GIOVEDÌ, 28 SETTEMBRE 2006 "IL GIOCO DEGLI
SPECCHI" Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione(di
Gianfranco La Grassa)
E' finalmente uscito il nuovo saggio di Gianfranco
La Grassa ("Il gioco degli specchi. Destra e sinistra: due facce
di una politica in decomposizione"), edito dalla casa editrice
Ermes di Potenza (www.EditricErmes.it). Per richiedere il testo potete
contattare direttamente la casa editrice attraverso il suo sito, oppure
po-tete inviare una mail a www.ripensaremarx.splinder.com
IL GIOCO DEGLI SPECCHI Destra e sinistra: due facce
di una politica in decomposizione
PRESENTAZIONE
Il gioco degli specchi è quello di raggruppamenti politici che
si presentano sulla "scena" recitando due parti in una infinita
commedia degli equivoci e, soprattutto, degli inganni a danno dei popoli.
A-vrei anche potuto parlare di "due facce della stessa medaglia",
poiché destra e sinistra, in questa ormai irritante farsa delle
elezioni "democratiche", sono due aspetti - in opposizione
e sostegno reciproco, antitetico-polare (secondo la nota espressione
di Lukàcs) - di un unico processo di grave involuzione e disfacimento
della politica in Europa, un'area che fu centrale nella storia mondiale
ed è oggi in rovino-sa decadenza. In tale scenario di povertà
(non certo materiale) e di degrado culturale, l'Italia occupa un posto
del tutto speciale; i suoi difetti sono quelli in gran parte comuni
a tutti i paesi europei, ma e-saltati all'ennesima potenza. La nostra
destra e la nostra sinistra sono a dir poco orripilanti; intollera-bile
è il loro gioco di finta alternativa, la loro totale mancanza
di idee e di visione minimamente strate-gica in un mondo costellato
da contrasti in fase di continuo allargamento e inasprimento. Questo
libro ha voluto dare un'idea, purtroppo ancora sommaria, del quadro
or ora delineato. Es-so è stato scritto utilizzando un intreccio
di argomentazioni disposte su vari livelli. Vi sono rapidi, ma spero
chiari, accenni alla griglia teorica su cui mi sono basato per interpretare
quello che ho chiamato "gioco degli specchi". Vi è
poi quella che definirei analisi di fase (o d'epoca) che non ha un orizzonte
temporale nettamente delimitato; si può andare dai 5-10 anni
ai due-tre decenni al massimo. Ovvia-mente, le considerazioni e previsioni
formulate per un periodo così lungo (pur se breve secondo i tempi
della storia) sono di larghissima massima e mettono in conto ampi margini
di errore; e tuttavia ritengo utile, anzi indispensabile, schizzare
un quadro economico e politico di questo tipo, perché non si
deve procedere nella vita sociale avendo in mente soltanto il presente,
l'attimo fuggente. Infine, ho voluto condire i miei ragionamenti con
riferimenti al momento veramente attuale, a fatti contingenti, alcuni
dei quali però influenzeranno anche il non immediato futuro.
[1][1] Ed è su quest'ultimo punto che avverto il lettore di stare
molto attento, poiché gli avvenimenti an-cora in corso di svolgimento
mutano di continuo, e possono quindi verificarsi discrepanze tra ciò
che rilevo oggi e ciò che sussisterà al momento della
pubblicazione del libro. Per tali motivi, avendo termi-nato di scriverlo
a fine luglio, ho poi aggiunto un breve aggiornamento riguardante alcuni
importanti avvenimenti verificatisi in agosto. Altri ce ne saranno via
via, ma non posso seguirli dopo la data di consegna del mio scritto
alle stampe. In ogni caso, quanto esposto nel libro circa la mancanza
di idee e di strategia delle nostre meschine forze politiche si adatta
bene ai fatti nuovi indicati nell'aggiornamento; e ad altri che si stanno
verifi-cando giorno dopo giorno. In fondo, questo scritto è un
inizio; vuol favorire la discussione tra quei gruppi di individui, sia
pure ancor poco numerosi e scollegati fra loro, che hanno intenzione
di rompe-re definitivamente, e senza ambiguità, sia con la destra
che con la sinistra italiane nella loro configura-zione attuale. La
strada sembra lunga, ma la scommessa è che certi processi siano
in via di accelera-zione ed esista perciò qualche speranza che
l'Italia, assieme ad alcuni altri paesi europei, conosca, non certo
in tempi immediati, rivolgimenti rilevanti in grado di ripulirla dell'attuale
cancro rappresentato dalle forze politiche (con dietro precisi gruppi
finanziari e industriali) che imperversano nel paese si-milmente ad
una invasione di cavallette. Questa la speranza, questo l'intendimento
del libro, piuttosto diverso dai miei soliti, che sono pre-valentemente
di teoria. Credo sia venuto il momento di rivolgere l'attenzione anche
a qualcosa di me-no teorico - pur se la teoria mi fa da guida nella
"visione" delle tendenze dell'epoca - perché la situa-zione
è veramente in forte degrado, in scollamento. Non ci sono "grandi
crisi" all'orizzonte - almeno così mi sembra - ma i progressi
striscianti di una malattia lunga e spossante provocano egualmente una
disgregazione sociale che si avvertirà sempre più, e giungerà
ai limiti della tollerabilità da parte di una maggioranza della
popolazione che, pur non dando ancora segni di aperto "nervosismo",
forse comincia già a non poterne più dell'odierno ceto
politico; quest'ultimo ha però dietro di sé lobbies di
potere più nascoste e devastanti, delle cui manovre la "gente"
è poco consapevole. Si deve contare su una non lontanissima presa
di coscienza; non però di chi insiste ancora a dar credito a
questi ominicchi (o forse meglio, quaquaraqua) che ci s-governano, ma
di quelli che un tempo venivano indicati come qualunquisti. Occorre
una nuova linfa, non intorbidata dalle passate e consunte ideologie,
che sappia imboccare la strada per nuove prospettive e coltivare nuovi
valori.
Conegliano, fine luglio 2006
IL GIOCO DEGLI SPECCHI (di GIANFRANCO LA GRASSA)
Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione
INDICE
Presentazione
Capitolo primo. Neoliberismo e "neokeynesismo": alternativa
paralizzante
Capitolo secondo. Pochezza politica e culturale di destra e sinistra
Capitolo terzo. Un intermezzo necessario
Capitolo quarto. Torniamo alla presente fase
Capitolo quinto. Europa e Italia nelle strategie statunitensi per l'egemonia
Capitolo sesto. E il ruolo dell'Italia?
Capitolo settimo. Passiamo oltre e torniamo al più generale
Capitolo ottavo. La politica al posto di comando laddove si voglia emergere
Capitolo nono. Un sommario quadro economico-sociale e i limiti dell'odierna
"democrazia"
Capitolo decimo. Per superare la debolezza economica e la miseria politica
italiane
Capitolo undicesimo. I dominati nella struttura sociale dei capitalismi
avanzati
Capitolo dodicesimo. Le possibilità del nuovo nei capitalismi
avanzati
Capitolo tredicesimo. E in Italia quali prospettive?
Conclusioni aperte al futuro. Per una nuova forza politica e il mutamento
sociale
Breve aggiornamento
IL GIOCO DEGLI SPECCHI. Destra e sinistra: due facce
di una politica in decomposizione.
Recensione al nuovo saggio di G. La Grassa (di Gianni Petrosillo).
Gianfranco La Grassa, economista già docente delle Università
di Pisa e Venezia ed allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettelheim,
ha ultimamente pubblicato, con la casa editrice Ermes di Potenza, un
interessante saggio dal titolo "Il gioco degli specchi. Destra
e Sinistra: due facce di una politica in de-composizione". Il titolo
dell'opera è gia abbondantemente esplicativo del giudizio che
attraversa il pamphlet circa i due schieramenti politici italiani che,
nell'epoca dell'alternanza, si danno il cambio alla guida politica del
paese. In realtà questa valutazione negativa è largamente
suffragata dall'analisi dell'attualità politica e dalla numerosità
dei fatti storici, sia di epoca che di fase , portati a supporto delle
proprie tesi dall'autore, col fine esplicito di dimostrare il livello
di mistificazione (una vera e pro-pria messa in scena) al quale è
giunto lo scontro politico tra il Polo delle Libertà e l'Unione
di Centro-Sinistra. La Grassa definisce antitetico-polari (secondo la
felice espressione utilizzata da Georgy Lu-caks in un diverso contesto
filosofico) le forze politiche italiane che, nelle finte azzuffate quotidiane,
sono ridotte a esecutrici non recalcitranti delle direttive provenienti
dagli agenti strategici finanziari e industriali (sia italiani ma soprattutto
americani), i quali stanno trascinando l'Italia in una grave de-cadenza
economica, culturale ed ovviamente politica, con grave perdita di autonomia
del nostro paese rispetto agli USA. Questo scritto, benché si
limiti ad affrontare argomenti di interesse attuale, rivelandosi perciò
di facile lettura ed aperto al più vasto pubblico, ha alle spalle
un impianto teorico ben rodato, che partendo da un'interpretazione rigorosa
del pensiero marxiano (da non confondere con il pensiero marxista, quello
degli epigoni per intenderci, del quale La Grassa dà una valutazione
tutt'altro che positiva) va oltre le classiche categorie del pensatore
di Treviri per cogliere i mutamenti avvenuti nella formazione econo-mico-sociale
capitalistica, soprattutto nel fondamentale passaggio dal capitalismo
borghese a quello dei funzionari(privati) del capitale. Sintetizzando,
si potrebbe dire che La Grassa va con Marx oltre Marx, attraverso il
tempo e le modifi-cazioni che necessariamente si producono nelle società
umane e che, a loro volta, impongono una rivi-sitazione costante dell'impianto
teorico col quale si tenta di agganciare la direzionalità del
reale. Il nucleo logico delle teorizzazioni di La Grassa si concentra
proprio sull'importanza del conflitto tra agenti(strategici) dominanti
che nel capitalismo penetra nella sfera economica (come non era mai
ac-caduto in altre epoche dell'umanità), e che ha determinato
una maggiore dinamicità del sistema rispet-to alle tendenze al
ristagno caratterizzanti altri modi di produzione ad esso pre-figurantesi
come anti-tetici, vedi il socialismo pianificato dell'ex URSS . E' chiaro
che l'individuazione di tale paradigma, nell'ambito della speculazione
teorica lagrassiana, illumina di una nuova luce le categorie più
pregnanti del pensiero di Marx quali, solo per citarne alcu-ne, la teoria
del valore-lavoro che, secondo l'autore, è rimasta a lungo schiacciata
su meri parametri quantitativi legati al sistema generale dei prezzi,
il concetto di modo di produzione capitalistico inglo-bante i rapporti
di produzione e le forze produttive, nell'ambito del quale non si è
mai realizzata la profetica alleanza tra forze intellettuali ed esecutive
del lavoro(il cosiddetto General Intellect) "dall'ingegnere all'ultimo
manovale", che avrebbe dovuto spazzare via il capitalismo. Ancora,
le riflessioni intorno all'involucro giuridico che ricopre la proprietà
dei mezzi di produzione che diviene, per l'economista Veneto, aspetto
secondario rispetto al reale potere di disposizione sugli stessi. Quindi,
per La Grassa, né più Padroni (con la P maiuscola), né
Classe Operaia (con doppia maiuscola) e nemmeno, conseguentemente, uno
scontro frontale Capitale/Lavoro (che pure esiste ma non è determinante
per cogliere la tendenza di fondo e la dialettica intrinseca del Capitalismo,
la co-siddetta determinazione di ultima istanza). In realtà,
la spinta propulsiva del capitalismo, che non è affatto limite
a sé stesso, e l'incessante sviluppo delle forze produttive,
sono frutto della lotta tra agenti strategici dominanti svolgentesi
nelle varie sfere sociali (economia, cultura, politica), tesa alla pre-dominanza
su altri agenti decisori, al fine dell'egemonia e del consolidamento
delle posizioni di premi-nenza via via acquisite. E' questa la griglia
teorica che permette a La Grassa di descrivere "tridimensionalmente"
la realtà sociale di oggi, una realtà ingannevole e sfilacciata
che non mostra mai tutta la verità sugli eventi che la dispiegano,
se non attraverso una sintomatologia "a spizzico" che permette
comunque di fare delle ipotesi interpretative (per quanto provvisorie).
Come diceva Hegel, quello che si crede noto è sempre il meno
conosciuto. La Grassa avverte di diffidare dai proclami liberisti di
molta parte del "clero" giornalistico, finanzia-rio o industriale,
perché proprio dietro le immutabili leggi dell'economia si celano
scelte politiche ben precise. Di fatti, a seconda delle convenienze
e delle contingenze, si può essere più o meno protezionisti
o più o meno liberoscambisti. Un esempio per tutti, chi si ricorda
degli alti lai che si sono levati nella torbida vicenda dei cosiddetti
"furbetti del quartierino" che hanno coinvolto anche l'ex
governatore della Banca d'Italia Fazio? L'accusa principale che fu mossa
all'ex governatore, fu quella di aver fa-vorito due banche italiane
quali BPI, nel tentativo di scalata ad AntonVeneta, e l'Unipol, nella
scalata a BNL. Si disse che era stato un attentato alle leggi del mercato.
Oggi, invece, tutti plaudono all'accordo Intesa-San Paolo che ha fatto
fuori gli stranieri del Santander e del Crédit Agricole senza
troppe remore. In questo caso il mercato non conta perché l'affare
lo hanno fatto "i furboni del quar-tierone", amici di questo
governo di centro-sinistra (cioè il prodiano cattolico Bazoli
e l'ex democri-stiano Salza). Nemmeno a destra si sono scomodati nelle
critiche visto che il progetto ha avuto la bene-dizione del governatore
della Banca D'Italia Draghi (l'uomo della Goldman Sachs in Italia) e
di certa finanza americana. E la logica del profitto dove va a finire
in questi casi? Nelle lunghe lezioni di economia all'università
non ci avevano insegnato che si vende sempre al miglior offerente? In
realtà, sostiene La Grassa, il profitto è uno strumento
dalla natura "variabile" che serve ai dominanti per "finanziare"
le proprie strategie di potere, dominare l'avversario e incrementare
la propria egemonia nei vari settori sociali. Ecco svelate le micragnose
considerazioni economiche legate al "profitto" dei capitalisti
che sono una foglia di fico per nascondere l'impostazione strategica
degli agenti capitalistici dominanti; il profitto, per quest'ultimi,
è solo un mezzo per approntare più efficaci ed aggressive
strategie di dominio sociale. Il saggio svelerà retroscena inquietanti
della politica italiana, mettendo in evidenza la stretta dipen-denza
di quest'ultima dagli Usa e dal complesso finanziario-industriale italiano
(a sua volta succube della finanza targata USA) che tira i fili dei
due schieramenti falsamente "polarizzati" lungo scelte po-litiche
che hanno una stessa "natura" capitalistica. Crediamo che,
a questo punto, il lettore attento sia stato abbastanza stimolato.
n credo affatto si tratti solo di un problema mio personale
– non posso che agire sul crinale di due versanti: quello del
futuro, che sono convinto si manifesterà infine ma con connotati
non certo profetizzabili; quello del passato che trasmette comunque
una ricca messe di insegnamenti (pratici e teorici) da utilizzare al
meglio, onde non si interrompa completamente la memoria storica indispensabile
anche nei periodi nuovi.
Ci saranno come sempre gli avanguardisti, quelli che riscoprono l’acqua
calda pur denominandola diversamente, quelli che credono sempre che
la storia ricominci con loro (e da loro), che ignorano totalmente il
passato, e che alla fine si disperdono e dissolvono proprio perché
privi di spessore e basamento, non senza aver provocato i loro bei guai.
Ci saranno poi quelli che trasmetteranno la memoria del passato, ma
con la coscienza che di passato si tratta, che come tale va pensato
e analizzato, discusso, sviscerato, tentando di recuperare quanto più
materiale è possibile per eventuali, e ancora non note né
ipotizzabili, costruzioni future; saranno certo poi coloro che si appresteranno
alla nuova edificazione a scegliere quali materiali trasmessi sono i
migliori per ottenere una “abitazione” confortevole e con
le porte aperte ai nuovi tempi che andranno irrompendo.
4. Riconsideriamo il modo di produzione (capitalistico)
Dunque, riformulazione del vecchio concetto di modo di produzione,
innanzitutto, al fine di non disperdere un’eredità che
probabilmente (non sicuramente, cerchiamo di essere sobri e ragionevoli)
sarà utile alle costruzioni teoriche e alle pratiche rivoluzionarie
del futuro. Se qualcuno vorrà utilizzare ancora tale concetto,
dovrà tuttavia essere reso consapevole e facilitato nella presa
d’atto che i rivoluzionari della “vecchia” scuola
(cioè noi) avevano ben compreso il fallimento di un’intera
epoca di tentativi di trasformazione radicale del capitalismo in una
veramente diversa formazione sociale. Dimostrare che si è coscienti
di un simile colossale fallimento lo si può intanto sul piano
del mutamento teorico; un mutamento deciso, effettivamente di notevole
portata, che può certo essere accompagnato dal malinconico struggimento
per ciò che si è perso, senza però farsi paralizzare
da tale comprensibile sentimento.
La prima mossa necessaria è riconoscere infine, senza più
tergiversare, che all’interno della dinamica capitalistica non
si è formato, né si va formando, alcun soggetto portatore
oggettivo della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, con transizione
verso il comunismo. Non vi è motivo di buttare a mare l’analisi
marxiana della creazione del plusprodotto nella sua forma di valore,
in quanto risultato di uno storicamente specifico meccanismo riproduttivo
(dei rapporti sociali capitalistici). Il plusprodotto è sempre
indispensabile alle classi dominanti, di tutte le formazioni sociali,
per esercitare appunto la loro più pervasiva egemonia. Tuttavia,
l’errore di tanti marxisti è stato quello di passare da
questa giusta premessa a conclusioni del tutto semplicistiche ed errate.
In particolare due: a) che chi controlla e utilizza il plusprodotto
esercita ipso facto il dominio; b) che i produttori del plusprodotto
hanno una funzione speciale (e decisiva) nel provocare la trasformazione
da una vecchia ad una nuova formazione sociale.
Per quanto concerne la prima conclusione, è ormai del tutto ovvia
la differenza tra dominio ed egemonia, tra possibilità dei dominanti,
anche per lunghi periodi di tempo, di mantenersi a spese del plusprodotto
dei dominati e vera capacità di espandere e riprodurre su basi
allargate il proprio dominio e il proprio mantenimento. Per conseguire
quest’ultimo risultato, non è affatto sufficiente l’ottenimento
del plusprodotto, è invece necessario il suo impiego al fine
di riprodurre condizioni che in un certo senso “legittimino”
le pretese di dominio garantendo lo sviluppo e l’ammodernamento
di quella data formazione sociale; condizioni che sono certo anche economico-produttive
– assai importanti in specie nella società di tipo capitalistico
– ma senza trascurare la rilevanza di quelle politiche e ideologico-culturali.
Tale “legittimazione” implica sempre, e si conquista tramite,
l’aspro conflitto interdominanti.
Se si considera in particolare il capitalismo, il conflitto in questione
ha immediata rilevanza proprio nella sfera economica; ed è qui
che esso si presenta come concorrenza mercantile e il plusprodotto appare
perciò nella forma del valore, venendo ad esistenza nell’ambito
di una sostanziale equivalenza nello scambio di merci, ivi compresa
la merce forza-lavoro, con conseguente occultamento del problema dello
sfruttamento. Tuttavia, è impossibile dimenticare l’aspetto
politico e culturale della “legittimazione” di cui sopra.
Vorrei però che su tale questione ci fosse il massimo di chiarezza.
I punti nodali sono due ed entrambi vanno sottolineati e tenuti nella
massima considerazione.
Innanzitutto, la produzione resta la “base” della vita sociale,
e la sfera economica ha quindi la massima importanza; quando, nella
transizione al capitalismo, il conflitto penetra e si acutizza in tale
sfera e si estrinseca nella formazione del mercato, è impossibile
prescindere da tale suo aspetto, assolutamente ineliminabile finché
durerà questo tipo di società. Nessuna egemonia della
classe dominante capitalistica è possibile se non viene risolto
il problema della riproduzione sociale mantenendo in piedi tale ambito
del conflitto, che sempre la scoordina e squilibra tramite continue
innovazioni, vero elemento dinamico e propulsivo dell’insieme
sociale. E tuttavia, in secondo luogo, il dinamismo, che squassa e sconvolge
gli assetti già costituiti tramite crisi economiche e ancor più
sociali, deve essere sia alimentato, e nel contempo controllato, in
date congiunture, sia riportato a nuovi equilibri in congiunture successive,
tramite l’azione di agenti politici e culturali. Con analogia
di larga massima, il conflitto nella produzione è il cervello,
con i suoi processi fisico-chimici e in specie fisiologici, mentre la
politica e la cultura sono la mente che “scopre” nuovi assetti
(idee) e controlla e incanala i suddetti processi nel loro tumultuoso
emergere al livello del pensiero.
5. Il presunto soggetto della transizione dal capitalismo al comunismo
E’ tuttavia la seconda conclusione tratta dal marxismo –
quella sub b) – ad essere stata la più gravemente errata,
tanto da portare a continui fallimenti, pur dopo iniziali successi,
la politica rivoluzionaria dei comunisti per oltre un secolo fino al
suo impantanamento definitivo. Ci si è intestarditi sull’oggettiva,
necessaria, ineluttabile, funzione rivoluzionaria della classe operaia
(o comunque dei lavoratori salariati) in base ad un presunto in sé
rappresentato dalla sua funzione di produttrice del plusvalore (forma
storicamente peculiare del più generale plusprodotto). E quando
è apparsa in tutta la sua gravità la non rivoluzionarietà
di tale classe nelle società a modo di produzione capitalistico
maggiormente sviluppato, non si è trovato di meglio che trasferire
lo stesso impianto teorico a livello mondiale, collocando tali società
nella posizione del vecchio soggetto “classe proprietaria capitalistica”
e considerando le società a basso, quasi inesistente, grado di
sviluppo del modo di produzione in oggetto come il sostituto della classe
operaia o proletariato. Si è continuato così a perpetrare
l’errore e forse, perfino, lo si è aggravato.
Marx è fino ad un certo punto responsabile di tale errore di
prospettiva. Egli non aveva posto nella classe lavoratrice l’oggettiva
funzione rivoluzionaria solo in base alla sua posizione di produttrice
di plusvalore (plusprodotto). Solo chi ha pensato in modo così
profondamente sbagliato e rozzo poteva poi credere di poter sostituire
le masse diseredate del terzo mondo alla classe operaia “occidentale”.
