| GLI AGENTI STRATEGICI
DELLA TRASFORMAZIONE
dentro e contro il capitale
di Gianfranco La Grassa
NOTA INTRODUTTIVA
Il testo sugli agenti strategici qui presentato è
stato scritto ad integrazione del mio volume recentemente uscito: Il capitalismo
oggi (dalla proprietà al conflitto strategico), Petite Plaisance,
Pistoia 2004. Tale testo sviluppa ulteriormente gli ultimi capitoli del
libro, quelli sui dominanti e i dominati. Si precisa l’uso del termine
rivoluzione e si cerca di far comprendere che, nell’attuale società
capitalistica, essa può avere connotati assai diversi, classificati
secondo due tipologie fondamentali: dentro oppure contro il capitale.
La prima concerne appunto i conflitti tra dominanti, con riferimento però
a quelli che sfociano in cambiamenti di fase di grande rilievo, in determinati
tempi e in dati spazi geografico-sociali della formazione capitalistica
mondiale; mentre la seconda riguarda il conflitto tra dominanti e dominati,
finora sempre conclusosi con il fallimento dei tentativi di innescare
la transizione ad una società altra, considerata generalmente come
socialista e poi comunista.
Viene anche ripreso in estensione quanto già sostenuto nel libro
appena citato con riferimento alla smentita di presunte leggi di movimento,
intrinseche al modo di produzione capitalistico, che condurrebbero al
di fuori d’esso, così come ha sempre pensato e sostenuto
il marxismo della tradizione; da qui il rilievo assegnato agli agenti
strategici del conflitto (appunto: dentro o fuori del capitale) e l’indicazione
delle possibilità, ma non strette necessità, che le congiunture
di crisi aperte dalla lotta intradominanti offrono a coloro che si battono
per una trasformazione del capitalismo, a partire dalle concrescenze imperialistiche
che in esso necessariamente si sviluppano secondo modalità mono
o policentriche.
Il testo si chiude indicando le azioni al momento difensivistiche cui
dovrebbero intanto attenersi gli agenti rivoluzionari contro il capitale,
che si sforzano di rappresentare la, e dare adeguati sbocchi alla, lotta
dei dominati in un’epoca storica in cui il tentativo di “fuoriuscire”
dal capitalismo è stato radicalmente sconfitto; nel contempo, si
indica come compito in un certo senso preliminare (logicamente più
che cronologicamente) quello della netta opposizione all’impero
statunitense, che cristallizza la situazione mondiale in una configurazione
ancora monocentrica, rendendo assai più difficoltosa ogni eventuale,
e solo futura, “controffensiva” anticapitalistica da parte
dei dominati e dei loro agenti strategici.
In appendice, si è ritenuto di presentare uno scritto in pubblicazione
su Rosso XXI secolo, che indica i compiti teorici e pratici di un marxismo
che intenda rinnovarsi profondamente nei suoi connotati di fondo; senza
più però seguire il cammino di correnti che si sono spesso
richiamate ad esso (e, in parte, lo fanno ancora), ma che con questo non
hanno nulla a che fare, ed è ora che lo si dica apertamente e definitivamente,
poiché seguendole si rischia proprio la confusione e commistione
tra azioni rivoluzionarie contro e dentro il capitale; anzi, addirittura,
si potrebbe pur inconsapevolmente favorire il mantenimento del monocentrismo
imperiale USA, intorbidando le acque con una finta e immaginaria contrapposizione
tra “soggetti” generici e inarticolati.
1. Che significa rivoluzione
Come primo passo è bene chiarire che cosa si intende per rivoluzione.
Non credo si debba limitare l’uso di questo termine quasi fosse
sinonimo di progresso o di passaggio da una formazione sociale all’altra
o di rivolta (per la presa del potere, in genere quello statale o comunque
politico) dei dominati contro i dominanti. Penso invece ad un rapido,
tumultuoso, periodo di cambiamento delle strutture sociali esistenti da
tempo; sia che ciò riguardi la produzione e la tecnica, o invece
gli apparati del potere politico o quelli dell’egemonia culturale.
Mi sembra comunque più proprio parlare di rivoluzione quando questa
sfocia comunque nel cambiamento soprattutto politico e, in subordine,
culturale. Malgrado l’importanza, nell’attuale società
capitalistica, della sfera economico-produttiva, si può certo parlare
di prima o seconda, ecc. “rivoluzione” industriale, ma mettendo
appunto il termine tra virgolette per segnalare che si tratta di indicazione
analogica, per similitudine, da non intendersi invece nel significato
più specifico dell’espressione.
Nel senso appena considerato, userei allora parlare, malgrado ciò
possa destare scandalo, di rivoluzione fascista o nazista, ecc. Il problema
è semmai poi specificare, qualificare, di che rivoluzione si tratta,
non di negare la novità radicale, e il suo veloce e perfino inatteso
realizzarsi, di certi fenomeni storici che non implicano il superamento
della società capitalistica, ma certamente una sua ri-strutturazione
secondo modalità spesso violente e con mutamenti innovativi degli
assetti politici e ideologici, verificatisi in tempi brevi, mutamenti
che mettono capo a “sovrastrutture” solo apparentemente meno
adeguate alla “base” rappresentata dal modo di produzione
capitalistico.
Naturalmente, questo allargamento del significato del termine rivoluzione
implica un diverso atteggiarsi di fronte al problema degli sbocchi –
e della loro supposta necessità – della dinamica intrinseca
alla formazione sociale capitalistica. Chi crede che tale dinamica comporti
ineluttabilmente l’emergere, tra le classi dominate, di uno o più
soggetti deputati alla trasformazione del capitalismo in altra formazione
sociale (che è poi sempre pensata essere quella socialista o comunista),
non può accettare una definizione di rivoluzione che non implichi
l’azione di tale(i) soggetto(i) nella direzione della trasformazione
in oggetto. Qualsiasi altro mutamento viene trattato come una sorta di
controrivoluzione, di sbarramento reazionario al cambiamento, di difesa
ad oltranza dell’ordine costituito. In questo modo – con una
simile incomprensione della possibilità di rivoluzionamenti interni
ad una transizione intracapitalistica – viene favorita l’azione
di agenti strategici (politici e culturali in specie) del cambiamento
(rapido e tumultuoso) delle istituzioni esistenti, agenti che appaiono
perciò rivoluzionari anche agli occhi di settori importanti dei
dominati e perfino di molti onesti e sinceri militanti della lotta per
la trasformazione anticapitalistica.
Si deve ammettere che la convinzione, indubbiamente espressa da Marx e
dal marxismo in modo scientifico, della trasformazione per linee interne
del modo di produzione capitalistico – ad opera di soggetti che
sarebbero, in sé, già l’anticipazione di una futura
società completamente diversa, e che dovrebbero solo esplicitare,
realizzare, questa loro oggettiva funzione – deve ormai essere abbandonata
senza più esitazioni. Il cambiamento può essere rivoluzionario,
rovesciare radicalmente certi ordinamenti esistenti – in specie
politici e culturali, non escludendo però nemmeno una concomitante
trasformazione di certi apparati economico-produttivi e finanziari –
senza per questo condurre alla vera e decisiva fuoriuscita da un sistema
di rapporti “essenzialmente” capitalistici. Può avvenire
una effettivamente rilevante modifica della natura dei soggetti (classi)
sociali – ad es. la fine della borghesia e del proletariato (o classe
operaia) nella loro caratterizzazione più tradizionale, diciamo
schematicamente ottocentesca per intenderci – nel mentre una serie
di meccanismi da definirsi ancora capitalistici continua a funzionare
e a riprodurre una struttura di rapporti tra dominanti e dominati che
si fonda sulla generale produzione di merci, sulla competizione interimprenditoriale,
sulla creazione e realizzazione del plusvalore, ecc.
2. Differenti livelli della teoria
l’analisi del modo di produzione capitalistico può essere
condotta ad un altissimo (massimo) livello di astrazione, che fissa le
coordinate generali e più “profonde” che si suppongono
quelle più incisive nel riprodurre determinati rapporti di dominio-subordinazione
a partire, appunto, dalle strutture sociali della produzione (dai rapporti
sociali di produzione). Senza questa analisi profonda, non si può
fare nemmeno un passo verso la comprensione della specificità storica
della società detta moderna (lasciamo stare la postmodernità
che è un vuoto chiacchierare sulla modifica di caratteristiche
superficiali, certo rilevante ma che è correttamente intesa solo
se inquadrata nell’ambito del permanere di caratteri essenziali
e generali del capitalismo).
Tuttavia, la struttura del modo di produzione capitalistico, comunque
indagata tramite ipotesi scientifiche e colta nel suo livello più
astratto, non deve portare a conclusioni immediate circa la dinamica –
e i suoi sbocchi – della rete di rapporti sociali di cui detto modo
di produzione è solo il nocciolo interno, l’indicazione (ipotetica)
della “essenzialità” caratterizzante un’epoca
“della formazione economica della società” (per dirla
con Marx). Se il livello di astrazione dell’analisi non cala di
qualche gradino, si rischia di prendere fischi per fiaschi. La contraddizione
detta antagonistica tra capitale (inteso come proprietà o potere
di disporre dei mezzi di produzione) e lavoro salariato (espropriato e
venditore di forza lavoro in qualità di merce) può essere
il punto di partenza di una considerazione relativa all’appropriazione
di plusprodotto (in forma di valore) in quanto problema che ogni classe
dominante deve risolvere a suo favore; se però da tale problema,
e dalla sua risoluzione nella direzione indicata da Marx, si vuol immediatisticamente
dedurre la rivoluzionarietà dei lavoratori salariati, il loro essere
il perno attorno a cui ruoterebbe il processo di trasformazione del capitalismo
in socialismo e comunismo, allora si va molto oltre ogni sensata conclusione.
Tuttavia, sarebbe errato interpretare la leniniana “analisi concreta
della situazione concreta” come la semplice descrizione dei cambiamenti
in corso in ogni dato momento storico, in ogni minima congiuntura, con
spirito di spicciolo empirismo, con la presunzione di fotografare la realtà.
In ogni caso, è necessaria l’opera di astrazione del pensiero,
la costruzione di schemi teorici (ipotetici) concernenti le strutture
e dinamiche dei rapporti esistenti tra vasti raggruppamenti sociali (sintetizzati
in base a comuni funzioni e ruoli, da cui si suppone derivino comuni interessi),
onde capire i blocchi sociali in disfacimento e/o in formazione, le spinte
contraddittorie esistenti nel complesso sociale, i punti di debolezza
e di forza di chi si combatte; è rilevante cogliere certe correnti
“sotterranee”, non sempre visibili nella loro presenza immediata,
sapendo prevedere (oserei dire, in certi casi, intuire) lo sbocco di determinati
processi nel breve o anche medio periodo.
3. Passato e presente di un’analisi marxista
Il primo passo, comunque, è senza dubbio l’analisi –
e, a questo punto, la riformulazione – del concetto di modo di produzione
capitalistico. “Senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”
(Lenin) significa, a mio avviso, che non si procede a nessuna prassi di
vero cambiamento in assenza di una visione ampia, ma certo sintetica,
dell’intera epoca storica in cui si sta vivendo ed operando.
Debbo aprire una piccola parentesi. Nei primi decenni del ‘900,
con la profonda e pressoché generale degenerazione delle socialdemocrazie,
sfociata nel “tradimento” del 1914, era piuttosto ovvio e
convincente l’atteggiamento di coloro che vollero combattere il
“revisionismo” pensando di ripristinare – in realtà
anche innovandolo in parti consistenti – il marxismo (non esattamente
il pensiero di Marx). Tale atteggiamento diede i suoi frutti a partire
dalla Rivoluzione d’ottobre che ritengo sbagliato, e sintomo di
gravissimo cedimento opportunistico, rinnegare oggi. Di fronte, fra l’altro,
alla continuazione del massacro conseguente allo scontro mondiale interimperialistico,
sostenere che Lenin fece forzature, che era meglio lasciare al suo posto
l’imbelle e inattivo Governo Kerensky, è atteggiamento comprensibile
soltanto con la passiva accettazione della prospettiva storica propugnata
dai “vincitori” dopo il 1989-91. La creazione dell’URSS,
e poi del “campo socialista” – e tutto il periodo che
va fino alla liberazione dell’intera Indocina dal dominio imperialistico
americano – vanno invece considerati fattori positivi dello sviluppo
storico del ‘900, pur senza dimenticare i molti processi degenerativi
ormai in corso già a partire dagli anni ’30 (e anche prima).
Il 1989-91, tuttavia, non può essere trattato come una specie di
ritorno alla situazione dei primi decenni del ‘900. Tra gli anni
’60 e ’80 del secolo scorso, è ammissibile si fosse
creata la sensazione di dover ancora una volta battere il neorevisionismo,
facendo prevalere una sorta di neoleninismo (molti interpretarono così
la Rivoluzione culturale cinese e il pensiero di Mao). Oggi, non ha più
senso pensare in questo modo. Ormai, l’intera epoca del comunismo
(la farei partire, più che dall’ottobre 1917, dalla Comune
di Parigi) è chiusa, anche se la memoria del passato deve continuare
a sussistere e a produrre comunque insegnamenti. E’ a questo punto
inutile e dannoso fingere il neorevisionismo e il neoleninismo. Quanto
poi a considerare ancora esistente un campo socialista (Cina e Corea del
Nord, Cuba e non so cos’altro), mi sembra una sciocchezza colossale
che va al di là delle mie capacità di comprensione. Siamo,
se si cerca un’analogia, a dopo il 1815, quando un’epoca del
tutto nuova entrò in gestazione, ma con correnti a lungo sotterranee
e per nulla leggibili. Nessuno, né anziano né giovane, poteva
subito dopo quella data immaginare che cosa sarebbe accaduto nella seconda
metà dell’800. I più vecchi, se ancora rivoluzionari,
continuavano sicuramente a ragionare secondo schemi ormai superati; e
anche allora i “tradimenti” furono la regola, e lo sbandamento
delle forze del cambiamento sociale pressoché completo.
Per quanto Marx sia da considerarsi a tutti gli effetti uno scienziato
sociale, non affatto un utopista, il “suo” comunismo ha dimostrato
secondo me ampiamente di essere dell’ordine dell’immaginario.
Siamo ora entrati in una nuova epoca, in una fase di transizione, da cui
certamente, come sempre, usciremo con nuove coordinate di pensiero e di
prassi, sia che si tratti di quelle conservatrici o invece “rivoluzionarie”
(nel senso già indicato, che non implica necessariamente il trapasso
ad altra formazione sociale). Tuttavia, nel frattempo, che cosa facciamo?
Abbandoniamo ogni pensiero di cambiamento, accettiamo lo stato di cose
presente, ci dedichiamo alle piccole questioni della nostra vita personale?
Alcuni lo faranno, ma non sarà mai il caso di tutti. Per quanto
mi riguarda – e non credo affatto si tratti solo di un problema
mio personale – non posso che agire sul crinale di due versanti:
quello del futuro, che sono convinto si manifesterà infine ma con
connotati non certo profetizzabili; quello del passato che trasmette comunque
una ricca messe di insegnamenti (pratici e teorici) da utilizzare al meglio,
onde non si interrompa completamente la memoria storica indispensabile
anche nei periodi nuovi.
Ci saranno come sempre gli avanguardisti, quelli che riscoprono l’acqua
calda pur denominandola diversamente, quelli che credono sempre che la
storia ricominci con loro (e da loro), che ignorano totalmente il passato,
e che alla fine si disperdono e dissolvono proprio perché privi
di spessore e basamento, non senza aver provocato i loro bei guai. Ci
saranno poi quelli che trasmetteranno la memoria del passato, ma con la
coscienza che di passato si tratta, che come tale va pensato e analizzato,
discusso, sviscerato, tentando di recuperare quanto più materiale
è possibile per eventuali, e ancora non note né ipotizzabili,
costruzioni future; saranno certo poi coloro che si appresteranno alla
nuova edificazione a scegliere quali materiali trasmessi sono i migliori
per ottenere una “abitazione” confortevole e con le porte
aperte ai nuovi tempi che andranno irrompendo.
4. Riconsideriamo il modo di produzione (capitalistico)
Dunque, riformulazione del vecchio concetto di modo di produzione, innanzitutto,
al fine di non disperdere un’eredità che probabilmente (non
sicuramente, cerchiamo di essere sobri e ragionevoli) sarà utile
alle costruzioni teoriche e alle pratiche rivoluzionarie del futuro. Se
qualcuno vorrà utilizzare ancora tale concetto, dovrà tuttavia
essere reso consapevole e facilitato nella presa d’atto che i rivoluzionari
della “vecchia” scuola (cioè noi) avevano ben compreso
il fallimento di un’intera epoca di tentativi di trasformazione
radicale del capitalismo in una veramente diversa formazione sociale.
Dimostrare che si è coscienti di un simile colossale fallimento
lo si può intanto sul piano del mutamento teorico; un mutamento
deciso, effettivamente di notevole portata, che può certo essere
accompagnato dal malinconico struggimento per ciò che si è
perso, senza però farsi paralizzare da tale comprensibile sentimento.
La prima mossa necessaria è riconoscere infine, senza più
tergiversare, che all’interno della dinamica capitalistica non si
è formato, né si va formando, alcun soggetto portatore oggettivo
della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, con transizione verso
il comunismo. Non vi è motivo di buttare a mare l’analisi
marxiana della creazione del plusprodotto nella sua forma di valore, in
quanto risultato di uno storicamente specifico meccanismo riproduttivo
(dei rapporti sociali capitalistici). Il plusprodotto è sempre
indispensabile alle classi dominanti, di tutte le formazioni sociali,
per esercitare appunto la loro più pervasiva egemonia. Tuttavia,
l’errore di tanti marxisti è stato quello di passare da questa
giusta premessa a conclusioni del tutto semplicistiche ed errate. In particolare
due: a) che chi controlla e utilizza il plusprodotto esercita ipso facto
il dominio; b) che i produttori del plusprodotto hanno una funzione speciale
(e decisiva) nel provocare la trasformazione da una vecchia ad una nuova
formazione sociale.
Per quanto concerne la prima conclusione, è ormai del tutto ovvia
la differenza tra dominio ed egemonia, tra possibilità dei dominanti,
anche per lunghi periodi di tempo, di mantenersi a spese del plusprodotto
dei dominati e vera capacità di espandere e riprodurre su basi
allargate il proprio dominio e il proprio mantenimento. Per conseguire
quest’ultimo risultato, non è affatto sufficiente l’ottenimento
del plusprodotto, è invece necessario il suo impiego al fine di
riprodurre condizioni che in un certo senso “legittimino”
le pretese di dominio garantendo lo sviluppo e l’ammodernamento
di quella data formazione sociale; condizioni che sono certo anche economico-produttive
– assai importanti in specie nella società di tipo capitalistico
– ma senza trascurare la rilevanza di quelle politiche e ideologico-culturali.
Tale “legittimazione” implica sempre, e si conquista tramite,
l’aspro conflitto interdominanti.
Se si considera in particolare il capitalismo, il conflitto in questione
ha immediata rilevanza proprio nella sfera economica; ed è qui
che esso si presenta come concorrenza mercantile e il plusprodotto appare
perciò nella forma del valore, venendo ad esistenza nell’ambito
di una sostanziale equivalenza nello scambio di merci, ivi compresa la
merce forza-lavoro, con conseguente occultamento del problema dello sfruttamento.
Tuttavia, è impossibile dimenticare l’aspetto politico e
culturale della “legittimazione” di cui sopra. Vorrei però
che su tale questione ci fosse il massimo di chiarezza. I punti nodali
sono due ed entrambi vanno sottolineati e tenuti nella massima considerazione.
Innanzitutto, la produzione resta la “base” della vita sociale,
e la sfera economica ha quindi la massima importanza; quando, nella transizione
al capitalismo, il conflitto penetra e si acutizza in tale sfera e si
estrinseca nella formazione del mercato, è impossibile prescindere
da tale suo aspetto, assolutamente ineliminabile finché durerà
questo tipo di società. Nessuna egemonia della classe dominante
capitalistica è possibile se non viene risolto il problema della
riproduzione sociale mantenendo in piedi tale ambito del conflitto, che
sempre la scoordina e squilibra tramite continue innovazioni, vero elemento
dinamico e propulsivo dell’insieme sociale. E tuttavia, in secondo
luogo, il dinamismo, che squassa e sconvolge gli assetti già costituiti
tramite crisi economiche e ancor più sociali, deve essere sia alimentato,
e nel contempo controllato, in date congiunture, sia riportato a nuovi
equilibri in congiunture successive, tramite l’azione di agenti
politici e culturali. Con analogia di larga massima, il conflitto nella
produzione è il cervello, con i suoi processi fisico-chimici e
in specie fisiologici, mentre la politica e la cultura sono la mente che
“scopre” nuovi assetti (idee) e controlla e incanala i suddetti
processi nel loro tumultuoso emergere al livello del pensiero.
5. Il presunto soggetto della transizione dal capitalismo al comunismo
E’ tuttavia la seconda conclusione tratta dal marxismo –
quella sub b) – ad essere stata la più gravemente errata,
tanto da portare a continui fallimenti, pur dopo iniziali successi, la
politica rivoluzionaria dei comunisti per oltre un secolo fino al suo
impantanamento definitivo. Ci si è intestarditi sull’oggettiva,
necessaria, ineluttabile, funzione rivoluzionaria della classe operaia
(o comunque dei lavoratori salariati) in base ad un presunto in sé
rappresentato dalla sua funzione di produttrice del plusvalore (forma
storicamente peculiare del più generale plusprodotto). E quando
è apparsa in tutta la sua gravità la non rivoluzionarietà
di tale classe nelle società a modo di produzione capitalistico
maggiormente sviluppato, non si è trovato di meglio che trasferire
lo stesso impianto teorico a livello mondiale, collocando tali società
nella posizione del vecchio soggetto “classe proprietaria capitalistica”
e considerando le società a basso, quasi inesistente, grado di
sviluppo del modo di produzione in oggetto come il sostituto della classe
operaia o proletariato. Si è continuato così a perpetrare
l’errore e forse, perfino, lo si è aggravato.
Marx è fino ad un certo punto responsabile di tale errore di prospettiva.
Egli non aveva posto nella classe lavoratrice l’oggettiva funzione
rivoluzionaria solo in base alla sua posizione di produttrice di plusvalore
(plusprodotto). Solo chi ha pensato in modo così profondamente
sbagliato e rozzo poteva poi credere di poter sostituire le masse diseredate
del terzo mondo alla classe operaia “occidentale”. Marx non
era così semplicistico e schematico. E soprattutto guardava non
alla semplice economia – di cui l’estrazione di plusvalore
fa parte a pieno titolo – bensì ai rapporti sociali. Ebbene,
è nella dinamica di questi che Marx pensava di aver individuato
il concreto processo storico capace di far transitare al socialismo e
comunismo. Per quale motivo ciò che Marx negava apertamente a tutte
le classi dominate dei vecchi modi di produzione (schiavismo, feudalesimo,
ecc.), cioè la loro funzione rivoluzionaria aperta alla nuova formazione
sociale del futuro, egli lo attribuì invece alla classe lavoratrice
salariata? Questa è la domanda da porsi correttamente e a cui rispondere
correttamente.
