1. Marx scienziato?
Non vi è nulla di più
fastidioso che sentire ancora discutere sul Marx scienziato o invece
utopista (come accade in un recente libro di Carandini pubblicato dalla
“paludata” casa editrice Laterza, in cui l’autore
dichiara di schierarsi per lo scienziato contro il rivoluzionario, ripetendo,
in forma decisamente più piatta e priva di senso politico, le
formulazioni di Kautsky, pilastro di ogni concezione evoluzionistica
e riformistica, oggi decisamente più utopica di quella del comunismo
rivoluzionario). Non mi sognerò minimamente di dibattere simile
rifrittura di vetuste posizioni, poiché credo si tratti di comprendere
invece che cosa si deve, o almeno io intendo, fare in questa congiuntura,
utilizzando il mio bagaglio teorico, indubbiamente pregno di marxismo
dato che questo è l’orizzonte culturale in cui si è
forgiata la mia personalità scientifica. Poiché ho trattato
più volte del mio punto di vista sulla scienza – si veda
ad es. il par. 3 del mio recente Perché il conflitto strategico?
Giovane Talpa, Milano, 2005 – cercherò di essere molto
stringato sull’argomento.
La scienza disantropomorfizza. Anche le scienze naturali hanno dovuto
liberarsi di ogni forma di animismo. Termini come forza, attrazione,
magnetismo, ecc. possono indurre in errore, far credere che esistano
qualità intrinseche alla materia di cui sono costituiti i corpi
fisici; in realtà, si tratta di caratteristiche delle funzioni
da essi esercitate in determinate condizioni di intreccio e interazione
reciproca, e se li si considera secondo dati angoli d’osservazione.
La matematica aiuta, come linguaggio, a sfuggire ad ogni punto di vista
“sostanziale”, alle “essenze contenute” nei
corpi, ma anche il linguaggio naturale può essere sorvegliato
in proposito, pur se gli slittamenti e le ambiguità sono più
facili. In ogni caso, ritengo esista una fondamentale unitarietà
di metodo tra tutte le scienze, ivi comprese quelle umane e sociali.
Concetti (marxiani) come modo di produzione, formazione sociale, rapporti
e forze produttive, ecc. non fanno eccezione. Ci si deve limitare alle
funzioni di dati “soggetti” – che sono individui e
gruppi di individui (riuniti in “classi” similari) –
e descrivere i caratteri di tali funzioni onde poi farle interagire
per costruire l’immagine di date intelaiature della società.
Come diceva Goethe, “la teoria è grigia mentre verde è
l’albero della vita”; tuttavia, è bene che lo scienziato
si attenga a questo grigiore, se vuole apprestare strumenti utili all’orientamento
delle nostre azioni in una realtà complessa come la società
umana nelle varie epoche della sua storia. L’importante è
non sostituire la teoria scientifica alla vita, non confonderle tra
loro, non pensare che la scienza risponda alle domande essenziali che
l’uomo si pone in relazione alla sua esistenza e sopravvivenza,
ai “fini ultimi” della sua vita, ecc.
La scienza non risponde a domande sulla “essenza umana”;
e non deve rispondervi, non deve nemmeno porsi questa domanda, fuorviante
nel contesto “banale”, e strumentale, cui si limita la formulazione
scientifica. Tuttavia, altrettanto errato sarebbe pensare che lo scienziato
sociale indaghi la “realtà” per imbracarla in determinati
schemi teorici (semplici), atti ad orientare l’interpretazione,
e la susseguente azione, nella società, con lo stesso spirito
con cui, in altra sede, altri scienziati interpretano – ai fini
di orientare determinate pratiche di intervento su – quella “realtà”
che denominiamo natura. L’analisi delle varie forme storiche delle
relazioni sociali appronta strumentazioni teoriche tanto quanto quella
del moto degli astri o delle microparticelle o di reazioni chimiche,
e via dicendo. Pensare però che lo spirito, le “passioni”,
che muovono le analisi nei diversi rami delle scienze (naturali e sociali)
siano sempre le stesse, è per lo meno ingenuo e altrettanto fuorviante.
Marx era rivoluzionario; e, se non lo fosse stato, non avrebbe avuto
alcuna spinta a dedicare la sua attenzione precipua alla realtà
sociale del suo tempo. Tuttavia, proprio perché la sua “passione”
lo spingeva al rivoluzionamento di questa realtà, proprio perché
la riteneva inaccettabile – e in ciò, certamente, vi era
un rifiuto di carattere morale, una aspirazione al giusto – la
sua analisi andava condotta con metodi in grado di evitare ogni pericolo
di identificare e confondere i suoi desideri di cambiamento con la realtà
in questione (“dura” da mutare). La “pulsione”
all’“oggettività” scientifica nasceva esattamente
da una simile passione, dal desiderio di rivoluzione, dal non volersi
limitare ad interpretare il mondo (già rifiutato dentro di sé),
poiché quest’ultimo andava invece trasformato; ma per conseguire
simile risultato non era sufficiente l’adesione morale ad un progetto,
occorreva studiarne le condizioni di possibilità, era necessario
indagare, pur con schemi semplificatori, la struttura interrelazionale
(e interazionale) tra raggruppamenti (classi) sociali, struttura che
costituisce il campo della lotta e del possibile mutamento dei rapporti
di forza tra chi vuol conservare e chi vuol cambiare.
L’unità del metodo scientifico non deve far dimenticare
la differenza di approccio alla realtà naturale e a quella sociale.
Marx scienziato doveva formulare i concetti adeguati a comprendere non
l’Uomo, bensì le funzioni di gruppi di individui riuniti
in classi, di cui studiava perciò la reciproca interazione; e
sotto questo aspetto egli era simile ad un fisico o a un chimico, ecc.
Si poneva però delle finalità di carattere sociale che
non erano affatto le stesse di chi indaga la realtà naturale;
secondo dette finalità, poteva, nella sostanza e schematizzando,
o voler mantenere quella forma di società (ed essere reazionario)
o volerla rivoluzionare; ed è quest’ultima la sua scelta,
fondamentale tuttavia anche per capire la struttura della sua teoria
scientifica.
Marx, utilizzando un’analogia tratta dall’astronomia, chiarisce
la sua idea di scienza. Dice che l’uomo, in un primo tempo, è
molto “naturalmente” convinto che il Sole giri intorno alla
Terra. Questo è però solo un moto apparente. Poi interviene
la scienza che scopre il moto reale, quello della Terra che gira intorno
al suo asse terrestre. In realtà, però, Tolomeo era scienziato
pur teorizzando la fissità della Terra al centro del Cosmo. E
gli scolastici, che insistevano con il sistema tolemaico, non erano
proprio come il Simplicio del dialogo immaginato da Galilei. Ciò
che in effetti interessa veramente Marx è il disvelamento del
moto reale (della Terra) celato, al senso comune, dal moto apparente
(del Sole). Useremo ancora questa analogia marxiana perché è
piuttosto congrua nella spiegazione del suo modo di procedere teorico
e della sua riflessione intorno a quel ramo scientifico da lui fondato
e denominato Critica dell’economia politica; non credo si possa
capire perché Marx parla di “critica” se non si tiene
sempre a mente l’analogia testé riferita.
In conclusione, la distinzione tra un Marx scienziato e un Marx utopista,
in quanto rivoluzionario, non ha proprio senso; essa viene utilizzata
da chi ha in realtà ben altro fine, pur non osando confessarlo:
alla stregua del “vecchio” Kautsky, costui vuol contrapporre
il Marx critico (rivoluzionario) della forma capitalistica dei rapporti
sociali ad un immaginario Marx riformista e attendista (che il capitalismo
sviluppi fino in fondo tutte le forze produttive di cui è capace).
L’enfasi posta sull’asettica scientificità di una
teoria della società – priva di presupposti relativi alla
conservazione o alla rivoluzione – è esattamente l’altra
faccia della medaglia rispetto all’esaltazione dell’azione
“rivoluzionaria” caotica e confusa, mancante di una qualsiasi
analisi scientifica del campo della lotta (della struttura dei rapporti
sociali); un’azione affidata a imprecisate e disorganizzate masse
(pur quando le si ridenomini “moltitudine”) emananti un
fluido energetico che travolgerebbe e distruggerebbe la realtà
del presente, senza effettivo accenno ad un progetto, ad un pensiero,
concernente il futuro. Si tratterebbe, insomma, di masse di individui
dotati di forza e carenti di cervello. Il “puro” scienziato
e il “mistico” rivoluzionario vanno a braccetto, pur polemizzando
fra loro per l’audience, protetti e alimentati dall’apparato
culturale e mediatico dell’establishment capitalistico odierno,
ben capace di scegliere un ceto intellettuale abile nel frustrare e
disorientare ogni riflessione, che possa guidare azioni intenzionate
a combatterlo con qualche chance di sconfiggerlo.
2. La critica dell’economia
politica
Mi semplificherò il compito partendo dalle considerazioni di
un autore, Althusser, secondo cui “Per Marx, la critica è
il reale che critica se stesso”; per cui “l’individuo
chiamato Marx ‘scriveva’ per questo ‘autore’
[“la lotta della classe operaia, che agiva come vero autore (agente)
della critica del reale mediante se stesso”] infinitamente più
grande di lui, per lui, ma innanzitutto grazie a lui, sotto la spinta
della sua insistenza” (in Marx nei suoi limiti, Mimesis 2004,
pp. 44-45). Quindi la critica dell’economia politica sarebbe quella
di un “soggetto” reale, la classe operaia; non però
in quanto soggetto pieno, precostituito, ma quale portato (precipitato)
della “lotta di classe”, vero demiurgo del reale per Althusser.
Ritengo tale concezione del tutto ideologica, piuttosto antiscientifica.
La critica è secondo me quella dell’individuo Marx, che
formula ipotesi – di cui si sostanzia ogni scienza – intorno
ad una “realtà” non certo colta immediatamente; una
realtà di cui l’individuo in questione non è affatto
il mero portatore in quanto semplice voce di un presunto “reale
che critica se stesso”, così come Althusser pretende. Marx,
che ne sia o meno pienamente consapevole, procede come qualsiasi scienziato:
ipotesi, errore, correzione dell’errore, nuova ipotesi, ecc. La
critica è il tentativo compiuto, via ipotesi appunto, di disvelare
il moto reale (della struttura capitalistica dei rapporti sociali) nascosto
da quello apparente di cui si interessa, in modo esclusivo, l’economia
politica dei dominanti in questa specifica forma di società.
In tal senso, la marxiana teoria del valore e plusvalore non è
per nulla una “teoria contabile” (come sostiene Althusser).
Se con questa affermazione di disprezzo si volesse solo colpire l’ossessione
di certi marxisti, che intendono conseguire l’esaustiva misurazione
matematica dello sfruttamento capitalistico, si potrebbe anche consentire.
Tuttavia, la teoria del valore non ha fini puramente contabili, non
è una astrazione dai reali processi di sfruttamento, che Marx
indicherebbe invece correttamente – sempre secondo il filosofo
marxista francese – nei capitoli relativi alla manifattura e grande
industria, e ancor più in quello, il XXIV, sull’accumulazione
originaria, presi come “capitoli ‘concreti’ del Capitale
che stridono con l’ordine astratto della sua esposizione”
(dal già citato testo di Althusser, p. 55). Si tratterebbe insomma
di una parte dell’opera marxiana di carattere fondamentalmente
storico, quindi soprattutto “concreto”. In questi capitoli
Marx descriverebbe il reale processo che ha condotto allo sfruttamento,
in realtà al dominio del capitale sul lavoro, della classe proprietaria
(dei mezzi produttivi) su quella operaia (lavoratrice). E oggi queste
forme di sfruttamento (dominio) sono “storicamente” cambiate
quale “effetto delle forme ‘tecniche’ della lotta
di classe imperialista su scala mondiale (lavoro immigrato, ricomposizione
dei compiti, nuova concorrenza della forza-lavoro a causa della ‘politica’
di investimento delle multinazionali, ecc.)” (ibidem).
Non condivido affatto una simile concezione. Per fortuna, Marx ha seguito
un “ordine astratto” nella sua esposizione, ed anche i famosi
capitoli “concreti” sono assai meno di tipo storico di quanto
non appaia a prima vista. Nell’ultimo paragrafo (7) del cap. XXIV
Marx tira le conclusioni effettive della sua analisi, apparentemente
storica, e afferma nelle prime righe: “A che cosa si riduce l’accumulazione
originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? [corsivo
mio]. In quanto non è trasformazione immediata [corsivo mio]
di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice
cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del capitale
significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati,
cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul
lavoro personale.”.
Ora, è giusto ricordare che tale processo non è stato
“semplice” e “immediato” cambiamento di forma,
ma ha richiesto un lungo periodo di tempo per potersi affermare (e nell’indagine
di quest’ultimo subentra la storia); tuttavia, il cambiamento
di forma vi è stato: dal pluslavoro (o plusprodotto) fornito
immediatamente dallo schiavo o dal servo della gleba al proprietario
(di schiavi o di terra) si passa al plusvalore, che è un pluslavoro
fornito al capitalista mediatamente, dopo che tutti i prodotti lavorativi
sono divenuti merci e si confrontano fra loro sulla base dell’equivalenza
– nel mercato appunto – dei tempi di lavoro impiegati per
la loro produzione. La teoria del valore, con il suo corretto procedere
“astratto”, disvela (scientificamente) che, dietro la “superficiale”
realtà dello scambio di equivalenti, si evidenzia uno scambio
ineguale tra tempo di lavoro erogato dal lavoratore salariato nel processo
produttivo di merci e il tempo di lavoro speso per produrre le merci
di consumo necessarie al mantenimento e alla riproduzione del portatore
della forza lavorativa (capacità di erogare lavoro produttivo).
E’ del tutto ovvio che il lavoratore è divenuto salariato,
e ha cessato di essere schiavo o servo della gleba, tramite una complessa
trasformazione, di carattere storico, dei rapporti sociali. Questo tipo
di trasformazione tuttavia, pur analizzato con i più raffinati
metodi di ricerca storica, non consentirebbe di scoprire nulla più
che la mercificazione generale e il fatto che anche i lavoratori sono
divenuti liberi possessori di una merce particolare, venduta –
con la semplice intermediazione della moneta – in cambio di una
serie di altri prodotti necessari alla loro vita. Si può spezzettare
fin che si vuole il processo storico, analizzarlo perfino, se fosse
possibile, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo; l’emergere
del profitto a favore di chi, in virtù della proprietà
(reale potere di disporre) dei mezzi di produzione, sembra anticipare
un salario ai liberi lavoratori, ai liberi venditori della merce di
loro proprietà (perché insita nella loro corporeità),
non potrebbe mai essere spiegato nel suo effettivo essere pluslavoro
erogato da questi ultimi.
