera economica,
costituisce il mercato, questo regno (impersonale) della libertà
di scelta individuale.
Rinviando ad una costruzione teorica da fare – di cui ho posto
alcune pietruzze – ribadisco che la teoria dello sfruttamento
non consente costruzioni di immagini sociali dotate di efficacia attuale
in vista di una radicale critica, pratico-teorica, della società
“avanzata” odierna (esistente da non so quanto tempo ormai,
senza che noi marxisti ce ne accorgessimo); d’altra parte, la
teoria dominante neoclassica è una semplice “scienza”
della “superficie” – del resto anche Marx riconosceva
che il mondo degli scambi mercantili, considerato solo in se stesso,
è l’Eden della libertà e dell’eguaglianza
degli individui – e occulta le diseguaglianze reali. Se vogliamo
riprendere il nocciolo razionale di una teoria fondata sulle “classi”
e il dominio di classe, è a mio avviso necessario partire dal
presupposto (il “postulato”) che il capitalismo è,
nel suo aspetto fondamentale, un sistema di decisioni con diverso peso
e incidenza: alcune eminentemente attive nel produrre modificazioni
del sistema, altre invece, la maggior parte, tendenzialmente subordinate
alle precedenti; ovviamente, il diverso grado di efficacia attiva o
invece di subordinazione dipende dalla struttura interrelazionale tra
i diversi gruppi di agenti, tra le loro funzioni, tra i ruoli in cui
queste si incardinano, ecc.
Il complesso strutturato dei ruoli e funzioni in cui si rappresenta
l’articolarsi delle decisioni – anche dal punto di vista
massimamente astratto, prima ancora di muoversi verso i livelli di maggiore
concretezza della vita sociale – si ramifica non semplicemente
nella sfera economica della società, ma implica immediatamente
anche le altre sfere, e in particolare quella politica. La produzione
– di merci e, per la “natura” (sociale) di questa,
di denaro – resta decisiva nel nostro genere di formazione sociale
ma la politica, delle strategie di conflitto, permea l’intero
complesso delle decisioni. E anche in quest’ambito, possiamo restare
in superficie, sulla base della considerazione che non c’è
atto della nostra vita che non implichi una decisione (individuale,
quand’anche presa insieme ad altri); oppure possiamo spingerci
fin dentro i meccanismi più intimi – e gli apparati e organismi
che essi muovono – laddove si scopre il netto predominio di poche
decisionalità e la sostanziale subordinazione della loro stragrande
maggioranza.
Tuttavia, sia nei luoghi del predominio sia in quelli della subordinazione,
non esiste coagulazione e tendenziale completo raggrupparsi delle decisioni
in soggettività collettive sempre più compatte e omogeneizzate
al loro interno. Si verifica al contrario quanto è già
stato detto più volte: il conflitto e la dinamica di frammentazione
e disarticolazione, con aumento dei vari frammenti (“ceti”)
sociali, loro crescente stratificazione (verticale) e segmentazione
(orizzontale). Coloro che si trovano nelle condizioni di confliggere
per la supremazia – una minoranza – utilizzano ampiamente
la dinamica, intrinseca all’attuale società, di separazione
e dispersione dei segmenti e strati sociali – in cui si divide
la maggioranza – al fine di conseguire i loro obiettivi di predominio
(di pochi gruppi su altri), sfruttando le rivalità, gli odi,
le antipatie, le effettive divergenze di interessi, tra i suddetti strati
e segmenti (di non decisori).
