| CONCETTI
CENTRALI
di Gianfranco La Grassa
Ripropongo qui una parte, fra le decisive, del libro
appena terminato. In effetti, continua ad esserci, almeno in alcuni, la
convizione che ricorrendo al concetto di conflitto strategico si ricadrebbe
nelle teorie del mero potere politico, della “volontà di
potenza” ecc. ecc. Questi passi riproposti mi sembrano dire esattamente
il contrario. L’unica cosa che nella seguente impostazione è
messa da parte (perché mi sembra superflua e fuorviante) è
semmai una qualsiasi pretesa ontologica. D’altra parte, a mio avviso,
anche la proprietà (privata) dei mezzi di produzione era in Marx
una semplice questione storico-sociale; non credo che avesse pretesa di
essenza dell’Uomo o chissà che altro. In ogni caso, qui di
essenze non ce ne sono. Certamente la mia non è opera di filosofia;
e tuttavia, non sono nemmeno convinto che una filosofia o è di
essenze o altrimenti è solo epistemologia. Che ne parlino i filosofi.
Qui di seguito spero risulti chiaro che è posta la differenza tra
capitalismo e precapitalismo, senza cadere nell’economicismo del
fine capitalistico quale semplice conseguimento del massimo profitto;
il che non fa capire nulla delle forme del dominio (e della lotta per
questo) nell’attuale società. Quanto all’imperialismo,
si ridurrebbe al solo conflitto per avere il petrolio o “rapinare”
il plusprodotto delle masse diseredate del terzo mondo o imporre lo “scambio
ineguale” e altre vecchiezze del genere.
Francamente, ricondurre riduttivamente i mezzi di tale conflitto [interdominanti]
ai metodi del plusvalore (assoluto e soprattutto relativo) – atteggiamento
non evitabile qualora ci si attenga strettamente alla vecchia teoria marxista
– mi sembra poco proficuo in termini conoscitivi. Come si è
appena visto, la strategia del conflitto interimprenditoriale ha certamente
l’aspetto della politica – e perfino della sua continuazione
come conflitto militare – anche nella sfera economico-produttiva,
la quale resta in ogni caso salda nella sua relativa autonomia nella formazione
sociale capitalistica. D’altronde, le strategie necessitano per
il loro svolgimento di ampi mezzi finanziari, che hanno alla loro base
la produzione capitalistica di merci; quest’ultima attribuisce dunque
i suoi specifici caratteri di forte dinamicità all’intera
società capitalistica, ivi comprese le sue sfere politica e culturale.
Non porre più al centro dell’analisi strategica dei conflitti
insiti in tale società, e nella sua sfera economica, la proprietà
(o il potere di disporre) dei mezzi di produzione, né la teoria
del valore, mi sembra ormai del tutto ovvio. Ciò non significa
però affatto slittare verso l’autonomia (pur relativa) del
politico, e nemmeno rinunciare a spiegare il profitto in termini di pluslavoro/plusvalore.
Solo che il concetto di proprietà, con l’annessa tesi del
massimo profitto (massimo tempo di pluslavoro) quale precipuo fine perseguito
dal capitalista, in quanto singolo gruppo imprenditoriale, può
essere utilmente paragonato (non assimilato) all’affermazione euclidea
secondo cui la distanza più breve tra due punti è la linea
retta. La considerazione delle strategie implica che tale linea può
invece essere curva, spezzata, sinusoidale o con percorsi ancora più
complicati. La razionalità strumentale conduce alla valutazione
di una efficienza economica in termini di massima riduzione possibile
dei tempi (di lavoro) per produrre una data quantità di merci.
La razionalità strategica può esigere l’allungamento
dei tempi, sull’esempio del famoso “temporeggiatore”
romano Fabio Massimo; oppure che si compia uno sforzo elevato (si sostenga
un costo corrispondente) solo per togliere un territorio (mercato) ai
competitori senza che sia per nulla chiaro né sicuramente prevedibile
se, alla fine, i profitti fluiranno più copiosi. E tanti altri
casi possibili.