Bisogna usare il “microscopio della ragione” (come dice
Marx nella prefazione alla sua opera principale), bisogna osservare
con la potenza del pensiero astratto la merce in quanto “forma
di cellula” della ricchezza prodotta nell’ambito della forma
capitalistica dei rapporti sociali, per addivenire al disvelamento della
realtà “reale” dietro quella “apparente”
(da non confondersi con la mera irrealtà!). Certo che il lavoro
salariato non è semplice cambiamento di forma rispetto al lavoro
schiavistico o alla servitù della gleba, certo che tale trasformazione
è, da questo punto di vista, un processo storico; ma solo il
cambiamento di forma (del rapporto), colto con la potenza astraente
del pensiero, consente il disvelamento. Il processo storico esige la
considerazione di una temporalità e di una spazialità
in cui si svolgono i fenomeni “concreti”; il disvelamento
– dello scambio ineguale dietro quello eguale – non ha né
tempo né spazio, è afferrato (teoricamente, astrattamente)
nella sua istantaneità. Il tempo di lavoro, di cui consta il
valore, non è per nulla quello che l’operaio svolge nella
concretezza del processo di fabbrica in cui presta la sua opera e in
cui vive la sua vita lavorativa (con le sue lotte, gioie e sofferenze,
soddisfazioni e umiliazioni, ecc.). E’ invece un’astrazione
del tempo, colto dal (nel) pensiero (scientifico) nella sua unitarietà
immediata, e nella sua immediata segmentazione in un tempo di lavoro
necessario (a riprodurre la forza lavoro) e in un tempo di pluslavoro
(plusvalore e poi profitto; un poi logico non cronologico).
Non c’entra nulla la teoria contabile. La teoria del valore è
semplicemente frutto di un pensiero astraente, come lo è ogni
pensiero scientifico, che fissa precisamente la sua attenzione sul mutamento
delle forme, al fine di smascherare quello che l’economia politica
dei dominanti nasconde: malgrado la liberazione dei lavoratori (produttori)
dai vincoli di dipendenza personale di tipo schiavistico o feudale,
l’emolumento percepito dal capitalista (proprietario dei mezzi
produttivi) non è altro che il “vecchio” pluslavoro
(rappresentatosi in un plusprodotto) pur se appare nella forma del valore,
secondo la quale lo scambio di merci avviene, in media, in base alla
“legge” dell’equivalenza; e se l’equivalenza
non è rispettata, come “concretamente” avviene quasi
sempre, vi è semplicemente qualcuno che guadagna ciò che
l’altro perde, ma non esiste, per l’insieme dei “soggetti”
scambiatori, un di più.
Il livello dello scambio mercantile in generale non permette di “vedere”
tale plus; occorre analizzare, ma per via di astrazione, uno scambio
particolare, che presuppone specifici caratteri di chi compra (capitalista)
e di chi vende (lavoratore salariato) la merce forza-lavoro. Tuttavia,
questi caratteri non sono quelli degli uomini, della loro vita, della
loro lotta, di tutto ciò che li rende insomma concreti esseri
umani; si tratta invece dei caratteri delle funzioni esplicate da tipologie
differenti di (classi di) individui nel processo produttivo dei beni,
che verranno poi avviati al mercato e si scambieranno fra loro, in media,
come equivalenti. La visione (ipotesi) scientifica di Marx distingue,
da una parte, la funzione di apportatore dei mezzi produttivi di cui
si ha proprietà (reale, cioè potere di disporre) e, dall’altra,
la funzione di mera messa in moto di tali mezzi mediante la propria
forza lavorativa, la capacità di compiere uno sforzo (muscolare,
nervoso, psichico, ecc.) in un processo produttivo. Il capitalista e
l’operaio (più in generale, il lavoratore salariato) sono
“maschere di rapporti sociali” di forma peculiare, pur se
instauratisi evidentemente mediante processi storici spazio-temporali
concreti; essi non sono invece gli esseri umani considerati nell’ambito
della loro vita pratica, quotidiana. Quest’ultima – e la
concreta lotta tra capitalisti e operai, tra proprietari e lavoratori
salariati – viene semmai analizzata in un momento successivo,
e con altri mezzi, con altre finalità. A monte, però,
deve esserci la comprensione scientifica dello scambio ineguale celato
dallo scambio mercantile di equivalenti; deve essere conseguita –
mediante il pensiero astratto tipico della scienza – la piena
consapevolezza che la formale libertà ed eguaglianza dei cittadini
cela la loro sostanziale disuguaglianza nel processo sociale di produzione,
e riproduzione, delle basi fondamentali della loro vita associata.
La scienza astrae dagli uomini concreti e analizza l’intreccio,
l’interazione, delle loro funzioni a livelli diversi della “realtà”
(della struttura ipotizzata della stessa); indaga, riflette su, quanto
avviene nel livello dello scambio mercantile e in quello della produzione
dei beni. In questa indagine, in questa riflessione, lascia da parte
le considerazioni relative ai processi storici che hanno interessato
gli uomini, che li hanno coinvolti nel mulinello della vita, della lotta,
della preminenza e della subordinazione, della sopraffazione e della
rivolta, ecc. Non si deve comunque dimenticare, come già sostenuto
sopra, che la spinta all’indagine, alla riflessione, è
provocata da tale mulinello, non vi è esclusivamente un interesse
puro e asettico alla conoscenza; quando ci si pone però dentro
l’indagine, dentro la riflessione teorica, è necessario
astrarre da questa spinta (che precede) per ipotizzare la struttura
interrelazionale dei diversi gruppi o classi (di individui) sociali
nell’espletamento delle loro precipue funzioni.
Chi è soddisfatto della vita sociale dei suoi tempi, si limiterà
– nella società di tipologia capitalistica – ad analizzare
il solo livello degli scambi mercantili; ed in essi rileverà
semplicemente l’eguaglianza delle possibilità di tutti
gli individui esplicanti funzioni di compera o vendita delle merci (scambio
di equivalenti). Chi avverte la sopraffazione, la prepotenza, la violenza
e ingiustizia insite nell’ordinamento sociale capitalistico, spingerà
lo sguardo oltre (e sotto) il livello precedente e scorgerà quanto
avviene nella produzione, nell’incontro tra le funzioni dei proprietari
dei mezzi produttivi e dei “proprietari” di sola forza lavoro.
E’ però fondamentale che, nell’osservazione di questo
livello più profondo, l’individuo che indaga, che riflette
su, una data realtà non introduca immediatamente in detta osservazione
la sua indignazione morale, il suo impulso a mutare l’ordinamento
sociale per renderlo più giusto; se lo fa, rischia di scambiare
i suoi desideri per la possibilità reale di rivoluzionare l’ordinamento
in questione. Come già detto: non ci si deve attenere né
al mistico inneggiare alla concretezza dei processi storici reali, della
vita e della lotta (magari di classe); né al (presunto) atteggiamento
scientifico distaccato e oggettivo che può rendere ciechi di
fronte al livello profondo della disuguaglianza, abbagliati come si
è, nel sistema capitalistico, dalla sfavillante superficie caratterizzata
dall’equivalenza, in media, degli scambi di merci e dall’eguaglianza
formale di tutti i liberi possessori di merci.
3. E allora la teoria del valore
La teoria del valore di Marx
è dunque una teoria scientifica, non contabile. Non ha la pretesa
dell’esatto calcolo dei tempi di lavoro nei luoghi concretamente
specifici in cui esso viene erogato. Tale teoria svela l’ineguaglianza
nascosta dall’apparenza dell’equivalenza (in media) nello
scambio tra le entità (capitale e lavoro) che si incontrano nel
luogo della loro contrattazione, il mercato particolare della forza
lavoro; essa evidenzia dunque che il godimento del profitto non è
semplicemente il premio ai capitalisti per la loro capacità di
organizzare la produzione, ma è appropriazione di pluslavoro,
pur se ormai necessariamente espresso nella sua forma di valore.
La teoria del valore vuol anche dirci che tale forma di appropriazione
del pluslavoro non avviene mediante l’esercizio di potere e violenza.
Eppure, nei concreti processi storici di formazione della società
capitalistica, potere e violenza hanno avuto la loro funzione, e tutt’altro
che occasionale o solo sussidiaria. E sappiamo anche che, in molte occasioni,
potere e violenza tornano in tutta la loro estensione e forza per garantire
la prosecuzione della riproduzione dei rapporti sociali capitalistici.
Limitarsi al potere e alla violenza come spiegazione della riproduzione
del capitale, avrebbe però significato non vedere la differenza
specifica di questa società rispetto alle altre, non rendersi
conto della sua dinamicità del tutto peculiare unita alla capacità
di diffondere capillarmente in tutte le classi sociali il consenso per
la sostanziale conservazione dei suoi rapporti, di rendere la “lotta
di classe” compatibile con tale conservazione, anzi di farne la
leva per ulteriori sviluppi e trasformazioni del tutto interne a questa
formazione sociale.
La teoria del valore fa comprendere che, pur senza espropriazione immediata
e tanto meno violenta, l’equivalenza (in media) dello scambio
di merci garantisce, da sola, l’appropriazione del pluslavoro
(nella sua forma socialmente peculiare di valore) da parte dei dominanti;
ed è questa appropriazione – celata alla vista dell’intera
società, di tutti i suoi membri, dei membri di tutte le classi,
dominate e dominanti – la vera causa della successiva (logicamente
successiva) organizzazione del potere, mediante finanziamento dei suoi
apparati e attività, con la possibilità di periodiche
utilizzazioni della violenza aperta ove questa si renda necessaria alla
prosecuzione del dominio del capitale. L’equivalenza degli scambi
rende ragione della generale credenza sociale circa la libertà
ed eguaglianza di tutti gli individui – in quanto ognuno possiede
una qualche merce da scambiare liberamente, non foss’altro che
la propria capacità di lavoro – credenza che penetra nella
coscienza di ogni individuo, a qualsiasi classe sociale appartenga,
tendendo così ad un livellamento e appiattimento ideologico-culturali,
del tutto adeguati alla supremazia dei gruppi dominanti; proprio perché
tale supremazia non è concretamente vissuta da nessuno, nemmeno
dai dominanti, come tale, sembra invece essere il portato “naturale”
dello scambio di equivalenti, un premio alla maggior abilità
di alcuni nei confronti degli altri.
La teoria (astratta) comporta appunto il disvelamento della non naturalità
dello scambio, della sua sostanziale disuguaglianza non ascrivibile
al merito di alcuno; esso semplicemente nasconde la realtà di
questa disuguaglianza, il fatto che un gruppo sociale (ristretto) si
appropria del pluslavoro della maggioranza. D’altra parte, nemmeno
quest’ultima può rendersi conto di essere sfruttata poiché
il processo sociale di produzione, i “fatti” di cui questo
è intessuto – acquisto dei “fattori” produttivi,
fra cui la forza lavoro, in qualità di merci, organizzazione
della produzione e vendita dei prodotti sempre nella forma di merce
– non consentono alcuna visibilità della erogazione di
un pluslavoro (plusvalore) a favore dei dominanti, che – essi
stessi – non si accorgono di nulla e ritengono di ricevere solo
il giusto emolumento per la loro attività organizzatrice. La
teoria ci dice, tuttavia, che questa impossibilità di essere
coscienti dell’esistenza del pluslavoro/plusvalore, quindi della
disuguaglianza reale che caratterizza lo scambio tra capitale e lavoro,
non è imposta né dal potere né da un indottrinamento
ideologico; potere e ideologia sono fenomeni logicamente successivi
al verificarsi della diseguaglianza in oggetto. Questo verificarsi è
soltanto la conseguenza necessitata dell’equivalenza dello scambio
mercantile, ed è poi (sempre in senso logico) la causa dell’alimentazione
e crescita sia del potere che del consenso ideologico.
Qui sta tutto il significato della teoria (scientifica) del valore (lavoro).
Il problema è dunque semmai quello di discutere della congruità
e sufficienza di tale teoria per l’esauriente spiegazione di quella
realtà, la società capitalistica, della cui “fisiologia
e anatomia” essa vuol essere precipuo strumento di indagine. Ed
è precisamente a tal proposito che si evidenzia l’insufficienza
dell’uso della teoria in esame a fini esclusivamente contabili
(del tempo di lavoro incorporato nei beni e della parte di questo che
è pluslavoro); in questo senso soltanto, la già considerata
sprezzante affermazione di Althusser coglieva nel segno. E’ però
errato ampliare il disprezzo alla teoria dichiarandola non scientifica
od ormai decaduta e non più vigente; mentre più propriamente
esso andrebbe limitato a coloro che ne hanno minato la scientificità,
insistendo sul semplice calcolo dei tempi di lavoro impiegati per ottenere
le merci in concreti processi produttivi. Sta qui l’assurdo, e
anche un po’ il ridicolo, di un secolo di dibattito sul famoso
problema della trasformazione: dei valori in prezzi di produzione (mai
usare la forma abbreviata: “dei valori in prezzi”, che induce
in errori decisivi, poiché il prezzo di produzione ha uno statuto
teorico assolutamente differente dal prezzo). Dico in merito solo poche
parole.
Il problema della trasformazione non è senza senso né
tanto meno è un “falso problema”, come dichiarano
tutti quelli che, in ultima analisi, si rifanno alle tesi del duo Colletti-Napoleoni.
Queste ultime nascono da una confusione tra i vari livelli dell’analisi.
In pratica, i prezzi di produzione, come i valori di scambio, vengono
fatti dipendere dallo scambio effettivo che si svolge nel mercato; è
allora ovvio che il presupposto, il valore o il prezzo di produzione,
diventa invece conseguenza del processo dello scambio. In definitiva,
il valore di scambio – e il prezzo di produzione viene collocato
sullo stesso piano – detta le sue “leggi” al valore.
Si può ben essere in disaccordo con Marx, ma è comunque
necessario rispettare intanto le modalità secondo cui egli pose
i problemi; poi lo si criticherà indicando altre soluzioni.
Per Marx, a mio avviso, non esiste una “sostanza” che preceda
temporalmente e dunque storicamente, in senso propriamente empirico,
la “forma” secondo cui essa si presenta; tuttavia, egli
non fa coincidere le due, le distingue come causa ed effetto, che necessariamente
vanno quindi insieme ma con caratteri diversi, con la loro specificità
indagata a differenti livelli di analisi. Marx ripete continuamente
che il valore – in quanto lavoro incorporato nel prodotto-merce
– è il fondamento della sua forma di manifestazione fenomenica,
il valore di scambio; il quale a sua volta, dopo l’intervento
del denaro (e della moneta), è il prezzo (di mercato). La merce
ha sia valore che valore di scambio; non può certamente sussistere
il primo senza il secondo. Tuttavia, già prima di essere avviata
al luogo della compravendita, ogni merce ha impressa in sé, sostanzialmente,
un’impronta: la spesa di lavoro per produrla, che dà ragione,
in media, del suo rapporto di scambio con ogni altra merce e, in particolare,
con quella merce divenuta universale mezzo di intermediazione mercantile,
quest’ultimo rapporto di scambio essendo il prezzo della merce.
Ora, il prezzo di produzione non è un prezzo (rapporto di scambio
con il denaro), ma è proprio un “valore trasformato”,
è il “coagulo” di lavoro speso nella produzione della
merce, già in essa contenuto prima del suo avvio al mercato.
