UNA SINISTRA STORIA PER IL POPOLO DI SINISTRA (di Gianluca
Amodio)
Non annuncio canti di pace/non mi interessano i fiori dello stile/mangio
ogni giorno mille notizie amare/che definiscono il mondo in cui vivo
Dal film "Terra em transe" di Glauber Rocha
[Premettiamo che con l'utilizzo della terminologia
"popolo di sinistra" intendiamo riferirci principalmente a
quella "moltitudine comunista", di partito e di movimento,
che ha partecipato alle ultime elezioni compromettendosi con lo schieramento
dell'unione]
E' da qualche giorno che la Corte di Cassazione ha certificato il risultato
elettorale. Nonostante qualche altra probabile mossa oppositiva futura
del centro-destra, l'esito delle votazioni politiche è destinato,
seppur di misura ed in ritardo, a rinsaldare e rispecchiare le speranze
ed i desideri dello storico popolo di sinistra che acclama: <via
dal governo della nazione l'oscena destra berlusconiana che ha prodotto
uno sfascio in tutti i campi della vita pubblica, dalla morale all'economia!>.
Dopo che i preventivati e tanto attesi festeggiamenti post-elettorali
sono stati quasi del tutto rovinati sia a ridosso della chiusura delle
urne, sia durante il giorno successivo, quando l'effettiva ripartizione
dei seggi ha evidenziato l'esigua differenza quantitativa che definirà
i giochi parlamentari, finalmente il predetto popolo di sinistra, in
ragione delle valutazioni della Cassazione, ha potuto rivendicare pienamente
la propria vittoria politica, affermando: <ormai è certo,
la maggioranza è nostra; pazienza se i voti di distacco risultano
essere pochi per legiferare tranquillamente e sostenere senza problemi
il governo. L'importante è che il bastardo abbia perso... col
cavolo che i nostri accetteranno la sua grande coalizione. E comunque,
quelli che sono stati eletti lo hanno voluto loro, dunque che presenzino
i lavori delle camere per votare... che lavorino!>. Non abbiamo dubbi
circa l'andamento del pensiero politico dei militanti di sinistra; purtroppo,
le frasi virgolettate non rappresentano una nostra finzione caricaturale,
quanto piuttosto la fedele registrazione dei discorsi che si odono o
di molte parole scritte in circolazione, da cui traspaiono sia una spaventosa
inconsapevolezza tra la militanza di base riguardo ai provvedimenti
che il governo dovrà in ogni caso prendere per affrontare le
tare strutturali italiane, sia l'assoluta inesistenza di una pur minima
analisi articolata intorno al rapporto tattico-strategico intercorrente
tra l'azione dei partiti al governo e gli interessi dei centri decisionali
del capitalismo italiano. In effetti, quello del popolo di sinistra
e dei suoi comportamenti strandard - dall'ambito prettamente elettorale
a quello più ampio di tipo culturale - è un fenomeno italiano
a sé stante, tanto datato quanto anomalo, la cui esistenza è
reale e non è da sottovalutare per niente, specie se si vuole
comprendere almeno parzialmente l'odierna - ma la storia è lunga
(Cfr. C. Preve, L'ideologia Italiana) - incapacità soggettiva
di pensare e praticare dalle nostre parti una seria e diffusa politica
comunista anticapitalistica. A riprova dell'anomalia in oggetto e dell'assenza
di una valida (op)posizione critica, basterebbe accennare alla evidente
incomprensione, talvolta vera e propria ignoranza, dei militanti di
sinistra riguardo a quanto accaduto durante il decennio 1992-2001 in
sede economica; se ci si prende il fastidio di andare a vedere cosa
è successo e per opera di chi (Cfr. M. Badiale-M. Bontempelli,
Il mistero della sinistra), si scopre facilmente che i medesimi personaggi
attualmente osannati ed entusiasticamente supportati dal voto del popolo
di sinistra - il quale li considera alla stregua di veri difensori delle
sorti democratiche italiane, i soli capaci di far progredire il "sistema-paese"
- sono in realtà giusto coloro che hanno prodotto il cosiddetto
sfascio presente, addebitato esclusivamente invece all'altra parte politica,
sempre più definita con categorie simili a quelle in uso presso
i demonologi.
