RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

 

GLI AGENTI STRATEGICI DELLA TRASFORMAZIONE
dentro e contro il capitale

di Gianfranco La Grassa


NOTA INTRODUTTIVA

 

Il testo sugli agenti strategici qui presentato è stato scritto ad integrazione del mio volume recentemente uscito: Il capitalismo oggi (dalla proprietà al conflitto strategico), Petite Plaisance, Pistoia 2004. Tale testo sviluppa ulteriormente gli ultimi capitoli del libro, quelli sui dominanti e i dominati. Si precisa l’uso del termine rivoluzione e si cerca di far comprendere che, nell’attuale società capitalistica, essa può avere connotati assai diversi, classificati secondo due tipologie fondamentali: dentro oppure contro il capitale. La prima concerne appunto i conflitti tra dominanti, con riferimento però a quelli che sfociano in cambiamenti di fase di grande rilievo, in determinati tempi e in dati spazi geografico-sociali della formazione capitalistica mondiale; mentre la seconda riguarda il conflitto tra dominanti e dominati, finora sempre conclusosi con il fallimento dei tentativi di innescare la transizione ad una società altra, considerata generalmente come socialista e poi comunista.
Viene anche ripreso in estensione quanto già sostenuto nel libro appena citato con riferimento alla smentita di presunte leggi di movimento, intrinseche al modo di produzione capitalistico, che condurrebbero al di fuori d’esso, così come ha sempre pensato e sostenuto il marxismo della tradizione; da qui il rilievo assegnato agli agenti strategici del conflitto (appunto: dentro o fuori del capitale) e l’indicazione delle possibilità, ma non strette necessità, che le congiunture di crisi aperte dalla lotta intradominanti offrono a coloro che si battono per una trasformazione del capitalismo, a partire dalle concrescenze imperialistiche che in esso necessariamente si sviluppano secondo modalità mono o policentriche.
Il testo si chiude indicando le azioni al momento difensivistiche cui dovrebbero intanto attenersi gli agenti rivoluzionari contro il capitale, che si sforzano di rappresentare la, e dare adeguati sbocchi alla, lotta dei dominati in un’epoca storica in cui il tentativo di “fuoriuscire” dal capitalismo è stato radicalmente sconfitto; nel contempo, si indica come compito in un certo senso preliminare (logicamente più che cronologicamente) quello della netta opposizione all’impero statunitense, che cristallizza la situazione mondiale in una configurazione ancora monocentrica, rendendo assai più difficoltosa ogni eventuale, e solo futura, “controffensiva” anticapitalistica da parte dei dominati e dei loro agenti strategici.
In appendice, si è ritenuto di presentare uno scritto in pubblicazione su Rosso XXI secolo, che indica i compiti teorici e pratici di un marxismo che intenda rinnovarsi profondamente nei suoi connotati di fondo; senza più però seguire il cammino di correnti che si sono spesso richiamate ad esso (e, in parte, lo fanno ancora), ma che con questo non hanno nulla a che fare, ed è ora che lo si dica apertamente e definitivamente, poiché seguendole si rischia proprio la confusione e commistione tra azioni rivoluzionarie contro e dentro il capitale; anzi, addirittura, si potrebbe pur inconsapevolmente favorire il mantenimento del monocentrismo imperiale USA, intorbidando le acque con una finta e immaginaria contrapposizione tra “soggetti” generici e inarticolati.

1. Che significa rivoluzione

Come primo passo è bene chiarire che cosa si intende per rivoluzione. Non credo si debba limitare l’uso di questo termine quasi fosse sinonimo di progresso o di passaggio da una formazione sociale all’altra o di rivolta (per la presa del potere, in genere quello statale o comunque politico) dei dominati contro i dominanti. Penso invece ad un rapido, tumultuoso, periodo di cambiamento delle strutture sociali esistenti da tempo; sia che ciò riguardi la produzione e la tecnica, o invece gli apparati del potere politico o quelli dell’egemonia culturale. Mi sembra comunque più proprio parlare di rivoluzione quando questa sfocia comunque nel cambiamento soprattutto politico e, in subordine, culturale. Malgrado l’importanza, nell’attuale società capitalistica, della sfera economico-produttiva, si può certo parlare di prima o seconda, ecc. “rivoluzione” industriale, ma mettendo appunto il termine tra virgolette per segnalare che si tratta di indicazione analogica, per similitudine, da non intendersi invece nel significato più specifico dell’espressione.
Nel senso appena considerato, userei allora parlare, malgrado ciò possa destare scandalo, di rivoluzione fascista o nazista, ecc. Il problema è semmai poi specificare, qualificare, di che rivoluzione si tratta, non di negare la novità radicale, e il suo veloce e perfino inatteso realizzarsi, di certi fenomeni storici che non implicano il superamento della società capitalistica, ma certamente una sua ri-strutturazione secondo modalità spesso violente e con mutamenti innovativi degli assetti politici e ideologici, verificatisi in tempi brevi, mutamenti che mettono capo a “sovrastrutture” solo apparentemente meno adeguate alla “base” rappresentata dal modo di produzione capitalistico.
Naturalmente, questo allargamento del significato del termine rivoluzione implica un diverso atteggiarsi di fronte al problema degli sbocchi – e della loro supposta necessità – della dinamica intrinseca alla formazione sociale capitalistica. Chi crede che tale dinamica comporti ineluttabilmente l’emergere, tra le classi dominate, di uno o più soggetti deputati alla trasformazione del capitalismo in altra formazione sociale (che è poi sempre pensata essere quella socialista o comunista), non può accettare una definizione di rivoluzione che non implichi l’azione di tale(i) soggetto(i) nella direzione della trasformazione in oggetto. Qualsiasi altro mutamento viene trattato come una sorta di controrivoluzione, di sbarramento reazionario al cambiamento, di difesa ad oltranza dell’ordine costituito. In questo modo – con una simile incomprensione della possibilità di rivoluzionamenti interni ad una transizione intracapitalistica – viene favorita l’azione di agenti strategici (politici e culturali in specie) del cambiamento (rapido e tumultuoso) delle istituzioni esistenti, agenti che appaiono perciò rivoluzionari anche agli occhi di settori importanti dei dominati e perfino di molti onesti e sinceri militanti della lotta per la trasformazione anticapitalistica.
Si deve ammettere che la convinzione, indubbiamente espressa da Marx e dal marxismo in modo scientifico, della trasformazione per linee interne del modo di produzione capitalistico – ad opera di soggetti che sarebbero, in sé, già l’anticipazione di una futura società completamente diversa, e che dovrebbero solo esplicitare, realizzare, questa loro oggettiva funzione – deve ormai essere abbandonata senza più esitazioni. Il cambiamento può essere rivoluzionario, rovesciare radicalmente certi ordinamenti esistenti – in specie politici e culturali, non escludendo però nemmeno una concomitante trasformazione di certi apparati economico-produttivi e finanziari – senza per questo condurre alla vera e decisiva fuoriuscita da un sistema di rapporti “essenzialmente” capitalistici. Può avvenire una effettivamente rilevante modifica della natura dei soggetti (classi) sociali – ad es. la fine della borghesia e del proletariato (o classe operaia) nella loro caratterizzazione più tradizionale, diciamo schematicamente ottocentesca per intenderci – nel mentre una serie di meccanismi da definirsi ancora capitalistici continua a funzionare e a riprodurre una struttura di rapporti tra dominanti e dominati che si fonda sulla generale produzione di merci, sulla competizione interimprenditoriale, sulla creazione e realizzazione del plusvalore, ecc.


2. Differenti livelli della teoria

l’analisi del modo di produzione capitalistico può essere condotta ad un altissimo (massimo) livello di astrazione, che fissa le coordinate generali e più “profonde” che si suppongono quelle più incisive nel riprodurre determinati rapporti di dominio-subordinazione a partire, appunto, dalle strutture sociali della produzione (dai rapporti sociali di produzione). Senza questa analisi profonda, non si può fare nemmeno un passo verso la comprensione della specificità storica della società detta moderna (lasciamo stare la postmodernità che è un vuoto chiacchierare sulla modifica di caratteristiche superficiali, certo rilevante ma che è correttamente intesa solo se inquadrata nell’ambito del permanere di caratteri essenziali e generali del capitalismo).
Tuttavia, la struttura del modo di produzione capitalistico, comunque indagata tramite ipotesi scientifiche e colta nel suo livello più astratto, non deve portare a conclusioni immediate circa la dinamica – e i suoi sbocchi – della rete di rapporti sociali di cui detto modo di produzione è solo il nocciolo interno, l’indicazione (ipotetica) della “essenzialità” caratterizzante un’epoca “della formazione economica della società” (per dirla con Marx). Se il livello di astrazione dell’analisi non cala di qualche gradino, si rischia di prendere fischi per fiaschi. La contraddizione detta antagonistica tra capitale (inteso come proprietà o potere di disporre dei mezzi di produzione) e lavoro salariato (espropriato e venditore di forza lavoro in qualità di merce) può essere il punto di partenza di una considerazione relativa all’appropriazione di plusprodotto (in forma di valore) in quanto problema che ogni classe dominante deve risolvere a suo favore; se però da tale problema, e dalla sua risoluzione nella direzione indicata da Marx, si vuol immediatisticamente dedurre la rivoluzionarietà dei lavoratori salariati, il loro essere il perno attorno a cui ruoterebbe il processo di trasformazione del capitalismo in socialismo e comunismo, allora si va molto oltre ogni sensata conclusione.
Tuttavia, sarebbe errato interpretare la leniniana “analisi concreta della situazione concreta” come la semplice descrizione dei cambiamenti in corso in ogni dato momento storico, in ogni minima congiuntura, con spirito di spicciolo empirismo, con la presunzione di fotografare la realtà. In ogni caso, è necessaria l’opera di astrazione del pensiero, la costruzione di schemi teorici (ipotetici) concernenti le strutture e dinamiche dei rapporti esistenti tra vasti raggruppamenti sociali (sintetizzati in base a comuni funzioni e ruoli, da cui si suppone derivino comuni interessi), onde capire i blocchi sociali in disfacimento e/o in formazione, le spinte contraddittorie esistenti nel complesso sociale, i punti di debolezza e di forza di chi si combatte; è rilevante cogliere certe correnti “sotterranee”, non sempre visibili nella loro presenza immediata, sapendo prevedere (oserei dire, in certi casi, intuire) lo sbocco di determinati processi nel breve o anche medio periodo.

3. Passato e presente di un’analisi marxista

Il primo passo, comunque, è senza dubbio l’analisi – e, a questo punto, la riformulazione – del concetto di modo di produzione capitalistico. “Senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria” (Lenin) significa, a mio avviso, che non si procede a nessuna prassi di vero cambiamento in assenza di una visione ampia, ma certo sintetica, dell’intera epoca storica in cui si sta vivendo ed operando.
Debbo aprire una piccola parentesi. Nei primi decenni del ‘900, con la profonda e pressoché generale degenerazione delle socialdemocrazie, sfociata nel “tradimento” del 1914, era piuttosto ovvio e convincente l’atteggiamento di coloro che vollero combattere il “revisionismo” pensando di ripristinare – in realtà anche innovandolo in parti consistenti – il marxismo (non esattamente il pensiero di Marx). Tale atteggiamento diede i suoi frutti a partire dalla Rivoluzione d’ottobre che ritengo sbagliato, e sintomo di gravissimo cedimento opportunistico, rinnegare oggi. Di fronte, fra l’altro, alla continuazione del massacro conseguente allo scontro mondiale interimperialistico, sostenere che Lenin fece forzature, che era meglio lasciare al suo posto l’imbelle e inattivo Governo Kerensky, è atteggiamento comprensibile soltanto con la passiva accettazione della prospettiva storica propugnata dai “vincitori” dopo il 1989-91. La creazione dell’URSS, e poi del “campo socialista” – e tutto il periodo che va fino alla liberazione dell’intera Indocina dal dominio imperialistico americano – vanno invece considerati fattori positivi dello sviluppo storico del ‘900, pur senza dimenticare i molti processi degenerativi ormai in corso già a partire dagli anni ’30 (e anche prima).
Il 1989-91, tuttavia, non può essere trattato come una specie di ritorno alla situazione dei primi decenni del ‘900. Tra gli anni ’60 e ’80 del secolo scorso, è ammissibile si fosse creata la sensazione di dover ancora una volta battere il neorevisionismo, facendo prevalere una sorta di neoleninismo (molti interpretarono così la Rivoluzione culturale cinese e il pensiero di Mao). Oggi, non ha più senso pensare in questo modo. Ormai, l’intera epoca del comunismo (la farei partire, più che dall’ottobre 1917, dalla Comune di Parigi) è chiusa, anche se la memoria del passato deve continuare a sussistere e a produrre comunque insegnamenti. E’ a questo punto inutile e dannoso fingere il neorevisionismo e il neoleninismo. Quanto poi a considerare ancora esistente un campo socialista (Cina e Corea del Nord, Cuba e non so cos’altro), mi sembra una sciocchezza colossale che va al di là delle mie capacità di comprensione. Siamo, se si cerca un’analogia, a dopo il 1815, quando un’epoca del tutto nuova entrò in gestazione, ma con correnti a lungo sotterranee e per nulla leggibili. Nessuno, né anziano né giovane, poteva subito dopo quella data immaginare che cosa sarebbe accaduto nella seconda metà dell’800. I più vecchi, se ancora rivoluzionari, continuavano sicuramente a ragionare secondo schemi ormai superati; e anche allora i “tradimenti” furono la regola, e lo sbandamento delle forze del cambiamento sociale pressoché completo.
Per quanto Marx sia da considerarsi a tutti gli effetti uno scienziato sociale, non affatto un utopista, il “suo” comunismo ha dimostrato secondo me ampiamente di essere dell’ordine dell’immaginario. Siamo ora entrati in una nuova epoca, in una fase di transizione, da cui certamente, come sempre, usciremo con nuove coordinate di pensiero e di prassi, sia che si tratti di quelle conservatrici o invece “rivoluzionarie” (nel senso già indicato, che non implica necessariamente il trapasso ad altra formazione sociale). Tuttavia, nel frattempo, che cosa facciamo? Abbandoniamo ogni pensiero di cambiamento, accettiamo lo stato di cose presente, ci dedichiamo alle piccole questioni della nostra vita personale? Alcuni lo faranno, ma non sarà mai il caso di tutti. Per quanto mi riguarda – e non credo affatto si tratti solo di un problema mio personale – non posso che agire sul crinale di due versanti: quello del futuro, che sono convinto si manifesterà infine ma con connotati non certo profetizzabili; quello del passato che trasmette comunque una ricca messe di insegnamenti (pratici e teorici) da utilizzare al meglio, onde non si interrompa completamente la memoria storica indispensabile anche nei periodi nuovi.
Ci saranno come sempre gli avanguardisti, quelli che riscoprono l’acqua calda pur denominandola diversamente, quelli che credono sempre che la storia ricominci con loro (e da loro), che ignorano totalmente il passato, e che alla fine si disperdono e dissolvono proprio perché privi di spessore e basamento, non senza aver provocato i loro bei guai. Ci saranno poi quelli che trasmetteranno la memoria del passato, ma con la coscienza che di passato si tratta, che come tale va pensato e analizzato, discusso, sviscerato, tentando di recuperare quanto più materiale è possibile per eventuali, e ancora non note né ipotizzabili, costruzioni future; saranno certo poi coloro che si appresteranno alla nuova edificazione a scegliere quali materiali trasmessi sono i migliori per ottenere una “abitazione” confortevole e con le porte aperte ai nuovi tempi che andranno irrompendo.

4. Riconsideriamo il modo di produzione (capitalistico)

Dunque, riformulazione del vecchio concetto di modo di produzione, innanzitutto, al fine di non disperdere un’eredità che probabilmente (non sicuramente, cerchiamo di essere sobri e ragionevoli) sarà utile alle costruzioni teoriche e alle pratiche rivoluzionarie del futuro. Se qualcuno vorrà utilizzare ancora tale concetto, dovrà tuttavia essere reso consapevole e facilitato nella presa d’atto che i rivoluzionari della “vecchia” scuola (cioè noi) avevano ben compreso il fallimento di un’intera epoca di tentativi di trasformazione radicale del capitalismo in una veramente diversa formazione sociale. Dimostrare che si è coscienti di un simile colossale fallimento lo si può intanto sul piano del mutamento teorico; un mutamento deciso, effettivamente di notevole portata, che può certo essere accompagnato dal malinconico struggimento per ciò che si è perso, senza però farsi paralizzare da tale comprensibile sentimento.
La prima mossa necessaria è riconoscere infine, senza più tergiversare, che all’interno della dinamica capitalistica non si è formato, né si va formando, alcun soggetto portatore oggettivo della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, con transizione verso il comunismo. Non vi è motivo di buttare a mare l’analisi marxiana della creazione del plusprodotto nella sua forma di valore, in quanto risultato di uno storicamente specifico meccanismo riproduttivo (dei rapporti sociali capitalistici). Il plusprodotto è sempre indispensabile alle classi dominanti, di tutte le formazioni sociali, per esercitare appunto la loro più pervasiva egemonia. Tuttavia, l’errore di tanti marxisti è stato quello di passare da questa giusta premessa a conclusioni del tutto semplicistiche ed errate. In particolare due: a) che chi controlla e utilizza il plusprodotto esercita ipso facto il dominio; b) che i produttori del plusprodotto hanno una funzione speciale (e decisiva) nel provocare la trasformazione da una vecchia ad una nuova formazione sociale.
Per quanto concerne la prima conclusione, è ormai del tutto ovvia la differenza tra dominio ed egemonia, tra possibilità dei dominanti, anche per lunghi periodi di tempo, di mantenersi a spese del plusprodotto dei dominati e vera capacità di espandere e riprodurre su basi allargate il proprio dominio e il proprio mantenimento. Per conseguire quest’ultimo risultato, non è affatto sufficiente l’ottenimento del plusprodotto, è invece necessario il suo impiego al fine di riprodurre condizioni che in un certo senso “legittimino” le pretese di dominio garantendo lo sviluppo e l’ammodernamento di quella data formazione sociale; condizioni che sono certo anche economico-produttive – assai importanti in specie nella società di tipo capitalistico – ma senza trascurare la rilevanza di quelle politiche e ideologico-culturali. Tale “legittimazione” implica sempre, e si conquista tramite, l’aspro conflitto interdominanti.
Se si considera in particolare il capitalismo, il conflitto in questione ha immediata rilevanza proprio nella sfera economica; ed è qui che esso si presenta come concorrenza mercantile e il plusprodotto appare perciò nella forma del valore, venendo ad esistenza nell’ambito di una sostanziale equivalenza nello scambio di merci, ivi compresa la merce forza-lavoro, con conseguente occultamento del problema dello sfruttamento. Tuttavia, è impossibile dimenticare l’aspetto politico e culturale della “legittimazione” di cui sopra. Vorrei però che su tale questione ci fosse il massimo di chiarezza. I punti nodali sono due ed entrambi vanno sottolineati e tenuti nella massima considerazione.
Innanzitutto, la produzione resta la “base” della vita sociale, e la sfera economica ha quindi la massima importanza; quando, nella transizione al capitalismo, il conflitto penetra e si acutizza in tale sfera e si estrinseca nella formazione del mercato, è impossibile prescindere da tale suo aspetto, assolutamente ineliminabile finché durerà questo tipo di società. Nessuna egemonia della classe dominante capitalistica è possibile se non viene risolto il problema della riproduzione sociale mantenendo in piedi tale ambito del conflitto, che sempre la scoordina e squilibra tramite continue innovazioni, vero elemento dinamico e propulsivo dell’insieme sociale. E tuttavia, in secondo luogo, il dinamismo, che squassa e sconvolge gli assetti già costituiti tramite crisi economiche e ancor più sociali, deve essere sia alimentato, e nel contempo controllato, in date congiunture, sia riportato a nuovi equilibri in congiunture successive, tramite l’azione di agenti politici e culturali. Con analogia di larga massima, il conflitto nella produzione è il cervello, con i suoi processi fisico-chimici e in specie fisiologici, mentre la politica e la cultura sono la mente che “scopre” nuovi assetti (idee) e controlla e incanala i suddetti processi nel loro tumultuoso emergere al livello del pensiero.


