RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

 

REINTERVENENDO SULLA TERZA FORZA

1. Sinceramente credo siano già bastati pochi interventi, e soprattutto alcune chiacchierate con amici, per consentirmi una serie di riflessioni, non entusiasmanti ma per me abbastanza definitive. Mi riferisco alle reazioni, non molte per la verità, suscitate dal documento intorno alla terza forza, da me stilato recentemente e messo sul blog ripensaremarx.splinder.com; reazioni, come già rileva-to, più orali che scritte.
Intanto, segnalo un problema ben noto: ogni messaggio ha due soggetti, uno che invia e uno che riceve; se i due hanno lenti teoriche, interpretative, completamente diverse, non si intenderanno mai per quanto cerchino, ognuno in perfetta buona fede, di spiegare che cosa “volevano veramente di-re”. Ognuno leggerà secondo la sua “chiave di lettura”. Mi sembra evidente che due sono i punti della mia argomentazione rimasti indigesti ai critici, e sui quali è nato quello che, dal mio punto di vista, è un grave fraintendimento (non solo per l’oggi ma anche per il passato), e che tuttavia non penso possa essere sanato se non si verifica in chi ha scritto il messaggio o in chi l’ha ricevuto una profonda trasformazione, anzi un vero cambio, delle lenti di cui sopra; evento che ritengo assai im-probabile.
Partiamo da lontano. Qualcuno ha manifestato sorpresa per il fatto che io, maoista europeo di antica data, sono per lo sviluppo delle forze produttive. Questo è proprio un equivoco notevole, dal quale iniziare quella che Althusser avrebbe indicato quale lettura sintomale. Non so cosa pensassero i “maoisti europei”, perché ce n’erano di tutti i tipi; circolava anche una simpatica battuta: “sapete qual è il più grande gatto del mondo? Mao, perché ha la testa in Cina e i coglioni in Italia (o in Eu-ropa, è lo stesso)”. Sono certo che i maoisti veri – quelli cinesi, quelli guidati dal Mao del “grande balzo in avanti” (1958), quelli del fattore uomo da rivalutare ai fini dello sviluppo, quelli della “classe operaia deve dirigere tutto”, giacché si era convinti che la predominanza dei “produttori” sui “burocrati” di partito avrebbe dato nuovo impulso alla crescita della Cina – avevano a cuore i pro-blemi della produzione tanto quanto i dirigenti e gran parte del popolo cinese odierni, tanto quanto quelli indiani attuali, tanto quanto quelli iraniani guidati dagli Ayatollah fondamentalisti, che vo-gliono l’energia atomica, i missili balistici a lunga gittata, con tutto ciò che di progresso tecno-scientifico è necessario a tal fine. Varie forze hanno manifestato diverse convinzioni circa i metodi migliori per accrescere la produzione e i ritmi di sviluppo, ma nessuno, nemmeno fra i comunisti più idealisti, e magari persino utopisti, ha mai avuto dubbi sulla necessità della crescita.
La confusione di certi (fu) maoisti europei è quella tra “sviluppo delle forze produttive” e “nefa-sta teoria delle forze produttive” (secondo la formula usata in tutti i testi della polemica antirevisio-nista dei comunisti cinesi). Lo sviluppo delle forze produttive – con l’avanzamento di scienza e tec-nica che ciò comporta – è sempre stato considerato, da qualsiasi comunista e marxista di ogni tempo e di ogni condizione, colonna portante, di base, per qualsiasi altro progetto politico; se la gran mas-sa della popolazione non vede migliorare le sue condizioni di vita (certo materiali, quelle che sono comunque garantite, salvo rare eccezioni, a coloro che discettano sui grandi problemi “universali”), è inutile mettersi a indottrinarla sulle meraviglie della rivoluzione o comunque della trasformazione dei rapporti intersoggettivi in direzione di una maggiore bontà, generosità, altruismo e altri bei pen-sieri del genere.
In nessun momento della mia attività di studioso sono stato contro lo sviluppo delle forze pro-duttive; ho solo criticato aspramente la tesi – espressa dallo stesso Marx, fra l’altro, nella Prefazione del ’59 – secondo cui tale sviluppo, di per sé, urta contro il limite posto dallo stesso capitale (non cosa ma rapporti sociali) e quindi lo travolge, provocando la trasformazione della società in direzio-ne del comunismo. E’ contro questo determinismo che me la sono presa, non contro la necessità che le forze autodefinitesi comuniste, una volta preso il potere, si ponessero comunque anche il proble-ma di migliorare le condizioni di vita della gente; e chiunque metta il miglioramento qualitativo in antitesi a quello quantitativo non convince che pochi adepti, e verrà infine (e giustamente) cacciato dal potere.
Una notazione puramente personale; non mi trovo bene in questo mondo d’oggi e ammetto di avere crescente rimpianto per quello di trenta o quaranta anni fa, ma non perché ero più giovane (troppo facile allora). Se poi vedo un film sul periodo a cavallo tra otto e novecento o anche tra le due guerre mondiali (con tutti i “casini” accaduti in quell’epoca), avverto nostalgia. Ricordo però benissimo che a 12 anni un medico e poi un chirurgo per poco non mi hanno accoppato per una semplice appendicite. Ricordo i terribili trapani non indolori dei dentisti di allora, l’assenza di ane-stesia anche durante la devitalizzazione dei denti, le ignobili piombature usate nelle otturazioni, ecc. Ricordo le auto degli anni ’50 e ’60, per certi versi belle, anche solide, ma spesso in panne, con la gomma a terra (e con quei cric….), ecc. Le ferrovie sono oggi andate a “remengo”, una vera desola-zione; ma i vagoni di allora non erano proprio una meraviglia; e quando è stata inaugurata la Frec-cia della Laguna (1957-58), che portava in 7 ore da Venezia a Roma, è sembrata una vera piccola rivoluzione. Non continuo; aggiungo solo che mi sto riferendo ad appena 40-50 anni fa. Vogliamo andare all’800 o magari qualche secolo più indietro? Non scherziamo, per favore, lo sviluppo delle forze produttive è irrinunciabile, salvo che per piccole sette di benestanti, che sul lavoro e la produ-zione di altri possono mantenersi decentemente anche fingendo di tornare a stili di vita “più antichi e più sani”, in campagna (magari in belle fattorie ristrutturate dal buon architetto amico).
In definitiva, non sono mai stato contro lo sviluppo delle forze produttive, perché mi sarebbe apparsa una sciocchezza e un insulto al popolo (di cui i “non sviluppisti” si riempiono sempre la bocca; ma di quale popolo parlano? Ne hanno qualche cognizione? E non mi riferisco solo agli occidentali; ma ai cinesi, indiani, pachistani, iraniani, ecc.). Sono solo contro la “nefasta teoria dello sviluppo delle forze produttive”, secondo cui tale sviluppo spinge alla trasformazione sociale, in base alla tesi, rivelatasi errata in radice, che il capitalismo sarebbe entrato in stagnazione, decadenza, putrefazione, con saggio del profitto in tendenziale caduta (una tendenza tanto secolare, anzi plurisecolare, che ancora non se ne vede la fine, anzi nemmeno l’annuncio della fine, salvo che per i marxisti dementi o forse solo in mala fede, accademici dei miei stivali che, a volte, fanno persino carriera universitaria con queste idiozie). Le classi dominanti sarebbero diventate rentier, puri parassiti, senza più coinvolgimento nella produzione. Un enorme cumulo di previsioni sbagliate che hanno ottenebrato per qualche tempo anche la mia mente, e del quale sono quindi stato felice di liberarmi all’epoca in cui fui “maoista europeo” (e soprattutto althusseriano; e sarò sempre grato ad Althusser e al mio maestro diretto Bettelheim, anche se oggi mi sono distaccato da loro, ma riconoscendo il grandissimo debito contratto nei loro confronti; non mi sento più della loro scuola, ma li venero sempre come i miei liberatori).

2. Ho molti dubbi che abbia ancora senso, oggi, dichiararsi comunisti; quelli reali, effettivi, non erano comunisti ma solo dei piciisti, statalisti ad oltranza; vallo però a spiegare alle grandi masse, soprattutto nei nostri paesi ad alto sviluppo. Se proprio si vuole, ci si può ancora definire in quel modo, perdendo allora molto tempo a spiegare che non si ha più nulla a che vedere con i “comunisti” che hanno avuto il potere in quasi metà del mondo. Non perché quel “comunismo” (piciismo) si sia macchiato di orrendi delitti; contro queste immonde destre (o gli ex sessantottini, o i vari “nouveaux philosophes”, ecc.) che sostengono tesi simili, sottacendo gli orrori del capitalismo dalla sua nascita ad oggi, ho solo voglia di “muro contro muro”, di “fare un macello” (o, meglio, un “maciello”). No, non c’entrano i sedicenti delitti; semplicemente, sono stati commessi errori madornali in base ad una teoria scientifica, divenuta mera ideologia per non aver voluto riconoscere i suoi errori di previsione, conducendo così in un vicolo cieco e poi al tracollo storico completo ed esaustivo; e per me irreversibile. Mi sembra faticoso spiegare dove si situava l’errore, mantenendo nel contempo la stessa denominazione (ormai squalificata) di allora. Meglio chiarire che si è sempre contrari a questo tipo capitalistico di organizzazione (formazione) sociale, che la si vuol criticare, teoricamente come attraverso la prassi, al fine di trasformarla.