D'altra parte, se lo schifo che noi proviamo per lo schieramento di
centro-destra è elevatissimo - di tipo epidermico, per intenderci
-, cerchiamo ancora di mantenere in vita il discernimento politico basato
sull'adozione della ragione, invece che sulla classificazione dei fenomeni
in base alla simpatia o antipatia. Di conseguenza, ci mettiamo alla
prova articolando qualche ragionamento. A tale fine, riteniamo inevitabile
che qualunque individuo razionale che voglia parlare degli accadimenti
politici degli ultimi anni, debba ammettere preliminarmente che il ceto
politico che ha occupato i posti di comando dal 1992-93 fino alle elezioni
del 2001, deliberando dunque in sede governativa e legislativa ed indirizzando
in tal modo le dinamiche socio-economiche italiane, è stato quello
oggi rintracciabile tra i dirigenti dei differenti gruppi che formano
il centro-sinistra. Bene, un'ammissione del genere, una mera constatazione,
dovrebbe essere propedeutica all'assunzione di ogni posizione o scelta
politica, ed invece proprio questa basilare operazione mentale di riconoscimento
viene decisamente negata dall'onesto popolo di sinistra. Non ci è
dato sapere quale sia la motivazione profonda determinante un comportamento
di questo tipo; probabilmente, la sua individuazione pertiene agli psicologi
sociali osservatori delle dinamiche politiche collettive. Tuttavia,
una cosa è certa: la moltitudine delle libere singolarità
con diversi riferimenti ideali e letterari si ricompone e si muove all'unisono,
specie in occasione della ricorrenza elettorale; si ricompatta insomma
alla maniera di un vero popolo istituzionalmente responsabile: decide
di far fronte comune e di appoggiare il futuro governo dell'Unione...per
salvare il paese! Giunti a questo folle punto - una vera e propria calamità
per chi si ostina a ragionare politicamente cercando di adottare seri
canoni critici - vogliamo solo brevemente ricordare il contenuto storico
che il metodo(?!) seguito dalla sinistra intera ha rimosso completamente.
Non possiamo che iniziare la nostra sintetica rassegna se non richiamando
sommessamente un aspetto contraddittorio, a tratti comico: dopo le inchieste
giudiziarie sulle tangenti ai politici avviate a partire dal '92 principalmente
dalla procura di Milano, per non pochi anni la lotta politica di sinistra
si è svolta intorno all'idea per cui la dirigenza proveniente
dal disciolto P.C.I. era moralmente superiore a quella degli altri partiti,
in particolare ai corrotti e fin troppo mondani socialisti; piccolo
paradosso iniziale: G. Amato, ex collaboratore di ferro di Craxi, è
non da oggi uno dei personaggi più influenti nei Democratici
di Sinistra, strenuo fiancheggiatore di D'Alema nelle note sortite di
stampo riformistico. La ragione di questo avvicinamento? Stando alle
apparenze, si dovrebbe riscontrarla nella riallocazione ideologica compiuta
a livello europeo dal partito dei D.S. verso la metà degli anni
'90, quando si straparlava di socialismo e, come detto, Amato era per
l'appunto una personalità socialista di spicco. Tuttavia, la
ragione essenziale va vista nella capacità dimostrata da questo
politico nel gestire da presidente del consiglio una delle situazioni
più caotiche per il sistema capitalistico italiano dal dopoguerra,
i cui sintomi più visibili furono l'uscita della lira dalla rigidità
dei cambi imposta dal Sistema Monetario Europeo nel settembra '92 e
la mole del debito pubblico in continuo rialzo, ben oltre il rispetto
dei parametri fissati in ambito europeo. Alla fine, gli effetti della
svalutazione monetaria decisa formalmente in autonomia dalla Banca d'Italia
- in effetti in piena sintonia con il governo - produssero una immediata
ripresa produttiva, come da tradizione, riportando i saggi di profitto
celermente verso l'alto; nel frattempo però, la manovra finanziaria
adottata dal socialista Amato, la quale nel complesso raggiungeva la
strabiliante cifra di oltre 90 000 miliardi di lire, rappresentò
una formidabile scure in capo a tutti i settori pubblici, tanto che
la si potrebbe ritenere il punto di inizio - ma anche di non ritorno
- della fine del ruolo attivo dello stato in campo economico. Si è
detto della rilevanza assunta all'epoca, in occasione delle forti turbolenze
valutarie, dalla banca centrale italiana; è bene precisare però
che il governatore che presiedeva l'istituto nel '92, C. A. Ciampi,
attuale presidente della repubblica, nel 1993 formerà un governo
"tecnico" che troverà un largo consenso, dal PDS a
tutti i centristi. In inevitabile continuità con il "risanamento"
della finanza pubblica, fu apprestata una ingente manovra finanziaria
per ben altri 70 000 miliardi di lire. Tuttavia, i provvedimenti che
la memoria del popolo di sinistra dovrebbe riportare in superficie sono
altri due: dapprima il cosiddetto "accordo di luglio", vero
e proprio modello di riferimento per le relazioni industriali di natura
triangolare e concertativa. Ancora oggi sostanzialmente operativo, esso
pose le basi per quel graduale e consistente impoverimento relativo
che ha coinvolto i ceti a reddito medio-basso italiani fino ad oggi:
fu introdotto, contando sul convinto assenso della solita triplice confederale,
il meccanismo dell'indicizzazione salariale agganciata all'inflazione
programmata in ragione delle stime economiche prodotte dal governo.