Quest’ultimo, però, deve necessariamente avvenire, è
messo in conto già prima della sua realizzazione effettiva, poiché
è insito nel concetto stesso di merce; viene di conseguenza messa
subito in conto anche la necessità che ogni capitalista debba
godere, nella reciproca concorrenza, di un saggio di profitto tendenzialmente
eguale a quello di ogni altro. La spesa complessiva di lavoro impiegata
per produrre l’insieme delle merci va dunque ridistribuita –
pur nella forma del valore che obnubila la realtà del lavoro
quale produttore di questi beni-merci – tra tutte le produzioni,
onde assicurare la suddetta eguaglianza dei saggi di profitto. Ancora
una volta, proprio per gli stessi motivi per cui il valore viene pensato
come (logicamente) antecedente alla sua forma di manifestazione in quanto
valore di scambio, Marx pensa anche il “valore trasformato”
– la spesa complessiva di lavoro ridistribuita tra tutte le merci
prodotte – quale precedente (logico) dei prezzi di mercato; quei
prezzi, sia chiaro, considerati nella veste di centri attrattori, attorno
a cui oscilleranno i prezzi concreti (empirici) che si andranno formando
nello scambio mercantile effettivo. Ora, il “valore trasformato”
è appunto il prezzo di produzione.
E’ perciò ovvio che come il valore, in quanto spesa di
lavoro, non può non manifestarsi nella forma fenomenica del valore
di scambio (e nel prezzo espresso in denaro-moneta) – e tuttavia
il valore va distinto da questa sua necessaria forma fenomenica, poiché
il valore è la causa e il valore di scambio l’effetto –
così pure la redistribuzione (in valore) del lavoro complessivo
erogato fra tutte le merci prodotte non può che realizzarsi nel
mercato, nella concorrenza tra tutti i capitali a differente composizione
organica, e che esigono l’eguaglianza (tendenziale) del saggio
di profitto come loro “remunerazione”; e tuttavia la manifestazione
fenomenica, nel mercato, di tale redistribuzione non può non
avere a monte, come sua causa, il prezzo di produzione. Marx si espresse
più volte secondo questa formula: “il valore e la sua forma
fenomenica, il valore di scambio”. Similmente dobbiamo dire: “il
prezzo di produzione e la sua forma fenomenica, il prezzo di mercato”.
Il primo è la causa, il secondo l’effetto; ben si sa che
non c’è mai causa senza effetto e viceversa, ma Marx volle
distinguerli, per non confondere i diversi piani dell’analisi.
Com’è ben noto (oggi magari da pochi), il problema della
trasformazione nasce dalla consapevolezza di Marx che già ex
ante, prima della loro conduzione al mercato, le merci sono il risultato
di processi produttivi in cui sono state impiegate differenti proporzioni
tra capitale costante (mezzi di produzione che trasferiscono nel prodotto
solo il loro valore-lavoro) e capitale variabile o salari, quale retribuzione
della forza lavoro erogante pluslavoro, che assume la forma di valore
ed è la base del profitto capitalistico. Mentre la centralizzazione
dei capitali, la loro monopolizzazione, è un processo intrinsecamente
legato allo svolgersi della concorrenza tra unità produttive
capitalistiche (oggi diremmo imprese), dunque si compenetra, è
un tutt’uno, con la realtà “di superficie”
(o il “davanti della scena”) rappresentata dal mercato dove
si manifesta la forma del valore di scambio (e del prezzo), la differente
composizione organica dei capitali impiegati nei vari settori (e unità)
produttivi di merci è fatta dipendere da fenomeni, in particolare
tecnologici, non strettamente dipendenti dal mercato e dalla concorrenza
che vi si sviluppa.
Per Marx non è sufficiente immaginare che i prodotti di queste
unità produttive, in cui vengono impiegati capitali a differente
composizione organica, entrino nel mulinello della concorrenza dove,
a giochi fatti, si realizzerebbe (tendenzialmente) il livellamento dei
saggi di profitto. Se così avesse pensato, certamente i prezzi
di produzione sarebbero stati solo dei concreti prezzi di mercato, delle
entità formatesi ex post. E allora, altrettanto indubitabilmente,
sarebbe stato inutile insistere sulla differenza tra il valore e il
valore di scambio, il primo essendo la causa e il fondamento della sua
forma fenomenica, che ne è l’effetto, il portato. Ci si
sarebbe potuti limitare a prendere atto che nell’economia capitalistica
esiste il mercato e dunque gli svariati prezzi di mercato, che i capitali
in concorrenza, in media e tendenzialmente, godono di un medesimo saggio
di profitto, altrimenti iniziano una serie di movimenti e trasferimenti
di capitale tra i vari settori, in quanto nessun capitalista, a parità
di ogni altra condizione, accetterebbe saggi di profitto più
bassi degli altri.
Marx non la pensava così. E del resto, nemmeno i neoclassici
(marginalisti), per un lungo periodo di tempo, la pensarono così,
visto che posero alla base dei prezzi il valore-utilità: una
valutazione dei beni in base ai bisogni dei singoli individui, valutazione
logicamente antecedente alla reale formazione dei prezzi nel mercato.
Anche questi ultimi, insomma, sono l’effetto mentre il valore-utilità
ne è la causa e fondamento. Valore-utilità e valore-lavoro
hanno ovviamente a monte una differente visione della società;
ma non è questo che qui ci interessa. L’importante è
comprendere che non solo il marxismo pensava all’esistenza di
una base reale di ciò che poi si manifestava esplicitamente in
quanto prezzo dei beni nel mercato, essendo quest’ultimo, come
sopra rilevato, il centro attrattore dei concreti prezzi che possono
indubbiamente variare più o meno rapidamente, e ampiamente, intorno
ad esso.
Trattata la questione dei valori e dei valori di scambio (e dei prezzi),
ecc. nel modo appena considerato, nessuno nega che avesse un senso porsi,
nell’ambito del marxismo, il problema dell’eguaglianza,
in media, della somma dei prezzi di produzione con quella dei valori,
e della somma dei profitti con quella dei plusvalori; poiché
solo questa doppia eguaglianza assicura che il valore creato è
solo frutto del lavoro umano, e che il profitto dei capitalisti è
solo pluslavoro nella sua forma di valore. Non va negata la sensatezza
del problema; soltanto ci si deve chiedere fino a che punto la teoria
del valore riesce nell’intento non semplicemente di “fotografare”
la struttura (anatomia) della società a modo di produzione capitalistico
(dominante), ma di comprenderne pure la fisiologia e la dinamica di
sviluppo e modificazione. E qui il discorso si complica.
4. Il declino di una teoria
Si è già sostenuto
che la teoria del valore (lavoro) ha carattere scientifico, e non meramente
contabile; scientifico nel senso che si tratta di un mezzo di comprensione
e interpretazione del movimento intrinseco a quella forma dei rapporti
sociali definita capitalistica. E’ questa forma di società
il fulcro, e l’assillo, dell’indagine di Marx, non certo
semplicemente la perfezione, o perfettibilità, degli apparati
analitici che si suppone siano i più adeguati ad essa; apparati
considerati in se stessi, staccati dallo specifico contesto in cui vanno
utilizzati solo quali strumenti teorici, e non debbono invece mai essere
resi oggetto unico né tanto meno cruciale e centrale nel pensiero
dello studioso di scienze sociali.
Chi si è ossessivamente affannato sul problema della trasformazione
ha appunto avuto un atteggiamento di feticistica adorazione dell’utensile
teorico, ha fatto dipendere dal suo perfezionamento – e in tal
senso, quest’ultimo non sarebbe se non il processo (matematico)
tramite cui giungere all’esatta contabilità dei tempi di
lavoro e pluslavoro – la scientificità del marxismo, la
sua congruità o meno all’interpretazione delle dinamiche
sociali interessanti, come tendenza secolare, la forma capitalistica
della struttura dei rapporti sociali. Tale atteggiamento è tipico
di una mentalità rigida, e cristallizzata, che non ha nulla a
che vedere con la scienza. Il “trasformatore” diventa poi,
in definitiva, il militante di una setta che si nutre di Fede in una
dottrina vagamente esoterica, coltivata dai pochi “eletti”
praticanti l’adesione e devozione assolute ad una dottrina, di
cui essi credono di preservare la purezza contro la contaminazione del
dilagante esercito degli “eretici”.
La teoria del valore ha alcune conseguenze capitali, tenuto conto che
si deve applicare ad una società, in cui i lavori eseguiti privatamente
(erogati in singole unità produttive fra loro autonome e in concorrenza
reciproca) si socializzano indirettamente tramite l’intreccio
e interazione (appunto concorrenziale) nel mercato. Innanzitutto, la
competizione è fonte del dinamismo tecnologico del capitalismo,
dell’aumento incessante della efficacia produttiva, legata al
rapido accrescimento della produttività del lavoro. Il progresso
tecnico comporta la continua riduzione del tempo di lavoro necessario
a riprodurre i mezzi di sussistenza della forza lavoro – salario
reale pur espresso nella forma del prezzo in moneta – con tendenziale
avvicinamento allo zero; a questo punto, l’intero lavoro speso
nella produzione verrebbe appropriato come pluslavoro nella forma del
profitto capitalistico, ma questo potrebbe crescere solo fino al limite
del tempo complessivo che i lavoratori sono in grado di erogare. Più
ci si avvicina a questo limite e più difficile (e anzi alla fine
impossibile) diventerebbe l’ulteriore estrazione di plusvalore
(allungamento del tempo di pluslavoro).
Lascio da parte la caduta tendenziale del saggio di profitto, solo in
parte connessa al problema appena indicato, poiché, a ben considerare
la questione, l’aumento “all’infinito” (almeno
come tendenza) della produttività del lavoro dovrebbe condurre
al limite dello zero il valore dei (lavoro incorporato nei) mezzi di
produzione (capitale costante); per cui, non è facile supporre
che la composizione organica del capitale – il cui aumento è
supposto essere la causa decisiva della suddetta caduta tendenziale
del saggio di profitto, e che in ultima analisi è composizione
espressa in valore-lavoro – possa accrescersi visto che il numeratore
(capitale costante) tende allo zero. Non inviluppiamoci in discussioni
scolastiche. E’ più che sufficiente tener conto della tendenziale
riduzione a zero del tempo di lavoro necessario – che comporta
il raggiungimento di un massimo per quanto concerne il tempo di pluslavoro
– al fine di comprendere come il capitalismo, da un certo momento
in poi, non dovrebbe potersi più sviluppare.
Poiché tuttavia quel che conta veramente non è il ragionamento
puramente quantitativo sui tempi di lavoro (in quanto valori), ma la
visione della società capitalistica e della dinamica peculiare
dei rapporti che la costituiscono, la questione cruciale è la
centralizzazione monopolistica dei capitali con la conseguente supposizione
della divisione finale di detta società in un ristretto gruppo
di rentier e nel suo diretto antagonista, il lavoratore collettivo cooperativo
(insieme del lavoro direttivo e di quello esecutivo). Questa è
la vera conclusione decisiva di una teoria del valore che venga unita,
con sensibilità per i fenomeni attinenti alla struttura dei rapporti
sociali nel capitalismo, alla considerazione dell’intreccio organico
tra unità lavorative autonome in competizione nel mercato, tramite
la quale, soltanto, si verifica la socializzazione dei tanti lavori
eseguiti privatamente, indipendentemente gli uni dagli altri.
E’ esattamente il processo di netta divisione dicotomica della
società, in pochi parassiti ed in una stragrande maggioranza
di lavoratori tra loro cooperanti, a non essersi mai realizzato, anzi
a non essersi nemmeno messo in moto. Non si è mai veramente andati
in quella direzione, salvo che nella visione dei marxisti, visione distorta
appunto dagli occhiali teorici impiegati e che ci si intestardiva ad
inforcare, perché così ci si semplificava molti compiti.
La rivoluzione diveniva ineluttabile, non poteva che sopraggiungere
infine per ragioni puramente oggettive, non dipendenti dalla volontà
soggettiva di chicchessia; il comunismo, come aveva sostenuto Marx e
come si è stucchevolmente ripetuto un milione di volte, non era
altro se non “il movimento reale che abolisce lo stato di cose
presente”. Detta da Marx, in quel contesto di sviluppo ancora
iniziale del modo di produzione capitalistico, era affermazione del
tutto accettabile; e non metto in dubbio che apparisse all’epoca
assai realistica, visti i processi di impetuoso sviluppo delle forze
produttive e di monopolizzazione dell’apparato produttivo.
Oggi, però, deve essere lasciata cadere per prendere atto che
il “capitale non è affatto barriera a se stesso”;
il suo sviluppo conosce onde cicliche – nemmeno più relativamente
regolari nella loro periodicità, come quelle ottocentesche –
ma non vi è alcuna sicurezza che arrivi al capolinea. Nessuno
sa dove e quando il capitalismo finirà. Sappiamo solo dire che,
come ogni altro organismo vivente, e qualsiasi altra forma di società
precedente, alla fine dovrà “morire” per lasciare
nascere qualcosa d’altro al suo posto. S tratta però di
un discorso generico, fondato soprattutto sull’analogia con organismi
biologici. In ogni caso, che il capitalismo debba trasformarsi necessariamente,
per dinamiche endogene, in un modo di produzione comunistico –
e questa era la certezza di Marx e dei marxisti, nemmeno una semplice
ipotesi, è meglio dirlo chiaramente – non può più
essere sostenuto da nessuna persona ragionevole, e ragionante. Il quando,
il come, il che cosa d’altro, caratterizzanti la possibile trasformazione
del capitalismo, non possono essere oggetto di sensate previsioni, una
volta lasciato cadere il convincimento che la dinamica strutturale del
modo di produzione capitalistico condurrebbe a quelle modificazioni
predicate dai marxisti, con fede indefettibile e da oltre un secolo,
in base alla teoria del valore. E’ ovvio che questa si è
rivelata uno strumento teorico ancora rudimentale, non del tutto adeguato
all’analisi del capitalismo e soprattutto delle sue tendenze future.
Per fare un’analogia di larga massima, e non certo perfetta come
non lo è mai alcuna analogia, ogni teoria scientifica va paragonata
ai telescopi utilizzati per osservare il cielo. Nel corso dello sviluppo
dell’astronomia come scienza, sono stati costruiti telescopi via
via più potenti; prima una visione di spazi ampi qualche milione
di anni luce, poi le decine e centinaia di milioni, oggi se non erro
siamo a dodici (o più) miliardi di anni luce. E non si tratta
mai solo di ampliamento quantitativo degli spazi (e tempi) osservati,
ma di una ristrutturazione e nuova conoscenza di quelli già indagati.
Ogni teoria deve svilupparsi allargando i suoi orizzonti, e ristrutturando
nel contempo il sistema delle conoscenze già acquisite, che assume
dunque una nuova connotazione, si arricchisce di ulteriori significati
prima confusi o addirittura ignoti.
