| DOMANDE
POSTE DA ERETICA
di Gianfranco La Grassa
Il comunismo come ideale sociale ha ricevuto, nel corso
della storia, due tipi di critiche. La prima affermava che pur essendo
un ideale giusto, esso era del tutto irrealizzabile e utopistico. A questi
critici i marxisti ribattevano che concepivano il comunismo non tanto
come un ideale astratto, ma come il risultato pressoché ineluttabile
dello sviluppo del capitalismo e delle sue contraddizioni. E’ ancora
plausibile oggi questa risposta, visto che il capitalismo oltre ad essere
sopravvissuto alle sue tremende contraddizioni, ha addirittura riassorbito
quei paesi che si erano incamminati sulla via del socialismo?
V’era un secondo tipo di critica, quella di chi, pur ritenendo il
comunismo un sistema sociale possibile, lo considerava un sistema ingiusto
e deprecabile, dato che l’integrale eguaglianza sociale calpesterebbe
i diritti naturali dell’essere umano, tra cui la proprietà
privata, fondamento della libertà e del desiderio di autonomia
dell’individuo dalla comunità. Lo scivolamento dei sistemi
a “socialismo reale” nati nel secolo scorso nel dispotismo
politico e la loro successiva implosione, sembrerebbero aver dato ragione
sia ai primi critici che ai secondi. Appare chiaro che il movimento comunista
non potrà risorgere e riguadagnare la ribalta se non saprà
dare risposte convincenti a queste critiche.
CONSIDERAZIONI DI GIANFRANCO LA GRASSA
1. Le domande di Eretica sono sostanzialmente due. Alla
prima ho di fatto risposto con il lavoro che va da La fine di una teoria
(scritto con Preve), Unicopli 1996 fino agli ultimi due libri: Gli strateghi
del capitale (Manifestolibri 2006) e La teoria come pratica (politica)
(società editrice apuana 2006); gli ultimi due, ovviamente, sono
molto più elaborati, approfonditi e anche netti nelle loro conclusioni
rispetto agli scritti precedenti.
Data la tirannia dello spazio, sarò qui estremamente sommario e
apodittico. In Marx, e nel marxismo “classico”, il comunismo
non ha pressoché nulla di semplicemente utopico. Nel fondatore
della teoria, al contrario dell’uso invalso nei similmarxisti degli
ultimi decenni (dopo la seconda guerra mondiale), l’idea della necessità,
più ancora che mera possibilità, del comunismo non dipendeva
dall’utilizzazione della teoria del valore (lavoro) e del plusvalore
(pluslavoro). Il fatto che le classi lavoratrici salariate (il soggetto
pensato come rivoluzionario in direzione del suddetto comunismo, sia pure
attraverso un primo stadio socialistico) siano sfruttate – si estragga
cioè da loro, pur nel rispetto formale dell’equivalenza mediamente
tipica dello scambio mercantile, il pluslavoro/plusvalore che costituisce
la sostanza dei redditi delle classi proprietarie dominanti – non
attribuisce, di per se stesso, a tali classi un carattere rivoluzionario.
Ed infatti Marx era ben conscio che tutte le classi sfruttate nelle società
precapitalistiche non avevano mai posseduto la capacità di trasformarle
l’una nell’altra (dallo schiavismo al feudalesimo, da questo
al capitalismo, ad es.).
La rivoluzionarietà del lavoro salariato era stabilita in base
al concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale intreccio
di rapporti di produzione e forze produttive. Nell’ambito dei primi,
si supponeva – anzi, Marx la dava per scontata, per necessaria –
questa dinamica: in un primo tempo la proprietà dell’artigiano
e del piccolo conduttore contadino veniva, mediante i processi dell’accumulazione
originaria del capitale (vedi il mirabile, e ultrachiaro, settimo e ultimo
paragrafo del cap. XXIV del I libro de Il Capitale), trasformata in proprietà
(privata) capitalistica, con i capitalisti (anche organizzatori della
produzione), da una parte, e i lavoratori salariati (espropriati dei mezzi
di produzione), dall’altra. In un secondo tempo, iniziava pure la
crescente espropriazione fra capitalisti a causa della reciproca concorrenza
con fallimento dei molti e il successo dei pochi. Si verificava cioè
la centralizzazione (monopolistica) dei capitali che, a questo punto,
portava ad un numero sempre più ristretto di capitalisti proprietari
di azioni (rentier, proprietari finanziari), avulsi dai processi produttivi,
da una parte, e alla gran massa dei lavoratori (salariati) del braccio
e della mente (“il manovale” e “l’ingegnere”),
dall’altra.