Marx non era così semplicistico e schematico. E soprattutto guardava
non alla semplice economia – di cui l’estrazione di plusvalore
fa parte a pieno titolo – bensì ai rapporti sociali. Ebbene,
è nella dinamica di questi che Marx pensava di aver individuato
il concreto processo storico capace di far transitare al socialismo
e comunismo. Per quale motivo ciò che Marx negava apertamente
a tutte le classi dominate dei vecchi modi di produzione (schiavismo,
feudalesimo, ecc.), cioè la loro funzione rivoluzionaria aperta
alla nuova formazione sociale del futuro, egli lo attribuì invece
alla classe lavoratrice salariata? Questa è la domanda da porsi
correttamente e a cui rispondere correttamente.
Gli schiavi e i servi della gleba non erano affatto coinvolti in un
processo che li portasse ad una sintesi sociale, ad una fusione, o almeno
riavvicinamento, delle funzioni che avevano nella società; un
riavvicinamento però che comportasse pure l’emergere –
e la visibilità, sia pure in “controluce” –
di un accorpamento, un coordinamento, a livello collettivo di tali funzioni
tale da raffigurare in sé la formazione di un nuovo modo sociale
di produrre di cui essi potessero essere gli artefici e i dirigenti.
Questo invece sarebbe avvenuto, secondo Marx, proprio con riguardo alla
classe lavoratrice salariata nella società capitalistica. Tutto
parte dal fatto che la classe dominante, in tale società, sviluppa
pienamente il conflitto nell’ambito della sfera economica. Questo
comporta non semplicemente un enorme dinamismo con rapido sviluppo delle
forze produttive (con effetti cui accenneremo più sotto), bensì
soprattutto un accentuato processo di centralizzazione dei capitali,
che favorirebbe, in un primo tempo, l’ulteriore sviluppo delle
forze produttive – poiché provocherebbe l’ingrandimento
delle fabbriche con sostituzione di nuove macchine sempre più
potenti (e incorporanti un progresso scientifico accelerato) alle vecchie
– ma avrebbe pure effetti decisivi sulla struttura sociale.
Da una parte, un numero sempre più ristretto di grandi capitalisti,
dall’altra una massa crescente di lavoratori salariati. Il problema
non è però nell’accentuarsi del divario per ciò
che concerne sia la proprietà e la ricchezza degli individui,
sia il numero dei capitalisti in rapporto a quello dei lavoratori. La
quantità non si tramuta immediatamente in qualità. Il
fatto è che la proprietà sempre più accentrata
sarebbe divenuta una pura proprietà finanziaria, proprietà
di quote azionarie delle società in possesso di fabbriche di
dimensioni crescenti. Entro queste ultime si sarebbe venuto formando
un corpo lavorativo, gerarchicamente stratificato (dagli alti dirigenti
ai più bassi gradini del lavoro esecutivo), e tuttavia sempre
più coeso nella visione di una funzione direttamente produttiva,
subordinata però al comando di capitalisti estranei ad essa e
in grado di appropriarsi dei frutti della sua attività in quanto
semplici rentier. Questo corpo lavorativo avrebbe appunto mostrato,
nella struttura dei rapporti che legavano i suoi vari strati, l’intelaiatura
di una nuova forma societaria, in cui chi effettivamente produceva avrebbe
anche avuto il controllo e la direzione dei processi produttivi.
Certamente, all’inizio (dopo una rivoluzione contro i proprietari),
alcuni avrebbero diretto e altri ancora soltanto eseguito; e ad ognuno
il prodotto sarebbe toccato solo in relazione al proprio lavoro, il
che – nella concezione di Marx, a differenza di quanto successe
poi nella costruzione del socialismo in URSS e dintorni – significava
soprattutto qualità (complessità) del lavoro e non la
sua semplice quantità. Tuttavia, si sarebbe trattato soltanto
della fase di transizione al comunismo, una società, quest’ultima,
in cui sarebbero sussistite ancora differenze, ma non più nel
livello del sapere produttivo né nella posizione gerarchica all’interno
delle fabbriche. In ogni caso, mi preme soprattutto porre in evidenza
che i lavoratori salariati, secondo l’impostazione teorica di
Marx, sarebbero già stati, in nuce, una nuova forma di società,
una forma avviata verso il comunismo. Non era il fatto di produrre il
plusprodotto (in forma di valore) ad assegnare alla massa dei lavoratori
salariati la funzione di soggetto portatore della transizione ad una
nuova società. Produrre il plusprodotto, in sé, è
solo una condanna; e non tanto per quanto riguarda i livelli (miserabili)
di vita (simile concezione è di una sconfortante banalità),
ma soprattutto per i livelli culturali, di potere politico e anche,
nel capitalismo, di sapere produttivo (che in tutte le società
precapitalistiche è caratterizzato da progressi lentissimi).
In questo senso, allora, il comunismo sarebbe in gestazione entro “il
ventre” della società capitalistica; e la rivoluzione proletaria
(della massa dei salariati, dell’intero corpo lavorativo) sarebbe
la “levatrice di un parto ormai maturo”. Per questo il comunismo
è pensato quale sbocco di un movimento necessitato che “abolisce
lo stato di cose presente”. E oltre a questo, lo sviluppo delle
forze produttive provocato dal capitalismo (nella sua fase ascendente,
quella in cui i capitalisti dirigono ancora i processi produttivi in
virtù della loro condizione di proprietari) avrebbe infine consentito
anche la fine della scarsità e la possibilità concreta
di passare alla fase in cui ad ognuno sarebbe stato dato secondo i suoi
bisogni.
6. Il soggetto della rivoluzione non è creato dalla dinamica
capitalistica
A quasi un secolo e mezzo dall’analisi di Marx, molti punti della
stessa mostrano ancora una freschezza invidiabile. Tuttavia, per quanto
riguarda la rivoluzione proletaria e il suo soggetto (o i suoi soggetti),
nulla è andato come previsto da questo geniale pensatore. In
senso proprio, non credo si debba dire che la storia ha falsificato
la sua teoria, applicando criteri popperiani di invalidazione delle
ipotesi scientifiche che mi sembrano assai poco utilizzabili in questo
contesto. Tuttavia, una persona sensata non può non porsi il
problema se Marx avesse individuato esattamente le dinamiche interne
alla formazione sociale innervata dal modo di produzione capitalistico;
anzi, con domanda ancor più radicale, bisogna chiedersi se egli
avesse colto veramente le caratteristiche più decisive e “profonde”
di tale tipo di società. In tutta franchezza, mi sento di rispondere
oggi negativamente.
Per Marx – e il marxismo è stato ancora più schematico
al riguardo – la proprietà (privata) dei mezzi di produzione
è il perno attorno a cui ruota l’intero sistema dei rapporti
sociali capitalistici. Tale proprietà da una parte, e la libera
disponibilità di forza lavoro espropriata dei suddetti mezzi
dall’altra, caratterizzano, secondo Marx e il marxismo, la relazione
fondamentale che struttura il capitalismo; detta relazione dà
ragione dell’appropriazione del plusprodotto in forma di valore,
rispettando nel contempo, nel livello superficiale delle relazioni mercantili,
il principio dello scambio secondo criteri, almeno mediamente, di equivalenza.
In realtà, la proprietà è solo lo scudo protettivo
del predominio degli agenti capitalistici nella sfera economico-produttiva.
Intendiamoci bene: la cosiddetta rivoluzione manageriale si è
dimostrata assai meno epocale e definitiva di quanto pensato da un Burnham.
Ci sono stati periodi – e particolari formazioni sociali come
quella statunitense – in cui tale rivoluzione sembrava ormai un
fatto compiuto; ma, in definitiva, la proprietà resta lo scudo
protettivo d’ultima istanza. E tenuto conto che, data la forma
capitalistica della produzione, la ricchezza prodotta si duplica in
reale e monetaria, la proprietà finanziaria – non solo
monetaria, ma anche di titoli azionari smerciabili come qualsiasi altro
bene – è elemento decisivo di consolidamento e difesa del
dominio degli agenti capitalistici. E’ però ovvio che,
se si resta al livello del puro fatto proprietario, si notano soprattutto
gli incessanti, e senza termine ultimo, processi di centralizzazione
dei capitali (cioè della proprietà azionaria) legati specialmente
alla costituzione di catene di possesso (holding), ecc.
Marx non ha mai immaginato sbocchi ultraimperialistici della centralizzazione
proprietaria, non ha mai teorizzato un vero e proprio capitalismo di
Stato, e nemmeno la costituzione di un organismo finanziario (banca)
completamente accentrato e accentratore. Per lui, il cosiddetto feticismo
delle merci non significava solo subordinazione – in una particolare
fase del capitalismo, quella della libera concorrenza – di ogni
“produttore” capitalistico (impresa) a “cieche”
leggi mercantili. Il capitalismo, proprio nella sua essenza di modo
sociale di produzione, si costituisce attraverso una fase di transizione,
durante la quale il conflitto intradominanti si estende dalle sfere
politica e ideologico-culturale, in cui sussisteva nelle varie formazioni
precapitalistiche, alla sfera economico-produttiva dove diventa sempre
più virulento; e tanto più si accentua quando si passa
dalla situazione della libera concorrenza tra una miriade di piccolo-medie
imprese a quella dello scontro, con temporanei accordi, tra imprese
giganti oligopolistiche. Tale tipologia del conflitto spezza, frantuma
la produzione in tante unità separate e relativamente autonome,
i cui lavori si socializzano solo indirettamente, dopo essersi “incorporati”
in quei beni definiti merci, andando a costituire, in definitiva, il
valore di queste ultime.
Marx non teorizza alcuna mano invisibile, sia pure con connotati negativi
invece che positivi così come considerato da Adam Smith. Che
si tratti di libera concorrenza o di forme di mercato mono(oligo)polistiche,
per Marx non cambia il dato di fatto decisivo: il capitalismo vive solo
nella competizione, e non può vivere senza di essa. Il feticismo
implica che il “produttore” (capitalistico, cioè
l’impresa) guarda solo al mercato e alla competizione nel suo
ambito. In certe fasi, quando la produzione di ogni dato bene è
affidata a un numero indefinito di tali “produttori”, le
relazioni interconflittuali sono troppo complesse e non conoscibili
da nessuno in particolare; in altri casi (forme mercantili non concorrenziali
e oligopolistiche) sono invece assai più semplici e leggibili;
sempre, tuttavia, si deve passare per il conflitto e la sconfitta dei
concorrenti: mors tua vita mea.
E’ ovvio però che, se si pensa in termini di proprietà,
se cioè i rapporti di produzione diventano praticamente sinonimo
di rapporti di proprietà, è facile concludere che, in
presenza della centralizzazione dei capitali, vadano indebolendosi i
motivi del conflitto e rafforzandosi quelli di un accordo tra l’ormai
esiguo numero di capitalisti sfruttatori. I rapporti capitalistici di
produzione diventano un involucro superficiale (proprietà meramente
azionaria di tipo prettamente finanziario) che frena lo sviluppo delle
forze produttive – prima invece favorito dal conflitto –
indebolendo quindi la legittimazione dei dominanti capitalistici, che
traevano quest’ultima dalla loro capacità di accrescere
i livelli di vita sociali. Verrebbe allora sempre più in evidenza
la cooperazione nell’ambito dell’intero corpo lavorativo
(ruoli direttivi ed esecutivi) come nuovo fattore di rilancio delle
forze produttive; e per di più un fattore virtuoso, di armonia
fra i produttori, non di conflitto e di sopraffazione degli uni a detrimento
di altri, così come avviene nel capitalismo.
A distanza di circa un secolo e mezzo da Il Capitale, il capitalismo
continua a sviluppare – non virtuosamente, anzi! – le forze
produttive, mentre la società che si era presunta alternativa
(per buoni settant’anni) ha dimostrato di essere assai poco virtuosa
e per di più, dopo i primi gradini di una sorta di accumulazione
originaria, incapace di sviluppare le forze produttive e i livelli di
vita della stragrande maggioranza dei suoi membri; infine è sparita
dalla scena storica checché ne pensino alcuni ritardatari. E’
ora o no di cambiare qualcosa nell’originario impianto teorico
del marxismo e dello stesso Marx (pur se questi non va confuso con la
teoria che a lui ha preteso di ispirarsi)? Penso proprio di si!
7. Proprietà e conflitto: la distruzione creatrice
La proprietà, e i suoi processi di centralizzazione –
in parte contrastati da processi contrari di scomposizione proprietaria
e di disseminazione dei poteri imprenditoriali in specie in epoche di
intensi “rivoluzionamenti” economici con grappoli di innovazioni
soprattutto di prodotto – rappresentano una cintura protettiva
del dominio nella sua forma capitalistica. Tuttavia, l’elemento
centrale e veramente caratterizzante, innervante l’intero tessuto
della società capitalistica, è invece il conflitto di
strategie tra gli agenti di tale forma di dominio. Introducendosi, durante
la transizione dal feudalesimo al capitalismo, nella sfera produttiva
e provocandone la frammentazione e l’acuta dinamica interattiva,
il conflitto intradominanti è la causa decisiva dell’impetuoso
sviluppo delle forze produttive e della crescita della ricchezza prodotta;
una crescita del tutto squilibrata tra le diverse classi sociali, e
con rapidi mutamenti dei rapporti tra “redditi” (costituenti
il plusvalore) – e loro ritmi di crescita – di cui godono
i diversi gruppi di agenti dominanti, ma che conduce comunque ad un
generale aumento del reddito anche dei ceti sociali dominati (o comunque
non dominanti).
Solo lo squilibrio, come forma precipua dello sviluppo capitalistico,
spiega il prodursi di quest’ultimo secondo ondate cicliche, spiega
le fasi di profonda stagnazione e crisi; ma spiega anche come la produzione
capitalistica non sia un gioco a somma zero, dove una minoranza si arricchisce
a spese dell’impoverimento della maggioranza. Solo il regresso
al socialismo ricardiano poteva portare alcuni falsi marxisti a conclusioni
così aberranti. In Ricardo, profitto e salario sono in correlazione
inversa; se uno cresce, l’altro deve diminuire. Marx aveva già
chiarito abbondantemente che, con i metodi del plusvalore relativo,
profitti e salari possono crescere entrambi in termini reali (potere
d’acquisto e quindi tenore di vita); solo profitti e salari relativi
– cioè le parti della giornata di lavoro che essi rappresentano
– stanno in relazione inversa. Lo sviluppo capitalistico, tramite
l’alternarsi della crescita e della crisi, porta tendenzialmente
all’arricchimento (reale), pur se in misura squilibrata, di tutti,
o quasi, gli strati della popolazione. Chi non ha ancora capito questo,
continuerà a ingannare e ingannarsi, e sarà sempre sconfitto
dalle lezioni “storiche”. Chi non ha capito questo, non
comprenderà nemmeno mai perché Cina e India, paesi con
oltre il terzo della popolazione mondiale, abbiano scelto, e irreversibilmente
(basta con le illusioni), lo sviluppo (capitalistico, finiamola con
le idiozie) delle loro economie.
Lo squilibrio, di cui appena detto, è il sintomo più pregnante
della costituzione conflittuale della produzione capitalistica, della
sua continua frammentazione che costantemente produce e riproduce, su
scala allargantesi, le forme mercantili e di valore. Il conflitto di
strategie (imprenditoriali) è appunto la causa fondamentale dello
squilibrio, e quindi dell’andamento ad onde assunto dallo sviluppo
delle forze produttive strutturate dai rapporti sociali capitalistici.
L’essenzialità del conflitto strategico – ai fini
della riproduzione, squilibrata e con alti e bassi congiunturali, del
sistema produttivo capitalistico – spiega bene i motivi per cui
è impossibile l’affermazione di tendenze ultraimperialistiche,
di tendenze ad una centralizzazione che, se considerata invece nella
sua mera veste proprietaria, porta all’errata conclusione dell’espulsione
di detta proprietà dai processi produttivi, ove funzionerebbero
solo corpi lavorativi integrati e prefiguranti, nei loro reciproci rapporti,
l’intelaiatura della futura formazione sociale in transizione
verso il comunismo.
Un autore “borghese” che aveva capito alcune cose essenziali
del capitalismo è stato Schumpeter. Data la sua specializzazione
scientifica, non trattò adeguatamente i processi sociali, limitandosi
di fatto a quelli economici; e indagò perciò lo sviluppo
squilibrato nella semplice veste delle ondate di innovazioni (di processo,
di prodotto, di fonti di energia, ecc.), utilizzando comunque la felice
immagine della distruzione creatrice. Perché è proprio
così: il capitalismo ha atteggiamenti distruttivi (non solo economicamente
ma anche socialmente) ma produce, tramite gravi crisi (ancora una volta
sociali non meno che economiche), nuovi equilibri caratterizzati da
diverse strutture di rapporti sociali (pur sempre nell’ambito
della loro forma capitalistica). E un’altra cosa capì l’economista
austriaco: l’ondata innovativa nasce entro il gruppo sociale dominante,
che egli vide, da economista, come soltanto rappresentato dai gruppi
imprenditoriali. La sua visione era rappacificante; la lotta era semplicemente
tra nuovo e vecchio, e alla fine il nuovo avrebbe vinto portando l’economia
su gradini di sviluppo più alti, che erano da lui considerati
un bene per l’intera società, e che sarebbero stati infine
raggiunti con generale soddisfazione di tutti i partecipanti al gioco
produttivo. Il capitale finanziario (bancario) aveva, nel suo modello,
una semplice funzione di lubrificante dell’ingranaggio, favorendo,
tramite il credito, il trasferimento di fattori produttivi dai settori
tradizionali a quelli innovativi. La visione edulcorata del processo
sociale, invece assai più tumultuoso e gravido di conseguenze
spesso catastrofiche – ivi comprese due guerre mondiali, le avventure
coloniali e neocoloniali, la crisi economica (e sociale) del 1929-33,
ecc. – non deve indurci a rifiutare il nocciolo razionale che
esiste nel pensiero di tale autore (non comunista e non marxista).
Il conflitto intradominanti, con tutti gli squilibri che provoca, è
il perno del successo e dello sviluppo del sistema capitalistico, della
sua attuale, e per un’intera fase storica, rimondializzazione
con rinnovata e per il momento indiscussa supremazia. Tale conflitto
è però proprio quello che mette in luce, soprattutto nelle
sue fasi acute, il terribile potere devastante delle strategie conflittuali
intercapitalistiche (interdominanti) e apre delle congiunture, spesso
lunghe, in cui il sistema mostra le sue crepe, le sue debolezze strutturali,
le faglie che lo solcano, aprendo possibilità di fuoriuscita
– comunque intensamente pensate, e anche praticamente cercate,
da determinati gruppi di agenti strategici rivoluzionari – dalla
forma capitalistica dei rapporti sociali più decisivi. Si tratta
però solo di possibilità; e proprio per questo esse vengono
giocate su sponde contrapposte, che non sono solo – anche se spesso
avviene soltanto questo – quella della conservazione e quella
della rivoluzione; a volte, lo scontro è interno all’intento
rivoluzionario, è condotto sia da chi vuole mutare realmente
l’intelaiatura portante dei rapporti implicanti il dominio nella
sua forma capitalistica sia da coloro che invece intendono “tutto
cambiare affinché nulla cambi” (secondo la felice espressione
utilizzata ne Il Gattopardo).
E’ questo scontro “triangolare” – conservazione,
rivoluzione contro il capitale e rivoluzione dentro il capitale –
che deve ritenere la nostra attenzione. Ovviamente, essendo ben consapevoli
che si faranno sempre delle semplificazioni d’ordine teorico,
perché nella “realtà” ogni lato del triangolo
presenta numerose sfumature; e la politica “concreta” dovrà
tenerne conto.
8. Il conflitto intradominanti
In definitiva, gli agenti dominanti decisivi del capitalismo sono i
portatori di strategie di conflitto per la supremazia. Un conflitto
appunto tra dominanti. Il conflitto tra questi ultimi e i dominati (o
non dominanti) è caratterizzato più che altro in senso
redistributivo – non solo di reddito, ma anche di potere politico
e ideologico-culturale – e non sfocia quasi mai in alcuna consapevole
intenzionalità progettuale di fuoriuscita dall’assetto
capitalistico dei rapporti sociali. Certo, tale conflitto, in congiunture
particolarmente difficili e aspre, alimenta la destrutturazione sociale
e contribuisce alle già considerate possibilità di rivoluzionamenti
(contro o dentro il capitale). In ogni caso, ai fini della destrutturazione
in oggetto, è assai più gravida di conseguenze rilevanti
la conflittualità interdominanti (intercapitalistica); la lotta
redistributiva in quest’ultima si inserisce e può provocare
un aggravamento del “caos e disordine” in fasi di particolare
acutezza della stessa.
Si è già detto dell’introduzione di tale forma del
conflitto nella sfera produttiva durante la transizione al capitalismo
(periodo dell’accumulazione originaria); si è già
detto dunque della grande importanza assunta dagli agenti strategico-imprenditoriali
in tale forma di società, importanza strettamente connessa al
presentarsi della produzione nella sua caratteristica frammentazione
in unità separate e relativamente autonome, tra cui corrono rapporti
di competizione, con squilibrio e disarmonia, implicanti comunque la
reciproca compravendita di beni che sono dunque merci aventi valore
(incorporanti lavoro). Si è già rilevato che tali agenti
sono difesi da uno scudo costituito dalla proprietà (anche giuridica);
quest’ultima non va considerata nel suo statico aspetto di quote
(ad es. azionarie) possedute, bensì in quello relativo alle dinamiche
manovre (strategiche appunto) tramite cui si stabiliscono – con
l’uso del diritto in quanto sedimentazione e istituzionalizzazione
temporanea di dati rapporti di forza – ramificate catene di comando,
nel cui ambito relativamente piccole quote di capitale investito in
proprietà azionaria (dunque, fondamentalmente, finanziaria) controllano
ingenti quantità di capitali investiti in attività reali,
in attività produttrici di beni incorporanti valore e plusvalore.