Durante le epoche di prevalente monocentrismo, nelle società
a capitalismo detto avanzato – che aumentano di numero ad ogni
passaggio per una fase policentrica precedente il periodo monocentrico
– cresce in modo deciso il livello di reddito (e di vita) della
stragrande maggioranza degli strati sociali, pur nella divaricazione
di ricchezza tra gli stessi. Il conflitto tra dominanti (decisori) è
relativamente smorzato (mai cessa), ed è relativamente facile
per essi esercitare l’egemonia sulla società nel suo complesso,
sempre usando la tattica di tenere divisi i sottostanti. Man mano che,
sulla base dello sviluppo ineguale delle varie formazioni sociali capitalistiche
particolari (delle diverse parti della formazione sociale mondiale),
ci si avvicina a una nuova epoca policentrica, la situazione si fa più
difficile in tutti i sensi. Si verificano situazioni di crisi sia economica
che sociale in senso più ampio, si accentua il disagio e la perdita
di posizioni di relativo benessere per un numero sempre maggiore di
strati, soprattutto delle fasce medio-basse. Non solo i conflitti per
la supremazia (orizzontali), ma anche le tensioni in verticale vanno
intensificandosi, mentre si accrescono le frizioni tra parti diverse
del capitalismo avanzato a livello mondiale. Come nell’avvicinamento
e scontro tra falde tettoniche, così pure nella formazione sociale
globale vanno aprendosi linee di frattura; e coaguli di grande energia
si addensano in punti (deboli) specifici, in cui quindi maturano le
condizioni oggettive di forti tensioni, da cui nascono saltuariamente
le svolte “catastrofiche” (nel senso del rapido mutamento
e della precipitazione degli eventi in aspre rivolte).
Da queste considerazioni generalissime nascono quelle, di prima istanza
e altrettanto generali, intorno a quella che ho genericamente denominato
terza forza, solo per non elucubrare su specifiche, e ancora non visibili,
tendenze in atto nell’attuale situazione di pantano e di stallo
sussistente in Italia, e in genere in Europa (in molti suoi paesi);
le forze politiche presenti oggi, denominate destra e sinistra, sono
figlie di detta situazione, e il loro gioco (degli specchi) continua
a riprodurla, con permanente galleggiamento sul pantano in questione.
E’ del tutto probabile che questa terza forza, se si dovesse formare,
sarebbe fin dall’inizio scissa in due, con una componente tesa
alla rivoluzione dentro il capitale ed una contro il capitale. Per questo,
nelle fasi in cui si accentua il degrado delle forze riproduttrici del
pantano (destra e sinistra), si ha il massimo di confusione tra le forze
critiche in fieri, confusione su cui puntano quelle conservatrici –
in particolare quelle di sinistra che, in una simile congiuntura, sono
le più reazionarie e vero scudo protettivo della degenerazione
in atto che esse accelerano a causa delle modalità stesse con
cui difendono strenuamente il vecchio sistema, fondamento della produzione
di “briciole” per le masse che manovrano e di pingui emolumenti
per la loro burocratica funzione di irreggimentazione di queste masse
– onde schiacciare le novità e continuare a protrarre la
loro esistenza, così esiziale ormai per le sorti delle società
in cui questo cancro (la destra e, soprattutto, la sinistra) prolifera.
Ormai però sappiamo che, contro il capitale, deve ergersi una
forza cosciente dei suoi compiti, che sia mossa da sentimenti d’opposizione
ai meccanismi di sviluppo tipici di questa società – lotta
per la supremazia, per subordinare gli altri, uso dei mezzi più
turpi a ciò necessari, ecc. – ma guidata da una conoscenza
del campo della battaglia, dei soggetti (plurimi, sparsi e “oggettivamente”
divisi) in battaglia (il vecchio “scontro di classe”), delle
strategie per unire tutto l’unibile contrastando il divide et
impera dei decisori, ecc. Nelle situazioni di sostanziale monocentrismo,
e conseguente relativa stabilità e benessere nei punti alti del
capitalismo, è puro volontarismo utopistico cianciare di coinvolgimento
delle masse nella lotta antisistema; per quanto aspre possano apparire
le lotte, per quanto sembrino “rivoluzionarie” perché
magari contestano aspetti riproduttivi del sistema particolarmente arretrati
(antimoderni), non si tratterà mai di veri tentativi di fuoriuscita
dal capitalismo poiché non ne sussistono le condizioni minimali
(’68 docet). Si possono solo formare, per motivi casuali la cui
tentata spiegazione causale ha larghi margini di errore e di vera “invenzione”
ideologica, piccoli gruppi di individui consapevoli, che inizieranno
ad orientarsi entro i meandri dell’effettivo sviluppo capitalistico
di quella fase.