A causa di dottrinari e vestali della “purezza” (dogmatica),
il marxismo ha smesso da molto tempo di svilupparsi come scienza, si
è trasformato in ideologia di autoidentità collettiva
coltivata da un numero, assai basso e sempre decrescente, di membri
di alcune piccole comunità (settarie) quasi completamente avulse
dalla realtà odierna. Non sono in grado di sostenere con assoluta
sicurezza la possibilità di rivitalizzare tale impostazione teorica,
di ampliare la portata “visiva” del suo “telescopio”.
E’ comunque bene tentarlo, anche perché l’orizzonte
culturale in cui ci si muove o è quello, oggi assai degradato,
della teoria critica del capitalismo già formulata da tempo,
oppure è l’abbandono di quest’ultima allo scopo di
abbracciare tesi ancora più obsolete, massimamente ideologiche,
puramente apologetiche di un tipo di società, che coltiva valori
ormai consunti e sempre più negativi e distruttivi del tessuto
sociale.
5. Uno schizzo dello sviluppo
teorico del marxismo
Credo si possa ancor oggi definire
il pensiero di Marx, la complessa opera teorica da questi portata ad
un notevole – ma non certo finale e perfetto – grado di
sviluppo come il “passaggio del socialismo dall’utopia alla
scienza”. Non si debbono dimenticare gli apporti precedenti, le
intuizioni pur informi e ancora confuse dei primi pensatori critici
della nuova strutturazione che andava assumendo la società in
transizione verso il capitalismo, ma è chiaro il balzo in avanti
decisivo compiuto da Marx. Bisogna però ribadire il carattere
particolare della sua teoria che è scientifica e, nel contempo,
intende incorporare quello che un tempo si definiva “punto di
vista di classe” (della classe subordinata e “sfruttata”
dal capitale).
Possiamo essere più precisi, essendo giocoforza un po’
schematici. La prima mossa, preliminare ad una teoria del genere, è
la critica anticapitalistica, il rifiuto (ragionato) di questa forma
sociale, considerata quale ulteriore – il marxismo la pensò
come ultima – forma dei rapporti basati sulla supremazia dei pochi
sui molti, sulla prevaricazione, sulla prepotenza, aggressività
e sopraffazione; e, in ultima analisi, sul prelevamento di un plusprodotto
alle classi subalterne a tutto vantaggio di gruppi dominanti che, in
sostanza, vivono e prosperano sul lavoro altrui. La lotta contro questi
dominanti, per la trasformazione dei rapporti sociali in una direzione
non più caratterizzata dagli elementi negativi appena considerati,
non venne però pensata da Marx come soltanto mossa dal desiderio
di giustizia, di benevolenza, di tensione alla cooperazione; non venne
cioè pensata supponendo una natura umana tesa spontaneamente,
per virtù intrinseche, al bene. Si sostenne la possibilità
di formulare una teoria scientifica delle condizioni di possibilità
di simili trasformazioni e della lotta per conseguirle, abbattendo il
potere delle classi dominanti, mantenute dal lavoro altrui.
Anzi, diciamolo senza perifrasi: Marx credé che la sua teoria
individuasse – con l’oggettività e precisione delle
scienze naturali – i movimenti trasformativi intrinseci al modo
di produzione capitalistico; quei movimenti in grado, coadiuvati certo
dalla lotta dei dominati (ma solo coadiuvati), di produrre la trasformazione
della società verso una organizzazione (il comunismo) scevra
dei difetti – violenza, sfruttamento, sopraffazione, ecc. –
connaturati a tutte le forme sociali precedenti. Il capitalismo sarebbe
stato l’ultimo gradino della “preistoria” umana, ma
preparava, per propria dinamica interna, l’entrata nella storia
vera, quella della prevalente armonia e della pace sociale, della tendenza
alla cooperazione e giustizia regnanti tra gli uomini. Si pensava ad
una sorta di costrizione o di abitudine acquisita al Giusto e al Bene,
preparate dalle trasformazioni sociali endogene allo sviluppo capitalistico,
con le sue forze produttive in impetuosa crescita esponenziale, interrotte
però da crisi disastrose, che si era convinti sarebbero state
via via più gravi fino a provocare la rivolta degli sfruttati
e il rovesciamento dell’ordinamento sociale esistente al fine
di dar vita ad una organizzazione sociale non più fondata sul
predominio di alcuni sui molti.
Questo carattere di naturalità della scienza sociale marxiana
ha fatto innumerevoli danni, ma non ha impedito che si compissero i
primi decisivi passi verso una teoria scientifica della società
denominata capitalistica. Il concetto di modo di produzione, e quello
del valore quale lavoro incorporato nei prodotti in quanto strumento
interpretativo del movimento di riproduzione della specifica (e sostanzialmente
dicotomica) struttura dei rapporti sociali – tra proprietà
(potere reale di disporre) dei mezzi di produzione e lavoro salariato,
cioè vendita di forza lavoro in qualità di merce –
sono i pilastri della nuova scienza (critica) del capitalismo. L’anatomia
e fisiologia di questa forma sociale vengono delineate con sufficiente
chiarezza e realismo; poiché essere realistici, in campo scientifico,
non significa rendere tutta la complessità del reale –
è ben noto che le mappe 1:1 sono inservibili ed è pazzesco
il sol pensarle – bensì cogliere strutture e dinamiche
“essenziali” di ciò che si sta indagando.
L’aver chiarito come, sotto l’apparenza dello scambio di
equivalenti (base ideologica della sostenuta eguaglianza di tutti i
cittadini), si celi lo sfruttamento in quanto estorsione di un pluslavoro
(in forma di valore) di cui si appropriano i dominanti specifici di
questa “storicamente determinata” forma di società,
è merito decisivo e imperituro della scienza marxiana. Aver previsto
i forti movimenti di centralizzazione (monopolistica) dei capitali,
e la crescente finanziarizzazione degli stessi, è un altro suo
indiscusso punto di forza. Lo sviluppo impetuoso delle forze produttive,
quindi l’alto dinamismo del capitalismo che lo rende necessariamente
vincitore, e certo sopraffattore, delle società che lo hanno
preceduto, l’innalzamento del tenore di vita anche delle classi
subordinate, l’allargamento tendenziale della salarializzazione
a gran parte della società, il diffondersi di forme politiche
“democratiche” (in quanto, come rilevò Lenin, “migliore
involucro della dittatura borghese”), e tante altre conclusioni
di vario genere (non solo economiche), sono acquisizioni che non debbono
essere dimenticate. Una lunga strada è stata comunque percorsa,
e coloro che la lasciano, perdono ogni bussola e sono solo in grado
di cantare (ben pagati) le lodi di una struttura di rapporti sociali
sempre più degradata, salvo che nei livelli di vita materiali.
Eppure, dobbiamo prendere atto anche di una serie di difetti di quella
mirabile teoria; dell’evidenziarsi di profonde graffiature nelle
lenti di quel potente telescopio, capaci di falsare alcune parti importanti
dell’immagine che della società capitalistica abbiamo.
Pur se Marx non dimenticò la crescita dei “ceti medi”
– tuttavia quasi solo per quanto riguarda le cosiddette professioni
liberali, mantenute dal crescente pluslavoro/plusvalore estratto alla
classe operaia (o, meglio, al lavoratore collettivo cooperativo) –
il modello teorico di una società sempre più pervasa strutturalmente
dal modo di produzione capitalistico, così come inteso originariamente,
conduceva alla visione semplicistica già considerata: un pugno
di rentier, da una parte, ed una gran massa di lavoratori salariati
(e subordinati), dall’altra. La contraddizione fondamentale e
antagonistica, che avrebbe infine condotto al rivoluzionamento del capitalismo
e alla transizione al socialismo e comunismo, sarebbe stata quella tra
capitale (in quanto proprietà privata dei mezzi produttivi) e
lavoro (salariato appunto), inteso sia nel senso della conoscenza e
impiego delle potenze mentali della produzione sia in quello della mera
esecuzione, al limite del prevalente uso delle braccia.
Tutta la teoria marxista è stata sempre intrisa, e progressivamente
usurata, dall’ossessivo ricorso a tendenze finali, a punti di
arrivo storicamente ineludibili, ad ultimi stadi, a barriere oltre le
quali il capitalismo non si sarebbe più potuto sviluppare, ecc.
Bisogna ben comprendere che questo risultato, del tutto negativo e vero
ostacolo ad un progresso teorico decisivo, dipende, in ultima analisi,
dall’aver fondato l’intera dinamica sociale sulla teoria
del valore, sulla mera acquisizione da parte dei dominanti – all’interno
del processo produttivo – del pluslavoro dei dominati, pur nella
forma specifica del plusvalore. Il punto finale della dinamica strutturale,
riguardata solo mediante l’ottica di tale teoria, non poteva essere
altro che la netta divisione della società in un pugno di sfruttatori
parassiti (vera nuova “classe signorile”) e in una stragrande
maggioranza di produttori in grado di acquisire, quasi come loro “seconda
natura”, l’abitudine alla cooperazione oltre che la piena
consapevolezza di essere sfruttati, con la completa caduta del velo
ideologico occultante la reale ineguaglianza dello scambio mercantile
decisivo (tra capitale e lavoro salariato).
La formazione del lavoratore collettivo cooperativo, dal più
alto grado dirigente al più basso livello esecutivo, è
il vero centro dell’analisi marxiana, l’elemento in cui
si sintetizza il suo essere sia scienza – che, sotto questo riguardo,
intenderebbe soltanto porre in luce la dinamica fondamentale della società
capitalistica – sia punto di vista (rivoluzionario) della classe
sfruttata, ormai in grado, grazie alla specifica connotazione oggettivamente
acquisita durante lo sviluppo del capitalismo, non solo di rovesciare
quest’ultimo ma di impedire il formarsi di ogni altra forma societaria
basata sull’appropriazione del pluslavoro della maggioranza da
parte di una minoranza. E accanto alla formazione di questo lavoratore
collettivo, e in un certo senso quale suo corollario, vi era anche la
convinzione (teoricamente fondata, sia chiaro) che le potenze mentali
della produzione, pur coltivate da diversi individui empirici (dello
strato dirigente), sarebbero andate integrandosi in una cooperazione
sempre più stretta, con venuta ad esistenza di quello che Marx
denominò general intellect.
Lo sviluppo particolarmente impetuoso (e politicizzato) del movimento
operaio in Germania, oltre a creare l’illusione della possibile
conquista del potere per via di maggioranze elettorali e parlamentari,
mise in luce che il processo capitalistico non conduceva nella direzione
né del lavoratore collettivo né del general intellect.
Queste parti del pensiero di Marx – parti a mio avviso decisive
e conclusioni centrali, come già sostenuto, della sua elaborazione
scientifica – vennero semplicemente dimenticate già da
Engels e soprattutto dal vero fondatore di quella teoria che è
stata conosciuta, da allora in poi, sotto il nome di marxismo: Karl
Kautsky, il “Papa rosso”. Egli elaborò una vera dottrina,
più che una scienza in senso proprio; e fu la dottrina di un
movimento sociale in ascesa durante una lunga epoca dello sviluppo capitalistico.
Ciò fece la fortuna del marxismo che, nella originaria formulazione
marxiana, non avrebbe quasi sicuramente influenzato la storia di circa
un secolo, così come in realtà fu. Il marxismo di Kautsky
venne attaccato, con sempre maggiore veemenza, da coloro che ne vedevano
gli esiti rozzamente positivistici e deterministici. Tuttavia, quasi
nessuno ricordò veramente la distorsione che egli fece subire
al pensiero di Marx con riferimento al “soggetto della trasformazione”.
Lo ripeto: Marx fu scienziato e rivoluzionario nel contempo; e scienza
e rivoluzione si compenetrano e si fondono nella individuazione della
formazione del lavoratore collettivo cooperativo, in quanto spinta decisiva
al rovesciamento del pugno di sfruttatori (i capitalisti, divenuti ormai
puri finanzieri) e intelaiatura portante di una nuova forma dei rapporti
sociali, di un modo di produzione comunistico verso cui il capitalismo
sarebbe entrato – e non sarebbe potuto non entrare – in
transizione.
Tuttavia, nessun lavoratore collettivo, “dal dirigente all’ultimo
manovale” per dirla con le parole di Marx, si andava formando
in Germania né in altri paesi a modo di produzione capitalistico
sviluppato (in Inghilterra, primo paese capitalistico avanzato, meno
che mai). Il semplice realismo impose la distorsione kautskiana di Marx:
il grave fu averla compiuta senza alcuna consapevolezza di ciò
che si stava facendo. E ancor più grave è stato che in
pratica nessuno ha sollevato obiezioni al riguardo, nemmeno negli ultimi
sussulti del movimento comunista, sia pratici che teorici; non nella
rivoluzione culturale cinese, non nel “maoismo europeo”,
nel ’68, nell’impostazione critica della scuola althusseriana,
ecc. Un oblìo generalizzato. L’unico elemento ad essere
enfatizzato fu il general intellect, producendo danni e guasti ulteriori
del tessuto teorico marxiano. Ma torniamo a fine ottocento e primi decenni
del novecento.
Rifacendosi al Marx del Manifesto (e certo di altri scritti), il soggetto
della trasformazione rivoluzionaria del modo di produzione capitalistico
– soggetto sempre pensato nei termini di un raggruppamento sociale
in continua crescita fino a rappresentare la maggioranza della società
e con una coscienza e cultura in via di omogeneizzazione sul piano internazionale
– divenne il proletariato o classe operaia. Realisticamente, si
prese atto che i possessori delle potenze mentali della produzione,
il lavoro salariato di tipo dirigente, si staccava da questa classe,
restava più vicino alla proprietà capitalistica e diveniva
l’insieme di quelli che lo stesso Lenin definirà gli specialisti
borghesi, personaggi di cui gli operai (o proletariato) dovevano servirsi,
ma non certo fidarsi; l’alleanza – e tanto meno l’integrazione
– con simile gruppo sociale ai fini della transizione dal capitalismo
al socialismo non appariva affatto scontata, anzi nemmeno credibile.
La classe operaia avrebbe conquistato, numericamente e ideologicamente,
la supremazia nella società e avrebbe guidato e realizzato i
fini universali di liberazione da ogni forma di sfruttamento, poiché
il modo di produzione capitalistico era considerato l’ultima possibile
struttura dei rapporti sociali fondata sull’appropriazione del
pluslavoro dei molti da parte dei pochi. La forma valore nascondeva
tale appropriazione ma lo sviluppo del capitale, con le sue crisi sempre
più gravi, l’avrebbe messa nuovamente in risalto, promuovendo
una riorganizzazione della produzione sociale in grado di consentire
che essa – immediatamente visibile e misurabile per quello che
era con la caduta delle forme di merce e di valore – venisse indirizzata
al conseguimento di fini collettivi posti dalla comunità dei
produttori.
Il marxismo era la scienza del disvelamento dello sfruttamento capitalistico,
ultima forma storica possibile dell’appropriazione di pluslavoro
da parte di una minoranza; la classe operaia, forte di questa scienza,
diveniva cosciente della sua missione ormai ineludibile perché
inscritta nello stesso modo di svilupparsi della produzione capitalistica.