Con buona pace dell'economista E. Tarantelli, vero ideatore e fautore
del marchingegno, il tentato furto avrebbe dovuto essere del tutto evidente
ai lavoratori, ed in effetti qualche sommovimento si verificò
- come d'altronde aveva preso il volo qualche bullone diretto alla CGIL
di B. Trentin l'anno precedente a causa dell'abolizione della scala
mobile residua - . Tuttavia, l'atavico ed onnipresente senso di responsabilità
dei compagni di provenienza "picciista" continuò a
fare breccia, anche se in quell'occasione l'interesse nazionale dai
"comunisti italiani" storicamente tanto acclamato e difeso
(Cfr. C. Preve, L'deologia italiana) aveva ormai perduto ogni colorazione
tendente al rosso, assumendo finalmente le definitive grigie sembianze
della neutralità tecnica-tecnocratica. L'altro elemento che dovrebbe
sovvenire criticamente alla mente dei sinistroidi, è il piano
di privatizzazioni delle banche di proprietà pubblica, portato
a compimento proprio durante il governo Ciampi, quando la Comit ed il
Credito Italiano, fino ad allora in dote all'Iri, furono poste sul libero
mercato, con la duplice intenzione di accrescere la borsa valori nostrana,
tradizionalmente piccola e stagnante, e di permettere ad alcuni grandi
gruppi capitalistici italiani di gestire e movimentare ingenti disponibilità
finanziarie, ottenendo finanziamenti a debito oppure investendo attivamente
nelle quote privatizzate. Un particolare che ci preme sottolineare è
la stretta vicinanza, oltreché la reciproca identità di
interessi, di tre personaggi politici attivissimi durante tutto il '93
nel dirigere la suddetta operazione di privatizzazione: Ciampi, lo si
è detto, fungeva da presidente del consiglio; poi vi era Romano
Prodi, fresco di nomina a capo dell'Iri, una carica dipendente dalla
volontà del governo; infine, alla presidenza del comitato ministeriale
appositamente creato per effettuare le privatizzazioni si trovava M.