Ad ogni epoca, si ripete l’errore di pensare che dal movimentismo
nasca la coscienza dei compiti di trasformazione anticapitalistica.
Anche in tal caso, vorrei ricordare le tesi di Lenin espresse nel solito
Che fare?, fra l’altro citando – in tal caso con favore
– Kautsky: “socialismo e lotta di classe nascono uno accanto
all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse
diverse”[corsivo mio]. Dal movimento spontaneo di rivolta non
nasce niente di rivoluzionario. Se poi parliamo non di rivolte, ma solo
di movimenti tradunionisti (redistributivi) per condizioni di vita e
di lavoro – lotte di gran lunga prevalenti, anzi sostanzialmente
esclusive, nei periodi monocentrici e nei paesi a capitalismo sviluppato
come il nostro – ne risulta esaltata la precedente affermazione:
da tali movimenti non nasce affatto la coscienza anticapitalistica,
né tanto meno una teoria adeguata della formazione capitalistica
che consenta di afferrare le caratteristiche del campo di battaglia,
dei soggetti in battaglia, delle modalità e strategie della battaglia.
E se poi abbandoniamo l’ultimo baluardo ortodosso di Lenin, la
classe in sé, se accettiamo l’idea di una dinamica capitalistica
di frammentazione sociale (sia tra i decisori che tra i non decisori),
e di divaricazione e non certo di unione e sintesi tra i frammenti,
esce rafforzata l’idea che dalla lotta sindacale o anche politico-istituzionale,
condotta da apparati che controllano e orientano insiemi vari dei frammenti
sociali in questione, non sgorga nulla che non sia o opportunistico
adeguamento alle briciole ottenute nello sviluppo capitalistico o generico
populismo intriso di livore plebeo – così vividamente rappresentato
dal recente manifesto di Rifondazione: “anche i ricchi piangano”
– fonte di quel ressentiment di cui parlò adeguatamente
Nietzsche con riferimento al “socialismo” del suo tempo.
Il rivoluzionario non è mai un plebeo, non è mai un populista.
Può appoggiare quest’ultimo per esigenze tattiche, in date
congiunture storiche; e può appoggiarlo anche senza ipocrisie,
in modo aperto, ma sapendo i limiti di questo appoggio. Facciamo un
esempio concreto. In quest’epoca di ancora sostanziale supremazia
USA – per quanto sia probabile l’apertura di una nuova fase
policentrica – è giusto appoggiare senza reticenze Chavez
(e altri come lui), Castro (finché dura), la Corea del Nord,
ecc. Se però qualcuno, nel nostro tipo di paese, va a raccontare
che le nostre prospettive di lotta anticapitalistica sono di quel tipo,
che noi vogliamo accodarci alle lotte di quei paesi, che quelle lotte
rappresentano gli embrioni del “nuovo socialismo” (per l’ennesima
volta controllato dal popolo), e le altre solite coglionerie che da
quando sono diventato comunista (oltre mezzo secolo fa!) ho sentito
mille volte ripetere da eterni sconfitti (e meno male!!!), allora dico
senza remore a questo qualcuno: sei scemo patocco, una scheggia impazzita,
un autentico kamikaze; vai per la tua strada, “carino”,
perché da te prendo le distanze, non voglio tagliarmi da solo
i c….Certamente, data l’epoca, resterò in minoranza,
ma quello che andrò scrivendo servirà in altro momento.
Quello che dice il populista, il “nuovo socialista” movimentista
– vero nuovo socialista rivoluzionario o magari menscevico, ecc.
– crea solo confusione, conduce alla inazione o comunque distoglie
forze giovani da compiti più proficui. Alla fine, nei nostri
paesi a capitalismo avanzato (è ovvio che non parlo di altri
paesi), simili ideologi conducono i “movimentisti”, ad ondate
successive, a rientrare nei ranghi per assicurare alla vecchia reazionaria
sinistra nuova linfa (sempre più putrefatta); nel migliore dei
casi (o, se si preferisce, nel meno peggiore; ed è detto senza
ironia!), questa torbida congerie di grumi ideologici (populisti, miserabilisti,
moraleggianti, ecc.) fa da battistrada ai più lucidi rivoluzionari
dentro il capitale (questa è comunque gente seria, che conosce
l’arte delle battaglie).