Dobbiamo tuttavia ammettere che oggi non siamo in grado di indicare con precisione quale via si potrebbe seguire al fine di questa critica e trasformazione. Dobbiamo ricominciare quasi tutto da capo. Per la verità, credo che ci siano molte acquisizioni del passato da mantenere, ma dovranno essere inserite in un contesto teorico-pratico assai differente, di cui non si vede al presente nemmeno l’alba “radiosa”; solo qualche “lampo nella notte”. In un momento in cui solo chi crede nelle “vecchie verità” (autentiche falsità) è convinto di essere vicino alla rinascita, chi si è invece reso conto della lunga strada da percorrere non può non dare la massima importanza a quell’elemento che, in tutta la storia e non solo in quella del capitalismo, ha sempre favorito, e spesso consentito, la rivolta – sia pure raramente coronata dal successo – dei dominati: e quest’elemento è appunto il conflitto tra i vari gruppi di dominanti per la supremazia in vari ambiti locali, poi nazionali, poi globali, ecc. Ritengo quindi giusta la mia scelta preliminare – e solo temporanea, come primo passo da muovere per una rinascita della teoria-prassi trasformatrice dell’attuale società – di analizzare, e certo enfatizzare (come sempre quando di focalizza un dato problema), il conflitto in questione con particolare riferimento all’epoca contemporanea, mettendo però in luce l’alternarsi delle congiunture (intere epoche) di mono e di policentrismo (quello che in passato definimmo imperialismo), senza più aderire alla credenza fideistica nell’ultimo stadio del capitalismo, alla sua imminente trasformazione in comunismo, ecc.
Intanto, cerchiamo di individuare i motivi di fondo che indeboliscono i dominanti, onde condurre un’azione (se possibile, se se ne hanno le forze e la capacità) volta a favorire l’acutizzazione del loro conflitto; il che significa, e siamo adesso proprio in una congiuntura del genere, spingere al superamento di un’epoca monocentrica e verso l’apertura di quella policentrica. Non mi piace l’antiamericanismo di principio. Non ho per nulla un particolare amore per gli USA, soprattutto quelli post 1945 (da non trattare da liberatori, bensì da violenti conquistatori); e anche l’avessi, saprei distinguere tra la passione e il calcolo di ciò che è (sarebbe) necessario per indebolire la loro supremazia e favorire quel conflitto interdominanti, che produce fratture all’interno del sistema e consente di tentare il suo sbriciolamento in determinati suoi punti. Sento simpatia e nel contempo pena nei confronti dei deboli, dei massacrati, degli “umiliati e offesi”, ecc.; tuttavia, sento anche che occorre tenere la testa fredda e lucida per capire, se ci si riesce, l’intero articolarsi dei rapporti di forza, onde afferrare dove si pongono le possibili vie di uscita da una situazione che rapprende e rafforza l’oppressione e la sottomissione. L’ho già scritto: non abbiamo bisogno di eroi. Tuttavia, se qualcuno ha la vocazione al martirio, non chiacchieri tanto; si sacrifichi e noi lo isseremo quale nostra bandiera, insistendo tuttavia nel tentativo di comprendere l’attuale strutturazione dei rapporti di forza e se, e quando, ci sono le possibilità di “aggredirla e sconvolgerla”.
C’è appunto chi preferisce, se possibile, non farsi ammazzare, bensì studiare attentamente le condizioni adatte ad “uccidere il nemico”; è del tutto evidente che al momento le principali forze, le più potenti e consistenti, appartengono ai dominanti; in particolare nei nostri paesi a capitalismo avanzato. Fra questi dominanti prevalgono nettamente quelli statunitensi, e da tale fatto è necessario partire per l’analisi della fase odierna e delle sue ipotizzabili evoluzioni future. Chi si pone, non oggi e forse nemmeno domani ma almeno in prospettiva, come una forza che vuole contrastare i dominanti (in specie i preminenti di oggi e per ancora un lungo periodo), deve: a) comprendere le varie configurazioni geoeconomiche e geopolitiche dei rapporti tra questi dominanti (pre e subdominanti); b) criticare l’assetto capitalistico che ormai caratterizza il globo, proponendo però politiche che assicurino, nell’area (o paese) in cui agisce, il mantenimento, e anzi il miglioramento, delle condizioni di vita delle popolazioni che in quell’area (o paese) vivono. Per indebolire la supremazia USA, per spingere all’entrata in una fase policentrica, non si può non farsi carico dello sviluppo di aree come quella europea, e di paesi come l’Italia. Chi sorvola su tale problema, blatera a vanvera sulla lotta agli USA. Se vuol essere solo “quinta colonna” dei palestinesi o iracheni o afghani o iraniani, o magari dei russi o cinesi o altro ancora, agisca pure come vuole; io credo però che non avrà alcun successo, non aiuterà nessun oppresso, anzi ribadirà la sua subalternità in casa propria e altrove.
Anche chi pensa di puntare tutte le sue carte sulla “classe operaia”, cioè sui molteplici segmenti e strati del lavoro dipendente, e sulla lotta di questi per strappare (giusti, sia chiaro) aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro, ecc. è in definitiva, malgrado talvolta affermi il contrario, schiavo della vecchia mentalità della teoria e prassi del sedicente “movimento operaio” ottocentesco o primonovecentesco; non ha ancora capito nulla dell’effettiva dinamica che ha comportato una articolazione dei ceti sociali, nei paesi ad alto sviluppo capitalistico, mai prevista da Marx e da nessuno dei classici del marxismo.
In alto non si è andato costituendo un ristretto gruppo capitalistico di meri rentier. Si sono formati gruppi di agenti strategici, certamente avulsi dalla produzione intesa in senso stretto – tecnologia e organizzazione del lavoro, efficienza produttiva secondo il principio del minimax (costi, ricavi, profitti, ecc.) – ma essenziali per lo sviluppo complessivo della produzione nelle sue forme moderne, che non è mai andata incontro alla “barriera posta dal capitale al suo ulteriore sviluppo”; il quale capitale ha avuto momenti di crisi grave, non invece di crollo o stagnazione irreversibile. Chi ancora attende questi fenomeni da “ultima spiaggia” deve essere solo commiserato. Il capitalismo ha sempre vinto perché, attraverso periodici sconquassi terribili e con ampie divaricazioni tra i vari strati sociali, ha tuttavia garantito un trend ascendente del tenore di vita di tutti gli strati. Quegli emeriti imbecilli che non si accorgono che sta avvenendo la stessa cosa, oggi, in Russia, Cina, India e anche in paesi tipo Iran, ecc. debbono essere abbandonati al loro destino. Non se ne può più di questi individui, che sono la causa prima di tutte le sconfitte dei comunisti, della fuga della gente dai paesi del “socialismo reale”, del crollo di questi ultimi, della riduzione degli anticapitalisti a sette folcloristiche in tutto l’occidente sviluppato.

3. I gruppi dominanti capitalistici sono da prendere terribilmente sul serio, perché sono formati da persone serie, a volte superiori intellettualmente ai “marxisti” e “comunisti” – o anche ai semplici critici “romantici” (antisviluppisti, ecologisti, predicatori del “destino della Tecnica”, ecc.) dell’attuale formazione sociale – che blaterano contro di loro. Se voglio capire qualcosa dell’andamento del sistema capitalistico, e della forza da esso dimostrata di fronte a chi lo voleva affossare (e che è finito lui in una bella fossa), sono obbligato oggi a rivolgermi ai centri di studi strategici finanziati dai vari gruppi di agenti dominanti (in reciproco conflitto), non certo ai ritardati che parlano di sfruttamento ed estrazione del plusvalore, di borghesia contro proletariato, di pugno di rentier parassiti in alto e enorme massa di salariati in basso. Gli agenti dominanti capitalistici non sono “un pugno” e non sono “parassiti”. La speranza dei dominati sta solo in questo fatto; che la produttività del “sistema” (inesausta, per nulla affatto vicina ad un inesistente limite superiore) è legata ad una acuta conflittualità tra questi agenti – con alterne fasi di mono e policentrismo – che apre, di tempo in tempo, crepe nelle quali far precipitare, se ci si riesce, le acque della rivoluzione.