La classe operaia non poteva che essere la portatrice della rivoluzionaria
trasformazione in direzione di socialismo e comunismo; come sostenne
Hilferding, non vi era, in fondo, alcun bisogno di volere questa storicamente
ultima struttura organizzativa della società umana, poiché
essa era il necessario risultato finale di precise leggi della Storia,
leggi scoperte appunto dal marxismo. Non ci si rese conto che la realistica
presa d’atto della non formazione del lavoratore collettivo (in
sé comprendente le potenze mentali della produzione) rendeva
poco plausibile un simile ottimismo.
Quella che Marx aveva indicato, con molta acutezza, come sussunzione
reale del lavoro nel capitale, conduceva alla conclusione che la maggioranza
dei lavoratori salariati veniva progressivamente espropriata dei savoir
faire (di tipo artigianale e anche di quelli ancora parzialmente sussistenti
nella manifattura) e, dunque, dell’autonoma capacità di
mettere in moto processi produttivi tecnologicamente e organizzativamente
sempre più complessi e in cui si ampliava l’impiego di
scienza e tecnica (della produzione come dell’organizzazione)
vieppiù integrantisi fra loro. Anche se il processo di crescente
“operaizzazione” dei processi di fabbrica fosse continuato
con le stesse modalità delle prime fasi dell’industrializzazione,
l’aumento delle “tute blu”, perfino una loro schiacciante
prevalenza numerica nella società, non avrebbe consentito alla
classe operaia di conquistare l’egemonia, poiché essa era
appunto espropriata delle fondamentali potenze mentali (scienza e tecnica)
della produzione.
Non si rifletté abbastanza sui motivi decisivi per cui la borghesia
aveva prevalso sull’organizzazione sociale di tipo feudale, conquistando
prima l’egemonia (nella organizzazione e conduzione della produzione)
e poi il potere politico. Non si meditò abbastanza sull’indicazione
marxiana circa la non rivoluzionarietà della classe dei mercanti,
mentre solo quella degli artigiani, trasformatisi in manifattori e poi
in capitalisti industriali, fu in grado di completare e rinsaldare la
transizione dal feudalesimo al capitalismo. I mercanti, appunto, non
possedevano le potenze mentali della produzione; i primi capitalisti,
quelli della fase detta concorrenziale – anche dirigenti della
produzione, oltre che proprietari dei mezzi produttivi, come Marx mise
più volte in luce – invece si. Non a caso, il superamento
del capitalismo, per Marx, doveva essere preparato dal supposto scindersi,
durante il processo di centralizzazione monopolistica dei capitali,
di queste potenze mentali dalla proprietà: questa diveniva meramente
azionaria con godimento dei profitti quali rendite finanziarie, mentre
le prime si sarebbero progressivamente incorporate nel già più
volte ricordato lavoratore collettivo cooperativo.
In realtà, la classe operaia, espropriata della parte più
qualificata e rilevante dell’attività lavorativa, era destinata
ad una accentuantesi subordinazione, che dalla sfera produttiva si sarebbe
estesa a quella culturale e politica, cioè ai “luoghi”
in cui si esercita la vera e propria capacità egemonica nella
società. Nel corso di oltre un secolo di storia, si è
evidenziato come quella operaia, presunta portatrice della missione
storica di dar vita al comunismo, sia stata la meno rivoluzionaria di
tutte le classi subordinate succedutesi nella storia dell’umanità:
meno degli schiavi, dei servi della gleba, ecc. Comunque, mai nessuna
classe subordinata, in nessuna epoca storica, è stata in grado
di orientare la trasformazione di una forma societaria in altra. O lasciamo
perdere i concetti marxiani di formazione sociale e di modo di produzione;
o altrimenti concludiamone, senza più esitazioni, che nessuna
classe subordinata, all’interno di un modo di produzione, di una
formazione sociale, è mai riuscita a condurre la transizione
ad altro modo di produzione, ad altra formazione sociale. E la cosiddetta
classe operaia – che, fra l’altro, nemmeno accresce il proprio
peso, né numerico né come quota percentuale della popolazione,
con lo sviluppo del capitalismo – è ancor meno di altre
classi dominate in grado di compiere una qualsiasi transizione; chi
ancora sia convinto che essa darà addirittura nascita ad una
società, in cui verrà abolita ogni forma di sfruttamento
(di prelievo di pluslavoro dai più a favore dei pochi), non ha
più nulla a che vedere non dico con il pensiero scientifico,
ma con un qualsiasi pensiero ragionante; si tratta di forme di credenza
religiosa ormai particolarmente fanatiche e perniciose.
Diciamo ancora per ultimo che il marxismo kautskiano – il vero
marxismo che ha prevalso in oltre un secolo di storia del cosiddetto
movimento operaio – era fortemente occidentocentrico, pensava
che il capitalismo fosse comunque la nuova civiltà che doveva
dominare il mondo, poiché la nascita della società senza
più sfruttamento sarebbe avvenuta al suo interno, secondo le
sue specifiche leggi di movimento. Per cui, intanto, si doveva essere
favorevoli alla sua “opera di civilizzazione” mondiale,
cioè alle avventure coloniali, ad uno dei più bestiali
sfruttamenti e massacri che si siano storicamente vissuti. Non è
per nulla un’aberrazione che oggi alcuni partiti comunisti (pochi
sopravvissuti) appoggino l’imperialismo americano, magari contro
l’arretrata religione islamica, ecc. Si tratta della logica conclusione
di una storia, e di una teoria, che vide nel modo di produzione capitalistico,
una volta giunto al massimo e universale sviluppo delle forze produttive
di cui è capace, uno stadio finale e decisivo per il passaggio
al “Paradiso in Terra”, alla società senza più
sfruttamento, retta da una perfetta razionalità pianificatrice
della produzione per il bene dell’intera collettività umana.
Che cos’è qualche centinaio di milioni di “barbari”
arretrati uccisi di fronte alla prospettiva (onirica) di una società
piena di armonia e di reciproca cooperazione? Un “piccolo”
accidente storico, che verrà dimenticato da una società
di “liberi e felici”.
Di fronte a queste conclusioni, già tipiche delle socialdemocrazie
della Seconda Internazionale, corresponsabili del bagno di sangue “internazionalista”
in cui furono coinvolti i popoli in occasione della Grande Guerra, il
leninismo (l’azione, più che il pensiero, di Lenin) fu,
pur da un punto di vista prevalentemente pratico (politico), un deciso
avanzamento (anche teorico) del marxismo. Non riprendiamo, per carità,
la formulazione del leninismo come marxismo dell’epoca dell’imperialismo;
formula giustificabile all’epoca, ma che oggi sarebbe oltremodo
fuorviante. Va anzi affermato, con grande chiarezza, che Lenin non ebbe
sufficiente coscienza teorica degli avanzamenti che sottintendeva con
la sua pratica. Non insisterò qui troppo sul punto, perché
ne farò un’analisi più puntuale nel secondo saggio
di questo libro, quello sulla possibile, e auspicabile (anzi necessaria),
ripresa del leninismo, che non significa per nulla riproporre oggi le
formulazioni leniniane di un secolo fa o poco meno.
Qui mi atterrò alle linee generali del problema. Il fulcro di
una revisione del marxismo (con suo avanzamento teorico) è il
riconoscimento, fatto in sostanza da Lenin, della non rivoluzionarietà
della classe operaia, pur ritenuta ancora, dal rivoluzionario russo,
la classe fondamentale del modo di produzione capitalistico, quella
classe che si supponeva sarebbe divenuta numericamente maggioritaria
nel corso dello sviluppo di detto modo produzione. Lenin non portò
a conclusione teorica il suo ragionamento, sviluppato soprattutto nel
Che fare, ma poi ripreso in continuazione. Egli formulò la “comoda”
distinzione dell’in sé e del per sé. Così
si permise di mantenere tale classe, in sé, nella posizione di
antagonista decisiva della borghesia (proprietà privata capitalistica
dei mezzi di produzione), ma sostenne con chiarezza che essa, lasciata
alla sua spontaneità, alla sua coscienza più immediata
e irriflessa, non aveva consapevolezza dei suoi compiti rivoluzionari.
Quest’ultima era solo prerogativa del partito in quanto sua avanguardia,
costituita da rivoluzionari di professione, reclutati anche (non solo)
tra gli operai e sempre diretta da quelli che già Marx, fin dal
Manifesto, aveva indicato quali elementi decisivi di una rivoluzione
anticapitalistica e per il comunismo: gli intellettuali, appartenenti
come status alla classe dominante, ma che rompevano con essa avendo
“raggiunto la comprensione (scientifica) del movimento della società
nel suo insieme”, da cui si traeva la conclusione della necessità,
intrinseca al modo di produzione capitalistico, di una sua trasformazione
in direzione del socialismo e comunismo.
Ovviamente, Lenin parlò anche, in specie con riferimento all’Inghilterra,
di “aristocrazia operaia”, di suoi capi corrotti; il tutto
dovuto alle briciole di cui godeva il movimento operaio (e i suoi dirigenti)
in seguito allo sfruttamento imperialistico di aree precapitalistiche,
ecc. Tuttavia, egli fece della “spontanea” mancanza di una
coscienza rivoluzionaria da parte della classe operaia (soltanto “in
sé” antagonista diretta e decisiva della borghesia capitalistica)
un principio generale; e se la sua risposta, il partito, come vedremo
in seguito non dette alla lunga gli esiti sperati, ciò non deve
far tornare indietro rispetto all’acquisizione decisiva: la contraddizione
capitale/lavoro, lasciata a se stessa, al suo “libero e spontaneo”
manifestarsi, è semplicemente capace di lotte redistributive
(non solo del reddito in senso stretto), ma non di rivoluzionare l’assetto
dei rapporti di produzione capitalistici. Se a questo si aggiunge la
consapevolezza leniniana che le masse dei paesi capitalisticamente non
sviluppati stavano pienamente “entrando nella Storia” –
l’Oriente era anzi considerato politicamente avanzato rispetto
all’Occidente arretrato da questo punto di vista, pur essendo
socialmente più avanzato – ci si rende conto che Lenin
detronizzò di fatto la suddetta contraddizione cruciale del modo
di produzione capitalistico dal suo piedistallo di contraddizione antagonistica
decisiva per la trasformazione rivoluzionaria di quest’ultimo
in quello comunistico. Ci è quindi oggi consentito il passo successivo,
che Lenin non fece: quella trasformazione non è necessitata da
alcuna legge storica, poiché non è per nulla affatto intrinseca
alla dinamica della (ancora) sussistente formazione sociale capitalistica.
Lenin dunque mise di fatto in discussione la centralità del tradizionale
soggetto della trasformazione pensato dal marxismo (di Kautsky), senza
tornare alla tesi marxiana del lavoratore collettivo cooperativo. Questo
atteggiamento fu certamente favorito dal basso grado di avanzamento
del modo di produzione capitalistico in Russia. In ogni caso, pur se
il capitalismo fosse stato ben più sviluppato, sarebbe stato
ormai del tutto irrealistico ridare credito a quella tesi: in nessun
paese capitalistico era in formazione né quel tipo di lavoratore
collettivo né il general intellect. Giustamente, i dirigenti
dei processi produttivi capitalistici furono indicati come specialisti
borghesi, in quanto portatori di funzioni sempre più parcellizzate
e tecnicistiche nonché strettamente vicine a quelle della proprietà
capitalistica, pur se retribuite mediante emolumenti assimilabili ai
salari (ma di ben altro livello e con molti benefici e privilegi aggiuntivi).
Il rivoluzionario russo non trasse comunque mai la conclusione che la
classe operaia non fosse destinata a divenir maggioritaria con lo sviluppo
capitalistico; né che il suo ruolo non fosse oggettivamente quello
cruciale e dirigente nella rivoluzione; si limitò a prendere
atto che tale ruolo era sussistente “in sé”, ma doveva
poi essere concretamente ricoperto da una organizzazione particolare,
in cui si sarebbe effettivamente depositata ed incorporata la coscienza
di tale rivoluzione, e la conoscenza dei metodi e saperi indispensabili
a condurla in porto con successo.
Per quanto mi riguarda, la vera nuova acquisizione di Lenin, pur se
egli non la portò al livello della esplicita teorizzazione, è
precisamente questa concezione della rivoluzione anticapitalistica,
in cui perde il suo posto decisivo, e quasi esclusivo, la classe operaia.
Importanti furono certo le analisi leniniane concernenti l’imperialismo
e la struttura e compiti del partito (in quanto presunta avanguardia
della classe in questione). Tuttavia, tali analisi furono inficiate
dal non aver potuto – per la “immaturità” dell’epoca
– trarre le logiche conclusioni dallo spostamento operato in pratica
per quanto riguarda il soggetto della trasformazione. L’imperialismo
fu pensato quale ultimo stadio del capitalismo invece che come fase
ricorsiva del suo sviluppo, che si manifesta con l’alternarsi
di mono e policentrismo mondiale. La concezione del partito si cristallizzò
nella sua funzione, puramente definitoria, di avanguardia della classe.
Rilevante è invece un’altra intuizione leniniana, anch’essa
da portare ad un più cosciente livello di elaborazione teorica:
lo sviluppo diseguale del capitalismo. Egli lo intese soprattutto con
riguardo ai rapporti di forza (interimperialistici) tra le diverse potenze
capitalistiche. E in tale prospettiva, che cos’è in fondo
d’altro l’attuale – di una fase storica – declino
relativo dell’Europa, e in fondo anche della Russia emersa chiaramente
come paese a modo di produzione capitalistico dopo il crollo del “socialismo
reale”, mentre crescono Cina e India? Lo sviluppo diseguale è
però anche quello adombrato nella distruzione creatrice di uno
Schumpeter, il mutamento dei rapporti di forza e dinamismo tra i vari
settori, tradizionali e nuovi, di un modo di produzione capitalistico
nel suo tendenziale, e per null’affatto esaurito, sviluppo.
Comunque, di tutti questi problemi e del loro possibile tradursi in
nuove formulazioni anche teoriche, si dirà nella seconda parte
del libro. Adesso è necessario compiere un altro passo nella
revisione della scienza sociale marxiana (e non solo marxiana).
6. La logica dominante nel modo di produzione capitalistico
Tutta la scienza sociale, sia
quella dominante che quella critica di tipo marxista, ha considerato
il capitalismo come la società retta per eccellenza dalla razionalità
del minimo mezzo o del massimo risultato, intesi quali termini correlativi
l’uno all’altro, per cui è indifferente usare l’una
caratterizzazione oppure l’altra della razionalità suddetta.