5. Il presunto soggetto della transizione dal capitalismo al comunismo

E’ tuttavia la seconda conclusione tratta dal marxismo – quella sub b) – ad essere stata la più gravemente errata, tanto da portare a continui fallimenti, pur dopo iniziali successi, la politica rivoluzionaria dei comunisti per oltre un secolo fino al suo impantanamento definitivo. Ci si è intestarditi sull’oggettiva, necessaria, ineluttabile, funzione rivoluzionaria della classe operaia (o comunque dei lavoratori salariati) in base ad un presunto in sé rappresentato dalla sua funzione di produttrice del plusvalore (forma storicamente peculiare del più generale plusprodotto). E quando è apparsa in tutta la sua gravità la non rivoluzionarietà di tale classe nelle società a modo di produzione capitalistico maggiormente sviluppato, non si è trovato di meglio che trasferire lo stesso impianto teorico a livello mondiale, collocando tali società nella posizione del vecchio soggetto “classe proprietaria capitalistica” e considerando le società a basso, quasi inesistente, grado di sviluppo del modo di produzione in oggetto come il sostituto della classe operaia o proletariato. Si è continuato così a perpetrare l’errore e forse, perfino, lo si è aggravato.
Marx è fino ad un certo punto responsabile di tale errore di prospettiva. Egli non aveva posto nella classe lavoratrice l’oggettiva funzione rivoluzionaria solo in base alla sua posizione di produttrice di plusvalore (plusprodotto). Solo chi ha pensato in modo così profondamente sbagliato e rozzo poteva poi credere di poter sostituire le masse diseredate del terzo mondo alla classe operaia “occidentale”. Marx non era così semplicistico e schematico. E soprattutto guardava non alla semplice economia – di cui l’estrazione di plusvalore fa parte a pieno titolo – bensì ai rapporti sociali. Ebbene, è nella dinamica di questi che Marx pensava di aver individuato il concreto processo storico capace di far transitare al socialismo e comunismo. Per quale motivo ciò che Marx negava apertamente a tutte le classi dominate dei vecchi modi di produzione (schiavismo, feudalesimo, ecc.), cioè la loro funzione rivoluzionaria aperta alla nuova formazione sociale del futuro, egli lo attribuì invece alla classe lavoratrice salariata? Questa è la domanda da porsi correttamente e a cui rispondere correttamente.
Gli schiavi e i servi della gleba non erano affatto coinvolti in un processo che li portasse ad una sintesi sociale, ad una fusione, o almeno riavvicinamento, delle funzioni che avevano nella società; un riavvicinamento però che comportasse pure l’emergere – e la visibilità, sia pure in “controluce” – di un accorpamento, un coordinamento, a livello collettivo di tali funzioni tale da raffigurare in sé la formazione di un nuovo modo sociale di produrre di cui essi potessero essere gli artefici e i dirigenti. Questo invece sarebbe avvenuto, secondo Marx, proprio con riguardo alla classe lavoratrice salariata nella società capitalistica. Tutto parte dal fatto che la classe dominante, in tale società, sviluppa pienamente il conflitto nell’ambito della sfera economica. Questo comporta non semplicemente un enorme dinamismo con rapido sviluppo delle forze produttive (con effetti cui accenneremo più sotto), bensì soprattutto un accentuato processo di centralizzazione dei capitali, che favorirebbe, in un primo tempo, l’ulteriore sviluppo delle forze produttive – poiché provocherebbe l’ingrandimento delle fabbriche con sostituzione di nuove macchine sempre più potenti (e incorporanti un progresso scientifico accelerato) alle vecchie – ma avrebbe pure effetti decisivi sulla struttura sociale.
Da una parte, un numero sempre più ristretto di grandi capitalisti, dall’altra una massa crescente di lavoratori salariati. Il problema non è però nell’accentuarsi del divario per ciò che concerne sia la proprietà e la ricchezza degli individui, sia il numero dei capitalisti in rapporto a quello dei lavoratori. La quantità non si tramuta immediatamente in qualità. Il fatto è che la proprietà sempre più accentrata sarebbe divenuta una pura proprietà finanziaria, proprietà di quote azionarie delle società in possesso di fabbriche di dimensioni crescenti. Entro queste ultime si sarebbe venuto formando un corpo lavorativo, gerarchicamente stratificato (dagli alti dirigenti ai più bassi gradini del lavoro esecutivo), e tuttavia sempre più coeso nella visione di una funzione direttamente produttiva, subordinata però al comando di capitalisti estranei ad essa e in grado di appropriarsi dei frutti della sua attività in quanto semplici rentier. Questo corpo lavorativo avrebbe appunto mostrato, nella struttura dei rapporti che legavano i suoi vari strati, l’intelaiatura di una nuova forma societaria, in cui chi effettivamente produceva avrebbe anche avuto il controllo e la direzione dei processi produttivi.
Certamente, all’inizio (dopo una rivoluzione contro i proprietari), alcuni avrebbero diretto e altri ancora soltanto eseguito; e ad ognuno il prodotto sarebbe toccato solo in relazione al proprio lavoro, il che – nella concezione di Marx, a differenza di quanto successe poi nella costruzione del socialismo in URSS e dintorni – significava soprattutto qualità (complessità) del lavoro e non la sua semplice quantità. Tuttavia, si sarebbe trattato soltanto della fase di transizione al comunismo, una società, quest’ultima, in cui sarebbero sussistite ancora differenze, ma non più nel livello del sapere produttivo né nella posizione gerarchica all’interno delle fabbriche. In ogni caso, mi preme soprattutto porre in evidenza che i lavoratori salariati, secondo l’impostazione teorica di Marx, sarebbero già stati, in nuce, una nuova forma di società, una forma avviata verso il comunismo. Non era il fatto di produrre il plusprodotto (in forma di valore) ad assegnare alla massa dei lavoratori salariati la funzione di soggetto portatore della transizione ad una nuova società. Produrre il plusprodotto, in sé, è solo una condanna; e non tanto per quanto riguarda i livelli (miserabili) di vita (simile concezione è di una sconfortante banalità), ma soprattutto per i livelli culturali, di potere politico e anche, nel capitalismo, di sapere produttivo (che in tutte le società precapitalistiche è caratterizzato da progressi lentissimi).
In questo senso, allora, il comunismo sarebbe in gestazione entro “il ventre” della società capitalistica; e la rivoluzione proletaria (della massa dei salariati, dell’intero corpo lavorativo) sarebbe la “levatrice di un parto ormai maturo”. Per questo il comunismo è pensato quale sbocco di un movimento necessitato che “abolisce lo stato di cose presente”. E oltre a questo, lo sviluppo delle forze produttive provocato dal capitalismo (nella sua fase ascendente, quella in cui i capitalisti dirigono ancora i processi produttivi in virtù della loro condizione di proprietari) avrebbe infine consentito anche la fine della scarsità e la possibilità concreta di passare alla fase in cui ad ognuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni.

6. Il soggetto della rivoluzione non è creato dalla dinamica capitalistica

A quasi un secolo e mezzo dall’analisi di Marx, molti punti della stessa mostrano ancora una freschezza invidiabile. Tuttavia, per quanto riguarda la rivoluzione proletaria e il suo soggetto (o i suoi soggetti), nulla è andato come previsto da questo geniale pensatore. In senso proprio, non credo si debba dire che la storia ha falsificato la sua teoria, applicando criteri popperiani di invalidazione delle ipotesi scientifiche che mi sembrano assai poco utilizzabili in questo contesto. Tuttavia, una persona sensata non può non porsi il problema se Marx avesse individuato esattamente le dinamiche interne alla formazione sociale innervata dal modo di produzione capitalistico; anzi, con domanda ancor più radicale, bisogna chiedersi se egli avesse colto veramente le caratteristiche più decisive e “profonde” di tale tipo di società. In tutta franchezza, mi sento di rispondere oggi negativamente.
Per Marx – e il marxismo è stato ancora più schematico al riguardo – la proprietà (privata) dei mezzi di produzione è il perno attorno a cui ruota l’intero sistema dei rapporti sociali capitalistici. Tale proprietà da una parte, e la libera disponibilità di forza lavoro espropriata dei suddetti mezzi dall’altra, caratterizzano, secondo Marx e il marxismo, la relazione fondamentale che struttura il capitalismo; detta relazione dà ragione dell’appropriazione del plusprodotto in forma di valore, rispettando nel contempo, nel livello superficiale delle relazioni mercantili, il principio dello scambio secondo criteri, almeno mediamente, di equivalenza. In realtà, la proprietà è solo lo scudo protettivo del predominio degli agenti capitalistici nella sfera economico-produttiva.
Intendiamoci bene: la cosiddetta rivoluzione manageriale si è dimostrata assai meno epocale e definitiva di quanto pensato da un Burnham. Ci sono stati periodi – e particolari formazioni sociali come quella statunitense – in cui tale rivoluzione sembrava ormai un fatto compiuto; ma, in definitiva, la proprietà resta lo scudo protettivo d’ultima istanza. E tenuto conto che, data la forma capitalistica della produzione, la ricchezza prodotta si duplica in reale e monetaria, la proprietà finanziaria – non solo monetaria, ma anche di titoli azionari smerciabili come qualsiasi altro bene – è elemento decisivo di consolidamento e difesa del dominio degli agenti capitalistici. E’ però ovvio che, se si resta al livello del puro fatto proprietario, si notano soprattutto gli incessanti, e senza termine ultimo, processi di centralizzazione dei capitali (cioè della proprietà azionaria) legati specialmente alla costituzione di catene di possesso (holding), ecc.
Marx non ha mai immaginato sbocchi ultraimperialistici della centralizzazione proprietaria, non ha mai teorizzato un vero e proprio capitalismo di Stato, e nemmeno la costituzione di un organismo finanziario (banca) completamente accentrato e accentratore. Per lui, il cosiddetto feticismo delle merci non significava solo subordinazione – in una particolare fase del capitalismo, quella della libera concorrenza – di ogni “produttore” capitalistico (impresa) a “cieche” leggi mercantili. Il capitalismo, proprio nella sua essenza di modo sociale di produzione, si costituisce attraverso una fase di transizione, durante la quale il conflitto intradominanti si estende dalle sfere politica e ideologico-culturale, in cui sussisteva nelle varie formazioni precapitalistiche, alla sfera economico-produttiva dove diventa sempre più virulento; e tanto più si accentua quando si passa dalla situazione della libera concorrenza tra una miriade di piccolo-medie imprese a quella dello scontro, con temporanei accordi, tra imprese giganti oligopolistiche. Tale tipologia del conflitto spezza, frantuma la produzione in tante unità separate e relativamente autonome, i cui lavori si socializzano solo indirettamente, dopo essersi “incorporati” in quei beni definiti merci, andando a costituire, in definitiva, il valore di queste ultime.
Marx non teorizza alcuna mano invisibile, sia pure con connotati negativi invece che positivi così come considerato da Adam Smith. Che si tratti di libera concorrenza o di forme di mercato mono(oligo)polistiche, per Marx non cambia il dato di fatto decisivo: il capitalismo vive solo nella competizione, e non può vivere senza di essa. Il feticismo implica che il “produttore” (capitalistico, cioè l’impresa) guarda solo al mercato e alla competizione nel suo ambito. In certe fasi, quando la produzione di ogni dato bene è affidata a un numero indefinito di tali “produttori”, le relazioni interconflittuali sono troppo complesse e non conoscibili da nessuno in particolare; in altri casi (forme mercantili non concorrenziali e oligopolistiche) sono invece assai più semplici e leggibili; sempre, tuttavia, si deve passare per il conflitto e la sconfitta dei concorrenti: mors tua vita mea.
E’ ovvio però che, se si pensa in termini di proprietà, se cioè i rapporti di produzione diventano praticamente sinonimo di rapporti di proprietà, è facile concludere che, in presenza della centralizzazione dei capitali, vadano indebolendosi i motivi del conflitto e rafforzandosi quelli di un accordo tra l’ormai esiguo numero di capitalisti sfruttatori. I rapporti capitalistici di produzione diventano un involucro superficiale (proprietà meramente azionaria di tipo prettamente finanziario) che frena lo sviluppo delle forze produttive – prima invece favorito dal conflitto – indebolendo quindi la legittimazione dei dominanti capitalistici, che traevano quest’ultima dalla loro capacità di accrescere i livelli di vita sociali. Verrebbe allora sempre più in evidenza la cooperazione nell’ambito dell’intero corpo lavorativo (ruoli direttivi ed esecutivi) come nuovo fattore di rilancio delle forze produttive; e per di più un fattore virtuoso, di armonia fra i produttori, non di conflitto e di sopraffazione degli uni a detrimento di altri, così come avviene nel capitalismo.
A distanza di circa un secolo e mezzo da Il Capitale, il capitalismo continua a sviluppare – non virtuosamente, anzi! – le forze produttive, mentre la società che si era presunta alternativa (per buoni settant’anni) ha dimostrato di essere assai poco virtuosa e per di più, dopo i primi gradini di una sorta di accumulazione originaria, incapace di sviluppare le forze produttive e i livelli di vita della stragrande maggioranza dei suoi membri; infine è sparita dalla scena storica checché ne pensino alcuni ritardatari. E’ ora o no di cambiare qualcosa nell’originario impianto teorico del marxismo e dello stesso Marx (pur se questi non va confuso con la teoria che a lui ha preteso di ispirarsi)? Penso proprio di si!

7. Proprietà e conflitto: la distruzione creatrice

La proprietà, e i suoi processi di centralizzazione – in parte contrastati da processi contrari di scomposizione proprietaria e di disseminazione dei poteri imprenditoriali in specie in epoche di intensi “rivoluzionamenti” economici con grappoli di innovazioni soprattutto di prodotto – rappresentano una cintura protettiva del dominio nella sua forma capitalistica. Tuttavia, l’elemento centrale e veramente caratterizzante, innervante l’intero tessuto della società capitalistica, è invece il conflitto di strategie tra gli agenti di tale forma di dominio. Introducendosi, durante la transizione dal feudalesimo al capitalismo, nella sfera produttiva e provocandone la frammentazione e l’acuta dinamica interattiva, il conflitto intradominanti è la causa decisiva dell’impetuoso sviluppo delle forze produttive e della crescita della ricchezza prodotta; una crescita del tutto squilibrata tra le diverse classi sociali, e con rapidi mutamenti dei rapporti tra “redditi” (costituenti il plusvalore) – e loro ritmi di crescita – di cui godono i diversi gruppi di agenti dominanti, ma che conduce comunque ad un generale aumento del reddito anche dei ceti sociali dominati (o comunque non dominanti).
Solo lo squilibrio, come forma precipua dello sviluppo capitalistico, spiega il prodursi di quest’ultimo secondo ondate cicliche, spiega le fasi di profonda stagnazione e crisi; ma spiega anche come la produzione capitalistica non sia un gioco a somma zero, dove una minoranza si arricchisce a spese dell’impoverimento della maggioranza. Solo il regresso al socialismo ricardiano poteva portare alcuni falsi marxisti a conclusioni così aberranti. In Ricardo, profitto e salario sono in correlazione inversa; se uno cresce, l’altro deve diminuire. Marx aveva già chiarito abbondantemente che, con i metodi del plusvalore relativo, profitti e salari possono crescere entrambi in termini reali (potere d’acquisto e quindi tenore di vita); solo profitti e salari relativi – cioè le parti della giornata di lavoro che essi rappresentano – stanno in relazione inversa. Lo sviluppo capitalistico, tramite l’alternarsi della crescita e della crisi, porta tendenzialmente all’arricchimento (reale), pur se in misura squilibrata, di tutti, o quasi, gli strati della popolazione. Chi non ha ancora capito questo, continuerà a ingannare e ingannarsi, e sarà sempre sconfitto dalle lezioni “storiche”. Chi non ha capito questo, non comprenderà nemmeno mai perché Cina e India, paesi con oltre il terzo della popolazione mondiale, abbiano scelto, e irreversibilmente (basta con le illusioni), lo sviluppo (capitalistico, finiamola con le idiozie) delle loro economie.
Lo squilibrio, di cui appena detto, è il sintomo più pregnante della costituzione conflittuale della produzione capitalistica, della sua continua frammentazione che costantemente produce e riproduce, su scala allargantesi, le forme mercantili e di valore. Il conflitto di strategie (imprenditoriali) è appunto la causa fondamentale dello squilibrio, e quindi dell’andamento ad onde assunto dallo sviluppo delle forze produttive strutturate dai rapporti sociali capitalistici. L’essenzialità del conflitto strategico – ai fini della riproduzione, squilibrata e con alti e bassi congiunturali, del sistema produttivo capitalistico – spiega bene i motivi per cui è impossibile l’affermazione di tendenze ultraimperialistiche, di tendenze ad una centralizzazione che, se considerata invece nella sua mera veste proprietaria, porta all’errata conclusione dell’espulsione di detta proprietà dai processi produttivi, ove funzionerebbero solo corpi lavorativi integrati e prefiguranti, nei loro reciproci rapporti, l’intelaiatura della futura formazione sociale in transizione verso il comunismo.
Un autore “borghese” che aveva capito alcune cose essenziali del capitalismo è stato Schumpeter. Data la sua specializzazione scientifica, non trattò adeguatamente i processi sociali, limitandosi di fatto a quelli economici; e indagò perciò lo sviluppo squilibrato nella semplice veste delle ondate di innovazioni (di processo, di prodotto, di fonti di energia, ecc.), utilizzando comunque la felice immagine della distruzione creatrice. Perché è proprio così: il capitalismo ha atteggiamenti distruttivi (non solo economicamente ma anche socialmente) ma produce, tramite gravi crisi (ancora una volta sociali non meno che economiche), nuovi equilibri caratterizzati da diverse strutture di rapporti sociali (pur sempre nell’ambito della loro forma capitalistica). E un’altra cosa capì l’economista austriaco: l’ondata innovativa nasce entro il gruppo sociale dominante, che egli vide, da economista, come soltanto rappresentato dai gruppi imprenditoriali. La sua visione era rappacificante; la lotta era semplicemente tra nuovo e vecchio, e alla fine il nuovo avrebbe vinto portando l’economia su gradini di sviluppo più alti, che erano da lui considerati un bene per l’intera società, e che sarebbero stati infine raggiunti con generale soddisfazione di tutti i partecipanti al gioco produttivo. Il capitale finanziario (bancario) aveva, nel suo modello, una semplice funzione di lubrificante dell’ingranaggio, favorendo, tramite il credito, il trasferimento di fattori produttivi dai settori tradizionali a quelli innovativi. La visione edulcorata del processo sociale, invece assai più tumultuoso e gravido di conseguenze spesso catastrofiche – ivi comprese due guerre mondiali, le avventure coloniali e neocoloniali, la crisi economica (e sociale) del 1929-33, ecc. – non deve indurci a rifiutare il nocciolo razionale che esiste nel pensiero di tale autore (non comunista e non marxista).
Il conflitto intradominanti, con tutti gli squilibri che provoca, è il perno del successo e dello sviluppo del sistema capitalistico, della sua attuale, e per un’intera fase storica, rimondializzazione con rinnovata e per il momento indiscussa supremazia. Tale conflitto è però proprio quello che mette in luce, soprattutto nelle sue fasi acute, il terribile potere devastante delle strategie conflittuali intercapitalistiche (interdominanti) e apre delle congiunture, spesso lunghe, in cui il sistema mostra le sue crepe, le sue debolezze strutturali, le faglie che lo solcano, aprendo possibilità di fuoriuscita – comunque intensamente pensate, e anche praticamente cercate, da determinati gruppi di agenti strategici rivoluzionari – dalla forma capitalistica dei rapporti sociali più decisivi. Si tratta però solo di possibilità; e proprio per questo esse vengono giocate su sponde contrapposte, che non sono solo – anche se spesso avviene soltanto questo – quella della conservazione e quella della rivoluzione; a volte, lo scontro è interno all’intento rivoluzionario, è condotto sia da chi vuole mutare realmente l’intelaiatura portante dei rapporti implicanti il dominio nella sua forma capitalistica sia da coloro che invece intendono “tutto cambiare affinché nulla cambi” (secondo la felice espressione utilizzata ne Il Gattopardo).
E’ questo scontro “triangolare” – conservazione, rivoluzione contro il capitale e rivoluzione dentro il capitale – che deve ritenere la nostra attenzione. Ovviamente, essendo ben consapevoli che si faranno sempre delle semplificazioni d’ordine teorico, perché nella “realtà” ogni lato del triangolo presenta numerose sfumature; e la politica “concreta” dovrà tenerne conto.