Se non esiste, in alto, il pugno di parassiti, tanto meno esiste, in basso, la massa degli sfruttati che i marxisti credevano si compattassero nell’immaginario soggetto della rivoluzione. Mi sorprende sempre che alcuni miei critici, peraltro benevoli, accettino l’idea della non formazione oggettiva di questo soggetto, per poi sostenere che faccio sparire i dominati poiché non li considero agenti coscienti della trasformazione anticapitalistica. Di grazia, se questi dominati non sono un soggetto, se la dinamica capitalistica li segmenta in orizzontale e li stratifica in verticale, se Marx ha capito poco del “ceto medio” poiché parlava solo di “coloro che stanno in mezzo” tra “i diecimila soprastanti” e la massa dei salariati che manterrebbero tutti gli altri con il loro plusvalore (vol. II delle Teorie sul plusvalore) – mentre la caratteristica decisiva di questo sistema è la divisione tra autonomi e dipendenti, dove i primi sono in molte occasioni più in basso dei secondi nella scala sociale, comunque non stanno affatto “in mezzo” – se tutto questo è vero, come volete che tali dominati agiscano autonomamente, secondo un progetto collettivo unanimemente condiviso? E per di più, non un progetto di semplice redistribuzione per migliorare le condizioni di vita, ma di vera trasformazione sociale?
Io non cancello i dominati, semplicemente sono fondamentalmente un leninista! Non nella concezione del partito (ma era di Lenin quella concezione poi affermatasi universalmente in tutti i piciismi del mondo?), bensì per quanto concerne la comprensione della non rivoluzionarietà della “classe” lasciata a se stessa, al suo congenito tradunionismo. La trasformazione deve coinvolgere “le masse” (segmentate e stratificate dal “movimento del capitale” con i suoi conflitti, di maggiore o minore asprezza a fasi alterne, tra gli agenti dominanti); ma deve essere orientata e realizzata secondo i progetti di una forza organizzata (non in base al centralismo “democratico”, al principio dell’autocritica, cioè della autoaccusa di essere “un traditore” perché non la si pensa come i capi), che costruisce politicamente il “soggetto collettivo” della trasformazione. E non esiste soggettività se non in base al progetto attorno a cui essa viene costruita. La soggettività è costruita per un progetto; ma il progetto definisce le linee di edificazione del “soggetto”. Chi mi critica perché ho cancellato i dominati, semplicemente mostra i “sintomi” del suo permanente spontaneismo, del non aver appreso la lezione di Lenin; egli crede ancora, nella sua coscienza latente, alla classe o al soggetto formato dalla spontanea dinamica del capitale. O altrimenti si inchina al Movimento (o Movimenti), una nebulosa indistinta che non ha nessuna “identità collettiva”, poiché costituita di “individualità” disperse, anarcoidi, che non sanno minimamente quello che vogliono se non “essere contro qualcosa”, di per sé, quale manifestazione di insofferenza, forse positiva come segnale di generica disponibilità, ma ineffettuale in quanto priva di propositi decisi e labile nella sua durata, stabilità e consistenza.
Il primo passo che deve compiere una forza organizzata, tesa alla costruzione di una qualche soggettività dotata di massa “critica” sufficiente a incidere nella politica di un paese del tipo del nostro, è il tentativo di contrastare il divide et impera attuato dai dominanti con riferimento precipuo alla dicotomia tra lavoro autonomo e lavoro dipendente (salariato); certamente, però, con la coscienza che queste denominazioni sono di grana molto grossa, nascondono enormi differenze di reddito, di condizioni di vita, di status sociale, ecc. Quindi, è in qualche modo necessario tirare una linea orizzontale che separi – e si tratterà sempre di qualcosa di artificiale e per certi versi di arbitrario – i lavoratori autonomi e dipendenti degli strati medio-bassi da quelli medio-alti. In questa azione si dimostrerà chi sottovaluta realmente i dominati, parlando genericamente da populista, e chi si pone concretamente entro l’ambito delle differenziazioni sociali esistenti in un paese ad alto sviluppo capitalistico; ed in cui, quindi, la dinamica del capitale (così completamente diversa da quella pensata dai marxisti) ha già avuto modo di produrre ampiamente i suoi effetti di frammentazione, e di divaricazione tra i frammenti in orizzontale e in verticale. Chi semplicemente propone di bloccare lo sviluppo, pensando di ritardare o invertire così l’appena considerata dinamica specifica del capitale in termini di frammentazione sociale, è tanto scriteriato quanto colui che è convinto di fermare con le proprie braccia un carro armato in movimento (farà la fine del famoso ragazzo cinese sulla Tien-an-men).
Non bisogna bloccare lo sviluppo, ma unire – mediante azione organizzata e quindi costruzione “artificiale” – ciò che la dinamica oggettiva divide; una divisione su cui si gettano i gruppi dominanti onde enfatizzarla ai fini della migliore prosecuzione del loro predominio. Questi dominanti non esistono in quanto gruppo unitario e compatto di sfruttatori, come immaginavano i “marxisti” e i “comunisti”, che pensavano lo Stato quale semplice strumento in mano al gruppo in oggetto, e costituente o rafforzante la sua unità di classe. Esistono le “classi” dominanti al plurale; un insieme di gruppi fra loro conflittuali (quindi anche la concezione dello Stato dovrà subire cambiamenti radicali, senza tuttavia cadere nella futilità della “microfisica del potere”). Questa pluralità e segmentazione interconflittuale dei dominanti è la forza e la debolezza del sistema: forza perché la competizione, meglio ancora se acuta, ha attribuito ad esso una capacità di sviluppo, e di elevamento del tenore di vita (per tutti, pur se assai differenziato per ceti), che non ha eguali e che ha dimostrato, nel corso di secoli, di non arrestarsi se non per dati periodi (congiunture), di non incontrare alcun limite “superiore”, distaccando ogni altro sistema sociale – anche e soprattutto quello che si pretendeva socialista e anticamera del comunismo (non era nulla di tutto questo in realtà) – in modo netto ed irreversibile; debolezza, perché il conflitto scinde e frammenta, scoordina e rende anarchico, caotico, tumultuoso, il sistema, sia pure a periodi alterni, fra i quali sono decisivi quelli di mono e di policentrismo, nettamente superiori nei loro effetti “rivoluzionari” o di “conservazione” rispetto alle crisi o riprese economiche, enfatizzate dall’economicismo “marxista”. I dominanti sono mossi dalla duplice esigenza di condurre a fondo il loro conflitto – senza il quale il sistema deperirebbe e si esaurirebbe – e di impedire o almeno ostacolare, nel contempo, l’esplosione di rivolte dei dominati in dati punti del capitalismo mondiale nelle congiunture di economia al ribasso e, ancor più, in quelle di conflitto politico (e spesso militare) in acutizzazione; il metodo migliore per conseguire entrambi i risultati è quello di provocare e accentuare la divisione tra coloro che stanno “in basso”.
Per combattere il capitalismo, quindi, soprattutto se si agisce nei suoi punti di massimo sviluppo, bisogna contrastare il peggioramento (periodico) dei livelli di vita della maggioranza, unendo tutti i gruppi di lavoratori, fra loro diversificati e separati, appartenenti agli strati medio-bassi della scala sociale ed economica. Oggi, ad es., nei paesi della nostra area, ma in specie nel nostro, per la prima volta nel dopoguerra, la generazione successiva non migliora, in media e per la gran parte della popolazione, le proprie condizioni rispetto alla precedente; i figli, di questa maggioranza della popolazione, hanno ancora margini di discreto sostentamento perché hanno alle spalle i genitori; ma i loro figli rischiano di trovarsi a mal partito. E cosa andiamo a proporre loro? Di arrestare lo sviluppo, perché la Terra (e la fauna e la flora) sta soffrendo? Proponiamo di ritornare all’austerità, di eliminare i telefonini (che hanno anche i barboni), la TV, i computer? Proponiamo di ritornare alla campagna, ai prodotti macrobiotici (la più colossale truffa che si possa immaginare!)? Vogliamo rendere l’Italia un unico agriturismo, in modo da essere invasi dai “padroni” americani contro cui cianciamo di voler lottare? “Ma mi faccia il piacere!”. Siamo in un’epoca – non a caso di avvicinamento all’apertura del policentrismo – di crescenti difficoltà per molta parte della nostra popolazione. Dobbiamo farci carico delle loro aspettative di miglioramento, non proporre ulteriori arretramenti delle condizioni di vita. E la si smetta con la sciocchezza del miglioramento “qualitativo” della vita, proprio in virtù della diminuzione delle “quantità”; chi vuole una vita frugale e parsimoniosa, non verrà mai disturbato in queste sue preferenze, ma verrà trattato ruvidamente se pretende di imporre agli altri (che rappresentano la maggioranza della popolazione in ogni paese entrato in fase di sviluppo) questa sua predilezione per una vita parca ed austera.