I dominanti hanno ovviamente ritenuto quella capitalistica l’unica
organizzazione in cui essa può meglio incarnarsi. Marx ha sostenuto
che il capitalismo (per la precisione, il modo di produzione capitalistico)
era semplicemente una tappa dell’evoluzione storica delle formazioni
sociali umane, e ha messo in luce come la razionalità intrinseca
a questa società si esprimesse ancora nello sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, cioè, nel caso specifico, nell’appropriazione
del pluslavoro/plusvalore, creato dai venditori di forza lavorativa
salariata, da parte dei proprietari dei mezzi produttivi. In ogni caso,
la concezione di Marx circa la tensione del capitale al massimo profitto,
estrinsecantesi nei metodi del plusvalore soprattutto relativo (metodi
tecnico-organizzativi di conduzione dei processi produttivi), non è
altro che l’applicazione, pur secondo le specifiche modalità
capitalistiche tipiche di una determinata fase (epoca) storica, del
principio del minimo mezzo o del massimo risultato. Proprio per questo
Marx ritenne il capitalismo uno stadio necessario al fine di accedere
ad una società comunista, in cui dovrebbe esserci uno sviluppo
inusitato delle forze produttive onde poter dare “ad ognuno secondo
i suoi bisogni”.
Lasciando perdere le disquisizioni in merito al lavoro produttivo o
improduttivo (di plusvalore in quanto profitto capitalistico) –
in ogni caso, anche nelle attività lavorative marxianamente intese
come improduttive, si afferma pur sempre il principio del “massimo
risparmio” dei mezzi impiegati per conseguire un dato scopo –
possiamo ben dire che Marx considerò comunque progressivo il
capitalismo, in relazione alle precedenti formazioni sociali, poiché
lo interpretò appunto come società retta dal principio
in oggetto, che dovrebbe assumere un ruolo del tutto cruciale anche
in una eventuale futura struttura comunistica dei rapporti sociali.
Non è la supposizione relativa alla centralità di questa
razionalità, già conseguita nell’ambito del capitalismo,
ad essere messa in discussione, ma soltanto il fatto che in quest’ultimo
essa viene applicata allo sfruttamento, all’estorsione del pluslavoro/plusvalore.
Ancora una volta, tutto ruota intorno all’antagonismo decisivo
proprietà capitalistica/lavoro salariato, la contraddizione che
ci farebbe necessariamente evolvere in direzione del comunismo, ma solo
mediante il più alto impiego di quella razionalità che
è pure il fulcro delle analisi della scienza neoclassica (dei
dominanti).
Già sappiamo che per Marx l’antagonismo capitale/lavoro
arriverebbe infine al punto di massima acutezza – rentier contro
lavoratore collettivo cooperativo – e si scioglierebbe infine
con la rivoluzione del secondo contro i primi e la transizione alla
forma superiore. In tale transizione, la razionalità del minimo
mezzo sarebbe stata decisiva, sarebbe dovuta essere ancor più
sviluppata, non certo criticata e combattuta reazionariamente. Quando,
nell’effettivo sviluppo del modo di produzione capitalistico,
cadrà la prospettiva del lavoratore collettivo ed emergerà
la semplice classe operaia, spogliata delle potenze mentali della produzione
in possesso degli “specialisti borghesi” quali sostanziali
alleati del capitale, le organizzazioni di detta classe, partitiche
e sindacali, si piegheranno al culto e all’esigenza del massimo
dispiegamento di simile razionalità, chiedendo in contropartita
solo la “partecipazione agli utili”, cioè una meno
diseguale distribuzione del reddito, migliori condizioni di vita, il
coinvolgimento nella conduzione dell’economia e della società,
in ogni caso sempre capitalistiche, e anzi difese infine strenuamente
in quanto tali, dato che si era persa di vista ogni altra forma di società
in grado di garantire la benefica razionalità di cui sopra.
Personalmente, non intendo mettere in discussione – in nome di
quello che un Lenin moderno definirebbe il “romanticismo economico”
nelle sue particolari caratteristiche dell’epoca attuale –
il principio del minimo mezzo; credo che volerlo ridiscutere, nelle
attuali condizioni di sviluppo capitalistico, condannerebbe chiunque
al minoritarismo programmatico e cercato (quasi con voluttà),
e dunque alla sconfitta inevitabile. Contesto invece la pervicace convinzione
della centralità di tale principio nella società capitalistica,
poiché detta convinzione è frutto di una visione (teorica)
distorta dall’ideologia. Ancora una volta, come nel caso dello
scambio di equivalenti, siamo in presenza di una realtà apparente
(ma pur sempre realtà, sia chiaro), che nasconde quella effettiva,
reale. E ancora una volta ci spetta il compito di disvelare quest’ultima,
di squarciare la coltre ideologica che la nasconde al nostro sguardo;
essendo tuttavia consapevoli che tale coltre si riformerà anche
in seguito, ad ulteriori livelli e avanzamenti (privi di un qualsiasi
termine ultimo) della conoscenza scientifica; e sempre, ad ognuno di
questi livelli, si porrà il problema del disoccultamento di ciò
che è celato alla visione “di superficie”, solo interessata
al movimento apparente.
La tensione all’impiego del minimo mezzo regge la produzione capitalistica,
dunque ogni processo di trasformazione di un qualche input in un qualche
output. Il fulcro di tale trasformazione, nel capitalismo, è
l’unità produttiva relativamente autonoma e indipendente
nell’organizzare la sua attività trasformatrice, unità
che entra in interrelazione, e interazione competitiva (concorrenziale),
con tutte le altre nello specifico “luogo” sociale denominato
mercato. Tale unità produttiva è, per ormai lunga consuetudine,
denominata impresa. Dove finisce l’impresa – in quanto insieme
organizzativo di molte “sottounità”, insieme retto
dalla razionalità di cui si sta discutendo – e dove inizia
un “altro mondo”, quello del mercato, è assai difficile
da stabilire in via teorica. Non è un caso che molti autori moderni
– si pensi a quelli della teoria delle transazioni – vedano
l’impresa come il precipitato e condensazione, il punto di coagulo,
di una rete di contratti mercantili tramite cui vengono acquisiti i
“fattori produttivi”.
Comunque, al di là di tutto il possibile discettare di minuzie
(non dico affatto che siano irrilevanti), resta la conclusione che nell’ambito
dell’unità denominata impresa – e ancor più
nelle sue sottounità situate a differenti livelli della sua organizzazione,
ecc. – vige, almeno in prevalenza, la tendenza al massimo risparmio
dei mezzi utilizzati ad un dato scopo. Ed anche gli avanzamenti teorici,
verso una supposta maggior “concretezza” e vicinanza alla
mera realtà empirica, hanno semplicemente calcato la mano sui
limiti di questa razionalità, incapace – appunto nell’empirico
mondo concreto – di tener conto di tutte le variabili in gioco
in una effettiva individuazione del minimo dei mezzi o del massimo risultato.
Ma pur con tutti i limiti rilevati, la razionalità, che Weber
denominò strumentale, viene posta al centro della sfera produttiva;
l’efficacia manifestata in quest’ultima è strettamente
legata all’efficienza che si è capaci di dispiegare in
essa. In ogni caso, dunque, nella produzione capitalistica è
decisivo l’uso economizzatore delle risorse necessarie a conseguire
gli obiettivi prefissatisi.
Qui si aprono due strade. Si può sostenere che la sfera economico-produttiva
è quella dominante nel capitalismo, cadendo nel piatto economicismo,
ponendo in rilievo come il fine decisivo di ogni azione umana sia il
massimo utile, generalizzazione del massimo profitto che sarebbe lo
scopo principale perseguito dalle imprese (o imprenditori) nell’ambito
della suddetta sfera sociale dominante. Se poi ci si richiama ai limiti
della razionalità strumentale, ci si riferirà ad un profitto
“adeguato”, ma che non è altro se non quello massimo
adattato all’imperfezione della conoscenza umana di tutte le variabili
in gioco nel fenomeno produttivo. Qualora si intenda reagire allo schematismo
economicistico, viene supposta la dominanza delle sfere del potere e
dell’ideologico-culturale nella moderna società oppure
si sostiene che la trama decisiva dei rapporti sociali è quella
relativa al linguaggio e alla comunicazione, all’interazione di
carattere simbolico, ecc. In questo modo, si affonda la scienza sociale
in un terreno sabbioso, in una nebulosa teorica, secondo cui si pensa
che le varie società umane si trasformino e si ramifichino in
base all’evoluzione di un’unica sfera, pervasiva dell’insieme
sociale in tutte le epoche storiche. La differenza “storicamente
determinata” tra forme di società diverse, posta da Marx
mediante i concetti di formazione sociale e soprattutto di modo di produzione,
andrebbe persa; e si tratterebbe di una perdita a mio avviso grave.
No, la strada da percorrere deve essere un’altra. La società
capitalistica resta una società in cui la sfera economico-produttiva
va ritenuta dominante, e non semplicemente “determinante in ultima
istanza”. Questa è la sua differenza storica specifica
rispetto alle altre società; questa è la caratteristica
che la rende estremamente dinamica in tema di sviluppo delle forze produttive,
e dunque vincente rispetto ad altre forme di rapporti sociali; e chiunque
predichi solo, in preda ad un “romanticismo etico”, il ritorno
alle “sane abitudini” precapitalistiche è destinato
ad essere politicamente spazzato via; ed è del tutto logico e
naturale che sia così, non credo potrebbe essere altrimenti.
Ogni “virtuosa” predisposizione alla parsimonia e frugalità,
ogni proposta di accettare i “limiti dello sviluppo”, è
a mio avviso solo preludio alla sconfitta, è un voler frenare
per un po’ di tempo ciò che, assai più probabilmente,
andrà accelerandosi.
Non so se si sarà in grado di risolvere i gravi problemi, con
cui l’umanità si sta scontrando grazie precisamente all’impetuoso
sviluppo provocato dall’avvento del modo di produzione capitalistico;
resto però convinto che chiunque creda di portare a soluzione
tali problemi rivolgendosi indietro, in preda alla nostalgia per i “tempi
in cui Berta filava”, sarà travolto. Ritengo un errore
gravissimo tenere un atteggiamento di semplice ripulsa del mondo capitalistico
odierno. Se crediamo che sarà la Natura, esaurita dall’eccesso
di crescita, a modificare la mentalità degli uomini, a portarli
ad una “ragionevole” limitazione dei suoi ritmi, e ad una
consapevole e civile cooperazione al fine di “salvarsi tutti insieme”,
siamo degli illusi e, soprattutto, cadiamo in altre forme di determinismo
che non sono affatto migliori di quello economicistico. Nulla ci può
salvare, se non accettiamo l’orizzonte dello sviluppo delle forze
produttive nella forma della scienza e della tecnica – quello
sviluppo che ormai caratterizza la società da secoli –
dimostrandoci tuttavia capaci di veramente controllarlo e indirizzarlo,
senza lo stolto intento di soffocarlo e reprimerlo. Non penso ci sia
salvezza nel passato, ma solo – sperando che sia possibile –
in un differente futuro.
Il vero fatto è che la scienza sociale dei dominanti e il marxismo,
ivi compreso il pensiero di Marx, hanno avuto importanti coincidenze
per quanto concerne la logica produttiva prevalente nel capitalismo.
Evidentemente assai diversa è la concezione della società:
per Marx è decisiva la divisione in classi antagonistiche (dominanti
e subalterne), il problema dell’appropriazione del pluslavoro
erogato dalle seconde da parte delle prime, ecc.; mentre la scienza
dei dominanti segue in ogni caso l’apologo di Menenio Agrippa.
Se consideriamo, ad es., la scienza neoclassica, con il suo individualismo
metodologico, non sorprende la centralità assegnata al principio
del minimo mezzo. In effetti, le “leggi” dell’economicità,
secondo tale impostazione, sono semplicemente comportamenti dell’individuo
che organizza sia il consumo dei beni che la produzione degli stessi
in una situazione sociale data e non discussa, per cui i rapporti sociali
di fatto spariscono e resta un mero aggregato di soggetti individuali
che compiono scelte “razionali”. Il problema cruciale sarebbe
sia quello di combinare i beni nel consumo onde massimizzare il soddisfacimento
dei propri bisogni, sia quello di combinare al meglio i fattori produttivi
al fine di ottenere la massima produzione. La scienza detta sociale
si riduce ad una mera teoria delle scelte “individuali”,
che è possibile estendere ad ogni altro ambito della vita umana
in cui sia importante l’ottimizzazione dell’uso di risorse
“scarse”: non foss’altro che il tempo di cui disponiamo
per le nostre svariate esigenze di vita.
Più strano può sembrare l’atteggiamento di Marx
al proposito, poiché egli tenne conto del mercato, della “socializzazione
indiretta dei tanti lavori privati”; tenne quindi conto della
competizione intercapitalistica, e quindi dell’anarchia e scoordinamento
delle varie produzioni che ne seguiva con possibilità di gravi
crisi. Concentrando però, a mio avviso eccessivamente, la sua
attenzione sulla questione dell’estrazione del pluslavoro/plusvalore
– poiché così metteva in primo piano la contraddizione
supposta principale, capitale/lavoro, con tutto ciò che già
si è detto in tema di divisione della società in classi
nettamente antagonistiche, con quella dominante sempre più ristretta
e quella subordinata in costante crescita, il che garantiva la sicurezza
dell’evento rivoluzionario – Marx pose la competizione intercapitalistica
sotto la guida del principio dell’ottenimento del massimo profitto,
cioè della più alta estrazione di plusvalore (sfruttamento)
possibile. Il principio del minimo mezzo divenne anche per lui il paradigma
centrale della produzione capitalistica; una vera “astuzia della
Storia” che così, favorendo il massimo sviluppo delle forze
produttive, preparava le migliori condizioni materiali per la transizione
al comunismo, le cui coordinate sociali erano, come già sappiamo,
la formazione del lavoratore collettivo e del general intellect.
In realtà, la regola del minimax – minimo impiego di mezzi
per un dato risultato o massimo risultato con un dato impiego di mezzi,
semplice cambiamento di punti di vista per spiegare il medesimo fenomeno
– funziona approssimativamente all’interno dell’unità
produttiva (trasformazione di input in output) relativamente autonoma
e indipendente, in concorrenza con ogni altra nel mercato. Funziona
cioè all’interno dei confini che definiscono, sia pure
spesso con una certa fluidità, quell’organizzazione dei
“fattori” produttivi denominata impresa. Il principio “economico”
in discussione (base della teoria delle scelte di tipo neoclassico e
dunque della razionalità che Weber definì strumentale)
è quello seguito, in linea di principio, dai possessori delle
potenze mentali della produzione, sia che queste siano unite alla proprietà
capitalistica, come avveniva generalmente nelle fasi di sviluppo del
capitalismo detto di libera concorrenza, sia che ne siano scisse e controllate
da lavoratori salariati (manager o dirigenti imprenditoriali), come
di solito avviene nel capitalismo di tipo oligopolistico.
Nel mercato, nel luogo della competizione concorrenziale (e quindi della
socializzazione indiretta dei lavori privati), funziona un principio
assai diverso, quello che si definisce (pensiero) strategico. Anche
questo ha carattere strumentale, è mezzo per un fine; che non
è però quello del massimo profitto, né di un profitto
“adeguato” in considerazione dei limiti della conoscenza
che orienta le scelte individuali. Lo scopo perseguito ha un carattere
ben più generale e complessivo; e l’arricchimento dei singoli
capitalisti, in quanto meri proprietari privati che mirino al sempre
maggior accumulo di mezzi di produzione (dunque della moneta che ne
consente l’acquisto), non è il fine ultimo ed esclusivo
della produzione effettuata secondo modalità capitalistiche.