Gli schiavi e i servi della gleba non erano affatto coinvolti in un processo
che li portasse ad una sintesi sociale, ad una fusione, o almeno riavvicinamento,
delle funzioni che avevano nella società; un riavvicinamento però
che comportasse pure l’emergere – e la visibilità,
sia pure in “controluce” – di un accorpamento, un coordinamento,
a livello collettivo di tali funzioni tale da raffigurare in sé
la formazione di un nuovo modo sociale di produrre di cui essi potessero
essere gli artefici e i dirigenti. Questo invece sarebbe avvenuto, secondo
Marx, proprio con riguardo alla classe lavoratrice salariata nella società
capitalistica. Tutto parte dal fatto che la classe dominante, in tale
società, sviluppa pienamente il conflitto nell’ambito della
sfera economica. Questo comporta non semplicemente un enorme dinamismo
con rapido sviluppo delle forze produttive (con effetti cui accenneremo
più sotto), bensì soprattutto un accentuato processo di
centralizzazione dei capitali, che favorirebbe, in un primo tempo, l’ulteriore
sviluppo delle forze produttive – poiché provocherebbe l’ingrandimento
delle fabbriche con sostituzione di nuove macchine sempre più potenti
(e incorporanti un progresso scientifico accelerato) alle vecchie –
ma avrebbe pure effetti decisivi sulla struttura sociale.
Da una parte, un numero sempre più ristretto di grandi capitalisti,
dall’altra una massa crescente di lavoratori salariati. Il problema
non è però nell’accentuarsi del divario per ciò
che concerne sia la proprietà e la ricchezza degli individui, sia
il numero dei capitalisti in rapporto a quello dei lavoratori. La quantità
non si tramuta immediatamente in qualità. Il fatto è che
la proprietà sempre più accentrata sarebbe divenuta una
pura proprietà finanziaria, proprietà di quote azionarie
delle società in possesso di fabbriche di dimensioni crescenti.
Entro queste ultime si sarebbe venuto formando un corpo lavorativo, gerarchicamente
stratificato (dagli alti dirigenti ai più bassi gradini del lavoro
esecutivo), e tuttavia sempre più coeso nella visione di una funzione
direttamente produttiva, subordinata però al comando di capitalisti
estranei ad essa e in grado di appropriarsi dei frutti della sua attività
in quanto semplici rentier. Questo corpo lavorativo avrebbe appunto mostrato,
nella struttura dei rapporti che legavano i suoi vari strati, l’intelaiatura
di una nuova forma societaria, in cui chi effettivamente produceva avrebbe
anche avuto il controllo e la direzione dei processi produttivi.
Certamente, all’inizio (dopo una rivoluzione contro i proprietari),
alcuni avrebbero diretto e altri ancora soltanto eseguito; e ad ognuno
il prodotto sarebbe toccato solo in relazione al proprio lavoro, il che
– nella concezione di Marx, a differenza di quanto successe poi
nella costruzione del socialismo in URSS e dintorni – significava
soprattutto qualità (complessità) del lavoro e non la sua
semplice quantità. Tuttavia, si sarebbe trattato soltanto della
fase di transizione al comunismo, una società, quest’ultima,
in cui sarebbero sussistite ancora differenze, ma non più nel livello
del sapere produttivo né nella posizione gerarchica all’interno
delle fabbriche. In ogni caso, mi preme soprattutto porre in evidenza
che i lavoratori salariati, secondo l’impostazione teorica di Marx,
sarebbero già stati, in nuce, una nuova forma di società,
una forma avviata verso il comunismo. Non era il fatto di produrre il
plusprodotto (in forma di valore) ad assegnare alla massa dei lavoratori
salariati la funzione di soggetto portatore della transizione ad una nuova
società. Produrre il plusprodotto, in sé, è solo
una condanna; e non tanto per quanto riguarda i livelli (miserabili) di
vita (simile concezione è di una sconfortante banalità),
ma soprattutto per i livelli culturali, di potere politico e anche, nel
capitalismo, di sapere produttivo (che in tutte le società precapitalistiche
è caratterizzato da progressi lentissimi).
In questo senso, allora, il comunismo sarebbe in gestazione entro “il
ventre” della società capitalistica; e la rivoluzione proletaria
(della massa dei salariati, dell’intero corpo lavorativo) sarebbe
la “levatrice di un parto ormai maturo”. Per questo il comunismo
è pensato quale sbocco di un movimento necessitato che “abolisce
lo stato di cose presente”. E oltre a questo, lo sviluppo delle
forze produttive provocato dal capitalismo (nella sua fase ascendente,
quella in cui i capitalisti dirigono ancora i processi produttivi in virtù
della loro condizione di proprietari) avrebbe infine consentito anche
la fine della scarsità e la possibilità concreta di passare
alla fase in cui ad ognuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni.
6. Il soggetto della rivoluzione non è creato dalla dinamica capitalistica
A quasi un secolo e mezzo dall’analisi di Marx, molti punti della
stessa mostrano ancora una freschezza invidiabile. Tuttavia, per quanto
riguarda la rivoluzione proletaria e il suo soggetto (o i suoi soggetti),
nulla è andato come previsto da questo geniale pensatore. In senso
proprio, non credo si debba dire che la storia ha falsificato la sua teoria,
applicando criteri popperiani di invalidazione delle ipotesi scientifiche
che mi sembrano assai poco utilizzabili in questo contesto. Tuttavia,
una persona sensata non può non porsi il problema se Marx avesse
individuato esattamente le dinamiche interne alla formazione sociale innervata
dal modo di produzione capitalistico; anzi, con domanda ancor più
radicale, bisogna chiedersi se egli avesse colto veramente le caratteristiche
più decisive e “profonde” di tale tipo di società.
In tutta franchezza, mi sento di rispondere oggi negativamente.
Per Marx – e il marxismo è stato ancora più schematico
al riguardo – la proprietà (privata) dei mezzi di produzione
è il perno attorno a cui ruota l’intero sistema dei rapporti
sociali capitalistici. Tale proprietà da una parte, e la libera
disponibilità di forza lavoro espropriata dei suddetti mezzi dall’altra,
caratterizzano, secondo Marx e il marxismo, la relazione fondamentale
che struttura il capitalismo; detta relazione dà ragione dell’appropriazione
del plusprodotto in forma di valore, rispettando nel contempo, nel livello
superficiale delle relazioni mercantili, il principio dello scambio secondo
criteri, almeno mediamente, di equivalenza. In realtà, la proprietà
è solo lo scudo protettivo del predominio degli agenti capitalistici
nella sfera economico-produttiva.
Intendiamoci bene: la cosiddetta rivoluzione manageriale si è dimostrata
assai meno epocale e definitiva di quanto pensato da un Burnham. Ci sono
stati periodi – e particolari formazioni sociali come quella statunitense
– in cui tale rivoluzione sembrava ormai un fatto compiuto; ma,
in definitiva, la proprietà resta lo scudo protettivo d’ultima
istanza. E tenuto conto che, data la forma capitalistica della produzione,
la ricchezza prodotta si duplica in reale e monetaria, la proprietà
finanziaria – non solo monetaria, ma anche di titoli azionari smerciabili
come qualsiasi altro bene – è elemento decisivo di consolidamento
e difesa del dominio degli agenti capitalistici. E’ però
ovvio che, se si resta al livello del puro fatto proprietario, si notano
soprattutto gli incessanti, e senza termine ultimo, processi di centralizzazione
dei capitali (cioè della proprietà azionaria) legati specialmente
alla costituzione di catene di possesso (holding), ecc.
Marx non ha mai immaginato sbocchi ultraimperialistici della centralizzazione
proprietaria, non ha mai teorizzato un vero e proprio capitalismo di Stato,
e nemmeno la costituzione di un organismo finanziario (banca) completamente
accentrato e accentratore. Per lui, il cosiddetto feticismo delle merci
non significava solo subordinazione – in una particolare fase del
capitalismo, quella della libera concorrenza – di ogni “produttore”
capitalistico (impresa) a “cieche” leggi mercantili. Il capitalismo,
proprio nella sua essenza di modo sociale di produzione, si costituisce
attraverso una fase di transizione, durante la quale il conflitto intradominanti
si estende dalle sfere politica e ideologico-culturale, in cui sussisteva
nelle varie formazioni precapitalistiche, alla sfera economico-produttiva
dove diventa sempre più virulento; e tanto più si accentua
quando si passa dalla situazione della libera concorrenza tra una miriade
di piccolo-medie imprese a quella dello scontro, con temporanei accordi,
tra imprese giganti oligopolistiche. Tale tipologia del conflitto spezza,
frantuma la produzione in tante unità separate e relativamente
autonome, i cui lavori si socializzano solo indirettamente, dopo essersi
“incorporati” in quei beni definiti merci, andando a costituire,
in definitiva, il valore di queste ultime.
Marx non teorizza alcuna mano invisibile, sia pure con connotati negativi
invece che positivi così come considerato da Adam Smith. Che si
tratti di libera concorrenza o di forme di mercato mono(oligo)polistiche,
per Marx non cambia il dato di fatto decisivo: il capitalismo vive solo
nella competizione, e non può vivere senza di essa. Il feticismo
implica che il “produttore” (capitalistico, cioè l’impresa)
guarda solo al mercato e alla competizione nel suo ambito. In certe fasi,
quando la produzione di ogni dato bene è affidata a un numero indefinito
di tali “produttori”, le relazioni interconflittuali sono
troppo complesse e non conoscibili da nessuno in particolare; in altri
casi (forme mercantili non concorrenziali e oligopolistiche) sono invece
assai più semplici e leggibili; sempre, tuttavia, si deve passare
per il conflitto e la sconfitta dei concorrenti: mors tua vita mea.
E’ ovvio però che, se si pensa in termini di proprietà,
se cioè i rapporti di produzione diventano praticamente sinonimo
di rapporti di proprietà, è facile concludere che, in presenza
della centralizzazione dei capitali, vadano indebolendosi i motivi del
conflitto e rafforzandosi quelli di un accordo tra l’ormai esiguo
numero di capitalisti sfruttatori. I rapporti capitalistici di produzione
diventano un involucro superficiale (proprietà meramente azionaria
di tipo prettamente finanziario) che frena lo sviluppo delle forze produttive
– prima invece favorito dal conflitto – indebolendo quindi
la legittimazione dei dominanti capitalistici, che traevano quest’ultima
dalla loro capacità di accrescere i livelli di vita sociali. Verrebbe
allora sempre più in evidenza la cooperazione nell’ambito
dell’intero corpo lavorativo (ruoli direttivi ed esecutivi) come
nuovo fattore di rilancio delle forze produttive; e per di più
un fattore virtuoso, di armonia fra i produttori, non di conflitto e di
sopraffazione degli uni a detrimento di altri, così come avviene
nel capitalismo.
A distanza di circa un secolo e mezzo da Il Capitale, il capitalismo continua
a sviluppare – non virtuosamente, anzi! – le forze produttive,
mentre la società che si era presunta alternativa (per buoni settant’anni)
ha dimostrato di essere assai poco virtuosa e per di più, dopo
i primi gradini di una sorta di accumulazione originaria, incapace di
sviluppare le forze produttive e i livelli di vita della stragrande maggioranza
dei suoi membri; infine è sparita dalla scena storica checché
ne pensino alcuni ritardatari. E’ ora o no di cambiare qualcosa
nell’originario impianto teorico del marxismo e dello stesso Marx
(pur se questi non va confuso con la teoria che a lui ha preteso di ispirarsi)?
Penso proprio di si!
7. Proprietà e conflitto: la distruzione creatrice
La proprietà, e i suoi processi di centralizzazione – in
parte contrastati da processi contrari di scomposizione proprietaria e
di disseminazione dei poteri imprenditoriali in specie in epoche di intensi
“rivoluzionamenti” economici con grappoli di innovazioni soprattutto
di prodotto – rappresentano una cintura protettiva del dominio nella
sua forma capitalistica. Tuttavia, l’elemento centrale e veramente
caratterizzante, innervante l’intero tessuto della società
capitalistica, è invece il conflitto di strategie tra gli agenti
di tale forma di dominio. Introducendosi, durante la transizione dal feudalesimo
al capitalismo, nella sfera produttiva e provocandone la frammentazione
e l’acuta dinamica interattiva, il conflitto intradominanti è
la causa decisiva dell’impetuoso sviluppo delle forze produttive
e della crescita della ricchezza prodotta; una crescita del tutto squilibrata
tra le diverse classi sociali, e con rapidi mutamenti dei rapporti tra
“redditi” (costituenti il plusvalore) – e loro ritmi
di crescita – di cui godono i diversi gruppi di agenti dominanti,
ma che conduce comunque ad un generale aumento del reddito anche dei ceti
sociali dominati (o comunque non dominanti).
Solo lo squilibrio, come forma precipua dello sviluppo capitalistico,
spiega il prodursi di quest’ultimo secondo ondate cicliche, spiega
le fasi di profonda stagnazione e crisi; ma spiega anche come la produzione
capitalistica non sia un gioco a somma zero, dove una minoranza si arricchisce
a spese dell’impoverimento della maggioranza. Solo il regresso al
socialismo ricardiano poteva portare alcuni falsi marxisti a conclusioni
così aberranti. In Ricardo, profitto e salario sono in correlazione
inversa; se uno cresce, l’altro deve diminuire. Marx aveva già
chiarito abbondantemente che, con i metodi del plusvalore relativo, profitti
e salari possono crescere entrambi in termini reali (potere d’acquisto
e quindi tenore di vita); solo profitti e salari relativi – cioè
le parti della giornata di lavoro che essi rappresentano – stanno
in relazione inversa. Lo sviluppo capitalistico, tramite l’alternarsi
della crescita e della crisi, porta tendenzialmente all’arricchimento
(reale), pur se in misura squilibrata, di tutti, o quasi, gli strati della
popolazione. Chi non ha ancora capito questo, continuerà a ingannare
e ingannarsi, e sarà sempre sconfitto dalle lezioni “storiche”.
Chi non ha capito questo, non comprenderà nemmeno mai perché
Cina e India, paesi con oltre il terzo della popolazione mondiale, abbiano
scelto, e irreversibilmente (basta con le illusioni), lo sviluppo (capitalistico,
finiamola con le idiozie) delle loro economie.
Lo squilibrio, di cui appena detto, è il sintomo più pregnante
della costituzione conflittuale della produzione capitalistica, della
sua continua frammentazione che costantemente produce e riproduce, su
scala allargantesi, le forme mercantili e di valore. Il conflitto di strategie
(imprenditoriali) è appunto la causa fondamentale dello squilibrio,
e quindi dell’andamento ad onde assunto dallo sviluppo delle forze
produttive strutturate dai rapporti sociali capitalistici. L’essenzialità
del conflitto strategico – ai fini della riproduzione, squilibrata
e con alti e bassi congiunturali, del sistema produttivo capitalistico
– spiega bene i motivi per cui è impossibile l’affermazione
di tendenze ultraimperialistiche, di tendenze ad una centralizzazione
che, se considerata invece nella sua mera veste proprietaria, porta all’errata
conclusione dell’espulsione di detta proprietà dai processi
produttivi, ove funzionerebbero solo corpi lavorativi integrati e prefiguranti,
nei loro reciproci rapporti, l’intelaiatura della futura formazione
sociale in transizione verso il comunismo.
Un autore “borghese” che aveva capito alcune cose essenziali
del capitalismo è stato Schumpeter. Data la sua specializzazione
scientifica, non trattò adeguatamente i processi sociali, limitandosi
di fatto a quelli economici; e indagò perciò lo sviluppo
squilibrato nella semplice veste delle ondate di innovazioni (di processo,
di prodotto, di fonti di energia, ecc.), utilizzando comunque la felice
immagine della distruzione creatrice. Perché è proprio così:
il capitalismo ha atteggiamenti distruttivi (non solo economicamente ma
anche socialmente) ma produce, tramite gravi crisi (ancora una volta sociali
non meno che economiche), nuovi equilibri caratterizzati da diverse strutture
di rapporti sociali (pur sempre nell’ambito della loro forma capitalistica).
E un’altra cosa capì l’economista austriaco: l’ondata
innovativa nasce entro il gruppo sociale dominante, che egli vide, da
economista, come soltanto rappresentato dai gruppi imprenditoriali. La
sua visione era rappacificante; la lotta era semplicemente tra nuovo e
vecchio, e alla fine il nuovo avrebbe vinto portando l’economia
su gradini di sviluppo più alti, che erano da lui considerati un
bene per l’intera società, e che sarebbero stati infine raggiunti
con generale soddisfazione di tutti i partecipanti al gioco produttivo.
Il capitale finanziario (bancario) aveva, nel suo modello, una semplice
funzione di lubrificante dell’ingranaggio, favorendo, tramite il
credito, il trasferimento di fattori produttivi dai settori tradizionali
a quelli innovativi. La visione edulcorata del processo sociale, invece
assai più tumultuoso e gravido di conseguenze spesso catastrofiche
– ivi comprese due guerre mondiali, le avventure coloniali e neocoloniali,
la crisi economica (e sociale) del 1929-33, ecc. – non deve indurci
a rifiutare il nocciolo razionale che esiste nel pensiero di tale autore
(non comunista e non marxista).
Il conflitto intradominanti, con tutti gli squilibri che provoca, è
il perno del successo e dello sviluppo del sistema capitalistico, della
sua attuale, e per un’intera fase storica, rimondializzazione con
rinnovata e per il momento indiscussa supremazia. Tale conflitto è
però proprio quello che mette in luce, soprattutto nelle sue fasi
acute, il terribile potere devastante delle strategie conflittuali intercapitalistiche
(interdominanti) e apre delle congiunture, spesso lunghe, in cui il sistema
mostra le sue crepe, le sue debolezze strutturali, le faglie che lo solcano,
aprendo possibilità di fuoriuscita – comunque intensamente
pensate, e anche praticamente cercate, da determinati gruppi di agenti
strategici rivoluzionari – dalla forma capitalistica dei rapporti
sociali più decisivi. Si tratta però solo di possibilità;
e proprio per questo esse vengono giocate su sponde contrapposte, che
non sono solo – anche se spesso avviene soltanto questo –
quella della conservazione e quella della rivoluzione; a volte, lo scontro
è interno all’intento rivoluzionario, è condotto sia
da chi vuole mutare realmente l’intelaiatura portante dei rapporti
implicanti il dominio nella sua forma capitalistica sia da coloro che
invece intendono “tutto cambiare affinché nulla cambi”
(secondo la felice espressione utilizzata ne Il Gattopardo).
E’ questo scontro “triangolare” – conservazione,
rivoluzione contro il capitale e rivoluzione dentro il capitale –
che deve ritenere la nostra attenzione. Ovviamente, essendo ben consapevoli
che si faranno sempre delle semplificazioni d’ordine teorico, perché
nella “realtà” ogni lato del triangolo presenta numerose
sfumature; e la politica “concreta” dovrà tenerne conto.
8. Il conflitto intradominanti
In definitiva, gli agenti dominanti decisivi del capitalismo sono i portatori
di strategie di conflitto per la supremazia. Un conflitto appunto tra
dominanti. Il conflitto tra questi ultimi e i dominati (o non dominanti)
è caratterizzato più che altro in senso redistributivo –
non solo di reddito, ma anche di potere politico e ideologico-culturale
– e non sfocia quasi mai in alcuna consapevole intenzionalità
progettuale di fuoriuscita dall’assetto capitalistico dei rapporti
sociali. Certo, tale conflitto, in congiunture particolarmente difficili
e aspre, alimenta la destrutturazione sociale e contribuisce alle già
considerate possibilità di rivoluzionamenti (contro o dentro il
capitale). In ogni caso, ai fini della destrutturazione in oggetto, è
assai più gravida di conseguenze rilevanti la conflittualità
interdominanti (intercapitalistica); la lotta redistributiva in quest’ultima
si inserisce e può provocare un aggravamento del “caos e
disordine” in fasi di particolare acutezza della stessa.
Si è già detto dell’introduzione di tale forma del
conflitto nella sfera produttiva durante la transizione al capitalismo
(periodo dell’accumulazione originaria); si è già
detto dunque della grande importanza assunta dagli agenti strategico-imprenditoriali
in tale forma di società, importanza strettamente connessa al presentarsi
della produzione nella sua caratteristica frammentazione in unità
separate e relativamente autonome, tra cui corrono rapporti di competizione,
con squilibrio e disarmonia, implicanti comunque la reciproca compravendita
di beni che sono dunque merci aventi valore (incorporanti lavoro). Si
è già rilevato che tali agenti sono difesi da uno scudo
costituito dalla proprietà (anche giuridica); quest’ultima
non va considerata nel suo statico aspetto di quote (ad es. azionarie)
possedute, bensì in quello relativo alle dinamiche manovre (strategiche
appunto) tramite cui si stabiliscono – con l’uso del diritto
in quanto sedimentazione e istituzionalizzazione temporanea di dati rapporti
di forza – ramificate catene di comando, nel cui ambito relativamente
piccole quote di capitale investito in proprietà azionaria (dunque,
fondamentalmente, finanziaria) controllano ingenti quantità di
capitali investiti in attività reali, in attività produttrici
di beni incorporanti valore e plusvalore.
Quello che conta dunque, per ciò che concerne la funzione degli
agenti strategico-imprenditoriali, non è la mera proprietà,
ma il complesso delle mosse strategiche compiute per battere i competitori
(inglobandoli o espellendoli dal mercato); e tra queste mosse vanno ricomprese
anche quelle relative alla proprietà al fine di costituire sempre
più intricate costellazioni di potere. Tale potere, che si disloca
variamente e muta le sue articolazioni interne, spesso per confondere
e ingannare i competitori, non sempre mira a schiacciare l’avversario;
spesso media e ricompone anche i conflitti, ma solo per stabilire nuovi
terreni e modalità che consentano di combatterli con azione più
efficace. Il mezzo del conflitto è comunque il plusvalore incamerato,
i cui metodi di ottenimento quindi, in specie tramite innovazioni, non
possono mai essere dimenticati o trascurati dai dominanti. Tuttavia, tramite
il conflitto, questi ultimi non mirano semplicemente ad accrescere la
propria ricchezza (reale e monetaria); a questo obiettivo essi tendono,
lo ripeto, soltanto perché così vengono rafforzati i propri
mezzi di lotta. Il fine ultimo è la supremazia di una frazione
di capitale (cioè di agenti dominanti) su altre. Il conflitto è
dunque eminentemente politico; ricomprende in sé l’arte della
mediazione come quella della sopraffazione, dell’aperto e diretto
uso del potere per schiacciare o invece per aggirare, ingannare, smussare,
avvolgere e assorbire i poteri avversari. Non vi è mai una tendenza
unilineare ad un unico centro di comando; bensì soltanto periodi
di relativo coordinamento tra più centri (periodi in cui prevale
la mediazione) alternati a fasi di assai più vero – capitalisticamente
vero – inasprirsi del conflitto con frammentazione delle forze (centri)
in lotta fino alla relativa supremazia di alcune di esse su altre.