4. E’ dunque d’obbligo, per qualsiasi forza che si ponga i compiti di indirizzare, almeno in prospettiva, gran parte del popolo verso la trasformazione sociale, saper contrastare la divisione e frammentazione d’esso, indotte dalla dinamica di sviluppo alimentata dal capitale, senza rinunciare a quest’ultimo. Certamente, è non solo giusto ma necessario pensare alla promozione di tale sviluppo secondo modalità non capitalistiche. Tuttavia, il realismo impone di capire che, non essendosi messo in moto alcun processo di unificazione mondiale sotto l’egida di quel modo di produzione capitalistico analizzato da Marx ne Il Capitale, essendo anzi il globo diviso in formazioni sociali particolari dotate di caratteristiche loro peculiari, non esiste alcuna possibilità di una globale rivoluzione del puramente immaginario proletariato internazionale contro l’altrettanto fantasioso gruppo capitalistico che dominerebbe l’intero mondo. Bisogna finirla una volta per tutte con queste idiozie. Come detto sopra, i dominanti – agenti strategici di capitalismi multiformi – esistono in gruppi numerosi, interconflittuali, in cui si intrecciano strettamente gli aspetti economici (produttivi e finanziari), politici (con l’utilizzazione di numerosi apparati politico-statali), ideologico-culturali.
Bisogna valutare attentamente, e analizzare, i punti di forza e di debolezza (già considerati) di questa struttura. Non ci si può esimere però – pena la più completa delle sconfitte, come già avvenuto in passato – dal partecipare al conflitto interdominanti, dotandosi degli strumenti all’uopo necessari (come fece l’URSS, nei primi decenni della sua esistenza). L’importante è capire che questa partecipazione non è, di per se stessa, la trasformazione sociale; anzi è spesso in contrasto con quest’ultima. O ci si fa carico di questa contraddizione, non componendola solo a chiacchiere (ideologiche, con la bugia della rivoluzione mondiale, della lotta del proletariato internazionalista), o altrimenti si stia a casa e non si conducano le “masse” al massacro e alla più ignominiosa delle sconfitte, che poi deprime per molti decenni le possibilità di una rinascita delle forze di trasformazione.
La lotta di ogni data forza politica va condotta prevalentemente in ciascuna formazione sociale particolare, ancor oggi di tipologia prevalentemente nazionale; tale forza deve perciò conoscere la strutturazione della popolazione del paese in cui agisce e le esigenze dei vari segmenti e strati che la compongono (smettendola una buona volta con le fesserie della “composizione di classe”). Sarebbe assurdo che l’organismo politico in questione, pur nella primitiva fase di costituzione e crescita, non si assumesse il compito di valutare i problemi inerenti alla potenza di quel paese, dimostrando di essere consapevole degli interessi di quest’ultimo nel suo insieme, nella conflittualità politica ed economica che lo oppone, quale sistema sociale complessivo, agli altri. Non si tratta di trascurare o celare il proprio schieramento con le fasce medio-basse della scala sociale, combattendo contro la politica del divide et impera dei dominanti. Si deve però dimostrare il proprio interesse a che venga salvaguardato il benessere della maggioranza della popolazione, mettendo nel contempo in luce la subalternità e il servilismo dei gruppi di agenti (economici, politici, ecc.) subdominanti in quella fase storica; una subalternità, di cui va evidenziato appunto il vantaggio, di gran lunga prevalente, per una minoranza di complici dei predominanti centrali
Per un gruppo politico, che non voglia limitarsi ad elevati discorsi di senso di giustizia, di moralità, ecc. ad uso di poche “anime belle”, ma che intenda radicarsi nel tessuto sociale di quella data società particolare (nazionale), essere oggi contro l’egemonismo USA non può significare soltanto testimonianza di solidarietà verso i diseredati del mondo, ecc.; è necessario indicare con nettezza e capacità di convincimento come i propri (sub)dominanti, succubi di quella egemonia, facciano esclusivamente i loro miserabili interessi – di posizionamento negli anfratti e spazi economico-politici subordinati al complessivo predominio statunitense – nel mentre sacrificano le possibilità di acquisizione di una maggiore autonomia, che consentirebbe un più generale miglioramento delle condizioni di vita della popolazione della particolare società in oggetto. Altrimenti, lo ripeto, si stia zitti; basta con i chiacchieroni di una sinistra “buonista”, sempre piagnona verso i destini dei poveri massacrati nel mondo. Basta con la mera denuncia dei misfatti dei dominanti globali; è necessario battere i propri subdominanti al fine di assumere la guida nella lotta per una maggiore autonomia – che implica la conquista della potenza – passo preliminare ad ogni possibilità di guidare le “larghe masse” lungo sentieri di tentata trasformazione sociale.

5. Vogliamo vedere il brillante esempio italiano attuale di quanto detto in termini teorici e perciò generali? Come ho mostrato nel mio libretto Il gioco degli specchi, destra e sinistra sono entrambe rappresentanti di frazioni diverse dei subdominanti italiani al servizio dei predominanti statunitensi. Tuttavia, senza che si debba in nessun modo ragionare in termini di “meno peggio”, l’autentico cancro che corrode la nostra formazione sociale particolare (nazionale) è il centrosinistra con le sue appendici di sedicente estrema sinistra, che confondono come sempre lo statalismo con l’interesse supposto “collettivo”, mentre il formalmente (giuridicamente) “pubblico” è solo la copertura degli appetiti di grossi, e nel nostro paese parassitari, centri di potere finanziario-politico, con l’appendice di grandi imprese industriali, ormai appesantite e poco efficienti, prive di vera strategia di sviluppo, che funzionano quindi solo come ulteriore supporto dei grossi centri di potere predetti.
E’ irritante, anzi qualcosa di più, sentire i mascalzoni di sinistra, seguiti da un “popolo” di veri bestioni disabituati a pensare, che grida al “conflitto di interessi” di una singola persona, che in modo scoperto e quindi senza grandi capacità e possibilità di mascheramento ideologico, assomma in sé la funzione di agente dominante sia economico che politico. Anche se quest’uomo agisse politicamente per i propri esclusivi interessi, dico esplicitamente che avremmo semplicemente una sola sanguisuga; per quanto essa potesse essere avida, non riuscirebbe a dissanguare la popolazione italiana tanto quanto lo fanno i grandi centri di potere finanziari. Il vero conflitto di interessi – esistente in un qualsiasi sistema capitalistico, soprattutto se relativo ad una formazione sociale al cui vertice stanno gruppi di agenti interconflittuali subdominanti, in combutta con quelli predominanti statunitensi – è quello tra, da una parte, l’insieme di questi pre e subdominanti, con i loro gruppi di rappresentanza nella sfera politica (del falso interesse collettivo) e, dall’altra, la gran massa della popolazione, della cui stratificazione e segmentazione (indotta dalla oggettiva dinamica capitalistica) i primi approfittano tramite il più volte segnalato principio del divide et impera. Questo conflitto di interessi, veramente centrale per le sorti del nostro paese, è oggi gestito dal personale politico – professionale, che quindi non ha altro compito nella vita sociale italiana se non di gestire l’interesse “collettivo” in funzione di quello dei gruppi finanziari – appartenente al centrosinistra. Su di un simile bubbone deve incidere il bisturi di una eventuale rivolta dei dominati, non contro una singola persona. Sia chiaro che non considero come “il meno peggio” un eventuale ricambio elettorale dello schieramento politico di sinistra con la sua apparente alternativa (l’altro “specchio”); dico solo che il nemico più subdolo e pericoloso, quello che maggiormente corrompe e fa marcire l’intero paese, è situato nel centrosinistra, ivi comprese le stupide (e “comprate”) frange di “estrema” sinistra. Ai politici (dilettanti) della destra dovrebbe essere impedito il ritorno al Governo; quelli (professionisti) di sinistra dovrebbero invece subire un trattamento più energico di definitiva e permanente disinfestazione.
Uno dei gruppi dei predominanti centrali, estremamente potente e particolarmente attivo nel nostro paese, è quello della Goldman Sachs, che ha piazzato suoi uomini – oltre che in alte posizioni di potere negli USA, sia durante la presidenza Clinton che in questa di Bush – ai vertici della vita economico-politica del nostro paese (Banca d’Italia, Governo Prodi ecc.), senza considerare che, direttamente o indirettamente, in modo scoperto o sotterraneo, ha al suo servizio stuoli di consulenti, tecnici, economisti, manager, ecc. infilati in tutti i gangli del nostro establishment (economico, politico, culturale). Essa agisce in stretta relazione con quasi tutti i gruppi finanziari (subdominanti) italiani, ma in modo particolare, nell’attuale contingenza, con il vertice della Banca Intesa. Quest’ultimo ha prima tentato di mettere le grinfie sulla Capitalia, che possiede una quota azionaria in Mediobanca (vicina al 10%) bastevole all’esercizio di una notevole influenza sull’istituto finanziario che fu di Cuccia; d’altra parte, contare in Mediobanca, che possiede il 14% del capitale azionario delle Generali, significa conquistare anche una posizione di notevole potere in tale grande istituto assicurativo (cuore della finanza italiana). Fallita questa operazione per la netta opposizione di Geronzi (presidente) e Arpe (a.d.) della Capitalia, è andata adesso in porto (sta per essere conclusa) la fusione tra Intesa e San Paolo.