Quello che conta dunque, per ciò che concerne la funzione degli
agenti strategico-imprenditoriali, non è la mera proprietà,
ma il complesso delle mosse strategiche compiute per battere i competitori
(inglobandoli o espellendoli dal mercato); e tra queste mosse vanno
ricomprese anche quelle relative alla proprietà al fine di costituire
sempre più intricate costellazioni di potere. Tale potere, che
si disloca variamente e muta le sue articolazioni interne, spesso per
confondere e ingannare i competitori, non sempre mira a schiacciare
l’avversario; spesso media e ricompone anche i conflitti, ma solo
per stabilire nuovi terreni e modalità che consentano di combatterli
con azione più efficace. Il mezzo del conflitto è comunque
il plusvalore incamerato, i cui metodi di ottenimento quindi, in specie
tramite innovazioni, non possono mai essere dimenticati o trascurati
dai dominanti. Tuttavia, tramite il conflitto, questi ultimi non mirano
semplicemente ad accrescere la propria ricchezza (reale e monetaria);
a questo obiettivo essi tendono, lo ripeto, soltanto perché così
vengono rafforzati i propri mezzi di lotta. Il fine ultimo è
la supremazia di una frazione di capitale (cioè di agenti dominanti)
su altre. Il conflitto è dunque eminentemente politico; ricomprende
in sé l’arte della mediazione come quella della sopraffazione,
dell’aperto e diretto uso del potere per schiacciare o invece
per aggirare, ingannare, smussare, avvolgere e assorbire i poteri avversari.
Non vi è mai una tendenza unilineare ad un unico centro di comando;
bensì soltanto periodi di relativo coordinamento tra più
centri (periodi in cui prevale la mediazione) alternati a fasi di assai
più vero – capitalisticamente vero – inasprirsi del
conflitto con frammentazione delle forze (centri) in lotta fino alla
relativa supremazia di alcune di esse su altre.
Gli agenti dominanti capitalistici della sfera economica sono perciò,
ancor oggi, prevalentemente caratterizzati dalla proprietà o
potere di disporre dei mezzi di produzione. Questa, tuttavia, non è
la loro funzione precipua, che è invece lo sfoggio di maggiore
o minore capacità strategica ai fini della lotta per la supremazia.
Tale tipologia di agenti dominanti ha perciò una certa similitudine
con quella indicata da Marx: essi si estraniano sempre più dai
problemi immediatamente produttivi, da quelli relativi ai costi e ai
prezzi, alle innovazioni di processo e di prodotto, agli studi di marketing
(nel loro senso più tecnico-economico), ecc. Simili attività
sono svolte, in particolare appunto nelle grandi imprese oligopolistiche,
da manager addetti ai problemi interni dell’impresa. Detti manager
tengono certo conto anche dell’ambiente esterno, costituito dalle
altre imprese con cui si deve competere; la loro ottica è però
quella della concorrenza combattuta sfruttando al meglio le “risorse”
interne dell’impresa, combinandole con maggiore efficienza ed
efficacia. Essi costituiscono la membrana di quella cellula che è
l’unità produttiva (impresa) capitalistica; regolano i
processi di scambio con le altre cellule, ma con l’occhio rivolto
ai processi interni, che debbono funzionare in modo da rendere l’unità
produttiva da essi diretta superiore alle altre.
Nel modello marxista tradizionale, tutto ciò che si pone fuori
(e al di sopra) di questo gruppo di manager, una volta arrivato al suo
apice il processo di centralizzazione capitalistica (proprietaria),
è pensato quale mero strato sociale di rentier, estraneo alla
produzione e solo interessato ad accaparrarsi il plusvalore nella forma
di similinteressi (dividendi azionari). L’agente strategico imprenditoriale
non è invece affatto un rentier, pur se non è nemmeno
principalmente interessato ai problemi produttivi interni all’impresa,
che tratta da semplici mezzi per rafforzare la sua capacità competitiva
ai fini della conquista di una supremazia. Tale agente non si disinteressa
però dei mezzi in questione, poiché sa che da essi dipendono
le sue possibilità di manovrare strategicamente; demanda solo
i compiti più diretti e immediati di ottenimento del plusvalore
a manager in possesso di certi saperi produttivi, tra i quali però,
non a caso, sono fondamentali quelli relativi alle innovazioni di prodotto
e all’analisi dei mercati di acquisto dei fattori e, soprattutto,
di smercio dei prodotti. Il manager di questo tipo, interno all’attività
dell’impresa e in possesso dei saperi inerenti all’ottenimento
dei suoi migliori risultati produttivi – ivi compreso quello relativo
ad un livello di profitto adeguato alla prosecuzione dell’attività
in questione, che esige sempre ulteriori investimenti, soprattutto in
nuovi e tecnologicamente più avanzati mezzi e processi produttivi
– non si pone in antitesi con l’agente strategico; i suoi
fini sono sostanzialmente gli stessi, anche se riguardati secondo ottiche
parzialmente diverse. Pensare manager e agente strategico in contrasto,
è un’ingenuità colossale.
Il sapere produttivo dei manager – cioè di quelli che Marx
considerava i gradini gerarchici superiori di un collettivo corpo lavorativo,
integrato e funzionante secondo modalità tendenzialmente cooperative
– non ha nulla a che vedere con il famoso general intellect, che
dovrebbe essere sganciato da interessi particolari per assurgere al
punto di vista dell’interesse comune dell’insieme sociale.
Il sapere dei manager delle imprese è estremamente parziale,
deformato dal perseguimento del profitto di cui debbono godere, al massimo
possibile, le diverse singole imprese che essi dirigono. L’intelletto
di detti manager, dunque, è del tutto particolare, specialistico;
non mira a com-prendere la produzione sociale, ma solo ad affermare
la preminenza di imprese varie nell’ambito di una competizione
mercantile – e dunque di una socializzazione indiretta dei vari
lavori eseguiti privatamente – sempre più aspra e decisiva,
che estende e approfondisce vieppiù il dominio delle forme di
merce e di valore, proprio man mano che si affermano le grandi dimensioni
delle imprese e che i mercati assumono quella forma definita oligopolio
dalla “scienza” economica. Altro che centralizzazione monopolistica
come tendenza all’unico trust mondiale e preparazione al passaggio
ad una società organizzata socialisticamente!
Ancora una volta, si deve notare che Lenin coglieva bene i vari nodi
della formazione sociale capitalistica arrivata a quel determinato stadio
del suo sviluppo; solo che poi non concludeva dal punto di vista di
una autentica innovazione teorica. Il rivoluzionario russo disse, proprio
nel suo testo sull’imperialismo, che la centralizzazione monopolistica
dei capitali non spegneva la concorrenza, ma la portava anzi ad un livello
ancora più acuto, più intenso. Egli aveva dunque colto
l’aspetto decisivo di questa centralizzazione che non implica
affatto il formarsi di semplici rentier, da una parte, e di lavoratori
salariati, ivi compresi i dirigenti d’alto livello, dall’altra.
Tuttavia, si guardò bene dal mettere in discussione sia la centralità
della proprietà privata come caratteristica essenziale del capitalismo
che il parassitismo crescente del capitale finanziario quale annuncio
della putrefazione dell’attuale società e del prossimo
passaggio ad altra formazione sociale. Egli arrivò a concedere
a Kautsky, in linea teorica, la sussistenza di quel processo che, secondo
il revisionista, avrebbe dovuto portare all’ultraimperialismo;
solo che, in pratica, sarebbe arrivata prima la rivoluzione connessa
all’esplodere delle guerre imperialiste. Non è molto soddisfacente
affermare che, in linea teorica, accade un fenomeno, ma che in pratica
avviene il suo contrario, cioè l’accentuazione dello scontro
intercapitalistico. E’ ovvio che occorre una “rivoluzione”
anche teorica.
Per comprendere meglio questo punto, è necessario un ulteriore
détour.
9. Lo sviluppo è squilibrio
Lo sviluppo di un sistema, in particolare quello economico della formazione
sociale capitalistica, è stato troppo spesso analizzato partendo
dal concetto di equilibrio e dallo scostamento relativamente allo stesso.
Uno sviluppo equilibrato dovrebbe essere quello in cui si ha crescita,
ottenuta in modo tale da non alterare le proporzioni tra i vari settori
produttivi, cosicché ognuno di essi sia sbocco per i prodotti
degli altri e offra i suoi prodotti agli altri; mentre i settori produttivi
di beni di consumo finali dovrebbero vedere una crescita equilibrata
della loro offerta in relazione all’aumento del reddito dei consumatori
(della parte di reddito consumata).
Gli stessi schemi marxiani di riproduzione sono pensati secondo le modalità
appena considerate, indicando la necessità di una crescita equilibrata
del capitale variabile e del plusvalore del settore II (produzione di
beni di consumo) rispetto al capitale costante del settore I (produzione
di beni di produzione). Naturalmente, per Marx, l’individuazione
della condizione di equilibrio vuol porre in luce che quest’ultimo
non può poi mai in realtà essere conseguito poiché
le decisioni di produzione (e conseguente offerta) e di domanda (in
specie quella esistente tra i diversi settori e unità produttivi)
sono affidate a tanti centri separati e in concorrenza reciproca. Da
qui l’idea, attuata nel novecento nei paesi”socialisti”,
che il piano, promanante da un organo completamente centralizzato capace
di controllare e valutare tutto quanto accade nell’intero sistema
economico, fosse in grado di mettere fine ad ogni anarchia, consentendo
quindi la realizzazione di uno sviluppo economico sempre equilibrato,
armonico, privo di crisi (legate alla sproporzione tra i vari settori
e unità, indotta dalla mancanza di coordinamento tra varie decisioni
individuali e autonome, cioè separate le une dalle altre). In
questo modo, nelle economie pianificate, sedicenti socialiste, si passò
infine alla crescita senza sviluppo e poi alla mancanza di crescita
e stagnazione del sistema.
Non c’è affatto sviluppo senza squilibrio, senza continue
contraddizioni e tensioni tra decisioni diverse e disarmoniche. “Senza
contraddizione non c’è vita”, sosteneva Mao (e non
solo lui). Si è interpretata questa affermazione troppo superficialmente,
quasi si trattasse semplicemente della tensione tra una azione e una
reazione, da coordinare e armonizzare tuttavia tra loro. Se così
si agisse, si smorzerebbe la contraddizione, la si attutirebbe e infine
la si spegnerebbe, spegnendo la vita. La “contraddizione”
non è azione e reazione che si equilibrano, annullandosi reciprocamente.
E’ invece preminenza di una delle due, a volte alternativamente,
con squilibrio, frecce di svolgimento dei fenomeni a linee spezzate,
con mutamenti di direzione, accelerazioni e rallentamenti, inversioni
di tendenze, ecc. E soprattutto con una dinamica caratterizzata da bruschi
mutamenti strutturali e qualitativi, non soltanto da crescite o diminuzioni
quantitative.
Solo le società “fredde”, quelle rimaste allo stato
tribale per millenni, non conoscono veramente la “contraddizione”
intesa nel senso appena indicato. Le società precapitalistiche
sono caratterizzate da tensione e squilibrio soprattutto nella sfera
politica (e militare) e in quella ideologico-culturale. La società
capitalistica dispiega il massimo dinamismo, sempre fatto di tensione
e squilibrio, nella sfera tecnico-produttiva. E’ questa a dettare
i suoi ritmi, e i suoi scoordinamenti, anche a quelle maggiormente dinamiche
nelle formazioni sociali precedenti. Forme di merce e di valore nascono
dalla frammentazione di tale sfera produttiva in centri separati; ma
la frammentazione è l’effetto della contraddizione e conflitto
che, prima virulenti soprattutto in ambito “sovrastrutturale”,
si introducono, nel periodo dell’accumulazione originaria del
capitale, nella “base” economico-produttiva. La tendenza
dello scambio mercantile all’equivalenza è sempre in atto,
ma sempre viene contraddetta dallo squilibrio intrinseco allo sviluppo.
E’ però la tensione squilibrante a dar ragione di questa
tendenza all’equivalenza nello scambio; è lo squilibrio
a indicare il possibile equilibrio. Sarebbe un guaio se l’equilibrio
fosse conseguito realmente; immediatamente si produrrebbe un collasso
di quella certa situazione fenomenica. L’uomo si mantiene in equilibrio
camminando, spostando quindi continuamente la posizione (e l’assetto
strutturale, la combinazione delle forze) del suo baricentro; e quanto
più veloce riesce ad andare, tanto meglio cammina dando l’impressione
del coordinamento e dell’equilibrio. Anche quando sta fermo in
una data posizione, mille sono i movimenti contrapposti dei suoi muscoli
che gli consentono di mantenere quest’ultima.
Ancora una volta ricordo: la merce non implica semplicemente, né
prevalentemente e in ogni caso (in ogni epoca storica del capitalismo),
la subordinazione di ogni individuo a “cieche leggi”. La
merce è il prodotto di una spinta conflittuale e squilibrante
– introdottasi nella sfera economica – che sembra continuamente
avviata all’equilibrio (l’equivalenza), mentre quest’ultimo
è invece altrettanto continuamente vanificato dalla spinta in
questione. E lo scostamento dall’equilibrio (dalla equivalenza
nello scambio mercantile) non è un gioco a somma zero; non avviene
che alcuni guadagnino quanto altri perdono. Il gioco è sempre
a somma o positiva o negativa; e quando ciò accade, è
anche possibile che tutti ci guadagnino o, rispettivamente, ci perdano,
ma mai in quantità né in proporzioni eguali.
Nel capitalismo, in realtà, quando vi è somma negativa
(la crisi), generalmente non tutti ci perdono, anzi; e quelli che perdono,
come appena rilevato, vanno comunque incontro a perdite assai differenti.
Contano poi i tempi del verificarsi del “gioco a somma negativa”.
In epoche di effettivo scontro policentrico, aperto alle più
casuali (e allora veramente “cieche”) spinte violente e
contrastanti, si verificano spesso bruschi collassi e cadute verticali,
che si esprimono con modalità diverse: dalla guerra generale
alla rivoluzione in dati paesi alla crisi economica del tipo di quella
del 1929, ecc. In altri casi, ad es. in epoche ancora in buona misura
monocentriche, le spinte sono assai meno “cieche” e portano
a crisi – militari, politiche, economiche – di minore acutezza
pur se magari più prolungate (tipico il caso della crisi economica
del 1873-96).
10. Il conflitto tra agenti dominanti nelle diverse sfere (e sottosfere)
sociali
Forti contrasti di idee e tumultuosi processi a livello del pensiero
possono provocare tensioni e scompensi nei fenomeni fisico-chimici e
fisiologici che si svolgono in sede cerebrale. E’ bene sottoporre
questi ultimi a moderato controllo onde evitare scompensi e crisi fisiche
che possono condurre l’organismo in situazione di forte pericolo.
Tale controllo non può però che tradursi in progetti predisposti
nel livello “sovrastrutturale” delle idee. Ed è ancora
da rilevare che il controllo non dovrebbe comunque mirare a comprimere,
soffocare, contenere, lo sconvolgimento al livello ideale e di pensiero;
bensì invece ad inserirsi in esso, nelle sue contraddizioni onde
sviluppare determinate prospettive in certe direzioni, altrimenti mai
si avrebbero idee innovative, che provocano squilibrio e rottura rispetto
alla situazione precedente.
Non spingiamo però oltre queste analogie, certamente sempre imperfette.
Nella formazione sociale del capitale, il conflitto si sviluppa in modo
particolarmente accentuato e virulento nella sfera economico-produttiva;
questa è anzi la specifica caratteristica dell’attuale
società in relazione alle precedenti. Un conflitto che si sviluppa
in tale sfera sociale, come già si è detto più
volte, frammenta la produzione in unità separate e dà
quindi vita alle forme di merce e di valore. La produzione di merci
ha perciò un aspetto reale (i beni effettivamente ottenuti) e
un aspetto monetario; i due lati si autonomizzano dando vita a (sotto)sfere
separate: tecnico-produttiva e finanziaria, ognuna delle quali è
suddivisa nelle diverse unità operative dette imprese. La competizione
per la supremazia interessa entrambe queste sottosfere con modalità
parzialmente simili, con l’alternanza di attenuazione e acutizzazione
della stessa, con accordi parziali in vista di una più generale
manifestazione di potenza al fine di imporsi.
In entrambi i tipi di unità operative (imprese produttive e finanziarie)
si verificano innovazioni, sia di processo che di prodotto; lo squilibrio
caratterizza quindi lo sviluppo delle due sottosfere economiche appena
considerate. Tuttavia, a questo proposito, non vi è vera simmetria
tra le attività tecnico-produttive e quelle finanziarie. Nelle
prime, gli agenti strategico-imprenditoriali, in date fasi di accentuazione
del conflitto, favoriscono spesso l’azione degli apparati manageriali
in vista di effettive innovazioni (in specie di prodotto) che aprono
nuove epoche della produzione, provocando intensi processi di squilibrio
intersettoriale con possibilità di crisi, che rappresenta solitamente
la schumpeteriana distruzione creatrice, e non implica invece affatto
la definitiva stagnazione o il “crollo” del sistema capitalistico
come sostenuto da certo marxismo. Solo che l’economista neoclassico
pensava l’apparato bancario in termini di puro ausilio al trasferimento
di risorse dai settori tradizionali a quelli innovativi, in ciò
accettando una visione di detto apparato come sostanzialmente addetto
al credito, con funzione fondamentalmente tecnica (sia pure di tecnica
finanziaria); una funzione non passiva, ma sempre molto aderente agli
scopi perseguiti dagli imprenditori (dell’industria) innovatori.
Anche in tal caso, mancava la considerazione del ruolo prevalentemente
strategico ricoperto dagli agenti capitalistici dominanti, che mirano
al conflitto onde ottenere la supremazia; e che solo ai fini di tale
tipo di conflitto sono interessati all’ottenimento e al controllo
dei profitti (plusvalore).
Gli agenti strategico-imprenditoriali della sottosfera economico-finanziaria
non danno, di per se stessi, impulso alla distruzione creatrice; lo
fanno solo se trainati, dunque solo se, nell’ambito del blocco
sociale dei dominanti, si trovano in posizione subordinata, d’appoggio,
rispetto agli agenti strategici innovativi della sottosfera produttiva.
Quando sono in posizione preminente, e dunque in grado di perseguire
i loro interessi fondamentali, i finanziari hanno anzi quella funzione
che il marxismo tradizionale attribuiva (correttamente) ai rentier:
una funzione di tendenziale stagnazione, al massimo di tentativo di
crescita senza sviluppo, di “oppressione” dell’industria
(di tipo “assistito”) – pur sempre decisiva ai fini
dell’estrazione del plusvalore – onde avocare a sé
la maggior quota possibile di quest’ultimo. Il marxismo della
tradizione non sbagliava nel giudizio intorno al ruolo negativo ricoperto
da questi agenti dominanti finanziari; errava nel prevedere che, con
i processi di centralizzazione monopolistica, l’intera classe
dominante sarebbe stata, tendenzialmente, costituita da agenti di tale
tipologia (i rentier).
Per comprendere meglio la situazione, è necessario uscire da
semplici considerazioni di economia – sia pure “critica”,
sia pure in grado di dare rilevanza al problema certo cruciale del plusvalore
– per meglio afferrare la costituzione della classe dei dominanti,
e delle varie frazioni in cui si suddivide. Gli agenti della sottosfera
produttiva sono quelli che, almeno in potenza, danno impulso alla vera
e propria innovazione tecnica e di prodotto. Non però direttamente,
ma influendo – tramite le loro strategie conflittuali miranti
alla supremazia – sugli apparati manageriali dediti soprattutto
alla direzione delle dinamiche interne alle varie unità operative
(imprese); poiché è da tali apparati che generalmente,
nelle grandi imprese del capitalismo oligopolistico, viene gestita l’attività
innovativa di processo e di prodotto. Tuttavia, anche i veri dominanti
della sottosfera economico-produttiva, questi agenti attuanti strategie
di conflitto che possono favorire l’effettiva innovazione, hanno
una visione dei processi tendenzialmente limitata alla questione dei
mercati, alla predominanza in essi. E’ comunque vero che, nello
svolgere la loro attività, proprio per la tipologia (politica)
della stessa, essi coinvolgono nel mulinello del conflitto gli agenti
della sfera politica (in particolare dello Stato) e poi, in definitiva,
anche quelli ideologico-culturali.
Nel momento in cui le analisi dell’economia, della politica, della
cultura, sono fra loro intrecciate nella valutazione degli effetti della
lotta tra le varie frazioni di dominanti per la supremazia, è
un po’ difficile restare sul mero terreno del concetto di modo
di produzione (capitalistico) in generale, è sterile limitarsi
alla divisione della società tra una minoranza di capitalisti
– per di più considerati quali semplici proprietari –
e una maggioranza di lavoratori salariati da cui si ottiene il plusvalore.
Dal modo di produzione si deve passare alla visione della formazione
sociale capitalistica mondiale suddivisa in diverse sezioni socio-spaziali,
ognuna delle quali è dotata di un sistema economico, di un sistema
politico, di un sistema culturale, con complicati intrecci sia tra queste
varie sezioni, sia tra i tre sistemi entro ogni sezione, sia tra ognuno
dei tipi di sistemi con gli analoghi delle altre sezioni.
E’ oggi, per esempio, stucchevole l’affermazione circa una
presunta fine della funzione degli Stati (sfera politica) nazionali;
anzi, attualmente, si constata certo quanto poco è finita questa
funzione. Tuttavia, il problema da discutere non è tanto l’ambito
nazionale o meno della stessa. Come la sfera produttiva è frammentata
nelle diverse unità operative, e non è pensabile, nemmeno
come tendenza, la realizzazione di una qualsiasi situazione ultraimperialistica,
così la conflittualità strategica divide e fraziona, mondialmente,
la sfera politica e quella culturale. Possono esserci periodi di apparente
omologazione culturale o di predominio schiacciante di una politica
(statale) sulle altre – così come esistono periodi di crescente
monopolizzazione dell’economia che sembra avvicinarsi alla situazione
di unico trust mondiale per il semplice fatto che un sistema economico
è fortemente preponderante rispetto agli altri – ma si
aprono poi sempre periodi di tendenze opposte; e allora il frazionamento,
e la lotta tra frazioni, riprendono vigore.
11. Riarticolazione più precisa del conflitto tra agenti dominanti
Sintetizziamo, ma anche articoliamo, quanto appena detto. Possiamo
dividere i dominanti in alcune frazioni decisive, sempre con riferimento
al loro carattere strategico-conflittuale: economico-produttive, economico-finanziarie,
politiche e culturali. Le prime due utilizzano le unità operative
tipiche della sfera economica del capitalismo (le imprese), e sono certamente
interessate all’ottenimento del plusvalore (sotto forma di profitti),
ma soprattutto confliggono per accaparrarsene quote maggiori da impiegare
quali mezzi nella lotta per la predominanza. Non è affatto indifferente,
nelle diverse sezioni socio-spaziali del capitalismo mondiale, se nel
blocco dominante prevale l’uno o l’altro tipo di agenti
strategici economici (i produttivi o i finanziari). Tuttavia, tali agenti,
nel loro complesso, pur sviluppando attività di tipologia politica
(le strategie), e pur coinvolgendo in queste gli agenti più specificamente
politici e quelli culturali, hanno una visione d’insieme ancora
limitata, ancora troppo ancorata ad una competizione per le quote di
mercato (e, ovviamente, per le zone di investimento dei capitali).