8. Il conflitto intradominanti

In definitiva, gli agenti dominanti decisivi del capitalismo sono i portatori di strategie di conflitto per la supremazia. Un conflitto appunto tra dominanti. Il conflitto tra questi ultimi e i dominati (o non dominanti) è caratterizzato più che altro in senso redistributivo – non solo di reddito, ma anche di potere politico e ideologico-culturale – e non sfocia quasi mai in alcuna consapevole intenzionalità progettuale di fuoriuscita dall’assetto capitalistico dei rapporti sociali. Certo, tale conflitto, in congiunture particolarmente difficili e aspre, alimenta la destrutturazione sociale e contribuisce alle già considerate possibilità di rivoluzionamenti (contro o dentro il capitale). In ogni caso, ai fini della destrutturazione in oggetto, è assai più gravida di conseguenze rilevanti la conflittualità interdominanti (intercapitalistica); la lotta redistributiva in quest’ultima si inserisce e può provocare un aggravamento del “caos e disordine” in fasi di particolare acutezza della stessa.
Si è già detto dell’introduzione di tale forma del conflitto nella sfera produttiva durante la transizione al capitalismo (periodo dell’accumulazione originaria); si è già detto dunque della grande importanza assunta dagli agenti strategico-imprenditoriali in tale forma di società, importanza strettamente connessa al presentarsi della produzione nella sua caratteristica frammentazione in unità separate e relativamente autonome, tra cui corrono rapporti di competizione, con squilibrio e disarmonia, implicanti comunque la reciproca compravendita di beni che sono dunque merci aventi valore (incorporanti lavoro). Si è già rilevato che tali agenti sono difesi da uno scudo costituito dalla proprietà (anche giuridica); quest’ultima non va considerata nel suo statico aspetto di quote (ad es. azionarie) possedute, bensì in quello relativo alle dinamiche manovre (strategiche appunto) tramite cui si stabiliscono – con l’uso del diritto in quanto sedimentazione e istituzionalizzazione temporanea di dati rapporti di forza – ramificate catene di comando, nel cui ambito relativamente piccole quote di capitale investito in proprietà azionaria (dunque, fondamentalmente, finanziaria) controllano ingenti quantità di capitali investiti in attività reali, in attività produttrici di beni incorporanti valore e plusvalore.
Quello che conta dunque, per ciò che concerne la funzione degli agenti strategico-imprenditoriali, non è la mera proprietà, ma il complesso delle mosse strategiche compiute per battere i competitori (inglobandoli o espellendoli dal mercato); e tra queste mosse vanno ricomprese anche quelle relative alla proprietà al fine di costituire sempre più intricate costellazioni di potere. Tale potere, che si disloca variamente e muta le sue articolazioni interne, spesso per confondere e ingannare i competitori, non sempre mira a schiacciare l’avversario; spesso media e ricompone anche i conflitti, ma solo per stabilire nuovi terreni e modalità che consentano di combatterli con azione più efficace. Il mezzo del conflitto è comunque il plusvalore incamerato, i cui metodi di ottenimento quindi, in specie tramite innovazioni, non possono mai essere dimenticati o trascurati dai dominanti. Tuttavia, tramite il conflitto, questi ultimi non mirano semplicemente ad accrescere la propria ricchezza (reale e monetaria); a questo obiettivo essi tendono, lo ripeto, soltanto perché così vengono rafforzati i propri mezzi di lotta. Il fine ultimo è la supremazia di una frazione di capitale (cioè di agenti dominanti) su altre. Il conflitto è dunque eminentemente politico; ricomprende in sé l’arte della mediazione come quella della sopraffazione, dell’aperto e diretto uso del potere per schiacciare o invece per aggirare, ingannare, smussare, avvolgere e assorbire i poteri avversari. Non vi è mai una tendenza unilineare ad un unico centro di comando; bensì soltanto periodi di relativo coordinamento tra più centri (periodi in cui prevale la mediazione) alternati a fasi di assai più vero – capitalisticamente vero – inasprirsi del conflitto con frammentazione delle forze (centri) in lotta fino alla relativa supremazia di alcune di esse su altre.
Gli agenti dominanti capitalistici della sfera economica sono perciò, ancor oggi, prevalentemente caratterizzati dalla proprietà o potere di disporre dei mezzi di produzione. Questa, tuttavia, non è la loro funzione precipua, che è invece lo sfoggio di maggiore o minore capacità strategica ai fini della lotta per la supremazia. Tale tipologia di agenti dominanti ha perciò una certa similitudine con quella indicata da Marx: essi si estraniano sempre più dai problemi immediatamente produttivi, da quelli relativi ai costi e ai prezzi, alle innovazioni di processo e di prodotto, agli studi di marketing (nel loro senso più tecnico-economico), ecc. Simili attività sono svolte, in particolare appunto nelle grandi imprese oligopolistiche, da manager addetti ai problemi interni dell’impresa. Detti manager tengono certo conto anche dell’ambiente esterno, costituito dalle altre imprese con cui si deve competere; la loro ottica è però quella della concorrenza combattuta sfruttando al meglio le “risorse” interne dell’impresa, combinandole con maggiore efficienza ed efficacia. Essi costituiscono la membrana di quella cellula che è l’unità produttiva (impresa) capitalistica; regolano i processi di scambio con le altre cellule, ma con l’occhio rivolto ai processi interni, che debbono funzionare in modo da rendere l’unità produttiva da essi diretta superiore alle altre.
Nel modello marxista tradizionale, tutto ciò che si pone fuori (e al di sopra) di questo gruppo di manager, una volta arrivato al suo apice il processo di centralizzazione capitalistica (proprietaria), è pensato quale mero strato sociale di rentier, estraneo alla produzione e solo interessato ad accaparrarsi il plusvalore nella forma di similinteressi (dividendi azionari). L’agente strategico imprenditoriale non è invece affatto un rentier, pur se non è nemmeno principalmente interessato ai problemi produttivi interni all’impresa, che tratta da semplici mezzi per rafforzare la sua capacità competitiva ai fini della conquista di una supremazia. Tale agente non si disinteressa però dei mezzi in questione, poiché sa che da essi dipendono le sue possibilità di manovrare strategicamente; demanda solo i compiti più diretti e immediati di ottenimento del plusvalore a manager in possesso di certi saperi produttivi, tra i quali però, non a caso, sono fondamentali quelli relativi alle innovazioni di prodotto e all’analisi dei mercati di acquisto dei fattori e, soprattutto, di smercio dei prodotti. Il manager di questo tipo, interno all’attività dell’impresa e in possesso dei saperi inerenti all’ottenimento dei suoi migliori risultati produttivi – ivi compreso quello relativo ad un livello di profitto adeguato alla prosecuzione dell’attività in questione, che esige sempre ulteriori investimenti, soprattutto in nuovi e tecnologicamente più avanzati mezzi e processi produttivi – non si pone in antitesi con l’agente strategico; i suoi fini sono sostanzialmente gli stessi, anche se riguardati secondo ottiche parzialmente diverse. Pensare manager e agente strategico in contrasto, è un’ingenuità colossale.
Il sapere produttivo dei manager – cioè di quelli che Marx considerava i gradini gerarchici superiori di un collettivo corpo lavorativo, integrato e funzionante secondo modalità tendenzialmente cooperative – non ha nulla a che vedere con il famoso general intellect, che dovrebbe essere sganciato da interessi particolari per assurgere al punto di vista dell’interesse comune dell’insieme sociale. Il sapere dei manager delle imprese è estremamente parziale, deformato dal perseguimento del profitto di cui debbono godere, al massimo possibile, le diverse singole imprese che essi dirigono. L’intelletto di detti manager, dunque, è del tutto particolare, specialistico; non mira a com-prendere la produzione sociale, ma solo ad affermare la preminenza di imprese varie nell’ambito di una competizione mercantile – e dunque di una socializzazione indiretta dei vari lavori eseguiti privatamente – sempre più aspra e decisiva, che estende e approfondisce vieppiù il dominio delle forme di merce e di valore, proprio man mano che si affermano le grandi dimensioni delle imprese e che i mercati assumono quella forma definita oligopolio dalla “scienza” economica. Altro che centralizzazione monopolistica come tendenza all’unico trust mondiale e preparazione al passaggio ad una società organizzata socialisticamente!
Ancora una volta, si deve notare che Lenin coglieva bene i vari nodi della formazione sociale capitalistica arrivata a quel determinato stadio del suo sviluppo; solo che poi non concludeva dal punto di vista di una autentica innovazione teorica. Il rivoluzionario russo disse, proprio nel suo testo sull’imperialismo, che la centralizzazione monopolistica dei capitali non spegneva la concorrenza, ma la portava anzi ad un livello ancora più acuto, più intenso. Egli aveva dunque colto l’aspetto decisivo di questa centralizzazione che non implica affatto il formarsi di semplici rentier, da una parte, e di lavoratori salariati, ivi compresi i dirigenti d’alto livello, dall’altra. Tuttavia, si guardò bene dal mettere in discussione sia la centralità della proprietà privata come caratteristica essenziale del capitalismo che il parassitismo crescente del capitale finanziario quale annuncio della putrefazione dell’attuale società e del prossimo passaggio ad altra formazione sociale. Egli arrivò a concedere a Kautsky, in linea teorica, la sussistenza di quel processo che, secondo il revisionista, avrebbe dovuto portare all’ultraimperialismo; solo che, in pratica, sarebbe arrivata prima la rivoluzione connessa all’esplodere delle guerre imperialiste. Non è molto soddisfacente affermare che, in linea teorica, accade un fenomeno, ma che in pratica avviene il suo contrario, cioè l’accentuazione dello scontro intercapitalistico. E’ ovvio che occorre una “rivoluzione” anche teorica.
Per comprendere meglio questo punto, è necessario un ulteriore détour.

9. Lo sviluppo è squilibrio

Lo sviluppo di un sistema, in particolare quello economico della formazione sociale capitalistica, è stato troppo spesso analizzato partendo dal concetto di equilibrio e dallo scostamento relativamente allo stesso. Uno sviluppo equilibrato dovrebbe essere quello in cui si ha crescita, ottenuta in modo tale da non alterare le proporzioni tra i vari settori produttivi, cosicché ognuno di essi sia sbocco per i prodotti degli altri e offra i suoi prodotti agli altri; mentre i settori produttivi di beni di consumo finali dovrebbero vedere una crescita equilibrata della loro offerta in relazione all’aumento del reddito dei consumatori (della parte di reddito consumata).
Gli stessi schemi marxiani di riproduzione sono pensati secondo le modalità appena considerate, indicando la necessità di una crescita equilibrata del capitale variabile e del plusvalore del settore II (produzione di beni di consumo) rispetto al capitale costante del settore I (produzione di beni di produzione). Naturalmente, per Marx, l’individuazione della condizione di equilibrio vuol porre in luce che quest’ultimo non può poi mai in realtà essere conseguito poiché le decisioni di produzione (e conseguente offerta) e di domanda (in specie quella esistente tra i diversi settori e unità produttivi) sono affidate a tanti centri separati e in concorrenza reciproca. Da qui l’idea, attuata nel novecento nei paesi”socialisti”, che il piano, promanante da un organo completamente centralizzato capace di controllare e valutare tutto quanto accade nell’intero sistema economico, fosse in grado di mettere fine ad ogni anarchia, consentendo quindi la realizzazione di uno sviluppo economico sempre equilibrato, armonico, privo di crisi (legate alla sproporzione tra i vari settori e unità, indotta dalla mancanza di coordinamento tra varie decisioni individuali e autonome, cioè separate le une dalle altre). In questo modo, nelle economie pianificate, sedicenti socialiste, si passò infine alla crescita senza sviluppo e poi alla mancanza di crescita e stagnazione del sistema.
Non c’è affatto sviluppo senza squilibrio, senza continue contraddizioni e tensioni tra decisioni diverse e disarmoniche. “Senza contraddizione non c’è vita”, sosteneva Mao (e non solo lui). Si è interpretata questa affermazione troppo superficialmente, quasi si trattasse semplicemente della tensione tra una azione e una reazione, da coordinare e armonizzare tuttavia tra loro. Se così si agisse, si smorzerebbe la contraddizione, la si attutirebbe e infine la si spegnerebbe, spegnendo la vita. La “contraddizione” non è azione e reazione che si equilibrano, annullandosi reciprocamente. E’ invece preminenza di una delle due, a volte alternativamente, con squilibrio, frecce di svolgimento dei fenomeni a linee spezzate, con mutamenti di direzione, accelerazioni e rallentamenti, inversioni di tendenze, ecc. E soprattutto con una dinamica caratterizzata da bruschi mutamenti strutturali e qualitativi, non soltanto da crescite o diminuzioni quantitative.
Solo le società “fredde”, quelle rimaste allo stato tribale per millenni, non conoscono veramente la “contraddizione” intesa nel senso appena indicato. Le società precapitalistiche sono caratterizzate da tensione e squilibrio soprattutto nella sfera politica (e militare) e in quella ideologico-culturale. La società capitalistica dispiega il massimo dinamismo, sempre fatto di tensione e squilibrio, nella sfera tecnico-produttiva. E’ questa a dettare i suoi ritmi, e i suoi scoordinamenti, anche a quelle maggiormente dinamiche nelle formazioni sociali precedenti. Forme di merce e di valore nascono dalla frammentazione di tale sfera produttiva in centri separati; ma la frammentazione è l’effetto della contraddizione e conflitto che, prima virulenti soprattutto in ambito “sovrastrutturale”, si introducono, nel periodo dell’accumulazione originaria del capitale, nella “base” economico-produttiva. La tendenza dello scambio mercantile all’equivalenza è sempre in atto, ma sempre viene contraddetta dallo squilibrio intrinseco allo sviluppo.
E’ però la tensione squilibrante a dar ragione di questa tendenza all’equivalenza nello scambio; è lo squilibrio a indicare il possibile equilibrio. Sarebbe un guaio se l’equilibrio fosse conseguito realmente; immediatamente si produrrebbe un collasso di quella certa situazione fenomenica. L’uomo si mantiene in equilibrio camminando, spostando quindi continuamente la posizione (e l’assetto strutturale, la combinazione delle forze) del suo baricentro; e quanto più veloce riesce ad andare, tanto meglio cammina dando l’impressione del coordinamento e dell’equilibrio. Anche quando sta fermo in una data posizione, mille sono i movimenti contrapposti dei suoi muscoli che gli consentono di mantenere quest’ultima.
Ancora una volta ricordo: la merce non implica semplicemente, né prevalentemente e in ogni caso (in ogni epoca storica del capitalismo), la subordinazione di ogni individuo a “cieche leggi”. La merce è il prodotto di una spinta conflittuale e squilibrante – introdottasi nella sfera economica – che sembra continuamente avviata all’equilibrio (l’equivalenza), mentre quest’ultimo è invece altrettanto continuamente vanificato dalla spinta in questione. E lo scostamento dall’equilibrio (dalla equivalenza nello scambio mercantile) non è un gioco a somma zero; non avviene che alcuni guadagnino quanto altri perdono. Il gioco è sempre a somma o positiva o negativa; e quando ciò accade, è anche possibile che tutti ci guadagnino o, rispettivamente, ci perdano, ma mai in quantità né in proporzioni eguali.
Nel capitalismo, in realtà, quando vi è somma negativa (la crisi), generalmente non tutti ci perdono, anzi; e quelli che perdono, come appena rilevato, vanno comunque incontro a perdite assai differenti. Contano poi i tempi del verificarsi del “gioco a somma negativa”. In epoche di effettivo scontro policentrico, aperto alle più casuali (e allora veramente “cieche”) spinte violente e contrastanti, si verificano spesso bruschi collassi e cadute verticali, che si esprimono con modalità diverse: dalla guerra generale alla rivoluzione in dati paesi alla crisi economica del tipo di quella del 1929, ecc. In altri casi, ad es. in epoche ancora in buona misura monocentriche, le spinte sono assai meno “cieche” e portano a crisi – militari, politiche, economiche – di minore acutezza pur se magari più prolungate (tipico il caso della crisi economica del 1873-96).

10. Il conflitto tra agenti dominanti nelle diverse sfere (e sottosfere) sociali

Forti contrasti di idee e tumultuosi processi a livello del pensiero possono provocare tensioni e scompensi nei fenomeni fisico-chimici e fisiologici che si svolgono in sede cerebrale. E’ bene sottoporre questi ultimi a moderato controllo onde evitare scompensi e crisi fisiche che possono condurre l’organismo in situazione di forte pericolo. Tale controllo non può però che tradursi in progetti predisposti nel livello “sovrastrutturale” delle idee. Ed è ancora da rilevare che il controllo non dovrebbe comunque mirare a comprimere, soffocare, contenere, lo sconvolgimento al livello ideale e di pensiero; bensì invece ad inserirsi in esso, nelle sue contraddizioni onde sviluppare determinate prospettive in certe direzioni, altrimenti mai si avrebbero idee innovative, che provocano squilibrio e rottura rispetto alla situazione precedente.
Non spingiamo però oltre queste analogie, certamente sempre imperfette. Nella formazione sociale del capitale, il conflitto si sviluppa in modo particolarmente accentuato e virulento nella sfera economico-produttiva; questa è anzi la specifica caratteristica dell’attuale società in relazione alle precedenti. Un conflitto che si sviluppa in tale sfera sociale, come già si è detto più volte, frammenta la produzione in unità separate e dà quindi vita alle forme di merce e di valore. La produzione di merci ha perciò un aspetto reale (i beni effettivamente ottenuti) e un aspetto monetario; i due lati si autonomizzano dando vita a (sotto)sfere separate: tecnico-produttiva e finanziaria, ognuna delle quali è suddivisa nelle diverse unità operative dette imprese. La competizione per la supremazia interessa entrambe queste sottosfere con modalità parzialmente simili, con l’alternanza di attenuazione e acutizzazione della stessa, con accordi parziali in vista di una più generale manifestazione di potenza al fine di imporsi.
In entrambi i tipi di unità operative (imprese produttive e finanziarie) si verificano innovazioni, sia di processo che di prodotto; lo squilibrio caratterizza quindi lo sviluppo delle due sottosfere economiche appena considerate. Tuttavia, a questo proposito, non vi è vera simmetria tra le attività tecnico-produttive e quelle finanziarie. Nelle prime, gli agenti strategico-imprenditoriali, in date fasi di accentuazione del conflitto, favoriscono spesso l’azione degli apparati manageriali in vista di effettive innovazioni (in specie di prodotto) che aprono nuove epoche della produzione, provocando intensi processi di squilibrio intersettoriale con possibilità di crisi, che rappresenta solitamente la schumpeteriana distruzione creatrice, e non implica invece affatto la definitiva stagnazione o il “crollo” del sistema capitalistico come sostenuto da certo marxismo. Solo che l’economista neoclassico pensava l’apparato bancario in termini di puro ausilio al trasferimento di risorse dai settori tradizionali a quelli innovativi, in ciò accettando una visione di detto apparato come sostanzialmente addetto al credito, con funzione fondamentalmente tecnica (sia pure di tecnica finanziaria); una funzione non passiva, ma sempre molto aderente agli scopi perseguiti dagli imprenditori (dell’industria) innovatori. Anche in tal caso, mancava la considerazione del ruolo prevalentemente strategico ricoperto dagli agenti capitalistici dominanti, che mirano al conflitto onde ottenere la supremazia; e che solo ai fini di tale tipo di conflitto sono interessati all’ottenimento e al controllo dei profitti (plusvalore).
Gli agenti strategico-imprenditoriali della sottosfera economico-finanziaria non danno, di per se stessi, impulso alla distruzione creatrice; lo fanno solo se trainati, dunque solo se, nell’ambito del blocco sociale dei dominanti, si trovano in posizione subordinata, d’appoggio, rispetto agli agenti strategici innovativi della sottosfera produttiva. Quando sono in posizione preminente, e dunque in grado di perseguire i loro interessi fondamentali, i finanziari hanno anzi quella funzione che il marxismo tradizionale attribuiva (correttamente) ai rentier: una funzione di tendenziale stagnazione, al massimo di tentativo di crescita senza sviluppo, di “oppressione” dell’industria (di tipo “assistito”) – pur sempre decisiva ai fini dell’estrazione del plusvalore – onde avocare a sé la maggior quota possibile di quest’ultimo. Il marxismo della tradizione non sbagliava nel giudizio intorno al ruolo negativo ricoperto da questi agenti dominanti finanziari; errava nel prevedere che, con i processi di centralizzazione monopolistica, l’intera classe dominante sarebbe stata, tendenzialmente, costituita da agenti di tale tipologia (i rentier).
Per comprendere meglio la situazione, è necessario uscire da semplici considerazioni di economia – sia pure “critica”, sia pure in grado di dare rilevanza al problema certo cruciale del plusvalore – per meglio afferrare la costituzione della classe dei dominanti, e delle varie frazioni in cui si suddivide. Gli agenti della sottosfera produttiva sono quelli che, almeno in potenza, danno impulso alla vera e propria innovazione tecnica e di prodotto. Non però direttamente, ma influendo – tramite le loro strategie conflittuali miranti alla supremazia – sugli apparati manageriali dediti soprattutto alla direzione delle dinamiche interne alle varie unità operative (imprese); poiché è da tali apparati che generalmente, nelle grandi imprese del capitalismo oligopolistico, viene gestita l’attività innovativa di processo e di prodotto. Tuttavia, anche i veri dominanti della sottosfera economico-produttiva, questi agenti attuanti strategie di conflitto che possono favorire l’effettiva innovazione, hanno una visione dei processi tendenzialmente limitata alla questione dei mercati, alla predominanza in essi. E’ comunque vero che, nello svolgere la loro attività, proprio per la tipologia (politica) della stessa, essi coinvolgono nel mulinello del conflitto gli agenti della sfera politica (in particolare dello Stato) e poi, in definitiva, anche quelli ideologico-culturali.
Nel momento in cui le analisi dell’economia, della politica, della cultura, sono fra loro intrecciate nella valutazione degli effetti della lotta tra le varie frazioni di dominanti per la supremazia, è un po’ difficile restare sul mero terreno del concetto di modo di produzione (capitalistico) in generale, è sterile limitarsi alla divisione della società tra una minoranza di capitalisti – per di più considerati quali semplici proprietari – e una maggioranza di lavoratori salariati da cui si ottiene il plusvalore. Dal modo di produzione si deve passare alla visione della formazione sociale capitalistica mondiale suddivisa in diverse sezioni socio-spaziali, ognuna delle quali è dotata di un sistema economico, di un sistema politico, di un sistema culturale, con complicati intrecci sia tra queste varie sezioni, sia tra i tre sistemi entro ogni sezione, sia tra ognuno dei tipi di sistemi con gli analoghi delle altre sezioni.
E’ oggi, per esempio, stucchevole l’affermazione circa una presunta fine della funzione degli Stati (sfera politica) nazionali; anzi, attualmente, si constata certo quanto poco è finita questa funzione. Tuttavia, il problema da discutere non è tanto l’ambito nazionale o meno della stessa. Come la sfera produttiva è frammentata nelle diverse unità operative, e non è pensabile, nemmeno come tendenza, la realizzazione di una qualsiasi situazione ultraimperialistica, così la conflittualità strategica divide e fraziona, mondialmente, la sfera politica e quella culturale. Possono esserci periodi di apparente omologazione culturale o di predominio schiacciante di una politica (statale) sulle altre – così come esistono periodi di crescente monopolizzazione dell’economia che sembra avvicinarsi alla situazione di unico trust mondiale per il semplice fatto che un sistema economico è fortemente preponderante rispetto agli altri – ma si aprono poi sempre periodi di tendenze opposte; e allora il frazionamento, e la lotta tra frazioni, riprendono vigore.