Voglio essere chiaro: con personaggi del genere, il mio dissenso non
è semplicemente teorico, è politico. Io sono leninista,
per quanto totalmente riveduto e corretto, non accettando la classe
in sé, non accettando la dinamica dicotomica che l’ortodossia
marxista attribuiva al modo di produzione capitalistico, considerato
soltanto in una sua generale caratterizzazione fondata quasi esclusivamente
sul problema della proprietà (controllo) privata dei mezzi di
produzione e sulla estrazione del plusvalore, con tutto ciò che
ne consegue e su cui non mi ripeto, avendo già spiegato a sufficienza
la povertà schematica di un simile modello teorico e il suo spingere
ad una pratica rivoluzionaria totalmente fallimentare, ormai da seppellire
senza fanfare. Detto questo, sono però pur sempre un leninista,
so il valore dell’organizzazione; e di una organizzazione ristretta
di “professionisti”, non certo del famoso “partito
di massa” di togliattiana memoria, prodromo del populismo movimentista
attuale, base del cedimento opportunistico alle sirene dello sviluppo
capitalistico in un lungo periodo di monocentrismo, quale quello attraversato
dal campo del capitalismo avanzato negli ultimi 60 anni. E so bene che
da nessun movimento sgorga la coscienza della trasformazione anticapitalistica,
che implica una teoria adeguata della nostra società e la possibilità
di una lunga pratica che “prova” la teoria, ne mette in
mostra i limiti e la corregge. Ma il movimento rappresentato dai momenti
formulazione-[prova-riformulazione] esige l’esistenza di un cervello
che rifletta, e non solo di muscoli che si agitano a vanvera, sia pure
per “amore del popolo”.
Solo però con l’entrata nella fase policentrica, in un
paese del campo capitalistico avanzato si va accentuando quel disagio,
si crea quello scollamento tra base e vertici della scala sociale, tra
popolo e istituzioni, ecc., che crea le condizioni per la [prova-riformulazione]
in quanto processo di accelerazione dei tentativi di prassi trasformatrice;
e ciò si verifica in dati punti della “catena capitalistica”.
Siamo comunque, e lo saremo ancora a lungo, in un periodo monocentrico,
pur se credo verso la sua fine, verso il passaggio alla fase successiva.
Non c’è quindi al momento alcuna ragione di dividersi,
così in pochi come siamo, tra chi crede nell’organizzazione
e chi in generici movimenti popolari. Su molti punti si può procedere
assieme, e anche a lungo. Però diventa assurdo il tentativo di
conciliare le rispettive teorie, perché, lo ripeto, la differenza
è di lenti teoriche e non potremo mai evitare di trarre significati
diversi (spesso diametralmente opposti) dal medesimo libro che stiamo
insieme leggendo. Ma perché, al fondo di tutto, non è
la quantità di libri che leggiamo, non è la diversa sensibilità
nei confronti della scienza e della filosofia, a dividerci. Non prendiamoci
in giro, sia pure in buona fede: siamo politicamente diversi, perché
io sono sostanzialmente leninista e quasi tutti quei (pochi) che hanno
commentato la mia terza forza non lo sono per nulla. Appartengono ai
più svariati generi: populisti, antimodernisti, moralisti, spesso
genericamente “buonisti”, ecc.; ma sono in ogni caso del
tutto tetragoni al leninismo.