Gli agenti dominanti capitalistici della sfera economica sono perciò,
ancor oggi, prevalentemente caratterizzati dalla proprietà o potere
di disporre dei mezzi di produzione. Questa, tuttavia, non è la
loro funzione precipua, che è invece lo sfoggio di maggiore o minore
capacità strategica ai fini della lotta per la supremazia. Tale
tipologia di agenti dominanti ha perciò una certa similitudine
con quella indicata da Marx: essi si estraniano sempre più dai
problemi immediatamente produttivi, da quelli relativi ai costi e ai prezzi,
alle innovazioni di processo e di prodotto, agli studi di marketing (nel
loro senso più tecnico-economico), ecc. Simili attività
sono svolte, in particolare appunto nelle grandi imprese oligopolistiche,
da manager addetti ai problemi interni dell’impresa. Detti manager
tengono certo conto anche dell’ambiente esterno, costituito dalle
altre imprese con cui si deve competere; la loro ottica è però
quella della concorrenza combattuta sfruttando al meglio le “risorse”
interne dell’impresa, combinandole con maggiore efficienza ed efficacia.
Essi costituiscono la membrana di quella cellula che è l’unità
produttiva (impresa) capitalistica; regolano i processi di scambio con
le altre cellule, ma con l’occhio rivolto ai processi interni, che
debbono funzionare in modo da rendere l’unità produttiva
da essi diretta superiore alle altre.
Nel modello marxista tradizionale, tutto ciò che si pone fuori
(e al di sopra) di questo gruppo di manager, una volta arrivato al suo
apice il processo di centralizzazione capitalistica (proprietaria), è
pensato quale mero strato sociale di rentier, estraneo alla produzione
e solo interessato ad accaparrarsi il plusvalore nella forma di similinteressi
(dividendi azionari). L’agente strategico imprenditoriale non è
invece affatto un rentier, pur se non è nemmeno principalmente
interessato ai problemi produttivi interni all’impresa, che tratta
da semplici mezzi per rafforzare la sua capacità competitiva ai
fini della conquista di una supremazia. Tale agente non si disinteressa
però dei mezzi in questione, poiché sa che da essi dipendono
le sue possibilità di manovrare strategicamente; demanda solo i
compiti più diretti e immediati di ottenimento del plusvalore a
manager in possesso di certi saperi produttivi, tra i quali però,
non a caso, sono fondamentali quelli relativi alle innovazioni di prodotto
e all’analisi dei mercati di acquisto dei fattori e, soprattutto,
di smercio dei prodotti. Il manager di questo tipo, interno all’attività
dell’impresa e in possesso dei saperi inerenti all’ottenimento
dei suoi migliori risultati produttivi – ivi compreso quello relativo
ad un livello di profitto adeguato alla prosecuzione dell’attività
in questione, che esige sempre ulteriori investimenti, soprattutto in
nuovi e tecnologicamente più avanzati mezzi e processi produttivi
– non si pone in antitesi con l’agente strategico; i suoi
fini sono sostanzialmente gli stessi, anche se riguardati secondo ottiche
parzialmente diverse. Pensare manager e agente strategico in contrasto,
è un’ingenuità colossale.
Il sapere produttivo dei manager – cioè di quelli che Marx
considerava i gradini gerarchici superiori di un collettivo corpo lavorativo,
integrato e funzionante secondo modalità tendenzialmente cooperative
– non ha nulla a che vedere con il famoso general intellect, che
dovrebbe essere sganciato da interessi particolari per assurgere al punto
di vista dell’interesse comune dell’insieme sociale. Il sapere
dei manager delle imprese è estremamente parziale, deformato dal
perseguimento del profitto di cui debbono godere, al massimo possibile,
le diverse singole imprese che essi dirigono. L’intelletto di detti
manager, dunque, è del tutto particolare, specialistico; non mira
a com-prendere la produzione sociale, ma solo ad affermare la preminenza
di imprese varie nell’ambito di una competizione mercantile –
e dunque di una socializzazione indiretta dei vari lavori eseguiti privatamente
– sempre più aspra e decisiva, che estende e approfondisce
vieppiù il dominio delle forme di merce e di valore, proprio man
mano che si affermano le grandi dimensioni delle imprese e che i mercati
assumono quella forma definita oligopolio dalla “scienza”
economica. Altro che centralizzazione monopolistica come tendenza all’unico
trust mondiale e preparazione al passaggio ad una società organizzata
socialisticamente!
Ancora una volta, si deve notare che Lenin coglieva bene i vari nodi della
formazione sociale capitalistica arrivata a quel determinato stadio del
suo sviluppo; solo che poi non concludeva dal punto di vista di una autentica
innovazione teorica. Il rivoluzionario russo disse, proprio nel suo testo
sull’imperialismo, che la centralizzazione monopolistica dei capitali
non spegneva la concorrenza, ma la portava anzi ad un livello ancora più
acuto, più intenso. Egli aveva dunque colto l’aspetto decisivo
di questa centralizzazione che non implica affatto il formarsi di semplici
rentier, da una parte, e di lavoratori salariati, ivi compresi i dirigenti
d’alto livello, dall’altra. Tuttavia, si guardò bene
dal mettere in discussione sia la centralità della proprietà
privata come caratteristica essenziale del capitalismo che il parassitismo
crescente del capitale finanziario quale annuncio della putrefazione dell’attuale
società e del prossimo passaggio ad altra formazione sociale. Egli
arrivò a concedere a Kautsky, in linea teorica, la sussistenza
di quel processo che, secondo il revisionista, avrebbe dovuto portare
all’ultraimperialismo; solo che, in pratica, sarebbe arrivata prima
la rivoluzione connessa all’esplodere delle guerre imperialiste.
Non è molto soddisfacente affermare che, in linea teorica, accade
un fenomeno, ma che in pratica avviene il suo contrario, cioè l’accentuazione
dello scontro intercapitalistico. E’ ovvio che occorre una “rivoluzione”
anche teorica.
Per comprendere meglio questo punto, è necessario un ulteriore
détour.
9. Lo sviluppo è squilibrio
Lo sviluppo di un sistema, in particolare quello economico della formazione
sociale capitalistica, è stato troppo spesso analizzato partendo
dal concetto di equilibrio e dallo scostamento relativamente allo stesso.
Uno sviluppo equilibrato dovrebbe essere quello in cui si ha crescita,
ottenuta in modo tale da non alterare le proporzioni tra i vari settori
produttivi, cosicché ognuno di essi sia sbocco per i prodotti degli
altri e offra i suoi prodotti agli altri; mentre i settori produttivi
di beni di consumo finali dovrebbero vedere una crescita equilibrata della
loro offerta in relazione all’aumento del reddito dei consumatori
(della parte di reddito consumata).
Gli stessi schemi marxiani di riproduzione sono pensati secondo le modalità
appena considerate, indicando la necessità di una crescita equilibrata
del capitale variabile e del plusvalore del settore II (produzione di
beni di consumo) rispetto al capitale costante del settore I (produzione
di beni di produzione). Naturalmente, per Marx, l’individuazione
della condizione di equilibrio vuol porre in luce che quest’ultimo
non può poi mai in realtà essere conseguito poiché
le decisioni di produzione (e conseguente offerta) e di domanda (in specie
quella esistente tra i diversi settori e unità produttivi) sono
affidate a tanti centri separati e in concorrenza reciproca. Da qui l’idea,
attuata nel novecento nei paesi”socialisti”, che il piano,
promanante da un organo completamente centralizzato capace di controllare
e valutare tutto quanto accade nell’intero sistema economico, fosse
in grado di mettere fine ad ogni anarchia, consentendo quindi la realizzazione
di uno sviluppo economico sempre equilibrato, armonico, privo di crisi
(legate alla sproporzione tra i vari settori e unità, indotta dalla
mancanza di coordinamento tra varie decisioni individuali e autonome,
cioè separate le une dalle altre). In questo modo, nelle economie
pianificate, sedicenti socialiste, si passò infine alla crescita
senza sviluppo e poi alla mancanza di crescita e stagnazione del sistema.
Non c’è affatto sviluppo senza squilibrio, senza continue
contraddizioni e tensioni tra decisioni diverse e disarmoniche. “Senza
contraddizione non c’è vita”, sosteneva Mao (e non
solo lui). Si è interpretata questa affermazione troppo superficialmente,
quasi si trattasse semplicemente della tensione tra una azione e una reazione,
da coordinare e armonizzare tuttavia tra loro. Se così si agisse,
si smorzerebbe la contraddizione, la si attutirebbe e infine la si spegnerebbe,
spegnendo la vita. La “contraddizione” non è azione
e reazione che si equilibrano, annullandosi reciprocamente. E’ invece
preminenza di una delle due, a volte alternativamente, con squilibrio,
frecce di svolgimento dei fenomeni a linee spezzate, con mutamenti di
direzione, accelerazioni e rallentamenti, inversioni di tendenze, ecc.
E soprattutto con una dinamica caratterizzata da bruschi mutamenti strutturali
e qualitativi, non soltanto da crescite o diminuzioni quantitative.
Solo le società “fredde”, quelle rimaste allo stato
tribale per millenni, non conoscono veramente la “contraddizione”
intesa nel senso appena indicato. Le società precapitalistiche
sono caratterizzate da tensione e squilibrio soprattutto nella sfera politica
(e militare) e in quella ideologico-culturale. La società capitalistica
dispiega il massimo dinamismo, sempre fatto di tensione e squilibrio,
nella sfera tecnico-produttiva. E’ questa a dettare i suoi ritmi,
e i suoi scoordinamenti, anche a quelle maggiormente dinamiche nelle formazioni
sociali precedenti. Forme di merce e di valore nascono dalla frammentazione
di tale sfera produttiva in centri separati; ma la frammentazione è
l’effetto della contraddizione e conflitto che, prima virulenti
soprattutto in ambito “sovrastrutturale”, si introducono,
nel periodo dell’accumulazione originaria del capitale, nella “base”
economico-produttiva. La tendenza dello scambio mercantile all’equivalenza
è sempre in atto, ma sempre viene contraddetta dallo squilibrio
intrinseco allo sviluppo.
E’ però la tensione squilibrante a dar ragione di questa
tendenza all’equivalenza nello scambio; è lo squilibrio a
indicare il possibile equilibrio. Sarebbe un guaio se l’equilibrio
fosse conseguito realmente; immediatamente si produrrebbe un collasso
di quella certa situazione fenomenica. L’uomo si mantiene in equilibrio
camminando, spostando quindi continuamente la posizione (e l’assetto
strutturale, la combinazione delle forze) del suo baricentro; e quanto
più veloce riesce ad andare, tanto meglio cammina dando l’impressione
del coordinamento e dell’equilibrio. Anche quando sta fermo in una
data posizione, mille sono i movimenti contrapposti dei suoi muscoli che
gli consentono di mantenere quest’ultima.
Ancora una volta ricordo: la merce non implica semplicemente, né
prevalentemente e in ogni caso (in ogni epoca storica del capitalismo),
la subordinazione di ogni individuo a “cieche leggi”. La merce
è il prodotto di una spinta conflittuale e squilibrante –
introdottasi nella sfera economica – che sembra continuamente avviata
all’equilibrio (l’equivalenza), mentre quest’ultimo
è invece altrettanto continuamente vanificato dalla spinta in questione.
E lo scostamento dall’equilibrio (dalla equivalenza nello scambio
mercantile) non è un gioco a somma zero; non avviene che alcuni
guadagnino quanto altri perdono. Il gioco è sempre a somma o positiva
o negativa; e quando ciò accade, è anche possibile che tutti
ci guadagnino o, rispettivamente, ci perdano, ma mai in quantità
né in proporzioni eguali.
Nel capitalismo, in realtà, quando vi è somma negativa (la
crisi), generalmente non tutti ci perdono, anzi; e quelli che perdono,
come appena rilevato, vanno comunque incontro a perdite assai differenti.
Contano poi i tempi del verificarsi del “gioco a somma negativa”.
In epoche di effettivo scontro policentrico, aperto alle più casuali
(e allora veramente “cieche”) spinte violente e contrastanti,
si verificano spesso bruschi collassi e cadute verticali, che si esprimono
con modalità diverse: dalla guerra generale alla rivoluzione in
dati paesi alla crisi economica del tipo di quella del 1929, ecc. In altri
casi, ad es. in epoche ancora in buona misura monocentriche, le spinte
sono assai meno “cieche” e portano a crisi – militari,
politiche, economiche – di minore acutezza pur se magari più
prolungate (tipico il caso della crisi economica del 1873-96).
10. Il conflitto tra agenti dominanti nelle diverse sfere (e sottosfere)
sociali
Forti contrasti di idee e tumultuosi processi a livello del pensiero
possono provocare tensioni e scompensi nei fenomeni fisico-chimici e fisiologici
che si svolgono in sede cerebrale. E’ bene sottoporre questi ultimi
a moderato controllo onde evitare scompensi e crisi fisiche che possono
condurre l’organismo in situazione di forte pericolo. Tale controllo
non può però che tradursi in progetti predisposti nel livello
“sovrastrutturale” delle idee. Ed è ancora da rilevare
che il controllo non dovrebbe comunque mirare a comprimere, soffocare,
contenere, lo sconvolgimento al livello ideale e di pensiero; bensì
invece ad inserirsi in esso, nelle sue contraddizioni onde sviluppare
determinate prospettive in certe direzioni, altrimenti mai si avrebbero
idee innovative, che provocano squilibrio e rottura rispetto alla situazione
precedente.
Non spingiamo però oltre queste analogie, certamente sempre imperfette.
Nella formazione sociale del capitale, il conflitto si sviluppa in modo
particolarmente accentuato e virulento nella sfera economico-produttiva;
questa è anzi la specifica caratteristica dell’attuale società
in relazione alle precedenti. Un conflitto che si sviluppa in tale sfera
sociale, come già si è detto più volte, frammenta
la produzione in unità separate e dà quindi vita alle forme
di merce e di valore. La produzione di merci ha perciò un aspetto
reale (i beni effettivamente ottenuti) e un aspetto monetario; i due lati
si autonomizzano dando vita a (sotto)sfere separate: tecnico-produttiva
e finanziaria, ognuna delle quali è suddivisa nelle diverse unità
operative dette imprese. La competizione per la supremazia interessa entrambe
queste sottosfere con modalità parzialmente simili, con l’alternanza
di attenuazione e acutizzazione della stessa, con accordi parziali in
vista di una più generale manifestazione di potenza al fine di
imporsi.
In entrambi i tipi di unità operative (imprese produttive e finanziarie)
si verificano innovazioni, sia di processo che di prodotto; lo squilibrio
caratterizza quindi lo sviluppo delle due sottosfere economiche appena
considerate. Tuttavia, a questo proposito, non vi è vera simmetria
tra le attività tecnico-produttive e quelle finanziarie. Nelle
prime, gli agenti strategico-imprenditoriali, in date fasi di accentuazione
del conflitto, favoriscono spesso l’azione degli apparati manageriali
in vista di effettive innovazioni (in specie di prodotto) che aprono nuove
epoche della produzione, provocando intensi processi di squilibrio intersettoriale
con possibilità di crisi, che rappresenta solitamente la schumpeteriana
distruzione creatrice, e non implica invece affatto la definitiva stagnazione
o il “crollo” del sistema capitalistico come sostenuto da
certo marxismo. Solo che l’economista neoclassico pensava l’apparato
bancario in termini di puro ausilio al trasferimento di risorse dai settori
tradizionali a quelli innovativi, in ciò accettando una visione
di detto apparato come sostanzialmente addetto al credito, con funzione
fondamentalmente tecnica (sia pure di tecnica finanziaria); una funzione
non passiva, ma sempre molto aderente agli scopi perseguiti dagli imprenditori
(dell’industria) innovatori. Anche in tal caso, mancava la considerazione
del ruolo prevalentemente strategico ricoperto dagli agenti capitalistici
dominanti, che mirano al conflitto onde ottenere la supremazia; e che
solo ai fini di tale tipo di conflitto sono interessati all’ottenimento
e al controllo dei profitti (plusvalore).
Gli agenti strategico-imprenditoriali della sottosfera economico-finanziaria
non danno, di per se stessi, impulso alla distruzione creatrice; lo fanno
solo se trainati, dunque solo se, nell’ambito del blocco sociale
dei dominanti, si trovano in posizione subordinata, d’appoggio,
rispetto agli agenti strategici innovativi della sottosfera produttiva.
Quando sono in posizione preminente, e dunque in grado di perseguire i
loro interessi fondamentali, i finanziari hanno anzi quella funzione che
il marxismo tradizionale attribuiva (correttamente) ai rentier: una funzione
di tendenziale stagnazione, al massimo di tentativo di crescita senza
sviluppo, di “oppressione” dell’industria (di tipo “assistito”)
– pur sempre decisiva ai fini dell’estrazione del plusvalore
– onde avocare a sé la maggior quota possibile di quest’ultimo.
Il marxismo della tradizione non sbagliava nel giudizio intorno al ruolo
negativo ricoperto da questi agenti dominanti finanziari; errava nel prevedere
che, con i processi di centralizzazione monopolistica, l’intera
classe dominante sarebbe stata, tendenzialmente, costituita da agenti
di tale tipologia (i rentier).
Per comprendere meglio la situazione, è necessario uscire da semplici
considerazioni di economia – sia pure “critica”, sia
pure in grado di dare rilevanza al problema certo cruciale del plusvalore
– per meglio afferrare la costituzione della classe dei dominanti,
e delle varie frazioni in cui si suddivide. Gli agenti della sottosfera
produttiva sono quelli che, almeno in potenza, danno impulso alla vera
e propria innovazione tecnica e di prodotto. Non però direttamente,
ma influendo – tramite le loro strategie conflittuali miranti alla
supremazia – sugli apparati manageriali dediti soprattutto alla
direzione delle dinamiche interne alle varie unità operative (imprese);
poiché è da tali apparati che generalmente, nelle grandi
imprese del capitalismo oligopolistico, viene gestita l’attività
innovativa di processo e di prodotto. Tuttavia, anche i veri dominanti
della sottosfera economico-produttiva, questi agenti attuanti strategie
di conflitto che possono favorire l’effettiva innovazione, hanno
una visione dei processi tendenzialmente limitata alla questione dei mercati,
alla predominanza in essi. E’ comunque vero che, nello svolgere
la loro attività, proprio per la tipologia (politica) della stessa,
essi coinvolgono nel mulinello del conflitto gli agenti della sfera politica
(in particolare dello Stato) e poi, in definitiva, anche quelli ideologico-culturali.
Nel momento in cui le analisi dell’economia, della politica, della
cultura, sono fra loro intrecciate nella valutazione degli effetti della
lotta tra le varie frazioni di dominanti per la supremazia, è un
po’ difficile restare sul mero terreno del concetto di modo di produzione
(capitalistico) in generale, è sterile limitarsi alla divisione
della società tra una minoranza di capitalisti – per di più
considerati quali semplici proprietari – e una maggioranza di lavoratori
salariati da cui si ottiene il plusvalore. Dal modo di produzione si deve
passare alla visione della formazione sociale capitalistica mondiale suddivisa
in diverse sezioni socio-spaziali, ognuna delle quali è dotata
di un sistema economico, di un sistema politico, di un sistema culturale,
con complicati intrecci sia tra queste varie sezioni, sia tra i tre sistemi
entro ogni sezione, sia tra ognuno dei tipi di sistemi con gli analoghi
delle altre sezioni.
E’ oggi, per esempio, stucchevole l’affermazione circa una
presunta fine della funzione degli Stati (sfera politica) nazionali; anzi,
attualmente, si constata certo quanto poco è finita questa funzione.
Tuttavia, il problema da discutere non è tanto l’ambito nazionale
o meno della stessa. Come la sfera produttiva è frammentata nelle
diverse unità operative, e non è pensabile, nemmeno come
tendenza, la realizzazione di una qualsiasi situazione ultraimperialistica,
così la conflittualità strategica divide e fraziona, mondialmente,
la sfera politica e quella culturale. Possono esserci periodi di apparente
omologazione culturale o di predominio schiacciante di una politica (statale)
sulle altre – così come esistono periodi di crescente monopolizzazione
dell’economia che sembra avvicinarsi alla situazione di unico trust
mondiale per il semplice fatto che un sistema economico è fortemente
preponderante rispetto agli altri – ma si aprono poi sempre periodi
di tendenze opposte; e allora il frazionamento, e la lotta tra frazioni,
riprendono vigore.
11. Riarticolazione più precisa del conflitto tra agenti dominanti
Sintetizziamo, ma anche articoliamo, quanto appena detto. Possiamo dividere
i dominanti in alcune frazioni decisive, sempre con riferimento al loro
carattere strategico-conflittuale: economico-produttive, economico-finanziarie,
politiche e culturali. Le prime due utilizzano le unità operative
tipiche della sfera economica del capitalismo (le imprese), e sono certamente
interessate all’ottenimento del plusvalore (sotto forma di profitti),
ma soprattutto confliggono per accaparrarsene quote maggiori da impiegare
quali mezzi nella lotta per la predominanza. Non è affatto indifferente,
nelle diverse sezioni socio-spaziali del capitalismo mondiale, se nel
blocco dominante prevale l’uno o l’altro tipo di agenti strategici
economici (i produttivi o i finanziari). Tuttavia, tali agenti, nel loro
complesso, pur sviluppando attività di tipologia politica (le strategie),
e pur coinvolgendo in queste gli agenti più specificamente politici
e quelli culturali, hanno una visione d’insieme ancora limitata,
ancora troppo ancorata ad una competizione per le quote di mercato (e,
ovviamente, per le zone di investimento dei capitali).
L’intervento degli agenti della sfera politica e di quella culturale
è allora un fattore importantissimo nella lotta per la supremazia
tra le diverse frazioni della classe dominante capitalistica; e l’analisi
di tale lotta deve dunque far largo posto ad una attenta considerazione
delle attività degli agenti appena nominati, mentre il restare
sul mero terreno del conflitto tra capitale e lavoro per la suddivisione
del prodotto tra profitti e salari – e, più in generale,
per le condizioni di vita e di inserimento sociale e politico –
impedisce di capire alcunché della lotta in oggetto. Come è
decisivo cogliere chi prevale, in una determinata fase storica e in una
certa sezione della formazione mondiale capitalistica, all’interno
degli agenti strategici economici (se quelli produttivi o quelli finanziari),
così è cruciale comprendere quale effettiva articolazione,
e costellazione di potere, esista nell’ambito del complesso degli
agenti dominanti addetti al conflitto strategico – complesso costituito
da quelli economici come da quelli politici e culturali – sempre
in quella determinata fase storica e in quella certa sezione del capitalismo
mondiale.