11. Riarticolazione più precisa del conflitto tra agenti dominanti

Sintetizziamo, ma anche articoliamo, quanto appena detto. Possiamo dividere i dominanti in alcune frazioni decisive, sempre con riferimento al loro carattere strategico-conflittuale: economico-produttive, economico-finanziarie, politiche e culturali. Le prime due utilizzano le unità operative tipiche della sfera economica del capitalismo (le imprese), e sono certamente interessate all’ottenimento del plusvalore (sotto forma di profitti), ma soprattutto confliggono per accaparrarsene quote maggiori da impiegare quali mezzi nella lotta per la predominanza. Non è affatto indifferente, nelle diverse sezioni socio-spaziali del capitalismo mondiale, se nel blocco dominante prevale l’uno o l’altro tipo di agenti strategici economici (i produttivi o i finanziari). Tuttavia, tali agenti, nel loro complesso, pur sviluppando attività di tipologia politica (le strategie), e pur coinvolgendo in queste gli agenti più specificamente politici e quelli culturali, hanno una visione d’insieme ancora limitata, ancora troppo ancorata ad una competizione per le quote di mercato (e, ovviamente, per le zone di investimento dei capitali).
L’intervento degli agenti della sfera politica e di quella culturale è allora un fattore importantissimo nella lotta per la supremazia tra le diverse frazioni della classe dominante capitalistica; e l’analisi di tale lotta deve dunque far largo posto ad una attenta considerazione delle attività degli agenti appena nominati, mentre il restare sul mero terreno del conflitto tra capitale e lavoro per la suddivisione del prodotto tra profitti e salari – e, più in generale, per le condizioni di vita e di inserimento sociale e politico – impedisce di capire alcunché della lotta in oggetto. Come è decisivo cogliere chi prevale, in una determinata fase storica e in una certa sezione della formazione mondiale capitalistica, all’interno degli agenti strategici economici (se quelli produttivi o quelli finanziari), così è cruciale comprendere quale effettiva articolazione, e costellazione di potere, esista nell’ambito del complesso degli agenti dominanti addetti al conflitto strategico – complesso costituito da quelli economici come da quelli politici e culturali – sempre in quella determinata fase storica e in quella certa sezione del capitalismo mondiale.
Gli agenti strategico-conflittuali economici lottano soprattutto per la (re)distribuzione delle quote di mercato e delle zone (e settori) di investimento dei capitali fra le varie imprese o gruppi collegati di imprese; quelli politici si scontrano in specie per la (re)distribuzione delle aree di influenza tra le diverse sezioni socio-spaziali della formazione capitalistica mondiale; quelli culturali si confrontano in particolare ai fini della (re)distribuzione delle capacità di attrazione in termini di egemonia ideologica. Per fare un solo esempio per il momento: quando, in una determinata sezione del capitalismo mondiale e in una data fase storica, prevalgono nettamente gli agenti strategici economici (imprenditoriali), e in particolare se fra questi predominano i finanziari, possiamo essere quasi sicuri che la ristrettezza di vedute strategiche “globali” di tali agenti – troppo limitate ai problemi del mercato e ad una serie di giochi politico-finanziari per il controllo delle varie imprese o gruppi di imprese – definisce una situazione (in varia misura monocentrica) in cui una sezione socio-spaziale (spesso nazionale) del capitalismo predomina ancora troppo nettamente sulle altre. Quando, e qualora, si entri in una situazione di più decisa e aspra conflittualità policentrica, assumono posizione cruciale (quanto meno prendono decisamente il davanti della scena) gli agenti politici e, appena in subordine, quelli culturali.
La leniniana “analisi concreta della situazione concreta” non deve essere intesa nel senso di uno spicciolo empirismo, della presunta rilevazione di una, quasi sempre immaginaria, “situazione di fatto”. E’ in ogni caso necessaria la teoria, con la sua capacità di sintesi e semplificazione della dinamica che investe, in una data fase storica e nelle diverse sezioni della società capitalistica mondiale, la struttura fondamentale dei rapporti sociali, con particolare riguardo all’articolazione interna dei blocchi (di agenti) dominanti e ai loro reciproci conflitti, più o meno acuti e implicanti uno squilibrio e disarticolazione sociali più o meno accentuati. La teoria per questa “analisi concreta ecc.” non è però semplicemente quella imperniata sul concetto di modo di produzione capitalistico, che indica la forma generale dei rapporti in questa società, senza limitazioni di spazio e di tempo. E’ necessario riferirsi ad una fase particolare dello sviluppo capitalistico e all’articolazione della formazione sociale mondiale in diverse sezioni, costituite ancor oggi da paesi o gruppi di paesi, spesso da ambiti nazionali o di intreccio tra nazioni.
D’altronde, pur se ci si potesse limitare al concetto di modo di produzione, quest’ultimo, interpretato in senso tradizionale, non consentirebbe di andar oltre i rapporti decisivi nella sfera economica (le relazioni tra capitale/proprietà e lavoro salariato); basandosi invece sulla centralità del conflitto strategico, si è almeno in grado di superare quest’ambito per affrontare la questione dei blocchi (di agenti) sociali dominanti in quella data fase e in quella determinata sezione socio-spaziale. La configurazione specifica di tali blocchi va affrontata appunto fase per fase e sezione per sezione. Poche le indicazioni generali; prima fra tutte la distinzione degli agenti strategici (i dominanti) in gruppi economici (produttivi e finanziari), politici e culturali, con le loro particolari funzioni già messe in luce poco più sopra (lotta per i mercati e le zone e settori di investimento dei capitali, per le sfere di influenza e di egemonia).
Nelle epoche storiche in cui il capitalismo mondiale è strutturato, pur nella competizione generale, intorno ad un centro rappresentato da una sua sezione socio-spaziale (in genere, fino ad oggi, un paese e una nazione), il blocco dominante di tale centro vede ampiamente rappresentati gli agenti strategici di ogni tipologia, con mutevoli rapporti di forza tra i diversi gruppi. Negli altri paesi e sezioni del capitalismo avanzato, non centrali, in linea generale tendono a prevalere i gruppi economici e, fra questi, quelli finanziari, che sono i più servili e proni, sempre alla ricerca di accordi subordinati con i dominanti centrali, dai quali cercano di ottenere spazi per industrie già mature e una partecipazione alle operazioni finanziarie orientate da questi dominanti. La schumpeteriana distruzione creatrice parte dal centro e si diffonde all’intero capitalismo avanzato, ma all’inizio con modalità che il centro tenta di controllare e orientare secondo i suoi precipui interessi.
Tuttavia, lo squilibrio che viene così creandosi, sollecitando gli appetiti di molti e sempre più numerosi gruppi capitalistici, conduce alla fine, pur in presenza di forti elementi oligopolistici nei settori innovativi (caratterizzati ormai da grandi dimensioni di impresa), ad un accentuarsi della competitività con accrescimento del disordine complessivo. Lo sviluppo tumultuoso tende a trasformarsi in crescita lenta o in crisi (economiche e/o sociali) striscianti, che possono anche accelerarsi con disagi, disorganizzazione, sensazione di un declino che pare irreversibile, pur magari in presenza di qualche periodo di nuova crescita (ma, in genere, non sviluppo). Se e quando possa avvenire una più veloce precipitazione degli eventi, è praticamente impossibile da prevedere. Tuttavia, qualora si verifichi tale precipitazione, vengono in primo piano, e svolgono una funzione di accelerazione della crisi, i gruppi di agenti strategici di tipo politico e ideologico-culturale. Senza la formazione di questi gruppi e la realizzazione (disordinata) delle loro funzioni specifiche – in ogni caso rivoluzionarie, pur quando si limitino a collocarsi dentro il capitale – non è pensabile alcuno sbocco della crisi innescatasi; i gruppi dominanti centrali, pur magari ancora in forte vantaggio, non sono più in grado di riorganizzare e riordinare le varie attività (economiche, politiche e culturali) secondo la loro volontà, mentre quelli dei paesi non centrali restano allo stato embrionale, latente, e non sviluppano quindi le loro specifiche attività.
E’ comunque difficile non pensare che, in un congruo periodo di tempo (un tempo storico), vadano emergendo – così come avvenne tra gli ultimi decenni dell’800 e la prima metà del ‘900, con il declino della centralità inglese – nuovi centri capitalistici in forte competizione di ogni tipo. Quando a ciò si arrivi, non ha più senso limitarsi all’analisi dei mercati, dei movimenti di capitale e della competizione tra le imprese, grandi o piccole. Il vero, acuto, conflitto intercapitalistico vede anzi in primo piano l’aspetto politico, con ampio ricorso al suo “prolungamento” militare; e, pur quando si tratti di un processo lungo e sotterraneo, viene sempre più in evidenza anche la preparazione “ideologica” allo scontro, il tentativo di ogni blocco socio-spaziale di agenti strategici dominanti di far prevalere i propri valori culturali, potremmo ben dire la propria “visione del mondo”, contrapposta ad altre. Nel momento in cui tali condizioni maturano, sono generalmente assommati tutti i presupposti per una, solo possibile, precipitazione degli eventi in direzione rivoluzionaria; ma non necessariamente contro il capitale. I comunisti e marxisti affermavano l’ineluttabilità della trasformazione anticapitalistica, con transizione al comunismo, in base all’errata convinzione circa la sicura formazione del soggetto oggettivamente portatore della stessa; quel soggetto, il lavoratore collettivo cooperativo, che, per i motivi più sopra considerati, avrebbe avuto già in sé prefigurata la trama dei nuovi rapporti sociali. Non c’è invece proprio nulla di oggettivo e di deterministicamente necessitato; solo delle possibilità, e difficili da cogliere.

12. Analisi del conflitto intradominanti nelle diverse fasi storiche del capitalismo

In ogni data situazione storica, vanno quindi analizzati struttura e rapporti di forza tra gli agenti dominanti o decisori (quelli strategici) delle varie tipologie, da me schematicamente ridotte a quattro: economico-produttive, economico-finanziarie, politiche e culturali (parlo di funzioni, ovviamente, non dei soggetti empirici che possono ricoprirne più d’una contemporaneamente). L’analisi di fase deve essere guidata comunque da una teoria di massima, la teoria del conflitto strategico e dei suoi portatori, una teoria che può indicare, all’ingrosso, le situazioni in cui è più probabile prevalga l’una o l’altra delle suddette frazioni (e le loro alleanze, ecc.). Esistono condizioni di conflitto di tale acutezza – a tutto campo e tra più centri capitalistici – in cui si aprono possibilità di crisi rivoluzionaria (cioè di trasformazione rapida e tumultuosa delle configurazioni economiche e/o politiche e/o culturali, ma non in direzioni deterministicamente prestabilite). Il problema è comprendere se e come possano formarsi agenti strategico-rivoluzionari, e con quali intenzioni – se per una trasformazione dentro o invece contro il capitale – si muovano all’interno della distruzione creatrice (mai, in ogni caso, limitata all’economia).
Il marxismo, ortodosso o certe sue derivazioni “degenerate”, ha sempre creduto alla crisi finale del capitalismo e al suo necessario trapassare in una formazione sociale altra, caratterizzata da elementi socialistici e comunistici. Vediamo secondo quali schemi di base si è pensata questa crisi e trasformazione. Innanzitutto, la tesi più tradizionale (e antica), di cui si è già detto. La dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico dovrebbe condurre alla formazione del lavoratore collettivo cooperativo (e/o del general intellect), su cui poggerebbe l’ineluttabile transizione ad una società diversa e di tipo comunistico. Occorrerebbe comunque organizzazione e attività difficilmente pensabile come soltanto pacifica e “democratica” (soprattutto se in senso banalmente elettorale); nessun marxista serio (e sensato) ha mai creduto a simili sciocchezze. L’oggettiva formazione del soggetto della transizione avrebbe soltanto garantito il successo di detta attività e messo in mostra le fondamentali linee organizzative della nuova società.
Una variante di tale tesi, anch’essa già sopra ricordata, era la supposta divisione del mondo tra paesi e aree capitalisticamente avanzati e paesi e aree condannati al sottosviluppo, dove le masse miserabili e diseredate si sarebbero infine rivoltate contro uno stato di cose che, altrimenti, le avrebbe sempre tenute in condizioni di estrema indigenza. Anche in tal caso, l’organizzazione di queste masse e un’attività retta da precisi fini – in cui la lotta per la liberazione nazionale e dallo sfruttamento coloniale (e neocoloniale) e quella per la costruzione della nuova società non più capitalistica si sarebbero intrecciate strettamente e contemporaneamente – erano considerate necessarie e inevitabili.
Queste due ipotizzate “vie”, rivoluzionarie e non scevre di realismo, si sono alla fine, dopo un’epoca di indubbi successi, rivelate fallimentari; e le pratiche sviluppate a partire da esse si sono arenate ormai definitivamente. I motivi li ho già sopra accennati; non li ho approfonditi, ma ritengo veramente inutile farlo, e non semplicemente in questa sede, visti i risultati finali di entrambe le “vie”.
Interessante, e forse fecondo di qualche insegnamento, mi sembra quanto sostenuto soprattutto da Lenin nell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione russa. Egli dovette prendere atto del “tradimento” delle socialdemocrazie, dell’“oriente avanzato e l’occidente arretrato” (dal punto di vista politico, non certo da quello dello sviluppo capitalistico). Egli non volle rimettere in discussione il principio secondo cui il soggetto fondamentale della rivoluzione (contro il capitale) sarebbe la classe operaia (versione ridotta del marxiano lavoratore collettivo cooperativo); nel contempo fu costretto a riconoscere, in pratica, la debolezza politica di quest’ultima, pur attribuita alla pochezza e all’opportunismo dei suoi dirigenti, nel mentre aveva ben più ampio risalto la lotta delle masse in paesi capitalisticamente poco sviluppati e in cui, dunque, gli operai erano assai poco numerosi in rapporto al complesso della popolazione.
La tesi formulata da Lenin fu quella dello sviluppo diseguale dei vari paesi capitalistici, e di diverse ondate di tale sviluppo, per cui certi paesi ascendenti, ma scarsamente rappresentati nella distribuzione delle sfere di influenza mondiali, si sarebbero scagliati contro le potenze capitalistiche di più antica data per recuperare, diciamo così, il “tempo perduto”. In questa lotta titanica e generale, sfociata nella “Grande Guerra”, i paesi in ritardo – cioè con sviluppo capitalistico incipiente (tipo Russia) – avrebbero visto crollare le loro strutture politiche e sociali interne, facendo esplodere il malcontento delle masse ridotte alla fame; nel contempo, nelle aree diventate colonie o semicolonie dei paesi capitalistici della prima ondata, la lotta interimperialistica avrebbe messo in moto le forze nazionaliste e indipendentiste.
Questa tesi è interessante pur se la sua formulazione originaria è oggi scarsamente utilizzabile. Essa di fatto si basa, non però in modo chiaro ed esplicito, sull’idea che la tendenza più “profonda” dello sviluppo capitalistico non è quella al riequilibrio ogni volta ch’esso è sottoposto a shocks capaci di alterare una precedente situazione di equilibrio. Per quanto non sia facile pensarlo, e tanto meno formalizzare questo pensiero, mediante le categorie secondo cui siamo abituati a pensare, lo squilibrio è proprio la tendenza sempre sottesa allo sviluppo di un sistema perfino quando esso appare stagnante e apparentemente fermo, mentre l’equilibrio va ritenuto non semplicemente temporaneo, bensì un punto ideale, e quindi uno strumento analitico per “ricostruire” la dinamica del sistema in questione, spesso assai utile per le possibili applicazioni in sede pratica e per determinati usi; l’equilibrio non dovrebbe però mai essere considerato come un reale punto su cui detto sistema possa assestarsi sia pure per un istante infinitesimo. Del resto, l’utilità pratica del punto di equilibrio (pensato, idealizzato) si ha solo quando il sistema non conosce mutamenti strutturali (e qualitativi) erratici e privi di una direzione di possibile predeterminazione. Quando tale tipo di mutamenti è sempre all’ordine del giorno – com’è nella storia delle società umane, in specie se considerata per epoche di una certa lunghezza – pensare le dinamiche secondo sequenze di punti di equilibrio, ipotizzando cioè azioni squilibranti e reazioni riequilibranti, è di solito fortemente limitativo.
Il leniniano sviluppo diseguale dei capitalismi non va nemmeno assimilato allo squilibrio pensato da molti autori nel secondo dopoguerra – si pensi per tutti a Myrdal – con riferimento al rapporto sviluppo-sottosviluppo. In quest’ultimo caso, si sosteneva che, quando in un’area si fosse manifestato un certo sopravanzamento rispetto ad altre, si sarebbe messo in moto un processo cumulativo di accentuazione dello sviluppo della prima con impoverimento e crescente ritardo delle seconde. Lo schema è ancorato alla semplicistica visione del positivo da una parte che implica il negativo dall’altra. Dopo lo sviluppo dei paesi del sud-est asiatico (le cosiddette “tigri”) e con Cina, e adesso anche India, che potrebbero diventare in qualche decennio delle nuove potenze capitalistiche mondiali, quello schema non ha più alcuna ragione d’essere. Invece, viene ancora una volta verificata l’idea di un mutamento, erratico e imprevedibile, dei rapporti di forza (economici e non) tra vari paesi capitalistici; per l’appunto, Cina e India in forte crescita e l’Europa, pur ancora zona ad alto sviluppo, in relativo arretramento.
Lo sviluppo diseguale, in senso proprio, si situa però in una fase storica di non eccessivo disquilibrio di forze tra vari paesi, o aree, capitalisticamente avanzati; in tale situazione, la lotta tra di essi si dispiega in tutta la sua ampiezza, investendo non semplicemente i loro sistemi economico-imprenditoriali (produttivi e finanziari), bensì anche gli ambiti politici (e militari) e ideologico-culturali. L’uso della forza è caratteristica precipua di epoche in cui si ha un non eccessivo dislivello di forza tra paesi ad alto sviluppo capitalistico. Si tratta di quelle che ho definito spesso epoche policentriche, come appunto quella tra otto e novecento che è stata la vera fase dell’imperialismo, poiché quest’ultimo non è “stadio supremo” del capitalismo, bensì periodo di trapasso tra la supremazia mondiale di un dato paese (di un dato sistema economico-politico-culturale) e la supremazia di un altro; nell’epoca appena accennata si verificò il passaggio dal dominio (con relativo monocentrismo) inglese a quello statunitense.
E’ proprio nelle epoche completamente policentriche che si verifica lo sviluppo diseguale, con rapidi (in termini di tempi storici ovviamente) cambiamenti dei rapporti di forza tra vari centri capitalistici. Questi cambiamenti rapidi, però, sono il frutto della messa in moto di una conflittualità intercapitalistica (e, a quel punto e solo a quel punto, interimperialistica) che si acutizza quando dalla prevalente competizione nella sfera economica si passa a quella a tutto campo, a quella che investe con forza innanzitutto la sfera politica (con i suoi prolungamenti bellici) e, in subordine, quella culturale. E’ in tali epoche che si ha il massimo dispiegamento della forza nel conflitto intradominanti con periodi di crisi – economiche, politiche (e militari), culturali, con particolare accentuazione delle seconde – che accrescono lo squilibrio nei rapporti tra i vari paesi e aree capitalistici fino a quando un paese o area tende nuovamente a prendere la supremazia avviandosi verso la riapertura di una nuova epoca monocentrica.
Nei periodi di più aperto dispiegamento della conflittualità policentrica (imperialistica) non è per nulla predeterminato e prevedibile, innanzitutto, chi sarà in grado di prevalere; inoltre, non soltanto si verificano congiunture di crisi implicanti il netto peggioramento delle condizioni di vita di masse imponenti – questa è una tipica condizione necessaria ma nient’affatto sufficiente né decisiva – ma soprattutto si produce spesso il crollo di istituzioni e apparati politici e una forte incrinatura dell’ideologia e cultura delle classi dominanti in quei paesi capitalistici che Lenin definiva “anelli deboli della catena imperialistica”. Invece, nei periodi storici in cui ci si stia allontanando da una configurazione monocentrica, senza che ancora si sia pienamente manifestata quella imperialistica – periodi in cui si nota un certo accentuarsi della competizione tra agenti economici, ma è ancora troppo debole il conflitto tra agenti politici e culturali – si verificano in genere fenomeni di stagnazione, di crisi (non solo economica, bensì anche sociale e politico-culturale) di tipo strisciante, di putrescenza e degenerazione lenta, soprattutto in dati paesi e aree in relativo arretramento mentre altri crescono di peso in tutti i sensi. Laddove si manifestino i fenomeni di crisi o di crescita (non più sviluppo) stentata e tendenzialmente per brevi periodi, ovviamente si accentuano il disagio e il malcontento sociali, si avverte una carenza di prospettive, si rinvigoriscono i conflitti per la redistribuzione di reddito, di potere politico, di egemonia ideologica; tuttavia, le varie frazioni dominanti, in particolare alcune di esse, non vedono disgregarsi la loro influenza preminente sui dominati, che restano anch’essi entro il puro orizzonte della difesa delle loro condizioni di vita, cioè sviluppano lotte distributive, sovente assai corporative.
E’ bene non crear(si) soverchie illusioni. Nulla è senza dubbio sicuro e determinato con assoluta certezza; tuttavia, in linea generale, le condizioni per una reale crisi rivoluzionaria si creano nei periodi del massimo dispiegamento della conflittualità policentrica, che vede a quel punto la più violenta accentuazione della stessa proprio nelle sfere politico-militare (soprattutto) e ideologico-culturale. Per quanto decisiva sia, nel modo di produzione capitalistico, la sfera economica, dove si sviluppano le forze produttive in grado di estrarre sempre maggiori quantità di plusvalore quale mezzo del conflitto strategico tra dominanti per assumere la preminenza, è solo quando tale conflitto si sviluppa al suo più alto grado di acutezza tra agenti dominanti politici (per le zone di influenza) e, appena in subordine, tra quelli culturali (per l’egemonia ideologica), che si entra veramente in una fase di possibili congiunture rivoluzionarie in determinati paesi e aree (gli “anelli deboli”). Tuttavia, ritornando all’inizio di questo scritto, la crisi rivoluzionaria non è necessariamente contro il capitale, proprio perché nessun soggetto agente in tale crisi si forma oggettivamente nelle viscere stesse della forma capitalistica di società, collocandosi in una posizione antitetica rispetto ai suoi specifici rapporti. I giochi rivoluzionari sono aperti: contro o dentro il capitale.
E qui arriviamo al dunque.