Ci sono alcuni mal di pancia da assorbire – le fondazioni bancarie (già tacitate), la banca spagnola Santander, azionista del San Paolo, ecc. – ma è facile vengano trovati compromessi come sono stati già trovati con il francese Crédit agricole, azionista di Intesa. Bazoli, presidente di quest’ultima e uomo chiave anche della prossima SanIntesa (così come Passera, a.d. unico della nuova banca), hanno quale riferimento politico Prodi e dunque l’attuale Governo di centrosinistra. Della nuova superbanca sarà comunque buon azionista il grande istituto assicurativo precedentemente citato, punto chiave delle varie operazioni di potere, dato che al momento esso attua una politica favorevole alla SanIntesa, pur se nelle Generali permane una forte presenza di Capitalia-Mediobanca. Cos’ha fatto comunque il nuovo colosso bancario, con alle spalle l’americana Goldman? Due uomini di quest’ultima (lo erano ufficialmente fino a pochi mesi fa, ma di fatto lo sono ancor oggi), cioè Costamagna – che sarebbe dovuto diventare direttore generale del Tesoro italiano – e Tononi – attuale viceministro dell’economia nel nostro governo – sono quasi sicuramente (un quasi di prammatica) all’origine del famoso piano Rovati, “ignorato” da quel falsone di Prodi, per smembrare la Telecom e poi impadronirsi della sua parte con maggiori prospettive strategiche – banda larga, TV via cavo, ecc. – onde creare infine un forte gruppo finanziario-politico-massmediatico, di fronte a cui quello berlusconiano sarebbe apparso un gioco da bambini.
La prima mossa del piano vedeva l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, ente pubblico (statale) e quindi presunto – dalla sinistra detta radicale – rappresentante della “collettività” nazionale; dopo l’enorme esborso di soldi “pubblici” (una buona quota della durissima finanziaria varata dal Governo), sarebbero intervenute le fondazioni e dietro esse la SanIntesa; e in fondo, nascosta alla vista, la Goldman. Anche questo piano, dopo la CapIntesa, è fallito; ma i lobbisti che sono rappresentati dall’attuale Governo e dal centrosinistra in genere non demordono. L’uomo di Bazoli, il finanziere polacco Zalewski, è già entrato nella Telecom con un 5% azionario. Si tenta adesso (lo stanno tentando i subdominanti della superbanca bazoliana) – chiamando a raccolta anche (potenziali) avversari della SanIntesa come Unicredit e Montepaschi (cui dare un contentino), più altri – di entrare nei piani di ristrutturazione futura della Telecom e, approfittando anche del disegno di legge Gentiloni sulle TV, di mettere le mani su qualche frequenza e canale televisivo onde arrivare a quel “dittatoriale” centro finanziario-politico-massmediatico di cui sopra; centro enorme di potere in Italia, ma chiaramente di tipologia subdominante, poiché dietro ci sarebbe comunque la Goldman e i centri predominanti americani.
Altro esempio illuminante: l’Airbus, il consorzio aeronautico europeo, i cui principali promotori sono Francia e Germania, mentre l’Italia non ha voluto parteciparvi. Tale azienda è in grave crisi, in particolare per l’incapacità di portare a termine il progetto del grande aereo passeggeri (oltre 500 trasportati); ed è in forte ritardo anche per i progetti di aerei di media portata (2-300 posti). I neoliberisti dello schieramento “destro” gongolano perché l’Italia ha rifiutato a suo tempo di entrare nel consorzio; secondo loro, la Boeing americana sta dimostrando la sua superiorità tecnologica e produttiva in base alle “pure” leggi del “libero” mercato. Meno male – dicono questi fondamentalisti del neoliberismo – che anche recentemente la Finmeccanica ha rifiutato di entrare nell’Airbus rilevando una parte del pacchetto azionario che l’inglese Bae è decisa a vendere. Tutte menzogne grossolane. I cinesi hanno ordinato all’Airbus un numero considerevoli di aerei passeggeri; e il 19 agosto (pochi mesi fa dunque), un paese dipendente dagli USA come l’Arabia Saudita ha ordinato 72 caccia (ad altissima e sofisticata tecnologia) Eurofighter Typhoon; una commessa di alto valore commerciale, una buona quota del quale andrà pure alla nostra Finmeccanica.
Non è una coincidenza il fatto che la crisi dell’Airbus, in gran parte legata al superaereo passeggeri sopra indicato, sia praticamente iniziata in coincidenza con il forte indebolimento dell’asse franco-tedesco, che aveva raggiunto un massimo di incisività nella sua sorda, e certo fin troppo prudente, contrapposizione agli USA all’epoca della crisi irachena (2003). Prima l’ascesa al cancellierato della Merkel, poi gli scandali (reali ma gonfiati per ottenere il risultato voluto) miranti a coinvolgere de Villepin e Chirac, hanno indebolito l’asse e ridato ampio fiato agli Stati Uniti, comunque in difficoltà di fronte all’impasse delle loro avventure in Irak e Afghanistan, all’incerta solidità di Musharraff in Pakistan, al fallimento delle “rivoluzioni arancione”, alla diminuzione della loro influenza nelle repubbliche centroasiatiche russe, alle difficoltà di “castigare” Iran e Corea del Nord, ecc. Purtroppo, cresce solo l’influenza delle nuove potenze ad est – e l’assassinio della giornalista “liberale” a Mosca è una probabilissima manovra tendente a incrinare la popolarità di Putin (credo proprio con ben scarso successo) – mentre l’Europa è un autentico disastro, e l’Italia è in stato comatoso.
E’ ovvio, se non per gli ideologi del neoliberismo (ma non solo per loro, purtroppo), che non si compete sul “libero” mercato bensì in base alla conquista o meno delle ben note “sfere di influenza” da parte delle varie potenze capitalistiche, che sono ancor oggi – malgrado persino dei pensatori poco onesti di estrema sinistra tentino di imbrogliare le carte cianciando di fine degli Stati nazionali – paesi particolari, nazioni. Non c’è competizione se, oltre certamente all’organizzazione produttiva, mercantile e soprattutto all’innovazione scientifico-tecnica, non esiste la capacità di esercitare la potenza con tutto ciò che essa comporta. L’Airbus risente di questa incapacità dell’Europa, che è una pura unione contabile (“memorabile” il recente giudizio della Commissione europea sulla nostra finanziaria: “è corretta dal punto di vista contabile”; c.v.d.). Si potrebbe anche parlare, con specifico riferimento all’Italia, dei recenti accordi (positivi in senso banalmente commerciale e prescindendo da ogni orientamento strategico) delle nostre ENI e Finmeccanica durante il recente viaggio del nostro Premier a Mosca. Da tali accordi si potrebbe inferire la sostanziale subalternità dei nostri subdominanti ai predominanti USA. Non è qui necessario allungare l’elenco degli esempi particolari. Ne abbiamo a sufficienza per trarre le nostre conclusioni di carattere più generale.

6. Innanzitutto, proporrei di superare, se possibile, un linguaggio di sapore ancora “feudale”; i dominanti e i dominati. Nel capitalismo avanzato, appare francamente démodé un simile linguaggio. E’ pur sempre un po’ meglio parlare di decisori e non decisori, in quanto una società come la nostra è pervasa da “entità” che in qualche modo possono rientrare nella categoria della decisionalità; solo che alcune (la minoranza) hanno carattere eminentemente attivo e incidono con evidenza sulla costellazione dei rapporti sociali, mentre le altre (maggioritarie), pur avendo effetti interattivi, tendono fondamentalmente a subire gli impulsi prevalenti delle precedenti. Indico come decisori le prime entità (poche), non decisori le seconde (molte). Uso volutamente un linguaggio prudente e non reciso perché c’è qui un grossissimo lavoro teorico da fare onde adeguare la teoria a società di tipologia capitalistica, così lontane da quelle “signorili” o anche protocapitalistiche.
Marx usò il linguaggio dello “sfruttamento” – che, scientificamente, è l’estrazione di pluslavoro/plusvalore – poiché dava per scontata l’omologazione tendenziale dello sviluppo sociale a livello mondiale secondo la dinamica del modo di produzione capitalistico da lui teorizzato, che avrebbe condotto, quale tendenza di fondo, di base, alla lineare scissione dicotomica della società (in generale, senza riferimento alle diverse parti della formazione sociale mondiale) in una minoranza di “sfruttatori” e in una grandissima maggioranza di “sfruttati”; essendo sia gli uni che gli altri due raggruppamenti sociali in via di compattamento e unità quali capitalisti proprietari rentier, da un lato, e lavoratore collettivo cooperativo, dall’altro. La teoria neoclassica dei dominanti si è orientata sulla preminenza delle scelte, costruendo la visione di una società – in quanto mera somma di atomi individuali in semplice interazione – quale sistema intrecciato delle valutazioni compiute da tali atomi; sistema che, nella sfera economica, costituisce il mercato, questo regno (impersonale) della libertà di scelta individuale.