Comunque, bando alle chiacchiere. Abbiamo molte cose su cui alcuni di
noi possono convergere nelle loro critiche alla società attuale,
in specie con riferimento alla concretezza della formazione sociale
italiana o anche internazionale nell’epoca presente, in cui l’antiamericanismo
(in generale, non entrando nello specifico del perché siamo antiamericani)
è intanto un principio che dovrebbe essere comunemente accettato
tra noi. Se qualcuno critica l’ideologia del politically correct,
molti di noi saranno d’accordo. E lo saranno egualmente se critichiamo
le concentrazioni finanziarie (e in particolare quelle che si stanno
facendo da noi) o il neoliberismo; più articolate saranno le
posizioni circa la difesa o critica del Welfare, ecc. Se analizziamo
la situazione in Pakistan-Afghanistan, troveremo più punti d’accordo
che di disaccordo, ecc. E si potrebbe continuare. Laddove mi appare
inutile proseguire la discussione, se non fissando dei paletti assai
stretti, è proprio sui due punti da cui sono partito: questione
della potenza e problema dei dominati (non decisori). Su questi punti,
essere o non essere leninisti è pregiudiziale, altrimenti il
dialogo è tra sordi e non serve a nulla. Io non trascuro i dominati,
e lo so bene; chi mi legge diversamente, lo fa perché è
un populista, o crede in (per me) immaginarie leggi di incomprimibilità,
oltre un certo limite, di “qualcosa” che starebbe dentro
l’essere umano.
Io non credo a nessuna resistenza innata, a nulla che – come il
caucciù – sia o meno comprimibile, e fino a certe (quali?)
soglie. Tutto dipende da date congiunture e anche da date sedimentazioni
storiche o altro (ma in ogni caso di aleatorio, quindi di casuale).
Due figli gemelli nascono e vengono educati apparentemente nello stesso
ambiente, con lo stesso affetto, con gli stessi metodi, ecc.; eppure
sono tra loro diversissimi. Il popolo napoletano vive ormai da decenni
in un ambiente che, per un paese come il nostro, è di un degrado
quasi subumano; eppure sembra che abbia ancora limiti di “comprimibilità”.
Altri popoli scoppiano assai prima; ma quanto ai risultati di questi
scoppi, la storia non ci racconta gran che di buono. Comunque, senza
lo scoppio, nessun motore va in moto; se però non c’è
qualcuno al volante, il disastro è assicurato. Il leninista non
può prevedere con matematica certezza gli scoppi; può
in parte presentirli ma non indicarne la data nemmeno approssimativamente;
tuttavia cerca di prendere lezioni di guida, e di capire su quale terreno,
dandosi le condizioni, si troverà a condurre l’autovettura.
D’ora in poi, bando alle discussioni teoriche di un certo tipo
se non con chi si mette in una certa ottica. E l’ultimo paragrafo
sarà già l’inizio di una nuova discussione con questo
“chi”. Gli “altri” ragionino per conto loro;
non perdiamo tempo (“tra sordi”), per favore.
7. Ho iniziato il documento sulla terza forza sostenendo che si può
essere in dieci o anche in cinque, ecc.; ma ciò non ci esime
dal tentare di non autoconfinarci nella mera testimonianza di una generosa
critica del capitalismo di stampo essenzialmente etico. Dobbiamo credere
alla possibilità di crescere e di fare politica, nella convinzione
che l’epoca si muova in una certa direzione, il policentrismo,
in cui tale politica diventerà meno difficile e più produttiva
di effetti. La questione preliminare – non in senso cronologico,
ma solo logico; è ovvio che non si starà soltanto a rimuginare,
mai in nessun momento – è il ripensamento di una teoria
molto più adeguata delle attuali con riferimento alla formazione
sociale capitalistica (e non semplicemente quella del nostro tempo,
bensì pure come teoria generale della stessa). La mia tesi –
forse per il mio pregresso background culturale – è che
il punto di partenza di una riformulazione teorica resti Marx (con l’importante
“correzione” di Lenin). Si deve però trattare solo
di un punto di partenza; quegli sciagurati che sono ancora fermi a ripetere
la teoria marxista nella sua impostazione di metà ottocento –
con borghesia/proletariato, capitale/lavoro, “sfruttamento”
(valore-plusvalore), ecc. – vengano tranquillamente mandati al
diavolo; nessuna discussione più con costoro. Sono fra l’altro
degli schizofrenici; vivono perfettamente in questa società a
capitalismo avanzato, ma amministrano il loro vecchio sapere rifugiandosi
in un modello di società immaginato 150 anni fa. Spero che i
più giovani sappiano ignorarli.