13. Fasi mono e policentriche. Spontaneità e trasformazione rivoluzionaria

Sarebbe del tutto assurdo voler predeterminare le tappe che dovrebbe attraversare una crisi rivoluzionaria, indicando con sicumera gli agenti della stessa e i mezzi che essi dovrebbero impiegare. Tale atteggiamento, tipico di piccole sette di comunisti e sedicenti marxisti (come prima di altrettali sette di anarchici), è puramente e semplicemente fastidioso per il suo delirio e la sua rozzezza intellettuale. Assai più serio, e realistico per l’epoca in cui fu formulato, è il principio, affermato da Marx e poi ripreso da tutto il marxismo, secondo cui si viene formando un soggetto della trasformazione dentro lo sviluppo progressivo del modo di produzione capitalistico. Si deve tuttavia ammettere, ormai in via definitiva, che così non è; e non per una semplice “falsificazione” storica, ma come risultato di una analisi teorica più adeguata e realistica della dinamica del modo di produzione in oggetto.
Il capitalismo – osservato non solo sotto l’angolazione del suo modo di produzione, bensì soprattutto come formazione sociale suddivisa in tante sezioni socio-spaziali – conosce l’alternarsi di epoche mono e policentriche (pienamente imperialistiche) con sviluppo diseguale delle sezioni appena nominate. Soprattutto nelle epoche policentriche, tale sviluppo diseguale, erratico (e non prefigurabile in tempi storici, cioè con molti anni di anticipo), si accelera e intensifica e produce lotte acutissime tra i dominanti per la supremazia mondiale, conducendo a crisi rivoluzionarie in congiunture (temporali e spaziali) delimitate, anch’esse non predeterminabili con certezza, ma comunque probabilisticamente prevedibili nei famosi “anelli deboli”.
La crisi rivoluzionaria non vede emergere un preciso soggetto della trasformazione; tanto meno un soggetto che, in sé, racchiuda la trama di una possibile organizzazione dei rapporti sociali del futuro. E’ però assai facile che la crisi crei forte malcontento e ribellione negli strati sociali a più basso reddito e condizioni di vita nei vari capitalismi (in specie nei più deboli tra questi ultimi) e nelle aree sottoposte all’influenza imperialistica dei paesi capitalistici più forti, ecc. Sia chiaro, comunque, che questi strati sociali sono generalmente anche quelli a più basso livello culturale, e meno esprimono quindi una reale capacità egemonica in vista di trasformazioni effettivamente rivoluzionarie delle strutture economiche, politiche e ideologiche delle varie sezioni socio-spaziali capitalistiche in conflitto. Tali trasformazioni possono avvenire solo se sono presenti, a dirigere le masse degli scontenti e dei ribelli, gruppi di agenti strategici della rivoluzione (sia che questa sia dentro o invece contro il capitale).
La “spontaneità dei movimenti” è un’estrema difesa dei dominanti, coadiuvati da gruppi di agenti politici in grado di influenzare i dominati (o non dominanti), per disperdere o allontanare le prospettive rivoluzionarie; su questo ci deve essere chiarezza massima. Pensare ad alleanze con questi agenti politici dei dominanti – salvo che in casi particolari e in aree dove la lotta di trasformazione sociale si intreccia con quella di affrancamento dall’influenza imperialistica delle principali potenze capitalistiche in lotta fra loro per la supremazia mondiale – significa consegnarsi alla paralisi e poi al “tradimento” della prospettiva rivoluzionaria. E quando i “traditori” sono coloro che sognavano la rivoluzione contro il capitale, è facile che la loro funzione venga sostituita da quella di chi la persegue dentro il capitale, con esiti facilmente immaginabili; di cui i Fronti Popolari europei degli anni trenta e una parte della Resistenza al nazifascismo sono esempi preclari, ideologicamente celati o distorti dalla pappa retorica – la lotta per la “Libertà” e per scacciare l’occupante straniero dal “sacro suolo della Patria” (l’“ultimo rifugio delle canaglie”, come affermò Samuel Johnson) – propalata dagli opportunisti che, certamente, hanno ormai prevalso per una temo non breve fase storica presente e futura.
Il malcontento, rabbia, spirito di ribellione, di vaste masse nel momento della crisi, legata ad aspri contrasti interdominanti, sono una semplice condizione di possibilità della precipitazione rivoluzionaria. In passato, si riteneva normalmente che la base di quest’ultima fosse costituita dagli strati sociali a più basso reddito e condizioni di vita, tipo operai e contadini poveri, comunque ceti lavoratori dei livelli esecutivi inferiori; mentre l’arretramento economico e sociale di vasti strati di tipo intermedio (“ceti medi”) era considerato un’occasione per violenti sussulti reazionari di tipo fascistico. In realtà, la situazione è meno semplice e non ben delineata socialmente. Movimenti populisti di tipo “reazionario” (rivoluzionario dentro il capitale) hanno una larga base negli ultimi gradini della piramide sociale; si parla di sottoproletariato (la “schiuma” della società), il che è parzialmente corretto, ma non ci si scordi della larga rappresentanza che in tali movimenti hanno anche i “proletari”, cioè, detto con il linguaggio di oggi, i lavoratori salariati o “autonomi” dei livelli inferiori. I ceti medi, cioè i livelli intermedi di reddito e di cultura, sono certo importanti nei paesi a sviluppo capitalistico avanzato, dove l’immagine topologica della società è spesso una botte (con base inferiore ovviamente più larga di quella superiore) più che una piramide, ma non forniscono la parte più consistente delle frange veramente attive nel cambiamento; sono un elemento decisivo di massa, un elemento di tipo specialmente ideologico-culturale, ma non necessariamente a favore di una rivoluzione dentro il capitale, poiché soprattutto i ceti medi che svolgono lavori di tipo intellettuale, appartenendo a livelli culturali più alti, fungono spesso da appoggio a rivoluzioni contro il capitale.
Tutto questo riguarda però soprattutto le congiunture critiche nell’ambito di fasi apertamente policentriche (imperialistiche). Movimenti tumultuosi in fasi diverse – mettiamo ad es. l’insorgenza sessantottina del secolo scorso – cambiano magari certe coordinate culturali, assai poco o niente quelle dei rapporti di potere politici ed economici. Lotte soprattutto di liberazione nazionale del tipo di quelle che si svolsero, guidate o meno dai comunisti, ai margini dei due campi (capitalista e “socialista”), o quelle odierne contro un’occupazione statunitense di carattere nuovamente coloniale, rappresentano al massimo il sintomo di un monocentrismo imperfetto e attualmente, forse, di un lento declino del monocentrismo stesso. In ogni caso, tutti i sommovimenti che possano verificarsi non ottengono proprio alcun risultato se al loro interno non agiscono quelle che un tempo venivano chiamate avanguardie e che preferirei oggi denominare gruppi di agenti strategici rivoluzionari. Questi ultimi, però, agiscono all’interno delle masse in movimento, ma non sorgono – e tanto meno spontaneamente – da queste masse.
Kautsky, ripreso pari pari e con piena adesione da Lenin nel Che fare, scrisse, in questo caso mirabilmente: “socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche [….] Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi [corsivo di K.]; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale i quali in seguito [corsivo mio] lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono [corsivo mio]. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [corsivo mio]”.
La terminologia usata è calata nella situazione della “lotta di classe” di cent’anni fa, ma il concetto è più attuale che mai, salvo che per gli opportunisti e i fautori della “spontaneità”, in quanto agenti politici dotati dai dominanti di tutti gli strumenti necessari a mantenere un’influenza determinante all’interno dei dominati, onde questi ultimi si “agitino” entro il quadro dei rapporti economici, politici, culturali che assicurano la permanenza di quella specifica forma di dominio.
Le masse in movimento, in condizioni che lo consentano e che sono soprattutto quelle legate a congiunture di crisi provocate dalla lotta intradominanti in una fase policentrica, rappresentano una conditio sine qua non per una qualsiasi attività rivoluzionaria (sia dentro che contro il capitale). Senza movimento di masse, innescato dalle suddette congiunture in cui si verifichino profonde incrinature degli assetti economici, politici, culturali capitalistici di quella data epoca, è manifestazione di soggettivismo esasperato e inane pensare di poter effettuare rivolgimenti sociali profondi. Tali masse sono però divise in tante sezioni – di strati sociali bassi come intermedi, senza alcuna speciale funzione assolta dagli uni o dagli altri – ognuna delle quali vuole, ammesso che sappia quello che vuole, cose diverse da tutte le altre. E il caos è tale che sarebbe vano sperare di individuare una sorta di vettore di composizione delle forze in campo, che spesso si paralizzano vicendevolmente o provocano solo lo sbriciolamento delle strutture sociali di ogni sfera (in particolare, di quelle economica e politica). Sempre per usare di una analogia pur imperfetta, l’agitazione delle diverse sezioni delle masse sarebbe il tumultuoso svolgersi di processi fisico-chimici e fisiologici a livello cerebrale. Gli agenti rivoluzionari strategici portano il tutto all’espressione del pensiero, delle più ordinate concatenazioni di idee, ma operando ad un livello diverso che non sorge spontaneamente da quello di “base”, pur dovendo restare a quest’ultimo strettamente connesso (ma relativamente indipendente).
E’ dunque necessaria la presenza dei gruppi di agenti strategici della trasformazione rivoluzionaria per assegnare una qualche finalità al movimento scomposto delle masse e condurre ad una qualche soluzione della crisi nella particolare congiuntura creatasi ad opera dell’acutizzazione della conflittualità tra dominanti. Gli agenti strategici rivoluzionari debbono essere in possesso di cognizioni atte a comprendere la situazione, la strutturazione della società mondiale e nazionale, cioè in ambito generale come locale; ad afferrare i vari rapporti di forza tra i dominanti, l’articolazione dei loro vari gruppi e lo sviluppo del conflitto tra questi; a interpretare le aspirazioni delle varie sezioni delle masse, ma non certo per semplicemente adeguarsi ad esse (così varie e confuse come sono), poiché è invece necessario fornire al movimento uno sbocco trasformativo, di cui avere già delineato all’ingrosso almeno alcuni punti salienti anche in termini di sostituzione di nuovi apparati e istituzioni economici e politici ai vecchi. Ed è qui che si gioca il risultato dello scontro tra chi vuol trasformare per mantenere il potere dei vecchi dominanti (anche se di nuove frazioni, soprattutto di agenti politici e culturali) e chi invece vuol veramente rovesciare questo potere per giungere, sia pure scontando una fase di transizione, a nuove configurazioni di rapporti nelle diverse sfere sociali. Si tratta di un risultato non predeterminato, e di un dispiegamento di forza da parte di schieramenti contrapposti, in ognuno dei quali sono rappresentati sia i “proletari” sia i “ceti medi” (parlo in specie dei paesi capitalistici avanzati); sono cioè rappresentati i lavoratori salariati e autonomi con livelli di reddito bassi e medi, con differenti condizioni e stili culturali di vita, con specializzazioni professionali diverse, ecc.
Tutto questo riguarda però le congiunture particolari createsi in epoche policentriche. Si può fare il medesimo discorso, che era quello vigente all’epoca dei Kautsky e dei Lenin, in fasi almeno in buona parte monocentriche? Non si scardina qui il fondamentale rapporto di forza tra le varie frazioni dominanti delle diverse sezioni socio-spaziali della formazione sociale capitalistica. Si accentua la competizione tra gli agenti strategici economici, si svolge magari anche una sorda, e spesso sotterranea, lotta tra gli agenti dominanti delle altre tipologie; ma non si intacca il fondamentale dominio dell’ideologia del capitalismo, dell’impresa e del mercato, delle “libere elezioni democratiche”, della “liberta” di opinioni e di diffusione delle stesse, ecc. La sostanza del problema relativo al rapporto tra “spontaneità e coscienza”, tra movimenti di masse e agenti strategici rivoluzionari, rimane comunque la stessa di sempre. Dove sono però le masse in movimento, la rabbia e il malcontento generalizzati che mettono realmente in discussione i principi stessi su cui si fondano gli assetti capitalistici? E soprattutto, dove sono gli agenti strategici in questione? Possono formarsi e come debbono agire? Veniamo pure all’oggi.

14. Il conflitto strategico nell’attuale fase ancora monocentrica e non rivoluzionaria

Ci troviamo oggi, dopo gli avvenimenti del 1989-91, che condussero alla rimondializzazione del capitalismo, in una situazione ancora sostanzialmente monocentrica; forse è già iniziato il suo declino, in particolare con la rapida crescita di nuovi centri capitalistici nell’est asiatico. Tuttavia, sarebbe errato estrapolare le tendenze degli ultimi vent’anni in Cina, e in definitiva meno di dieci in India, per proiettarle nei prossimi decenni (almeno tre a mio avviso). Del resto, continuo a pensare – ma non ho prove da addurre in merito – che Europa, e anche Russia, non assisteranno inerti per i prossimi trent’anni alle tendenze attuali, che le vedrebbero totalmente subordinate e schiacciate dalla competizione tra USA e Cina (e India? Ma certo non credo proprio in alleanza con la Cina; anzi queste due future potenze potrebbero paralizzarsi vicendevolmente, e creare addirittura un tripolarità asiatica tenendo conto pure del Giappone).
In ogni caso, al momento attuale, e prevedibilmente per alcuni decenni futuri, gli USA resteranno il centro del capitalismo mondiale; essi stanno esercitando un’egemonia – e non solo grazie all’apparato bellico – che l’Inghilterra dell’800 non ebbe mai ad un grado così elevato. E’ probabile, lo ripeto, che sia iniziato un loro declino, ma prima che sia veramente apprezzabile passerà molto tempo. Malgrado tutte le apparenze, ho la netta sensazione che, al presente, il tallone d’Achille dell’egemonia statunitense si trovi proprio nel suo aspetto culturale. Dal punto di vista politico (e bellico) ed economico (e tecnico-scientifico), gli USA appaiono ben saldi, sebbene una visione economicistica continui ad insistere sull’enorme deficit sia del bilancio statale che della bilancia commerciale. Non saranno tali fenomeni ad affossare l’egemonia USA; nemmeno se ciò dovesse portare a crisi economiche di notevole portata (per null’affatto sicure, d’altronde), che si rifletteranno ampiamente sugli altri paesi capitalistici, anche su quelli attualmente in veloce crescita. Vi è un arretramento nella percentuale dei brevetti detenuti dagli USA; non ricordo le cifre esatte, ma è all’incirca come se si fosse passati in dieci anni dall’85% all’80%; non è certo un dato molto incoraggiante per i competitori. In tutti i settori di punta della nuova era tecnico-industriale, gli Stati Uniti detengono, e manterranno certo a lungo, un netto primato; e la Borsa di New York continuerà per molto tempo ad essere il centro (e il termometro) della finanza mondiale. Bando a certi sogni.
Coloro che oggi stanno cianciando di un Impero acefalo, con imprecisate moltitudini in ascesa contro di esso, dovrebbero essere definiti con termini assai offensivi. Sono gli stessi che inventarono l’operaio-massa, poi quello sociale, facendo di volta in volta diventare “soggetto del rivolgimento” (ovviamente totale ed esaustivo com’è quello sempre sognato nei deliri degli anarcoidi di tutti i tempi) o i metalmeccanici, o i portantini degli Ospedali, o i lavoratori del Metro parigino; oggi lo sono un po’ tutti e in particolare i presunti lavoratori cognitivi. E’ inutile d’altronde lamentarsi di questa situazione, che investe una parte (ultraminoritaria) di una massa giovanile totalmente priva di memoria storica e di cultura politica. Tali fenomeni negativi sono l’inevitabile frutto di una sconfitta storica decisiva e definitiva; d’altronde, dalla parte opposta, si constata l’accanimento sclerotico di piccole sette di comunisti che non si accorgono del tempo che passa.
Nella situazione “imperiale” – ma dotata di un preciso centro – in cui ci troviamo, dobbiamo faticosamente riprendere in mano le fila di un discorso critico, nutrito di ipotesi scientifiche e non fatto di brillanti ciance solo ideologiche. Come detto all’inizio, transiteremo certo a una nuova epoca in cui saranno formulate teorie diverse, e messe in opera altre pratiche rispetto a quelle del passato. Tuttavia, è utile impegnarsi per la transizione a questa nuova epoca, non disperdendo ogni acquisizione del nostro passato, che solo le “avanguardie” decerebrate dei nuovi inizi totali vogliono far dimenticare. Si dovrebbe recuperare un nuovo concetto di modo di produzione capitalistico, che oggi, nella sua generalità teorica, riguarda tutto il globo (ivi compresi i paesi asiatici ascendenti). Sarà tuttavia indispensabile costruire meglio l’immagine teorica di una formazione capitalistica mondiale divisa in quelle che ho denominato, in assenza di un più preciso concetto di tale oggetto, sezioni socio-spaziali, che quasi sempre sono paesi e nazioni capitalistici, presi singolarmente o a gruppi ritenuti sufficientemente omogenei.
Lasciando da parte i paesi capitalistici asiatici in sviluppo, con particolarità (capitalistiche), sia economiche che politiche e culturali, da me scarsamente conosciute, penso di poter affermare che nell’area a capitalismo più tradizionale – sia nel centro, gli Stati Uniti, che nei paesi non centrali (Europa e Giappone, ma con particolare riferimento alla prima) – non si intravede nemmeno il “fremito” della formazione di nuovi agenti strategici della rivoluzione, né dentro né contro il capitale. All’interno di quelle che un tempo furono le correnti radicali dell’anticapitalismo, si è ormai formata una vera catena di S. Antonio dell’opportunismo più sconsolante e squallido che sia mai esistito, pregno di incultura teorica e di sbandamento politico. La più gran parte delle forze politiche opportuniste ha fatto, grosso modo, una fine simile – ma ancor meno dignitosa in termini anche solo culturali – a quella delle socialdemocrazie del 1914; si tratta di coloro che sono veri e propri servitori “sciocchi” del grande capitale monopolistico. Poi, in gruppi di consistenza via via minore, a questa maggioranza stanno vischiosamente aggrappati – sempre con la scusa del “meno peggio” e dello “stare dove sono le masse”, talvolta rappresentate da poche migliaia di disperati – coloro che soggettivamente inseguono ancora sogni rivoluzionari, ma sempre con la testa voltata indietro ad impossibili “ritorni di fiamma” di teorie e prassi politiche ammuffite e in decomposizione.
Pensare di poter ovviare a questo autentico disastro, in via puramente soggettiva, è perfettamente cervellotico e fa esclusivamente disperdere energie senza costrutto. Non si tratta certo di essere deterministici, ma bisogna ammettere che le congiunture effettivamente rivoluzionarie si presentano con più alta probabilità nel pieno del policentrismo imperialistico, dove acquistano forza e significatività di risultati le attività delle frazioni di agenti politici (e culturali), sia dominanti che rivoluzionari; dove quindi si sviluppa al suo massimo livello la lotta triangolare tra conservazione, rivoluzione dentro il capitale, rivoluzione contro il capitale. In tali congiunture anzi, ad un certo punto, le forze conservatrici – che si presentino di “destra” o di “sinistra”, dichiaratamente reazionarie o presunte progressiste, non ha più importanza perché il velo ingannatore tende a cadere a pezzi – entrano spesso in una situazione di paralisi, mentre giunge al suo acme la lotta tra “rivoluzionari”: tra quelli che si battono perché tutto cambi onde permanga comunque il potere dominante capitalistico, sia pure esercitato da nuove frazioni, e quelli che conducono a fondo l’attacco affinché venga radicalmente incrinato tale potere e inizi il tentativo di transizione ad altra forma di rapporti sociali, di cui però bisogna avere qualche idea e qualche progetto di massima per realizzarla.
Sono tutte condizioni oggi mancanti in toto. E’ perfettamente superfluo arrovellarsi su una possibile rivoluzione contro il capitale. Tutto deve essere rifatto ex novo, e tuttavia ripartendo da una radicale critica del passato. Si procede, che piaccia o meno, per “prova, errore e correzione dell’errore”. Ma l’errore non è certo quello declamato dai fautori dell’azione sedicente pura, simili ai soreliani, agli anarco-sindacalisti, ecc. dei tempi andati; l’errore è innanzitutto quello teorico che ha condotto in direzioni sbagliate o, detto più precisamente, verso iniziali successi seguiti da una involuzione e dal fallimento finale.
Il campo capitalistico sviluppato ha ripreso la sua influenza globale, senza che sia mutata – salvo certamente l’ascesa dei nuovi capitalismi già nominati – la struttura dei rapporti di forza al suo interno; rapporti che dipendono in buona parte dall’articolazione, nei blocchi dominanti dei vari paesi e aree di detto campo, dei gruppi di agenti strategici economici (produttivi e finanziari), politici e culturali. Nei paesi, da me indicati quali non centrali, gli agenti economici sono in netta prevalenza sugli altri; e tra gli economici prevalgono (come ad es. in Italia), o comunque hanno ancora troppo potere (come ad es. in Francia e Germania), i finanziari. Il grumo politico-finanziario – che influenza nettamente i settori culturali – assiste l’industria, meno avanzata e competitiva che nel paese centrale, solo perché, pur non avendone consapevolezza e non perseguendo direttamente tale obiettivo, non può comunque esimersi dall’alimentare, “oggettivamente”, i meccanismi fondamentali di estrazione del plusvalore (base dei profitti). Il blocco dominante però, in assenza della spinta innovativa e della potenza che caratterizza la capacità egemonica del paese centrale, si dibatte tra “Scilla e Cariddi”: minima salvaguardia dell’ormai cadente “Stato sociale”, senza il quale verrebbe quanto meno minata la pace tra i vari strati della popolazione; e tuttavia lenta erosione dello stesso per recuperare risorse con cui assistere i gruppi dominanti, e paracadutare i sempre più pericolosi processi di deindustrializzazione. Simili gruppi non conoscono affatto un altro modo di procurarsi le risorse in questione, poiché nei paesi non centrali è carente, ove più ove meno, la spinta innovativa, e viene ostacolata la formazione di gruppi strategici politici (e culturali) aggressivi e in grado di acuire una reale conflittualità con il paese centrale onde eroderne l’egemonia mondiale.
La conflittualità interdominanti – quella che si svilupperebbe in una fase compiutamente policentrica – non riesce ad impiantarsi solidamente; essa trova troppo spesso vie sorde e sotterranee di attuazione, spesso contorte, difficilmente leggibili, aperte a mediocri compromessi con i dominanti centrali; vie insomma verso le quali non è possibile orientare consistenti quote della popolazione dei paesi non centrali, pur magari facendo appello alla torbida, e a doppio taglio, ideologia indipendentista. Tutto langue e si deteriora, e trascina purtroppo con sé anche la conflittualità che dovrebbe nascere ad opera di agenti rivoluzionari capaci di indirizzare la loro azione in senso decisamente anticapitalistico. Mi dispiace di dover delineare questo quadro desolato e desolante, ma ciò è quanto si vede attualmente. Il che fare non può assolutamente scimmiottare quello dei bolscevichi, che agivano nell’anello debole costituito dalla Russia in una fase storica di massima fioritura della struttura imperialistica della formazione capitalistica mondiale. Non sussiste al presente alcun reale policentrismo; e solo forse, sta iniziando il declino del monocentrismo statunitense. I sintomi di detto declino certo ci sono: soprattutto l’incapacità del paese centrale di esercitare una egemonia di minimo coordinamento del mondo capitalistico, in via di crescente scollamento, con convulsioni e caos vieppiù generalizzati, che non sembrano affatto essere fenomeni di un breve periodo transitorio, segnalando invece la faticosa apertura di una nuova epoca imperialistica.