La razionalità strategica punta, a parità di ogni altra
condizione, al massimo vantaggio, che non è tuttavia il massimo
guadagno espresso in termini di profitti; in certi casi, poi, si accontenta
di un equilibrio più o meno instabile e più o meno duraturo,
con basso profilo dei profitti, solo per evitare magari perdite alla propria
impresa, o vantaggi comparativi di una o più concorrenti, vantaggi
che potrebbero essere da queste utilizzati in un momento successivo, a
volte nemmeno troppo ravvicinato. Inoltre, la razionalità strategica
non è fondata solo su calcoli di costi e ricavi, perché
l’innovazione di prodotto – anello di collegamento, come poco
più sopra affermato, tra i due tipi di razionalità imprenditoriale:
quella del management tecnico rivolta soprattutto all’interno dell’impresa
e quella della direzione strategica proiettata specialmente al suo esterno
– allenta il rigore di tali calcoli, introduce nel mercato beni
per i quali, almeno per un certo periodo di tempo, non vi sono possibili
comparazioni di costi e prezzi con altri, richiede previsioni assai meno
dotate di affidabilità rispetto a quelle relative a beni già
noti, ecc.
La razionalità strategica, infine, non è soltanto diretta
a dare impulso alle innovazioni di prodotto. Essa comporta l’uso
di altre “qualità” del tipo dell’inganno, del
raggiro, del ricatto, del dire una cosa e farne un’altra, dell’accordo
temporaneo (anche lungo) per poi romperlo e sferrare più o meno
improvvisi attacchi; ecc. Essa si rivolge alla politica e alla cultura
coinvolgendole nella lotta competitiva interimprenditoriale; e via dicendo.
E’ questa razionalità, tuttavia, a costituire la trama interconflittuale
tra imprese, con unioni e coordinamenti locali e temporanei tra le stesse
sempre in funzione del conflitto; è essa, insomma, a strutturare,
a configurare, il terreno generale, il tessuto connettivo, della riproduzione
nella sua forma capitalistica.
La razionalità strumentale è carattere del singolo “individuo”
(imprenditore anche collettivo) che mira al massimo risultato (profitto)
con i mezzi che ha a disposizione; secondo questo punto di vista teorico,
il conflitto si sviluppa all’esterno, costituisce il risultato dell’azione
degli “individui” massimizzatori, pur se questo risultato
esercita poi, in senso logico-causale, un’azione di ritorno sugli
“individui” stessi . Secondo l’ottica della razionalità
strategica, quest’ultima funziona in un campo già dato di
conflittualità, un campo di forze che attraversa, strutturando,
l’intero contesto sociale, ben oltre la mera competizione interimprenditoriale.
Certamente, queste forze possono essere ricondotte, tramite passaggi successivi,
agli “individuali” centri d’azione da cui promanano;
tuttavia nulla si capisce dell’attività di questi ultimi
se non con riferimento al complessivo tessuto interazionale, poiché
ognuno di essi non si limita a utilizzare dati mezzi secondo i criteri
di efficienza dettati dal minimax, ma si trova immerso, fin da sempre,
nel “mondo” del conflitto, dove deve sapersi destreggiare
sfoggiando attitudini strategiche. Resta comunque il fatto che il conflitto
in oggetto ha il suo nucleo dotato di maggior peso specifico nella sfera
dell’economico-produttivo, dove – non vi è alcun bisogno
di negarlo per un intento antieconomicistico portato al di là di
ogni ragionevolezza – il profitto può ancora sensatamente
essere spiegato in termini di pluslavoro/plusvalore.
Mi si conceda di ripetermi e di ribadire quanto detto, che ritengo di
importanza decisiva. La razionalità meramente strumentale è
quella tipica della scuola detta neoclassica, è quella dell’economica
marginalistica. Tale razionalità promana dal singolo individuo
sciolto – “in origine” – dal nesso sociale. Detto
individuo fa puro riferimento ad un insieme di cose (mezzi) utili a soddisfare
i suoi bisogni, a conseguire i suoi scopi; egli deve semplicemente combinare
fra loro i mezzi in questione, massimizzando il risultato ottenibile con
una data quantità degli stessi o minimizzando l’impiego di
questi ultimi per conseguire un dato risultato. Solo dopo “nasce”
la società; dall’interazione dei vari individui, ognuno con
la sua scala di priorità di bisogni e scopi, con i suoi mezzi a
disposizione. La società interagisce, esercita la sua “azione
di ritorno”; ma è successiva (logicamente almeno; l’ontologia
non è del resto in gioco in tale concezione) alla costituzione
degli individui.