Gli agenti strategico-conflittuali economici lottano soprattutto per la
(re)distribuzione delle quote di mercato e delle zone (e settori) di investimento
dei capitali fra le varie imprese o gruppi collegati di imprese; quelli
politici si scontrano in specie per la (re)distribuzione delle aree di
influenza tra le diverse sezioni socio-spaziali della formazione capitalistica
mondiale; quelli culturali si confrontano in particolare ai fini della
(re)distribuzione delle capacità di attrazione in termini di egemonia
ideologica. Per fare un solo esempio per il momento: quando, in una determinata
sezione del capitalismo mondiale e in una data fase storica, prevalgono
nettamente gli agenti strategici economici (imprenditoriali), e in particolare
se fra questi predominano i finanziari, possiamo essere quasi sicuri che
la ristrettezza di vedute strategiche “globali” di tali agenti
– troppo limitate ai problemi del mercato e ad una serie di giochi
politico-finanziari per il controllo delle varie imprese o gruppi di imprese
– definisce una situazione (in varia misura monocentrica) in cui
una sezione socio-spaziale (spesso nazionale) del capitalismo predomina
ancora troppo nettamente sulle altre. Quando, e qualora, si entri in una
situazione di più decisa e aspra conflittualità policentrica,
assumono posizione cruciale (quanto meno prendono decisamente il davanti
della scena) gli agenti politici e, appena in subordine, quelli culturali.
La leniniana “analisi concreta della situazione concreta”
non deve essere intesa nel senso di uno spicciolo empirismo, della presunta
rilevazione di una, quasi sempre immaginaria, “situazione di fatto”.
E’ in ogni caso necessaria la teoria, con la sua capacità
di sintesi e semplificazione della dinamica che investe, in una data fase
storica e nelle diverse sezioni della società capitalistica mondiale,
la struttura fondamentale dei rapporti sociali, con particolare riguardo
all’articolazione interna dei blocchi (di agenti) dominanti e ai
loro reciproci conflitti, più o meno acuti e implicanti uno squilibrio
e disarticolazione sociali più o meno accentuati. La teoria per
questa “analisi concreta ecc.” non è però semplicemente
quella imperniata sul concetto di modo di produzione capitalistico, che
indica la forma generale dei rapporti in questa società, senza
limitazioni di spazio e di tempo. E’ necessario riferirsi ad una
fase particolare dello sviluppo capitalistico e all’articolazione
della formazione sociale mondiale in diverse sezioni, costituite ancor
oggi da paesi o gruppi di paesi, spesso da ambiti nazionali o di intreccio
tra nazioni.
D’altronde, pur se ci si potesse limitare al concetto di modo di
produzione, quest’ultimo, interpretato in senso tradizionale, non
consentirebbe di andar oltre i rapporti decisivi nella sfera economica
(le relazioni tra capitale/proprietà e lavoro salariato); basandosi
invece sulla centralità del conflitto strategico, si è almeno
in grado di superare quest’ambito per affrontare la questione dei
blocchi (di agenti) sociali dominanti in quella data fase e in quella
determinata sezione socio-spaziale. La configurazione specifica di tali
blocchi va affrontata appunto fase per fase e sezione per sezione. Poche
le indicazioni generali; prima fra tutte la distinzione degli agenti strategici
(i dominanti) in gruppi economici (produttivi e finanziari), politici
e culturali, con le loro particolari funzioni già messe in luce
poco più sopra (lotta per i mercati e le zone e settori di investimento
dei capitali, per le sfere di influenza e di egemonia).
Nelle epoche storiche in cui il capitalismo mondiale è strutturato,
pur nella competizione generale, intorno ad un centro rappresentato da
una sua sezione socio-spaziale (in genere, fino ad oggi, un paese e una
nazione), il blocco dominante di tale centro vede ampiamente rappresentati
gli agenti strategici di ogni tipologia, con mutevoli rapporti di forza
tra i diversi gruppi. Negli altri paesi e sezioni del capitalismo avanzato,
non centrali, in linea generale tendono a prevalere i gruppi economici
e, fra questi, quelli finanziari, che sono i più servili e proni,
sempre alla ricerca di accordi subordinati con i dominanti centrali, dai
quali cercano di ottenere spazi per industrie già mature e una
partecipazione alle operazioni finanziarie orientate da questi dominanti.
La schumpeteriana distruzione creatrice parte dal centro e si diffonde
all’intero capitalismo avanzato, ma all’inizio con modalità
che il centro tenta di controllare e orientare secondo i suoi precipui
interessi.
Tuttavia, lo squilibrio che viene così creandosi, sollecitando
gli appetiti di molti e sempre più numerosi gruppi capitalistici,
conduce alla fine, pur in presenza di forti elementi oligopolistici nei
settori innovativi (caratterizzati ormai da grandi dimensioni di impresa),
ad un accentuarsi della competitività con accrescimento del disordine
complessivo. Lo sviluppo tumultuoso tende a trasformarsi in crescita lenta
o in crisi (economiche e/o sociali) striscianti, che possono anche accelerarsi
con disagi, disorganizzazione, sensazione di un declino che pare irreversibile,
pur magari in presenza di qualche periodo di nuova crescita (ma, in genere,
non sviluppo). Se e quando possa avvenire una più veloce precipitazione
degli eventi, è praticamente impossibile da prevedere. Tuttavia,
qualora si verifichi tale precipitazione, vengono in primo piano, e svolgono
una funzione di accelerazione della crisi, i gruppi di agenti strategici
di tipo politico e ideologico-culturale. Senza la formazione di questi
gruppi e la realizzazione (disordinata) delle loro funzioni specifiche
– in ogni caso rivoluzionarie, pur quando si limitino a collocarsi
dentro il capitale – non è pensabile alcuno sbocco della
crisi innescatasi; i gruppi dominanti centrali, pur magari ancora in forte
vantaggio, non sono più in grado di riorganizzare e riordinare
le varie attività (economiche, politiche e culturali) secondo la
loro volontà, mentre quelli dei paesi non centrali restano allo
stato embrionale, latente, e non sviluppano quindi le loro specifiche
attività.
E’ comunque difficile non pensare che, in un congruo periodo di
tempo (un tempo storico), vadano emergendo – così come avvenne
tra gli ultimi decenni dell’800 e la prima metà del ‘900,
con il declino della centralità inglese – nuovi centri capitalistici
in forte competizione di ogni tipo. Quando a ciò si arrivi, non
ha più senso limitarsi all’analisi dei mercati, dei movimenti
di capitale e della competizione tra le imprese, grandi o piccole. Il
vero, acuto, conflitto intercapitalistico vede anzi in primo piano l’aspetto
politico, con ampio ricorso al suo “prolungamento” militare;
e, pur quando si tratti di un processo lungo e sotterraneo, viene sempre
più in evidenza anche la preparazione “ideologica”
allo scontro, il tentativo di ogni blocco socio-spaziale di agenti strategici
dominanti di far prevalere i propri valori culturali, potremmo ben dire
la propria “visione del mondo”, contrapposta ad altre. Nel
momento in cui tali condizioni maturano, sono generalmente assommati tutti
i presupposti per una, solo possibile, precipitazione degli eventi in
direzione rivoluzionaria; ma non necessariamente contro il capitale. I
comunisti e marxisti affermavano l’ineluttabilità della trasformazione
anticapitalistica, con transizione al comunismo, in base all’errata
convinzione circa la sicura formazione del soggetto oggettivamente portatore
della stessa; quel soggetto, il lavoratore collettivo cooperativo, che,
per i motivi più sopra considerati, avrebbe avuto già in
sé prefigurata la trama dei nuovi rapporti sociali. Non c’è
invece proprio nulla di oggettivo e di deterministicamente necessitato;
solo delle possibilità, e difficili da cogliere.
12. Analisi del conflitto intradominanti nelle diverse fasi storiche
del capitalismo
In ogni data situazione storica, vanno quindi analizzati struttura e
rapporti di forza tra gli agenti dominanti o decisori (quelli strategici)
delle varie tipologie, da me schematicamente ridotte a quattro: economico-produttive,
economico-finanziarie, politiche e culturali (parlo di funzioni, ovviamente,
non dei soggetti empirici che possono ricoprirne più d’una
contemporaneamente). L’analisi di fase deve essere guidata comunque
da una teoria di massima, la teoria del conflitto strategico e dei suoi
portatori, una teoria che può indicare, all’ingrosso, le
situazioni in cui è più probabile prevalga l’una o
l’altra delle suddette frazioni (e le loro alleanze, ecc.). Esistono
condizioni di conflitto di tale acutezza – a tutto campo e tra più
centri capitalistici – in cui si aprono possibilità di crisi
rivoluzionaria (cioè di trasformazione rapida e tumultuosa delle
configurazioni economiche e/o politiche e/o culturali, ma non in direzioni
deterministicamente prestabilite). Il problema è comprendere se
e come possano formarsi agenti strategico-rivoluzionari, e con quali intenzioni
– se per una trasformazione dentro o invece contro il capitale –
si muovano all’interno della distruzione creatrice (mai, in ogni
caso, limitata all’economia).
Il marxismo, ortodosso o certe sue derivazioni “degenerate”,
ha sempre creduto alla crisi finale del capitalismo e al suo necessario
trapassare in una formazione sociale altra, caratterizzata da elementi
socialistici e comunistici. Vediamo secondo quali schemi di base si è
pensata questa crisi e trasformazione. Innanzitutto, la tesi più
tradizionale (e antica), di cui si è già detto. La dinamica
intrinseca al modo di produzione capitalistico dovrebbe condurre alla
formazione del lavoratore collettivo cooperativo (e/o del general intellect),
su cui poggerebbe l’ineluttabile transizione ad una società
diversa e di tipo comunistico. Occorrerebbe comunque organizzazione e
attività difficilmente pensabile come soltanto pacifica e “democratica”
(soprattutto se in senso banalmente elettorale); nessun marxista serio
(e sensato) ha mai creduto a simili sciocchezze. L’oggettiva formazione
del soggetto della transizione avrebbe soltanto garantito il successo
di detta attività e messo in mostra le fondamentali linee organizzative
della nuova società.
Una variante di tale tesi, anch’essa già sopra ricordata,
era la supposta divisione del mondo tra paesi e aree capitalisticamente
avanzati e paesi e aree condannati al sottosviluppo, dove le masse miserabili
e diseredate si sarebbero infine rivoltate contro uno stato di cose che,
altrimenti, le avrebbe sempre tenute in condizioni di estrema indigenza.
Anche in tal caso, l’organizzazione di queste masse e un’attività
retta da precisi fini – in cui la lotta per la liberazione nazionale
e dallo sfruttamento coloniale (e neocoloniale) e quella per la costruzione
della nuova società non più capitalistica si sarebbero intrecciate
strettamente e contemporaneamente – erano considerate necessarie
e inevitabili.
Queste due ipotizzate “vie”, rivoluzionarie e non scevre di
realismo, si sono alla fine, dopo un’epoca di indubbi successi,
rivelate fallimentari; e le pratiche sviluppate a partire da esse si sono
arenate ormai definitivamente. I motivi li ho già sopra accennati;
non li ho approfonditi, ma ritengo veramente inutile farlo, e non semplicemente
in questa sede, visti i risultati finali di entrambe le “vie”.
Interessante, e forse fecondo di qualche insegnamento, mi sembra quanto
sostenuto soprattutto da Lenin nell’epoca dell’imperialismo
e della rivoluzione russa. Egli dovette prendere atto del “tradimento”
delle socialdemocrazie, dell’“oriente avanzato e l’occidente
arretrato” (dal punto di vista politico, non certo da quello dello
sviluppo capitalistico). Egli non volle rimettere in discussione il principio
secondo cui il soggetto fondamentale della rivoluzione (contro il capitale)
sarebbe la classe operaia (versione ridotta del marxiano lavoratore collettivo
cooperativo); nel contempo fu costretto a riconoscere, in pratica, la
debolezza politica di quest’ultima, pur attribuita alla pochezza
e all’opportunismo dei suoi dirigenti, nel mentre aveva ben più
ampio risalto la lotta delle masse in paesi capitalisticamente poco sviluppati
e in cui, dunque, gli operai erano assai poco numerosi in rapporto al
complesso della popolazione.
La tesi formulata da Lenin fu quella dello sviluppo diseguale dei vari
paesi capitalistici, e di diverse ondate di tale sviluppo, per cui certi
paesi ascendenti, ma scarsamente rappresentati nella distribuzione delle
sfere di influenza mondiali, si sarebbero scagliati contro le potenze
capitalistiche di più antica data per recuperare, diciamo così,
il “tempo perduto”. In questa lotta titanica e generale, sfociata
nella “Grande Guerra”, i paesi in ritardo – cioè
con sviluppo capitalistico incipiente (tipo Russia) – avrebbero
visto crollare le loro strutture politiche e sociali interne, facendo
esplodere il malcontento delle masse ridotte alla fame; nel contempo,
nelle aree diventate colonie o semicolonie dei paesi capitalistici della
prima ondata, la lotta interimperialistica avrebbe messo in moto le forze
nazionaliste e indipendentiste.
Questa tesi è interessante pur se la sua formulazione originaria
è oggi scarsamente utilizzabile. Essa di fatto si basa, non però
in modo chiaro ed esplicito, sull’idea che la tendenza più
“profonda” dello sviluppo capitalistico non è quella
al riequilibrio ogni volta ch’esso è sottoposto a shocks
capaci di alterare una precedente situazione di equilibrio. Per quanto
non sia facile pensarlo, e tanto meno formalizzare questo pensiero, mediante
le categorie secondo cui siamo abituati a pensare, lo squilibrio è
proprio la tendenza sempre sottesa allo sviluppo di un sistema perfino
quando esso appare stagnante e apparentemente fermo, mentre l’equilibrio
va ritenuto non semplicemente temporaneo, bensì un punto ideale,
e quindi uno strumento analitico per “ricostruire” la dinamica
del sistema in questione, spesso assai utile per le possibili applicazioni
in sede pratica e per determinati usi; l’equilibrio non dovrebbe
però mai essere considerato come un reale punto su cui detto sistema
possa assestarsi sia pure per un istante infinitesimo. Del resto, l’utilità
pratica del punto di equilibrio (pensato, idealizzato) si ha solo quando
il sistema non conosce mutamenti strutturali (e qualitativi) erratici
e privi di una direzione di possibile predeterminazione. Quando tale tipo
di mutamenti è sempre all’ordine del giorno – com’è
nella storia delle società umane, in specie se considerata per
epoche di una certa lunghezza – pensare le dinamiche secondo sequenze
di punti di equilibrio, ipotizzando cioè azioni squilibranti e
reazioni riequilibranti, è di solito fortemente limitativo.
Il leniniano sviluppo diseguale dei capitalismi non va nemmeno assimilato
allo squilibrio pensato da molti autori nel secondo dopoguerra –
si pensi per tutti a Myrdal – con riferimento al rapporto sviluppo-sottosviluppo.
In quest’ultimo caso, si sosteneva che, quando in un’area
si fosse manifestato un certo sopravanzamento rispetto ad altre, si sarebbe
messo in moto un processo cumulativo di accentuazione dello sviluppo della
prima con impoverimento e crescente ritardo delle seconde. Lo schema è
ancorato alla semplicistica visione del positivo da una parte che implica
il negativo dall’altra. Dopo lo sviluppo dei paesi del sud-est asiatico
(le cosiddette “tigri”) e con Cina, e adesso anche India,
che potrebbero diventare in qualche decennio delle nuove potenze capitalistiche
mondiali, quello schema non ha più alcuna ragione d’essere.
Invece, viene ancora una volta verificata l’idea di un mutamento,
erratico e imprevedibile, dei rapporti di forza (economici e non) tra
vari paesi capitalistici; per l’appunto, Cina e India in forte crescita
e l’Europa, pur ancora zona ad alto sviluppo, in relativo arretramento.
Lo sviluppo diseguale, in senso proprio, si situa però in una fase
storica di non eccessivo disquilibrio di forze tra vari paesi, o aree,
capitalisticamente avanzati; in tale situazione, la lotta tra di essi
si dispiega in tutta la sua ampiezza, investendo non semplicemente i loro
sistemi economico-imprenditoriali (produttivi e finanziari), bensì
anche gli ambiti politici (e militari) e ideologico-culturali. L’uso
della forza è caratteristica precipua di epoche in cui si ha un
non eccessivo dislivello di forza tra paesi ad alto sviluppo capitalistico.
Si tratta di quelle che ho definito spesso epoche policentriche, come
appunto quella tra otto e novecento che è stata la vera fase dell’imperialismo,
poiché quest’ultimo non è “stadio supremo”
del capitalismo, bensì periodo di trapasso tra la supremazia mondiale
di un dato paese (di un dato sistema economico-politico-culturale) e la
supremazia di un altro; nell’epoca appena accennata si verificò
il passaggio dal dominio (con relativo monocentrismo) inglese a quello
statunitense.
E’ proprio nelle epoche completamente policentriche che si verifica
lo sviluppo diseguale, con rapidi (in termini di tempi storici ovviamente)
cambiamenti dei rapporti di forza tra vari centri capitalistici. Questi
cambiamenti rapidi, però, sono il frutto della messa in moto di
una conflittualità intercapitalistica (e, a quel punto e solo a
quel punto, interimperialistica) che si acutizza quando dalla prevalente
competizione nella sfera economica si passa a quella a tutto campo, a
quella che investe con forza innanzitutto la sfera politica (con i suoi
prolungamenti bellici) e, in subordine, quella culturale. E’ in
tali epoche che si ha il massimo dispiegamento della forza nel conflitto
intradominanti con periodi di crisi – economiche, politiche (e militari),
culturali, con particolare accentuazione delle seconde – che accrescono
lo squilibrio nei rapporti tra i vari paesi e aree capitalistici fino
a quando un paese o area tende nuovamente a prendere la supremazia avviandosi
verso la riapertura di una nuova epoca monocentrica.
Nei periodi di più aperto dispiegamento della conflittualità
policentrica (imperialistica) non è per nulla predeterminato e
prevedibile, innanzitutto, chi sarà in grado di prevalere; inoltre,
non soltanto si verificano congiunture di crisi implicanti il netto peggioramento
delle condizioni di vita di masse imponenti – questa è una
tipica condizione necessaria ma nient’affatto sufficiente né
decisiva – ma soprattutto si produce spesso il crollo di istituzioni
e apparati politici e una forte incrinatura dell’ideologia e cultura
delle classi dominanti in quei paesi capitalistici che Lenin definiva
“anelli deboli della catena imperialistica”. Invece, nei periodi
storici in cui ci si stia allontanando da una configurazione monocentrica,
senza che ancora si sia pienamente manifestata quella imperialistica –
periodi in cui si nota un certo accentuarsi della competizione tra agenti
economici, ma è ancora troppo debole il conflitto tra agenti politici
e culturali – si verificano in genere fenomeni di stagnazione, di
crisi (non solo economica, bensì anche sociale e politico-culturale)
di tipo strisciante, di putrescenza e degenerazione lenta, soprattutto
in dati paesi e aree in relativo arretramento mentre altri crescono di
peso in tutti i sensi. Laddove si manifestino i fenomeni di crisi o di
crescita (non più sviluppo) stentata e tendenzialmente per brevi
periodi, ovviamente si accentuano il disagio e il malcontento sociali,
si avverte una carenza di prospettive, si rinvigoriscono i conflitti per
la redistribuzione di reddito, di potere politico, di egemonia ideologica;
tuttavia, le varie frazioni dominanti, in particolare alcune di esse,
non vedono disgregarsi la loro influenza preminente sui dominati, che
restano anch’essi entro il puro orizzonte della difesa delle loro
condizioni di vita, cioè sviluppano lotte distributive, sovente
assai corporative.
E’ bene non crear(si) soverchie illusioni. Nulla è senza
dubbio sicuro e determinato con assoluta certezza; tuttavia, in linea
generale, le condizioni per una reale crisi rivoluzionaria si creano nei
periodi del massimo dispiegamento della conflittualità policentrica,
che vede a quel punto la più violenta accentuazione della stessa
proprio nelle sfere politico-militare (soprattutto) e ideologico-culturale.
Per quanto decisiva sia, nel modo di produzione capitalistico, la sfera
economica, dove si sviluppano le forze produttive in grado di estrarre
sempre maggiori quantità di plusvalore quale mezzo del conflitto
strategico tra dominanti per assumere la preminenza, è solo quando
tale conflitto si sviluppa al suo più alto grado di acutezza tra
agenti dominanti politici (per le zone di influenza) e, appena in subordine,
tra quelli culturali (per l’egemonia ideologica), che si entra veramente
in una fase di possibili congiunture rivoluzionarie in determinati paesi
e aree (gli “anelli deboli”). Tuttavia, ritornando all’inizio
di questo scritto, la crisi rivoluzionaria non è necessariamente
contro il capitale, proprio perché nessun soggetto agente in tale
crisi si forma oggettivamente nelle viscere stesse della forma capitalistica
di società, collocandosi in una posizione antitetica rispetto ai
suoi specifici rapporti. I giochi rivoluzionari sono aperti: contro o
dentro il capitale.
E qui arriviamo al dunque.
13. Fasi mono e policentriche. Spontaneità e trasformazione rivoluzionaria
Sarebbe del tutto assurdo voler predeterminare le tappe che dovrebbe
attraversare una crisi rivoluzionaria, indicando con sicumera gli agenti
della stessa e i mezzi che essi dovrebbero impiegare. Tale atteggiamento,
tipico di piccole sette di comunisti e sedicenti marxisti (come prima
di altrettali sette di anarchici), è puramente e semplicemente
fastidioso per il suo delirio e la sua rozzezza intellettuale. Assai più
serio, e realistico per l’epoca in cui fu formulato, è il
principio, affermato da Marx e poi ripreso da tutto il marxismo, secondo
cui si viene formando un soggetto della trasformazione dentro lo sviluppo
progressivo del modo di produzione capitalistico. Si deve tuttavia ammettere,
ormai in via definitiva, che così non è; e non per una semplice
“falsificazione” storica, ma come risultato di una analisi
teorica più adeguata e realistica della dinamica del modo di produzione
in oggetto.
Il capitalismo – osservato non solo sotto l’angolazione del
suo modo di produzione, bensì soprattutto come formazione sociale
suddivisa in tante sezioni socio-spaziali – conosce l’alternarsi
di epoche mono e policentriche (pienamente imperialistiche) con sviluppo
diseguale delle sezioni appena nominate. Soprattutto nelle epoche policentriche,
tale sviluppo diseguale, erratico (e non prefigurabile in tempi storici,
cioè con molti anni di anticipo), si accelera e intensifica e produce
lotte acutissime tra i dominanti per la supremazia mondiale, conducendo
a crisi rivoluzionarie in congiunture (temporali e spaziali) delimitate,
anch’esse non predeterminabili con certezza, ma comunque probabilisticamente
prevedibili nei famosi “anelli deboli”.