Tra questi ultimi esistevano contraddizioni secondarie, mentre quella
principale correva tra loro e i proprietari ormai “assenteisti”,
una nuova classe sostanzialmente signorile, pur se avrebbe goduto principalmente
di rendite finanziarie, legate alla proprietà azionaria e alle
speculazioni borsistiche; meno importanti, pur se cospicue, sarebbero
invece state quelle da proprietà immobiliare (fra cui quella terriera),
che comunque non avrebbero avuto più nulla a che vedere con quelle
di tipo feudale. La rivoluzione sarebbe divenuta a questo punto incombente,
e il soggetto della rivoluzione sarebbe esistito appunto nella figura
di queste classi del lavoro salariato, sia intellettuale (le potenze mentali
della produzione) che manuale, classi che non avrebbero agognato solo
utopicamente il comunismo, poiché i loro stessi interessi le avrebbero
spinte in tale direzione, alla realizzazione di una effettiva cooperazione
tra tutti i lavoratori (produttori), mentre lo sfruttamento sarebbe apparso
senza più veli, una autentica spoliazione di chi produceva con
il suo lavoro da parte di superflue sanguisughe.
Naturalmente, le classi proprietarie non sarebbero state immediatamente
e facilmente espropriate dai produttori cooperanti, poiché esse,
per la vischiosità dei processi storici, avrebbero mantenuto ancora
per un certo tempo una superiorità (egemonia) culturale, ma soprattutto
politica, controllando lo Stato in quanto strumento di dominio (a questo
punto esercitato sempre più in modo violento, repressivo e coercitivo).
Nessuna concessione dunque agli opportunisti che pensavano al “democratico”
affermarsi delle masse salariate in “libere” elezioni, al
loro “pacifico” movimento che avrebbe imposto, con la sola
forza del numero (e della “giusta” rivendicazione di non essere
più spogliati dei frutti del proprio lavoro), la loro prevalenza,
ormai armoniosa, fondata sulla solidarietà e sulla programmazione
coordinata delle loro attività senza più la competizione
legata al mercato, ecc. No, sarebbe stato invece necessario passare per
un periodo di acuta rivoluzione onde abbattere il potere dei capitalisti
finanziari, distruggere la “macchina statale” al loro servizio
e costruire, provvisoriamente e per un periodo di semplice transizione,
uno Stato di “dittatura proletaria” (cioè al servizio
dell’insieme dei lavoratori); uno Stato “in via di deperimento”,
man mano che sarebbe prevalso lo spirito solidale e cooperativo dei produttori
contro quello di pura rapina e sfruttamento dei redditieri e finanzieri.
E veniamo all’altro lato del modo di produzione, alle forze produttive.
Con la centralizzazione monopolistica dei capitali si sarebbe attenuata
la competizione tra capitalisti (oggi diremmo tra imprese) con affievolimento
della spinta allo sviluppo. Ancora una volta, però, l’aspetto
principale del marxismo (di Marx) non si rifaceva semplicemente a questo
aspetto (legato alla monopolizzazione del capitale), ma ancor più
a quello sociale relativo appunto al formarsi del ristretto gruppo di
capitalisti solo finanziari, proprietari di azioni e disinteressati al
vero e proprio processo produttivo. Sarebbe stata l’estraneità
alla produzione, il loro essere dediti ad operazioni finanziarie, al gioco
di Borsa, al lancio come al fallimento delle società per azioni
a seconda delle loro convenienze in mero guadagno di denaro, a rendere
questi rentier del tutto esiziali per l’ulteriore sviluppo delle
forze produttive.
La loro reciproca competizione sarebbe stata soltanto tesa a depredarsi
l’un l’altro; ma, alternativamente e quando ciò fosse
stato loro necessario, essi si sarebbero uniti in una lotta contro l’insieme
dei lavoratori per costringerli a produrre di più, onde potersi
così appropriare di quote maggiori di plusvalore. Sarebbe così
divenuto sempre più chiaro al popolo che la ragnatela costituita
dall’intricato intreccio dei loro rapporti proprietari – mantenuta
e difesa dal potere del loro Stato, dall’esercizio sempre più
frequente di violenza, sia contro i lavoratori che fra loro, con il corteggio
delle continue guerre, rivolte, conseguenti massacri, ecc. – avrebbe
dovuto essere strappata e distrutta, abbattendo intanto il potere che
essi avevano nello Stato e negli apparati culturali (nelle “sovrastrutture”
politico-ideologiche); e sarebbero perciò scoppiate sempre più
spesso, e con estensione sempre maggiore, rivoluzioni contro di essi.
Abbattuta, stracciata, questa ragnatela, instauratisi nuovi rapporti di
proprietà e di potere (della collettività dei produttori),
le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi e ci si sarebbe
avviati allora verso quell’obiettivo del comunismo sintetizzato
dall’espressione: “da ognuno secondo le sue capacità,
a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Senza più, o con sempre
meno, competizione e violenza sopraffattrice, e rafforzandosi invece lo
spirito di cooperazione e di armonico (equilibrato) coordinamento della
produzione secondo le decisioni prese di comune accordo, i bisogni della
popolazione sarebbero cresciuti – con esaltazione soprattutto del
loro aspetto ideale e culturale rispetto a quello esclusivamente materiale
– in misura correlata al programmato sviluppo delle forze produttive,
senza le forzature, capitalistiche, del consumismo odierno.
Come il lettore si renderà conto, in tutto quanto ho finora scritto
non vi è nulla o quasi di “bel sogno”, di facile utopia.