Nella razionalità strategica, invece, il mondo sociale è
immediatamente presente, è già presupposto (sempre logicamente;
anche qui, niente ontologia, “essenze” varie). Per di più,
pur se vanno teoricamente distinti i vari tipi di rapporti sociali –
e se risultano decisivi quelli economici, poiché l’alimento
(finanziario nel capitalismo) di ogni strategia, in ogni ambito sociale,
è ottenuto mediante la produzione (di merci) – non vi è
dubbio che le strategie coinvolgono, fin da subito e con riferimento al
tout se tient, i rapporti delle diverse sfere sociali; quelli politici
(con la loro appendice militare) e quelli culturali (con i loro influssi
ideologici) non essendo certamente meno importanti dei rapporti economico-produttivi.
Razionalità strumentale e razionalità strategica non hanno
quindi lo stesso statuto (logico ed epistemologico). La prima rinvia originariamente
all’individualità sciolta da nessi sociali, che sono successivi
all’azione dei singoli per i loro scopi; la seconda implica il conflitto
che è un tipico legame sociale. Non si presume certo l’esistenza
di essenze umane di un qualsiasi genere, l’umanità è
considerata come semplicemente costituita di individui; questi ultimi
sono però supposti, fin da subito, stretti in rapporti sociali
storicamente determinati e di forme mutevoli di epoca in epoca, il cui
collante più generale e dominante è il conflitto mentre
la cooperazione è solo locale e finalizzata al conflitto.
Sia la razionalità strumentale che quella strategica hanno rapporti
ambigui con lo spazio e il tempo. La prima sembra riferirsi ad un calcolo
istantaneo della migliore combinazione – assimilabile ad una disposizione
spaziale – dei fattori onde ottenere da questi il massimo risultato:
produzione e/o profitto. In realtà, e in questo il marxismo mostra
il suo maggior realismo, non si può prescindere dal tempo (di lavoro)
richiesto dal dispiegamento delle varie fasi della produzione (lavorazione
in quanto trasformazione). Per questo, fra l’altro, il marxismo
non ha mai considerato produttive – di valore e plusvalore, giacché
questa è la produttività in senso marxiano – le operazioni
puramente commerciali, di scambio in sé e per sé, a meno
che non richiedano la conservazione delle merci nel tempo o il loro spostamento
nello spazio, che implica il tempo di trasporto.
Anche la razionalità strategica sembra, in prima istanza, mirare
alla migliore disposizione delle forze in campo, senza preliminare considerazione
del tempo, pur se detta disposizione non comporta comunque la sola ricerca
di un minimo di risorse da impiegare per ottenere un dato risultato (strategico);
anzi, come già rilevato, si agisce sovente in senso nettamente
opposto. Tuttavia, ogni strategia è composta di mosse successive,
che esigono la valutazione del tempo della loro effettuazione; inoltre
– proprio perché il conflitto, quale estrinsecazione di tale
razionalità, è un legame sociale – ogni mossa precedente
modifica in genere il quadro complessivo in cui si inserisce una data
azione, per cui la mossa successiva o non è stabilita in anticipo
oppure deve comunque essere mutata in uno o più aspetti rilevanti
rispetto a quella prevista all’inizio. Il tempo torna quindi anche
in tal caso prepotentemente in auge, ma non viene valutato e misurato
solo nei semplicistici termini del minimo sforzo e del massimo obiettivo
conseguibile. Certamente, questi criteri non sono esclusi dal novero delle
valutazioni strategiche, ma sono ricompresi in un quadro più complesso
e mutevole.
Il tempo della razionalità strumentale – essendo quest’ultima
di natura solo “individuale”; anche di un gruppo di individui
trattato quale soggetto – scorre, in un certo senso e almeno prevalentemente,
seguendo una linea retta, mira dritto allo scopo, tenta di forzare le
strettoie, di spianare le gibbosità, di abbattere le pareti; ha
insomma la tendenza a spezzarsi piuttosto che piegarsi, perché
è di “materiale” poco flessibile. Il tempo della strategia
è l’esatto contrario, poiché essa – in quanto
si estrinseca in quel decisivo legame sociale che è il conflitto
– ha maggior pazienza, un aspetto più fluido, aggira gli
ostacoli (come i liquidi), li spiana solo quando la sua potenza d’urto
lo consente; la sua temporalità è dunque calma o limacciosa,
si inabissa in crepacci carsici e rispunta più oltre. La strategia,
insomma, si adegua in ultima analisi alle esigenze poste dal contesto
interazionale complessivo del conflitto, che costituisce il tessuto connettivo
delle diverse sfere nella formazione sociale capitalistica.