Nel momento in cui si prende intanto in considerazione non il mero modo
di produzione capitalistico (in generale), ma anche la formazione sociale
mondiale divisa nelle sue diverse parti a sviluppo ineguale (e con alcune
di esse che, nelle fasi policentriche, prendono la corsa e ne superano
altre); nel momento in cui si analizza la dinamica capitalistica in
quanto produttrice di diversificazione e dispersione (in orizzontale
e in verticale) dei diversi spezzoni sociali, senza tendenze alla oggettiva
formazione di soggettività collettive unificate; ne consegue
allora l’allontanamento precipitoso da una politica fallimentare
e inutile (anzi dannosa) come quella sedicente internazionalista del
sedicente “movimento operaio”, bella favola inventata da
apparati burocratici di opportunisti tesi all’ascesa sociale assieme
alle forze peggiori del capitalismo più parassitario, quello
assistito dallo statalismo dei vari piciisti (lassalliani) di sempre.
Una terza forza che muova i primi passi in un paese del campo capitalistico
avanzato, avvertendo l’incipiente entrata in una nuova fase policentrica,
non può non porsi il problema della potenza necessaria a fare
politica in quest’epoca sfruttando le crescenti contraddizioni
tra decisori, sia all’interno di ogni formazione sociale particolare
(paese) sia, ancor più, tra le diverse formazioni sociali di
questo tipo. Ciò implica individuare, entro la propria formazione
sociale (paese), quali sono le forze capitalistiche (da considerare
parassitarie) che agiscono in combutta con quelle del paese ancora dominante
centralmente, e quali si muovono, eventualmente, controcorrente (in
genere sempre con molta timidezza, in specie all’inizio della
nuova fase).
E vorrei essere chiaro. Siamo in un paese a capitalismo avanzato che,
in 60 anni di monocentrismo statunitense, ha accumulato ricchezza e
accresciuto il reddito di quasi tutti gli strati sociali, pur se in
modo nettamente diversificato tra i più e i meno ricchi. In una
situazione del genere, appunto in 60 anni, le organizzazioni che si
basano sul vecchio concetto di “lotta di classe” –
dei lavoratori salariati ormai stratificati in assai differenti gradini
di reddito – si sono già trasformate in apparati che amministrano
il conflitto ai fini della mera redistribuzione delle condizioni di
vita e di lavoro entro la formazione capitalistica ormai consolidatasi;
e malgrado esistano piccoli gruppetti di sopravvissuti che mimano ancora
la “rivoluzione”, in realtà tali organizzazioni sono
quanto di più conservatore esista, perché la conduzione
(tranquilla e con ampi riconoscimenti da parte dello Stato) di un simile
conflitto esige che la struttura sociale, e i rapporti tra i suoi agenti
(decisori e non), restino quelli che sono. E’ per questo che in
tali paesi – da tanto tempo ben oltre non semplicemente l’orizzonte
rivoluzionario, ma addirittura quello della semplice modificazione delle
configurazioni di potere cristallizzatesi sulla base del periodo monocentrico
(oggi a predominanza USA) – si crea una fondamentale alleanza
tra quei settori degli agenti strategici (decisori) capitalistici, acerrimi
difensori della predominanza dei decisori centrali, e organismi dei
“lavoratori” (dipendenti) cooptati e “ben pagati”
per oliare, con le loro “lotte”, i meccanismi riproduttivi
di questo sistema di rapporti di potere.
Una terza forza, se vuol farsi strada, deve attaccare tale sistema e
rompere l’alleanza “perversa” tra decisori strategici
(subdominanti) e apparenti organismi di difesa dei lavoratori. Non si
può fare a meno di approfittare delle contraddizioni tra decisori,
che eventualmente si aprano nell’incipiente trapasso al policentrismo,
individuando possibili loro settori sensibili ad una critica (soprattutto
pratica) della sudditanza ai predominanti centrali. Nel contempo, va
condotta una dura lotta contro la politica del divide et impera, attuata
dai subdominanti (servili verso il centro) assieme agli apparati “ben
pagati” degli organismi dei lavoratori (partiti e sindacati).