L’intervento degli agenti della sfera politica e di quella culturale
è allora un fattore importantissimo nella lotta per la supremazia
tra le diverse frazioni della classe dominante capitalistica; e l’analisi
di tale lotta deve dunque far largo posto ad una attenta considerazione
delle attività degli agenti appena nominati, mentre il restare
sul mero terreno del conflitto tra capitale e lavoro per la suddivisione
del prodotto tra profitti e salari – e, più in generale,
per le condizioni di vita e di inserimento sociale e politico –
impedisce di capire alcunché della lotta in oggetto. Come è
decisivo cogliere chi prevale, in una determinata fase storica e in
una certa sezione della formazione mondiale capitalistica, all’interno
degli agenti strategici economici (se quelli produttivi o quelli finanziari),
così è cruciale comprendere quale effettiva articolazione,
e costellazione di potere, esista nell’ambito del complesso degli
agenti dominanti addetti al conflitto strategico – complesso costituito
da quelli economici come da quelli politici e culturali – sempre
in quella determinata fase storica e in quella certa sezione del capitalismo
mondiale.
Gli agenti strategico-conflittuali economici lottano soprattutto per
la (re)distribuzione delle quote di mercato e delle zone (e settori)
di investimento dei capitali fra le varie imprese o gruppi collegati
di imprese; quelli politici si scontrano in specie per la (re)distribuzione
delle aree di influenza tra le diverse sezioni socio-spaziali della
formazione capitalistica mondiale; quelli culturali si confrontano in
particolare ai fini della (re)distribuzione delle capacità di
attrazione in termini di egemonia ideologica. Per fare un solo esempio
per il momento: quando, in una determinata sezione del capitalismo mondiale
e in una data fase storica, prevalgono nettamente gli agenti strategici
economici (imprenditoriali), e in particolare se fra questi predominano
i finanziari, possiamo essere quasi sicuri che la ristrettezza di vedute
strategiche “globali” di tali agenti – troppo limitate
ai problemi del mercato e ad una serie di giochi politico-finanziari
per il controllo delle varie imprese o gruppi di imprese – definisce
una situazione (in varia misura monocentrica) in cui una sezione socio-spaziale
(spesso nazionale) del capitalismo predomina ancora troppo nettamente
sulle altre. Quando, e qualora, si entri in una situazione di più
decisa e aspra conflittualità policentrica, assumono posizione
cruciale (quanto meno prendono decisamente il davanti della scena) gli
agenti politici e, appena in subordine, quelli culturali.
La leniniana “analisi concreta della situazione concreta”
non deve essere intesa nel senso di uno spicciolo empirismo, della presunta
rilevazione di una, quasi sempre immaginaria, “situazione di fatto”.
E’ in ogni caso necessaria la teoria, con la sua capacità
di sintesi e semplificazione della dinamica che investe, in una data
fase storica e nelle diverse sezioni della società capitalistica
mondiale, la struttura fondamentale dei rapporti sociali, con particolare
riguardo all’articolazione interna dei blocchi (di agenti) dominanti
e ai loro reciproci conflitti, più o meno acuti e implicanti
uno squilibrio e disarticolazione sociali più o meno accentuati.
La teoria per questa “analisi concreta ecc.” non è
però semplicemente quella imperniata sul concetto di modo di
produzione capitalistico, che indica la forma generale dei rapporti
in questa società, senza limitazioni di spazio e di tempo. E’
necessario riferirsi ad una fase particolare dello sviluppo capitalistico
e all’articolazione della formazione sociale mondiale in diverse
sezioni, costituite ancor oggi da paesi o gruppi di paesi, spesso da
ambiti nazionali o di intreccio tra nazioni.
D’altronde, pur se ci si potesse limitare al concetto di modo
di produzione, quest’ultimo, interpretato in senso tradizionale,
non consentirebbe di andar oltre i rapporti decisivi nella sfera economica
(le relazioni tra capitale/proprietà e lavoro salariato); basandosi
invece sulla centralità del conflitto strategico, si è
almeno in grado di superare quest’ambito per affrontare la questione
dei blocchi (di agenti) sociali dominanti in quella data fase e in quella
determinata sezione socio-spaziale. La configurazione specifica di tali
blocchi va affrontata appunto fase per fase e sezione per sezione. Poche
le indicazioni generali; prima fra tutte la distinzione degli agenti
strategici (i dominanti) in gruppi economici (produttivi e finanziari),
politici e culturali, con le loro particolari funzioni già messe
in luce poco più sopra (lotta per i mercati e le zone e settori
di investimento dei capitali, per le sfere di influenza e di egemonia).
Nelle epoche storiche in cui il capitalismo mondiale è strutturato,
pur nella competizione generale, intorno ad un centro rappresentato
da una sua sezione socio-spaziale (in genere, fino ad oggi, un paese
e una nazione), il blocco dominante di tale centro vede ampiamente rappresentati
gli agenti strategici di ogni tipologia, con mutevoli rapporti di forza
tra i diversi gruppi. Negli altri paesi e sezioni del capitalismo avanzato,
non centrali, in linea generale tendono a prevalere i gruppi economici
e, fra questi, quelli finanziari, che sono i più servili e proni,
sempre alla ricerca di accordi subordinati con i dominanti centrali,
dai quali cercano di ottenere spazi per industrie già mature
e una partecipazione alle operazioni finanziarie orientate da questi
dominanti. La schumpeteriana distruzione creatrice parte dal centro
e si diffonde all’intero capitalismo avanzato, ma all’inizio
con modalità che il centro tenta di controllare e orientare secondo
i suoi precipui interessi.
Tuttavia, lo squilibrio che viene così creandosi, sollecitando
gli appetiti di molti e sempre più numerosi gruppi capitalistici,
conduce alla fine, pur in presenza di forti elementi oligopolistici
nei settori innovativi (caratterizzati ormai da grandi dimensioni di
impresa), ad un accentuarsi della competitività con accrescimento
del disordine complessivo. Lo sviluppo tumultuoso tende a trasformarsi
in crescita lenta o in crisi (economiche e/o sociali) striscianti, che
possono anche accelerarsi con disagi, disorganizzazione, sensazione
di un declino che pare irreversibile, pur magari in presenza di qualche
periodo di nuova crescita (ma, in genere, non sviluppo). Se e quando
possa avvenire una più veloce precipitazione degli eventi, è
praticamente impossibile da prevedere. Tuttavia, qualora si verifichi
tale precipitazione, vengono in primo piano, e svolgono una funzione
di accelerazione della crisi, i gruppi di agenti strategici di tipo
politico e ideologico-culturale. Senza la formazione di questi gruppi
e la realizzazione (disordinata) delle loro funzioni specifiche –
in ogni caso rivoluzionarie, pur quando si limitino a collocarsi dentro
il capitale – non è pensabile alcuno sbocco della crisi
innescatasi; i gruppi dominanti centrali, pur magari ancora in forte
vantaggio, non sono più in grado di riorganizzare e riordinare
le varie attività (economiche, politiche e culturali) secondo
la loro volontà, mentre quelli dei paesi non centrali restano
allo stato embrionale, latente, e non sviluppano quindi le loro specifiche
attività.
E’ comunque difficile non pensare che, in un congruo periodo di
tempo (un tempo storico), vadano emergendo – così come
avvenne tra gli ultimi decenni dell’800 e la prima metà
del ‘900, con il declino della centralità inglese –
nuovi centri capitalistici in forte competizione di ogni tipo. Quando
a ciò si arrivi, non ha più senso limitarsi all’analisi
dei mercati, dei movimenti di capitale e della competizione tra le imprese,
grandi o piccole. Il vero, acuto, conflitto intercapitalistico vede
anzi in primo piano l’aspetto politico, con ampio ricorso al suo
“prolungamento” militare; e, pur quando si tratti di un
processo lungo e sotterraneo, viene sempre più in evidenza anche
la preparazione “ideologica” allo scontro, il tentativo
di ogni blocco socio-spaziale di agenti strategici dominanti di far
prevalere i propri valori culturali, potremmo ben dire la propria “visione
del mondo”, contrapposta ad altre. Nel momento in cui tali condizioni
maturano, sono generalmente assommati tutti i presupposti per una, solo
possibile, precipitazione degli eventi in direzione rivoluzionaria;
ma non necessariamente contro il capitale. I comunisti e marxisti affermavano
l’ineluttabilità della trasformazione anticapitalistica,
con transizione al comunismo, in base all’errata convinzione circa
la sicura formazione del soggetto oggettivamente portatore della stessa;
quel soggetto, il lavoratore collettivo cooperativo, che, per i motivi
più sopra considerati, avrebbe avuto già in sé
prefigurata la trama dei nuovi rapporti sociali. Non c’è
invece proprio nulla di oggettivo e di deterministicamente necessitato;
solo delle possibilità, e difficili da cogliere.
12. Analisi del conflitto intradominanti nelle diverse fasi storiche
del capitalismo
In ogni data situazione storica, vanno quindi analizzati struttura
e rapporti di forza tra gli agenti dominanti o decisori (quelli strategici)
delle varie tipologie, da me schematicamente ridotte a quattro: economico-produttive,
economico-finanziarie, politiche e culturali (parlo di funzioni, ovviamente,
non dei soggetti empirici che possono ricoprirne più d’una
contemporaneamente). L’analisi di fase deve essere guidata comunque
da una teoria di massima, la teoria del conflitto strategico e dei suoi
portatori, una teoria che può indicare, all’ingrosso, le
situazioni in cui è più probabile prevalga l’una
o l’altra delle suddette frazioni (e le loro alleanze, ecc.).
Esistono condizioni di conflitto di tale acutezza – a tutto campo
e tra più centri capitalistici – in cui si aprono possibilità
di crisi rivoluzionaria (cioè di trasformazione rapida e tumultuosa
delle configurazioni economiche e/o politiche e/o culturali, ma non
in direzioni deterministicamente prestabilite). Il problema è
comprendere se e come possano formarsi agenti strategico-rivoluzionari,
e con quali intenzioni – se per una trasformazione dentro o invece
contro il capitale – si muovano all’interno della distruzione
creatrice (mai, in ogni caso, limitata all’economia).
Il marxismo, ortodosso o certe sue derivazioni “degenerate”,
ha sempre creduto alla crisi finale del capitalismo e al suo necessario
trapassare in una formazione sociale altra, caratterizzata da elementi
socialistici e comunistici. Vediamo secondo quali schemi di base si
è pensata questa crisi e trasformazione. Innanzitutto, la tesi
più tradizionale (e antica), di cui si è già detto.
La dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico dovrebbe
condurre alla formazione del lavoratore collettivo cooperativo (e/o
del general intellect), su cui poggerebbe l’ineluttabile transizione
ad una società diversa e di tipo comunistico. Occorrerebbe comunque
organizzazione e attività difficilmente pensabile come soltanto
pacifica e “democratica” (soprattutto se in senso banalmente
elettorale); nessun marxista serio (e sensato) ha mai creduto a simili
sciocchezze. L’oggettiva formazione del soggetto della transizione
avrebbe soltanto garantito il successo di detta attività e messo
in mostra le fondamentali linee organizzative della nuova società.
Una variante di tale tesi, anch’essa già sopra ricordata,
era la supposta divisione del mondo tra paesi e aree capitalisticamente
avanzati e paesi e aree condannati al sottosviluppo, dove le masse miserabili
e diseredate si sarebbero infine rivoltate contro uno stato di cose
che, altrimenti, le avrebbe sempre tenute in condizioni di estrema indigenza.
Anche in tal caso, l’organizzazione di queste masse e un’attività
retta da precisi fini – in cui la lotta per la liberazione nazionale
e dallo sfruttamento coloniale (e neocoloniale) e quella per la costruzione
della nuova società non più capitalistica si sarebbero
intrecciate strettamente e contemporaneamente – erano considerate
necessarie e inevitabili.
Queste due ipotizzate “vie”, rivoluzionarie e non scevre
di realismo, si sono alla fine, dopo un’epoca di indubbi successi,
rivelate fallimentari; e le pratiche sviluppate a partire da esse si
sono arenate ormai definitivamente. I motivi li ho già sopra
accennati; non li ho approfonditi, ma ritengo veramente inutile farlo,
e non semplicemente in questa sede, visti i risultati finali di entrambe
le “vie”.
Interessante, e forse fecondo di qualche insegnamento, mi sembra quanto
sostenuto soprattutto da Lenin nell’epoca dell’imperialismo
e della rivoluzione russa. Egli dovette prendere atto del “tradimento”
delle socialdemocrazie, dell’“oriente avanzato e l’occidente
arretrato” (dal punto di vista politico, non certo da quello dello
sviluppo capitalistico). Egli non volle rimettere in discussione il
principio secondo cui il soggetto fondamentale della rivoluzione (contro
il capitale) sarebbe la classe operaia (versione ridotta del marxiano
lavoratore collettivo cooperativo); nel contempo fu costretto a riconoscere,
in pratica, la debolezza politica di quest’ultima, pur attribuita
alla pochezza e all’opportunismo dei suoi dirigenti, nel mentre
aveva ben più ampio risalto la lotta delle masse in paesi capitalisticamente
poco sviluppati e in cui, dunque, gli operai erano assai poco numerosi
in rapporto al complesso della popolazione.
La tesi formulata da Lenin fu quella dello sviluppo diseguale dei vari
paesi capitalistici, e di diverse ondate di tale sviluppo, per cui certi
paesi ascendenti, ma scarsamente rappresentati nella distribuzione delle
sfere di influenza mondiali, si sarebbero scagliati contro le potenze
capitalistiche di più antica data per recuperare, diciamo così,
il “tempo perduto”. In questa lotta titanica e generale,
sfociata nella “Grande Guerra”, i paesi in ritardo –
cioè con sviluppo capitalistico incipiente (tipo Russia) –
avrebbero visto crollare le loro strutture politiche e sociali interne,
facendo esplodere il malcontento delle masse ridotte alla fame; nel
contempo, nelle aree diventate colonie o semicolonie dei paesi capitalistici
della prima ondata, la lotta interimperialistica avrebbe messo in moto
le forze nazionaliste e indipendentiste.
Questa tesi è interessante pur se la sua formulazione originaria
è oggi scarsamente utilizzabile. Essa di fatto si basa, non però
in modo chiaro ed esplicito, sull’idea che la tendenza più
“profonda” dello sviluppo capitalistico non è quella
al riequilibrio ogni volta ch’esso è sottoposto a shocks
capaci di alterare una precedente situazione di equilibrio. Per quanto
non sia facile pensarlo, e tanto meno formalizzare questo pensiero,
mediante le categorie secondo cui siamo abituati a pensare, lo squilibrio
è proprio la tendenza sempre sottesa allo sviluppo di un sistema
perfino quando esso appare stagnante e apparentemente fermo, mentre
l’equilibrio va ritenuto non semplicemente temporaneo, bensì
un punto ideale, e quindi uno strumento analitico per “ricostruire”
la dinamica del sistema in questione, spesso assai utile per le possibili
applicazioni in sede pratica e per determinati usi; l’equilibrio
non dovrebbe però mai essere considerato come un reale punto
su cui detto sistema possa assestarsi sia pure per un istante infinitesimo.
Del resto, l’utilità pratica del punto di equilibrio (pensato,
idealizzato) si ha solo quando il sistema non conosce mutamenti strutturali
(e qualitativi) erratici e privi di una direzione di possibile predeterminazione.
Quando tale tipo di mutamenti è sempre all’ordine del giorno
– com’è nella storia delle società umane,
in specie se considerata per epoche di una certa lunghezza – pensare
le dinamiche secondo sequenze di punti di equilibrio, ipotizzando cioè
azioni squilibranti e reazioni riequilibranti, è di solito fortemente
limitativo.
Il leniniano sviluppo diseguale dei capitalismi non va nemmeno assimilato
allo squilibrio pensato da molti autori nel secondo dopoguerra –
si pensi per tutti a Myrdal – con riferimento al rapporto sviluppo-sottosviluppo.
In quest’ultimo caso, si sosteneva che, quando in un’area
si fosse manifestato un certo sopravanzamento rispetto ad altre, si
sarebbe messo in moto un processo cumulativo di accentuazione dello
sviluppo della prima con impoverimento e crescente ritardo delle seconde.
Lo schema è ancorato alla semplicistica visione del positivo
da una parte che implica il negativo dall’altra. Dopo lo sviluppo
dei paesi del sud-est asiatico (le cosiddette “tigri”) e
con Cina, e adesso anche India, che potrebbero diventare in qualche
decennio delle nuove potenze capitalistiche mondiali, quello schema
non ha più alcuna ragione d’essere. Invece, viene ancora
una volta verificata l’idea di un mutamento, erratico e imprevedibile,
dei rapporti di forza (economici e non) tra vari paesi capitalistici;
per l’appunto, Cina e India in forte crescita e l’Europa,
pur ancora zona ad alto sviluppo, in relativo arretramento.
Lo sviluppo diseguale, in senso proprio, si situa però in una
fase storica di non eccessivo disquilibrio di forze tra vari paesi,
o aree, capitalisticamente avanzati; in tale situazione, la lotta tra
di essi si dispiega in tutta la sua ampiezza, investendo non semplicemente
i loro sistemi economico-imprenditoriali (produttivi e finanziari),
bensì anche gli ambiti politici (e militari) e ideologico-culturali.
L’uso della forza è caratteristica precipua di epoche in
cui si ha un non eccessivo dislivello di forza tra paesi ad alto sviluppo
capitalistico. Si tratta di quelle che ho definito spesso epoche policentriche,
come appunto quella tra otto e novecento che è stata la vera
fase dell’imperialismo, poiché quest’ultimo non è
“stadio supremo” del capitalismo, bensì periodo di
trapasso tra la supremazia mondiale di un dato paese (di un dato sistema
economico-politico-culturale) e la supremazia di un altro; nell’epoca
appena accennata si verificò il passaggio dal dominio (con relativo
monocentrismo) inglese a quello statunitense.
E’ proprio nelle epoche completamente policentriche che si verifica
lo sviluppo diseguale, con rapidi (in termini di tempi storici ovviamente)
cambiamenti dei rapporti di forza tra vari centri capitalistici. Questi
cambiamenti rapidi, però, sono il frutto della messa in moto
di una conflittualità intercapitalistica (e, a quel punto e solo
a quel punto, interimperialistica) che si acutizza quando dalla prevalente
competizione nella sfera economica si passa a quella a tutto campo,
a quella che investe con forza innanzitutto la sfera politica (con i
suoi prolungamenti bellici) e, in subordine, quella culturale. E’
in tali epoche che si ha il massimo dispiegamento della forza nel conflitto
intradominanti con periodi di crisi – economiche, politiche (e
militari), culturali, con particolare accentuazione delle seconde –
che accrescono lo squilibrio nei rapporti tra i vari paesi e aree capitalistici
fino a quando un paese o area tende nuovamente a prendere la supremazia
avviandosi verso la riapertura di una nuova epoca monocentrica.
Nei periodi di più aperto dispiegamento della conflittualità
policentrica (imperialistica) non è per nulla predeterminato
e prevedibile, innanzitutto, chi sarà in grado di prevalere;
inoltre, non soltanto si verificano congiunture di crisi implicanti
il netto peggioramento delle condizioni di vita di masse imponenti –
questa è una tipica condizione necessaria ma nient’affatto
sufficiente né decisiva – ma soprattutto si produce spesso
il crollo di istituzioni e apparati politici e una forte incrinatura
dell’ideologia e cultura delle classi dominanti in quei paesi
capitalistici che Lenin definiva “anelli deboli della catena imperialistica”.
Invece, nei periodi storici in cui ci si stia allontanando da una configurazione
monocentrica, senza che ancora si sia pienamente manifestata quella
imperialistica – periodi in cui si nota un certo accentuarsi della
competizione tra agenti economici, ma è ancora troppo debole
il conflitto tra agenti politici e culturali – si verificano in
genere fenomeni di stagnazione, di crisi (non solo economica, bensì
anche sociale e politico-culturale) di tipo strisciante, di putrescenza
e degenerazione lenta, soprattutto in dati paesi e aree in relativo
arretramento mentre altri crescono di peso in tutti i sensi. Laddove
si manifestino i fenomeni di crisi o di crescita (non più sviluppo)
stentata e tendenzialmente per brevi periodi, ovviamente si accentuano
il disagio e il malcontento sociali, si avverte una carenza di prospettive,
si rinvigoriscono i conflitti per la redistribuzione di reddito, di
potere politico, di egemonia ideologica; tuttavia, le varie frazioni
dominanti, in particolare alcune di esse, non vedono disgregarsi la
loro influenza preminente sui dominati, che restano anch’essi
entro il puro orizzonte della difesa delle loro condizioni di vita,
cioè sviluppano lotte distributive, sovente assai corporative.
E’ bene non crear(si) soverchie illusioni. Nulla è senza
dubbio sicuro e determinato con assoluta certezza; tuttavia, in linea
generale, le condizioni per una reale crisi rivoluzionaria si creano
nei periodi del massimo dispiegamento della conflittualità policentrica,
che vede a quel punto la più violenta accentuazione della stessa
proprio nelle sfere politico-militare (soprattutto) e ideologico-culturale.
Per quanto decisiva sia, nel modo di produzione capitalistico, la sfera
economica, dove si sviluppano le forze produttive in grado di estrarre
sempre maggiori quantità di plusvalore quale mezzo del conflitto
strategico tra dominanti per assumere la preminenza, è solo quando
tale conflitto si sviluppa al suo più alto grado di acutezza
tra agenti dominanti politici (per le zone di influenza) e, appena in
subordine, tra quelli culturali (per l’egemonia ideologica), che
si entra veramente in una fase di possibili congiunture rivoluzionarie
in determinati paesi e aree (gli “anelli deboli”). Tuttavia,
ritornando all’inizio di questo scritto, la crisi rivoluzionaria
non è necessariamente contro il capitale, proprio perché
nessun soggetto agente in tale crisi si forma oggettivamente nelle viscere
stesse della forma capitalistica di società, collocandosi in
una posizione antitetica rispetto ai suoi specifici rapporti. I giochi
rivoluzionari sono aperti: contro o dentro il capitale.
E qui arriviamo al dunque.