Draghi, che oggi dirige la Banca d'Italia. Non vi è alcun dubbio
che all'epoca si produsse una forte sinergia e si verificò una
piena convergenza di interessi e di vedute tra l'attuale governatore
della Banca centrale (all'epoca nei ranghi del ministero del tesoro)
e il futuro presidente del consiglio Prodi (vero e proprio liquidatore
nei primi anni '90 delle proprietà dell'Iri), non dimenticando
l'abile regia di C.A. Ciampi, la cui carriera storica ha attraversato
appieno i vertici dei più rilevanti apparati statali, dalla Banca
d'Italia alla presidenza della repubblica, passando per la presidenza
del consiglio ed il ministero del tesoro. Dunque, non vi dovrebbero
essere incertezze di alcun tipo circa la rilevanza del contributo che
simili personaggi, grazie alle forze politiche retrostanti - l'odierno
centro sinistra - hanno fornito alla riconfigurazione degli assetti
capitalistici italiani... e visto quanto accaduto in passato, il futuro
dovrebbe essere per lo meno da lezione... invece, il popolo di sinistra
pare proprio ostinarsi nel non considerarli "solamente" alla
stregua di agenti capitalistici, seppur di tipo particolare, "politico-strategico"
(Cfr. La Grassa, Discussione sugli agenti strategici). In definitiva,
il ruolo da essi svolto è quello di una grande borghesia di stato
(Cfr. G. Fullin, Della "Borghesia di Stato") che ha gestito
una importante quanto delicata fase di transizione dell'accumulazione
capitalistica italiana, muovendosi in proprio e rispondendo personalmente
dei rischi relativi all'azione di governo, ed è questo, ci pare,
il senso che si deve attribuire alla partecipazione diretta, in prima
persona, dei cosiddetti tecnici al gioco politico. Certamente, questo
spezzone di borghesia pubblica - che dal vertice osservato si espande
scendendo piramidalmente ricoprendo tutti i gradi dei diversi organigrammi
politici e sindacali - ha negoziato il riassestamento delle condizioni
(ri)produttive sistemiche con i maggiori gruppi capitalistici operanti
in quanto aziende private, non foss'altro che per ottimizzare l'allocazione
delle attività pubbliche in via di privatizzazione. In tal senso,
ovvero nello svolgimento dell'azione spartitoria - che risulterà
di corto respiro, tatticamente fallimentare -, si è ben distinto
proprio quel ceto politico che non più di quindici anni fa si
autoproclamava comunista - nonostante molti da tempo lo definissero
più appropriatamente solo "picciista" -, col quale
il popolo di sinistra ha continuato a mantenere una relazione ambigua
contraddistinta da "sofferti" avvicinamenti e successivi allontanamenti:
<alla fine sono pur sempre stati dei compagni, anche se oggi sbagliano...>
- a tal proposito, per visualizzare la suddetta ambivalenza è
significativa l'immagine del festoso abbraccio collettivo, popolare
e democratico che ricorre durante le marce per la pace nel mondo, frequentate
con puntuale regolarità anche da chi ha condotto l'Italia in
guerra, posizionandola attivamente nei ranghi della Nato! Comunque,
abbandonando i vergognosi cieli della pace perpetua intesa esclusivamente
in senso noumenico e passando al viscido terreno degli affari terreni,
vogliamo solo brevemente richiamare le vicende della privatizzazione
della Telecom e l'ingarbugliato reticolo di interessi politici ed economici
che ha avuto seguito, di cui la militanza di base o ignora l'esistenza
oppure è colpevolmente dimentica: la storia inizia quando l'imprenditore
Colaninno, allora a capo dell'Olivetti, in compagnia del capitalista
finanziario Gnutti, responsabile dei movimenti della finanziaria Hopa,
ricevettero in dono dal governo D'Alema il complesso industriale Telecom,
di lì a poco comunque passato di mano e giunto in quota alla
Pirelli. Per l'occasione - una vera e propria iniziazione capitalistica
per chi aveva avuto la colpa di essere stato comunista, ma ormai era
teso solo ad introdursi nelle stanze del capitalismo (do you remember
Mr. Cuccia & D'Alema together?) -, gli imprenditori partecipanti
alla spartizione del bottino furono qualificati come "capitani
coraggiosi". Chissà come però, dopo qualche anno,
a riprova dell'assenza di codardia, che nel frattempo non aveva di certo
impedito l'incasso della cessione Telecom lautamente valutata, uno degli
impavidi di cui sopra, il finanziere politicamente ubiquo Gnutti, lo
si ritroverà al centro del campo di relazioni imbastite affinché
la Banca Nazionale del Lavoro, altro istituto ex statale, non addivenisse
sotto il controllo di qualche gruppo bancario straniero. In vista di
tale finalità era massicciamente intervenuto il gruppo assicurativo
Unipol, riconducibile in tutto e per tutto a quelle brave persone che
non sono altro i Democratici di Sinistra. L'esito finale di questo tentativo
posto in essere per arginare l'arrivo dei dominanti stranieri non ha
avuto riscontri positivi, e se non sono approdati i capitali del Banco
di Bilbao, alla fine sono giunti improvvisamente ma con successo quelli
francesi di BNP-Paribas. Si è tanto discusso della validità
del piano industriale presentato da Unipol, della sostanziale convenienza
che sarebbe scaturita dalla creazione di un grande ed omogeneo polo
bancario-assicurativo, mai sorto in Italia in precedenza per degli storici
veti incrociati. Comunque, oltre ai discorsi basati sulle previsioni
riguardanti la ipotetica redditività attesa, una cosa ci appare
indubitabile: i dirigenti della sinistra sono completamente immersi
nel processo di creazione del valore a livello strategico politico-finanziario,
ovvero in un ambito "alto", difficilmente scrutabile, le cui
dinamiche di movimento e di potere sono talmente astruse che solo la
lettura di qualche verbale giudiziario - o del contenuto di qualche
telefonata scientemente pervenuta alla stampa, del tipo "Fassino
& Consorte" - può permettere l'emissione di un giudizio
preciso. Ancora un particolare, a chiusura dell'insieme di vicende cui
si è accennato: il suddetto finanziere Gnutti, all'epoca dei
fatti, si trovava casualmente a ricoprire contemporaneamente la carica
di membro del consiglio di amministrazione sia in Unipol che nel Monte
dei Paschi di Siena, banca sulla quale è futile aggiungere qualcosa.