Come il complesso è costituito dal semplice, ma lo ingloba in sé
– per cui sarebbe fuorviante il volerne ridurre le caratteristiche
e il funzionamento a quelli dei suoi “atomi” più elementari
– così pure la razionalità strategica non annulla
quella strumentale, non la tratta come priva di effetti, ma la ingloba
e la supera; esattamente come la struttura dei rapporti sociali, in cui
sono stretti i vari individui, non azzera la loro individualità,
ma la supera e la (sur)determina. E’ in definitiva il primo tipo
di strategia ad orientare il secondo, a utilizzarlo nel miglior modo possibile
– poiché della ricchezza monetaria, che emerge dalla produzione
capitalistica di merci, ogni strategia ha bisogno e si nutre – piegandolo
però ai suoi scopi specifici: ampliamento e rafforzamento del dominio.
La razionalità strategica, dunque, ingloba e supera
quella strumentale, ma non la annulla; anzi è obbligata a servirsene
nel migliore dei modi possibile dato che i mezzi decisivi per la sua operatività
sono quelli economici: il denaro, i mezzi finanziari in genere, innanzitutto.
Ogni strategia richiede progetti e decisioni, possibilmente creativi,
ma di impossibile attuazione se non agendo nella “materialità”
del mondo, nella società capitalistica costituita soprattutto da
una generale produzione di merci (ivi comprese le armi), che va finanziata
al fine di procurarsi i fattori (produttivi) necessari alla sua effettuazione;
e dunque indispensabili alla realizzazione delle strategie in questione.
Come più volte sostenuto, mai gli agenti strategici d’impresa,
i dominanti capitalistici, sottovaluterebbero l’aspetto economico
della produzione secondo criteri di almeno tendenziale massimizzazione
dei profitti; essi non si limitano però a questi criteri poiché
i profitti non sono il loro fine ultimo – così com’è
per i ruoli della direzione manageriale rivolta ai problemi interni all’impresa
– che è invece rappresentato dall’estensione della
loro influenza nei mercati e, ancor più importante e ambita, nella
società.
Il tempo dell’attività degli agenti strategici di cui sto
trattando, quindi, viene economizzato solo sotto la condizione di questa
massima influenza da esercitare; non si persegue in senso stretto il fine
della sua minimizzazione, così come accade per il tempo di lavoro
(socialmente) necessario a produrre le merci. Se si rappresenta questo
tempo strategico con una linea che va dal punto di inizio dell’azione
al punto indicante l’obiettivo da raggiungere, tale linea, come
già rilevato, non è retta, ma conosce andamenti vari e sinuosi
in relazione agli ostacoli da aggirare, alla necessità eventuale
di procedere per linee di accerchiamento o altre. E potrebbe anche presentarsi
interrotta più volte; sarebbe allora rappresentabile mediante una
serie successiva di segmenti, ognuno staccato dal precedente. E’
comunque ovvio che le interruzioni sono apparenti; nei vuoti sussiste
un’azione nascosta, o perfino un’astensione dall’azione,
che ha pur sempre i suoi effetti, spesso voluti e decisi. In ogni caso,
le mosse degli agenti strategici, che operano nella sfera economica, non
hanno come fine ultimo il profitto; per detti agenti, esso è invece
un mezzo, senza dubbio indispensabile nella società capitalistica,
per conseguire il loro scopo principale che è il dominio più
ampio possibile.
La specificità storica del capitalismo consiste nel fatto che tale
scopo non viene perseguito direttamente in quella sfera sociale solitamente
considerata la più adatta al suo raggiungimento, la sfera dell’esercizio
di potenza: politica, militare, ecc. E’ come se lo sviluppo storico
avesse scoperto, casualmente, che la potenza massima si realizza con il
forte sviluppo delle forze produttive, a sua volta conseguibile soltanto
con un’azione interna alla sfera economica della società.
I mercanti si resero conto del potere del denaro, ma si limitarono a sfruttare
la distanza e/o la difficoltà di comunicazione tra luoghi d’acquisto
e luoghi di vendita delle merci. Essi comunque contribuirono alla dissoluzione
dei costrittivi ordinamenti corporativi artigiani; e da qui prese origine
il conflitto dentro la sfera più propriamente produttiva, la competizione
tra le varie botteghe artigiane divenute piccole manifatture, sciolte
da ogni obbligo che non fosse quello di battere i concorrenti e aumentare
la propria ricchezza. Da questo inizio si svolse tutto il resto che conosciamo.