13. Fasi mono e policentriche. Spontaneità e trasformazione
rivoluzionaria
Sarebbe del tutto assurdo voler predeterminare le tappe che dovrebbe
attraversare una crisi rivoluzionaria, indicando con sicumera gli agenti
della stessa e i mezzi che essi dovrebbero impiegare. Tale atteggiamento,
tipico di piccole sette di comunisti e sedicenti marxisti (come prima
di altrettali sette di anarchici), è puramente e semplicemente
fastidioso per il suo delirio e la sua rozzezza intellettuale. Assai
più serio, e realistico per l’epoca in cui fu formulato,
è il principio, affermato da Marx e poi ripreso da tutto il marxismo,
secondo cui si viene formando un soggetto della trasformazione dentro
lo sviluppo progressivo del modo di produzione capitalistico. Si deve
tuttavia ammettere, ormai in via definitiva, che così non è;
e non per una semplice “falsificazione” storica, ma come
risultato di una analisi teorica più adeguata e realistica della
dinamica del modo di produzione in oggetto.
Il capitalismo – osservato non solo sotto l’angolazione
del suo modo di produzione, bensì soprattutto come formazione
sociale suddivisa in tante sezioni socio-spaziali – conosce l’alternarsi
di epoche mono e policentriche (pienamente imperialistiche) con sviluppo
diseguale delle sezioni appena nominate. Soprattutto nelle epoche policentriche,
tale sviluppo diseguale, erratico (e non prefigurabile in tempi storici,
cioè con molti anni di anticipo), si accelera e intensifica e
produce lotte acutissime tra i dominanti per la supremazia mondiale,
conducendo a crisi rivoluzionarie in congiunture (temporali e spaziali)
delimitate, anch’esse non predeterminabili con certezza, ma comunque
probabilisticamente prevedibili nei famosi “anelli deboli”.
La crisi rivoluzionaria non vede emergere un preciso soggetto della
trasformazione; tanto meno un soggetto che, in sé, racchiuda
la trama di una possibile organizzazione dei rapporti sociali del futuro.
E’ però assai facile che la crisi crei forte malcontento
e ribellione negli strati sociali a più basso reddito e condizioni
di vita nei vari capitalismi (in specie nei più deboli tra questi
ultimi) e nelle aree sottoposte all’influenza imperialistica dei
paesi capitalistici più forti, ecc. Sia chiaro, comunque, che
questi strati sociali sono generalmente anche quelli a più basso
livello culturale, e meno esprimono quindi una reale capacità
egemonica in vista di trasformazioni effettivamente rivoluzionarie delle
strutture economiche, politiche e ideologiche delle varie sezioni socio-spaziali
capitalistiche in conflitto. Tali trasformazioni possono avvenire solo
se sono presenti, a dirigere le masse degli scontenti e dei ribelli,
gruppi di agenti strategici della rivoluzione (sia che questa sia dentro
o invece contro il capitale).
La “spontaneità dei movimenti” è un’estrema
difesa dei dominanti, coadiuvati da gruppi di agenti politici in grado
di influenzare i dominati (o non dominanti), per disperdere o allontanare
le prospettive rivoluzionarie; su questo ci deve essere chiarezza massima.
Pensare ad alleanze con questi agenti politici dei dominanti –
salvo che in casi particolari e in aree dove la lotta di trasformazione
sociale si intreccia con quella di affrancamento dall’influenza
imperialistica delle principali potenze capitalistiche in lotta fra
loro per la supremazia mondiale – significa consegnarsi alla paralisi
e poi al “tradimento” della prospettiva rivoluzionaria.
E quando i “traditori” sono coloro che sognavano la rivoluzione
contro il capitale, è facile che la loro funzione venga sostituita
da quella di chi la persegue dentro il capitale, con esiti facilmente
immaginabili; di cui i Fronti Popolari europei degli anni trenta e una
parte della Resistenza al nazifascismo sono esempi preclari, ideologicamente
celati o distorti dalla pappa retorica – la lotta per la “Libertà”
e per scacciare l’occupante straniero dal “sacro suolo della
Patria” (l’“ultimo rifugio delle canaglie”,
come affermò Samuel Johnson) – propalata dagli opportunisti
che, certamente, hanno ormai prevalso per una temo non breve fase storica
presente e futura.
Il malcontento, rabbia, spirito di ribellione, di vaste masse nel momento
della crisi, legata ad aspri contrasti interdominanti, sono una semplice
condizione di possibilità della precipitazione rivoluzionaria.
In passato, si riteneva normalmente che la base di quest’ultima
fosse costituita dagli strati sociali a più basso reddito e condizioni
di vita, tipo operai e contadini poveri, comunque ceti lavoratori dei
livelli esecutivi inferiori; mentre l’arretramento economico e
sociale di vasti strati di tipo intermedio (“ceti medi”)
era considerato un’occasione per violenti sussulti reazionari
di tipo fascistico. In realtà, la situazione è meno semplice
e non ben delineata socialmente. Movimenti populisti di tipo “reazionario”
(rivoluzionario dentro il capitale) hanno una larga base negli ultimi
gradini della piramide sociale; si parla di sottoproletariato (la “schiuma”
della società), il che è parzialmente corretto, ma non
ci si scordi della larga rappresentanza che in tali movimenti hanno
anche i “proletari”, cioè, detto con il linguaggio
di oggi, i lavoratori salariati o “autonomi” dei livelli
inferiori. I ceti medi, cioè i livelli intermedi di reddito e
di cultura, sono certo importanti nei paesi a sviluppo capitalistico
avanzato, dove l’immagine topologica della società è
spesso una botte (con base inferiore ovviamente più larga di
quella superiore) più che una piramide, ma non forniscono la
parte più consistente delle frange veramente attive nel cambiamento;
sono un elemento decisivo di massa, un elemento di tipo specialmente
ideologico-culturale, ma non necessariamente a favore di una rivoluzione
dentro il capitale, poiché soprattutto i ceti medi che svolgono
lavori di tipo intellettuale, appartenendo a livelli culturali più
alti, fungono spesso da appoggio a rivoluzioni contro il capitale.
Tutto questo riguarda però soprattutto le congiunture critiche
nell’ambito di fasi apertamente policentriche (imperialistiche).
Movimenti tumultuosi in fasi diverse – mettiamo ad es. l’insorgenza
sessantottina del secolo scorso – cambiano magari certe coordinate
culturali, assai poco o niente quelle dei rapporti di potere politici
ed economici. Lotte soprattutto di liberazione nazionale del tipo di
quelle che si svolsero, guidate o meno dai comunisti, ai margini dei
due campi (capitalista e “socialista”), o quelle odierne
contro un’occupazione statunitense di carattere nuovamente coloniale,
rappresentano al massimo il sintomo di un monocentrismo imperfetto e
attualmente, forse, di un lento declino del monocentrismo stesso. In
ogni caso, tutti i sommovimenti che possano verificarsi non ottengono
proprio alcun risultato se al loro interno non agiscono quelle che un
tempo venivano chiamate avanguardie e che preferirei oggi denominare
gruppi di agenti strategici rivoluzionari. Questi ultimi, però,
agiscono all’interno delle masse in movimento, ma non sorgono
– e tanto meno spontaneamente – da queste masse.
Kautsky, ripreso pari pari e con piena adesione da Lenin nel Che fare,
scrisse, in questo caso mirabilmente: “socialismo e lotta di classe
nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi
sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non
può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche
[….] Il detentore della scienza non è il proletariato,
ma sono gli intellettuali borghesi [corsivo di K.]; anche il socialismo
contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo
ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati
per il loro sviluppo intellettuale i quali in seguito [corsivo mio]
lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni
lo permettono [corsivo mio]. La coscienza socialista è quindi
un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno,
e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [corsivo mio]”.
La terminologia usata è calata nella situazione della “lotta
di classe” di cent’anni fa, ma il concetto è più
attuale che mai, salvo che per gli opportunisti e i fautori della “spontaneità”,
in quanto agenti politici dotati dai dominanti di tutti gli strumenti
necessari a mantenere un’influenza determinante all’interno
dei dominati, onde questi ultimi si “agitino” entro il quadro
dei rapporti economici, politici, culturali che assicurano la permanenza
di quella specifica forma di dominio.
Le masse in movimento, in condizioni che lo consentano e che sono soprattutto
quelle legate a congiunture di crisi provocate dalla lotta intradominanti
in una fase policentrica, rappresentano una conditio sine qua non per
una qualsiasi attività rivoluzionaria (sia dentro che contro
il capitale). Senza movimento di masse, innescato dalle suddette congiunture
in cui si verifichino profonde incrinature degli assetti economici,
politici, culturali capitalistici di quella data epoca, è manifestazione
di soggettivismo esasperato e inane pensare di poter effettuare rivolgimenti
sociali profondi. Tali masse sono però divise in tante sezioni
– di strati sociali bassi come intermedi, senza alcuna speciale
funzione assolta dagli uni o dagli altri – ognuna delle quali
vuole, ammesso che sappia quello che vuole, cose diverse da tutte le
altre. E il caos è tale che sarebbe vano sperare di individuare
una sorta di vettore di composizione delle forze in campo, che spesso
si paralizzano vicendevolmente o provocano solo lo sbriciolamento delle
strutture sociali di ogni sfera (in particolare, di quelle economica
e politica). Sempre per usare di una analogia pur imperfetta, l’agitazione
delle diverse sezioni delle masse sarebbe il tumultuoso svolgersi di
processi fisico-chimici e fisiologici a livello cerebrale. Gli agenti
rivoluzionari strategici portano il tutto all’espressione del
pensiero, delle più ordinate concatenazioni di idee, ma operando
ad un livello diverso che non sorge spontaneamente da quello di “base”,
pur dovendo restare a quest’ultimo strettamente connesso (ma relativamente
indipendente).
E’ dunque necessaria la presenza dei gruppi di agenti strategici
della trasformazione rivoluzionaria per assegnare una qualche finalità
al movimento scomposto delle masse e condurre ad una qualche soluzione
della crisi nella particolare congiuntura creatasi ad opera dell’acutizzazione
della conflittualità tra dominanti. Gli agenti strategici rivoluzionari
debbono essere in possesso di cognizioni atte a comprendere la situazione,
la strutturazione della società mondiale e nazionale, cioè
in ambito generale come locale; ad afferrare i vari rapporti di forza
tra i dominanti, l’articolazione dei loro vari gruppi e lo sviluppo
del conflitto tra questi; a interpretare le aspirazioni delle varie
sezioni delle masse, ma non certo per semplicemente adeguarsi ad esse
(così varie e confuse come sono), poiché è invece
necessario fornire al movimento uno sbocco trasformativo, di cui avere
già delineato all’ingrosso almeno alcuni punti salienti
anche in termini di sostituzione di nuovi apparati e istituzioni economici
e politici ai vecchi. Ed è qui che si gioca il risultato dello
scontro tra chi vuol trasformare per mantenere il potere dei vecchi
dominanti (anche se di nuove frazioni, soprattutto di agenti politici
e culturali) e chi invece vuol veramente rovesciare questo potere per
giungere, sia pure scontando una fase di transizione, a nuove configurazioni
di rapporti nelle diverse sfere sociali. Si tratta di un risultato non
predeterminato, e di un dispiegamento di forza da parte di schieramenti
contrapposti, in ognuno dei quali sono rappresentati sia i “proletari”
sia i “ceti medi” (parlo in specie dei paesi capitalistici
avanzati); sono cioè rappresentati i lavoratori salariati e autonomi
con livelli di reddito bassi e medi, con differenti condizioni e stili
culturali di vita, con specializzazioni professionali diverse, ecc.
Tutto questo riguarda però le congiunture particolari createsi
in epoche policentriche. Si può fare il medesimo discorso, che
era quello vigente all’epoca dei Kautsky e dei Lenin, in fasi
almeno in buona parte monocentriche? Non si scardina qui il fondamentale
rapporto di forza tra le varie frazioni dominanti delle diverse sezioni
socio-spaziali della formazione sociale capitalistica. Si accentua la
competizione tra gli agenti strategici economici, si svolge magari anche
una sorda, e spesso sotterranea, lotta tra gli agenti dominanti delle
altre tipologie; ma non si intacca il fondamentale dominio dell’ideologia
del capitalismo, dell’impresa e del mercato, delle “libere
elezioni democratiche”, della “liberta” di opinioni
e di diffusione delle stesse, ecc. La sostanza del problema relativo
al rapporto tra “spontaneità e coscienza”, tra movimenti
di masse e agenti strategici rivoluzionari, rimane comunque la stessa
di sempre. Dove sono però le masse in movimento, la rabbia e
il malcontento generalizzati che mettono realmente in discussione i
principi stessi su cui si fondano gli assetti capitalistici? E soprattutto,
dove sono gli agenti strategici in questione? Possono formarsi e come
debbono agire? Veniamo pure all’oggi.
14. Il conflitto strategico nell’attuale fase ancora monocentrica
e non rivoluzionaria
Ci troviamo oggi, dopo gli avvenimenti del 1989-91, che condussero
alla rimondializzazione del capitalismo, in una situazione ancora sostanzialmente
monocentrica; forse è già iniziato il suo declino, in
particolare con la rapida crescita di nuovi centri capitalistici nell’est
asiatico. Tuttavia, sarebbe errato estrapolare le tendenze degli ultimi
vent’anni in Cina, e in definitiva meno di dieci in India, per
proiettarle nei prossimi decenni (almeno tre a mio avviso). Del resto,
continuo a pensare – ma non ho prove da addurre in merito –
che Europa, e anche Russia, non assisteranno inerti per i prossimi trent’anni
alle tendenze attuali, che le vedrebbero totalmente subordinate e schiacciate
dalla competizione tra USA e Cina (e India? Ma certo non credo proprio
in alleanza con la Cina; anzi queste due future potenze potrebbero paralizzarsi
vicendevolmente, e creare addirittura un tripolarità asiatica
tenendo conto pure del Giappone).
In ogni caso, al momento attuale, e prevedibilmente per alcuni decenni
futuri, gli USA resteranno il centro del capitalismo mondiale; essi
stanno esercitando un’egemonia – e non solo grazie all’apparato
bellico – che l’Inghilterra dell’800 non ebbe mai
ad un grado così elevato. E’ probabile, lo ripeto, che
sia iniziato un loro declino, ma prima che sia veramente apprezzabile
passerà molto tempo. Malgrado tutte le apparenze, ho la netta
sensazione che, al presente, il tallone d’Achille dell’egemonia
statunitense si trovi proprio nel suo aspetto culturale. Dal punto di
vista politico (e bellico) ed economico (e tecnico-scientifico), gli
USA appaiono ben saldi, sebbene una visione economicistica continui
ad insistere sull’enorme deficit sia del bilancio statale che
della bilancia commerciale. Non saranno tali fenomeni ad affossare l’egemonia
USA; nemmeno se ciò dovesse portare a crisi economiche di notevole
portata (per null’affatto sicure, d’altronde), che si rifletteranno
ampiamente sugli altri paesi capitalistici, anche su quelli attualmente
in veloce crescita. Vi è un arretramento nella percentuale dei
brevetti detenuti dagli USA; non ricordo le cifre esatte, ma è
all’incirca come se si fosse passati in dieci anni dall’85%
all’80%; non è certo un dato molto incoraggiante per i
competitori. In tutti i settori di punta della nuova era tecnico-industriale,
gli Stati Uniti detengono, e manterranno certo a lungo, un netto primato;
e la Borsa di New York continuerà per molto tempo ad essere il
centro (e il termometro) della finanza mondiale. Bando a certi sogni.
Coloro che oggi stanno cianciando di un Impero acefalo, con imprecisate
moltitudini in ascesa contro di esso, dovrebbero essere definiti con
termini assai offensivi. Sono gli stessi che inventarono l’operaio-massa,
poi quello sociale, facendo di volta in volta diventare “soggetto
del rivolgimento” (ovviamente totale ed esaustivo com’è
quello sempre sognato nei deliri degli anarcoidi di tutti i tempi) o
i metalmeccanici, o i portantini degli Ospedali, o i lavoratori del
Metro parigino; oggi lo sono un po’ tutti e in particolare i presunti
lavoratori cognitivi. E’ inutile d’altronde lamentarsi di
questa situazione, che investe una parte (ultraminoritaria) di una massa
giovanile totalmente priva di memoria storica e di cultura politica.
Tali fenomeni negativi sono l’inevitabile frutto di una sconfitta
storica decisiva e definitiva; d’altronde, dalla parte opposta,
si constata l’accanimento sclerotico di piccole sette di comunisti
che non si accorgono del tempo che passa.
Nella situazione “imperiale” – ma dotata di un preciso
centro – in cui ci troviamo, dobbiamo faticosamente riprendere
in mano le fila di un discorso critico, nutrito di ipotesi scientifiche
e non fatto di brillanti ciance solo ideologiche. Come detto all’inizio,
transiteremo certo a una nuova epoca in cui saranno formulate teorie
diverse, e messe in opera altre pratiche rispetto a quelle del passato.
Tuttavia, è utile impegnarsi per la transizione a questa nuova
epoca, non disperdendo ogni acquisizione del nostro passato, che solo
le “avanguardie” decerebrate dei nuovi inizi totali vogliono
far dimenticare. Si dovrebbe recuperare un nuovo concetto di modo di
produzione capitalistico, che oggi, nella sua generalità teorica,
riguarda tutto il globo (ivi compresi i paesi asiatici ascendenti).
Sarà tuttavia indispensabile costruire meglio l’immagine
teorica di una formazione capitalistica mondiale divisa in quelle che
ho denominato, in assenza di un più preciso concetto di tale
oggetto, sezioni socio-spaziali, che quasi sempre sono paesi e nazioni
capitalistici, presi singolarmente o a gruppi ritenuti sufficientemente
omogenei.
Lasciando da parte i paesi capitalistici asiatici in sviluppo, con particolarità
(capitalistiche), sia economiche che politiche e culturali, da me scarsamente
conosciute, penso di poter affermare che nell’area a capitalismo
più tradizionale – sia nel centro, gli Stati Uniti, che
nei paesi non centrali (Europa e Giappone, ma con particolare riferimento
alla prima) – non si intravede nemmeno il “fremito”
della formazione di nuovi agenti strategici della rivoluzione, né
dentro né contro il capitale. All’interno di quelle che
un tempo furono le correnti radicali dell’anticapitalismo, si
è ormai formata una vera catena di S. Antonio dell’opportunismo
più sconsolante e squallido che sia mai esistito, pregno di incultura
teorica e di sbandamento politico. La più gran parte delle forze
politiche opportuniste ha fatto, grosso modo, una fine simile –
ma ancor meno dignitosa in termini anche solo culturali – a quella
delle socialdemocrazie del 1914; si tratta di coloro che sono veri e
propri servitori “sciocchi” del grande capitale monopolistico.
Poi, in gruppi di consistenza via via minore, a questa maggioranza stanno
vischiosamente aggrappati – sempre con la scusa del “meno
peggio” e dello “stare dove sono le masse”, talvolta
rappresentate da poche migliaia di disperati – coloro che soggettivamente
inseguono ancora sogni rivoluzionari, ma sempre con la testa voltata
indietro ad impossibili “ritorni di fiamma” di teorie e
prassi politiche ammuffite e in decomposizione.
Pensare di poter ovviare a questo autentico disastro, in via puramente
soggettiva, è perfettamente cervellotico e fa esclusivamente
disperdere energie senza costrutto. Non si tratta certo di essere deterministici,
ma bisogna ammettere che le congiunture effettivamente rivoluzionarie
si presentano con più alta probabilità nel pieno del policentrismo
imperialistico, dove acquistano forza e significatività di risultati
le attività delle frazioni di agenti politici (e culturali),
sia dominanti che rivoluzionari; dove quindi si sviluppa al suo massimo
livello la lotta triangolare tra conservazione, rivoluzione dentro il
capitale, rivoluzione contro il capitale. In tali congiunture anzi,
ad un certo punto, le forze conservatrici – che si presentino
di “destra” o di “sinistra”, dichiaratamente
reazionarie o presunte progressiste, non ha più importanza perché
il velo ingannatore tende a cadere a pezzi – entrano spesso in
una situazione di paralisi, mentre giunge al suo acme la lotta tra “rivoluzionari”:
tra quelli che si battono perché tutto cambi onde permanga comunque
il potere dominante capitalistico, sia pure esercitato da nuove frazioni,
e quelli che conducono a fondo l’attacco affinché venga
radicalmente incrinato tale potere e inizi il tentativo di transizione
ad altra forma di rapporti sociali, di cui però bisogna avere
qualche idea e qualche progetto di massima per realizzarla.
Sono tutte condizioni oggi mancanti in toto. E’ perfettamente
superfluo arrovellarsi su una possibile rivoluzione contro il capitale.
Tutto deve essere rifatto ex novo, e tuttavia ripartendo da una radicale
critica del passato. Si procede, che piaccia o meno, per “prova,
errore e correzione dell’errore”. Ma l’errore non
è certo quello declamato dai fautori dell’azione sedicente
pura, simili ai soreliani, agli anarco-sindacalisti, ecc. dei tempi
andati; l’errore è innanzitutto quello teorico che ha condotto
in direzioni sbagliate o, detto più precisamente, verso iniziali
successi seguiti da una involuzione e dal fallimento finale.
Il campo capitalistico sviluppato ha ripreso la sua influenza globale,
senza che sia mutata – salvo certamente l’ascesa dei nuovi
capitalismi già nominati – la struttura dei rapporti di
forza al suo interno; rapporti che dipendono in buona parte dall’articolazione,
nei blocchi dominanti dei vari paesi e aree di detto campo, dei gruppi
di agenti strategici economici (produttivi e finanziari), politici e
culturali. Nei paesi, da me indicati quali non centrali, gli agenti
economici sono in netta prevalenza sugli altri; e tra gli economici
prevalgono (come ad es. in Italia), o comunque hanno ancora troppo potere
(come ad es. in Francia e Germania), i finanziari. Il grumo politico-finanziario
– che influenza nettamente i settori culturali – assiste
l’industria, meno avanzata e competitiva che nel paese centrale,
solo perché, pur non avendone consapevolezza e non perseguendo
direttamente tale obiettivo, non può comunque esimersi dall’alimentare,
“oggettivamente”, i meccanismi fondamentali di estrazione
del plusvalore (base dei profitti). Il blocco dominante però,
in assenza della spinta innovativa e della potenza che caratterizza
la capacità egemonica del paese centrale, si dibatte tra “Scilla
e Cariddi”: minima salvaguardia dell’ormai cadente “Stato
sociale”, senza il quale verrebbe quanto meno minata la pace tra
i vari strati della popolazione; e tuttavia lenta erosione dello stesso
per recuperare risorse con cui assistere i gruppi dominanti, e paracadutare
i sempre più pericolosi processi di deindustrializzazione. Simili
gruppi non conoscono affatto un altro modo di procurarsi le risorse
in questione, poiché nei paesi non centrali è carente,
ove più ove meno, la spinta innovativa, e viene ostacolata la
formazione di gruppi strategici politici (e culturali) aggressivi e
in grado di acuire una reale conflittualità con il paese centrale
onde eroderne l’egemonia mondiale.