I comunisti e marxisti sono infatti sempre stati persone eminentemente
pratiche, concrete, contrarie ai semplici buoni sentimenti; hanno sempre
tenuto conto che gli uomini non sono necessariamente generosi, altruisti,
pronti a sacrificarsi per gli altri, ecc. Hanno pensato che la società,
la formazione sociale, arrivata alla sua epoca capitalistica, si sarebbe
sviluppata secondo modalità tali da creare i presupposti di una
organizzazione cooperativa di tipo, nella sua fase finale, comunistico.
Ed infatti essi, una volta che lo sviluppo capitalistico è andato
in direzioni del tutto diverse, da concreti e pratici quali sono sempre
stati, sono diventati gli alfieri di tale tipo di sviluppo, soprattutto
secondo forme particolarmente selvagge in quei paesi (arretrati) in cui
la rivoluzione, autopensatasi come comunista, li ha portati al potere
per molti decenni.
2. Senza grande consapevolezza dei rivoluzionari, dei
comunisti, il modello marxista di pensiero (scientifico, non utopico)
cominciò a incrinarsi proprio durante il periodo della crescente
centralizzazione monopolistica del capitale (a fine ottocento, primi novecento).
La formazione di grandi imprese (produttive e finanziarie) non portava
affatto alla sostanziale unificazione, o almeno sempre più stretta
cooperazione, di tutti i lavoratori, sia di carattere direttivo che esecutivo;
e fra gli uni e gli altri andò crescendo una vasta gamma intermedia
con stratificazioni gerarchiche e di saperi piuttosto notevoli. Così
pure, nell’apparato dirigente – soprattutto a causa del moltiplicarsi
delle branche e settori produttivi, conseguente all’importanza assunta
dalle innovazioni di prodotto (e poi di fonti di energia), poco considerate
dal marxismo tradizionale, tutto concentrato su quelle di processo (tecnologiche)
rilevanti ai fini dell’accrescimento del plusvalore (relativo) –
non si andava verso una sostanziale sintesi dei saperi produttivi, e della
scienza applicata alla tecnica, con l’emergere del (previsto da
Marx) general intellect; si espanse al contrario un cospicuo strato manageriale
(di vari livelli) e si costituì una comunità scientifica
sempre più frammentata al suo interno a causa di un crescente e
sempre più sminuzzato specialismo.
Il complesso dei lavoratori, pensato quale soggetto oggettivamente interessato
alla rivoluzione, si ridusse di fatto alla sola classe operaia in senso
stretto, alle “tute blu”, agli operai di fabbrica, i quali
indubbiamente, per una intera epoca storica, crebbero di numero e di forza
(in specie sindacale). Questa classe divenne, per il marxismo in quanto
ideologia elaborata soprattutto da Kautsky, il “soggetto rivoluzionario”
per eccellenza; gli altri lavoratori (in possesso della scienza e della
tecnica, delle “potenze mentali della produzione”) furono
considerati specialisti borghesi; fondamentali per la produzione anche
dopo una eventuale rivoluzione mirante al comunismo, ma che dovevano in
tal caso – secondo quanto sostenne con grande spirito pratico Lenin
– essere strettamente controllati e agire sotto “la guardia”
degli “operai armati” (e del loro Stato). Ovviamente, questo
mutamento (inavvertito) di soggetto rivoluzionario (rispetto alle origini)
comportava gravi problemi con riguardo a quella egemonia, anche culturale
e ideologica oltre che politica, che ogni precedente classe rivoluzionaria
– nei passaggi da una formazione sociale all’altra; ad es.
la borghesia nella transizione dal feudalesimo al capitalismo –
ha sempre conquistato ed ampiamente esercitato, e che non può certo
essere trattata quale condizione di scarsa importanza ai fini del successo
o meno della trasformazione rivoluzionaria.
Da questa difficoltà è in fondo nata tutta la teoria dell’avanguardia
in quanto fusione, meglio ancora sintesi, imbricazione, stretto intreccio,
tra gli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento
della società nel suo insieme” (Manifesto comunista del 1848)
e gli strati più coscienti (ma sempre poco numerosi) della classe
operaia (in senso stretto). Non mi dilungo in proposito perché
si dovrebbero scrivere parecchi volumi, ma è ben nota la fine fatta
dalle rivoluzioni guidate da simili avanguardie; e con questa brutta fine
è andato perso anche il nocciolo razionale della teoria in oggetto:
senza direzione e organizzazione, senza conoscenza del campo del conflitto
e degli obiettivi che la lunga “guerra di classe” dovrebbe
raggiungere per affermarsi stabilmente e irreversibilmente, ecc., non
c’è movimento di massa che tenga e la rivoluzione resta effettivamente
un “bel sogno”.