Non è quindi la proprietà – con il corollario della
tensione al massimo profitto, a sua volta causa della ricerca del massimo
sfruttamento, cioè dell’estrazione della più grande
quantità possibile di pluslavoro – a dare impulso allo sviluppo
delle forze produttive capitalistiche, quello sviluppo per il quale Marx
nutriva ammirazione considerandolo, fra l’altro, indispensabile
a preparare le condizioni del comunismo in quanto caratterizzato dalla
distribuzione dei prodotti “secondo i bisogni”. Il crescente
sviluppo delle forze produttive è un portato dello scontro in atto
nell’ambito stesso della produzione; e chiunque si prefigga semplicemente,
pur in perfetta buona fede, di sostituire in tale sfera della società
la mera cooperazione – senza specificazioni – alla competizione,
favorirà soltanto, pur inconsapevolmente, il trasferimento del
conflitto in altra sfera sociale (politica, ideologico-culturale, ecc.)
da dove provocherà infine stagnazione economica e imputridimento
dei rapporti sociali.
La lotta nella produzione, combattuta secondo le specifiche modalità
capitalistiche, è comunque causa della frammentazione della stessa
nelle varie unità separate e relativamente autonome. Ogni gruppo
strategico, pur mediante alleanze locali e parziali, tenta di estromettere
dal mercato i concorrenti, o altrimenti di annetterli e subordinarli.
Per ottenere tale risultato, però, sviluppa un’attività
innovativa – di processo ma, ancor più fondamentalmente,
di prodotto – che non solo amplia le dimensioni quantitative del
mercato, ma lo suddivide più finemente in un numero crescente di
branche produttive. Da una parte, crescono gli spazi che consentono sia
l’ingrandimento delle imprese (formazione di oligopoli) sia l’entrata
di nuove imprese piccole e medie, spesso complementari alle prime (quel
processo che condusse alla critica revisionista di Bernstein); dall’altra
parte, si infittisce la rete intersettoriale con la nascita delle branche
produttrici dei nuovi prodotti, che conduce sia a ulteriori spazi per
imprese minori, sia alla riacutizzazione dello scontro tra le grandi imprese
oligopolistiche.
In ogni caso – favorite da epoche di rilevanti innovazioni che si
alternano a quelle di diffusione delle stesse e a loro minimi ritocchi
– si verificano periodiche ricorsività di accentuazione del
conflitto interimprenditoriale, pur combattuto da unità produttive
di dimensioni sempre maggiori, e di sua attenuazione con il presentarsi
di quella organizzazione dei mercati che comporta la loro monopolistizzazione.
Non vi è dunque lineare tendenza a quest’ultima, come presunto
dal marxismo, o crescente burocratizzazione della grande impresa come
sosteneva Schumpeter, ecc. Vi è pendolarismo tra mono(oligo)polio
e concorrenza o, detto meglio come vedremo in seguito, tra mono e policentrismo
(del conflitto strategico). Sia il marxismo, a causa dell’enfasi
posta sulla proprietà, sia l’economica dominante, sono state
abbagliate e sviate dal sempre crescente ampliamento delle cosiddette
grandi imprese. Tra l’aumento delle loro dimensioni e l’esistenza
di una struttura dei mercati tendente al monopolio non vi è correlazione
univoca. La critica di Bernstein aveva colto, confusamente e senza profondità,
la difficoltà del marxismo in proposito, il suo errore di prospettiva,
ma ne aveva solo tratto le considerazioni opportunistiche di lotta politica
ben note.
Concentrare l’attenzione teorica e analitica solo sull’oligopolio
e/o la concorrenza, in quanto forme diverse di mercato, è appunto
conseguenza di quella impostazione che pone al centro i problemi della
proprietà o meno dei mezzi di produzione e che considera l’impresa
solo come unità produttiva. Se teoria e analisi vengono invece
fondate sul concetto di conflitto strategico, la lotta per le quote di
mercato, e le varie forme di quest’ultimo, vengono ricomprese nel
più vasto orizzonte dello scontro interdominanti per le zone di
influenza, sia con riguardo alle diverse sfere sociali (economica come
politica e culturale) sia riferendosi, in senso geopolitico, alle diverse
aree della formazione capitalistica mondiale. Per questi motivi, mi sembra
più utile e teoricamente efficace discutere in termini di ricorsività
mono e policentriche, piuttosto che ricorrere all’ipotesi degli
stadi delle forme mercantili, prima concorrenziali e poi mono(oligo)polistiche.
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