7. Il fine strategico del “capitale”
Ho messo il termine capitale
tra virgolette poiché tendo al nominalismo e con credo all’esistenza
reale degli universali; non credo al Cavallo (alla cavallinità)
ma a tanti enti con caratteristiche similari. Così pure non sono
convinto dell’esistenza del Capitale, ma solo di quella di tanti
capitali “individuali” (non certo controllati da singoli
individui) in competizione reciproca. E anche se veramente dovesse esistere
un giorno una società di tipo comunistico, non penso essa sarebbe
– come affermò Marx nel primo capitolo de Il Capitale –
una sorta di Robinson Crusoé “collettivo”, ma solo
un insieme di individui, uniti da relazioni molteplici, espletanti funzioni
di vari tipi, che non li mettano però nelle condizioni di reciproca
violenza e sopraffazione, di dominio e di subordinazione, ecc.
I molti capitali “individuali” in concorrenza sono unità
produttive, imprese, al cui interno vige, grosso modo, la razionalità
del minimo mezzo affidata, nei grandi oligopoli, a dirigenti (manager)
salariati. Al di sopra d’essi esiste uno strato di possessori
reali (controllori) di queste imprese di grandi dimensioni, sia che
essi abbiano o meno la proprietà giuridica (formale) delle imprese
suddette. Per un lungo periodo storico – ma soprattutto, per non
dire quasi esclusivamente, negli USA – esistette una reale tendenza,
per quanto riguarda le unità imprenditoriali di grandi dimensioni,
ad un possesso reale da parte di manager senza proprietà (giuridica)
dei pacchetti azionari di controllo. Mi sembra che nella fase attuale,
anche negli Stati Uniti, la proprietà azionaria è uno
dei caratteri (appariscenti) del possesso reale, cioè della capacità
di orientamento e guida delle politiche di mercato (in senso ampio)
attuate dalle grandi imprese. Per quanto riguarda quelle piccole, il
predominio della proprietà non è mai stato in discussione.
Tuttavia, sarebbe errato fissare l’attenzione sulla proprietà
o meno delle imprese, quale causa determinante del potere reale di disposizione
su di esse, poiché si tratta al massimo di elemento tipico di
una data fase (magari ricorsiva) dello sviluppo capitalistico. Il possesso
reale, come appena rilevato, implica la capacità, e il potere,
di condurre le politiche imprenditoriali nell’ambito della competizione
che ogni impresa (o gruppo di imprese collegate o alleate) deve sostenere
con le altre ai fini della supremazia nel mercato. Il problema dell’efficiente
coordinamento delle varie attività interne all’impresa,
per quanto importante, è subordinato al fine della prevalenza
d’essa nel suo ambiente, costituito dall’insieme delle imprese
in competizione. L’efficienza è senz’altro retta
– pur con tutti i limiti relativi alla conoscenza delle numerosissime
variabili in gioco – dalla razionalità strumentale del
minimo mezzo. L’efficacia nell’azione per il predominio
nel proprio ambiente segue altri criteri, in ogni caso razionali, frutto
di ponderate e molteplici valutazioni. L’efficienza è al
servizio dell’efficacia; e se le due entrano in contrasto, anche
soltanto parzialmente, la seconda prevale.
Il problema centrale del “capitale” (delle molte “individualità”
espletanti funzioni capitalistiche) non è né l’ottimale
combinazione dei fattori produttivi, secondo i dettami dell’economica
neoclassica, né il massimo profitto da ottenere con i metodi
del plusvalore soprattutto relativo (metodi e tecnologie in grado di
accrescere al massimo la produttività del lavoro onde ridurre
il tempo necessario a produrre le merci che servono a riprodurre la
forza lavoro come merce), così come sostenuto dal marxismo tradizionale.
A parità di ogni altra condizione, si persegue l’efficienza
economica, cioè il principio della massima economizzazione dei
mezzi, ma solo se questa è in accordo con l’efficacia dell’attività
svolta per prevalere nell’ambiente mercantile, che è uno
spazio riempito dalle azioni conflittuali delle varie imprese in reciproca
lotta. L’efficienza tende a conseguire il massimo profitto (plusvalore)
che rappresenta il “fondo” cui attingere per svolgere efficacemente
la competizione interimpreditoriale. Essendo però il successo
in quest’ultima il fine principale perseguito da ognuno dei molti
capitali in conflitto per la preminenza, l’efficacia è
prioritaria rispetto all’efficienza.
Lo scopo del predominio orienta il comportamento di ogni capitalista,
di ogni gruppo che svolga funzioni imprenditoriali; ed è nell’espletamento
di queste funzioni che si realizza il possesso reale dei mezzi di produzione
organizzati nell’ambito dell’unità capitalistica.
Chi perde, alla fin fine, non possiede in senso reale, e può
essere estromesso più facilmente dalla stessa proprietà
meramente giuridica. L’efficacia nella lotta, e dunque la preminenza
conseguita tramite questa, è il fine supremo di ogni funzione
capitalistica; l’efficienza nell’organizzazione interna
ad ogni impresa – e dunque il perseguimento di quello scopo secondario
che è il massimo profitto da conseguire con il miglior uso di
dati mezzi (economica neoclassica), o con l’estrazione del massimo
plusvalore da una data forza lavoro (marxismo) – è un semplice
mezzo in relazione allo scopo principale, di carattere strategico e
decisivo. Accade spesso che l’efficienza, il principio del minimo
mezzo, entri in contraddizione con il fine principale, quello della
migliore strategia per vincere la “guerra” e conseguire
la supremazia. In questo caso, si può ben sacrificare l’efficienza,
si possono “sprecare” risorse, non seguendo perciò
il principio (neoclassico) dell’economicità né quello
(marxista) dell’estrazione del massimo pluslavoro/plusvalore.
La “vittoria di Pirro” (conseguita con un alto dispendio
di mezzi e uomini) è passata alla storia come il paradigma del
successo in singole battaglie e della perdita della guerra. Non è
invece sempre così. La conquista di date postazioni cruciali,
pur ottenuta con “gravi perdite”, è spesso decisiva
per condurre in porto anche l’intera campagna tesa a ottenere
la vittoria definitiva. Oppure, come nel caso di coalizioni di più
“unità” (imprese o partiti o paesi, ecc.), l’una
in conflitto con altra(e), le “gravi perdite” vengono talvolta
accettate, o perfino cercate, qualora favoriscano comunque un successo
spesso necessario a stabilire con lo (gli) avversari(o) un accordo utile,
in tempi più lunghi, ad installarsi in posizione di relativa,
pur se non stabile e definitiva, preminenza; in certi casi, si mira
ad un tipo di accordo che semplicemente favorisce alcune di queste “unità”
nella loro volontà di stabilire un’egemonia all’interno
delle rispettive alleanze in reciproca lotta. Le possibili situazioni
sono tante, e non vale la pena di farne una casistica particolareggiata,
che si trova nei testi illustranti i vari giochi strategici e i loro
molteplici risultati. L’importante è capire che, anche
nella sfera economica, dominante nel modo di produzione capitalistico,
le unità in lotta, le imprese, hanno come fine principale l’assunzione
di una preminenza; tutte le altre loro azioni sono a questa finalizzate,
sono dunque mezzi; pur se poi, ognuno di questi mezzi – ad es.
quello senza dubbio importante del conseguimento delle risorse necessarie
a finanziare e sostenere lo scontro per la preminenza in questione –
può a sua volta diventare il fine, al cui conseguimento sono
orientate altre attività (mezzi) del tipo di quelle rette dalla
razionalità del minimax.
Chiariamo intanto subito che la razionalità di carattere strategico
è dominante in tutte le forme di società storicamente
conosciute finora. Mutano però profondamente le forme secondo
cui si manifesta, ma soprattutto le sfere sociali in cui si manifesta.
In tutte le società precapitalistiche, essa è stata dominante
nella politica, e nella lotta per affermare la supremazia culturale
di date correnti ideologiche. Nel capitalismo, per la prima volta nella
storia, essa penetra assai largamente e pervade l’intera sfera
della produzione. Il rapido sviluppo delle forze produttive, il loro
incessante rivoluzionamento tecnologico e organizzativo, sono portato
di una forma dei rapporti sociali in cui la razionalità che presiede
al conflitto per la supremazia diventa decisiva nella sfera economica
della società; ed è anzi ormai da questa sfera che, in
definitiva, detto conflitto si allarga e impregna l’intera formazione
sociale capitalistica. In questo senso, e solo in questo, va intesa
la dominanza dell’economia nel capitalismo. Non si prevale semplicemente
perché si ha a disposizione una maggior quota di ricchezza; e
nemmeno perché si applicano i migliori metodi di estrazione del
plusvalore. La tensione alla ricchezza, all’estrazione del plusvalore,
dipendono dal dinamismo che alla sfera produttiva è impresso
dallo scatenarsi di una lotta per il predominio, in cui viene dato il
più ampio spazio alla razionalità strategica.
Per quest’ultima non vale il principio del minimo mezzo o del
massimo risultato. E nemmeno ha senso dire che il principio è
il medesimo, pur se espresso, in un caso, dal punto di vista dei mezzi
impiegati e, dall’altro, da quello degli obiettivi conseguiti.
Non esiste una supremazia “massima” da conseguire, oppure
una semplicemente “adeguata” ove si tenga conto dei limiti
della conoscenza umana in merito alle variabili in gioco nelle diverse
situazioni. Si possono eventualmente allungare o accorciare i tempi
per il raggiungimento della dominanza; oppure conseguirla schiacciando
o addirittura eliminando i competitori, o invece “convincendoli”
(forzatamente, ma non sempre mediante violenza e repressione) del proprio
punto di vista; oppure ancora, si giunge a dati accordi nel cui ambito
si esercita un’egemonia di fatto, ecc. Le modalità possono
essere svariate, ma il risultato è sempre una supremazia; certo
più o meno salda o traballante, non però esprimibile tramite
criteri di massimo o di “relativa” adeguatezza, ecc. Quanto
all’impiego del minimo di mezzi, esso vale molto relativamente
ai fini delle strategie conflittuali. Nei limiti del possibile, uno
cerca di conseguire la preminenza con il minimo dispendio di risorse;
ma non è questo il suo assillo vero e decisivo. In definitiva,
parlare di massimo risultato o di minimo impiego di mezzi non significa
affatto esprimere lo stesso concetto; il punto di vista dei mezzi e
quello degli obiettivi da raggiungere (la supremazia appunto) non sono
per nulla complementari, convergenti in ciò che vogliono esprimere,
così come avviene nel caso della razionalità detta strumentale.
L’aver posto a fine principale dell’attività economica
capitalistica (produttiva in particolare) tale ultima razionalità
è dipeso dall’aver sostantificato, come fanno tutti i realisti,
l’universale rappresentato dall’insieme dei tanti capitali,
delle tante imprese, ecc. I neoclassici hanno eretto a paradigma della
produzione capitalistica il comportamento dell’impresa, analizzata
prevalentemente secondo l’attività svolta al suo interno,
mentre l’esterno (l’ambiente) resta semplice punto di riferimento
e confronto per tale attività. In questo modo, il fine prevalente
della produzione capitalistica – considerata soltanto dal punto
di vista delle modalità d’uso della razionalità
economizzatrice (pur con i limiti posti in luce da alcuni studiosi)
– è stato pensato quale combinazione ottimale dei fattori
produttivi. Il marxismo, avendo eretto il singolo capitalista a paradigma
del comportamento generale di tutta la “classe” dei capitalisti,
ha posto come scopo centrale del “capitale” (altro universale
sostantificato) il massimo profitto, da ottenersi tramite i metodi del
plusvalore soprattutto relativo. Marx aveva comunque ampie giustificazioni
poiché, alla sua epoca, il capitalista era ancora fondamentalmente
organizzatore della produzione, e i dirigenti (manager) da esso salariati
erano pochi e nettamente subalterni. La sua genialità gli ha
permesso di comprendere in larga parte i fenomeni della centralizzazione
(monopolistica) dei capitali, conseguenza della loro lotta reciproca,
centralizzazione il cui strumento era ormai la società per azioni,
analizzata però solo in quanto luogo della presunta separazione
della proprietà azionaria (e dunque tendenzialmente finanziaria)
dal lavoro direttivo di organizzazione (in sé incorporante le
potenze mentali) della produzione, lavoro che si supponeva sarebbe alla
fine stato incorporato nel lavoratore collettivo (ancora un universale
sostantificato).
Dobbiamo sul serio fissare principalmente la nostra attenzione sul sistema
di relazioni (di una determinata forma “storica”) tra individui;
anzi, ancor più precisamente, tra le funzioni espletate da essi.
L’essere umano va lasciato da parte, affidato ad altre riflessioni.
La nostra scelta di campo – un tempo si diceva “scelta di
classe” – dipende certo da simili riflessioni, che sollecitano
le nostre passioni. Tuttavia, poi, quando ci affidiamo all’analisi
scientifica onde valutare le condizioni di possibilità di un
successo delle nostre azioni (svolte in base alla scelta di campo),
ci interessiamo di funzioni, non più di esseri ed essenze. La
“sostanza” sfuma e subentra, appunto, la funzione; non l’impresa,
ma il sistema di relazioni tra imprese, nel cui ambito ognuna di esse
è coartata a svolgere attività di una certa tipologia;
non il capitale, ma i tanti capitali coinvolti nel sistema delle relazioni
di conflitto per la supremazia, entro cui vigono date modalità
di svolgimento dello stesso.
Come già rilevato, il possesso reale dei mezzi di produzione,
cioè il controllo e orientamento della loro organizzazione in
un’entità detta impresa, dipende non tanto dalla proprietà
giuridica di tali mezzi quanto dalla capacità di utilizzarli
adeguatamente nell’ambito del complesso sistema dei rapporti conflittuali
in cui è in gioco la supremazia di alcuni gruppi capitalistici
su altri. La proprietà cristallizza, e certo stabilizza, il controllo
dell’organizzazione imprenditoriale dei mezzi produttivi, creando
apparati, regole di comportamento, ecc. In una situazione dinamica come
quella della produzione capitalistica, è però la prevalenza
nel conflitto che, in ultima istanza, consente il suddetto possesso
reale. Per ottenerlo e mantenerlo, è necessario partecipare con
successo alle strategie di lotta nel sistema delle relazioni di conflitto
interimprenditoriali, portando in questo la propria specifica abilità,
che segue criteri di razionalità diversi da quelli del minimo
mezzo.
Con la centralizzazione monopolistica dei capitali – formazione
delle grandi imprese – la scissione che si verifica non è
quella, pensata da Marx, tra mera proprietà giuridica dei rentier
e possesso delle potenze mentali della produzione, tutt’al più
miranti all’efficienza interna dell’impresa; la vera scissione
è tra i gruppi dirigenti delle varie (grandi) imprese, applicanti
le strategie del conflitto per la supremazia nell’ambiente complessivo
costituito dal sistema delle relazioni tra queste imprese, e gruppi
manageriali che dirigono i processi “produttivi” –
in senso lato, ivi compresi i settori addetti ai budget finanziari,
al marketing, ecc. – attuati in ognuna di esse utilizzando la
razionalità detta strumentale.