La verità è che la storia del novecento è stata scritta
da alcuni storici in mala fede, da altri con scarso approfondimento di
un’analisi strutturale realmente marxista. Il massimo che si è
avuto è stata una coscienza antifascista, ma non propriamente anticapitalistica
né antimperialistica. L’alleanza tra URSS, USA, Inghilterra,
Francia nella seconda guerra mondiale fu in un certo senso obbligata,
ma condusse ad un annacquamento progressivo dei temi anticapitalistici
e all’esaltazione della falsa “democrazia” capitalistica,
che sono gli antecedenti dell’attuale “pensiero unico”
a tal proposito, di cui l’alfiere principale (in tutta Europa e
specialmente in Italia) è precisamente quella “sinistra”
mistificatoriamente definita “progressista”, mentre ha annientato
ciò che di essenziale e di realmente progressivo vi era nel marxismo
e comunismo, al di là delle evidenti degenerazioni del “socialismo
reale”.
I comunisti si sono gonfiati il petto (e continuano a volte a gonfiarlo)
per il fatto che il punto di svolta della seconda guerra mondiale –
in quanto singolo atto, certo rilevante e sconvolgente, dello scontro
policentrico per l’affermazione di una nuova centralità dominante
che sostituisse quella inglese dell’ottocento – è stata
la battaglia di Stalingrado; a dimostrazione della decisività della
funzione del paese dei Soviet nell’abbattere il nazifascismo. Ci
si è dimenticati di una “piccola” cosa: quell’atto
bellico ha posto le premesse per il passaggio dalla formazione sociale
dominata dalla vecchia borghesia proprietaria (dei mezzi produttivi e
dei capitali finanziari) alla società (di tipo americano) dei funzionari
del capitale, che nel giro di mezzo secolo ha fatto fuori il “socialismo
reale” e si è rimondializzata sotto lo stretto predominio
degli USA.
Ed è precisamente a questo punto che i marxisti e comunisti non
hanno capito più niente. Per loro, la fine della borghesia proprietaria
(e finanziaria) avrebbe dovuto significare l’affermarsi della rivoluzione
proletaria (e della classe operaia che, come recitava la rivoluzione culturale
cinese, “doveva dirigere tutto”) contro un capitalismo ormai
morente, stagnante, incapace sia di sviluppo che di “democrazia”,
pur solo formale. Strano destino: i paesi capitalistici occidentali si
sono sviluppati impetuosamente, anche attraverso crisi (minori, dette
non a caso recessioni), mentre il “socialismo” – affermatosi
sempre in paesi arretrati, con grandi masse contadine e pressoché
privi del “soggetto rivoluzionario” per eccellenza –
è entrato in fase di ristagno, di putrefazione ed è infine
crollato in modo inverecondo senza nemmeno un piccolo sussulto di resistenza;
anzi, dove si è risvegliato, lo ha fatto con strutture di nuovo
capitalismo selvaggio, estremamente duro e autoritario, che indubbiamente
va ponendo le basi per un affrontamento generale nei confronti del paese
al momento predominante (USA), ma non certo sulla base di una lotta per
il comunismo, non certo fondandosi sul potere dei proletari, che invece
sono eminentemente “schiavizzati” (assai più che nei
capitalismi del Welfare) e non hanno alcuna difesa; debbono solo lavorare,
e ancora lavorare, per le “magnifiche sorti e progressive”
delle loro classi capitalistiche dominanti (spesso lo stesso establishment
che si autoproclamava “comunista”), dotate di un potere accentratore
di particolare forza, durezza e ferocia.
3. Arrivati a questo punto, il vecchio marxismo e comunismo
non servono assolutamente più a nulla, se non a piccoli gruppi
di “militanti” per riconoscersi “dall’odore”,
cioè in base ad alcune giaculatorie recitate in “forma marxista”.
E quando qualcuno comprende che non servono a niente, riesce solo a riscoprire
l’acqua calda del “buonismo” cristiano. Riscopre magari
S. Francesco, la parsimonia e povertà, lo spirito ecumenico verso
tutti i diseredati e gli sfortunati. Chi ha conosciuto la grandezza del
marxismo e comunismo di un tempo, certo ormai lontano, non riesce che
a provare profondo disagio per questo miserabilismo. Non se ne può
più di questi “comunisti”: né dei settari che
ripetono ossessivamente formule di autoriconoscimento identitario né
di quelli che “si offrono” ai poveri, agli “umiliati
e offesi”. Certamente, però, non si può che provare
assoluto disprezzo per tutti coloro che hanno semplicemente rinnegato
– e in massa, non come singoli casi allora in parte comprensibili
– i loro principi e ideali senza un minimo di autocritica e senza
cercare di ripensare lo strumento critico anticapitalistico.
In effetti, è ormai urgente ripensare tutto; ripartire, secondo
me, da Marx e da Lenin (gli altri “classici” li lascerei francamente
più in sordina), ma rivoltandoli in lungo e in largo. Perché
il problema è proprio capire come mai l’indubbia fine di
una certa forma di società (il capitalismo borghese, analizzato
da Marx sul modello inglese, è tramontato) non ha portato in primo
piano il supposto soggetto rivoluzionario, la classe operaia (o proletariato,
espressione sempre usata come fosse sinonimo della precedente). Se non
si pone al centro della comprensione teorica, e della conseguente attività
pratica (politica), il problema in oggetto, che ha visto il totale disorientamento
e dissolvimento delle capacità analitiche e pratico-teoriche del
marxismo, non si riuscirà altro che a scimmiottare e riprodurre,
in misura sempre minore e in forme sempre più meschine e ridicole,
quelli che furono in ogni caso effettivi movimenti rivoluzionari, comunque
radicali e grandiosi. Oppure, come hanno fatto i più, si passa
armi e bagagli dall’altra parte, che remunera “generosamente”
ogni rinnegato.