Rinviando ad una costruzione teorica da fare – di cui ho posto alcune pietruzze – ribadisco che la teoria dello sfruttamento non consente costruzioni di immagini sociali dotate di efficacia attuale in vista di una radicale critica, pratico-teorica, della società “avanzata” odierna (esistente da non so quanto tempo ormai, senza che noi marxisti ce ne accorgessimo); d’altra parte, la teoria dominante neoclassica è una semplice “scienza” della “superficie” – del resto anche Marx riconosceva che il mondo degli scambi mercantili, considerato solo in se stesso, è l’Eden della libertà e dell’eguaglianza degli individui – e occulta le diseguaglianze reali. Se vogliamo riprendere il nocciolo razionale di una teoria fondata sulle “classi” e il dominio di classe, è a mio avviso necessario partire dal presupposto (il “postulato”) che il capitalismo è, nel suo aspetto fondamentale, un sistema di decisioni con diverso peso e incidenza: alcune eminentemente attive nel produrre modificazioni del sistema, altre invece, la maggior parte, tendenzialmente subordinate alle precedenti; ovviamente, il diverso grado di efficacia attiva o invece di subordinazione dipende dalla struttura interrelazionale tra i diversi gruppi di agenti, tra le loro funzioni, tra i ruoli in cui queste si incardinano, ecc.
Il complesso strutturato dei ruoli e funzioni in cui si rappresenta l’articolarsi delle decisioni – anche dal punto di vista massimamente astratto, prima ancora di muoversi verso i livelli di maggiore concretezza della vita sociale – si ramifica non semplicemente nella sfera economica della società, ma implica immediatamente anche le altre sfere, e in particolare quella politica. La produzione – di merci e, per la “natura” (sociale) di questa, di denaro – resta decisiva nel nostro genere di formazione sociale ma la politica, delle strategie di conflitto, permea l’intero complesso delle decisioni. E anche in quest’ambito, possiamo restare in superficie, sulla base della considerazione che non c’è atto della nostra vita che non implichi una decisione (individuale, quand’anche presa insieme ad altri); oppure possiamo spingerci fin dentro i meccanismi più intimi – e gli apparati e organismi che essi muovono – laddove si scopre il netto predominio di poche decisionalità e la sostanziale subordinazione della loro stragrande maggioranza.
Tuttavia, sia nei luoghi del predominio sia in quelli della subordinazione, non esiste coagulazione e tendenziale completo raggrupparsi delle decisioni in soggettività collettive sempre più compatte e omogeneizzate al loro interno. Si verifica al contrario quanto è già stato detto più volte: il conflitto e la dinamica di frammentazione e disarticolazione, con aumento dei vari frammenti (“ceti”) sociali, loro crescente stratificazione (verticale) e segmentazione (orizzontale). Coloro che si trovano nelle condizioni di confliggere per la supremazia – una minoranza – utilizzano ampiamente la dinamica, intrinseca all’attuale società, di separazione e dispersione dei segmenti e strati sociali – in cui si divide la maggioranza – al fine di conseguire i loro obiettivi di predominio (di pochi gruppi su altri), sfruttando le rivalità, gli odi, le antipatie, le effettive divergenze di interessi, tra i suddetti strati e segmenti (di non decisori).
Durante le epoche di prevalente monocentrismo, nelle società a capitalismo detto avanzato – che aumentano di numero ad ogni passaggio per una fase policentrica precedente il periodo monocentrico – cresce in modo deciso il livello di reddito (e di vita) della stragrande maggioranza degli strati sociali, pur nella divaricazione di ricchezza tra gli stessi. Il conflitto tra dominanti (decisori) è relativamente smorzato (mai cessa), ed è relativamente facile per essi esercitare l’egemonia sulla società nel suo complesso, sempre usando la tattica di tenere divisi i sottostanti. Man mano che, sulla base dello sviluppo ineguale delle varie formazioni sociali capitalistiche particolari (delle diverse parti della formazione sociale mondiale), ci si avvicina a una nuova epoca policentrica, la situazione si fa più difficile in tutti i sensi. Si verificano situazioni di crisi sia economica che sociale in senso più ampio, si accentua il disagio e la perdita di posizioni di relativo benessere per un numero sempre maggiore di strati, soprattutto delle fasce medio-basse. Non solo i conflitti per la supremazia (orizzontali), ma anche le tensioni in verticale vanno intensificandosi, mentre si accrescono le frizioni tra parti diverse del capitalismo avanzato a livello mondiale. Come nell’avvicinamento e scontro tra falde tettoniche, così pure nella formazione sociale globale vanno aprendosi linee di frattura; e coaguli di grande energia si addensano in punti (deboli) specifici, in cui quindi maturano le condizioni oggettive di forti tensioni, da cui nascono saltuariamente le svolte “catastrofiche” (nel senso del rapido mutamento e della precipitazione degli eventi in aspre rivolte).
Da queste considerazioni generalissime nascono quelle, di prima istanza e altrettanto generali, intorno a quella che ho genericamente denominato terza forza, solo per non elucubrare su specifiche, e ancora non visibili, tendenze in atto nell’attuale situazione di pantano e di stallo sussistente in Italia, e in genere in Europa (in molti suoi paesi); le forze politiche presenti oggi, denominate destra e sinistra, sono figlie di detta situazione, e il loro gioco (degli specchi) continua a riprodurla, con permanente galleggiamento sul pantano in questione. E’ del tutto probabile che questa terza forza, se si dovesse formare, sarebbe fin dall’inizio scissa in due, con una componente tesa alla rivoluzione dentro il capitale ed una contro il capitale. Per questo, nelle fasi in cui si accentua il degrado delle forze riproduttrici del pantano (destra e sinistra), si ha il massimo di confusione tra le forze critiche in fieri, confusione su cui puntano quelle conservatrici – in particolare quelle di sinistra che, in una simile congiuntura, sono le più reazionarie e vero scudo protettivo della degenerazione in atto che esse accelerano a causa delle modalità stesse con cui difendono strenuamente il vecchio sistema, fondamento della produzione di “briciole” per le masse che manovrano e di pingui emolumenti per la loro burocratica funzione di irreggimentazione di queste masse – onde schiacciare le novità e continuare a protrarre la loro esistenza, così esiziale ormai per le sorti delle società in cui questo cancro (la destra e, soprattutto, la sinistra) prolifera.
Ormai però sappiamo che, contro il capitale, deve ergersi una forza cosciente dei suoi compiti, che sia mossa da sentimenti d’opposizione ai meccanismi di sviluppo tipici di questa società – lotta per la supremazia, per subordinare gli altri, uso dei mezzi più turpi a ciò necessari, ecc. – ma guidata da una conoscenza del campo della battaglia, dei soggetti (plurimi, sparsi e “oggettivamente” divisi) in battaglia (il vecchio “scontro di classe”), delle strategie per unire tutto l’unibile contrastando il divide et impera dei decisori, ecc. Nelle situazioni di sostanziale monocentrismo, e conseguente relativa stabilità e benessere nei punti alti del capitalismo, è puro volontarismo utopistico cianciare di coinvolgimento delle masse nella lotta antisistema; per quanto aspre possano apparire le lotte, per quanto sembrino “rivoluzionarie” perché magari contestano aspetti riproduttivi del sistema particolarmente arretrati (antimoderni), non si tratterà mai di veri tentativi di fuoriuscita dal capitalismo poiché non ne sussistono le condizioni minimali (’68 docet). Si possono solo formare, per motivi casuali la cui tentata spiegazione causale ha larghi margini di errore e di vera “invenzione” ideologica, piccoli gruppi di individui consapevoli, che inizieranno ad orientarsi entro i meandri dell’effettivo sviluppo capitalistico di quella fase.
Ad ogni epoca, si ripete l’errore di pensare che dal movimentismo nasca la coscienza dei compiti di trasformazione anticapitalistica. Anche in tal caso, vorrei ricordare le tesi di Lenin espresse nel solito Che fare?, fra l’altro citando – in tal caso con favore – Kautsky: “socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse”[corsivo mio]. Dal movimento spontaneo di rivolta non nasce niente di rivoluzionario. Se poi parliamo non di rivolte, ma solo di movimenti tradunionisti (redistributivi) per condizioni di vita e di lavoro – lotte di gran lunga prevalenti, anzi sostanzialmente esclusive, nei periodi monocentrici e nei paesi a capitalismo sviluppato come il nostro – ne risulta esaltata la precedente affermazione: da tali movimenti non nasce affatto la coscienza anticapitalistica, né tanto meno una teoria adeguata della formazione capitalistica che consenta di afferrare le caratteristiche del campo di battaglia, dei soggetti in battaglia, delle modalità e strategie della battaglia. E se poi abbandoniamo l’ultimo baluardo ortodosso di Lenin, la classe in sé, se accettiamo l’idea di una dinamica capitalistica di frammentazione sociale (sia tra i decisori che tra i non decisori), e di divaricazione e non certo di unione e sintesi tra i frammenti, esce rafforzata l’idea che dalla lotta sindacale o anche politico-istituzionale, condotta da apparati che controllano e orientano insiemi vari dei frammenti sociali in questione, non sgorga nulla che non sia o opportunistico adeguamento alle briciole ottenute nello sviluppo capitalistico o generico populismo intriso di livore plebeo – così vividamente rappresentato dal recente manifesto di Rifondazione: “anche i ricchi piangano” – fonte di quel ressentiment di cui parlò adeguatamente Nietzsche con riferimento al “socialismo” del suo tempo.