In poche parole, l'ex "capitano coraggioso", divenuto in seguito
un mero capitano di ventura, assurto in odio per il caso Unipol proprio
ai moralisti di sinistra cui è apparso un rappresentante dell'oscena
speculazione, alla fine si deve constatare che ben frequentava entrambe
le casseforti istituzionali dei fautori-campioni del progresso nazionale.
Ci sembra allora giusto ed inevitabile, giunti a questo punto del discorso,
rilevare la presenza di un enorme cortocircuito politico - e la definizione
è di quelle gentili! - che attraversa l'intero popolo di sinistra
e che non riteniamo assolutamente addebitabile ad una nostra errata
valutazione o, peggio ancora, ad un nostro pregiudizio ultra radicato:
da una parte, come chiunque potrebbe facilmente accertare tramite un
mero scambio di parole, i militanti di sinistra perseverano nel pensare
i provvedimenti presi dagli agenti capitalistici pubblici come delle
azioni prodotte in difesa dell'interesse generale, tradizionalmente
contrapposto a quello dei singoli capitalisti ( stato Vs mercato); dall'altra
parte, i sinistroidi sono pur costretti ad ammettere il carattere particolare
- nel senso "partigiano" e mercantile - del profitto tratto
da alcuni destinatari dei medesimi provvedimenti di privatizzazione,
in sintesi da parte degli accaparratori dei beni posti in vendita dai
differenti governi. Si riscontra insomma che le considerazioni del popolo
di sinistra sull'azione statale in ambito economico sono sospese tra
l'inevitabile contingenza di interessi particolari e l'irrinunciabile
permanenza dell'interesse pubblico a supporto dell'agire statuale, espellendo
del tutto dalla riflessione ogni possibile analisi che veda l'organizzazione
statale al di là del suo ruolo di regolatore ciclico, e che quindi
la riconosca quale puntuale elemento necessario ad imprimere lo sviluppo
al processo accumulativo capitalistico. Riconosciamo, d'altronde, che
la persistenza nella cultura di sinistra (compresa quella estrema) di
questo tipo di contraddizione oppositiva incentrata sul contrasto particolare/generale
è atavica, presente finanche durante periodi passati ben più
duri nella pratica e molto più proficui ed onesti nella ricerca
teorica. Per cui, sarebbe assurdo aspettarsi una seria e diffusa analisi
di questa problematica al giorno d'oggi, vista l'esiguità delle
forze in circolazione. Dal canto nostro, ci limitiamo a rilevare che
l'opposizione particolare/generale intorno al ruolo assunto dall'organizzazione
statale deve essere giocata senza remore in relazione alle dinamiche
strutturali presenti sia in una formazione sociale capitalistica, sia
rispetto alla sua radicale ridefinizione in una eventuale formazione
sociale di transizione (Cfr. C. Preve, Note sul maoismo). Probabilmente,
abbiamo ampliato eccessivamente lo spettro della discussione, ma tramite
il richiamo all'ardua tematica dello stato ci apprestiamo a porre un
interrogativo sì retorico, ma essenziale per la prosecuzione
dei nostri pensieri: cosa onestamente può attendersi il popolo
di sinistra da un'azione di governo unitaria, ovvero da una cogestione
istituzionale degli apparati statali esercitata in questo momento storico?