Arrivati a questo punto, non posso ovviamente ripetere tutta l’analisi
dei miei lavori citati all’inizio nel tentativo di pensare in quale
forma di società siamo passati, dopo il tramonto del capitalismo
borghese; tramonto che, a mio avviso, un Lukàcs comprese piuttosto
bene nella sua, prima osannata e poi vituperata, Distruzione della ragione.
La sua comprensione fu però assai poco strutturale e molto ideologico-culturale,
per cui anch’egli pensò, come tutti i marxisti (me compreso!)
che al declino della borghesia facesse seguito l’imputridimento
della società, la stagnazione delle forze produttive, con ascesa
della classe operaia che avrebbe iniziato l’opera di trasformazione
(transizione) in una società di tipo socialistico e comunistico.
Invece, dopo una lunga fase di trapasso, caratterizzata dall’epoca
dell’imperialismo e dalla lotta tra le grandi potenze successiva
alla fine della supremazia mondiale inglese, ascesero a paese centrale
gli Stati Uniti, portatori di quella forma sociale che, in assenza di
concetti più precisi, ho definito società dei funzionari
del capitale e che ha una struttura sempre fondata sul mercato e l’impresa
(e la competizione interimprenditoriale), ma che comunque presenta caratteri
ben diversi da quelli supposti da Marx quando si convinse che la classe
lavoratrice salariata (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”)
si sarebbe sostanzialmente unificata – e in tutto il mondo (il tanto
vagheggiato e mai realizzatosi internazionalismo proletario; che non poteva
realizzarsi proprio per ragioni strutturali) – diventando il soggetto
della trasformazione comunistica.
Quella che si è chiamata lotta di classe diventa quindi molto più
complessa e variegata, poiché la società (dei funzionari
del capitale) non si divide in due con gli antagonisti Capitale e Lavoro
in singolar tenzone. Proprio per questo, ritengo sempre valida –
pur non parlando più di avanguardie – la necessità
dell’organizzazione, fortemente strutturata, che deve saper formulare
le strategie più appropriate per la lotta contro i gruppi dominanti
in questa società, analizzata in una visione globale, che richiede
non la semplice utilizzazione del concetto di modo di produzione –
in grado soltanto di cogliere la dinamica dei rapporti sociali di produzione
in direzione della divisione tra proprietà dei mezzi produttivi
e forza lavoro venduta come merce (con tutte le altre conclusioni che
ne conseguono) – ma il necessario complemento di strumentazioni
teoriche di tipo geopolitico (nel cui ambito va situata la geoeconomia),
tenendo conto della stratificazione sociale a livello mondiale, dei meccanismi
economici come di quelli politici e culturali, della considerazione di
motivazioni d’ordine nazionale, etnico, religioso, e via dicendo.
La teorizzazione marxista tradizionale è in genere affetta da economicismo;
d’altra parte è facile slittare verso quelle soltanto politicistiche
e/o culturalistiche. Le teorie fanno parte della pratica; sono comunque
apparati che hanno validità ove, almeno potenzialmente, consentano
di indirizzare certe strategie d’azione in modo utile a possibili
interventi sul “mondo” (in questo caso, quello della società
nella nostra epoca storica). In certi casi, la fedeltà ai “principi”,
cioè magari a formulazioni concettuali di un tempo che fu, possono
facilmente trasformarsi in spessa coltre ideologica, in mera ripetizione
di uno schema ossificato, ineffettuale, che serve solo ad evitare “crolli
psicologici” individuali (ma che con la “classe lavoratrice”
e i suoi “interessi” non ha nulla a che vedere).
Di pochi “principi” resto convinto; e, primo fra tutti, quella
che per me resta la geniale intuizione di rivoluzionari del calibro di
Lenin e Mao: l’attività rivoluzionaria consegue i suoi successi
soprattutto laddove si sono fortemente indeboliti, per esplosive contraddizioni
interne, i gruppi sociali dominanti. Le più grandi rivoluzioni
del novecento (cioè quelle che hanno veramente prodotto effetti
di radicale mutamento) – che si dicano comuniste, anticolonialiste,
per l’indipendenza nazionale, ecc. – si sono verificate durante
i grandi scontri mondiali interimperialistici o come conseguenza del forte
indebolimento del sistema capitalistico nella fase in cui si è
andata affermando la nuova centralità egemonica statunitense. La
lotta tra capitalisti, tra i “loro” Stati, i “loro”
sistemi culturali: questo provoca stabilizzazione o invece mutevolezza
dei rapporti di forza interdominanti, che vanno analizzati nell’insieme
delle sfere sociali: economiche (produttive e finanziarie), politiche,
ideologico-culturali. Chi presuppone che quelle economiche siano sempre
le preminenti, che gli apparati finanziari – decisivi ai fini delle
strategie di lotta per la supremazia tra frazioni dominanti – siano
ormai sempre puri parassiti succhiatori di mero plusvalore “operaio”,
ecc. è ormai fuori di ogni capacità di comprendere i movimenti
della formazione mondiale da ormai oltre un secolo; per non parlare della
fase odierna. Non si lavora sui microchips con falce e martello; e non
si lavora sulle contraddizioni della società capitalistica degli
ultimi cent’anni con il marxismo tradizionale. Cerchiamo di darci
una mossa; e di più è inutile dire in questo contesto.