Il rivoluzionario non è mai un plebeo, non è mai un populista. Può appoggiare quest’ultimo per esigenze tattiche, in date congiunture storiche; e può appoggiarlo anche senza ipocrisie, in modo aperto, ma sapendo i limiti di questo appoggio. Facciamo un esempio concreto. In quest’epoca di ancora sostanziale supremazia USA – per quanto sia probabile l’apertura di una nuova fase policentrica – è giusto appoggiare senza reticenze Chavez (e altri come lui), Castro (finché dura), la Corea del Nord, ecc. Se però qualcuno, nel nostro tipo di paese, va a raccontare che le nostre prospettive di lotta anticapitalistica sono di quel tipo, che noi vogliamo accodarci alle lotte di quei paesi, che quelle lotte rappresentano gli embrioni del “nuovo socialismo” (per l’ennesima volta controllato dal popolo), e le altre solite coglionerie che da quando sono diventato comunista (oltre mezzo secolo fa!) ho sentito mille volte ripetere da eterni sconfitti (e meno male!!!), allora dico senza remore a questo qualcuno: sei scemo patocco, una scheggia impazzita, un autentico kamikaze; vai per la tua strada, “carino”, perché da te prendo le distanze, non voglio tagliarmi da solo i c….Certamente, data l’epoca, resterò in minoranza, ma quello che andrò scrivendo servirà in altro momento. Quello che dice il populista, il “nuovo socialista” movimentista – vero nuovo socialista rivoluzionario o magari menscevico, ecc. – crea solo confusione, conduce alla inazione o comunque distoglie forze giovani da compiti più proficui. Alla fine, nei nostri paesi a capitalismo avanzato (è ovvio che non parlo di altri paesi), simili ideologi conducono i “movimentisti”, ad ondate successive, a rientrare nei ranghi per assicurare alla vecchia reazionaria sinistra nuova linfa (sempre più putrefatta); nel migliore dei casi (o, se si preferisce, nel meno peggiore; ed è detto senza ironia!), questa torbida congerie di grumi ideologici (populisti, miserabilisti, moraleggianti, ecc.) fa da battistrada ai più lucidi rivoluzionari dentro il capitale (questa è comunque gente seria, che conosce l’arte delle battaglie).
Voglio essere chiaro: con personaggi del genere, il mio dissenso non è semplicemente teorico, è politico. Io sono leninista, per quanto totalmente riveduto e corretto, non accettando la classe in sé, non accettando la dinamica dicotomica che l’ortodossia marxista attribuiva al modo di produzione capitalistico, considerato soltanto in una sua generale caratterizzazione fondata quasi esclusivamente sul problema della proprietà (controllo) privata dei mezzi di produzione e sulla estrazione del plusvalore, con tutto ciò che ne consegue e su cui non mi ripeto, avendo già spiegato a sufficienza la povertà schematica di un simile modello teorico e il suo spingere ad una pratica rivoluzionaria totalmente fallimentare, ormai da seppellire senza fanfare. Detto questo, sono però pur sempre un leninista, so il valore dell’organizzazione; e di una organizzazione ristretta di “professionisti”, non certo del famoso “partito di massa” di togliattiana memoria, prodromo del populismo movimentista attuale, base del cedimento opportunistico alle sirene dello sviluppo capitalistico in un lungo periodo di monocentrismo, quale quello attraversato dal campo del capitalismo avanzato negli ultimi 60 anni. E so bene che da nessun movimento sgorga la coscienza della trasformazione anticapitalistica, che implica una teoria adeguata della nostra società e la possibilità di una lunga pratica che “prova” la teoria, ne mette in mostra i limiti e la corregge. Ma il movimento rappresentato dai momenti formulazione-[prova-riformulazione] esige l’esistenza di un cervello che rifletta, e non solo di muscoli che si agitano a vanvera, sia pure per “amore del popolo”.
Solo però con l’entrata nella fase policentrica, in un paese del campo capitalistico avanzato si va accentuando quel disagio, si crea quello scollamento tra base e vertici della scala sociale, tra popolo e istituzioni, ecc., che crea le condizioni per la [prova-riformulazione] in quanto processo di accelerazione dei tentativi di prassi trasformatrice; e ciò si verifica in dati punti della “catena capitalistica”. Siamo comunque, e lo saremo ancora a lungo, in un periodo monocentrico, pur se credo verso la sua fine, verso il passaggio alla fase successiva. Non c’è quindi al momento alcuna ragione di dividersi, così in pochi come siamo, tra chi crede nell’organizzazione e chi in generici movimenti popolari. Su molti punti si può procedere assieme, e anche a lungo. Però diventa assurdo il tentativo di conciliare le rispettive teorie, perché, lo ripeto, la differenza è di lenti teoriche e non potremo mai evitare di trarre significati diversi (spesso diametralmente opposti) dal medesimo libro che stiamo insieme leggendo. Ma perché, al fondo di tutto, non è la quantità di libri che leggiamo, non è la diversa sensibilità nei confronti della scienza e della filosofia, a dividerci. Non prendiamoci in giro, sia pure in buona fede: siamo politicamente diversi, perché io sono sostanzialmente leninista e quasi tutti quei (pochi) che hanno commentato la mia terza forza non lo sono per nulla. Appartengono ai più svariati generi: populisti, antimodernisti, moralisti, spesso genericamente “buonisti”, ecc.; ma sono in ogni caso del tutto tetragoni al leninismo.
Comunque, bando alle chiacchiere. Abbiamo molte cose su cui alcuni di noi possono convergere nelle loro critiche alla società attuale, in specie con riferimento alla concretezza della formazione sociale italiana o anche internazionale nell’epoca presente, in cui l’antiamericanismo (in generale, non entrando nello specifico del perché siamo antiamericani) è intanto un principio che dovrebbe essere comunemente accettato tra noi. Se qualcuno critica l’ideologia del politically correct, molti di noi saranno d’accordo. E lo saranno egualmente se critichiamo le concentrazioni finanziarie (e in particolare quelle che si stanno facendo da noi) o il neoliberismo; più articolate saranno le posizioni circa la difesa o critica del Welfare, ecc. Se analizziamo la situazione in Pakistan-Afghanistan, troveremo più punti d’accordo che di disaccordo, ecc. E si potrebbe continuare. Laddove mi appare inutile proseguire la discussione, se non fissando dei paletti assai stretti, è proprio sui due punti da cui sono partito: questione della potenza e problema dei dominati (non decisori). Su questi punti, essere o non essere leninisti è pregiudiziale, altrimenti il dialogo è tra sordi e non serve a nulla. Io non trascuro i dominati, e lo so bene; chi mi legge diversamente, lo fa perché è un populista, o crede in (per me) immaginarie leggi di incomprimibilità, oltre un certo limite, di “qualcosa” che starebbe dentro l’essere umano.
Io non credo a nessuna resistenza innata, a nulla che – come il caucciù – sia o meno comprimibile, e fino a certe (quali?) soglie. Tutto dipende da date congiunture e anche da date sedimentazioni storiche o altro (ma in ogni caso di aleatorio, quindi di casuale). Due figli gemelli nascono e vengono educati apparentemente nello stesso ambiente, con lo stesso affetto, con gli stessi metodi, ecc.; eppure sono tra loro diversissimi. Il popolo napoletano vive ormai da decenni in un ambiente che, per un paese come il nostro, è di un degrado quasi subumano; eppure sembra che abbia ancora limiti di “comprimibilità”. Altri popoli scoppiano assai prima; ma quanto ai risultati di questi scoppi, la storia non ci racconta gran che di buono. Comunque, senza lo scoppio, nessun motore va in moto; se però non c’è qualcuno al volante, il disastro è assicurato. Il leninista non può prevedere con matematica certezza gli scoppi; può in parte presentirli ma non indicarne la data nemmeno approssimativamente; tuttavia cerca di prendere lezioni di guida, e di capire su quale terreno, dandosi le condizioni, si troverà a condurre l’autovettura.
D’ora in poi, bando alle discussioni teoriche di un certo tipo se non con chi si mette in una certa ottica. E l’ultimo paragrafo sarà già l’inizio di una nuova discussione con questo “chi”. Gli “altri” ragionino per conto loro; non perdiamo tempo (“tra sordi”), per favore.