Una certa “distorsione ottica”, da cui è stato sempre
affetto il marxismo, è in sostanza già esplicitata nelle
prime righe de Il Manifesto (del 1847-48): “La storia di ogni
società esistita fino a questo momento, è storia di lotte
di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della
gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve oppressori e oppressi
[corsivo mio], furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero
una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta [corsivo mio]; lotta
che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria
di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta”.
Come lo stesso Marx ha più volte ricordato in molte altre occasioni,
la trasformazione rivoluzionaria di una forma (storica) di società
in altra non è mai stata compiuta dalle classi oppresse; non
sono stati certo i servi della gleba, ad es., a compiere la transizione
dal feudalesimo al capitalismo. La classe operaia sarebbe dovuta essere,
per Marx, un’eccezione; ma perché questi pensava in realtà
alla formazione del lavoratore collettivo cooperativo con tutte le conseguenze
già sopra messe in luce. Inoltre, la lotta tra oppressori e oppressi
sarà pur stata ininterrotta, ma ha avuto assai più spesso
i caratteri della latenza, del conflitto sordo covante sotto le ceneri,
piuttosto che quelli della ribellione aperta. In ogni caso, da questo
punto di vista, il “conflitto di classe”, in un modo di
produzione capitalistico pienamente sviluppato, tende sempre più
alla redistribuzione della torta (prodotta) e sempre meno a porre in
discussione l’assetto capitalistico dei rapporti sociali; anzi,
come già considerato, tale tipo di conflitto favorisce il dinamismo
del capitalismo, pur intervallato da crisi, le quali hanno finora soltanto
implicato trasformazioni interne, non mai la transizione ad una nuova
formazione sociale; e tanto meno a quella comunistica.
La “storia” è invece stata continuamente caratterizzata,
contrappuntata, da acuti conflitti tra i gruppi (“classi”)
dominanti. La storia è, in modo particolare, storia di questi
conflitti. Da essi, in peculiari e non strettamente determinate contingenze
storiche, sono nate le radicali trasformazioni rivoluzionarie che hanno
condotto da una forma (dominante) dei rapporti sociali ad un’altra;
trasformazioni in cui gli oppressi, le classi o raggruppamenti sociali
subordinati, hanno soprattutto ricoperto il ruolo della “truppa”,
sono stati il serbatoio che forniva “soldati”. Certamente,
gli oppressi hanno portato, nei grandi trapassi storici, anche le loro
esigenze, che però mai hanno trovato modo di prevalere. La transizione
da una formazione sociale all’altra è stata innescata o
dall’immissione – dall’esterno di un dato sistema
di rapporti sociali – di nuovi raggruppamenti sociali (le “invasioni
barbariche”); o dalla formazione di nuovi gruppi all’interno
della società in fase di rivoluzionamento (classi mercantili
e soprattutto manifatturiere), ecc. Il “conflitto di classe”
più acuto e squassante è stato comunque sempre, in tutta
la storia delle società umane, quello interdominanti. Da qui
deve ripartire la progressiva, e temo lenta, riformulazione di una più
adeguata teoria (critica) del capitalismo, che pur sarà (probabilmente,
non certamente) debitrice del marxismo, e di Marx (e Lenin) in particolare.
8. La trasformazione è
sociale, non economica
Si può, in linea di
principio, accettare l’idea che, sempre, le classi dominanti si
sono appropriate del pluslavoro dei dominati (o di una parte consistente
e decisiva di essi); e, nel modo di produzione capitalistico, il pluslavoro
si presenta come plusvalore dato che forma di merce e di valore sono
caratteri generali della produzione nella società moderna. Tuttavia,
anche per Marx il problema cruciale non era meramente economico, bensì
quello della dinamica storicamente peculiare di date forme dei rapporti
sociali. Il fatto che ad es., nel modo di produzione feudale, il plus
di cui si appropriavano i dominanti fosse prodotto dai servi della gleba,
non attribuiva a tale classe l’investitura per la trasformazione
rivoluzionaria di quella società. Marx lo sapeva benissimo, malgrado
l’apertura de Il Manifesto appena citata. Se egli pensava che
la classe subalterna nel capitalismo avrebbe fatto eccezione, ciò
non dipendeva dal fatto della produzione di plusvalore di cui si appropriavano
i dominanti (i capitalisti), ma dalla posizione che essa sarebbe andata
assumendo nel presente modo di produzione a seguito dei processi di
centralizzazione monopolistica dei capitali, con le varie conseguenze
sociali più volte sottolineate in questo scritto.
Quei marxisti che hanno trasformato la scienza di Marx in dottrina,
non hanno evidentemente capito gran che del problema delle dinamiche
sociali. Essi si sono fissati sullo sfruttamento (estrazione di pluslavoro/plusvalore
dai lavoratori produttivi) e da questo hanno immediatamente tratto la
conclusione di un antagonismo decisivo tra capitale (nella mera veste
proprietaria) e lavoro salariato. A tale presunto conflitto fondamentale,
in realtà soltanto distributivo, è stato invece assegnato
un carattere rivoluzionario. I salariati – fra l’altro,
nemmeno più pensati nella veste del lavoratore collettivo bensì
in quella di semplice classe operaia (o addirittura proletariato) –
sono stati considerati gli alfieri della transizione ad una società
comunistica. Che la formazione sociale capitalistica non sia andata
progressivamente scindendosi in un raggruppamento sempre meno numeroso
di proprietari prevalentemente finanziari ed in una massa sempre più
vasta di lavoratori, intellettuali e manuali, in via di integrazione
e reciproco coordinamento, non ha più avuto alcuna importanza.
La dottrina insegnava che la classe operaia – non il lavoratore
collettivo ormai dimenticato – aveva in sé il compito di
emancipare la società dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo;
e tanto bastava per la fede dei “marxisti”.
Tale classe era sempre meno numerosa? Si sosteneva allora che sarebbe
divenuto sempre più numeroso il lavoro dipendente salariato,
e ciò autorizzava a dichiarare la proletarizzazione crescente
delle società capitalistiche in sviluppo (e in fase di arricchimento
generale, pur assai differenziato tra i diversi gruppi sociali). Ci
si doveva infine arrendere di fronte all’evidenza che i lavoratori
salariati dei capitalismi avanzati si battevano solo per motivi di redistribuzione,
senza minimamente pensare alla rivoluzione comunista? Essi divenivano
un settore sociale vieppiù ristretto rispetto alle sterminate
masse diseredate del terzo mondo. Si sono cominciati a sviluppare, secondo
moduli capitalistici, alcuni paesi non irrilevanti del sud-est asiatico,
ed infine Cina e India, i più popolosi paesi del mondo, non solo
di quello “terzo”? Si tratterebbe di un processo in atto
tra contraddizioni sociali terribili che non potranno non innescare
la rivolta degli esclusi da questo sviluppo. Contraddizioni del genere
hanno molte somiglianze con quelle tipiche dell’accumulazione
originaria, illustrate da Marx e verificatesi due secoli fa (anzi di
più ancora) nei paesi a capitalismo sviluppato. Chi ha fede nel
marxismo, in quanto dottrina di carattere religioso, non può
badare a simili quisquilie. Io, invece, intendo badarci poiché
credo nel marxismo in quanto scienza; e, come tutte le scienze, fondato
su ipotesi che si rivelano, nel tempo, inficiate da errori, da visioni
parziali, infine distorte, ecc. Occorre innovare, e assai velocemente
e radicalmente. Occorre formulare nuove ipotesi più realistiche,
che senza dubbio mostreranno anch’esse la corda.
Personalmente, ritengo di estremo buon senso togliere il confitto capitale/lavoro
(salariato) dal novero delle contraddizioni “rivoluzionarie”.
Sia chiaro: non affermo semplicemente che esso non prepara alcuna transizione
al comunismo, bensì che i salariati, salvo che nei primi gradini
dello sviluppo capitalistico – quando ampie masse contadine vengono
sradicate dalle vecchie abitudini e condizioni sociali e inurbate al
fine di trasformarle nei ceti operai (non classe) dell’industria
– non manifestano alcuna radicalità trasformatrice. Ci
possono essere lotte anche acute di tipo sostanzialmente sindacale,
che gruppi di dirigenti politici, del tutto integrati nei meccanismi
della riproduzione – sociale e non esclusivamente economica –
dei rapporti capitalistici, sono in grado di orientare allo scopo di
modificare certi rapporti di forza nell’ambito della redistribuzione:
essendo quest’ultima di tipo sia economico che politico e ideologico,
ma comunque del tutto intrinseca, e congeniale, allo sviluppo, sia pure
per onde cicliche, del modo di produzione capitalistico che muta, e
assai frequentemente, “pelle” ma non certo “struttura
anatomica e fisiologica”.
Non sussiste quindi, nell’ambito dei meccanismi di questo sviluppo,
alcuna tendenza alla fuoriuscita dall’attuale forma dei rapporti
sociali; soprattutto, è una pia illusione credere che si preparino
le condizioni per l’affermarsi di una società comunistica.
Nessuna persona dotata di ragionevolezza è oggi in grado di fare
predizioni: né su quando avrà termine la società
capitalistica – in ogni fase o epoca del suo sviluppo assai dinamica
nei suoi sempre più rapidi cambiamenti – né su quale
tipo di società di sostituirà ad essa, se per caso dovesse
infine venire a profonda modificazione anche la sua struttura più
profonda, il suo sistema di relazioni fondamentale.
Le lotte più dinamiche, che sconvolgono gli assetti capitalistici
di una data epoca o fase, e all’interno delle quali potrebbe pure
manifestarsi una volontà e decisione (politiche) anticapitalistiche,
sono quelle interdominanti. Le lotte (redistributive) tra “oppressori
e oppressi” (anche se tale terminologia è da abbandonare
perché fuorviante) sono senz’altro sacrosante – battersi
per un miglioramento delle proprie condizioni di vita è certo
giusto, in particolare per quanto concerne i meno favoriti nell’ambito
dello sviluppo capitalistico – e, inoltre, accrescono la fragilità
degli assetti sociali in questione; tale ulteriore conseguenza si verifica
però solo come complemento, e se vogliamo rafforzamento, delle
lotte tra dominanti in date congiunture della loro acutizzazione. Al
di fuori di tali congiunture, quando lo sviluppo capitalistico è
relativamente ben coordinato e va incontro a fenomeni di crisi non eccessivamente
acuti, le lotte tra i gruppi dominanti e dominati – se vogliamo,
usiamo ancora la vecchia terminologia relativa al contrasto capitale/lavoro
– non hanno alcun effetto di radicale trasformazione, ma manifestano
solo quel carattere che già Lenin, nel Che fare, indicò
come riformistico, tradunionista; con riferimento alle Trade Unions,
i sindacati degli operai inglesi, i primi a rivelarsi per null’affatto
rivoluzionari, seguiti poi, nel corso di un secolo, da tutti gli altri
ceti operai dei paesi capitalistici via via che questi conseguivano
alti livelli di sviluppo.
Si deve quindi ribadire: la storia è soprattutto storia di lotte
tra “classi” dominanti, mentre i confitti tra questi ultimi
e i dominati (o non dominanti) hanno carattere coadiuvante; i loro effetti
più dirompenti dipendono dunque dall’andamento delle aspre
“guerre” – economiche, politiche, ideologiche –
che si scatenano periodicamente ai vertici della società. Il
problema dello sfruttamento (appropriazione del pluslavoro secondo i
suoi vari modi storici) descrive la situazione quanto a forma dei rapporti
di dominio esistenti, ma serve assai relativamente all’analisi
delle trasformazioni delle diverse società, quella capitalistica
non essendo affatto una eccezione al riguardo; delle trasformazioni
in oggetto deve essere formulata una teoria basata su ipotesi di dinamica
sociale, al cui centro vanno poste le contraddizioni – fortemente
acutizzantesi in determinate congiunture – tra i gruppi dominanti.
E l’indagine della struttura del dominio deve servirsi di ben
altri strumenti rispetto alla semplice indicazione delle modalità
di appropriazione del pluslavoro/plusprodotto e, nel capitalismo, plusvalore.
La prima condizione per una nuova analisi è l’abbandono
della convinzione che nel capitalismo sia centrale e decisiva, ai fini
delle sue modificazioni strutturali, la razionalità strumentale,
del minimo mezzo; non solo va contrastata la concezione della scienza
economica dei dominanti fondata sulla migliore combinazione dei fattori
produttivi, e sulla teoria delle scelte poi estesa ad ogni altra sfera
sociale, ma anche quella marxista del tutto concentrata sui metodi di
estrazione del plusvalore (soprattutto relativo). Marx in ogni caso,
e questa sua lezione deve esserci di guida, non era interessato alla
pura economia; la sua teoria del valore, implicante l’estorsione
del plusvalore ai lavoratori subordinati, era fondamentalmente uno strumento
utile a spiegare come si sarebbe andata modificando, tramite la concorrenza
e la centralizzazione del capitale, la struttura dei rapporti sociali,
che egli pensava sarebbe divenuta via via più dicotomica e pervasa
dall’antagonismo proprietà capitalistica/lavoro salariato,
gettando così le fondamenta della nuova società, che non
sarebbe potuta non essere di tipo comunistico, essendo data per scontata
la formazione del lavoratore collettivo (e del general intellect), autentico
insieme di produttori associatisi con spirito sempre più cooperativo
e teso a conseguire fini di carattere progressivamente comune.
Questi fenomeni sociali non si sono verificati e nemmeno si è
andati, per un solo momento, nella direzione prevista da Marx. E, a
ben considerare oggi i processi sociali del capitale, una simile direzione
è del tutto improponibile, poiché la razionalità
che pervade la nostra struttura di rapporti è solo in via subordinata
quella economizzatrice; quest’ultima informa esclusivamente i
processi che forniscono i mezzi utili ad attuare le strategie dei conflitti
interdominanti. I veri scopi di tali conflitti sono la sopraffazione,
la subordinazione del vinto, oppure l’inganno e il raggiro per
prevalere con metodi più morbidi, oppure ancora il consenso dei
più deboli, almeno per una fase e in attesa di accumulare maggiori
forze, alle decisioni “chieste” da chi prevale in quella
fase, ecc.
E’ quindi necessario passare ad un ordine di considerazioni piuttosto
diverso; nel cui ambito resto convinto che Lenin, pur senza averne adeguata
consapevolezza (impossibile a quell’epoca), ci abbia fornito molti
elementi di riflessione. Passerò quindi, nella seconda parte
dello scritto, ad una trattazione del leninismo, ancora una volta priva
di atteggiamenti di umile riverenza di fronte a certe formulazioni del
rivoluzionario bolscevico; geniale ma incapace, per i limiti del suo
tempo, di abbandonare decisamente certe concezioni tipiche del “marxismo”,
in particolare di quella formazione ideologica cui Kautsky impresse
il decisivo impulso iniziale.