E’ comunque necessario un punto di partenza; e per chi si propone
una radicale e inesausta critica di questa “schifosa società”,
il punto di partenza deve essere la contraddizione “principale”,
cioè quella che oggi rende instabile e socialmente putrefatta la
formazione mondiale senza però che si verifichino ancora reali
sconvolgimenti dei rapporti di forza; e che è tuttavia anche quella
che potrebbe provocare tali sconvolgimenti, ove si verificassero perfino
piccoli spostamenti degli equilibri attuali, soprattutto se arrivassero
a “sommarsi” nella stessa direzione. Oggi esiste un chiaro
predominio centrale USA, ancor più forte di quello inglese della
prima metà dell’ottocento. C’è chi ha paura
che, lavorando nella direzione dell’erosione di simile predominio,
si potrebbero favorire gli altri capitalismi. Lenin non ebbe di queste
preoccupazioni quando accettò finanziamenti tedeschi (e il “regalo”
del treno blindato). Sento ancora qualcuno che spera invece che il vero
sommovimento rivoluzionario possa infine realizzarsi nel capitalismo più
avanzato, appunto quello statunitense predominante. Questo è il
triste effetto di un marxismo scolastico, ridotto alla teoria del plusvalore
e dello sfruttamento, capace di utilizzare solo il concetto – ormai
decrepito e veramente intralciante il corretto pensare – di modo
di produzione; pur quando non si faccia becero ricorso al tema deterministico
dello sviluppo delle forze produttive che impone la trasformazione dei
rapporti (e delle “sovrastrutture”), ma ci si basi invece
su tale trasformazione come elemento più mobile e cruciale ai fini
della dinamica delle diverse forme di società. Non basta più!
Proprio perché non è la contraddizione capitale/lavoro che
smuoverà gli attuali equilibri mondiali, che incrinerà la
preminenza ancora schiacciante degli USA.
Occorrono comunisti e marxisti nuovi, non scolastici e dottrinari, che
mettano in primo piano il problema di questa preminenza centrale, e promuovano,
in primo luogo, l’attività di resistenza (e possibile contrattacco)
ad essa, che lavorino a sgretolarla. Non si tratta affatto di appoggiare,
rendendosene “servi”, altri capitalismi; che, in tutto il
mondo, sono comunque ormai formazioni sociali di funzionari del capitale,
anche se con modulazioni economiche, politico-istituzionali, culturali,
assai differenti, che vanno studiate con serietà e non con schemi
ideologici preconcetti, vecchi di un secolo e mezzo.
Politicamente, inoltre, ci occorrono alleanze tattiche del tipo (molto
all’ingrosso, non mi si fraintenda) di quella dei comunisti cinesi
con i nazionalisti contro il Giappone. Non invece i Fronti popolari “antifascisti”
come quello francese, che metteva in campi “d’accoglienza”
(di fatto di concentramento) i resistenti spagnoli quando passavano il
confine durante la guerra civile del 1936-39; con ciò dando obiettivo
aiuto ai franchisti. Non ci occorre nemmeno l’alleanza dei comunisti
con i socialdemocratici, i quali erano ormai servi del peggior capitale
finanziario che, ad es. in Germania, fu la causa principale della rovina
della Repubblica di Weimar di fronte ai bestiali nazisti (mi scuso con
le bestie) che avevano però risolto il problema – certo con
i loro metodi e con il riarmo imperialista – del rilancio industriale
e dell’uscita di quel paese dalla lunga crisi 1929-33.
Di questi tempi, vedo la stessa mentalità di allora: alleanza dei
rimasugli, che in Europa (e in particolare in Italia) si pretendono comunisti,
con forze politiche definite di “sinistra” e perfino “progressiste”,
che sono quasi sempre legate, nei loro nuclei centrali ed egemoni sull’insieme,
al peggior capitalismo finanziario (e a quello industriale parassitario
e assistito), succube e subordinato al complesso industrial-finanziario
(e militare) statunitense, che naturalmente, come in ogni capitalismo,
non è un blocco unitario ma diviso in più frazioni in competizione;
tutte però ferme nell’affermare la continuazione all’infinito
della predominanza centrale di quel paese. Non vedo comunisti in coloro
che perseverano, in nome di una invereconda scimmiottatura “antifascista”
(offensiva e infame nei confronti dei morti nella vera Resistenza), nell’unirsi
a simili “sinistre progressiste” asservite agli USA, sinistre
che sono la parte più marcia e pericolosa (perché ipocrita
e ancora in grado di ingannare le masse lavoratrici su cui blaterano senza
vergogna alcuna) del purtroppo ancora vasto schieramento che di fatto
favorisce la potenza predominante, riducendo l’Europa in una situazione
di vassallaggio che ne impedisce perfino lo sviluppo economico, ma soprattutto
ne disgrega il tessuto sociale e “riassorbe” (eufemismo) le
conquiste ottenute in passato dalle classi dominate.