7. Ho iniziato il documento sulla terza forza sostenendo che si può essere in dieci o anche in cinque, ecc.; ma ciò non ci esime dal tentare di non autoconfinarci nella mera testimonianza di una generosa critica del capitalismo di stampo essenzialmente etico. Dobbiamo credere alla possibilità di crescere e di fare politica, nella convinzione che l’epoca si muova in una certa direzione, il policentrismo, in cui tale politica diventerà meno difficile e più produttiva di effetti. La questione preliminare – non in senso cronologico, ma solo logico; è ovvio che non si starà soltanto a rimuginare, mai in nessun momento – è il ripensamento di una teoria molto più adeguata delle attuali con riferimento alla formazione sociale capitalistica (e non semplicemente quella del nostro tempo, bensì pure come teoria generale della stessa). La mia tesi – forse per il mio pregresso background culturale – è che il punto di partenza di una riformulazione teorica resti Marx (con l’importante “correzione” di Lenin). Si deve però trattare solo di un punto di partenza; quegli sciagurati che sono ancora fermi a ripetere la teoria marxista nella sua impostazione di metà ottocento – con borghesia/proletariato, capitale/lavoro, “sfruttamento” (valore-plusvalore), ecc. – vengano tranquillamente mandati al diavolo; nessuna discussione più con costoro. Sono fra l’altro degli schizofrenici; vivono perfettamente in questa società a capitalismo avanzato, ma amministrano il loro vecchio sapere rifugiandosi in un modello di società immaginato 150 anni fa. Spero che i più giovani sappiano ignorarli.
Nel momento in cui si prende intanto in considerazione non il mero modo di produzione capitalistico (in generale), ma anche la formazione sociale mondiale divisa nelle sue diverse parti a sviluppo ineguale (e con alcune di esse che, nelle fasi policentriche, prendono la corsa e ne superano altre); nel momento in cui si analizza la dinamica capitalistica in quanto produttrice di diversificazione e dispersione (in orizzontale e in verticale) dei diversi spezzoni sociali, senza tendenze alla oggettiva formazione di soggettività collettive unificate; ne consegue allora l’allontanamento precipitoso da una politica fallimentare e inutile (anzi dannosa) come quella sedicente internazionalista del sedicente “movimento operaio”, bella favola inventata da apparati burocratici di opportunisti tesi all’ascesa sociale assieme alle forze peggiori del capitalismo più parassitario, quello assistito dallo statalismo dei vari piciisti (lassalliani) di sempre.
Una terza forza che muova i primi passi in un paese del campo capitalistico avanzato, avvertendo l’incipiente entrata in una nuova fase policentrica, non può non porsi il problema della potenza necessaria a fare politica in quest’epoca sfruttando le crescenti contraddizioni tra decisori, sia all’interno di ogni formazione sociale particolare (paese) sia, ancor più, tra le diverse formazioni sociali di questo tipo. Ciò implica individuare, entro la propria formazione sociale (paese), quali sono le forze capitalistiche (da considerare parassitarie) che agiscono in combutta con quelle del paese ancora dominante centralmente, e quali si muovono, eventualmente, controcorrente (in genere sempre con molta timidezza, in specie all’inizio della nuova fase).
E vorrei essere chiaro. Siamo in un paese a capitalismo avanzato che, in 60 anni di monocentrismo statunitense, ha accumulato ricchezza e accresciuto il reddito di quasi tutti gli strati sociali, pur se in modo nettamente diversificato tra i più e i meno ricchi. In una situazione del genere, appunto in 60 anni, le organizzazioni che si basano sul vecchio concetto di “lotta di classe” – dei lavoratori salariati ormai stratificati in assai differenti gradini di reddito – si sono già trasformate in apparati che amministrano il conflitto ai fini della mera redistribuzione delle condizioni di vita e di lavoro entro la formazione capitalistica ormai consolidatasi; e malgrado esistano piccoli gruppetti di sopravvissuti che mimano ancora la “rivoluzione”, in realtà tali organizzazioni sono quanto di più conservatore esista, perché la conduzione (tranquilla e con ampi riconoscimenti da parte dello Stato) di un simile conflitto esige che la struttura sociale, e i rapporti tra i suoi agenti (decisori e non), restino quelli che sono. E’ per questo che in tali paesi – da tanto tempo ben oltre non semplicemente l’orizzonte rivoluzionario, ma addirittura quello della semplice modificazione delle configurazioni di potere cristallizzatesi sulla base del periodo monocentrico (oggi a predominanza USA) – si crea una fondamentale alleanza tra quei settori degli agenti strategici (decisori) capitalistici, acerrimi difensori della predominanza dei decisori centrali, e organismi dei “lavoratori” (dipendenti) cooptati e “ben pagati” per oliare, con le loro “lotte”, i meccanismi riproduttivi di questo sistema di rapporti di potere.
Una terza forza, se vuol farsi strada, deve attaccare tale sistema e rompere l’alleanza “perversa” tra decisori strategici (subdominanti) e apparenti organismi di difesa dei lavoratori. Non si può fare a meno di approfittare delle contraddizioni tra decisori, che eventualmente si aprano nell’incipiente trapasso al policentrismo, individuando possibili loro settori sensibili ad una critica (soprattutto pratica) della sudditanza ai predominanti centrali. Nel contempo, va condotta una dura lotta contro la politica del divide et impera, attuata dai subdominanti (servili verso il centro) assieme agli apparati “ben pagati” degli organismi dei lavoratori (partiti e sindacati). Sostenere che in questa politica non serve la potenza è semplicemente demenziale. E’ necessario muoversi tra “Scilla e Cariddi”: la politica di potenza appunto, che accentua e aiuta l’esplosione dei più violenti contrasti tra decisori (in sede nazionale come internazionale); e la politica di costruzione di una unità tra gli strati medio-bassi dell’intero fronte lavorativo, sia autonomo (non sempre realmente, anzi spesso solo formalmente) che dipendente (salariato). E’ ovvio che si tratta di due politiche che entreranno spesso in frizione fra loro, ma non si può trascurare né l’una né l’altra; altrimenti, lo ripeto, ci si ritiri a casa propria a riflettere sui “destini dell’umanità”, ma si lascino stare gli ambiti concretamente politici, che sono estremamente delicati.
Dirò di più: essendo improbabile che si riverifichi un caso storico del tutto eccezionale – come quello rappresentato da Lenin e, in genere, dal gruppo dirigente bolscevico – gli intellettuali di una eventuale terza forza debbono limitarsi all’analisi della situazione di fase e alla “ristrutturazione” del campo teorico, ormai così obsoleto; quanto all’azione politica che dovrebbe essere concomitante – sempre per il ben noto circolo formulazione-prova-riformulazione – è bene lasciarla a settori diversi e dotati di altre caratteristiche e capacità. Normalmente, non c’è nulla di più disastroso dell’intellettuale che pretende di essere nel contempo agente politico. L’unione tra i due personaggi è invece non solo utile ma necessaria; anche l’antintellettualismo di certi praticoni politicanti ha generalmente effetti catastrofici.
Comunque, in conclusione, non entrerò qui nei dettagli della possibile azione di una – al momento solo ipotetica – terza forza. Insisto solo nel ribadire la contraddizione che essa dovrà vivere tra le due politiche di cui appena detto. Aggiungerò che se per caso, in un lontano futuro, dovesse ripetersi l’assunzione di potere di una simile forza in una qualche parte della formazione sociale mondiale, essa si ritroverà di fronte le difficoltà che incontrarono i comunisti in URSS. L’importante è dirci fin d’ora che non sussisterebbe, immediatamente, il problema della “costruzione del socialismo”; sarebbe necessario continuare a sfruttare i conflitti tra i decisori (in specie quelli a livello internazionale) – e per questo occorre la potenza – mantenendo vivo il fronte della lotta per la formazione, non oggettivamente data, di una alleanza (non una fusione unitaria) tra gli strati medio-bassi dei non decisori. In un certo senso, la terza forza dovrà dividersi in due; e tra i due settori vi saranno contrasti, per reggere i quali – o comunque per non renderli distruttivi – andrebbe proibito severamente anche soltanto di pensare al loro “sorpassamento dialettico”. A volte, si tratterà invece di un affrontamento nemmeno troppo tenero, non certo “tra compagni”; e bisogna saperlo utilizzare per quello che è, senza immediatamente voler sopprimere uno dei poli dell’autentico conflitto.
Comunque, per quanto concerne la costruzione di una terza forza, siamo adesso in una situazione molto, ma molto più arretrata di quella in cui si trovò l’URSS post-1917. Le problematiche concrete andranno via via discusse e mi rifiuto di cominciare a fantasticare qui sulle ben note “ricette della cucina dell’avvenire”. Spero ci sarà modo di discutere, sapendo con chi ci si può intendere, almeno in linea di principio, e con chi può esserci soltanto una “generosa” alleanza nei “fatti”. In ogni caso, secondo me, guai se la discussione di compiti cosiddetti pratici impedisse due attività di primaria importanza: a) rifacimento di una teoria adeguata che sostituisca un vecchiume ormai indigeribile; b) analisi dell’attuale fase e tentativo di individuare alcune tendenze di fondo, prima fra tutte se e come (secondo quali configurazioni geopolitiche e geoeconomiche) si sta entrando in una nuova epoca policentrica. Credo che per il momento basti.

31 ottobre 2006