La crisi rivoluzionaria non vede emergere un preciso soggetto della trasformazione;
tanto meno un soggetto che, in sé, racchiuda la trama di una possibile
organizzazione dei rapporti sociali del futuro. E’ però assai
facile che la crisi crei forte malcontento e ribellione negli strati sociali
a più basso reddito e condizioni di vita nei vari capitalismi (in
specie nei più deboli tra questi ultimi) e nelle aree sottoposte
all’influenza imperialistica dei paesi capitalistici più
forti, ecc. Sia chiaro, comunque, che questi strati sociali sono generalmente
anche quelli a più basso livello culturale, e meno esprimono quindi
una reale capacità egemonica in vista di trasformazioni effettivamente
rivoluzionarie delle strutture economiche, politiche e ideologiche delle
varie sezioni socio-spaziali capitalistiche in conflitto. Tali trasformazioni
possono avvenire solo se sono presenti, a dirigere le masse degli scontenti
e dei ribelli, gruppi di agenti strategici della rivoluzione (sia che
questa sia dentro o invece contro il capitale).
La “spontaneità dei movimenti” è un’estrema
difesa dei dominanti, coadiuvati da gruppi di agenti politici in grado
di influenzare i dominati (o non dominanti), per disperdere o allontanare
le prospettive rivoluzionarie; su questo ci deve essere chiarezza massima.
Pensare ad alleanze con questi agenti politici dei dominanti – salvo
che in casi particolari e in aree dove la lotta di trasformazione sociale
si intreccia con quella di affrancamento dall’influenza imperialistica
delle principali potenze capitalistiche in lotta fra loro per la supremazia
mondiale – significa consegnarsi alla paralisi e poi al “tradimento”
della prospettiva rivoluzionaria. E quando i “traditori” sono
coloro che sognavano la rivoluzione contro il capitale, è facile
che la loro funzione venga sostituita da quella di chi la persegue dentro
il capitale, con esiti facilmente immaginabili; di cui i Fronti Popolari
europei degli anni trenta e una parte della Resistenza al nazifascismo
sono esempi preclari, ideologicamente celati o distorti dalla pappa retorica
– la lotta per la “Libertà” e per scacciare l’occupante
straniero dal “sacro suolo della Patria” (l’“ultimo
rifugio delle canaglie”, come affermò Samuel Johnson) –
propalata dagli opportunisti che, certamente, hanno ormai prevalso per
una temo non breve fase storica presente e futura.
Il malcontento, rabbia, spirito di ribellione, di vaste masse nel momento
della crisi, legata ad aspri contrasti interdominanti, sono una semplice
condizione di possibilità della precipitazione rivoluzionaria.
In passato, si riteneva normalmente che la base di quest’ultima
fosse costituita dagli strati sociali a più basso reddito e condizioni
di vita, tipo operai e contadini poveri, comunque ceti lavoratori dei
livelli esecutivi inferiori; mentre l’arretramento economico e sociale
di vasti strati di tipo intermedio (“ceti medi”) era considerato
un’occasione per violenti sussulti reazionari di tipo fascistico.
In realtà, la situazione è meno semplice e non ben delineata
socialmente. Movimenti populisti di tipo “reazionario” (rivoluzionario
dentro il capitale) hanno una larga base negli ultimi gradini della piramide
sociale; si parla di sottoproletariato (la “schiuma” della
società), il che è parzialmente corretto, ma non ci si scordi
della larga rappresentanza che in tali movimenti hanno anche i “proletari”,
cioè, detto con il linguaggio di oggi, i lavoratori salariati o
“autonomi” dei livelli inferiori. I ceti medi, cioè
i livelli intermedi di reddito e di cultura, sono certo importanti nei
paesi a sviluppo capitalistico avanzato, dove l’immagine topologica
della società è spesso una botte (con base inferiore ovviamente
più larga di quella superiore) più che una piramide, ma
non forniscono la parte più consistente delle frange veramente
attive nel cambiamento; sono un elemento decisivo di massa, un elemento
di tipo specialmente ideologico-culturale, ma non necessariamente a favore
di una rivoluzione dentro il capitale, poiché soprattutto i ceti
medi che svolgono lavori di tipo intellettuale, appartenendo a livelli
culturali più alti, fungono spesso da appoggio a rivoluzioni contro
il capitale.
Tutto questo riguarda però soprattutto le congiunture critiche
nell’ambito di fasi apertamente policentriche (imperialistiche).
Movimenti tumultuosi in fasi diverse – mettiamo ad es. l’insorgenza
sessantottina del secolo scorso – cambiano magari certe coordinate
culturali, assai poco o niente quelle dei rapporti di potere politici
ed economici. Lotte soprattutto di liberazione nazionale del tipo di quelle
che si svolsero, guidate o meno dai comunisti, ai margini dei due campi
(capitalista e “socialista”), o quelle odierne contro un’occupazione
statunitense di carattere nuovamente coloniale, rappresentano al massimo
il sintomo di un monocentrismo imperfetto e attualmente, forse, di un
lento declino del monocentrismo stesso. In ogni caso, tutti i sommovimenti
che possano verificarsi non ottengono proprio alcun risultato se al loro
interno non agiscono quelle che un tempo venivano chiamate avanguardie
e che preferirei oggi denominare gruppi di agenti strategici rivoluzionari.
Questi ultimi, però, agiscono all’interno delle masse in
movimento, ma non sorgono – e tanto meno spontaneamente –
da queste masse.
Kautsky, ripreso pari pari e con piena adesione da Lenin nel Che fare,
scrisse, in questo caso mirabilmente: “socialismo e lotta di classe
nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono
da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può
sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche [….]
Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali
borghesi [corsivo di K.]; anche il socialismo contemporaneo è nato
nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi
comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale
i quali in seguito [corsivo mio] lo introducono nella lotta di classe
del proletariato, dove le condizioni lo permettono [corsivo mio]. La coscienza
socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe
del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente
[corsivo mio]”.
La terminologia usata è calata nella situazione della “lotta
di classe” di cent’anni fa, ma il concetto è più
attuale che mai, salvo che per gli opportunisti e i fautori della “spontaneità”,
in quanto agenti politici dotati dai dominanti di tutti gli strumenti
necessari a mantenere un’influenza determinante all’interno
dei dominati, onde questi ultimi si “agitino” entro il quadro
dei rapporti economici, politici, culturali che assicurano la permanenza
di quella specifica forma di dominio.
Le masse in movimento, in condizioni che lo consentano e che sono soprattutto
quelle legate a congiunture di crisi provocate dalla lotta intradominanti
in una fase policentrica, rappresentano una conditio sine qua non per
una qualsiasi attività rivoluzionaria (sia dentro che contro il
capitale). Senza movimento di masse, innescato dalle suddette congiunture
in cui si verifichino profonde incrinature degli assetti economici, politici,
culturali capitalistici di quella data epoca, è manifestazione
di soggettivismo esasperato e inane pensare di poter effettuare rivolgimenti
sociali profondi. Tali masse sono però divise in tante sezioni
– di strati sociali bassi come intermedi, senza alcuna speciale
funzione assolta dagli uni o dagli altri – ognuna delle quali vuole,
ammesso che sappia quello che vuole, cose diverse da tutte le altre. E
il caos è tale che sarebbe vano sperare di individuare una sorta
di vettore di composizione delle forze in campo, che spesso si paralizzano
vicendevolmente o provocano solo lo sbriciolamento delle strutture sociali
di ogni sfera (in particolare, di quelle economica e politica). Sempre
per usare di una analogia pur imperfetta, l’agitazione delle diverse
sezioni delle masse sarebbe il tumultuoso svolgersi di processi fisico-chimici
e fisiologici a livello cerebrale. Gli agenti rivoluzionari strategici
portano il tutto all’espressione del pensiero, delle più
ordinate concatenazioni di idee, ma operando ad un livello diverso che
non sorge spontaneamente da quello di “base”, pur dovendo
restare a quest’ultimo strettamente connesso (ma relativamente indipendente).
E’ dunque necessaria la presenza dei gruppi di agenti strategici
della trasformazione rivoluzionaria per assegnare una qualche finalità
al movimento scomposto delle masse e condurre ad una qualche soluzione
della crisi nella particolare congiuntura creatasi ad opera dell’acutizzazione
della conflittualità tra dominanti. Gli agenti strategici rivoluzionari
debbono essere in possesso di cognizioni atte a comprendere la situazione,
la strutturazione della società mondiale e nazionale, cioè
in ambito generale come locale; ad afferrare i vari rapporti di forza
tra i dominanti, l’articolazione dei loro vari gruppi e lo sviluppo
del conflitto tra questi; a interpretare le aspirazioni delle varie sezioni
delle masse, ma non certo per semplicemente adeguarsi ad esse (così
varie e confuse come sono), poiché è invece necessario fornire
al movimento uno sbocco trasformativo, di cui avere già delineato
all’ingrosso almeno alcuni punti salienti anche in termini di sostituzione
di nuovi apparati e istituzioni economici e politici ai vecchi. Ed è
qui che si gioca il risultato dello scontro tra chi vuol trasformare per
mantenere il potere dei vecchi dominanti (anche se di nuove frazioni,
soprattutto di agenti politici e culturali) e chi invece vuol veramente
rovesciare questo potere per giungere, sia pure scontando una fase di
transizione, a nuove configurazioni di rapporti nelle diverse sfere sociali.
Si tratta di un risultato non predeterminato, e di un dispiegamento di
forza da parte di schieramenti contrapposti, in ognuno dei quali sono
rappresentati sia i “proletari” sia i “ceti medi”
(parlo in specie dei paesi capitalistici avanzati); sono cioè rappresentati
i lavoratori salariati e autonomi con livelli di reddito bassi e medi,
con differenti condizioni e stili culturali di vita, con specializzazioni
professionali diverse, ecc.
Tutto questo riguarda però le congiunture particolari createsi
in epoche policentriche. Si può fare il medesimo discorso, che
era quello vigente all’epoca dei Kautsky e dei Lenin, in fasi almeno
in buona parte monocentriche? Non si scardina qui il fondamentale rapporto
di forza tra le varie frazioni dominanti delle diverse sezioni socio-spaziali
della formazione sociale capitalistica. Si accentua la competizione tra
gli agenti strategici economici, si svolge magari anche una sorda, e spesso
sotterranea, lotta tra gli agenti dominanti delle altre tipologie; ma
non si intacca il fondamentale dominio dell’ideologia del capitalismo,
dell’impresa e del mercato, delle “libere elezioni democratiche”,
della “liberta” di opinioni e di diffusione delle stesse,
ecc. La sostanza del problema relativo al rapporto tra “spontaneità
e coscienza”, tra movimenti di masse e agenti strategici rivoluzionari,
rimane comunque la stessa di sempre. Dove sono però le masse in
movimento, la rabbia e il malcontento generalizzati che mettono realmente
in discussione i principi stessi su cui si fondano gli assetti capitalistici?
E soprattutto, dove sono gli agenti strategici in questione? Possono formarsi
e come debbono agire? Veniamo pure all’oggi.
14. Il conflitto strategico nell’attuale fase ancora monocentrica
e non rivoluzionaria
Ci troviamo oggi, dopo gli avvenimenti del 1989-91, che condussero alla
rimondializzazione del capitalismo, in una situazione ancora sostanzialmente
monocentrica; forse è già iniziato il suo declino, in particolare
con la rapida crescita di nuovi centri capitalistici nell’est asiatico.
Tuttavia, sarebbe errato estrapolare le tendenze degli ultimi vent’anni
in Cina, e in definitiva meno di dieci in India, per proiettarle nei prossimi
decenni (almeno tre a mio avviso). Del resto, continuo a pensare –
ma non ho prove da addurre in merito – che Europa, e anche Russia,
non assisteranno inerti per i prossimi trent’anni alle tendenze
attuali, che le vedrebbero totalmente subordinate e schiacciate dalla
competizione tra USA e Cina (e India? Ma certo non credo proprio in alleanza
con la Cina; anzi queste due future potenze potrebbero paralizzarsi vicendevolmente,
e creare addirittura un tripolarità asiatica tenendo conto pure
del Giappone).
In ogni caso, al momento attuale, e prevedibilmente per alcuni decenni
futuri, gli USA resteranno il centro del capitalismo mondiale; essi stanno
esercitando un’egemonia – e non solo grazie all’apparato
bellico – che l’Inghilterra dell’800 non ebbe mai ad
un grado così elevato. E’ probabile, lo ripeto, che sia iniziato
un loro declino, ma prima che sia veramente apprezzabile passerà
molto tempo. Malgrado tutte le apparenze, ho la netta sensazione che,
al presente, il tallone d’Achille dell’egemonia statunitense
si trovi proprio nel suo aspetto culturale. Dal punto di vista politico
(e bellico) ed economico (e tecnico-scientifico), gli USA appaiono ben
saldi, sebbene una visione economicistica continui ad insistere sull’enorme
deficit sia del bilancio statale che della bilancia commerciale. Non saranno
tali fenomeni ad affossare l’egemonia USA; nemmeno se ciò
dovesse portare a crisi economiche di notevole portata (per null’affatto
sicure, d’altronde), che si rifletteranno ampiamente sugli altri
paesi capitalistici, anche su quelli attualmente in veloce crescita. Vi
è un arretramento nella percentuale dei brevetti detenuti dagli
USA; non ricordo le cifre esatte, ma è all’incirca come se
si fosse passati in dieci anni dall’85% all’80%; non è
certo un dato molto incoraggiante per i competitori. In tutti i settori
di punta della nuova era tecnico-industriale, gli Stati Uniti detengono,
e manterranno certo a lungo, un netto primato; e la Borsa di New York
continuerà per molto tempo ad essere il centro (e il termometro)
della finanza mondiale. Bando a certi sogni.
Coloro che oggi stanno cianciando di un Impero acefalo, con imprecisate
moltitudini in ascesa contro di esso, dovrebbero essere definiti con termini
assai offensivi. Sono gli stessi che inventarono l’operaio-massa,
poi quello sociale, facendo di volta in volta diventare “soggetto
del rivolgimento” (ovviamente totale ed esaustivo com’è
quello sempre sognato nei deliri degli anarcoidi di tutti i tempi) o i
metalmeccanici, o i portantini degli Ospedali, o i lavoratori del Metro
parigino; oggi lo sono un po’ tutti e in particolare i presunti
lavoratori cognitivi. E’ inutile d’altronde lamentarsi di
questa situazione, che investe una parte (ultraminoritaria) di una massa
giovanile totalmente priva di memoria storica e di cultura politica. Tali
fenomeni negativi sono l’inevitabile frutto di una sconfitta storica
decisiva e definitiva; d’altronde, dalla parte opposta, si constata
l’accanimento sclerotico di piccole sette di comunisti che non si
accorgono del tempo che passa.
Nella situazione “imperiale” – ma dotata di un preciso
centro – in cui ci troviamo, dobbiamo faticosamente riprendere in
mano le fila di un discorso critico, nutrito di ipotesi scientifiche e
non fatto di brillanti ciance solo ideologiche. Come detto all’inizio,
transiteremo certo a una nuova epoca in cui saranno formulate teorie diverse,
e messe in opera altre pratiche rispetto a quelle del passato. Tuttavia,
è utile impegnarsi per la transizione a questa nuova epoca, non
disperdendo ogni acquisizione del nostro passato, che solo le “avanguardie”
decerebrate dei nuovi inizi totali vogliono far dimenticare. Si dovrebbe
recuperare un nuovo concetto di modo di produzione capitalistico, che
oggi, nella sua generalità teorica, riguarda tutto il globo (ivi
compresi i paesi asiatici ascendenti). Sarà tuttavia indispensabile
costruire meglio l’immagine teorica di una formazione capitalistica
mondiale divisa in quelle che ho denominato, in assenza di un più
preciso concetto di tale oggetto, sezioni socio-spaziali, che quasi sempre
sono paesi e nazioni capitalistici, presi singolarmente o a gruppi ritenuti
sufficientemente omogenei.
Lasciando da parte i paesi capitalistici asiatici in sviluppo, con particolarità
(capitalistiche), sia economiche che politiche e culturali, da me scarsamente
conosciute, penso di poter affermare che nell’area a capitalismo
più tradizionale – sia nel centro, gli Stati Uniti, che nei
paesi non centrali (Europa e Giappone, ma con particolare riferimento
alla prima) – non si intravede nemmeno il “fremito”
della formazione di nuovi agenti strategici della rivoluzione, né
dentro né contro il capitale. All’interno di quelle che un
tempo furono le correnti radicali dell’anticapitalismo, si è
ormai formata una vera catena di S. Antonio dell’opportunismo più
sconsolante e squallido che sia mai esistito, pregno di incultura teorica
e di sbandamento politico. La più gran parte delle forze politiche
opportuniste ha fatto, grosso modo, una fine simile – ma ancor meno
dignitosa in termini anche solo culturali – a quella delle socialdemocrazie
del 1914; si tratta di coloro che sono veri e propri servitori “sciocchi”
del grande capitale monopolistico. Poi, in gruppi di consistenza via via
minore, a questa maggioranza stanno vischiosamente aggrappati –
sempre con la scusa del “meno peggio” e dello “stare
dove sono le masse”, talvolta rappresentate da poche migliaia di
disperati – coloro che soggettivamente inseguono ancora sogni rivoluzionari,
ma sempre con la testa voltata indietro ad impossibili “ritorni
di fiamma” di teorie e prassi politiche ammuffite e in decomposizione.
Pensare di poter ovviare a questo autentico disastro, in via puramente
soggettiva, è perfettamente cervellotico e fa esclusivamente disperdere
energie senza costrutto. Non si tratta certo di essere deterministici,
ma bisogna ammettere che le congiunture effettivamente rivoluzionarie
si presentano con più alta probabilità nel pieno del policentrismo
imperialistico, dove acquistano forza e significatività di risultati
le attività delle frazioni di agenti politici (e culturali), sia
dominanti che rivoluzionari; dove quindi si sviluppa al suo massimo livello
la lotta triangolare tra conservazione, rivoluzione dentro il capitale,
rivoluzione contro il capitale. In tali congiunture anzi, ad un certo
punto, le forze conservatrici – che si presentino di “destra”
o di “sinistra”, dichiaratamente reazionarie o presunte progressiste,
non ha più importanza perché il velo ingannatore tende a
cadere a pezzi – entrano spesso in una situazione di paralisi, mentre
giunge al suo acme la lotta tra “rivoluzionari”: tra quelli
che si battono perché tutto cambi onde permanga comunque il potere
dominante capitalistico, sia pure esercitato da nuove frazioni, e quelli
che conducono a fondo l’attacco affinché venga radicalmente
incrinato tale potere e inizi il tentativo di transizione ad altra forma
di rapporti sociali, di cui però bisogna avere qualche idea e qualche
progetto di massima per realizzarla.
Sono tutte condizioni oggi mancanti in toto. E’ perfettamente superfluo
arrovellarsi su una possibile rivoluzione contro il capitale. Tutto deve
essere rifatto ex novo, e tuttavia ripartendo da una radicale critica
del passato. Si procede, che piaccia o meno, per “prova, errore
e correzione dell’errore”. Ma l’errore non è
certo quello declamato dai fautori dell’azione sedicente pura, simili
ai soreliani, agli anarco-sindacalisti, ecc. dei tempi andati; l’errore
è innanzitutto quello teorico che ha condotto in direzioni sbagliate
o, detto più precisamente, verso iniziali successi seguiti da una
involuzione e dal fallimento finale.
Il campo capitalistico sviluppato ha ripreso la sua influenza globale,
senza che sia mutata – salvo certamente l’ascesa dei nuovi
capitalismi già nominati – la struttura dei rapporti di forza
al suo interno; rapporti che dipendono in buona parte dall’articolazione,
nei blocchi dominanti dei vari paesi e aree di detto campo, dei gruppi
di agenti strategici economici (produttivi e finanziari), politici e culturali.
Nei paesi, da me indicati quali non centrali, gli agenti economici sono
in netta prevalenza sugli altri; e tra gli economici prevalgono (come
ad es. in Italia), o comunque hanno ancora troppo potere (come ad es.
in Francia e Germania), i finanziari. Il grumo politico-finanziario –
che influenza nettamente i settori culturali – assiste l’industria,
meno avanzata e competitiva che nel paese centrale, solo perché,
pur non avendone consapevolezza e non perseguendo direttamente tale obiettivo,
non può comunque esimersi dall’alimentare, “oggettivamente”,
i meccanismi fondamentali di estrazione del plusvalore (base dei profitti).
Il blocco dominante però, in assenza della spinta innovativa e
della potenza che caratterizza la capacità egemonica del paese
centrale, si dibatte tra “Scilla e Cariddi”: minima salvaguardia
dell’ormai cadente “Stato sociale”, senza il quale verrebbe
quanto meno minata la pace tra i vari strati della popolazione; e tuttavia
lenta erosione dello stesso per recuperare risorse con cui assistere i
gruppi dominanti, e paracadutare i sempre più pericolosi processi
di deindustrializzazione. Simili gruppi non conoscono affatto un altro
modo di procurarsi le risorse in questione, poiché nei paesi non
centrali è carente, ove più ove meno, la spinta innovativa,
e viene ostacolata la formazione di gruppi strategici politici (e culturali)
aggressivi e in grado di acuire una reale conflittualità con il
paese centrale onde eroderne l’egemonia mondiale.
La conflittualità interdominanti – quella che si svilupperebbe
in una fase compiutamente policentrica – non riesce ad impiantarsi
solidamente; essa trova troppo spesso vie sorde e sotterranee di attuazione,
spesso contorte, difficilmente leggibili, aperte a mediocri compromessi
con i dominanti centrali; vie insomma verso le quali non è possibile
orientare consistenti quote della popolazione dei paesi non centrali,
pur magari facendo appello alla torbida, e a doppio taglio, ideologia
indipendentista. Tutto langue e si deteriora, e trascina purtroppo con
sé anche la conflittualità che dovrebbe nascere ad opera
di agenti rivoluzionari capaci di indirizzare la loro azione in senso
decisamente anticapitalistico. Mi dispiace di dover delineare questo quadro
desolato e desolante, ma ciò è quanto si vede attualmente.
Il che fare non può assolutamente scimmiottare quello dei bolscevichi,
che agivano nell’anello debole costituito dalla Russia in una fase
storica di massima fioritura della struttura imperialistica della formazione
capitalistica mondiale. Non sussiste al presente alcun reale policentrismo;
e solo forse, sta iniziando il declino del monocentrismo statunitense.
I sintomi di detto declino certo ci sono: soprattutto l’incapacità
del paese centrale di esercitare una egemonia di minimo coordinamento
del mondo capitalistico, in via di crescente scollamento, con convulsioni
e caos vieppiù generalizzati, che non sembrano affatto essere fenomeni
di un breve periodo transitorio, segnalando invece la faticosa apertura
di una nuova epoca imperialistica.