Questi falsi comunisti, tutti dentro il gioco delle quote elettorali,
dei posticini di Governo e sottogoverno da acquisire al servizio di forze
industrial-finanziarie a loro volta asservite alla potenza centrale, non
verranno mai battuti e sostituiti mediante semplici dichiarazioni di fedeltà
ad una prassi e ad una teoria vecchie come il cucco. Occorre aria fresca
e una nuova mentalità. E’ difficile creare al momento una
nuova sintesi quale fu, centocinquant’anni fa, il pensiero di Marx.
Al momento, cominciamo a prendere pezzi di marxismo, di geopolitica e
strategia, di storia, e naturalmente di filosofia; e cominciamo a ricostruire
qualcosa, partendo da una precisa “stella polare”: occorre
sgretolare la predominanza centrale statunitense, partendo dall’Italia
e dall’Europa, poiché è qui che “pestiamo la
terra”. Il resto non segue automaticamente; ma non ci sarà
nessun seguito continuando a puntare sullo “sfruttamento”
(estorsione di plusvalore), sulla “classe operaia” in quanto
“classe universale” che “liberando se stessa libera
l’intera umanità”, e altre sciocchezze (si, cari compagni,
sciocchezze colossali) consimili. E se crediamo di cavarcela con i “movimenti”,
con il “gandhismo”, con l’ambientalismo, con “l’altra
metà del cielo” – e altre “infatuazioni infantili”
assai peggiori dello stesso marxismo catechistico – allora è
perfettamente inutile continuare a discutere tra noi.
4. A questo punto, non resta più spazio per discutere
la seconda domanda che era contenuta nelle righe scritte da Eretica. Tuttavia,
su tale punto, o si fa un discorso interminabile oppure si scrivono poche
battute. E sono queste poche battute che intendo qui pronunciare.
Innanzitutto, non credo che le rivoluzioni dette comuniste del ‘900
(in primo luogo la principale d’esse, quella dell’ottobre
1917) siano mai state indirizzate, al di là dell’immaginario
sociale che così invece le pensava, alla costruzione di una società
prima socialista (“a ciascuno secondo il suo lavoro”) e poi
comunista (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”). Credo che
ancora non si sia riusciti a fornire una spiegazione esauriente né
si sia risposto alla domanda di che cosa siano realmente state quelle
formazioni sociali, trattate quali socialiste. In ogni caso, non avevano
molto a che vedere con quanto era stato sperato e creduto. Siamo in debito
di un chiarimento politico-teorico-storico, che non si limiti a sostenere
l’effettiva esistenza di società socialiste che sarebbero
poi fallite. E’ chiaro che il socialismo presente in URSS e negli
altri paesi del genere era una forma di forte statalizzazione –
difficilmente definibile, in un qualsiasi senso, capitalistica come si
fece invece a suo tempo – con una sorta di rivincita di Lassalle
su Marx. Però è bene, soprattutto se non c’è
spazio a disposizione, sospendere il giudizio, salvo affermare con forza
che il crollo del 1989 non è una reale invalidazione di socialismo
e comunismo.
Piuttosto, in base a quanto sopra sostenuto, è ovvio che non penso
affatto che il comunismo potrà mai essere quello cui Marx e il
marxismo si riferivano. Nel marxismo, il comunismo era qualcosa di insito
nello sviluppo dei rapporti sociali del modo di produzione capitalistico.
Ho già detto che non si trattava di un prodotto spontaneo di tale
sviluppo, che la rivoluzione era considerata necessaria, soprattutto però
per spezzare la macchina statale borghese che avrebbe ancora difeso il
potere dei proprietari-rentier. Resta comunque il fatto che la rivoluzione
era pensata dai comunisti e marxisti nei termini dell’espressione
di Marx: “la levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere della
società capitalistica”.
Lo sviluppo del capitalismo non è andato affatto nella direzione
prevista da Marx e mai ridiscussa, nei suoi principi teorici di fondo,
da nessun marxista, nemmeno da Lenin, che si pensava addirittura ortodosso
rispetto al revisionista Kautsky, mentre era esattamente il contrario:
il secondo di una stretta e soffocante ortodossia, il primo revisionista
nella pratica rivoluzionaria ma senza condurre quest’ultima a consapevolezza
teorica. Inoltre, sospetto che vi sia stato quel passaggio storico, cui
ho accennato, dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale,
che non abbiamo colto per nulla, e la cui non comprensione ci danneggia
gravemente e ci costringe ad inventarci sempre nuovi soggetti rivoluzionari
ogni qualche anno; con delusioni sempre ripetute e con il progressivo
sprofondare nel ridicolo. Il problema relativo a simili soggetti –
personalmente penso che non ce ne sia nessuno oggettivamente deputato
ad assolvere una “missione storica”, ormai soltanto immaginata
per eccesso di desiderio – è perciò quanto meno aperto
alla discussione per il futuro di un comunismo, che sappia infine ricollocarsi
nella scia della storia della società moderna, senza fantasie perniciose.