Difficile dirlo!In effetti, a noi basta ed avanza la rassegna dei misfatti
compiuti nel passato per non desiderarne di simili nel futuro. Giusto
a proposito della nostra sintetica e parziale ricostruzione degli eventi
passati, vogliamo precisare che l'enfasi posta nello scritto in relazione
al processo di privatizzazione non deve essere confusa con una nostra
accettazione acritica delle categorie "proprietà pubblica"
e "statalizzazione". In breve: tanto è stato di matrice
capitalistica l'Iri delle origini fasciste quanto quello dei successivi
anni repubblicani, e naturalmente lo stesso vale per le "gloriose"
nazionalizzazioni degli anni '60! Piuttosto, abbiamo sottolineato la
continuità del fenomeno solo perché l'attuale "sinistra
radicale" - leggi P.R.C. - non fa altro che blaterare contro il
ciclo(ne) privatistico neoliberistico, ma poi, in deficit assoluto di
coerenza, si presenta nella stessa coalizione di governo che pragmaticamente,
senza fanfara ideologica made in Usa, ha privatizzato a più non
posso, dopo aver notevolmente peggiorato il tenore di vita dei lavoratori
appartenenti ai ceti medio-bassi, ed in quest'ultimo caso la responsabilità
del P.R.C. è anche diretta: vedi, ad esempio, il "pacchetto
Treu"!). Il passato prossimo, dicevamo, dovrebbe risultare ai nostri
occhi abbastanza nitido, ma il popolo di sinistra non la pensa allo
stesso modo, e dal campo dell'epistéme ci fa ripiombare in quello
della magmatica doxa. Opinione per opinione, proviamo allora a volgere
lo sguardo dalla scienza del passato verso l'arte del futuro politico
che attende i militanti di sinistra: siamo alla fine di aprile, il governo
nei migliori dei casi diverrà operativo dopo metà maggio,
dopo di che la compagine ministeriale, qualunque sia la sua composizione,
dovrà in tutta fretta (entro settembre) occuparsi di redigere
il Dpef, approntando molto probabilmente in contemporanea una manovra
finanziaria correttiva 2006 che potrebbe ammontare a più di 7
miliardi di euro. Naturalmente, entro dicembre la finanziaria 2007 dovrà
pur trovare forma e sostanza... Insomma, il governo, in poco meno di
un anno, dovrà attuare tagli alle spese ed aumentare la fiscalità
(quale?!). Ipotizzando un andamento della produzione basso e costante
- le ultime stime dell' Fmi sono di 1,2% di Pil per il 2006, e di poco
più per l'anno seguente -, il rapporto disavanzo/produzione nazionale
tenderà verso il 4% per il 2006 ed il 4,3% nel 2007, sempre ben
oltre i canonici parametri di Maastricht, e questo non potrà
che produrre tensioni e pressioni sul governo sia in sede tecnocratica
europea che in ambito internazionale in occasione delle valutazioni
promosse dalle agenzie di rating sulla sostenibilità-solvibilità
del debito pubblico. A tale riguardo, evidenziamo che se nel 1992 il
debito pubblico incideva sul Pil per il 108,6%, il prossimo anno si
stima che si attesterà intorno al 107%. Pensiamo che la serie
numerica riportata sia decisamente impressionante se considerata alla
luce delle inevitabili incombenze governative future; quindi, ci chiediamo
da quale capitolo di spesa e da quale dicastero ministeriale potrà
prendere vigore una prassi riformistica come quella sbandierata durante
la campagna elettorale dai massimi rappresentanti del popolo di sinistra.
Ci sembra proprio che tiri una brutta aria, come quella del '96, satura
di sacrifici, i quali come da copione verranno non imposti...ma concertati!
Dieci anni fa lo spauracchio fu l'entrata nell'eurozona, domani sarà
quello di uscirne coercitivamente. All'epoca, grazie ai partiti di sinistra
e al connesso popolo di militanti, la già citata "legge
Treu" introdusse massicce dosi di flessibilità, ma poi è
intervenuta la legge Biagi - Requiescant In Pace - ed il centro sinistra
l'ha assunta come modello negativo portatore di precarietà. Ecco!,
forse questo è un terreno sul quale il popolo di sinistra potrà
farsi valere, ottenendo una probabile e meritoria conquista sociale:
l'abrogazione dell'indecente "legge 30" ripristinerà
la contrattualistica precedente, notoriamente avversa ad ogni pratica
di sfruttamento del lavoro. I lavoratori ringrazieranno!