15. La possibile strategia difensiva degli agenti contro il capitale
In una situazione come quella presente, e sopra delineata, penso sia
abbastanza sciocco volersi inventare chi sa quali strategie. Le fantasie
vanno lasciate ai politicanti e intellettualoidi della sinistra autoproclamatasi
radicale, quella che straparla di “nuovi mondi possibili”,
di “moltitudini”, di “no-gobal”, e di altre demenzialità
similari. Naturalmente, gli sciocchi sono gli appartenenti alle quote
minoritarie di popolazione che seguono tali politicanti; questi ultimi
– e il ceto intellettuale di basso livello che li incensa e, nel
contempo, li sollecita a immergersi ancor più nella putrida palude
dell’opportunismo – rappresentano il marciume, i prodotti
di scarto, di un movimento che ha subito una sconfitta definitiva e si
è riciclato, come in altra guisa è accaduto nei paesi ex
“socialisti”, a personale politico dei dominanti capitalistici,
in genere dei peggiori fra questi: gli agenti economico-finanziari.
Per coloro che, in nuce, cercano di rappresentare il possibile futuro
formarsi di nuovi gruppi di agenti strategico-rivoluzionari contro il
capitale, non restano che poche ricette da seguire. Elenchiamole pure
per punti, tanto pochi sono.
a) Il primo compito in assoluto, quello più ovvio e immediato,
è l’opposizione, sempre e comunque, allo strapotere e all’egemonia
del capitalismo USA, che è ancor oggi il centro indiscusso della
formazione capitalistica rimondializzatasi. Il suo punto debole, almeno
in prospettiva, mi sembra quello culturale; e credo che su questo si debba
battere, anche perché le attuali misere forze di una eventuale
futura rivoluzione anticapitalistica sono probabilmente, nei nostri paesi
non centrali, più attrezzate a questo che ad altri compiti. Tuttavia,
è fin troppo ovvio che la potenza statunitense è fortemente
sostenuta dall’economia e dalla politica, ivi compresa, soprattutto,
quella militare. L’appoggio a qualsiasi gruppo, nazionale o altro
– che riesca a contrastare, incrinare, tale potenza, o che almeno
le assesti qualche buon colpo – va dato con convinzione per quanto
è possibile, senza però rischiare la completa liquidazione
e schiacciamento delle proprie minime capacità ancora embrionali.
Nel breve periodo viene subito alla mente la Resistenza irakena ma, nel
giro di qualche anno, tale situazione potrebbe anche mutare. Ciò
che invece caratterizzerà un periodo ben più lungo è
comunque il fatto che l’opposizione dura, e violenta, alla completa
egemonia americana si svilupperà soprattutto in aree dove le forme
capitalistiche di produzione sono arretrate, primitive e asfittiche, e
dove motivi religiosi e nazionali sono in questo momento i principali
collanti della lotta non solo antistatunitense ma, in generale, antioccidentale.
Mi sembrerebbe errato che gli embrioni anticapitalistici dei paesi non
centrali (europei in specie) si dedicassero quasi solo all’aiuto
di tale lotta, ma comunque si tratta di un compito fondamentale, imprescindibile.
E non semplicemente per motivi morali, di dovere internazionalista nei
confronti di tutti i dominati che si ribellano, ma anche e soprattutto
per ragioni squisitamente politiche e strategiche; qualsiasi incrinatura
dell’egemonia del capitalismo centrale (imperiale), qualsiasi sua
sconfitta, è un vantaggio oggettivo per chi pensa in senso anticapitalistico
nei paesi avanzati non centrali. Perfino i gruppi di agenti rivoluzionari
dentro il capitale, se si formeranno in tali paesi man mano che ci si
avvicinerà ad una più compiuta fase policentrica, non potranno
esimersi dal favorire, in qualche modo, l’azione antiamericana laddove
ha attualmente maggiori probabilità di acuirsi; altrimenti, essi
daranno prova di miopia strategica e falliranno i loro scopi. Tanto più
debbono agire in tal senso gli eventuali gruppi di agenti rivoluzionari
contro il capitale. Questo è veramente tassativo e praticamente
fuori discussione.
b) All’interno dei paesi capitalistici non centrali, in mancanza
di una visione chiara delle strutture di rapporti capitalistici e della
capacità di liberarsi di vecchi schemi, se non cedendo al più
vieto degli opportunismi, è bene appoggiare, tatticamente, ogni
azione a favore dei ceti subordinati e a più basso livello di reddito,
sia che si tratti di lavoratori salariati o meno. Va ovviamente difeso
ogni brandello del vecchio Stato sociale, con la precisa consapevolezza,
però, che si è in presenza di una battaglia al puro livello
dei rapporti di distribuzione (non di produzione), e che sarà,
in tempi nemmeno lunghissimi, persa.
Ancora voglio citare il Lenin del Che fare (i corsivi sono miei): “La
storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze
è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè
la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre
la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge
necessaria agli operai, ecc.”; e le tesi degli opportunisti sarebbero
“giuste se per politica si intende la politica tradunionista, vale
a dire l’aspirazione di tutti gli operai a ottenere dallo Stato
misure atte a rimediare ai mali che comporta la loro condizione, ma non
ancora a sopprimere questa condizione, cioè a distruggere la sottomissione
del lavoro al capitale”. Queste frasi andrebbero ricordate ogni
giorno, ogni ora, e sbattute in faccia ai “sinistri radicali”
odierni. E che questi opportunisti non obiettino circa il superiore livello
di cultura e di coscienza delle masse nel mondo moderno (capitalismo avanzato);
tale livello è ben misurabile mediante gli orridi spettacoli in
TV, è constatabile dal rovinoso decadimento ormai almeno trentennale
del giornalismo, della letteratura, della saggistica, ecc.
Lo Stato sociale è il frutto della “aspirazione di tutti
gli operai a ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ecc.”.
Lo Stato sociale è il risultato delle lotte mosse da questa aspirazione
in una situazione internazionale, in cui la presenza di un “campo
socialista” aveva creato negli agenti dominanti del capitalismo
il forte timore di essere esautorati del potere. Lo Stato sociale si è
però realizzato laddove – i paesi non centrali – la
configurazione dei blocchi degli agenti dominanti (con forte prevalenza
di quelli economici) era tale da non potere, né volere, contrastare
l’egemonia mondiale del capitalismo statunitense. Tuttavia, lo Stato
sociale va difeso fino a quando non si verificheranno le condizioni per
le quali l’aspirazione di tutti i ceti dominati (e non dominanti)
sarà, non di “ottenere dallo Stato misure atte a rimediare,
ecc.”, ma di dare impulso, se possibile, alla trasformazione dei
rapporti di produzione (quindi di dominio) capitalistici, con il necessario
smantellamento dell’apparato “pubblico” così
com’esso è strutturato ai fini di tale forma di dominio.
Lo Stato sociale va difeso per alcuni semplicissimi, ovvii, motivi. Intanto,
non si deve nulla concedere all’inettitudine delle classi dominanti
europee (italiane in testa), che cianciano di competizione globale, e
dunque di liberismo, senza minimamente possedere l’attrezzatura
– adeguata articolazione tra gruppi di agenti strategici economici
(con quelli produttivi in posizione preminente), politico-militari e cultural-ideologici
– necessaria ad una competizione siffatta. Simili abominevoli classi
dominanti, in cui prevale il grumo politico-finanziario (anzi, finanziario-politico
tenendo conto della gerarchia in esso esistente) con una industria fortemente
assistita e poco competitiva, classi pervase da scarsa (o nulla) determinazione
a dotarsi degli strumenti indispensabili all’eventuale uso della
forza (non necessariamente militare in senso stretto), cercano “la
botte piena e la moglie ubriaca”: una erosione lenta dello Stato
sociale per dirottare risorse gradualmente, evitando il più possibile
i conflitti capitale/lavoro, verso gli scopi “assistenziali”
(agli agenti dominanti capitalistici) ormai noti. Il tutto per continuare
a traccheggiare ed evitare contrasti troppo forti con i dominanti centrali.
Per quanto è nelle misere forze dei ristrettissimi (almeno attualmente)
gruppi di agenti strategici rivoluzionari anticapitalistici, questo miserabile
gioco di questi miserabili dominanti va ostacolato. E, nel frapporre ostacoli,
possono essere stretti accordi con tutti quelli che ci stanno, che non
vogliono essere strangolati nelle loro condizioni di vita, nel loro inserimento
politico e sociale. Ma accordi limitati, e solo a questo scopo, se la
lotta non è in grado di avere sbocchi che si indirizzino, strategicamente,
verso il superamento del mero orizzonte distributivo.
c) E’ da trent’anni che le poche forze anticapitalistiche
rimaste in campo, anch’esse oggettivamente corrotte da decenni di
opportunistica adesione ad una politica di mera lotta parlamentare e sindacale
(distributiva in termini economici e politici) – politica di cui
fu “maestro” il PCI di Togliatti – inseguono il “meno
peggio”; e siamo andati sempre peggio, fino allo sfacelo attuale,
e non abbiamo ancora toccato il fondo. E’ ora di rompere con questo
schema. Ancora una volta debbo citare il Che fare: “Se è
necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate
accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici [corsivo mio] del movimento,
ma non fate commercio dei principi e non fate ‘concessioni’
teoriche [corsivo mio]”.
Quando parlava di teoria, Lenin non intendeva certo che non si concedesse
nulla sul problema dell’alienazione dell’uomo, o su quello
della lotta tra borghesia e proletariato come descritta nel Manifesto
del 1848; o, peggio ancora, su quello della trasformazione dei valori
in prezzi di produzione. Lenin non era mentecatto come certi presunti
marxisti scolastici di un tempo non lontanissimo. Non cedere in teoria,
significava non cedere sui principi strategici fondamentali di una lotta
che intenda essere trasformativa e non meramente distributiva; e significa
non fare pateracchi organizzativi che debilitino le poche forze per il
momento in campo. Si media su certe azioni tattiche, da compiere insieme
ma organizzativamente distinti dagli opportunisti, non invece sulla “amministrazione”
delle parole in un documento politico dove chi si pretende addirittura
comunista (a me basterebbe che si fosse anticapitalisti) accetta di annacquare
le proprie coordinate rivoluzionarie (e antimperialiste), di fare concessioni
alla demenza “non violenta” del marciume politicante odierno,
al pacifismo d’accatto, alle sottili e interminabili distinzioni
tra resistenza e terrorismo, ecc. E’ soprattutto ora di rifiutare
il completo annegamento degli agenti strategici rivoluzionari in nuce
– ovviamente se ce ne sono, altrimenti lasciamo perdere ogni discorso
– nelle decerebrate masse (minoritarie) agitate da demagoghi con
accesso privilegiato ai mass media, accesso voluto e diretto dai dominanti
di un capitalismo degenerato da quello borghese, ancora di una certa levatura
politica e culturale, a quello dei funzionari del capitale (pur se ancora
largamente proprietari) e di un “ceto medio” a più
strati di reddito, indifferenziato perché omologato sui principi
fondamentali di una società intrisa di relativismo assoluto, di
liquidazione di ogni valore (lasciato alle Chiese), di odio verso chiunque
non si normalizzi ai livelli di capetti ambiziosi, senza scrupoli, di
una mediocrità intellettuale e morale la cui infinità è
ormai insondabile.
Da questa melma è necessario staccarsi; assieme a quelli che, non
sempre colpevoli, vi restano invischiati, senza stare troppo a sottilizzare,
ci si può opporre a che si distrugga lo Stato sociale (con attenta
valutazione dei problemi che si pongono in quest’ambito), si può
condurre una dura lotta sindacale – magari, per fare un esempio,
onde non finire come in Germania a lavorare di più allo stesso
salario – ci si può battere anche per difendere certi caratteri
di una modernità culturale e di costume, ecc. Però in autonomia
e mantenendo salda l’idea della necessità, oggi anzi improrogabilità,
di una trasformazione dell’attuale forma di società che impone
costi sociali, e quindi anche individuali, sempre più elevati,
una società in cui peggiora, in generale, la “qualità
della vita”, ma anche quella di ogni particolare “vissuto
umano”.
E’ evidente che c’è sempre un problema di “propaganda”
delle proprie idee, di visibilità per le stesse. Capisco che occorrano
mezzi di comunicazione, “casse di risonanza”. Il problema
è però: che cosa si vuol fare risuonare? Se per far udire
la propria voce, si accetta di emettere suoni flebili, distorti, privi
di una effettiva valenza critica, di una carica potenzialmente dirompente
a livello, intanto, politico e culturale, allora non si vede la necessità
che risuoni alcunché; meglio non fare “rumore” inutile
e fastidioso. Si vada a casa e ci si rinchiuda ben bene; almeno non si
faranno danni. Oggi, lo ripeto, mi sembra di vedere, salvo qualche “fantasma”
qua e là, una vera e propria catena di S. Antonio dell’opportunismo
peggiore, del più mediocre, senza idee, pettegolo, isterico, fatto
di politicantismo da trivio. C’è bisogno di aria pura, pur
di pochi soffi al momento. Ci si stacchi dagli opportunisti, ci si organizzi
a parte pur con tanta, tanta difficoltà; del resto, le prime Leghe
operaie, o anche l’Internazionale, nacquero forse nella bambagia,
con il pieno aiuto dello Stato “borghese”, con fiumi di soldi
a profusione? Nacquero subito, e in tutti i paesi maggiormente sviluppati,
con cospicue rappresentanze parlamentari e locali, ecc.?
d) E’ necessario riprendere in mano la barra del timone e ridirigersi
in senso anticapitalistico. Tuttavia, riconosciamolo, per cent’anni
questa direzione sembrava, pur grosso modo, individuata. Non è
più così, la sconfitta l’ha dimostrato. Solo che tale
dimostrazione ha prodotto una pressoché generale corsa a chi abiurava
prima e “meglio”, a chi non era mai stato “veramente
comunista”. Ancora una volta, gli ex comunisti italiani sono stati
i più bravi in questo gioco indecente e anche un po’ ridicolo.
E si sono prodotte ondate su ondate di queste abiure, e non sono ancora
finite, deboli increspature ondose si produrranno ancora. C’è
anche, e va ricordato, chi si è comportato dignitosamente, ma ha
comunque cominciato a pensare ad “altro”, portando magari
qualche buon contributo culturale, ma non certo al ripensamento di una
teoria per potenziali agenti strategici di una rivoluzione contro il capitale.
Infine, alcuni pochi, magari moralmente più sani ma intellettualmente
spesso un po’ fanatici, si sono dati cocciutamente a rivendicare
la validità di teorie, e anche prassi, del passato, hanno escogitato
“giustificazionismi storici”, sono andati alla catalogazione
di tutti i vari tipi di “traditori” responsabili, soggettivamente,
della sconfitta. Si tratta certamente ormai di pochi rimasugli, forse
da non prendere nemmeno più in considerazione; tuttavia, ci si
deve proprio decidere a lasciarli da parte.
Ora, se si deve reinnescare una vocazione anticapitalistica, è
ovvio che deve essere prodotta una nuova consapevolezza di che cos’è
questa forma di società. Se il vecchio apparato teorico ha fatto
cilecca – e non soltanto per l’incapacità delle “avanguardie”
di utilizzarlo, ma anche perché l’apparato in sé era
in punti cruciali carente – è compito primario di chiunque
si ponga idealmente sul terreno della ricostruzione dei gruppi di agenti
strategici rivoluzionari anticapitalistici di ripensare la teoria del
capitalismo. I preziosismi culturali non sono mai da buttare via; anzi,
chiunque lavori alla ricostruzione teorica in direzione anticapitalistica
non può fare a meno del contributo degli intellettuali che lavorino
a fondo sulla storia delle idee, sulla storia degli ultimi decenni (e
su quella degli ultimi secoli), sulle varie elaborazioni scientifiche
e filosofiche del passato e del presente.
Tuttavia, occorre qualcosa in più, uno scatto, un andare a fondo,
teoricamente, sui caratteri “essenziali” di quello che, in
mancanza di un nuovo concetto, continuerò a denominare modo di
produzione capitalistico. Quest’ultimo indica però i caratteri
più generali della nostra società, il cui coglimento è
comunque decisivo per ogni avanzamento della teoria in grado di orientare
l’azione dei suddetti agenti strategici. Bisogna poi andare all’individuazione
della fase o epoca del capitalismo in cui ci si trova a operare. E qui
occorre riferirsi teoricamente all’articolazione di quelle che,
in assenza di un vero concetto (siamo, se vogliamo, ancora al flogisto;
ci si ricordi dell’analogia engelsiana), ho indicato quali sezioni
socio-spaziali della formazione capitalistica mondiale (oggi, appunto,
di nuovo mondiale). Da quasi un decennio lavoro a una “nuova ricetta”
teorica; anche nelle pagine che precedono essa è stata almeno sinteticamente
indicata. Non starò certo qui a ripeterla. Desidero solo dire che
questo non è uno dei compiti minori del momento per chi voglia
porsi sul terreno di una minima azione nuovamente anticapitalistica.
Qualcuno obietterà che i pochi punti qui elencati sono una ben
misera cosa, e senza dubbio pure generica. Mi sembra però poco
utile blaterare in lungo e in largo sui compiti del momento nella situazione
di grave degrado politico e culturale in cui ci si trova; e si trovano,
in modo particolare, quelli che si pensano ancora comunisti o almeno,
come il sottoscritto, anticapitalisti. Il lavoro che ho cercato di fare,
non solo in questo scritto, è intanto lo sgombero delle macerie
(e sono tante) e l’indicazione di alcuni punti che meritano, io
credo, un approfondimento, non certo però individuale. Da solo
non posso fare praticamente nulla. Solo indicare e sollecitare. E’
quello che spero di aver fatto.
Ottobre 2004
IL MARXISMO E’ SCIENZA PER UNA POLITICA ANTICAPITALISTICA
di Gianfranco La Grassa
1. Scienza (con punto di vista) e slittamento ideologico.
Nella Prefazione al Capitale, Marx ricorda che egli “tratta delle
persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche,
incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta
la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde considerarli
solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale.
I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui
sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni
molteplici. E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità,
mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà”
sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di modo
di produzione, sono però assai più semplici: nel capitalismo,
e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto
portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di
produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’
come se la realtà fosse strutturata secondo una serie di livelli
dei rapporti sociali: il livello della trama, a maglie molto larghe, che
regge tuttavia diversi livelli di ordito a maglie via via più strette.
Il modo di produzione, il concetto centrale della scienza marxiana, si
interessa del primo, del livello della trama.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione
non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani.
Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente
schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre
considerazioni unilaterali elaborate da filosofi sociali che sinceramente
mi appaiono lontane dalla realtà. Tanto per fare un esempio piuttosto
significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato degli
individui in società, ci sono stati dei pensatori assai superficiali
che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti marginalistici,
perché partiva dalla considerazione dell’homo oeconomicus.
Orrore! L’uomo non può essere suddiviso in tanti spicchi,
non deve essere privato della sua meravigliosa complessità di essere
umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e vuote di effettivo
significato. E’ più che lecito indagare questo essere secondo
varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse
porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare alcune sue particolari
funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque, pur secondo differenti
punti di vista, come quelle decisive, quelle che ne determinano le principali
azioni considerate strutturanti le maglie larghe, portanti, della trama
di quella data società.
La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone
la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non
solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi
da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere
scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non
banale, e tanto meno falsa, teoria delle scelte). Solo dopo (un dopo logico),
si presta attenzione alla società, i cui rapporti a maglie larghe
sono appunto definiti in base alle scelte individuali in questione. Marx
parte invece preliminarmente dalla società. I rapporti che la definiscono
non riguardano, per tale pensatore, scelte semplicemente individuali –
e l’individuo non è un soggetto economico che si confronta
con i beni che ha a disposizione per soddisfare i suoi bisogni –
bensì sono relazioni, decisive e pur sempre a maglia larga, tra
i proprietari dei mezzi produttivi e i “liberi” prestatori
di forza lavorativa. Proprietario capitalista e “proprietario”
di mera forza lavoro sono “uomini” nello stesso senso dell’homo
oeconomicus dei neoclassici; cioè, in definitiva, non lo sono affatto,
sono semplici portatori di funzioni. Solo che i neoclassici fondano la
struttura decisiva dei rapporti sociali sulle scelte individuali –
guidate da un presupposto sistema di bisogni – mentre Marx tratta
le azioni individuali in quanto orientate, in ultima analisi, dalla struttura
decisiva, quella appunto a maglie larghe, della società. In questo
senso, gli individui della teoria marxiana, come appena affermato, non
sono uomini, ma maschere di rapporti sociali, quei rapporti definiti di
produzione nella loro storicamente determinata forma capitalistica.
In poche parole, esistono delle strutture oggettive – non formate
da rapporti tra persone pensate nella loro complessità individuale
di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi
scientifica. Ed è ora di dirlo con chiarezza: la scientificità
può riguardare anche la teoria formulata dall’economica tradizionale;
in tal senso, la connotazione economica riguarda semplicemente la scelta,
intesa però, in questa accezione, come un’azione orientata
da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima economizzazione
dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo prefissato. Quest’ultimo
è scelto dall’individuo umano nella sua complessità:
può quindi essere un fine cattivo o buono, giusto o ingiusto; può
essere egoistico o filantropico, ecc. ecc. Una volta però posto
lo scopo, il singolo dismette la sua complessità umana, si trasforma
in un soggetto razionale e decide come raggiungere quell’obiettivo
nel migliore dei modi possibili, intendendo – nell’ambito
di questa concezione – migliore come sinonimo di razionale, e razionale
come sinonimo di impiego del minimo sforzo.
Questo è un punto di vista – criticabile, e infatti un marxista
non può esimersi dal criticarlo – ma non semplice ideologia,
intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico si insinua
nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non preavvisato,
spostamento di significato. La semplice teoria (razionale) delle scelte
– che, in quanto tesa a spiegare portata e senso (significato e
direzione) di certe azioni individuali in una situazione data, ha carattere
prettamente conoscitivo – viene mutata in una teoria della costituzione
di società mediante attività individuali in genere di carattere
egoistico; in tal senso la teoria detta marginalistica non fa che portare
alle estreme conseguenze – e con eleganza formale (matematica) –
la tesi smithiana della mano invisibile. Per questi motivi, è sufficientemente
giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico,
malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del
valore utilizzata (valore-utilità invece che valore-lavoro, il
che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso)
e la centralità posta nel consumo (e domanda) invece che nella
produzione (e offerta).
Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si pone
il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione in
classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta:
le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano
del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio
e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate da
“maschere di rapporti sociali”, da “persone che incarnano
dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però
una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla maschera all’uomo.
Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori
(gli operai). Così si è consumato lo sconvolgimento del
senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo
è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra
nascente movimento operaio e “dottrina” marxista. Senza questa
torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico
e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha
segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo (ancora in auge), Marx è
probabilmente il personaggio che più a lungo ha orientato un imponente
movimento di massa.
Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente dal
retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai diventavano
sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato all’interno
della formazione sociale capitalistica ad alto livello di sviluppo, il
marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano ormai solo pochi
santoni squalificati, rabbiosi, isolati più ancora degli “ultimi
giapponesi a combattere”. Il cosiddetto tradunionismo – cioè
l’abbandono di ogni velleità rivoluzionaria, anzi anche di
semplice trasformazione appena un po’ radicale – ha conquistato
per primo il movimento operaio inglese. Tuttavia, ci si consolava; l’Inghilterra,
a quel tempo, era il primo paese ad essersi altamente industrializzato,
ma era inoltre, e soprattutto, un paese colonizzatore per eccellenza.