La conflittualità interdominanti – quella che si svilupperebbe
in una fase compiutamente policentrica – non riesce ad impiantarsi
solidamente; essa trova troppo spesso vie sorde e sotterranee di attuazione,
spesso contorte, difficilmente leggibili, aperte a mediocri compromessi
con i dominanti centrali; vie insomma verso le quali non è possibile
orientare consistenti quote della popolazione dei paesi non centrali,
pur magari facendo appello alla torbida, e a doppio taglio, ideologia
indipendentista. Tutto langue e si deteriora, e trascina purtroppo con
sé anche la conflittualità che dovrebbe nascere ad opera
di agenti rivoluzionari capaci di indirizzare la loro azione in senso
decisamente anticapitalistico. Mi dispiace di dover delineare questo
quadro desolato e desolante, ma ciò è quanto si vede attualmente.
Il che fare non può assolutamente scimmiottare quello dei bolscevichi,
che agivano nell’anello debole costituito dalla Russia in una
fase storica di massima fioritura della struttura imperialistica della
formazione capitalistica mondiale. Non sussiste al presente alcun reale
policentrismo; e solo forse, sta iniziando il declino del monocentrismo
statunitense. I sintomi di detto declino certo ci sono: soprattutto
l’incapacità del paese centrale di esercitare una egemonia
di minimo coordinamento del mondo capitalistico, in via di crescente
scollamento, con convulsioni e caos vieppiù generalizzati, che
non sembrano affatto essere fenomeni di un breve periodo transitorio,
segnalando invece la faticosa apertura di una nuova epoca imperialistica.
15. La possibile strategia difensiva degli agenti contro il capitale
In una situazione come quella presente, e sopra delineata, penso sia
abbastanza sciocco volersi inventare chi sa quali strategie. Le fantasie
vanno lasciate ai politicanti e intellettualoidi della sinistra autoproclamatasi
radicale, quella che straparla di “nuovi mondi possibili”,
di “moltitudini”, di “no-gobal”, e di altre
demenzialità similari. Naturalmente, gli sciocchi sono gli appartenenti
alle quote minoritarie di popolazione che seguono tali politicanti;
questi ultimi – e il ceto intellettuale di basso livello che li
incensa e, nel contempo, li sollecita a immergersi ancor più
nella putrida palude dell’opportunismo – rappresentano il
marciume, i prodotti di scarto, di un movimento che ha subito una sconfitta
definitiva e si è riciclato, come in altra guisa è accaduto
nei paesi ex “socialisti”, a personale politico dei dominanti
capitalistici, in genere dei peggiori fra questi: gli agenti economico-finanziari.
Per coloro che, in nuce, cercano di rappresentare il possibile futuro
formarsi di nuovi gruppi di agenti strategico-rivoluzionari contro il
capitale, non restano che poche ricette da seguire. Elenchiamole pure
per punti, tanto pochi sono.
a) Il primo compito in assoluto, quello più ovvio e immediato,
è l’opposizione, sempre e comunque, allo strapotere e all’egemonia
del capitalismo USA, che è ancor oggi il centro indiscusso della
formazione capitalistica rimondializzatasi. Il suo punto debole, almeno
in prospettiva, mi sembra quello culturale; e credo che su questo si
debba battere, anche perché le attuali misere forze di una eventuale
futura rivoluzione anticapitalistica sono probabilmente, nei nostri
paesi non centrali, più attrezzate a questo che ad altri compiti.
Tuttavia, è fin troppo ovvio che la potenza statunitense è
fortemente sostenuta dall’economia e dalla politica, ivi compresa,
soprattutto, quella militare. L’appoggio a qualsiasi gruppo, nazionale
o altro – che riesca a contrastare, incrinare, tale potenza, o
che almeno le assesti qualche buon colpo – va dato con convinzione
per quanto è possibile, senza però rischiare la completa
liquidazione e schiacciamento delle proprie minime capacità ancora
embrionali.
Nel breve periodo viene subito alla mente la Resistenza irakena ma,
nel giro di qualche anno, tale situazione potrebbe anche mutare. Ciò
che invece caratterizzerà un periodo ben più lungo è
comunque il fatto che l’opposizione dura, e violenta, alla completa
egemonia americana si svilupperà soprattutto in aree dove le
forme capitalistiche di produzione sono arretrate, primitive e asfittiche,
e dove motivi religiosi e nazionali sono in questo momento i principali
collanti della lotta non solo antistatunitense ma, in generale, antioccidentale.
Mi sembrerebbe errato che gli embrioni anticapitalistici dei paesi non
centrali (europei in specie) si dedicassero quasi solo all’aiuto
di tale lotta, ma comunque si tratta di un compito fondamentale, imprescindibile.
E non semplicemente per motivi morali, di dovere internazionalista nei
confronti di tutti i dominati che si ribellano, ma anche e soprattutto
per ragioni squisitamente politiche e strategiche; qualsiasi incrinatura
dell’egemonia del capitalismo centrale (imperiale), qualsiasi
sua sconfitta, è un vantaggio oggettivo per chi pensa in senso
anticapitalistico nei paesi avanzati non centrali. Perfino i gruppi
di agenti rivoluzionari dentro il capitale, se si formeranno in tali
paesi man mano che ci si avvicinerà ad una più compiuta
fase policentrica, non potranno esimersi dal favorire, in qualche modo,
l’azione antiamericana laddove ha attualmente maggiori probabilità
di acuirsi; altrimenti, essi daranno prova di miopia strategica e falliranno
i loro scopi. Tanto più debbono agire in tal senso gli eventuali
gruppi di agenti rivoluzionari contro il capitale. Questo è veramente
tassativo e praticamente fuori discussione.
b) All’interno dei paesi capitalistici non centrali, in mancanza
di una visione chiara delle strutture di rapporti capitalistici e della
capacità di liberarsi di vecchi schemi, se non cedendo al più
vieto degli opportunismi, è bene appoggiare, tatticamente, ogni
azione a favore dei ceti subordinati e a più basso livello di
reddito, sia che si tratti di lavoratori salariati o meno. Va ovviamente
difeso ogni brandello del vecchio Stato sociale, con la precisa consapevolezza,
però, che si è in presenza di una battaglia al puro livello
dei rapporti di distribuzione (non di produzione), e che sarà,
in tempi nemmeno lunghissimi, persa.
Ancora voglio citare il Lenin del Che fare (i corsivi sono miei): “La
storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole
forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista,
cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati,
di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa
o quella legge necessaria agli operai, ecc.”; e le tesi degli
opportunisti sarebbero “giuste se per politica si intende la politica
tradunionista, vale a dire l’aspirazione di tutti gli operai a
ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ai mali che comporta la
loro condizione, ma non ancora a sopprimere questa condizione, cioè
a distruggere la sottomissione del lavoro al capitale”. Queste
frasi andrebbero ricordate ogni giorno, ogni ora, e sbattute in faccia
ai “sinistri radicali” odierni. E che questi opportunisti
non obiettino circa il superiore livello di cultura e di coscienza delle
masse nel mondo moderno (capitalismo avanzato); tale livello è
ben misurabile mediante gli orridi spettacoli in TV, è constatabile
dal rovinoso decadimento ormai almeno trentennale del giornalismo, della
letteratura, della saggistica, ecc.
Lo Stato sociale è il frutto della “aspirazione di tutti
gli operai a ottenere dallo Stato misure atte a rimediare ecc.”.
Lo Stato sociale è il risultato delle lotte mosse da questa aspirazione
in una situazione internazionale, in cui la presenza di un “campo
socialista” aveva creato negli agenti dominanti del capitalismo
il forte timore di essere esautorati del potere. Lo Stato sociale si
è però realizzato laddove – i paesi non centrali
– la configurazione dei blocchi degli agenti dominanti (con forte
prevalenza di quelli economici) era tale da non potere, né volere,
contrastare l’egemonia mondiale del capitalismo statunitense.
Tuttavia, lo Stato sociale va difeso fino a quando non si verificheranno
le condizioni per le quali l’aspirazione di tutti i ceti dominati
(e non dominanti) sarà, non di “ottenere dallo Stato misure
atte a rimediare, ecc.”, ma di dare impulso, se possibile, alla
trasformazione dei rapporti di produzione (quindi di dominio) capitalistici,
con il necessario smantellamento dell’apparato “pubblico”
così com’esso è strutturato ai fini di tale forma
di dominio.
Lo Stato sociale va difeso per alcuni semplicissimi, ovvii, motivi.
Intanto, non si deve nulla concedere all’inettitudine delle classi
dominanti europee (italiane in testa), che cianciano di competizione
globale, e dunque di liberismo, senza minimamente possedere l’attrezzatura
– adeguata articolazione tra gruppi di agenti strategici economici
(con quelli produttivi in posizione preminente), politico-militari e
cultural-ideologici – necessaria ad una competizione siffatta.
Simili abominevoli classi dominanti, in cui prevale il grumo politico-finanziario
(anzi, finanziario-politico tenendo conto della gerarchia in esso esistente)
con una industria fortemente assistita e poco competitiva, classi pervase
da scarsa (o nulla) determinazione a dotarsi degli strumenti indispensabili
all’eventuale uso della forza (non necessariamente militare in
senso stretto), cercano “la botte piena e la moglie ubriaca”:
una erosione lenta dello Stato sociale per dirottare risorse gradualmente,
evitando il più possibile i conflitti capitale/lavoro, verso
gli scopi “assistenziali” (agli agenti dominanti capitalistici)
ormai noti. Il tutto per continuare a traccheggiare ed evitare contrasti
troppo forti con i dominanti centrali. Per quanto è nelle misere
forze dei ristrettissimi (almeno attualmente) gruppi di agenti strategici
rivoluzionari anticapitalistici, questo miserabile gioco di questi miserabili
dominanti va ostacolato. E, nel frapporre ostacoli, possono essere stretti
accordi con tutti quelli che ci stanno, che non vogliono essere strangolati
nelle loro condizioni di vita, nel loro inserimento politico e sociale.
Ma accordi limitati, e solo a questo scopo, se la lotta non è
in grado di avere sbocchi che si indirizzino, strategicamente, verso
il superamento del mero orizzonte distributivo.
c) E’ da trent’anni che le poche forze anticapitalistiche
rimaste in campo, anch’esse oggettivamente corrotte da decenni
di opportunistica adesione ad una politica di mera lotta parlamentare
e sindacale (distributiva in termini economici e politici) – politica
di cui fu “maestro” il PCI di Togliatti – inseguono
il “meno peggio”; e siamo andati sempre peggio, fino allo
sfacelo attuale, e non abbiamo ancora toccato il fondo. E’ ora
di rompere con questo schema. Ancora una volta debbo citare il Che fare:
“Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del
partito – fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici
[corsivo mio] del movimento, ma non fate commercio dei principi e non
fate ‘concessioni’ teoriche [corsivo mio]”.
Quando parlava di teoria, Lenin non intendeva certo che non si concedesse
nulla sul problema dell’alienazione dell’uomo, o su quello
della lotta tra borghesia e proletariato come descritta nel Manifesto
del 1848; o, peggio ancora, su quello della trasformazione dei valori
in prezzi di produzione. Lenin non era mentecatto come certi presunti
marxisti scolastici di un tempo non lontanissimo. Non cedere in teoria,
significava non cedere sui principi strategici fondamentali di una lotta
che intenda essere trasformativa e non meramente distributiva; e significa
non fare pateracchi organizzativi che debilitino le poche forze per
il momento in campo. Si media su certe azioni tattiche, da compiere
insieme ma organizzativamente distinti dagli opportunisti, non invece
sulla “amministrazione” delle parole in un documento politico
dove chi si pretende addirittura comunista (a me basterebbe che si fosse
anticapitalisti) accetta di annacquare le proprie coordinate rivoluzionarie
(e antimperialiste), di fare concessioni alla demenza “non violenta”
del marciume politicante odierno, al pacifismo d’accatto, alle
sottili e interminabili distinzioni tra resistenza e terrorismo, ecc.
E’ soprattutto ora di rifiutare il completo annegamento degli
agenti strategici rivoluzionari in nuce – ovviamente se ce ne
sono, altrimenti lasciamo perdere ogni discorso – nelle decerebrate
masse (minoritarie) agitate da demagoghi con accesso privilegiato ai
mass media, accesso voluto e diretto dai dominanti di un capitalismo
degenerato da quello borghese, ancora di una certa levatura politica
e culturale, a quello dei funzionari del capitale (pur se ancora largamente
proprietari) e di un “ceto medio” a più strati di
reddito, indifferenziato perché omologato sui principi fondamentali
di una società intrisa di relativismo assoluto, di liquidazione
di ogni valore (lasciato alle Chiese), di odio verso chiunque non si
normalizzi ai livelli di capetti ambiziosi, senza scrupoli, di una mediocrità
intellettuale e morale la cui infinità è ormai insondabile.
Da questa melma è necessario staccarsi; assieme a quelli che,
non sempre colpevoli, vi restano invischiati, senza stare troppo a sottilizzare,
ci si può opporre a che si distrugga lo Stato sociale (con attenta
valutazione dei problemi che si pongono in quest’ambito), si può
condurre una dura lotta sindacale – magari, per fare un esempio,
onde non finire come in Germania a lavorare di più allo stesso
salario – ci si può battere anche per difendere certi caratteri
di una modernità culturale e di costume, ecc. Però in
autonomia e mantenendo salda l’idea della necessità, oggi
anzi improrogabilità, di una trasformazione dell’attuale
forma di società che impone costi sociali, e quindi anche individuali,
sempre più elevati, una società in cui peggiora, in generale,
la “qualità della vita”, ma anche quella di ogni
particolare “vissuto umano”.
E’ evidente che c’è sempre un problema di “propaganda”
delle proprie idee, di visibilità per le stesse. Capisco che
occorrano mezzi di comunicazione, “casse di risonanza”.
Il problema è però: che cosa si vuol fare risuonare? Se
per far udire la propria voce, si accetta di emettere suoni flebili,
distorti, privi di una effettiva valenza critica, di una carica potenzialmente
dirompente a livello, intanto, politico e culturale, allora non si vede
la necessità che risuoni alcunché; meglio non fare “rumore”
inutile e fastidioso. Si vada a casa e ci si rinchiuda ben bene; almeno
non si faranno danni. Oggi, lo ripeto, mi sembra di vedere, salvo qualche
“fantasma” qua e là, una vera e propria catena di
S. Antonio dell’opportunismo peggiore, del più mediocre,
senza idee, pettegolo, isterico, fatto di politicantismo da trivio.
C’è bisogno di aria pura, pur di pochi soffi al momento.
Ci si stacchi dagli opportunisti, ci si organizzi a parte pur con tanta,
tanta difficoltà; del resto, le prime Leghe operaie, o anche
l’Internazionale, nacquero forse nella bambagia, con il pieno
aiuto dello Stato “borghese”, con fiumi di soldi a profusione?
Nacquero subito, e in tutti i paesi maggiormente sviluppati, con cospicue
rappresentanze parlamentari e locali, ecc.?
d) E’ necessario riprendere in mano la barra del timone e ridirigersi
in senso anticapitalistico. Tuttavia, riconosciamolo, per cent’anni
questa direzione sembrava, pur grosso modo, individuata. Non è
più così, la sconfitta l’ha dimostrato. Solo che
tale dimostrazione ha prodotto una pressoché generale corsa a
chi abiurava prima e “meglio”, a chi non era mai stato “veramente
comunista”. Ancora una volta, gli ex comunisti italiani sono stati
i più bravi in questo gioco indecente e anche un po’ ridicolo.
E si sono prodotte ondate su ondate di queste abiure, e non sono ancora
finite, deboli increspature ondose si produrranno ancora. C’è
anche, e va ricordato, chi si è comportato dignitosamente, ma
ha comunque cominciato a pensare ad “altro”, portando magari
qualche buon contributo culturale, ma non certo al ripensamento di una
teoria per potenziali agenti strategici di una rivoluzione contro il
capitale.
Infine, alcuni pochi, magari moralmente più sani ma intellettualmente
spesso un po’ fanatici, si sono dati cocciutamente a rivendicare
la validità di teorie, e anche prassi, del passato, hanno escogitato
“giustificazionismi storici”, sono andati alla catalogazione
di tutti i vari tipi di “traditori” responsabili, soggettivamente,
della sconfitta. Si tratta certamente ormai di pochi rimasugli, forse
da non prendere nemmeno più in considerazione; tuttavia, ci si
deve proprio decidere a lasciarli da parte.
Ora, se si deve reinnescare una vocazione anticapitalistica, è
ovvio che deve essere prodotta una nuova consapevolezza di che cos’è
questa forma di società. Se il vecchio apparato teorico ha fatto
cilecca – e non soltanto per l’incapacità delle “avanguardie”
di utilizzarlo, ma anche perché l’apparato in sé
era in punti cruciali carente – è compito primario di chiunque
si ponga idealmente sul terreno della ricostruzione dei gruppi di agenti
strategici rivoluzionari anticapitalistici di ripensare la teoria del
capitalismo. I preziosismi culturali non sono mai da buttare via; anzi,
chiunque lavori alla ricostruzione teorica in direzione anticapitalistica
non può fare a meno del contributo degli intellettuali che lavorino
a fondo sulla storia delle idee, sulla storia degli ultimi decenni (e
su quella degli ultimi secoli), sulle varie elaborazioni scientifiche
e filosofiche del passato e del presente.
Tuttavia, occorre qualcosa in più, uno scatto, un andare a fondo,
teoricamente, sui caratteri “essenziali” di quello che,
in mancanza di un nuovo concetto, continuerò a denominare modo
di produzione capitalistico. Quest’ultimo indica però i
caratteri più generali della nostra società, il cui coglimento
è comunque decisivo per ogni avanzamento della teoria in grado
di orientare l’azione dei suddetti agenti strategici. Bisogna
poi andare all’individuazione della fase o epoca del capitalismo
in cui ci si trova a operare. E qui occorre riferirsi teoricamente all’articolazione
di quelle che, in assenza di un vero concetto (siamo, se vogliamo, ancora
al flogisto; ci si ricordi dell’analogia engelsiana), ho indicato
quali sezioni socio-spaziali della formazione capitalistica mondiale
(oggi, appunto, di nuovo mondiale). Da quasi un decennio lavoro a una
“nuova ricetta” teorica; anche nelle pagine che precedono
essa è stata almeno sinteticamente indicata. Non starò
certo qui a ripeterla. Desidero solo dire che questo non è uno
dei compiti minori del momento per chi voglia porsi sul terreno di una
minima azione nuovamente anticapitalistica.
Qualcuno obietterà che i pochi punti qui elencati sono una ben
misera cosa, e senza dubbio pure generica. Mi sembra però poco
utile blaterare in lungo e in largo sui compiti del momento nella situazione
di grave degrado politico e culturale in cui ci si trova; e si trovano,
in modo particolare, quelli che si pensano ancora comunisti o almeno,
come il sottoscritto, anticapitalisti. Il lavoro che ho cercato di fare,
non solo in questo scritto, è intanto lo sgombero delle macerie
(e sono tante) e l’indicazione di alcuni punti che meritano, io
credo, un approfondimento, non certo però individuale. Da solo
non posso fare praticamente nulla. Solo indicare e sollecitare. E’
quello che spero di aver fatto.
Ottobre 2004
IL MARXISMO E’ SCIENZA PER UNA POLITICA ANTICAPITALISTICA
di Gianfranco La Grassa
1. Scienza (con punto di vista) e slittamento ideologico.
Nella Prefazione al Capitale, Marx ricorda che egli “tratta delle
persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche,
incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in
tutta la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde
considerarli solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto
di vista fondamentale. I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono
tra gli individui sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di
sfumature, di angolazioni molteplici. E, per quanto considerati nella
loro più ampia multilateralità, mai esauriranno la complessità
indefinita della “realtà” sociale. I rapporti sociali
di produzione, fulcro del concetto di modo di produzione, sono però
assai più semplici: nel capitalismo, e secondo Marx, essi riguardano
essenzialmente gli individui in quanto portatori delle funzioni concernenti
la proprietà dei mezzi di produzione e la prestazione di forza
lavoro venduta come merce. E’ come se la realtà fosse strutturata
secondo una serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della
trama, a maglie molto larghe, che regge tuttavia diversi livelli di
ordito a maglie via via più strette. Il modo di produzione, il
concetto centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del
livello della trama.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione
non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani.
Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente
schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di
altre considerazioni unilaterali elaborate da filosofi sociali che sinceramente
mi appaiono lontane dalla realtà. Tanto per fare un esempio piuttosto
significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato
degli individui in società, ci sono stati dei pensatori assai
superficiali che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti
marginalistici, perché partiva dalla considerazione dell’homo
oeconomicus. Orrore! L’uomo non può essere suddiviso in
tanti spicchi, non deve essere privato della sua meravigliosa complessità
di essere umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e
vuote di effettivo significato. E’ più che lecito indagare
questo essere secondo varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa
di rappresentare diverse porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare
alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque,
pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive, quelle
che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti le
maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.
La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone
la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non
solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi
da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere
scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non
banale, e tanto meno falsa, teoria delle scelte). Solo dopo (un dopo
logico), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a
maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali
in questione. Marx parte invece preliminarmente dalla società.
I rapporti che la definiscono non riguardano, per tale pensatore, scelte
semplicemente individuali – e l’individuo non è un
soggetto economico che si confronta con i beni che ha a disposizione
per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive
e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi
e i “liberi” prestatori di forza lavorativa. Proprietario
capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini”
nello stesso senso dell’homo oeconomicus dei neoclassici; cioè,
in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici portatori di funzioni.
Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali
sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di
bisogni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate,
in ultima analisi, dalla struttura decisiva, quella appunto a maglie
larghe, della società. In questo senso, gli individui della teoria
marxiana, come appena affermato, non sono uomini, ma maschere di rapporti
sociali, quei rapporti definiti di produzione nella loro storicamente
determinata forma capitalistica.
In poche parole, esistono delle strutture oggettive – non formate
da rapporti tra persone pensate nella loro complessità individuale
di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi
scientifica. Ed è ora di dirlo con chiarezza: la scientificità
può riguardare anche la teoria formulata dall’economica
tradizionale; in tal senso, la connotazione economica riguarda semplicemente
la scelta, intesa però, in questa accezione, come un’azione
orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima
economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo
prefissato. Quest’ultimo è scelto dall’individuo
umano nella sua complessità: può quindi essere un fine
cattivo o buono, giusto o ingiusto; può essere egoistico o filantropico,
ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette
la sua complessità umana, si trasforma in un soggetto razionale
e decide come raggiungere quell’obiettivo nel migliore dei modi
possibili, intendendo – nell’ambito di questa concezione
– migliore come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo
di impiego del minimo sforzo.