15. La possibile strategia difensiva degli agenti contro il capitale

In una situazione come quella presente, e sopra delineata, penso sia abbastanza sciocco volersi inventare chi sa quali strategie. Le fantasie vanno lasciate ai politicanti e intellettualoidi della sinistra autoproclamatasi radicale, quella che straparla di “nuovi mondi possibili”, di “moltitudini”, di “no-gobal”, e di altre demenzialità similari. Naturalmente, gli sciocchi sono gli appartenenti alle quote minoritarie di popolazione che seguono tali politicanti; questi ultimi – e il ceto intellettuale di basso livello che li incensa e, nel contempo, li sollecita a immergersi ancor più nella putrida palude dell’opportunismo – rappresentano il marciume, i prodotti di scarto, di un movimento che ha subito una sconfitta definitiva e si è riciclato, come in altra guisa è accaduto nei paesi ex “socialisti”, a personale politico dei dominanti capitalistici, in genere dei peggiori fra questi: gli agenti economico-finanziari.
Per coloro che, in nuce, cercano di rappresentare il possibile futuro formarsi di nuovi gruppi di agenti strategico-rivoluzionari contro il capitale, non restano che poche ricette da seguire. Elenchiamole pure per punti, tanto pochi sono.

a) Il primo compito in assoluto, quello più ovvio e immediato, è l’opposizione, sempre e comunque, allo strapotere e all’egemonia del capitalismo USA, che è ancor oggi il centro indiscusso della formazione capitalistica rimondializzatasi. Il suo punto debole, almeno in prospettiva, mi sembra quello culturale; e credo che su questo si debba battere, anche perché le attuali misere forze di una eventuale futura rivoluzione anticapitalistica sono probabilmente, nei nostri paesi non centrali, più attrezzate a questo che ad altri compiti. Tuttavia, è fin troppo ovvio che la potenza statunitense è fortemente sostenuta dall’economia e dalla politica, ivi compresa, soprattutto, quella militare. L’appoggio a qualsiasi gruppo, nazionale o altro – che riesca a contrastare, incrinare, tale potenza, o che almeno le assesti qualche buon colpo – va dato con convinzione per quanto è possibile, senza però rischiare la completa liquidazione e schiacciamento delle proprie minime capacità ancora embrionali.
Nel breve periodo viene subito alla mente la Resistenza irakena ma, nel giro di qualche anno, tale situazione potrebbe anche mutare. Ciò che invece caratterizzerà un periodo ben più lungo è comunque il fatto che l’opposizione dura, e violenta, alla completa egemonia americana si svilupperà soprattutto in aree dove le forme capitalistiche di produzione sono arretrate, primitive e asfittiche, e dove motivi religiosi e nazionali sono in questo momento i principali collanti della lotta non solo antistatunitense ma, in generale, antioccidentale. Mi sembrerebbe errato che gli embrioni anticapitalistici dei paesi non centrali (europei in specie) si dedicassero quasi solo all’aiuto di tale lotta, ma comunque si tratta di un compito fondamentale, imprescindibile. E non semplicemente per motivi morali, di dovere internazionalista nei confronti di tutti i dominati che si ribellano, ma anche e soprattutto per ragioni squisitamente politiche e strategiche; qualsiasi incrinatura dell’egemonia del capitalismo centrale (imperiale), qualsiasi sua sconfitta, è un vantaggio oggettivo per chi pensa in senso anticapitalistico nei paesi avanzati non centrali. Perfino i gruppi di agenti rivoluzionari dentro il capitale, se si formeranno in tali paesi man mano che ci si avvicinerà ad una più compiuta fase policentrica, non potranno esimersi dal favorire, in qualche modo, l’azione antiamericana laddove ha attualmente maggiori probabilità di acuirsi; altrimenti, essi daranno prova di miopia strategica e falliranno i loro scopi. Tanto più debbono agire in tal senso gli eventuali gruppi di agenti rivoluzionari contro il capitale. Questo è veramente tassativo e praticamente fuori discussione.

b) All’interno dei paesi capitalistici non centrali, in mancanza di una visione chiara delle strutture di rapporti capitalistici e della capacità di liberarsi di vecchi schemi, se non cedendo al più vieto degli opportunismi, è bene appoggiare, tatticamente, ogni azione a favore dei ceti subordinati e a più basso livello di reddito, sia che si tratti di lavoratori salariati o meno. Va ovviamente difeso ogni brandello del vecchio Stato sociale, con la precisa consapevolezza, però, che si è in presenza di una battaglia al puro livello dei rapporti di distribuzione (non di produzione), e che sarà, in tempi nemmeno lunghissimi, persa.
Ancora voglio citare il Lenin del Che fare (i corsivi sono miei): “La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc.”; e le tesi degli opportunisti sarebbero “giuste se per politica si intende la politica tradunionista, vale a dire l’aspirazione di tutti gli operai a ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ai mali che comporta la loro condizione, ma non ancora a sopprimere questa condizione, cioè a distruggere la sottomissione del lavoro al capitale”. Queste frasi andrebbero ricordate ogni giorno, ogni ora, e sbattute in faccia ai “sinistri radicali” odierni. E che questi opportunisti non obiettino circa il superiore livello di cultura e di coscienza delle masse nel mondo moderno (capitalismo avanzato); tale livello è ben misurabile mediante gli orridi spettacoli in TV, è constatabile dal rovinoso decadimento ormai almeno trentennale del giornalismo, della letteratura, della saggistica, ecc.
Lo Stato sociale è il frutto della “aspirazione di tutti gli operai a ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ecc.”. Lo Stato sociale è il risultato delle lotte mosse da questa aspirazione in una situazione internazionale, in cui la presenza di un “campo socialista” aveva creato negli agenti dominanti del capitalismo il forte timore di essere esautorati del potere. Lo Stato sociale si è però realizzato laddove – i paesi non centrali – la configurazione dei blocchi degli agenti dominanti (con forte prevalenza di quelli economici) era tale da non potere, né volere, contrastare l’egemonia mondiale del capitalismo statunitense. Tuttavia, lo Stato sociale va difeso fino a quando non si verificheranno le condizioni per le quali l’aspirazione di tutti i ceti dominati (e non dominanti) sarà, non di “ottenere dallo Stato misure atte a rimediare, ecc.”, ma di dare impulso, se possibile, alla trasformazione dei rapporti di produzione (quindi di dominio) capitalistici, con il necessario smantellamento dell’apparato “pubblico” così com’esso è strutturato ai fini di tale forma di dominio.
Lo Stato sociale va difeso per alcuni semplicissimi, ovvii, motivi. Intanto, non si deve nulla concedere all’inettitudine delle classi dominanti europee (italiane in testa), che cianciano di competizione globale, e dunque di liberismo, senza minimamente possedere l’attrezzatura – adeguata articolazione tra gruppi di agenti strategici economici (con quelli produttivi in posizione preminente), politico-militari e cultural-ideologici – necessaria ad una competizione siffatta. Simili abominevoli classi dominanti, in cui prevale il grumo politico-finanziario (anzi, finanziario-politico tenendo conto della gerarchia in esso esistente) con una industria fortemente assistita e poco competitiva, classi pervase da scarsa (o nulla) determinazione a dotarsi degli strumenti indispensabili all’eventuale uso della forza (non necessariamente militare in senso stretto), cercano “la botte piena e la moglie ubriaca”: una erosione lenta dello Stato sociale per dirottare risorse gradualmente, evitando il più possibile i conflitti capitale/lavoro, verso gli scopi “assistenziali” (agli agenti dominanti capitalistici) ormai noti. Il tutto per continuare a traccheggiare ed evitare contrasti troppo forti con i dominanti centrali. Per quanto è nelle misere forze dei ristrettissimi (almeno attualmente) gruppi di agenti strategici rivoluzionari anticapitalistici, questo miserabile gioco di questi miserabili dominanti va ostacolato. E, nel frapporre ostacoli, possono essere stretti accordi con tutti quelli che ci stanno, che non vogliono essere strangolati nelle loro condizioni di vita, nel loro inserimento politico e sociale. Ma accordi limitati, e solo a questo scopo, se la lotta non è in grado di avere sbocchi che si indirizzino, strategicamente, verso il superamento del mero orizzonte distributivo.

c) E’ da trent’anni che le poche forze anticapitalistiche rimaste in campo, anch’esse oggettivamente corrotte da decenni di opportunistica adesione ad una politica di mera lotta parlamentare e sindacale (distributiva in termini economici e politici) – politica di cui fu “maestro” il PCI di Togliatti – inseguono il “meno peggio”; e siamo andati sempre peggio, fino allo sfacelo attuale, e non abbiamo ancora toccato il fondo. E’ ora di rompere con questo schema. Ancora una volta debbo citare il Che fare: “Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici [corsivo mio] del movimento, ma non fate commercio dei principi e non fate ‘concessioni’ teoriche [corsivo mio]”.
Quando parlava di teoria, Lenin non intendeva certo che non si concedesse nulla sul problema dell’alienazione dell’uomo, o su quello della lotta tra borghesia e proletariato come descritta nel Manifesto del 1848; o, peggio ancora, su quello della trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Lenin non era mentecatto come certi presunti marxisti scolastici di un tempo non lontanissimo. Non cedere in teoria, significava non cedere sui principi strategici fondamentali di una lotta che intenda essere trasformativa e non meramente distributiva; e significa non fare pateracchi organizzativi che debilitino le poche forze per il momento in campo. Si media su certe azioni tattiche, da compiere insieme ma organizzativamente distinti dagli opportunisti, non invece sulla “amministrazione” delle parole in un documento politico dove chi si pretende addirittura comunista (a me basterebbe che si fosse anticapitalisti) accetta di annacquare le proprie coordinate rivoluzionarie (e antimperialiste), di fare concessioni alla demenza “non violenta” del marciume politicante odierno, al pacifismo d’accatto, alle sottili e interminabili distinzioni tra resistenza e terrorismo, ecc. E’ soprattutto ora di rifiutare il completo annegamento degli agenti strategici rivoluzionari in nuce – ovviamente se ce ne sono, altrimenti lasciamo perdere ogni discorso – nelle decerebrate masse (minoritarie) agitate da demagoghi con accesso privilegiato ai mass media, accesso voluto e diretto dai dominanti di un capitalismo degenerato da quello borghese, ancora di una certa levatura politica e culturale, a quello dei funzionari del capitale (pur se ancora largamente proprietari) e di un “ceto medio” a più strati di reddito, indifferenziato perché omologato sui principi fondamentali di una società intrisa di relativismo assoluto, di liquidazione di ogni valore (lasciato alle Chiese), di odio verso chiunque non si normalizzi ai livelli di capetti ambiziosi, senza scrupoli, di una mediocrità intellettuale e morale la cui infinità è ormai insondabile.
Da questa melma è necessario staccarsi; assieme a quelli che, non sempre colpevoli, vi restano invischiati, senza stare troppo a sottilizzare, ci si può opporre a che si distrugga lo Stato sociale (con attenta valutazione dei problemi che si pongono in quest’ambito), si può condurre una dura lotta sindacale – magari, per fare un esempio, onde non finire come in Germania a lavorare di più allo stesso salario – ci si può battere anche per difendere certi caratteri di una modernità culturale e di costume, ecc. Però in autonomia e mantenendo salda l’idea della necessità, oggi anzi improrogabilità, di una trasformazione dell’attuale forma di società che impone costi sociali, e quindi anche individuali, sempre più elevati, una società in cui peggiora, in generale, la “qualità della vita”, ma anche quella di ogni particolare “vissuto umano”.
E’ evidente che c’è sempre un problema di “propaganda” delle proprie idee, di visibilità per le stesse. Capisco che occorrano mezzi di comunicazione, “casse di risonanza”. Il problema è però: che cosa si vuol fare risuonare? Se per far udire la propria voce, si accetta di emettere suoni flebili, distorti, privi di una effettiva valenza critica, di una carica potenzialmente dirompente a livello, intanto, politico e culturale, allora non si vede la necessità che risuoni alcunché; meglio non fare “rumore” inutile e fastidioso. Si vada a casa e ci si rinchiuda ben bene; almeno non si faranno danni. Oggi, lo ripeto, mi sembra di vedere, salvo qualche “fantasma” qua e là, una vera e propria catena di S. Antonio dell’opportunismo peggiore, del più mediocre, senza idee, pettegolo, isterico, fatto di politicantismo da trivio. C’è bisogno di aria pura, pur di pochi soffi al momento. Ci si stacchi dagli opportunisti, ci si organizzi a parte pur con tanta, tanta difficoltà; del resto, le prime Leghe operaie, o anche l’Internazionale, nacquero forse nella bambagia, con il pieno aiuto dello Stato “borghese”, con fiumi di soldi a profusione? Nacquero subito, e in tutti i paesi maggiormente sviluppati, con cospicue rappresentanze parlamentari e locali, ecc.?

d) E’ necessario riprendere in mano la barra del timone e ridirigersi in senso anticapitalistico. Tuttavia, riconosciamolo, per cent’anni questa direzione sembrava, pur grosso modo, individuata. Non è più così, la sconfitta l’ha dimostrato. Solo che tale dimostrazione ha prodotto una pressoché generale corsa a chi abiurava prima e “meglio”, a chi non era mai stato “veramente comunista”. Ancora una volta, gli ex comunisti italiani sono stati i più bravi in questo gioco indecente e anche un po’ ridicolo. E si sono prodotte ondate su ondate di queste abiure, e non sono ancora finite, deboli increspature ondose si produrranno ancora. C’è anche, e va ricordato, chi si è comportato dignitosamente, ma ha comunque cominciato a pensare ad “altro”, portando magari qualche buon contributo culturale, ma non certo al ripensamento di una teoria per potenziali agenti strategici di una rivoluzione contro il capitale.
Infine, alcuni pochi, magari moralmente più sani ma intellettualmente spesso un po’ fanatici, si sono dati cocciutamente a rivendicare la validità di teorie, e anche prassi, del passato, hanno escogitato “giustificazionismi storici”, sono andati alla catalogazione di tutti i vari tipi di “traditori” responsabili, soggettivamente, della sconfitta. Si tratta certamente ormai di pochi rimasugli, forse da non prendere nemmeno più in considerazione; tuttavia, ci si deve proprio decidere a lasciarli da parte.
Ora, se si deve reinnescare una vocazione anticapitalistica, è ovvio che deve essere prodotta una nuova consapevolezza di che cos’è questa forma di società. Se il vecchio apparato teorico ha fatto cilecca – e non soltanto per l’incapacità delle “avanguardie” di utilizzarlo, ma anche perché l’apparato in sé era in punti cruciali carente – è compito primario di chiunque si ponga idealmente sul terreno della ricostruzione dei gruppi di agenti strategici rivoluzionari anticapitalistici di ripensare la teoria del capitalismo. I preziosismi culturali non sono mai da buttare via; anzi, chiunque lavori alla ricostruzione teorica in direzione anticapitalistica non può fare a meno del contributo degli intellettuali che lavorino a fondo sulla storia delle idee, sulla storia degli ultimi decenni (e su quella degli ultimi secoli), sulle varie elaborazioni scientifiche e filosofiche del passato e del presente.
Tuttavia, occorre qualcosa in più, uno scatto, un andare a fondo, teoricamente, sui caratteri “essenziali” di quello che, in mancanza di un nuovo concetto, continuerò a denominare modo di produzione capitalistico. Quest’ultimo indica però i caratteri più generali della nostra società, il cui coglimento è comunque decisivo per ogni avanzamento della teoria in grado di orientare l’azione dei suddetti agenti strategici. Bisogna poi andare all’individuazione della fase o epoca del capitalismo in cui ci si trova a operare. E qui occorre riferirsi teoricamente all’articolazione di quelle che, in assenza di un vero concetto (siamo, se vogliamo, ancora al flogisto; ci si ricordi dell’analogia engelsiana), ho indicato quali sezioni socio-spaziali della formazione capitalistica mondiale (oggi, appunto, di nuovo mondiale). Da quasi un decennio lavoro a una “nuova ricetta” teorica; anche nelle pagine che precedono essa è stata almeno sinteticamente indicata. Non starò certo qui a ripeterla. Desidero solo dire che questo non è uno dei compiti minori del momento per chi voglia porsi sul terreno di una minima azione nuovamente anticapitalistica.

Qualcuno obietterà che i pochi punti qui elencati sono una ben misera cosa, e senza dubbio pure generica. Mi sembra però poco utile blaterare in lungo e in largo sui compiti del momento nella situazione di grave degrado politico e culturale in cui ci si trova; e si trovano, in modo particolare, quelli che si pensano ancora comunisti o almeno, come il sottoscritto, anticapitalisti. Il lavoro che ho cercato di fare, non solo in questo scritto, è intanto lo sgombero delle macerie (e sono tante) e l’indicazione di alcuni punti che meritano, io credo, un approfondimento, non certo però individuale. Da solo non posso fare praticamente nulla. Solo indicare e sollecitare. E’ quello che spero di aver fatto.

Ottobre 2004

IL MARXISMO E’ SCIENZA PER UNA POLITICA ANTICAPITALISTICA
di Gianfranco La Grassa

1. Scienza (con punto di vista) e slittamento ideologico.

Nella Prefazione al Capitale, Marx ricorda che egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde considerarli solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale. I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni molteplici. E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità, mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà” sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di modo di produzione, sono però assai più semplici: nel capitalismo, e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’ come se la realtà fosse strutturata secondo una serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della trama, a maglie molto larghe, che regge tuttavia diversi livelli di ordito a maglie via via più strette. Il modo di produzione, il concetto centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del livello della trama.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani. Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre considerazioni unilaterali elaborate da filosofi sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla realtà. Tanto per fare un esempio piuttosto significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato degli individui in società, ci sono stati dei pensatori assai superficiali che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti marginalistici, perché partiva dalla considerazione dell’homo oeconomicus. Orrore! L’uomo non può essere suddiviso in tanti spicchi, non deve essere privato della sua meravigliosa complessità di essere umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e vuote di effettivo significato. E’ più che lecito indagare questo essere secondo varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque, pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive, quelle che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti le maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.
La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non banale, e tanto meno falsa, teoria delle scelte). Solo dopo (un dopo logico), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali in questione. Marx parte invece preliminarmente dalla società. I rapporti che la definiscono non riguardano, per tale pensatore, scelte semplicemente individuali – e l’individuo non è un soggetto economico che si confronta con i beni che ha a disposizione per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi e i “liberi” prestatori di forza lavorativa. Proprietario capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini” nello stesso senso dell’homo oeconomicus dei neoclassici; cioè, in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici portatori di funzioni. Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di bisogni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate, in ultima analisi, dalla struttura decisiva, quella appunto a maglie larghe, della società. In questo senso, gli individui della teoria marxiana, come appena affermato, non sono uomini, ma maschere di rapporti sociali, quei rapporti definiti di produzione nella loro storicamente determinata forma capitalistica.
In poche parole, esistono delle strutture oggettive – non formate da rapporti tra persone pensate nella loro complessità individuale di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi scientifica. Ed è ora di dirlo con chiarezza: la scientificità può riguardare anche la teoria formulata dall’economica tradizionale; in tal senso, la connotazione economica riguarda semplicemente la scelta, intesa però, in questa accezione, come un’azione orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo prefissato. Quest’ultimo è scelto dall’individuo umano nella sua complessità: può quindi essere un fine cattivo o buono, giusto o ingiusto; può essere egoistico o filantropico, ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette la sua complessità umana, si trasforma in un soggetto razionale e decide come raggiungere quell’obiettivo nel migliore dei modi possibili, intendendo – nell’ambito di questa concezione – migliore come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo di impiego del minimo sforzo.
Questo è un punto di vista – criticabile, e infatti un marxista non può esimersi dal criticarlo – ma non semplice ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non preavvisato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale) delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso (significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una teoria della costituzione di società mediante attività individuali in genere di carattere egoistico; in tal senso la teoria detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze – e con eleganza formale (matematica) – la tesi smithiana della mano invisibile. Per questi motivi, è sufficientemente giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico, malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del valore utilizzata (valore-utilità invece che valore-lavoro, il che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso) e la centralità posta nel consumo (e domanda) invece che nella produzione (e offerta).
Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta: le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina” marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo (ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più a lungo ha orientato un imponente movimento di massa.
Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano ormai solo pochi santoni squalificati, rabbiosi, isolati più ancora degli “ultimi giapponesi a combattere”. Il cosiddetto tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’ radicale – ha conquistato per primo il movimento operaio inglese. Tuttavia, ci si consolava; l’Inghilterra, a quel tempo, era il primo paese ad essersi altamente industrializzato, ma era inoltre, e soprattutto, un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi dubbio: la classe “universale” (operaia) – quella che aveva la missione, oggettivamente fissata in sede di dottrina, di emancipare se stessa e l’intera umanità – si era venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere piccolo-borghesi pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie” (niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo sfruttamento imperialistico. Poi però, sfortunatamente, la svendita si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico sviluppato, man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso, ivi comprese le sedicenti “grandi nazioni proletarie” come l’Italia) si sviluppava e raggiungeva la maturità del modo di produzione capitalistico.
Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”. Gli eroi diventano allora le masse popolari dei paesi sottoposti alla dominazione imperialistica, che dovrebbero “accerchiare le città” (i paesi degli operai ormai integratisi nel capitalismo via consumismo). Oggi, francamente, mi sembra che anche questa ideologia, pauperista e miserabilista, sia (forse) in via di esaurimento (e meno male! Prima cadono le illusioni e prima, forse, si ricomincerà a pensare). Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si chiacchiera a vanvera e basta. E sempre con l’Uomo in bocca; un pover’uomo degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di tridimensionalità, che non pensa più, non ama più, non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi; e via con questa minestra, ormai riscaldata da decenni, ammannita da intellettuali che su questi piagnistei a comando ci guadagnano sopra bei soldi tramite i tanto vituperati mass media, per poter scrivere e apparire sui quali sgomitano e si odiano.
Evidentemente, quanto diffuso nei mass media che contano dai vari maîtres à penser non è del tutto destituito di fondamento. Tuttavia, ad ogni affermazione catastrofica se ne può contrapporre una consolatoria del tutto opposta, che è anch’essa (parzialmente) valida, poiché rappresenta l’altra faccia della “visione reale”. Spesso e volentieri, le differenti opinioni dipendono dall’ottimismo o dal pessimismo di chi sostiene certe tesi. E poi, in generale, ben si sa – basta conoscere un po’ di letteratura e di saggistica (e di cinema), ecc. – che ogni generazione imputa sempre a quella successiva gravi processi degenerativi e la crescente invivibilità del mondo; mentre la nuova generazione brontola per i lasciti della precedente che sono un grave fardello da portare, un cumulo di macerie su cui è difficile costruire qualcosa. Ovviamente, tutto questo dipende dal diverso “umore” delle generazioni al tramonto o invece all’alba. Tuttavia, lasciamo perdere tale umore e osserviamo più da vicino l’atteggiamento degli scienziati in merito all’analisi della società.