Non poteva esservi dubbio: la classe “universale” (operaia)
– quella che aveva la missione, oggettivamente fissata in sede di
dottrina, di emancipare se stessa e l’intera umanità –
si era venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere
piccolo-borghesi pronti a svendersi) per il classico “piatto di
lenticchie” (niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto
grazie allo sfruttamento imperialistico. Poi però, sfortunatamente,
la svendita si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico
sviluppato, man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano
in esso, ivi comprese le sedicenti “grandi nazioni proletarie”
come l’Italia) si sviluppava e raggiungeva la maturità del
modo di produzione capitalistico.
Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”.
Gli eroi diventano allora le masse popolari dei paesi sottoposti alla
dominazione imperialistica, che dovrebbero “accerchiare le città”
(i paesi degli operai ormai integratisi nel capitalismo via consumismo).
Oggi, francamente, mi sembra che anche questa ideologia, pauperista e
miserabilista, sia (forse) in via di esaurimento (e meno male! Prima cadono
le illusioni e prima, forse, si ricomincerà a pensare). Quella
che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è l’analisi
scientifica condotta con la forza di Marx. Si chiacchiera a vanvera e
basta. E sempre con l’Uomo in bocca; un pover’uomo degradato
dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più volgari, dallo
spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo alienato
in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di tridimensionalità,
che non pensa più, non ama più, non soffre più, che
vede i morti veri e crede che siano videogiochi; e via con questa minestra,
ormai riscaldata da decenni, ammannita da intellettuali che su questi
piagnistei a comando ci guadagnano sopra bei soldi tramite i tanto vituperati
mass media, per poter scrivere e apparire sui quali sgomitano e si odiano.
Evidentemente, quanto diffuso nei mass media che contano dai vari maîtres
à penser non è del tutto destituito di fondamento. Tuttavia,
ad ogni affermazione catastrofica se ne può contrapporre una consolatoria
del tutto opposta, che è anch’essa (parzialmente) valida,
poiché rappresenta l’altra faccia della “visione reale”.
Spesso e volentieri, le differenti opinioni dipendono dall’ottimismo
o dal pessimismo di chi sostiene certe tesi. E poi, in generale, ben si
sa – basta conoscere un po’ di letteratura e di saggistica
(e di cinema), ecc. – che ogni generazione imputa sempre a quella
successiva gravi processi degenerativi e la crescente invivibilità
del mondo; mentre la nuova generazione brontola per i lasciti della precedente
che sono un grave fardello da portare, un cumulo di macerie su cui è
difficile costruire qualcosa. Ovviamente, tutto questo dipende dal diverso
“umore” delle generazioni al tramonto o invece all’alba.
Tuttavia, lasciamo perdere tale umore e osserviamo più da vicino
l’atteggiamento degli scienziati in merito all’analisi della
società.
2. Scienze naturali e sociali. Il marxismo alla prova come scienza
Uno dei più gravi disastri culturali – e in questo molti
marxisti hanno le stesse responsabilità di una parte dei pensatori
“borghesi” – è stato provocato dalla scissione
pensata tra scienze sociali (e dell’uomo) e scienze naturali, perché
le prime avrebbero un oggetto che è del tutto intrinseco allo stesso
soggetto che fa scienza. Analizzare Luna e stelle significherebbe analizzare
qualcosa che è a noi esterno e su cui non abbiamo influenza. Un
po’ più complesso è il problema per quanto concerne
le microparticelle giacché su queste possiamo influire con le nostre
azioni conoscitive; ma, insomma, si tratta comunque di realtà esterne
e prive di pensiero, di passioni, volontà e decisioni, ecc. Appena
prendiamo a nostro oggetto di studio la storia, le strutture sociali e
cose consimili (non parliamo dell’individuo umano!), avremmo a che
fare con oggetti che sono gli stessi soggetti che fanno scienza. Una simile
concezione non è però troppo lontana da quella primitiva
che antropomorfizzava anche i fenomeni naturali. Alcuni pensatori e anche
metodologi delle scienze sociali rischiano quindi di dover essere paragonati
agli animisti.
Una struttura sociale è tanto reale (è una riproduzione
della realtà) quanto lo è il modello del sistema planetario
o, ancor meglio, il modello atomico di Bohr. Per non parlare delle superstringhe,
o dei buchi neri, del big Bang e delle varie teorie cosmologiche più
moderne. Una struttura sociale è uno schema ideale d’ordine
che interpreta e prevede, che consente una serie di ipotesi, tanto quanto
la struttura pensata, ideata, di una data realtà naturale. La confusione
che viene fatta dipende da ciò che è stato già rilevato:
certi studiosi (assai ideologizzati) spostano l’accento dalla funzione
all’intera personalità degli individui umani, consentendosi
così la possibilità di impasticciare ogni cosa e di dire
tutto e il contrario di tutto. E’ ovvio che Popper ce l’aveva
con gli olisti, ma perché si semplificava il compito credendo di
confutare lo scienziato Marx mentre si trattava dei politici e dei filosofi
del marxismo successivo, quelli di “padroni e operai”, quelli
delle totalità generiche dove tutto è ammassato con tutto
senza ordine, senza strutture, senza sistemi di relazioni, senza dinamiche
in quanto sequenze (ipotizzate) di dati processi, ecc.
Non è Marx la reale causa di questo caos teorico, ma i marxisti
– e non solo loro! – successivi. La scienza non tratta mai
di uomini, ma di quelle loro sedicenti suddivisioni (ad es. l’homo
oeconomicus) che sono invece funzioni (lo ribadisco: ipotizzate) poste
in interazione fra loro secondo peculiari forme, tali da spiegare determinati
processi che, assumendo certamente un prescelto angolo di visuale, vengono
ritenuti quelli decisivi per interpretare specifici processi storici,
particolari situazioni della fase presente, tendenze future, ecc. Nella
scienza si fa tutto il possibile per evitare l’ideologia come falsa
coscienza – e, se questa si insinua comunque, ciò non accade
solo nella scienza sociale – ma si sceglie consapevolmente un punto
di vista. L’economica neoclassica fonda la trama sociale –
la struttura a maglie larghe – sulla primigenia funzione di scelta
di ogni individuo dotato di beni scarsi da adibire, massimizzando il proprio
utile, ad usi alternativi (i bisogni). L’interazione tra individui
– non la società, si badi bene, ma solo un particolare tipo
di intersoggettività ritenuta però decisiva ai fini sociali
– segue come intreccio di questi rapporti tra soggetto (non uomo)
e i beni scarsi di cui sopra, in definitiva come intreccio di alternative
di scelta. Dire che questa è ideologia è errato; è
un punto di vista, un angolo di visuale per approcciarsi ad un processo:
l’intersoggettività come risultato di scelte dei singoli
soggetti. L’ideologia consiste nell’inavvertito spostamento
concettuale operato per cui la scelta soggettiva viene di fatto posta
quale processo di costituzione della società, che viene così
surrettiziamente sostituita alla mera intersoggettività; cioè,
di fatto, la società viene confusa e dunque identificata con quest’ultima.
Marx si pone da un altro punto di vista, da un’altra angolazione.
Non però quella della società degli uomini – in carne
e ossa con le loro intelligenze e passioni, desideri e pulsioni, progetti,
speranze e delusioni, ecc. – privilegiando poi, fra questi, i lavoratori.
Quando, ad es., parla del lavoratore produttivo collettivo “dal
dirigente all’ultimo manovale”, Marx non si riferisce certo
all’ingegnere o al manovale in quanto individui concretamente esistenti.
Consideriamo, per un momento, un certo processo “storico”
(tradotto in teoria). La funzione lavorativa, esercitata nell’artigianato
medievale, era una fusione di lavoro intellettivo e manuale, di saperi
produttivi e capacità esecutive, nel medesimo individuo. La dinamica
oggettiva del modo di produzione capitalistico – strutturato dalla
relazione tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro
acquistata nel mercato – provoca la scissione di saperi e manualità
mediante quelle trasformazioni che, per usare la terminologia di Marx,
portano dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro nel capitale.
Del lavoro, si è capito bene? Non degli uomini lavoratori, che
restano liberi, non schiavi! Che possono vendere la loro forza lavoro
ad una proprietà capitalistica qualsiasi, anche se pur sempre ad
una proprietà debbono venderla in quanto funzione lavorativa da
unire ai mezzi di produzione.
Ora, sulla scorta dei processi di centralizzazione, e di finanziarizzazione,
dei capitali, processi reali, non escogitati dalla fervida fantasia di
Marx, questi suppose l’estraniarsi della proprietà capitalistica
dalla funzione produttiva, che sarebbe stata assunta dall’insieme
delle funzioni intellettuali (direttive) e manuali (esecutive) intrinseche
a quello sforzo (energia) – finalizzato ad uno scopo – che
viene chiamato lavoro, funzioni i cui portatori sono però ormai
non più gli individui posizionati come artigiani (con al massimo
la differenza nell’arte tra mastro e garzone), ma individui diversamente
collocati nell’ambito del complessivo processo di lavoro, individui
disposti secondo una gerarchia. Il lavoratore collettivo cooperativo non
è quella data comunità di lavoratori concreti, uniti dagli
stessi scopi, dagli stessi progetti e desideri, ecc. Ma neanche per sogno!
Gli individui, lavoratori concreti, hanno intanto diversi gradi di cultura
e frequentano ambienti differenti secondo criteri di maggiore o minore
affinità. E poi, anche nell’ambito dello stesso status socio-culturale,
c’è amicizia come ostilità, intesa come incomprensioni
e divergenze, e via dicendo. La collettività concerne esclusivamente
l’unione delle diverse funzioni, che Marx suppone mosse da fini
produttivi diversi e antagonistici rispetto a quelli del conseguimento
del mero profitto da parte della funzione proprietaria, profitto che è
ormai un effettivo interesse percepito da quest’ultima in quanto
essa sarebbe soltanto tesa a ottenere tale similrendita (finanziaria).
La collettività che esplica funzioni lavorative si applicherebbe
alla produzione ed entrerebbe dunque in contrasto con i portatori di quella
funzione ormai estranea agli scopi e metodologie produttivi; tale ultima
funzione (i suoi portatori ovviamente) sarebbe solo interessata alle somme
di denaro che dalla produzione si possono ricavare e che consentono consumi
opulenti oltre al finanziamento della politica (e delle armi) e della
cultura indispensabili a mantenere il potere. I membri del lavoratore
collettivo – ai più diversi livelli di reddito, di cultura
e di “buone maniere” – sarebbero, in quanto uomini effettivamente
esistenti, affetti da tutte le virtù e i vizi degli uomini in generale.
Essi, inoltre, avrebbero introiettato per intero la competitività
tipica degli organismi produttivi capitalistici. Non sarebbero stati cooperativi
in quanto uomini concreti; avrebbero saputo farsi le scarpe l’un
con l’altro, guardarsi con sospetto, spiarsi e “riferire ai
superiori”, ecc. Avrebbero avuto piena consapevolezza dei metodi
per fare carriera, e che quasi mai la virtù è premiata e
il vizio condannato come in un bel feuilleton. Non si pensi ad un Marx
ingenuo; conosceva bene gli uomini nella loro reale esistenza, ivi compresi
i lavoratori. Semplicemente, egli pensava che i membri del lavoratore
collettivo, nei confronti dei rentier, avrebbero infine dovuto tenere
un atteggiamento grosso modo simile a quello dei contadini verso un proprietario
terriero andato in città, che ormai non sapeva nemmeno più
dove fossero le sue campagne e che si faceva inviare le rendite.
I membri del lavoratore collettivo non avrebbero manifestato nessuna particolare
generosità nel cooperare; si sarebbe semplicemente acuito sempre
più lo scontro oggettivo di interessi e mentalità con i
rentier, funzione sociale antagonistica alla loro. Nel mio Capitalismo
oggi (“Petite plaisance”, Pistoia 2004) ho indicato i motivi
per cui, a mio avviso, le convinzioni di Marx su questo punto non si sono
dimostrate esatte: gli agenti strategico-imprenditoriali non sono rentier,
non sono così lontani dalla produzione pur se non si interessano
delle vere e proprie funzioni – direttive ed esecutive – di
quest’ultima. La loro funzione (sociale) è un’altra,
non però prevista da Marx. Tuttavia, non anticipiamo; dobbiamo
intanto proseguire con questo pensatore, e liberarlo delle “ingenuità”
(talvolta assai peggio che ingenuità) dei marxisti. Quindi, lo
ripeto con forza: basta con gli uomini in carne e ossa (ma solo nell’analisi
scientifica, sia chiaro).
Continuare ad aver paura di perdere l’uomo concreto se lo si caccia
fuori dalla sede in cui si fa scienza, è una sciocchezza. Non ci
sono totalità che tengano; bisogna separare, scindere, distinguere.
Chi osserva la luce nella sua interezza (quella bianca), e considera un
attentato alla sua integrità il farla passare per un prisma onde
scinderla analiticamente nei suoi colori, è soltanto un primitivo
e, alla fine, in date contingenze potrà anche danneggiarsi la retina
guardandola direttamente e senza schermo nella sua Totalità, nel
suo Essere. Meno Essere e più funzioni; questa è la scienza.
Nessuno scienziato pretende che questa sia tutto né che dia la
felicità, né che faccia la rivoluzione, né che cambi
da cima a fondo la triste condizione umana; essa è però
in grado di dare aiuto, l’importante è non voler strafare.
Si vuol capire che questo è l’antiumanesimo teorico? Diciamo
più precisamente: scientifico; questa precisazione risulterà
chiara quando più sotto porterò la mia critica radicale
all’operaismo. Comunque, nessuno è antiumano, nessuno vuol
ignorare che dietro le maschere ci sono uomini veri. Ma in teoria (scientifica,
ovviamente) non ci si dedica ad antropomorfizzazioni di tipo animistico.
La Luna e le stelle, i quanti e le stringhe, le strutture sociali e i
modi di produzione, il cervello e la psiche, debbono lasciare gli uomini
da parte, pena quel processo di degenerazione ideologica che, ad es.,
il marxismo ha fatto subire a Marx, riducendolo a un filosofo dell’alienazione,
a un agitatore politico, a un profeta millenarista dell’Avvento
del Comunismo in Terra. Rivendico con forza il carattere di scienza del
pensiero di Karl Marx. Lo ripeto per i sordi: la scienza incorpora un
punto di vista, non obbligatoriamente una falsa coscienza.
Per concludere, e riassumere, su questo punto. L’unica differenza
che può sussistere tra scienze sociali e naturali è al massimo
di grado e non di natura (ed è già una concessione forse
inutile). Chi pone la differenza di natura, chi crea un fossato tra i
due tipi di scienze, sostiene che, in quelle sociali, l’uomo teorizza
su se stesso, ha sia per soggetto che per oggetto del suo far scienza
lo stesso individuo pregno di valori, di visioni del mondo, di complessi
culturali che lo orientano, che lo fanno camminare lungo strade che continuano
a girare in tondo, per cui l’uomo in questione non deve nemmeno
pensare che sia possibile porre se stesso al di fuori di sé. Mentre
invece, nelle scienze naturali, l’oggetto (fisico, chimico, biologico,
ecc.) sarebbe oggettivamente all’esterno dell’uomo che indaga.
Andiamo per passi successivi
Ogni tipo di realtà può essere sempre considerato composto
di un numero “infinito” (nel senso di indefinito) di elementi,
di cui non viene mai ad esaurimento l’ulteriore scomponibilità.
In certe realtà, è sufficiente controllare alcuni di questi
elementi (le variabili in gioco) per interpretare e/o predire qualcosa,
di sensato e di ulteriormente rivedibile, circa i processi che le investono
e le costituiscono. Talvolta, queste variabili in gioco – cioè
quelle che sarebbe necessario controllare per avere una qualche sicurezza
nelle nostre interpretazioni e previsioni – sono in effetti troppo
numerose, difficilmente calcolabili, in specie per quanto concerne le
possibili combinazioni (di numero elevatissimo) in cui esse possono entrare;
le interpretazioni o previsioni che si fanno sono quindi poco affidabili,
eppure nessuno rinuncia – e giustamente – a farle, perché
è così che avanza la scienza, anche su vere e proprie sabbie
mobili.
Tuttavia, sia chiaro che la scarsa affidabilità, connessa all’elevato
numero di elementi-variabili da calcolare e/o controllare, non riguarda
in modo specifico le scienze sociali; si pensi a quelle biologiche o alla
meteorologia, ecc. La sciocchezza è quella di affermare che, poiché
l’uomo è oggetto delle scienze sociali, queste sono del tutto
differenti da quelle naturali. La scienza sociale non ha come oggetto
l’uomo: né il singolo individuo né insiemi (relativamente
omogenei) di individui: ad es. le classi o i gruppi di azione strategica,
ecc. La scienza sociale nemmeno si sogna di dividere in porzioni l’individuo
o gli insiemi di individui; la scienza ipotizza certe loro funzioni e
le fa interagire secondo opportune scelte di combinazioni varie. Se io
parlo, ad es., del gruppo di agenti strategici (in generale) faccio supposizioni
sulla(e) funzione(i) da esso espletata(e). Se poi voglio scindere tale
gruppo negli agenti delle varie tipologie – economico-imprenditoriali,
politico-militari, ideologico-culturali, o in suddivisioni ancora più
spinte, ad es. economico-produttive ed economico-finanziarie, ecc. –
forse che io mi metto a scomporre il complessivo gruppo strategico nelle
sue varie porzioni o strati? Assolutamente no. Faccio nuove ipotesi circa
le funzioni (diverse fra loro) degli agenti economico-imprenditoriali,
politico-militari, ecc. E poi, se mi interessa tornare al complesso, ma
questa volta in quanto composto da sottogruppi in interazione, faccio
interagire le funzioni ipotizzate. E così via. Tale è il
comportamento delle scienze sociali. Il filosofo ha senz’altro i
suoi buoni motivi per parlare dell’uomo, di chiedersi chi sia, quali
siano i suoi destini, se la vita abbia un senso, se la morte sia o no
la fine di tutto per l’individuo, ecc. Lo scienziato, in quanto
scienziato, non può e non deve scendere su questo terreno, nemmeno
sfiorarlo.
3. Marxisti immaginari, reali anarchici e “amici del popolo”
Potrei finire qui, ma non mi accontento. In fondo, è facile polemizzare
con i marxisti che hanno ideologizzato Marx, riantropomorfizzando il suo
punto di vista scientifico; oppure con quelli che lo hanno grettamente
confinato nella teoria economica. Anzi, più che facile, è
inutile dato che essi non hanno oggi molta udienza né influenza,
così come accade invece – pur se non certo su masse sterminate
– per i no global, i “disobbedienti” e altri gruppi
di stampo anarcoide e prepolitico. I marxisti ossificati si accontentano,
in genere, di qualche posizione accademica (poche; qualcuna in più
in paesi dove il marxismo non ha mai avuto gran diffusione politica e
di massa), di qualche minimo seguito tra i “laici credenti”
nel “Comunismo-Dio”. In Italia – e da qui ha trovato
qualche diffusione, pur se non molta, in altri, pochi, paesi – ha
avuto però un minimo di impatto una corrente che, all’inizio,
si autodefinì operaista. Questa dizione è ormai scarsamente
usata, perché gli operaisti sono tanti Zelig (il gustoso chameleon
man di Woody Allen, che tuttavia era simpatico a differenza dei suoi imitatori
di cui sto parlando) e mutano ogni due-tre anni la loro pelle, si camuffano
in una infinità di guise, sempre con il massimo disprezzo per l’intelligenza
delle “masse” di giovinetti inesperti da imbambolare.
Dal punto di vista morale, non spendo parole su simili personaggi perché
non potrei mai dipingerli così bene come Dostojevskij ne I Demoni,
cui quindi rinvio come lettura di grande penetrazione conoscitiva a tale
riguardo. Dal punto di vista politico e teorico, per quanto sia difficilissimo
seguire le giravolte di questi estremisti-opportunisti, è però
necessario dire qualcosa. Intanto, questi individui – che al marxismo
hanno inflitto lo stesso trattamento che la Germania nazista fece subire
a Polonia, paesi baltici, ecc. – si sono presentati, quasi tutti
provenienti dal PSI, negli anni ’60, scoprendo infine il Marx dei
Grundrisse, dei materiali preparatori di quello che fu il Capitale (tra
i materiali in questione e la massima opera marxiana, di cui l’autore
pubblicò solo il I libro, intercorsero poco meno di dieci anni,
di intensi studi di economia politica da parte di Marx).
Poiché gli operaisti non sono scienziati bensì “artisti”
(anzi funamboli) del parlare impressionistico e senza connessioni logiche
– con funzioni ipnotiche e non certo di invito al ragionamento,
esattamente come quello utilizzato dai protagonisti del già citato
I Demoni – si sono ricordati che, a volte, certi primi abbozzi di
grandi pittori sono più prendenti dei quadri completati. Così,
essi dichiararono “al colto e all’inclito” – senza
aver mai studiato il Capitale – che il Marx dei Grundrisse era quello
vero, era già andato “oltre Marx”, quello dell’opera
pubblicata. Non contenti di questa palese cialtroneria, essi estrassero
dalle molte centinaia di pagine dei Lineamenti, già di per loro
del tutto frammentarie, alcuni segmenti – tipico il famoso Frammento
sulle macchine – e ne fecero il loro esclusivo cavallo di battaglia.
Così, mentre in un famoso passo delle Glosse a Wagner (uno degli
ultimi scritti di Marx, redatto tra il 1879 e il 1880), Marx afferma che
il “soggetto della sua analisi è la merce”, gli operaisti
– sulla base di materiali frammentari scritti tra il ’59 e
i primissimi anni ’60, cioè vent’anni prima –
si inventano, perché di sicuro non possono essere confortati da
alcuna affermazione di Marx al riguardo, che il soggetto è il processo
di lavoro. Tutte le sciocchezze sull’estensione del piano dalla
fabbrica alla società, sulla società che prima, appunto,
è come una grande fabbrica, mentre poi è quest’ultima
che si struttura come la società con una diffusione e dispersione
dei micropoteri – pessimo modo di apprendere la lezione della foucaultiana
microfisica del potere! – nell’intero territorio della società
stessa, derivano da questa interpretazione che, si badi bene, è
assai peggiore di quella kautskyana, alla quale qualcuno ha voluto assimilarla.
Nulla di più errato, e vediamone il perché.
Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria
della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale, tramite
prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di centralizzazione
monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica veniva portata
alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare la tendenza
al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità della
competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione
del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque
anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale del
lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di merci
– nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono la produzione
e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in forma di merce
– impedendo così la formazione di un unico grande capitale
unificato. Grazie all’unilateralità della sua concezione,
Kautsky formula invece la teoria dell’ultraimperialismo, che si
fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà un unico
trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario
e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo di
capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale).
Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza tra
gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una concorrenza
dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo, prima del
suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande trust
capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare adeguatamente
sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana) cui fece invece
troppo ampie concessioni, poté sostenere che, prima di arrivare
alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti intercapitalistici,
diventando interimperialistici e coinvolgendo gli Stati in violente guerre
mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione proletaria; a partire dai
famosi “anelli deboli”, ma con tendenziale estensione, durante
quell’epoca cui la Rivoluzione d’ottobre dava inizio, a tutto
il resto del mondo capitalistico. E mi si permetta di dire che, per un
buon pacchetto di decenni, tale teoria è apparsa assai realistica
e convincente; almeno fino alla vittoria dei comunisti vietnamiti e indocinesi
(eravamo già negli anni ’70). Proprio per questo realismo
si creò quell’ottica, indubbiamente errata, per cui sembrò
per un paio di decenni almeno che la rottura prodottasi nel movimento
comunista internazionale, la scissione tra “filosovietici”
e “filocinesi”, fosse la riedizione dello scontro politico
e teorico tra Kautsky e Lenin, tra un neorevisionismo e un neoleninismo.
Le tesi operaiste non consentono di pensare nulla di tutto questo. Il
processo cui fanno riferimento è un finto processo, è il
generale inghiottimento di ogni materiale in un “buco nero”,
che avviene rapidamente e senza ordine alcuno, senza che se ne possano
indicare alcune tappe, alcune sequenze. La centralità del processo
di lavoro mette completamente da parte ogni conflittualità intercapitalistica;
gli unici soggetti in gioco sono capitale e lavoro, il Capitale e la Classe
(operaia). Possono esserci le variazioni già considerate: la fabbrica
come immagine della società rigorosamente posta sotto il Comando
dispotico del Capitale, o invece la società come immagine della
fabbrica, completamente disseminata, decentrata, “esplosa”
nel suo indotto. Il potere (comando) capitalistico ora è del tutto
centralizzato – e ha il suo “cuore” nello Stato, da
annientare (magari, secondo alcune “schegge impazzite”, tramite
assassinio di suoi funzionari o agenti politici) – ora invece si
frastaglia, sfugge all’ira dei proletari, nascondendosi nelle maglie
della società. Il Capitale (centrale) muore, esplode, si multinazionalizza,
anzi poi si transnazionalizza, si appiatta, si mimetizza, ormai terrorizzato
dalla violenza di quei “terribili” ammucchiamenti di macchine
desideranti – desideranti il Comunismo – che sono diventate
le masse proletarie. Proletari, poi, possono esserlo tutti, dato che dove
sia il Capitale nessuno lo capisce più bene. Chi grida al comunismo,
chi vuole il comunismo, chi pretende il comunismo, è già
un comunista perfetto e ha già fatto la sua rivoluzione comunista.
Che poi non sappia nemmeno di che cosa stia parlando è assolutamente
inessenziale; all’intellettuale basta sproloquiare e apparire, al
seguace basta il cuore o la pancia (in certi casi, anche la tasca).
Ben ci si accorge allora che il povero Kautsky non c’entra per nulla.
Era un “rinnegato” – si diede molto da fare affinché
i lavoratori andassero alla guerra interimperialistica, facendosi massacrare
per gli interessi delle loro borghesie – ma non era “scoppiato
di testa”. Sapeva chi erano i capitalisti e chi gli operai, sapeva
che esistono centri di potere in lotta, blocchi sociali variamente articolati
fra loro e al loro interno; sapeva che la lotta politica richiede opportune
strategie, formulate ed eseguite da determinati gruppi di agenti, conoscendo
il terreno di lotta, valutando le proprie forze e quelle dell’avversario,
ecc. Era positivista, determinista, un tantino schematico, ma non era
in preda al delirio, alla farneticazione. E aveva l’idea del processo,
non della precipitazione immediata delle contraddizioni. Predicava che,
alla fine, si sarebbe realizzata la prospettiva ultraimperialistica, ma
non che, fin da ora e anzi da sempre, l’affrontamento è tra
Capitale e Classe dentro il processo di lavoro. In definitiva: aveva letto
la prima sezione de Il Capitale, non era subito saltato alla quarta, ai
metodi del plusvalore relativo, ai capitoli su cooperazione, manifattura,
grande industria! Per certi versi era una persona seria, che studiava
e ragionava, non un raffazzonatore di briciole di cultura pseudomarxista
come gli operaisti italiani.
Secondo la mia opinione, inoltre, questi ultimi sono dei veri antiumanisti
pratici, non semplicemente teorici, anzi scientifici. Abbiamo già
detto del marxismo, quello iniziato in definitiva da Kautsky, che ha inavvertitamente
spostato l’accento dalle funzioni agli uomini: dalla proprietà
dei mezzi di produzione ai proprietari capitalisti (o padroni come detto
soprattutto in gergo sindacale), dalla forza lavoro alla classe operaia
o dei lavoratori (classe degli uomini che lavorano). Gli operaisti sembra
che parlino apertamente e direttamente dei proletari nella loro concretezza
di individui della specie umana lavoratrice, delle masse o moltitudini
o come altro definiscono di volta in volta il “soggetto rivoluzionario”.
In realtà, essi trattano di una sola funzione di queste masse;
non quella produttiva, tipica della marxiana forza lavoro, ma quella di
radicale insubordinazione al Comando del Capitale, quella del bisogno
di comunismo, della riappropriazione delle proprie funzioni più
essenziali, desideranti, ecc. Non mi interessa seguire tutte le versioni
fornite di queste funzioni che comunque non riguardano mai, come già
detto, la produzione, per cui non esiste problema di plusprodotto in nessuna
sua forma, quindi nemmeno in quella specificamente capitalistica di plusvalore.
La teoria del valore è negletta dagli operaisti non perché
vada incontro alle sue ben note aporie logiche. Della teoria del valore
non c’è alcun bisogno per il semplice fatto che tutto è
giocato o sul piano di uno scontro di potere, tra dispotismo del Capitale
e insubordinazione Operaia; oppure su quello del consumo. Si parla, ad
es., di bisogno di comunismo, ma nessun operaista indica che tipo di società
sia quest’ultimo, poiché non è un modo di produzione
in senso marxiano né una qualsivoglia altra immagine di struttura
sociale; è semplicemente un modo di appropriarsi i valori d’uso
da consumare, essendo indifferente il come (cioè la forma dei rapporti
sociali entro cui) essi vengono prodotti. Si parla, ad es., di macchine
desideranti, cioè ancora una volta di consumi e di redistribuzione
(violenta) di ciò che è stato prodotto. Se si vuole, si
potrebbe scherzosamente – ma non irrealisticamente – sostenere
che poiché, in senso proudhoniano, la “proprietà è
un furto”, tanto vale opporle il “furto proletario”.
Come gli operaisti se ne infischiano del modo di produzione – non
semplicemente della teoria del valore! – così pure non interessa
loro definire in alcun modo l’imperialismo. Questo non è
una fase del suddetto modo di produzione; magari non la leniniana “ultima
o suprema fase” ma comunque una particolare struttura del capitalismo
e della conflittualità intercapitalistica. No, nient’affatto:
l’imperialismo è un altro modo di declinare superficialmente
il Comando del Capitale. Un tempo questo era pensato concentrarsi soprattutto
nello Stato; ora gli Stati sono finiti, superati, e il comando è
disperso, disseminato in ogni dove. Tale comando però si oppone
comunque al consumo delle masse; queste ultime – senza che ci si
curi minimamente di chi produce plusprodotto/plusvalore e di chi invece
se ne appropria per fondare il proprio potere, ma in una acuta lotta tra
frazioni dominanti – debbono solo arraffare quanto più si
può di valori d’uso. Il loro comunismo si riduce di fatto,
coperto da una fraseologia roboante e ultrarivoluzionaria (sempre I Demoni
di Dostojevskji!), a questo arraffamento, per conseguire il quale sono
pronti a tanti compromessi con chi finanzia piccole imprese di servizio,
magari no profit, o perfino banche etiche o altre “lungimiranti
e generose” intraprese atte ad accoccolarsi nel miglior modo possibile,
con il minimo sforzo possibile, nelle maglie economico-finanziarie di
società “opulente” come quelle a capitalismo altamente
sviluppato.
La classe lavoratrice – da cui essi originano la primitiva denominazione
(operaisti) – è considerata superata in quanto soggetto rivoluzionario,
non in base ad analisi delle dinamiche conosciute nell’ultimo secolo
dal modo di produzione capitalistico (lo ripeto: gli operaisti non sanno
nulla, oltre al nome, di un modo di produzione) così diverse da
quelle previste da Marx, ma solo perché è del tutto superfluo
fare distinzioni tra chi lavora e produce e chi no, tra chi presta lavoro
esecutivo e chi quello direttivo, ecc. Gli operaisti, ad onta della loro
denominazione d’origine, sono fondamentalmente dei sostenitori del
consumo e dell’appropriazione diretta e immediata dei valori d’uso,
cioè del soddisfacimento dei bisogni di neoclassica memoria, adattato
però alle masse o moltitudini che desiderano, vogliono, pretendono
fin da subito, il comunismo.
Questi esiziali individui sono stati pompati, intelligentemente, da tutta
la stampa dei dominanti, che li ha fatti passare per il prototipo dei
marxisti rivoluzionari, mentre essi né con Marx né con il
marxismo hanno nulla a che spartire; possono al massimo ricordare, di
volta in volta, gli anarchici, Proudhon, Dühring, e personaggi similari,
contro cui Marx e i marxisti hanno sempre combattuto (e non solo teoricamente).
Grazie però all’accorta pubblicità fatta loro dalla
suddetta stampa, gli ambigui, ambiziosi, cinici, pericolosissimi, intellettuali
d’origine operaista hanno avuto trent’anni di tempo per annientare
il vero, anche se deficitario, marxismo, per cancellarlo dalla memoria
delle nuove generazioni, in ciò servendo mirabilmente gli interessi
delle classi dominanti. Anche adesso, mettendo le mani sull’imperialismo,
che per loro non è un concetto ma un semplice flatus vocis, stanno
seminando l’ideologia di un Impero senza centro, dunque senza veri
dominanti, senza blocchi sociali, senza alleanze e conflitti interimperialistici,
senza forze autenticamente antimperialiste salvo quelle che boicottano
la Coca Cola o la Bayer, ecc. Ancora una volta, stanno lavorando per il
nemico, per i dominanti (se gratis o meno, non mi interessa). Gli operaisti
sono quelli che “innalzano la bandiera rossa per meglio affossarla”,
come dicevano un tempo i comunisti cinesi dei “neorevisionisti”.
E l’hanno sempre innalzata per meglio affossarla, fin dal lontano
1968.
4. L’antiumanesimo scientifico come premessa di un vero umanesimo
politico e morale
Ma torniamo a ciò con cui avevo iniziato. Il marxismo tradizionale
ha “tradito” lo spirito scientifico di Marx sostituendo l’uomo
(capitalista e operaio) alla funzione. Con questo “tradimento”
si è dato la zappa sui piedi. Ha fatto come colui che, entrato
in una grande città con una mappa della stessa, non se ne serve
adeguatamente perché vuole, in ultima analisi, incontrare gli uomini
veri; per cui si ferma nella prima osteria in cui si imbatte, onde sentire
il calore umano degli “allegri” avventori. Poi esce, si immerge
a casaccio nell’ombra dei vicoli e infine entra nella prima Chiesa
dove, forse, verrà detta una messa e potrà godere dell’intenso
raccoglimento dei fedeli ivi riuniti. Ecc., ecc. Tutto bello e avvincente,
ma la mappa gli sarebbe servita per raggiungere meglio e più speditamente
i suoi scopi. Se poi alla mappa fosse stato unito un elenco dei migliori
ristoranti, con i loro giorni di chiusura e gli orari di apertura, ed
uno delle Chiese con gli orari delle Messe, avrebbe avuto ulteriori vantaggi.
Ma non certo per mettersi ore e ore seduto in panchina a consultare mappa
ed elenchi. Alla fine, certamente avrebbe dovuto incontrare gli uomini,
quelli in carne e ossa.
La scienza coadiuva, non sostituisce. Analizzare con freddezza la funzione
proprietaria e quella lavorativa, indagare (e supporre) la loro articolazione,
le varie problematiche del prodotto e plusprodotto (nel capitalismo: del
valore e del plusvalore), e altro ancora, è utile per capire in
quale società ci si muove, per quindi orientarsi e, se possibile,
organizzare le strutture di attacco dei dominati contro i dominanti, scegliendo
le congiunture più adatte di tale eventuale attacco, e via dicendo.
Alla fine, però, gli uomini – ma non qualsiasi uomo –
si debbono incontrare, si debbono valutare e organizzare, infondendo loro
il senso della prepotenza e arroganza dei dominanti, della miseria (se
non materiale, quella morale) dei dominati, ecc. Essere antiumanisti scientifici
significa meglio prepararsi ad essere fortemente umanisti sul piano politico
e morale; significa precostituirsi degli strumenti di ricognizione del
terreno della lotta di classe – strumenti che sono teorie basate
su ipotesi rivedibili – onde sconfiggere l’immoralità
dei dominanti (non di questo o quel membro della loro classe) e rovesciare
intanto le condizioni di quel determinato assetto sociale che consente
quella data forma di dominio.
La confusione tra funzioni e uomini, che il marxismo ha provocato modificando
impercettibilmente la struttura teorica marxiana, va criticata e superata
non per innalzare alle stelle, fino ad isolarle, le funzioni e la scienza
che le studia, ma solo per dotarsi degli strumenti (razionali) atti a
rovesciare il concreto dominio – nelle sue forme storicamente determinate
– di certi uomini (minoranza) su certi altri (maggioranza); dove
però il problema non è solo quello di abbattere questo o
quel gruppo di dominanti, ma di rovesciare quella particolare forma del
dominio. L’antiumanesimo scientifico è dunque – perché
lo deve essere e deve volerlo – al servizio dell’umanesimo
politico e morale.
Cosa hanno invece fatto e fanno tanti apparenti marxisti? Hanno inneggiato
agli uomini nella loro caleidoscopica mescolanza, senza pensare alcuna
struttura dei rapporti sociali né alcuna forma di riproduzione
degli stessi. Hanno preparato un grande calderone in cui apparentemente,
come può credere il non aduso al ragionamento, si trovano gli uomini,
quelli veri, quelli che incontriamo ogni giorno. Ma non è così.
Vi è invece il massimo disprezzo per gli uomini concreti, una forma
di supposta “furbizia” elitaria per cui si sa che, nel capitalismo
opulento, si formano strati di emarginati che sono l’equivalente
del lumpenproletariat ottocentesco, o dei miserabili di Victor Hugo, solo
in condizioni di vita imparagonabili – materialmente perché
mentalmente…. – a quelle di un tempo.
Consideriamo ancora quei falsi marxisti che si sono autodenominati operaisti.
Vi è chi sostiene che essi sono politicamente dei soreliani, e
filosoficamente dei nietzschiani. Non sta a me dirlo. Degli elitari lo
sono però senz’altro, e pure dei mestatori che credono di
manovrare imponenti masse, mentre possono influenzare solo alcuni nuclei
di intellettuali – difficilmente di tradizione scientifica –
e gruppi di nullatenenti e nullafacenti, che in una società meno
ricca sarebbero soltanto al puro vagabondaggio o alla piccola criminalità;
in più, hanno l’appoggio di quote di “buonisti di sinistra”
per descrivere la cui mentalità è sempre meglio ricorrere
all’arte, ad es. ai film di Buñuel (tipo Viridiana o Nazarin).
In quanto teorico della società (capitalistica), mi sento di poter
affermare con la massima sicurezza che questi personaggi non parlano in
nessun senso di uomini, ma di generici ammassi di portatori di una funzione
di mero consumo. A loro non interessa nulla del valore di scambio (ecco
perché odiano tanto la teoria del valore lavoro), non interessa
che questo si sia generalizzato in un processo storico che ha visto il
formarsi di una “libera” classe di individui privi di mezzi
di produzione e costretti a vendere come merce la propria forza di lavoro;
non interessa che, tramite questo processo, si è costituita una
particolare forma di appropriazione del plusprodotto (in forma di valore)
di cui le classi dominanti, in una aperta e a volte aspra e distruttiva
conflittualità tra le loro frazioni, si appropriano ai fini di
prevalere nella società in quella data fase storica. Gli operaisti
ignorano le forme della produzione, della distribuzione, dell’appropriazione
e uso ecc.; sono indifferenti a tutto ciò che avviene e avverrà
sempre, fin che dura il modo di produzione capitalistico, tramite la generale
forma di valore che non è un feticcio da valutare in sé,
ma solo quale espressione di una particolare strutturazione della società
che va analizzata onde capire le strategie capitalistiche e le possibili
controstrategie dei dominati.
Agli operaisti – che oggi si mascherino dietro altre etichette non
inganna chi li conosce bene da quarant’anni – interessa solo
il valor d’uso; ai loro seguaci, l’odierno lumpen di cui sopra,
rivolgono l’invito a trasformarsi in consumatori e, possibilmente,
senza passare per l’uso della moneta. Negare, al limite anche mediante
furto, il mezzo di scambio generale capitalistico è la loro unica
ricetta per il comunismo. Il valore di scambio, secondo la loro opinione,
non va criticato e combattuto tramite le opportune strategie di analisi,
lotta e trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici; va negato
e basta, va anzi ignorato mirando direttamente al valor d’uso, che
diventa il nuovo feticcio degli operaisti. Ne La miseria della filosofia,
Marx afferma che, nel modo (e rapporti) di produzione capitalistico “non
si deve più dire che un’ora di un uomo vale un’ora
di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo di un’ora vale un altro
uomo di un’ora. Il tempo è tutto, l’uomo non è
più niente; è tutt’al più la carcassa del tempo”
; e, in questo eccezionale suo brano, è messa a fuoco tutta la
differenza, su cui ho tanto insistito, tra la funzione (lavorativa) e
l’uomo (lavoratore)!
Per gli operaisti l’uomo diventa invece “carcassa” del
mero consumo, viene trattato come un involucro, un contenitore, che deve
riempirsi di valori d’uso. Solleticando i peggiori istinti degli
uomini all’appropriazione di ciò che semplicemente desiderano
– senza alcuna considerazione per gli altri, per quelli che producono
quei valori d’uso in forma di merce, dunque secondo i precisi rapporti
tra capitalisti (dominanti) e lavoratori (dominati) – questi pericolosi
(e consapevoli) pasticcioni fanno leva su gruppi di emarginati, che esistono
in ogni forma sociale pur caratterizzata da un determinato modo di produzione
in quanto suo fulcro centrale, onde scatenarli contro i meri simboli del
potere capitalistico, nel mentre impediscono in realtà ad altri
più effettivi dominati, i venditori di forza lavoro in forma di
merce, di organizzarsi e pensare le strategie più appropriate per
rovesciare il dominio del capitale. Ecco perché, in eventuali congiunture
di grave crisi provocata dall’acutizzarsi delle contraddizioni tra
gli agenti capitalistici (i dominanti), queste torbide teorie falsamente
(ultra)rivoluzionarie, e gli strati sociali disgregati che le seguono
pur senza afferrarne il vero senso, diventano la punta di lancia di movimenti
populisti che attaccano i simboli del potere capitalistico, che agitano
una propaganda “antiborghese”, per scardinare in realtà
o per impedire la formazione di forze autenticamente anticapitalistiche.
Il marxismo tradizionale, tramite quell’impercettibile movimento
concettuale che ha condotto alla confusione tra funzione e uomo, ha indebolito
l’atteggiamento scientifico, dunque l’analisi delle condizioni
del dominio capitalistico, anche nelle sue trasformazioni subite nel secolo
e mezzo trascorso dall’opera marxiana. Ripristinare la distinzione
in questione non è però un semplice sfizio da scienziati,
bensì il mezzo per ridare potenza alla capacità trasformativa
dei reali uomini soggetti a varie forme di dominazione e oppressione,
uomini dotati di orientamento politico e morale. Gli operaisti –
diciamolo adesso con chiarezza: oggi si travestono da “Movimento”
(magari “dei movimenti”), ma sono gli stessi di sempre –
con le loro chiacchiere prive di ogni contenuto razionale, puramente impressionistiche,
suggestive, evocative, ecc., sembrano parlare di uomini, ma li hanno invece
ridotti a macchinette con funzione di distruzione indiscriminata e di
appropriazione per il consumo di beni. La distruzione riguarda qualche
simbolo: materiale come vetrine di negozi, sedi di banche, ecc. ma pur
sempre simbolo. Il consumo riguarda l’appropriazione di valori d’uso
– al limite con il furto onde saltare l’equivalente generale
del valore di scambio delle differenti merci – senza minimamente
mettere in discussione il modo (cioè i rapporti sociali, di “sfruttamento”,
di dominio e subordinazione) secondo cui i valori d’uso sono stati
prodotti nella forma del valore (di scambio).
Il marxismo tradizionale va duramente criticato nella sua sclerosi attuale
che lo sta portando all’estinzione, coinvolgendo in questa anche
Marx e ogni marxista innovatore; bisogna tornare alla distinzione tra
scienza e politica e morale, ma per poi reintrecciarle strettamente, farle
interagire per nuovi lidi di effettiva costruzione di strategie anticapitalistiche
e, oggi ancora una volta, antimperialistiche. L’operaismo è
una malattia, un cancro che ha già provocato una commistione, ormai
inestricabile, di cellule sane con quelle malate; e queste ormai divorano
ineluttabilmente le prime. Naturalmente, l’operaismo non va accusato
di essere semplicemente antiumano, altrimenti ricadremmo nelle tesi dell’uomo
in generale; e, soprattutto nell’epoca attuale, questo sarebbe politicamente
un grave errore. L’operaismo, nei suoi attuali travestimenti, scaglia
quei settori sociali, che ogni modo di produzione dominante crea nel suo
“intorno” come rifiuti, non prevalentemente contro la classe
capitalistica – cioè contro le sue frazioni in lotta per
il dominio, cercando di sfruttare questa lotta a favore dei dominati –
bensì contro l’esclusione dal godimento di quantità
adeguate di valori d’uso, onde appropriarsene una fetta; e con il
rischio che, alla fin fine, per esaudire al meglio questo desiderio di
appropriazione – direttamente, immediatamente, tesa al consumo –
tali settori marginali si scatenino contro i produttori dei valori d’uso
in forma di merce, cioè contro frazioni decisive dei veri dominati
nel capitalismo.
Bisogna quindi ripristinare la funzione scientifica del marxismo; non
certo per porla in contrasto con un autentico umanesimo morale e politico,
del tutto necessario a coloro che si battono contro il capitale, ma per
impedire che dei torbidi pasticcioni si travestano da difensori dell’Uomo
(pur nella sua Moltitudine) al fine annientare ogni possibile politica
anticapitalistica, per tentare di innescare movimenti populisti che appoggino
di fatto, pur indirettamente, “rivoluzioni” in grado di portare
ad autentiche dittature del grande capitale monopolistico.
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