Sostenere che in questa politica non serve la potenza è semplicemente
demenziale. E’ necessario muoversi tra “Scilla e Cariddi”:
la politica di potenza appunto, che accentua e aiuta l’esplosione
dei più violenti contrasti tra decisori (in sede nazionale come
internazionale); e la politica di costruzione di una unità tra
gli strati medio-bassi dell’intero fronte lavorativo, sia autonomo
(non sempre realmente, anzi spesso solo formalmente) che dipendente
(salariato). E’ ovvio che si tratta di due politiche che entreranno
spesso in frizione fra loro, ma non si può trascurare né
l’una né l’altra; altrimenti, lo ripeto, ci si ritiri
a casa propria a riflettere sui “destini dell’umanità”,
ma si lascino stare gli ambiti concretamente politici, che sono estremamente
delicati.
Dirò di più: essendo improbabile che si riverifichi un
caso storico del tutto eccezionale – come quello rappresentato
da Lenin e, in genere, dal gruppo dirigente bolscevico – gli intellettuali
di una eventuale terza forza debbono limitarsi all’analisi della
situazione di fase e alla “ristrutturazione” del campo teorico,
ormai così obsoleto; quanto all’azione politica che dovrebbe
essere concomitante – sempre per il ben noto circolo formulazione-prova-riformulazione
– è bene lasciarla a settori diversi e dotati di altre
caratteristiche e capacità. Normalmente, non c’è
nulla di più disastroso dell’intellettuale che pretende
di essere nel contempo agente politico. L’unione tra i due personaggi
è invece non solo utile ma necessaria; anche l’antintellettualismo
di certi praticoni politicanti ha generalmente effetti catastrofici.
Comunque, in conclusione, non entrerò qui nei dettagli della
possibile azione di una – al momento solo ipotetica – terza
forza. Insisto solo nel ribadire la contraddizione che essa dovrà
vivere tra le due politiche di cui appena detto. Aggiungerò che
se per caso, in un lontano futuro, dovesse ripetersi l’assunzione
di potere di una simile forza in una qualche parte della formazione
sociale mondiale, essa si ritroverà di fronte le difficoltà
che incontrarono i comunisti in URSS. L’importante è dirci
fin d’ora che non sussisterebbe, immediatamente, il problema della
“costruzione del socialismo”; sarebbe necessario continuare
a sfruttare i conflitti tra i decisori (in specie quelli a livello internazionale)
– e per questo occorre la potenza – mantenendo vivo il fronte
della lotta per la formazione, non oggettivamente data, di una alleanza
(non una fusione unitaria) tra gli strati medio-bassi dei non decisori.
In un certo senso, la terza forza dovrà dividersi in due; e tra
i due settori vi saranno contrasti, per reggere i quali – o comunque
per non renderli distruttivi – andrebbe proibito severamente anche
soltanto di pensare al loro “sorpassamento dialettico”.
A volte, si tratterà invece di un affrontamento nemmeno troppo
tenero, non certo “tra compagni”; e bisogna saperlo utilizzare
per quello che è, senza immediatamente voler sopprimere uno dei
poli dell’autentico conflitto.
Comunque, per quanto concerne la costruzione di una terza forza, siamo
adesso in una situazione molto, ma molto più arretrata di quella
in cui si trovò l’URSS post-1917. Le problematiche concrete
andranno via via discusse e mi rifiuto di cominciare a fantasticare
qui sulle ben note “ricette della cucina dell’avvenire”.
Spero ci sarà modo di discutere, sapendo con chi ci si può
intendere, almeno in linea di principio, e con chi può esserci
soltanto una “generosa” alleanza nei “fatti”.
In ogni caso, secondo me, guai se la discussione di compiti cosiddetti
pratici impedisse due attività di primaria importanza: a) rifacimento
di una teoria adeguata che sostituisca un vecchiume ormai indigeribile;
b) analisi dell’attuale fase e tentativo di individuare alcune
tendenze di fondo, prima fra tutte se e come (secondo quali configurazioni
geopolitiche e geoeconomiche) si sta entrando in una nuova epoca policentrica.
Credo che per il momento basti.
31 ottobre 2006