Questo è un punto di vista – criticabile, e infatti un
marxista non può esimersi dal criticarlo – ma non semplice
ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico
si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non
preavvisato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale)
delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso
(significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione
data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una
teoria della costituzione di società mediante attività
individuali in genere di carattere egoistico; in tal senso la teoria
detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze –
e con eleganza formale (matematica) – la tesi smithiana della
mano invisibile. Per questi motivi, è sufficientemente giustificato
denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico, malgrado
la diversità piuttosto netta in termini di teoria del valore
utilizzata (valore-utilità invece che valore-lavoro, il che significa
la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso) e
la centralità posta nel consumo (e domanda) invece che nella
produzione (e offerta).
Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si
pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione
in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta:
le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano
del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio
e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate
da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che
incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx
subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla
maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”)
e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato
lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana,
pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito
la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina”
marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella
storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio
nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo
(ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più
a lungo ha orientato un imponente movimento di massa.
Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente
dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai
diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato
all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello
di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano
ormai solo pochi santoni squalificati, rabbiosi, isolati più
ancora degli “ultimi giapponesi a combattere”. Il cosiddetto
tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità
rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’
radicale – ha conquistato per primo il movimento operaio inglese.
Tuttavia, ci si consolava; l’Inghilterra, a quel tempo, era il
primo paese ad essersi altamente industrializzato, ma era inoltre, e
soprattutto, un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi
dubbio: la classe “universale” (operaia) – quella
che aveva la missione, oggettivamente fissata in sede di dottrina, di
emancipare se stessa e l’intera umanità – si era
venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere piccolo-borghesi
pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie”
(niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo
sfruttamento imperialistico. Poi però, sfortunatamente, la svendita
si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico sviluppato,
man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso,
ivi comprese le sedicenti “grandi nazioni proletarie” come
l’Italia) si sviluppava e raggiungeva la maturità del modo
di produzione capitalistico.
Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”.
Gli eroi diventano allora le masse popolari dei paesi sottoposti alla
dominazione imperialistica, che dovrebbero “accerchiare le città”
(i paesi degli operai ormai integratisi nel capitalismo via consumismo).
Oggi, francamente, mi sembra che anche questa ideologia, pauperista
e miserabilista, sia (forse) in via di esaurimento (e meno male! Prima
cadono le illusioni e prima, forse, si ricomincerà a pensare).
Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è
l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si chiacchiera
a vanvera e basta. E sempre con l’Uomo in bocca; un pover’uomo
degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più
volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo
alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di
tridimensionalità, che non pensa più, non ama più,
non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi;
e via con questa minestra, ormai riscaldata da decenni, ammannita da
intellettuali che su questi piagnistei a comando ci guadagnano sopra
bei soldi tramite i tanto vituperati mass media, per poter scrivere
e apparire sui quali sgomitano e si odiano.
Evidentemente, quanto diffuso nei mass media che contano dai vari maîtres
à penser non è del tutto destituito di fondamento. Tuttavia,
ad ogni affermazione catastrofica se ne può contrapporre una
consolatoria del tutto opposta, che è anch’essa (parzialmente)
valida, poiché rappresenta l’altra faccia della “visione
reale”. Spesso e volentieri, le differenti opinioni dipendono
dall’ottimismo o dal pessimismo di chi sostiene certe tesi. E
poi, in generale, ben si sa – basta conoscere un po’ di
letteratura e di saggistica (e di cinema), ecc. – che ogni generazione
imputa sempre a quella successiva gravi processi degenerativi e la crescente
invivibilità del mondo; mentre la nuova generazione brontola
per i lasciti della precedente che sono un grave fardello da portare,
un cumulo di macerie su cui è difficile costruire qualcosa. Ovviamente,
tutto questo dipende dal diverso “umore” delle generazioni
al tramonto o invece all’alba. Tuttavia, lasciamo perdere tale
umore e osserviamo più da vicino l’atteggiamento degli
scienziati in merito all’analisi della società.
2. Scienze naturali e sociali. Il marxismo alla prova come scienza
Uno dei più gravi disastri culturali – e in questo molti
marxisti hanno le stesse responsabilità di una parte dei pensatori
“borghesi” – è stato provocato dalla scissione
pensata tra scienze sociali (e dell’uomo) e scienze naturali,
perché le prime avrebbero un oggetto che è del tutto intrinseco
allo stesso soggetto che fa scienza. Analizzare Luna e stelle significherebbe
analizzare qualcosa che è a noi esterno e su cui non abbiamo
influenza. Un po’ più complesso è il problema per
quanto concerne le microparticelle giacché su queste possiamo
influire con le nostre azioni conoscitive; ma, insomma, si tratta comunque
di realtà esterne e prive di pensiero, di passioni, volontà
e decisioni, ecc. Appena prendiamo a nostro oggetto di studio la storia,
le strutture sociali e cose consimili (non parliamo dell’individuo
umano!), avremmo a che fare con oggetti che sono gli stessi soggetti
che fanno scienza. Una simile concezione non è però troppo
lontana da quella primitiva che antropomorfizzava anche i fenomeni naturali.
Alcuni pensatori e anche metodologi delle scienze sociali rischiano
quindi di dover essere paragonati agli animisti.
Una struttura sociale è tanto reale (è una riproduzione
della realtà) quanto lo è il modello del sistema planetario
o, ancor meglio, il modello atomico di Bohr. Per non parlare delle superstringhe,
o dei buchi neri, del big Bang e delle varie teorie cosmologiche più
moderne. Una struttura sociale è uno schema ideale d’ordine
che interpreta e prevede, che consente una serie di ipotesi, tanto quanto
la struttura pensata, ideata, di una data realtà naturale. La
confusione che viene fatta dipende da ciò che è stato
già rilevato: certi studiosi (assai ideologizzati) spostano l’accento
dalla funzione all’intera personalità degli individui umani,
consentendosi così la possibilità di impasticciare ogni
cosa e di dire tutto e il contrario di tutto. E’ ovvio che Popper
ce l’aveva con gli olisti, ma perché si semplificava il
compito credendo di confutare lo scienziato Marx mentre si trattava
dei politici e dei filosofi del marxismo successivo, quelli di “padroni
e operai”, quelli delle totalità generiche dove tutto è
ammassato con tutto senza ordine, senza strutture, senza sistemi di
relazioni, senza dinamiche in quanto sequenze (ipotizzate) di dati processi,
ecc.
Non è Marx la reale causa di questo caos teorico, ma i marxisti
– e non solo loro! – successivi. La scienza non tratta mai
di uomini, ma di quelle loro sedicenti suddivisioni (ad es. l’homo
oeconomicus) che sono invece funzioni (lo ribadisco: ipotizzate) poste
in interazione fra loro secondo peculiari forme, tali da spiegare determinati
processi che, assumendo certamente un prescelto angolo di visuale, vengono
ritenuti quelli decisivi per interpretare specifici processi storici,
particolari situazioni della fase presente, tendenze future, ecc. Nella
scienza si fa tutto il possibile per evitare l’ideologia come
falsa coscienza – e, se questa si insinua comunque, ciò
non accade solo nella scienza sociale – ma si sceglie consapevolmente
un punto di vista. L’economica neoclassica fonda la trama sociale
– la struttura a maglie larghe – sulla primigenia funzione
di scelta di ogni individuo dotato di beni scarsi da adibire, massimizzando
il proprio utile, ad usi alternativi (i bisogni). L’interazione
tra individui – non la società, si badi bene, ma solo un
particolare tipo di intersoggettività ritenuta però decisiva
ai fini sociali – segue come intreccio di questi rapporti tra
soggetto (non uomo) e i beni scarsi di cui sopra, in definitiva come
intreccio di alternative di scelta. Dire che questa è ideologia
è errato; è un punto di vista, un angolo di visuale per
approcciarsi ad un processo: l’intersoggettività come risultato
di scelte dei singoli soggetti. L’ideologia consiste nell’inavvertito
spostamento concettuale operato per cui la scelta soggettiva viene di
fatto posta quale processo di costituzione della società, che
viene così surrettiziamente sostituita alla mera intersoggettività;
cioè, di fatto, la società viene confusa e dunque identificata
con quest’ultima.
Marx si pone da un altro punto di vista, da un’altra angolazione.
Non però quella della società degli uomini – in
carne e ossa con le loro intelligenze e passioni, desideri e pulsioni,
progetti, speranze e delusioni, ecc. – privilegiando poi, fra
questi, i lavoratori. Quando, ad es., parla del lavoratore produttivo
collettivo “dal dirigente all’ultimo manovale”, Marx
non si riferisce certo all’ingegnere o al manovale in quanto individui
concretamente esistenti. Consideriamo, per un momento, un certo processo
“storico” (tradotto in teoria). La funzione lavorativa,
esercitata nell’artigianato medievale, era una fusione di lavoro
intellettivo e manuale, di saperi produttivi e capacità esecutive,
nel medesimo individuo. La dinamica oggettiva del modo di produzione
capitalistico – strutturato dalla relazione tra proprietà
dei mezzi di produzione e forza lavoro acquistata nel mercato –
provoca la scissione di saperi e manualità mediante quelle trasformazioni
che, per usare la terminologia di Marx, portano dalla sussunzione formale
a quella reale del lavoro nel capitale. Del lavoro, si è capito
bene? Non degli uomini lavoratori, che restano liberi, non schiavi!
Che possono vendere la loro forza lavoro ad una proprietà capitalistica
qualsiasi, anche se pur sempre ad una proprietà debbono venderla
in quanto funzione lavorativa da unire ai mezzi di produzione.
Ora, sulla scorta dei processi di centralizzazione, e di finanziarizzazione,
dei capitali, processi reali, non escogitati dalla fervida fantasia
di Marx, questi suppose l’estraniarsi della proprietà capitalistica
dalla funzione produttiva, che sarebbe stata assunta dall’insieme
delle funzioni intellettuali (direttive) e manuali (esecutive) intrinseche
a quello sforzo (energia) – finalizzato ad uno scopo – che
viene chiamato lavoro, funzioni i cui portatori sono però ormai
non più gli individui posizionati come artigiani (con al massimo
la differenza nell’arte tra mastro e garzone), ma individui diversamente
collocati nell’ambito del complessivo processo di lavoro, individui
disposti secondo una gerarchia. Il lavoratore collettivo cooperativo
non è quella data comunità di lavoratori concreti, uniti
dagli stessi scopi, dagli stessi progetti e desideri, ecc. Ma neanche
per sogno! Gli individui, lavoratori concreti, hanno intanto diversi
gradi di cultura e frequentano ambienti differenti secondo criteri di
maggiore o minore affinità. E poi, anche nell’ambito dello
stesso status socio-culturale, c’è amicizia come ostilità,
intesa come incomprensioni e divergenze, e via dicendo. La collettività
concerne esclusivamente l’unione delle diverse funzioni, che Marx
suppone mosse da fini produttivi diversi e antagonistici rispetto a
quelli del conseguimento del mero profitto da parte della funzione proprietaria,
profitto che è ormai un effettivo interesse percepito da quest’ultima
in quanto essa sarebbe soltanto tesa a ottenere tale similrendita (finanziaria).
La collettività che esplica funzioni lavorative si applicherebbe
alla produzione ed entrerebbe dunque in contrasto con i portatori di
quella funzione ormai estranea agli scopi e metodologie produttivi;
tale ultima funzione (i suoi portatori ovviamente) sarebbe solo interessata
alle somme di denaro che dalla produzione si possono ricavare e che
consentono consumi opulenti oltre al finanziamento della politica (e
delle armi) e della cultura indispensabili a mantenere il potere. I
membri del lavoratore collettivo – ai più diversi livelli
di reddito, di cultura e di “buone maniere” – sarebbero,
in quanto uomini effettivamente esistenti, affetti da tutte le virtù
e i vizi degli uomini in generale. Essi, inoltre, avrebbero introiettato
per intero la competitività tipica degli organismi produttivi
capitalistici. Non sarebbero stati cooperativi in quanto uomini concreti;
avrebbero saputo farsi le scarpe l’un con l’altro, guardarsi
con sospetto, spiarsi e “riferire ai superiori”, ecc. Avrebbero
avuto piena consapevolezza dei metodi per fare carriera, e che quasi
mai la virtù è premiata e il vizio condannato come in
un bel feuilleton. Non si pensi ad un Marx ingenuo; conosceva bene gli
uomini nella loro reale esistenza, ivi compresi i lavoratori. Semplicemente,
egli pensava che i membri del lavoratore collettivo, nei confronti dei
rentier, avrebbero infine dovuto tenere un atteggiamento grosso modo
simile a quello dei contadini verso un proprietario terriero andato
in città, che ormai non sapeva nemmeno più dove fossero
le sue campagne e che si faceva inviare le rendite.
I membri del lavoratore collettivo non avrebbero manifestato nessuna
particolare generosità nel cooperare; si sarebbe semplicemente
acuito sempre più lo scontro oggettivo di interessi e mentalità
con i rentier, funzione sociale antagonistica alla loro. Nel mio Capitalismo
oggi (“Petite plaisance”, Pistoia 2004) ho indicato i motivi
per cui, a mio avviso, le convinzioni di Marx su questo punto non si
sono dimostrate esatte: gli agenti strategico-imprenditoriali non sono
rentier, non sono così lontani dalla produzione pur se non si
interessano delle vere e proprie funzioni – direttive ed esecutive
– di quest’ultima. La loro funzione (sociale) è un’altra,
non però prevista da Marx. Tuttavia, non anticipiamo; dobbiamo
intanto proseguire con questo pensatore, e liberarlo delle “ingenuità”
(talvolta assai peggio che ingenuità) dei marxisti. Quindi, lo
ripeto con forza: basta con gli uomini in carne e ossa (ma solo nell’analisi
scientifica, sia chiaro).
Continuare ad aver paura di perdere l’uomo concreto se lo si caccia
fuori dalla sede in cui si fa scienza, è una sciocchezza. Non
ci sono totalità che tengano; bisogna separare, scindere, distinguere.
Chi osserva la luce nella sua interezza (quella bianca), e considera
un attentato alla sua integrità il farla passare per un prisma
onde scinderla analiticamente nei suoi colori, è soltanto un
primitivo e, alla fine, in date contingenze potrà anche danneggiarsi
la retina guardandola direttamente e senza schermo nella sua Totalità,
nel suo Essere. Meno Essere e più funzioni; questa è la
scienza. Nessuno scienziato pretende che questa sia tutto né
che dia la felicità, né che faccia la rivoluzione, né
che cambi da cima a fondo la triste condizione umana; essa è
però in grado di dare aiuto, l’importante è non
voler strafare.
Si vuol capire che questo è l’antiumanesimo teorico? Diciamo
più precisamente: scientifico; questa precisazione risulterà
chiara quando più sotto porterò la mia critica radicale
all’operaismo. Comunque, nessuno è antiumano, nessuno vuol
ignorare che dietro le maschere ci sono uomini veri. Ma in teoria (scientifica,
ovviamente) non ci si dedica ad antropomorfizzazioni di tipo animistico.
La Luna e le stelle, i quanti e le stringhe, le strutture sociali e
i modi di produzione, il cervello e la psiche, debbono lasciare gli
uomini da parte, pena quel processo di degenerazione ideologica che,
ad es., il marxismo ha fatto subire a Marx, riducendolo a un filosofo
dell’alienazione, a un agitatore politico, a un profeta millenarista
dell’Avvento del Comunismo in Terra. Rivendico con forza il carattere
di scienza del pensiero di Karl Marx. Lo ripeto per i sordi: la scienza
incorpora un punto di vista, non obbligatoriamente una falsa coscienza.
Per concludere, e riassumere, su questo punto. L’unica differenza
che può sussistere tra scienze sociali e naturali è al
massimo di grado e non di natura (ed è già una concessione
forse inutile). Chi pone la differenza di natura, chi crea un fossato
tra i due tipi di scienze, sostiene che, in quelle sociali, l’uomo
teorizza su se stesso, ha sia per soggetto che per oggetto del suo far
scienza lo stesso individuo pregno di valori, di visioni del mondo,
di complessi culturali che lo orientano, che lo fanno camminare lungo
strade che continuano a girare in tondo, per cui l’uomo in questione
non deve nemmeno pensare che sia possibile porre se stesso al di fuori
di sé. Mentre invece, nelle scienze naturali, l’oggetto
(fisico, chimico, biologico, ecc.) sarebbe oggettivamente all’esterno
dell’uomo che indaga. Andiamo per passi successivi
Ogni tipo di realtà può essere sempre considerato composto
di un numero “infinito” (nel senso di indefinito) di elementi,
di cui non viene mai ad esaurimento l’ulteriore scomponibilità.
In certe realtà, è sufficiente controllare alcuni di questi
elementi (le variabili in gioco) per interpretare e/o predire qualcosa,
di sensato e di ulteriormente rivedibile, circa i processi che le investono
e le costituiscono. Talvolta, queste variabili in gioco – cioè
quelle che sarebbe necessario controllare per avere una qualche sicurezza
nelle nostre interpretazioni e previsioni – sono in effetti troppo
numerose, difficilmente calcolabili, in specie per quanto concerne le
possibili combinazioni (di numero elevatissimo) in cui esse possono
entrare; le interpretazioni o previsioni che si fanno sono quindi poco
affidabili, eppure nessuno rinuncia – e giustamente – a
farle, perché è così che avanza la scienza, anche
su vere e proprie sabbie mobili.
Tuttavia, sia chiaro che la scarsa affidabilità, connessa all’elevato
numero di elementi-variabili da calcolare e/o controllare, non riguarda
in modo specifico le scienze sociali; si pensi a quelle biologiche o
alla meteorologia, ecc. La sciocchezza è quella di affermare
che, poiché l’uomo è oggetto delle scienze sociali,
queste sono del tutto differenti da quelle naturali. La scienza sociale
non ha come oggetto l’uomo: né il singolo individuo né
insiemi (relativamente omogenei) di individui: ad es. le classi o i
gruppi di azione strategica, ecc. La scienza sociale nemmeno si sogna
di dividere in porzioni l’individuo o gli insiemi di individui;
la scienza ipotizza certe loro funzioni e le fa interagire secondo opportune
scelte di combinazioni varie. Se io parlo, ad es., del gruppo di agenti
strategici (in generale) faccio supposizioni sulla(e) funzione(i) da
esso espletata(e). Se poi voglio scindere tale gruppo negli agenti delle
varie tipologie – economico-imprenditoriali, politico-militari,
ideologico-culturali, o in suddivisioni ancora più spinte, ad
es. economico-produttive ed economico-finanziarie, ecc. – forse
che io mi metto a scomporre il complessivo gruppo strategico nelle sue
varie porzioni o strati? Assolutamente no. Faccio nuove ipotesi circa
le funzioni (diverse fra loro) degli agenti economico-imprenditoriali,
politico-militari, ecc. E poi, se mi interessa tornare al complesso,
ma questa volta in quanto composto da sottogruppi in interazione, faccio
interagire le funzioni ipotizzate. E così via. Tale è
il comportamento delle scienze sociali. Il filosofo ha senz’altro
i suoi buoni motivi per parlare dell’uomo, di chiedersi chi sia,
quali siano i suoi destini, se la vita abbia un senso, se la morte sia
o no la fine di tutto per l’individuo, ecc. Lo scienziato, in
quanto scienziato, non può e non deve scendere su questo terreno,
nemmeno sfiorarlo.
3. Marxisti immaginari, reali anarchici e “amici del popolo”
Potrei finire qui, ma non mi accontento. In fondo, è facile
polemizzare con i marxisti che hanno ideologizzato Marx, riantropomorfizzando
il suo punto di vista scientifico; oppure con quelli che lo hanno grettamente
confinato nella teoria economica. Anzi, più che facile, è
inutile dato che essi non hanno oggi molta udienza né influenza,
così come accade invece – pur se non certo su masse sterminate
– per i no global, i “disobbedienti” e altri gruppi
di stampo anarcoide e prepolitico. I marxisti ossificati si accontentano,
in genere, di qualche posizione accademica (poche; qualcuna in più
in paesi dove il marxismo non ha mai avuto gran diffusione politica
e di massa), di qualche minimo seguito tra i “laici credenti”
nel “Comunismo-Dio”. In Italia – e da qui ha trovato
qualche diffusione, pur se non molta, in altri, pochi, paesi –
ha avuto però un minimo di impatto una corrente che, all’inizio,
si autodefinì operaista. Questa dizione è ormai scarsamente
usata, perché gli operaisti sono tanti Zelig (il gustoso chameleon
man di Woody Allen, che tuttavia era simpatico a differenza dei suoi
imitatori di cui sto parlando) e mutano ogni due-tre anni la loro pelle,
si camuffano in una infinità di guise, sempre con il massimo
disprezzo per l’intelligenza delle “masse” di giovinetti
inesperti da imbambolare.
Dal punto di vista morale, non spendo parole su simili personaggi perché
non potrei mai dipingerli così bene come Dostojevskij ne I Demoni,
cui quindi rinvio come lettura di grande penetrazione conoscitiva a
tale riguardo. Dal punto di vista politico e teorico, per quanto sia
difficilissimo seguire le giravolte di questi estremisti-opportunisti,
è però necessario dire qualcosa. Intanto, questi individui
– che al marxismo hanno inflitto lo stesso trattamento che la
Germania nazista fece subire a Polonia, paesi baltici, ecc. –
si sono presentati, quasi tutti provenienti dal PSI, negli anni ’60,
scoprendo infine il Marx dei Grundrisse, dei materiali preparatori di
quello che fu il Capitale (tra i materiali in questione e la massima
opera marxiana, di cui l’autore pubblicò solo il I libro,
intercorsero poco meno di dieci anni, di intensi studi di economia politica
da parte di Marx).