2. Scienze naturali e sociali. Il marxismo alla prova come scienza

Uno dei più gravi disastri culturali – e in questo molti marxisti hanno le stesse responsabilità di una parte dei pensatori “borghesi” – è stato provocato dalla scissione pensata tra scienze sociali (e dell’uomo) e scienze naturali, perché le prime avrebbero un oggetto che è del tutto intrinseco allo stesso soggetto che fa scienza. Analizzare Luna e stelle significherebbe analizzare qualcosa che è a noi esterno e su cui non abbiamo influenza. Un po’ più complesso è il problema per quanto concerne le microparticelle giacché su queste possiamo influire con le nostre azioni conoscitive; ma, insomma, si tratta comunque di realtà esterne e prive di pensiero, di passioni, volontà e decisioni, ecc. Appena prendiamo a nostro oggetto di studio la storia, le strutture sociali e cose consimili (non parliamo dell’individuo umano!), avremmo a che fare con oggetti che sono gli stessi soggetti che fanno scienza. Una simile concezione non è però troppo lontana da quella primitiva che antropomorfizzava anche i fenomeni naturali. Alcuni pensatori e anche metodologi delle scienze sociali rischiano quindi di dover essere paragonati agli animisti.
Una struttura sociale è tanto reale (è una riproduzione della realtà) quanto lo è il modello del sistema planetario o, ancor meglio, il modello atomico di Bohr. Per non parlare delle superstringhe, o dei buchi neri, del big Bang e delle varie teorie cosmologiche più moderne. Una struttura sociale è uno schema ideale d’ordine che interpreta e prevede, che consente una serie di ipotesi, tanto quanto la struttura pensata, ideata, di una data realtà naturale. La confusione che viene fatta dipende da ciò che è stato già rilevato: certi studiosi (assai ideologizzati) spostano l’accento dalla funzione all’intera personalità degli individui umani, consentendosi così la possibilità di impasticciare ogni cosa e di dire tutto e il contrario di tutto. E’ ovvio che Popper ce l’aveva con gli olisti, ma perché si semplificava il compito credendo di confutare lo scienziato Marx mentre si trattava dei politici e dei filosofi del marxismo successivo, quelli di “padroni e operai”, quelli delle totalità generiche dove tutto è ammassato con tutto senza ordine, senza strutture, senza sistemi di relazioni, senza dinamiche in quanto sequenze (ipotizzate) di dati processi, ecc.
Non è Marx la reale causa di questo caos teorico, ma i marxisti – e non solo loro! – successivi. La scienza non tratta mai di uomini, ma di quelle loro sedicenti suddivisioni (ad es. l’homo oeconomicus) che sono invece funzioni (lo ribadisco: ipotizzate) poste in interazione fra loro secondo peculiari forme, tali da spiegare determinati processi che, assumendo certamente un prescelto angolo di visuale, vengono ritenuti quelli decisivi per interpretare specifici processi storici, particolari situazioni della fase presente, tendenze future, ecc. Nella scienza si fa tutto il possibile per evitare l’ideologia come falsa coscienza – e, se questa si insinua comunque, ciò non accade solo nella scienza sociale – ma si sceglie consapevolmente un punto di vista. L’economica neoclassica fonda la trama sociale – la struttura a maglie larghe – sulla primigenia funzione di scelta di ogni individuo dotato di beni scarsi da adibire, massimizzando il proprio utile, ad usi alternativi (i bisogni). L’interazione tra individui – non la società, si badi bene, ma solo un particolare tipo di intersoggettività ritenuta però decisiva ai fini sociali – segue come intreccio di questi rapporti tra soggetto (non uomo) e i beni scarsi di cui sopra, in definitiva come intreccio di alternative di scelta. Dire che questa è ideologia è errato; è un punto di vista, un angolo di visuale per approcciarsi ad un processo: l’intersoggettività come risultato di scelte dei singoli soggetti. L’ideologia consiste nell’inavvertito spostamento concettuale operato per cui la scelta soggettiva viene di fatto posta quale processo di costituzione della società, che viene così surrettiziamente sostituita alla mera intersoggettività; cioè, di fatto, la società viene confusa e dunque identificata con quest’ultima.
Marx si pone da un altro punto di vista, da un’altra angolazione. Non però quella della società degli uomini – in carne e ossa con le loro intelligenze e passioni, desideri e pulsioni, progetti, speranze e delusioni, ecc. – privilegiando poi, fra questi, i lavoratori. Quando, ad es., parla del lavoratore produttivo collettivo “dal dirigente all’ultimo manovale”, Marx non si riferisce certo all’ingegnere o al manovale in quanto individui concretamente esistenti. Consideriamo, per un momento, un certo processo “storico” (tradotto in teoria). La funzione lavorativa, esercitata nell’artigianato medievale, era una fusione di lavoro intellettivo e manuale, di saperi produttivi e capacità esecutive, nel medesimo individuo. La dinamica oggettiva del modo di produzione capitalistico – strutturato dalla relazione tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro acquistata nel mercato – provoca la scissione di saperi e manualità mediante quelle trasformazioni che, per usare la terminologia di Marx, portano dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro nel capitale. Del lavoro, si è capito bene? Non degli uomini lavoratori, che restano liberi, non schiavi! Che possono vendere la loro forza lavoro ad una proprietà capitalistica qualsiasi, anche se pur sempre ad una proprietà debbono venderla in quanto funzione lavorativa da unire ai mezzi di produzione.
Ora, sulla scorta dei processi di centralizzazione, e di finanziarizzazione, dei capitali, processi reali, non escogitati dalla fervida fantasia di Marx, questi suppose l’estraniarsi della proprietà capitalistica dalla funzione produttiva, che sarebbe stata assunta dall’insieme delle funzioni intellettuali (direttive) e manuali (esecutive) intrinseche a quello sforzo (energia) – finalizzato ad uno scopo – che viene chiamato lavoro, funzioni i cui portatori sono però ormai non più gli individui posizionati come artigiani (con al massimo la differenza nell’arte tra mastro e garzone), ma individui diversamente collocati nell’ambito del complessivo processo di lavoro, individui disposti secondo una gerarchia. Il lavoratore collettivo cooperativo non è quella data comunità di lavoratori concreti, uniti dagli stessi scopi, dagli stessi progetti e desideri, ecc. Ma neanche per sogno! Gli individui, lavoratori concreti, hanno intanto diversi gradi di cultura e frequentano ambienti differenti secondo criteri di maggiore o minore affinità. E poi, anche nell’ambito dello stesso status socio-culturale, c’è amicizia come ostilità, intesa come incomprensioni e divergenze, e via dicendo. La collettività concerne esclusivamente l’unione delle diverse funzioni, che Marx suppone mosse da fini produttivi diversi e antagonistici rispetto a quelli del conseguimento del mero profitto da parte della funzione proprietaria, profitto che è ormai un effettivo interesse percepito da quest’ultima in quanto essa sarebbe soltanto tesa a ottenere tale similrendita (finanziaria).
La collettività che esplica funzioni lavorative si applicherebbe alla produzione ed entrerebbe dunque in contrasto con i portatori di quella funzione ormai estranea agli scopi e metodologie produttivi; tale ultima funzione (i suoi portatori ovviamente) sarebbe solo interessata alle somme di denaro che dalla produzione si possono ricavare e che consentono consumi opulenti oltre al finanziamento della politica (e delle armi) e della cultura indispensabili a mantenere il potere. I membri del lavoratore collettivo – ai più diversi livelli di reddito, di cultura e di “buone maniere” – sarebbero, in quanto uomini effettivamente esistenti, affetti da tutte le virtù e i vizi degli uomini in generale. Essi, inoltre, avrebbero introiettato per intero la competitività tipica degli organismi produttivi capitalistici. Non sarebbero stati cooperativi in quanto uomini concreti; avrebbero saputo farsi le scarpe l’un con l’altro, guardarsi con sospetto, spiarsi e “riferire ai superiori”, ecc. Avrebbero avuto piena consapevolezza dei metodi per fare carriera, e che quasi mai la virtù è premiata e il vizio condannato come in un bel feuilleton. Non si pensi ad un Marx ingenuo; conosceva bene gli uomini nella loro reale esistenza, ivi compresi i lavoratori. Semplicemente, egli pensava che i membri del lavoratore collettivo, nei confronti dei rentier, avrebbero infine dovuto tenere un atteggiamento grosso modo simile a quello dei contadini verso un proprietario terriero andato in città, che ormai non sapeva nemmeno più dove fossero le sue campagne e che si faceva inviare le rendite.
I membri del lavoratore collettivo non avrebbero manifestato nessuna particolare generosità nel cooperare; si sarebbe semplicemente acuito sempre più lo scontro oggettivo di interessi e mentalità con i rentier, funzione sociale antagonistica alla loro. Nel mio Capitalismo oggi (“Petite plaisance”, Pistoia 2004) ho indicato i motivi per cui, a mio avviso, le convinzioni di Marx su questo punto non si sono dimostrate esatte: gli agenti strategico-imprenditoriali non sono rentier, non sono così lontani dalla produzione pur se non si interessano delle vere e proprie funzioni – direttive ed esecutive – di quest’ultima. La loro funzione (sociale) è un’altra, non però prevista da Marx. Tuttavia, non anticipiamo; dobbiamo intanto proseguire con questo pensatore, e liberarlo delle “ingenuità” (talvolta assai peggio che ingenuità) dei marxisti. Quindi, lo ripeto con forza: basta con gli uomini in carne e ossa (ma solo nell’analisi scientifica, sia chiaro).
Continuare ad aver paura di perdere l’uomo concreto se lo si caccia fuori dalla sede in cui si fa scienza, è una sciocchezza. Non ci sono totalità che tengano; bisogna separare, scindere, distinguere. Chi osserva la luce nella sua interezza (quella bianca), e considera un attentato alla sua integrità il farla passare per un prisma onde scinderla analiticamente nei suoi colori, è soltanto un primitivo e, alla fine, in date contingenze potrà anche danneggiarsi la retina guardandola direttamente e senza schermo nella sua Totalità, nel suo Essere. Meno Essere e più funzioni; questa è la scienza. Nessuno scienziato pretende che questa sia tutto né che dia la felicità, né che faccia la rivoluzione, né che cambi da cima a fondo la triste condizione umana; essa è però in grado di dare aiuto, l’importante è non voler strafare.
Si vuol capire che questo è l’antiumanesimo teorico? Diciamo più precisamente: scientifico; questa precisazione risulterà chiara quando più sotto porterò la mia critica radicale all’operaismo. Comunque, nessuno è antiumano, nessuno vuol ignorare che dietro le maschere ci sono uomini veri. Ma in teoria (scientifica, ovviamente) non ci si dedica ad antropomorfizzazioni di tipo animistico. La Luna e le stelle, i quanti e le stringhe, le strutture sociali e i modi di produzione, il cervello e la psiche, debbono lasciare gli uomini da parte, pena quel processo di degenerazione ideologica che, ad es., il marxismo ha fatto subire a Marx, riducendolo a un filosofo dell’alienazione, a un agitatore politico, a un profeta millenarista dell’Avvento del Comunismo in Terra. Rivendico con forza il carattere di scienza del pensiero di Karl Marx. Lo ripeto per i sordi: la scienza incorpora un punto di vista, non obbligatoriamente una falsa coscienza.
Per concludere, e riassumere, su questo punto. L’unica differenza che può sussistere tra scienze sociali e naturali è al massimo di grado e non di natura (ed è già una concessione forse inutile). Chi pone la differenza di natura, chi crea un fossato tra i due tipi di scienze, sostiene che, in quelle sociali, l’uomo teorizza su se stesso, ha sia per soggetto che per oggetto del suo far scienza lo stesso individuo pregno di valori, di visioni del mondo, di complessi culturali che lo orientano, che lo fanno camminare lungo strade che continuano a girare in tondo, per cui l’uomo in questione non deve nemmeno pensare che sia possibile porre se stesso al di fuori di sé. Mentre invece, nelle scienze naturali, l’oggetto (fisico, chimico, biologico, ecc.) sarebbe oggettivamente all’esterno dell’uomo che indaga. Andiamo per passi successivi
Ogni tipo di realtà può essere sempre considerato composto di un numero “infinito” (nel senso di indefinito) di elementi, di cui non viene mai ad esaurimento l’ulteriore scomponibilità. In certe realtà, è sufficiente controllare alcuni di questi elementi (le variabili in gioco) per interpretare e/o predire qualcosa, di sensato e di ulteriormente rivedibile, circa i processi che le investono e le costituiscono. Talvolta, queste variabili in gioco – cioè quelle che sarebbe necessario controllare per avere una qualche sicurezza nelle nostre interpretazioni e previsioni – sono in effetti troppo numerose, difficilmente calcolabili, in specie per quanto concerne le possibili combinazioni (di numero elevatissimo) in cui esse possono entrare; le interpretazioni o previsioni che si fanno sono quindi poco affidabili, eppure nessuno rinuncia – e giustamente – a farle, perché è così che avanza la scienza, anche su vere e proprie sabbie mobili.
Tuttavia, sia chiaro che la scarsa affidabilità, connessa all’elevato numero di elementi-variabili da calcolare e/o controllare, non riguarda in modo specifico le scienze sociali; si pensi a quelle biologiche o alla meteorologia, ecc. La sciocchezza è quella di affermare che, poiché l’uomo è oggetto delle scienze sociali, queste sono del tutto differenti da quelle naturali. La scienza sociale non ha come oggetto l’uomo: né il singolo individuo né insiemi (relativamente omogenei) di individui: ad es. le classi o i gruppi di azione strategica, ecc. La scienza sociale nemmeno si sogna di dividere in porzioni l’individuo o gli insiemi di individui; la scienza ipotizza certe loro funzioni e le fa interagire secondo opportune scelte di combinazioni varie. Se io parlo, ad es., del gruppo di agenti strategici (in generale) faccio supposizioni sulla(e) funzione(i) da esso espletata(e). Se poi voglio scindere tale gruppo negli agenti delle varie tipologie – economico-imprenditoriali, politico-militari, ideologico-culturali, o in suddivisioni ancora più spinte, ad es. economico-produttive ed economico-finanziarie, ecc. – forse che io mi metto a scomporre il complessivo gruppo strategico nelle sue varie porzioni o strati? Assolutamente no. Faccio nuove ipotesi circa le funzioni (diverse fra loro) degli agenti economico-imprenditoriali, politico-militari, ecc. E poi, se mi interessa tornare al complesso, ma questa volta in quanto composto da sottogruppi in interazione, faccio interagire le funzioni ipotizzate. E così via. Tale è il comportamento delle scienze sociali. Il filosofo ha senz’altro i suoi buoni motivi per parlare dell’uomo, di chiedersi chi sia, quali siano i suoi destini, se la vita abbia un senso, se la morte sia o no la fine di tutto per l’individuo, ecc. Lo scienziato, in quanto scienziato, non può e non deve scendere su questo terreno, nemmeno sfiorarlo.