Ho le mie “sensazioni” – ad es. che il comunismo sia
assimilabile, nella sua probabilità, alla generazione della vita
secondo le ipotesi di Jacques Monod – ma si tratta di mie sensazioni,
non più che questo. Sono comunque fermamente contrario a quei credenti
che vorrebbero imporre agli altri la loro fede, sostenendo che è
suffragata dalla scienza e dalle presunte leggi del materialismo storico.
Di questi penso tutto il male possibile in termini di buona fede e/o di
buon senso.
Sono tuttavia convinto che secondo Marx e il migliore marxismo –
non certo quello, ad es., dei “sessantottini”; né quello
sindacale, ecc. – il comunismo volesse e dovesse esaltare l’individualità,
non avvilirla né soffocarla. Non si predicava un egualitarismo
grigio, conformistico, piatto, buono per portare in primo piano i mediocri,
privi di ogni idea propria, annientando invece le qualità di spicco,
come purtroppo accadde nel “socialismo reale” (e nei partiti
comunisti “ufficiali”). A ciascuno secondo il suo lavoro non
significava, per Marx, far soltanto riferimento alla quantità,
al tempo di lavoro, ma anche alla sua creatività e originalità.
Altrimenti non nasce mai il nuovo, tutto continua in una routine mortificante
e che, alla fine, provocherà la rivolta contro “l’uomo
medio”, quello di cui vorrei ci si ricordasse sempre la definizione
datane da Pasolini, tramite il personaggio del regista interpretato da
Orson Welles, nel suo forse più bel gioiello cinematografico: La
ricotta da Rogopag (chi non lo ricorda, si rinfreschi la memoria).
Nemmeno però si può accettare il tipo di competitività
che regna nella nostra società, nel capitalismo borghese e ancor
più in quello dei funzionari del capitale: una lotta fondata sulla
sopraffazione, la coercizione, l’inganno, la menzogna, l’ipocrisia,
il raggiro, e chi più ne ha più ne metta; e molto spesso,
ovviamente, sull’uccisione (di massa), le guerre e distruzioni immani,
le torture, ecc. Ribadisco quanto detto con riferimento alla società
dei funzionari del capitale: il carattere “essenziale” delle
funzioni dei dominanti (capitalisti) non è la proprietà
(privata) dei mezzi produttivi, che è semmai scudo protettivo nella
conduzione delle strategie di lotta per la supremazia (nelle varie sfere
sociali) tra le diverse frazioni di questi dominanti. Tuttavia, non è
facile scindere la proprietà in questione dall’esercizio
delle funzioni del conflitto strategico comportanti gli effetti deleteri
appena considerati. E nemmeno è facile scindere la produzione di
merci dall’autonomizzazione di una sfera finanziaria e del controllo
del denaro; con tutto quello che ne consegue in termini di direzioni di
impiego dei mezzi finanziari ai fini della lotta per il dominio (o, se
piace di più, l’egemonia).
D’altra parte, se ci si adegua alle “selvagge” abitudini
contratte dall’umanità in millenni di storia per salvaguardare
la pura e semplice “libertà” individuale (quale libertà?
Ma mi faccia il piacere!, per dirla alla Totò), allora è
meglio che andiamo a pescare, ci dedichiamo ai viaggi nei paesi “esotici”,
o più spartanamente giochiamo a carte in osteria. Comunque, tronchiamo
qui; tanto da discutere ce ne sarà sempre. Però, per favore,
non facciamo in questa particolare fase storica fughe in avanti; non discutiamo
ossessivamente della “libertà” – e soprattutto
di quest’ultima in quanto legata alla proprietà e alla produzione
di merci – o magari della “costruzione del socialismo”
secondo nuove modalità (escogitate solo a tavolino, data la situazione
delle forze che desidererebbero una trasformazione rivoluzionaria); tutto
questo nel mentre continua il predominio (o egemonia) mondiale degli USA,
e la contestazione d’esso è ostacolata da mille compromessi,
da indecisioni e debolezze altrui. Detto brutalmente: se gli USA attaccassero
l’Iran, stiamo a discutere sulle libertà individuali in quel
paese, sulle “donne con il velo”, e via dicendo? E del decuplicarsi
voluto dalla Rice dei fondi indirizzati alla propaganda in Iran, per sollecitare
i settori giovanili e “democratici” a ribellarsi e rovesciare
l’attuale potere, che cosa diciamo? Stiamo dalla parte della “libertà”
e della “democrazia”?
febbraio 2006
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