3. Marxisti immaginari, reali anarchici e “amici del popolo”

Potrei finire qui, ma non mi accontento. In fondo, è facile polemizzare con i marxisti che hanno ideologizzato Marx, riantropomorfizzando il suo punto di vista scientifico; oppure con quelli che lo hanno grettamente confinato nella teoria economica. Anzi, più che facile, è inutile dato che essi non hanno oggi molta udienza né influenza, così come accade invece – pur se non certo su masse sterminate – per i no global, i “disobbedienti” e altri gruppi di stampo anarcoide e prepolitico. I marxisti ossificati si accontentano, in genere, di qualche posizione accademica (poche; qualcuna in più in paesi dove il marxismo non ha mai avuto gran diffusione politica e di massa), di qualche minimo seguito tra i “laici credenti” nel “Comunismo-Dio”. In Italia – e da qui ha trovato qualche diffusione, pur se non molta, in altri, pochi, paesi – ha avuto però un minimo di impatto una corrente che, all’inizio, si autodefinì operaista. Questa dizione è ormai scarsamente usata, perché gli operaisti sono tanti Zelig (il gustoso chameleon man di Woody Allen, che tuttavia era simpatico a differenza dei suoi imitatori di cui sto parlando) e mutano ogni due-tre anni la loro pelle, si camuffano in una infinità di guise, sempre con il massimo disprezzo per l’intelligenza delle “masse” di giovinetti inesperti da imbambolare.
Dal punto di vista morale, non spendo parole su simili personaggi perché non potrei mai dipingerli così bene come Dostojevskij ne I Demoni, cui quindi rinvio come lettura di grande penetrazione conoscitiva a tale riguardo. Dal punto di vista politico e teorico, per quanto sia difficilissimo seguire le giravolte di questi estremisti-opportunisti, è però necessario dire qualcosa. Intanto, questi individui – che al marxismo hanno inflitto lo stesso trattamento che la Germania nazista fece subire a Polonia, paesi baltici, ecc. – si sono presentati, quasi tutti provenienti dal PSI, negli anni ’60, scoprendo infine il Marx dei Grundrisse, dei materiali preparatori di quello che fu il Capitale (tra i materiali in questione e la massima opera marxiana, di cui l’autore pubblicò solo il I libro, intercorsero poco meno di dieci anni, di intensi studi di economia politica da parte di Marx).
Poiché gli operaisti non sono scienziati bensì “artisti” (anzi funamboli) del parlare impressionistico e senza connessioni logiche – con funzioni ipnotiche e non certo di invito al ragionamento, esattamente come quello utilizzato dai protagonisti del già citato I Demoni – si sono ricordati che, a volte, certi primi abbozzi di grandi pittori sono più prendenti dei quadri completati. Così, essi dichiararono “al colto e all’inclito” – senza aver mai studiato il Capitale – che il Marx dei Grundrisse era quello vero, era già andato “oltre Marx”, quello dell’opera pubblicata. Non contenti di questa palese cialtroneria, essi estrassero dalle molte centinaia di pagine dei Lineamenti, già di per loro del tutto frammentarie, alcuni segmenti – tipico il famoso Frammento sulle macchine – e ne fecero il loro esclusivo cavallo di battaglia. Così, mentre in un famoso passo delle Glosse a Wagner (uno degli ultimi scritti di Marx, redatto tra il 1879 e il 1880), Marx afferma che il “soggetto della sua analisi è la merce”, gli operaisti – sulla base di materiali frammentari scritti tra il ’59 e i primissimi anni ’60, cioè vent’anni prima – si inventano, perché di sicuro non possono essere confortati da alcuna affermazione di Marx al riguardo, che il soggetto è il processo di lavoro. Tutte le sciocchezze sull’estensione del piano dalla fabbrica alla società, sulla società che prima, appunto, è come una grande fabbrica, mentre poi è quest’ultima che si struttura come la società con una diffusione e dispersione dei micropoteri – pessimo modo di apprendere la lezione della foucaultiana microfisica del potere! – nell’intero territorio della società stessa, derivano da questa interpretazione che, si badi bene, è assai peggiore di quella kautskyana, alla quale qualcuno ha voluto assimilarla. Nulla di più errato, e vediamone il perché.
Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale, tramite prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di centralizzazione monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica veniva portata alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare la tendenza al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità della competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale del lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di merci – nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono la produzione e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in forma di merce – impedendo così la formazione di un unico grande capitale unificato. Grazie all’unilateralità della sua concezione, Kautsky formula invece la teoria dell’ultraimperialismo, che si fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà un unico trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo di capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale).
Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza tra gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una concorrenza dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo, prima del suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande trust capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare adeguatamente sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana) cui fece invece troppo ampie concessioni, poté sostenere che, prima di arrivare alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti intercapitalistici, diventando interimperialistici e coinvolgendo gli Stati in violente guerre mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione proletaria; a partire dai famosi “anelli deboli”, ma con tendenziale estensione, durante quell’epoca cui la Rivoluzione d’ottobre dava inizio, a tutto il resto del mondo capitalistico. E mi si permetta di dire che, per un buon pacchetto di decenni, tale teoria è apparsa assai realistica e convincente; almeno fino alla vittoria dei comunisti vietnamiti e indocinesi (eravamo già negli anni ’70). Proprio per questo realismo si creò quell’ottica, indubbiamente errata, per cui sembrò per un paio di decenni almeno che la rottura prodottasi nel movimento comunista internazionale, la scissione tra “filosovietici” e “filocinesi”, fosse la riedizione dello scontro politico e teorico tra Kautsky e Lenin, tra un neorevisionismo e un neoleninismo.
Le tesi operaiste non consentono di pensare nulla di tutto questo. Il processo cui fanno riferimento è un finto processo, è il generale inghiottimento di ogni materiale in un “buco nero”, che avviene rapidamente e senza ordine alcuno, senza che se ne possano indicare alcune tappe, alcune sequenze. La centralità del processo di lavoro mette completamente da parte ogni conflittualità intercapitalistica; gli unici soggetti in gioco sono capitale e lavoro, il Capitale e la Classe (operaia). Possono esserci le variazioni già considerate: la fabbrica come immagine della società rigorosamente posta sotto il Comando dispotico del Capitale, o invece la società come immagine della fabbrica, completamente disseminata, decentrata, “esplosa” nel suo indotto. Il potere (comando) capitalistico ora è del tutto centralizzato – e ha il suo “cuore” nello Stato, da annientare (magari, secondo alcune “schegge impazzite”, tramite assassinio di suoi funzionari o agenti politici) – ora invece si frastaglia, sfugge all’ira dei proletari, nascondendosi nelle maglie della società. Il Capitale (centrale) muore, esplode, si multinazionalizza, anzi poi si transnazionalizza, si appiatta, si mimetizza, ormai terrorizzato dalla violenza di quei “terribili” ammucchiamenti di macchine desideranti – desideranti il Comunismo – che sono diventate le masse proletarie. Proletari, poi, possono esserlo tutti, dato che dove sia il Capitale nessuno lo capisce più bene. Chi grida al comunismo, chi vuole il comunismo, chi pretende il comunismo, è già un comunista perfetto e ha già fatto la sua rivoluzione comunista. Che poi non sappia nemmeno di che cosa stia parlando è assolutamente inessenziale; all’intellettuale basta sproloquiare e apparire, al seguace basta il cuore o la pancia (in certi casi, anche la tasca).
Ben ci si accorge allora che il povero Kautsky non c’entra per nulla. Era un “rinnegato” – si diede molto da fare affinché i lavoratori andassero alla guerra interimperialistica, facendosi massacrare per gli interessi delle loro borghesie – ma non era “scoppiato di testa”. Sapeva chi erano i capitalisti e chi gli operai, sapeva che esistono centri di potere in lotta, blocchi sociali variamente articolati fra loro e al loro interno; sapeva che la lotta politica richiede opportune strategie, formulate ed eseguite da determinati gruppi di agenti, conoscendo il terreno di lotta, valutando le proprie forze e quelle dell’avversario, ecc. Era positivista, determinista, un tantino schematico, ma non era in preda al delirio, alla farneticazione. E aveva l’idea del processo, non della precipitazione immediata delle contraddizioni. Predicava che, alla fine, si sarebbe realizzata la prospettiva ultraimperialistica, ma non che, fin da ora e anzi da sempre, l’affrontamento è tra Capitale e Classe dentro il processo di lavoro. In definitiva: aveva letto la prima sezione de Il Capitale, non era subito saltato alla quarta, ai metodi del plusvalore relativo, ai capitoli su cooperazione, manifattura, grande industria! Per certi versi era una persona seria, che studiava e ragionava, non un raffazzonatore di briciole di cultura pseudomarxista come gli operaisti italiani.
Secondo la mia opinione, inoltre, questi ultimi sono dei veri antiumanisti pratici, non semplicemente teorici, anzi scientifici. Abbiamo già detto del marxismo, quello iniziato in definitiva da Kautsky, che ha inavvertitamente spostato l’accento dalle funzioni agli uomini: dalla proprietà dei mezzi di produzione ai proprietari capitalisti (o padroni come detto soprattutto in gergo sindacale), dalla forza lavoro alla classe operaia o dei lavoratori (classe degli uomini che lavorano). Gli operaisti sembra che parlino apertamente e direttamente dei proletari nella loro concretezza di individui della specie umana lavoratrice, delle masse o moltitudini o come altro definiscono di volta in volta il “soggetto rivoluzionario”. In realtà, essi trattano di una sola funzione di queste masse; non quella produttiva, tipica della marxiana forza lavoro, ma quella di radicale insubordinazione al Comando del Capitale, quella del bisogno di comunismo, della riappropriazione delle proprie funzioni più essenziali, desideranti, ecc. Non mi interessa seguire tutte le versioni fornite di queste funzioni che comunque non riguardano mai, come già detto, la produzione, per cui non esiste problema di plusprodotto in nessuna sua forma, quindi nemmeno in quella specificamente capitalistica di plusvalore.
La teoria del valore è negletta dagli operaisti non perché vada incontro alle sue ben note aporie logiche. Della teoria del valore non c’è alcun bisogno per il semplice fatto che tutto è giocato o sul piano di uno scontro di potere, tra dispotismo del Capitale e insubordinazione Operaia; oppure su quello del consumo. Si parla, ad es., di bisogno di comunismo, ma nessun operaista indica che tipo di società sia quest’ultimo, poiché non è un modo di produzione in senso marxiano né una qualsivoglia altra immagine di struttura sociale; è semplicemente un modo di appropriarsi i valori d’uso da consumare, essendo indifferente il come (cioè la forma dei rapporti sociali entro cui) essi vengono prodotti. Si parla, ad es., di macchine desideranti, cioè ancora una volta di consumi e di redistribuzione (violenta) di ciò che è stato prodotto. Se si vuole, si potrebbe scherzosamente – ma non irrealisticamente – sostenere che poiché, in senso proudhoniano, la “proprietà è un furto”, tanto vale opporle il “furto proletario”.
Come gli operaisti se ne infischiano del modo di produzione – non semplicemente della teoria del valore! – così pure non interessa loro definire in alcun modo l’imperialismo. Questo non è una fase del suddetto modo di produzione; magari non la leniniana “ultima o suprema fase” ma comunque una particolare struttura del capitalismo e della conflittualità intercapitalistica. No, nient’affatto: l’imperialismo è un altro modo di declinare superficialmente il Comando del Capitale. Un tempo questo era pensato concentrarsi soprattutto nello Stato; ora gli Stati sono finiti, superati, e il comando è disperso, disseminato in ogni dove. Tale comando però si oppone comunque al consumo delle masse; queste ultime – senza che ci si curi minimamente di chi produce plusprodotto/plusvalore e di chi invece se ne appropria per fondare il proprio potere, ma in una acuta lotta tra frazioni dominanti – debbono solo arraffare quanto più si può di valori d’uso. Il loro comunismo si riduce di fatto, coperto da una fraseologia roboante e ultrarivoluzionaria (sempre I Demoni di Dostojevskji!), a questo arraffamento, per conseguire il quale sono pronti a tanti compromessi con chi finanzia piccole imprese di servizio, magari no profit, o perfino banche etiche o altre “lungimiranti e generose” intraprese atte ad accoccolarsi nel miglior modo possibile, con il minimo sforzo possibile, nelle maglie economico-finanziarie di società “opulente” come quelle a capitalismo altamente sviluppato.
La classe lavoratrice – da cui essi originano la primitiva denominazione (operaisti) – è considerata superata in quanto soggetto rivoluzionario, non in base ad analisi delle dinamiche conosciute nell’ultimo secolo dal modo di produzione capitalistico (lo ripeto: gli operaisti non sanno nulla, oltre al nome, di un modo di produzione) così diverse da quelle previste da Marx, ma solo perché è del tutto superfluo fare distinzioni tra chi lavora e produce e chi no, tra chi presta lavoro esecutivo e chi quello direttivo, ecc. Gli operaisti, ad onta della loro denominazione d’origine, sono fondamentalmente dei sostenitori del consumo e dell’appropriazione diretta e immediata dei valori d’uso, cioè del soddisfacimento dei bisogni di neoclassica memoria, adattato però alle masse o moltitudini che desiderano, vogliono, pretendono fin da subito, il comunismo.
Questi esiziali individui sono stati pompati, intelligentemente, da tutta la stampa dei dominanti, che li ha fatti passare per il prototipo dei marxisti rivoluzionari, mentre essi né con Marx né con il marxismo hanno nulla a che spartire; possono al massimo ricordare, di volta in volta, gli anarchici, Proudhon, Dühring, e personaggi similari, contro cui Marx e i marxisti hanno sempre combattuto (e non solo teoricamente). Grazie però all’accorta pubblicità fatta loro dalla suddetta stampa, gli ambigui, ambiziosi, cinici, pericolosissimi, intellettuali d’origine operaista hanno avuto trent’anni di tempo per annientare il vero, anche se deficitario, marxismo, per cancellarlo dalla memoria delle nuove generazioni, in ciò servendo mirabilmente gli interessi delle classi dominanti. Anche adesso, mettendo le mani sull’imperialismo, che per loro non è un concetto ma un semplice flatus vocis, stanno seminando l’ideologia di un Impero senza centro, dunque senza veri dominanti, senza blocchi sociali, senza alleanze e conflitti interimperialistici, senza forze autenticamente antimperialiste salvo quelle che boicottano la Coca Cola o la Bayer, ecc. Ancora una volta, stanno lavorando per il nemico, per i dominanti (se gratis o meno, non mi interessa). Gli operaisti sono quelli che “innalzano la bandiera rossa per meglio affossarla”, come dicevano un tempo i comunisti cinesi dei “neorevisionisti”. E l’hanno sempre innalzata per meglio affossarla, fin dal lontano 1968.

4. L’antiumanesimo scientifico come premessa di un vero umanesimo politico e morale

Ma torniamo a ciò con cui avevo iniziato. Il marxismo tradizionale ha “tradito” lo spirito scientifico di Marx sostituendo l’uomo (capitalista e operaio) alla funzione. Con questo “tradimento” si è dato la zappa sui piedi. Ha fatto come colui che, entrato in una grande città con una mappa della stessa, non se ne serve adeguatamente perché vuole, in ultima analisi, incontrare gli uomini veri; per cui si ferma nella prima osteria in cui si imbatte, onde sentire il calore umano degli “allegri” avventori. Poi esce, si immerge a casaccio nell’ombra dei vicoli e infine entra nella prima Chiesa dove, forse, verrà detta una messa e potrà godere dell’intenso raccoglimento dei fedeli ivi riuniti. Ecc., ecc. Tutto bello e avvincente, ma la mappa gli sarebbe servita per raggiungere meglio e più speditamente i suoi scopi. Se poi alla mappa fosse stato unito un elenco dei migliori ristoranti, con i loro giorni di chiusura e gli orari di apertura, ed uno delle Chiese con gli orari delle Messe, avrebbe avuto ulteriori vantaggi. Ma non certo per mettersi ore e ore seduto in panchina a consultare mappa ed elenchi. Alla fine, certamente avrebbe dovuto incontrare gli uomini, quelli in carne e ossa.
La scienza coadiuva, non sostituisce. Analizzare con freddezza la funzione proprietaria e quella lavorativa, indagare (e supporre) la loro articolazione, le varie problematiche del prodotto e plusprodotto (nel capitalismo: del valore e del plusvalore), e altro ancora, è utile per capire in quale società ci si muove, per quindi orientarsi e, se possibile, organizzare le strutture di attacco dei dominati contro i dominanti, scegliendo le congiunture più adatte di tale eventuale attacco, e via dicendo. Alla fine, però, gli uomini – ma non qualsiasi uomo – si debbono incontrare, si debbono valutare e organizzare, infondendo loro il senso della prepotenza e arroganza dei dominanti, della miseria (se non materiale, quella morale) dei dominati, ecc. Essere antiumanisti scientifici significa meglio prepararsi ad essere fortemente umanisti sul piano politico e morale; significa precostituirsi degli strumenti di ricognizione del terreno della lotta di classe – strumenti che sono teorie basate su ipotesi rivedibili – onde sconfiggere l’immoralità dei dominanti (non di questo o quel membro della loro classe) e rovesciare intanto le condizioni di quel determinato assetto sociale che consente quella data forma di dominio.
La confusione tra funzioni e uomini, che il marxismo ha provocato modificando impercettibilmente la struttura teorica marxiana, va criticata e superata non per innalzare alle stelle, fino ad isolarle, le funzioni e la scienza che le studia, ma solo per dotarsi degli strumenti (razionali) atti a rovesciare il concreto dominio – nelle sue forme storicamente determinate – di certi uomini (minoranza) su certi altri (maggioranza); dove però il problema non è solo quello di abbattere questo o quel gruppo di dominanti, ma di rovesciare quella particolare forma del dominio. L’antiumanesimo scientifico è dunque – perché lo deve essere e deve volerlo – al servizio dell’umanesimo politico e morale.
Cosa hanno invece fatto e fanno tanti apparenti marxisti? Hanno inneggiato agli uomini nella loro caleidoscopica mescolanza, senza pensare alcuna struttura dei rapporti sociali né alcuna forma di riproduzione degli stessi. Hanno preparato un grande calderone in cui apparentemente, come può credere il non aduso al ragionamento, si trovano gli uomini, quelli veri, quelli che incontriamo ogni giorno. Ma non è così. Vi è invece il massimo disprezzo per gli uomini concreti, una forma di supposta “furbizia” elitaria per cui si sa che, nel capitalismo opulento, si formano strati di emarginati che sono l’equivalente del lumpenproletariat ottocentesco, o dei miserabili di Victor Hugo, solo in condizioni di vita imparagonabili – materialmente perché mentalmente…. – a quelle di un tempo.
Consideriamo ancora quei falsi marxisti che si sono autodenominati operaisti. Vi è chi sostiene che essi sono politicamente dei soreliani, e filosoficamente dei nietzschiani. Non sta a me dirlo. Degli elitari lo sono però senz’altro, e pure dei mestatori che credono di manovrare imponenti masse, mentre possono influenzare solo alcuni nuclei di intellettuali – difficilmente di tradizione scientifica – e gruppi di nullatenenti e nullafacenti, che in una società meno ricca sarebbero soltanto al puro vagabondaggio o alla piccola criminalità; in più, hanno l’appoggio di quote di “buonisti di sinistra” per descrivere la cui mentalità è sempre meglio ricorrere all’arte, ad es. ai film di Buñuel (tipo Viridiana o Nazarin).
In quanto teorico della società (capitalistica), mi sento di poter affermare con la massima sicurezza che questi personaggi non parlano in nessun senso di uomini, ma di generici ammassi di portatori di una funzione di mero consumo. A loro non interessa nulla del valore di scambio (ecco perché odiano tanto la teoria del valore lavoro), non interessa che questo si sia generalizzato in un processo storico che ha visto il formarsi di una “libera” classe di individui privi di mezzi di produzione e costretti a vendere come merce la propria forza di lavoro; non interessa che, tramite questo processo, si è costituita una particolare forma di appropriazione del plusprodotto (in forma di valore) di cui le classi dominanti, in una aperta e a volte aspra e distruttiva conflittualità tra le loro frazioni, si appropriano ai fini di prevalere nella società in quella data fase storica. Gli operaisti ignorano le forme della produzione, della distribuzione, dell’appropriazione e uso ecc.; sono indifferenti a tutto ciò che avviene e avverrà sempre, fin che dura il modo di produzione capitalistico, tramite la generale forma di valore che non è un feticcio da valutare in sé, ma solo quale espressione di una particolare strutturazione della società che va analizzata onde capire le strategie capitalistiche e le possibili controstrategie dei dominati.
Agli operaisti – che oggi si mascherino dietro altre etichette non inganna chi li conosce bene da quarant’anni – interessa solo il valor d’uso; ai loro seguaci, l’odierno lumpen di cui sopra, rivolgono l’invito a trasformarsi in consumatori e, possibilmente, senza passare per l’uso della moneta. Negare, al limite anche mediante furto, il mezzo di scambio generale capitalistico è la loro unica ricetta per il comunismo. Il valore di scambio, secondo la loro opinione, non va criticato e combattuto tramite le opportune strategie di analisi, lotta e trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici; va negato e basta, va anzi ignorato mirando direttamente al valor d’uso, che diventa il nuovo feticcio degli operaisti. Ne La miseria della filosofia, Marx afferma che, nel modo (e rapporti) di produzione capitalistico “non si deve più dire che un’ora di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più la carcassa del tempo” ; e, in questo eccezionale suo brano, è messa a fuoco tutta la differenza, su cui ho tanto insistito, tra la funzione (lavorativa) e l’uomo (lavoratore)!
Per gli operaisti l’uomo diventa invece “carcassa” del mero consumo, viene trattato come un involucro, un contenitore, che deve riempirsi di valori d’uso. Solleticando i peggiori istinti degli uomini all’appropriazione di ciò che semplicemente desiderano – senza alcuna considerazione per gli altri, per quelli che producono quei valori d’uso in forma di merce, dunque secondo i precisi rapporti tra capitalisti (dominanti) e lavoratori (dominati) – questi pericolosi (e consapevoli) pasticcioni fanno leva su gruppi di emarginati, che esistono in ogni forma sociale pur caratterizzata da un determinato modo di produzione in quanto suo fulcro centrale, onde scatenarli contro i meri simboli del potere capitalistico, nel mentre impediscono in realtà ad altri più effettivi dominati, i venditori di forza lavoro in forma di merce, di organizzarsi e pensare le strategie più appropriate per rovesciare il dominio del capitale. Ecco perché, in eventuali congiunture di grave crisi provocata dall’acutizzarsi delle contraddizioni tra gli agenti capitalistici (i dominanti), queste torbide teorie falsamente (ultra)rivoluzionarie, e gli strati sociali disgregati che le seguono pur senza afferrarne il vero senso, diventano la punta di lancia di movimenti populisti che attaccano i simboli del potere capitalistico, che agitano una propaganda “antiborghese”, per scardinare in realtà o per impedire la formazione di forze autenticamente anticapitalistiche.
Il marxismo tradizionale, tramite quell’impercettibile movimento concettuale che ha condotto alla confusione tra funzione e uomo, ha indebolito l’atteggiamento scientifico, dunque l’analisi delle condizioni del dominio capitalistico, anche nelle sue trasformazioni subite nel secolo e mezzo trascorso dall’opera marxiana. Ripristinare la distinzione in questione non è però un semplice sfizio da scienziati, bensì il mezzo per ridare potenza alla capacità trasformativa dei reali uomini soggetti a varie forme di dominazione e oppressione, uomini dotati di orientamento politico e morale. Gli operaisti – diciamolo adesso con chiarezza: oggi si travestono da “Movimento” (magari “dei movimenti”), ma sono gli stessi di sempre – con le loro chiacchiere prive di ogni contenuto razionale, puramente impressionistiche, suggestive, evocative, ecc., sembrano parlare di uomini, ma li hanno invece ridotti a macchinette con funzione di distruzione indiscriminata e di appropriazione per il consumo di beni. La distruzione riguarda qualche simbolo: materiale come vetrine di negozi, sedi di banche, ecc. ma pur sempre simbolo. Il consumo riguarda l’appropriazione di valori d’uso – al limite con il furto onde saltare l’equivalente generale del valore di scambio delle differenti merci – senza minimamente mettere in discussione il modo (cioè i rapporti sociali, di “sfruttamento”, di dominio e subordinazione) secondo cui i valori d’uso sono stati prodotti nella forma del valore (di scambio).
Il marxismo tradizionale va duramente criticato nella sua sclerosi attuale che lo sta portando all’estinzione, coinvolgendo in questa anche Marx e ogni marxista innovatore; bisogna tornare alla distinzione tra scienza e politica e morale, ma per poi reintrecciarle strettamente, farle interagire per nuovi lidi di effettiva costruzione di strategie anticapitalistiche e, oggi ancora una volta, antimperialistiche. L’operaismo è una malattia, un cancro che ha già provocato una commistione, ormai inestricabile, di cellule sane con quelle malate; e queste ormai divorano ineluttabilmente le prime. Naturalmente, l’operaismo non va accusato di essere semplicemente antiumano, altrimenti ricadremmo nelle tesi dell’uomo in generale; e, soprattutto nell’epoca attuale, questo sarebbe politicamente un grave errore. L’operaismo, nei suoi attuali travestimenti, scaglia quei settori sociali, che ogni modo di produzione dominante crea nel suo “intorno” come rifiuti, non prevalentemente contro la classe capitalistica – cioè contro le sue frazioni in lotta per il dominio, cercando di sfruttare questa lotta a favore dei dominati – bensì contro l’esclusione dal godimento di quantità adeguate di valori d’uso, onde appropriarsene una fetta; e con il rischio che, alla fin fine, per esaudire al meglio questo desiderio di appropriazione – direttamente, immediatamente, tesa al consumo – tali settori marginali si scatenino contro i produttori dei valori d’uso in forma di merce, cioè contro frazioni decisive dei veri dominati nel capitalismo.
Bisogna quindi ripristinare la funzione scientifica del marxismo; non certo per porla in contrasto con un autentico umanesimo morale e politico, del tutto necessario a coloro che si battono contro il capitale, ma per impedire che dei torbidi pasticcioni si travestano da difensori dell’Uomo (pur nella sua Moltitudine) al fine annientare ogni possibile politica anticapitalistica, per tentare di innescare movimenti populisti che appoggino di fatto, pur indirettamente, “rivoluzioni” in grado di portare ad autentiche dittature del grande capitale monopolistico.