Poiché gli operaisti non sono scienziati bensì “artisti”
(anzi funamboli) del parlare impressionistico e senza connessioni logiche
– con funzioni ipnotiche e non certo di invito al ragionamento,
esattamente come quello utilizzato dai protagonisti del già citato
I Demoni – si sono ricordati che, a volte, certi primi abbozzi
di grandi pittori sono più prendenti dei quadri completati. Così,
essi dichiararono “al colto e all’inclito” –
senza aver mai studiato il Capitale – che il Marx dei Grundrisse
era quello vero, era già andato “oltre Marx”, quello
dell’opera pubblicata. Non contenti di questa palese cialtroneria,
essi estrassero dalle molte centinaia di pagine dei Lineamenti, già
di per loro del tutto frammentarie, alcuni segmenti – tipico il
famoso Frammento sulle macchine – e ne fecero il loro esclusivo
cavallo di battaglia. Così, mentre in un famoso passo delle Glosse
a Wagner (uno degli ultimi scritti di Marx, redatto tra il 1879 e il
1880), Marx afferma che il “soggetto della sua analisi è
la merce”, gli operaisti – sulla base di materiali frammentari
scritti tra il ’59 e i primissimi anni ’60, cioè
vent’anni prima – si inventano, perché di sicuro
non possono essere confortati da alcuna affermazione di Marx al riguardo,
che il soggetto è il processo di lavoro. Tutte le sciocchezze
sull’estensione del piano dalla fabbrica alla società,
sulla società che prima, appunto, è come una grande fabbrica,
mentre poi è quest’ultima che si struttura come la società
con una diffusione e dispersione dei micropoteri – pessimo modo
di apprendere la lezione della foucaultiana microfisica del potere!
– nell’intero territorio della società stessa, derivano
da questa interpretazione che, si badi bene, è assai peggiore
di quella kautskyana, alla quale qualcuno ha voluto assimilarla. Nulla
di più errato, e vediamone il perché.
Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria
della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale,
tramite prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di
centralizzazione monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica
veniva portata alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare
la tendenza al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità
della competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione
del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque
anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale
del lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di
merci – nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono
la produzione e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in
forma di merce – impedendo così la formazione di un unico
grande capitale unificato. Grazie all’unilateralità della
sua concezione, Kautsky formula invece la teoria dell’ultraimperialismo,
che si fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà
un unico trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario
e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo
di capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale).
Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza
tra gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una
concorrenza dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo,
prima del suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande
trust capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare
adeguatamente sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana)
cui fece invece troppo ampie concessioni, poté sostenere che,
prima di arrivare alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti
intercapitalistici, diventando interimperialistici e coinvolgendo gli
Stati in violente guerre mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione
proletaria; a partire dai famosi “anelli deboli”, ma con
tendenziale estensione, durante quell’epoca cui la Rivoluzione
d’ottobre dava inizio, a tutto il resto del mondo capitalistico.
E mi si permetta di dire che, per un buon pacchetto di decenni, tale
teoria è apparsa assai realistica e convincente; almeno fino
alla vittoria dei comunisti vietnamiti e indocinesi (eravamo già
negli anni ’70). Proprio per questo realismo si creò quell’ottica,
indubbiamente errata, per cui sembrò per un paio di decenni almeno
che la rottura prodottasi nel movimento comunista internazionale, la
scissione tra “filosovietici” e “filocinesi”,
fosse la riedizione dello scontro politico e teorico tra Kautsky e Lenin,
tra un neorevisionismo e un neoleninismo.
Le tesi operaiste non consentono di pensare nulla di tutto questo. Il
processo cui fanno riferimento è un finto processo, è
il generale inghiottimento di ogni materiale in un “buco nero”,
che avviene rapidamente e senza ordine alcuno, senza che se ne possano
indicare alcune tappe, alcune sequenze. La centralità del processo
di lavoro mette completamente da parte ogni conflittualità intercapitalistica;
gli unici soggetti in gioco sono capitale e lavoro, il Capitale e la
Classe (operaia). Possono esserci le variazioni già considerate:
la fabbrica come immagine della società rigorosamente posta sotto
il Comando dispotico del Capitale, o invece la società come immagine
della fabbrica, completamente disseminata, decentrata, “esplosa”
nel suo indotto. Il potere (comando) capitalistico ora è del
tutto centralizzato – e ha il suo “cuore” nello Stato,
da annientare (magari, secondo alcune “schegge impazzite”,
tramite assassinio di suoi funzionari o agenti politici) – ora
invece si frastaglia, sfugge all’ira dei proletari, nascondendosi
nelle maglie della società. Il Capitale (centrale) muore, esplode,
si multinazionalizza, anzi poi si transnazionalizza, si appiatta, si
mimetizza, ormai terrorizzato dalla violenza di quei “terribili”
ammucchiamenti di macchine desideranti – desideranti il Comunismo
– che sono diventate le masse proletarie. Proletari, poi, possono
esserlo tutti, dato che dove sia il Capitale nessuno lo capisce più
bene. Chi grida al comunismo, chi vuole il comunismo, chi pretende il
comunismo, è già un comunista perfetto e ha già
fatto la sua rivoluzione comunista. Che poi non sappia nemmeno di che
cosa stia parlando è assolutamente inessenziale; all’intellettuale
basta sproloquiare e apparire, al seguace basta il cuore o la pancia
(in certi casi, anche la tasca).
Ben ci si accorge allora che il povero Kautsky non c’entra per
nulla. Era un “rinnegato” – si diede molto da fare
affinché i lavoratori andassero alla guerra interimperialistica,
facendosi massacrare per gli interessi delle loro borghesie –
ma non era “scoppiato di testa”. Sapeva chi erano i capitalisti
e chi gli operai, sapeva che esistono centri di potere in lotta, blocchi
sociali variamente articolati fra loro e al loro interno; sapeva che
la lotta politica richiede opportune strategie, formulate ed eseguite
da determinati gruppi di agenti, conoscendo il terreno di lotta, valutando
le proprie forze e quelle dell’avversario, ecc. Era positivista,
determinista, un tantino schematico, ma non era in preda al delirio,
alla farneticazione. E aveva l’idea del processo, non della precipitazione
immediata delle contraddizioni. Predicava che, alla fine, si sarebbe
realizzata la prospettiva ultraimperialistica, ma non che, fin da ora
e anzi da sempre, l’affrontamento è tra Capitale e Classe
dentro il processo di lavoro. In definitiva: aveva letto la prima sezione
de Il Capitale, non era subito saltato alla quarta, ai metodi del plusvalore
relativo, ai capitoli su cooperazione, manifattura, grande industria!
Per certi versi era una persona seria, che studiava e ragionava, non
un raffazzonatore di briciole di cultura pseudomarxista come gli operaisti
italiani.
Secondo la mia opinione, inoltre, questi ultimi sono dei veri antiumanisti
pratici, non semplicemente teorici, anzi scientifici. Abbiamo già
detto del marxismo, quello iniziato in definitiva da Kautsky, che ha
inavvertitamente spostato l’accento dalle funzioni agli uomini:
dalla proprietà dei mezzi di produzione ai proprietari capitalisti
(o padroni come detto soprattutto in gergo sindacale), dalla forza lavoro
alla classe operaia o dei lavoratori (classe degli uomini che lavorano).
Gli operaisti sembra che parlino apertamente e direttamente dei proletari
nella loro concretezza di individui della specie umana lavoratrice,
delle masse o moltitudini o come altro definiscono di volta in volta
il “soggetto rivoluzionario”. In realtà, essi trattano
di una sola funzione di queste masse; non quella produttiva, tipica
della marxiana forza lavoro, ma quella di radicale insubordinazione
al Comando del Capitale, quella del bisogno di comunismo, della riappropriazione
delle proprie funzioni più essenziali, desideranti, ecc. Non
mi interessa seguire tutte le versioni fornite di queste funzioni che
comunque non riguardano mai, come già detto, la produzione, per
cui non esiste problema di plusprodotto in nessuna sua forma, quindi
nemmeno in quella specificamente capitalistica di plusvalore.
La teoria del valore è negletta dagli operaisti non perché
vada incontro alle sue ben note aporie logiche. Della teoria del valore
non c’è alcun bisogno per il semplice fatto che tutto è
giocato o sul piano di uno scontro di potere, tra dispotismo del Capitale
e insubordinazione Operaia; oppure su quello del consumo. Si parla,
ad es., di bisogno di comunismo, ma nessun operaista indica che tipo
di società sia quest’ultimo, poiché non è
un modo di produzione in senso marxiano né una qualsivoglia altra
immagine di struttura sociale; è semplicemente un modo di appropriarsi
i valori d’uso da consumare, essendo indifferente il come (cioè
la forma dei rapporti sociali entro cui) essi vengono prodotti. Si parla,
ad es., di macchine desideranti, cioè ancora una volta di consumi
e di redistribuzione (violenta) di ciò che è stato prodotto.
Se si vuole, si potrebbe scherzosamente – ma non irrealisticamente
– sostenere che poiché, in senso proudhoniano, la “proprietà
è un furto”, tanto vale opporle il “furto proletario”.
Come gli operaisti se ne infischiano del modo di produzione –
non semplicemente della teoria del valore! – così pure
non interessa loro definire in alcun modo l’imperialismo. Questo
non è una fase del suddetto modo di produzione; magari non la
leniniana “ultima o suprema fase” ma comunque una particolare
struttura del capitalismo e della conflittualità intercapitalistica.
No, nient’affatto: l’imperialismo è un altro modo
di declinare superficialmente il Comando del Capitale. Un tempo questo
era pensato concentrarsi soprattutto nello Stato; ora gli Stati sono
finiti, superati, e il comando è disperso, disseminato in ogni
dove. Tale comando però si oppone comunque al consumo delle masse;
queste ultime – senza che ci si curi minimamente di chi produce
plusprodotto/plusvalore e di chi invece se ne appropria per fondare
il proprio potere, ma in una acuta lotta tra frazioni dominanti –
debbono solo arraffare quanto più si può di valori d’uso.
Il loro comunismo si riduce di fatto, coperto da una fraseologia roboante
e ultrarivoluzionaria (sempre I Demoni di Dostojevskji!), a questo arraffamento,
per conseguire il quale sono pronti a tanti compromessi con chi finanzia
piccole imprese di servizio, magari no profit, o perfino banche etiche
o altre “lungimiranti e generose” intraprese atte ad accoccolarsi
nel miglior modo possibile, con il minimo sforzo possibile, nelle maglie
economico-finanziarie di società “opulente” come
quelle a capitalismo altamente sviluppato.
La classe lavoratrice – da cui essi originano la primitiva denominazione
(operaisti) – è considerata superata in quanto soggetto
rivoluzionario, non in base ad analisi delle dinamiche conosciute nell’ultimo
secolo dal modo di produzione capitalistico (lo ripeto: gli operaisti
non sanno nulla, oltre al nome, di un modo di produzione) così
diverse da quelle previste da Marx, ma solo perché è del
tutto superfluo fare distinzioni tra chi lavora e produce e chi no,
tra chi presta lavoro esecutivo e chi quello direttivo, ecc. Gli operaisti,
ad onta della loro denominazione d’origine, sono fondamentalmente
dei sostenitori del consumo e dell’appropriazione diretta e immediata
dei valori d’uso, cioè del soddisfacimento dei bisogni
di neoclassica memoria, adattato però alle masse o moltitudini
che desiderano, vogliono, pretendono fin da subito, il comunismo.
Questi esiziali individui sono stati pompati, intelligentemente, da
tutta la stampa dei dominanti, che li ha fatti passare per il prototipo
dei marxisti rivoluzionari, mentre essi né con Marx né
con il marxismo hanno nulla a che spartire; possono al massimo ricordare,
di volta in volta, gli anarchici, Proudhon, Dühring, e personaggi
similari, contro cui Marx e i marxisti hanno sempre combattuto (e non
solo teoricamente). Grazie però all’accorta pubblicità
fatta loro dalla suddetta stampa, gli ambigui, ambiziosi, cinici, pericolosissimi,
intellettuali d’origine operaista hanno avuto trent’anni
di tempo per annientare il vero, anche se deficitario, marxismo, per
cancellarlo dalla memoria delle nuove generazioni, in ciò servendo
mirabilmente gli interessi delle classi dominanti. Anche adesso, mettendo
le mani sull’imperialismo, che per loro non è un concetto
ma un semplice flatus vocis, stanno seminando l’ideologia di un
Impero senza centro, dunque senza veri dominanti, senza blocchi sociali,
senza alleanze e conflitti interimperialistici, senza forze autenticamente
antimperialiste salvo quelle che boicottano la Coca Cola o la Bayer,
ecc. Ancora una volta, stanno lavorando per il nemico, per i dominanti
(se gratis o meno, non mi interessa). Gli operaisti sono quelli che
“innalzano la bandiera rossa per meglio affossarla”, come
dicevano un tempo i comunisti cinesi dei “neorevisionisti”.
E l’hanno sempre innalzata per meglio affossarla, fin dal lontano
1968.
4. L’antiumanesimo scientifico come premessa di un vero umanesimo
politico e morale
Ma torniamo a ciò con cui avevo iniziato. Il marxismo tradizionale
ha “tradito” lo spirito scientifico di Marx sostituendo
l’uomo (capitalista e operaio) alla funzione. Con questo “tradimento”
si è dato la zappa sui piedi. Ha fatto come colui che, entrato
in una grande città con una mappa della stessa, non se ne serve
adeguatamente perché vuole, in ultima analisi, incontrare gli
uomini veri; per cui si ferma nella prima osteria in cui si imbatte,
onde sentire il calore umano degli “allegri” avventori.
Poi esce, si immerge a casaccio nell’ombra dei vicoli e infine
entra nella prima Chiesa dove, forse, verrà detta una messa e
potrà godere dell’intenso raccoglimento dei fedeli ivi
riuniti. Ecc., ecc. Tutto bello e avvincente, ma la mappa gli sarebbe
servita per raggiungere meglio e più speditamente i suoi scopi.
Se poi alla mappa fosse stato unito un elenco dei migliori ristoranti,
con i loro giorni di chiusura e gli orari di apertura, ed uno delle
Chiese con gli orari delle Messe, avrebbe avuto ulteriori vantaggi.
Ma non certo per mettersi ore e ore seduto in panchina a consultare
mappa ed elenchi. Alla fine, certamente avrebbe dovuto incontrare gli
uomini, quelli in carne e ossa.
La scienza coadiuva, non sostituisce. Analizzare con freddezza la funzione
proprietaria e quella lavorativa, indagare (e supporre) la loro articolazione,
le varie problematiche del prodotto e plusprodotto (nel capitalismo:
del valore e del plusvalore), e altro ancora, è utile per capire
in quale società ci si muove, per quindi orientarsi e, se possibile,
organizzare le strutture di attacco dei dominati contro i dominanti,
scegliendo le congiunture più adatte di tale eventuale attacco,
e via dicendo. Alla fine, però, gli uomini – ma non qualsiasi
uomo – si debbono incontrare, si debbono valutare e organizzare,
infondendo loro il senso della prepotenza e arroganza dei dominanti,
della miseria (se non materiale, quella morale) dei dominati, ecc. Essere
antiumanisti scientifici significa meglio prepararsi ad essere fortemente
umanisti sul piano politico e morale; significa precostituirsi degli
strumenti di ricognizione del terreno della lotta di classe –
strumenti che sono teorie basate su ipotesi rivedibili – onde
sconfiggere l’immoralità dei dominanti (non di questo o
quel membro della loro classe) e rovesciare intanto le condizioni di
quel determinato assetto sociale che consente quella data forma di dominio.
La confusione tra funzioni e uomini, che il marxismo ha provocato modificando
impercettibilmente la struttura teorica marxiana, va criticata e superata
non per innalzare alle stelle, fino ad isolarle, le funzioni e la scienza
che le studia, ma solo per dotarsi degli strumenti (razionali) atti
a rovesciare il concreto dominio – nelle sue forme storicamente
determinate – di certi uomini (minoranza) su certi altri (maggioranza);
dove però il problema non è solo quello di abbattere questo
o quel gruppo di dominanti, ma di rovesciare quella particolare forma
del dominio. L’antiumanesimo scientifico è dunque –
perché lo deve essere e deve volerlo – al servizio dell’umanesimo
politico e morale.
Cosa hanno invece fatto e fanno tanti apparenti marxisti? Hanno inneggiato
agli uomini nella loro caleidoscopica mescolanza, senza pensare alcuna
struttura dei rapporti sociali né alcuna forma di riproduzione
degli stessi. Hanno preparato un grande calderone in cui apparentemente,
come può credere il non aduso al ragionamento, si trovano gli
uomini, quelli veri, quelli che incontriamo ogni giorno. Ma non è
così. Vi è invece il massimo disprezzo per gli uomini
concreti, una forma di supposta “furbizia” elitaria per
cui si sa che, nel capitalismo opulento, si formano strati di emarginati
che sono l’equivalente del lumpenproletariat ottocentesco, o dei
miserabili di Victor Hugo, solo in condizioni di vita imparagonabili
– materialmente perché mentalmente…. – a quelle
di un tempo.
Consideriamo ancora quei falsi marxisti che si sono autodenominati operaisti.
Vi è chi sostiene che essi sono politicamente dei soreliani,
e filosoficamente dei nietzschiani. Non sta a me dirlo. Degli elitari
lo sono però senz’altro, e pure dei mestatori che credono
di manovrare imponenti masse, mentre possono influenzare solo alcuni
nuclei di intellettuali – difficilmente di tradizione scientifica
– e gruppi di nullatenenti e nullafacenti, che in una società
meno ricca sarebbero soltanto al puro vagabondaggio o alla piccola criminalità;
in più, hanno l’appoggio di quote di “buonisti di
sinistra” per descrivere la cui mentalità è sempre
meglio ricorrere all’arte, ad es. ai film di Buñuel (tipo
Viridiana o Nazarin).
In quanto teorico della società (capitalistica), mi sento di
poter affermare con la massima sicurezza che questi personaggi non parlano
in nessun senso di uomini, ma di generici ammassi di portatori di una
funzione di mero consumo. A loro non interessa nulla del valore di scambio
(ecco perché odiano tanto la teoria del valore lavoro), non interessa
che questo si sia generalizzato in un processo storico che ha visto
il formarsi di una “libera” classe di individui privi di
mezzi di produzione e costretti a vendere come merce la propria forza
di lavoro; non interessa che, tramite questo processo, si è costituita
una particolare forma di appropriazione del plusprodotto (in forma di
valore) di cui le classi dominanti, in una aperta e a volte aspra e
distruttiva conflittualità tra le loro frazioni, si appropriano
ai fini di prevalere nella società in quella data fase storica.
Gli operaisti ignorano le forme della produzione, della distribuzione,
dell’appropriazione e uso ecc.; sono indifferenti a tutto ciò
che avviene e avverrà sempre, fin che dura il modo di produzione
capitalistico, tramite la generale forma di valore che non è
un feticcio da valutare in sé, ma solo quale espressione di una
particolare strutturazione della società che va analizzata onde
capire le strategie capitalistiche e le possibili controstrategie dei
dominati.
Agli operaisti – che oggi si mascherino dietro altre etichette
non inganna chi li conosce bene da quarant’anni – interessa
solo il valor d’uso; ai loro seguaci, l’odierno lumpen di
cui sopra, rivolgono l’invito a trasformarsi in consumatori e,
possibilmente, senza passare per l’uso della moneta. Negare, al
limite anche mediante furto, il mezzo di scambio generale capitalistico
è la loro unica ricetta per il comunismo. Il valore di scambio,
secondo la loro opinione, non va criticato e combattuto tramite le opportune
strategie di analisi, lotta e trasformazione dei rapporti di produzione
capitalistici; va negato e basta, va anzi ignorato mirando direttamente
al valor d’uso, che diventa il nuovo feticcio degli operaisti.
Ne La miseria della filosofia, Marx afferma che, nel modo (e rapporti)
di produzione capitalistico “non si deve più dire che un’ora
di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo
di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è
tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al
più la carcassa del tempo” ; e, in questo eccezionale suo
brano, è messa a fuoco tutta la differenza, su cui ho tanto insistito,
tra la funzione (lavorativa) e l’uomo (lavoratore)!
Per gli operaisti l’uomo diventa invece “carcassa”
del mero consumo, viene trattato come un involucro, un contenitore,
che deve riempirsi di valori d’uso. Solleticando i peggiori istinti
degli uomini all’appropriazione di ciò che semplicemente
desiderano – senza alcuna considerazione per gli altri, per quelli
che producono quei valori d’uso in forma di merce, dunque secondo
i precisi rapporti tra capitalisti (dominanti) e lavoratori (dominati)
– questi pericolosi (e consapevoli) pasticcioni fanno leva su
gruppi di emarginati, che esistono in ogni forma sociale pur caratterizzata
da un determinato modo di produzione in quanto suo fulcro centrale,
onde scatenarli contro i meri simboli del potere capitalistico, nel
mentre impediscono in realtà ad altri più effettivi dominati,
i venditori di forza lavoro in forma di merce, di organizzarsi e pensare
le strategie più appropriate per rovesciare il dominio del capitale.
Ecco perché, in eventuali congiunture di grave crisi provocata
dall’acutizzarsi delle contraddizioni tra gli agenti capitalistici
(i dominanti), queste torbide teorie falsamente (ultra)rivoluzionarie,
e gli strati sociali disgregati che le seguono pur senza afferrarne
il vero senso, diventano la punta di lancia di movimenti populisti che
attaccano i simboli del potere capitalistico, che agitano una propaganda
“antiborghese”, per scardinare in realtà o per impedire
la formazione di forze autenticamente anticapitalistiche.
Il marxismo tradizionale, tramite quell’impercettibile movimento
concettuale che ha condotto alla confusione tra funzione e uomo, ha
indebolito l’atteggiamento scientifico, dunque l’analisi
delle condizioni del dominio capitalistico, anche nelle sue trasformazioni
subite nel secolo e mezzo trascorso dall’opera marxiana. Ripristinare
la distinzione in questione non è però un semplice sfizio
da scienziati, bensì il mezzo per ridare potenza alla capacità
trasformativa dei reali uomini soggetti a varie forme di dominazione
e oppressione, uomini dotati di orientamento politico e morale. Gli
operaisti – diciamolo adesso con chiarezza: oggi si travestono
da “Movimento” (magari “dei movimenti”), ma
sono gli stessi di sempre – con le loro chiacchiere prive di ogni
contenuto razionale, puramente impressionistiche, suggestive, evocative,
ecc., sembrano parlare di uomini, ma li hanno invece ridotti a macchinette
con funzione di distruzione indiscriminata e di appropriazione per il
consumo di beni. La distruzione riguarda qualche simbolo: materiale
come vetrine di negozi, sedi di banche, ecc. ma pur sempre simbolo.
Il consumo riguarda l’appropriazione di valori d’uso –
al limite con il furto onde saltare l’equivalente generale del
valore di scambio delle differenti merci – senza minimamente mettere
in discussione il modo (cioè i rapporti sociali, di “sfruttamento”,
di dominio e subordinazione) secondo cui i valori d’uso sono stati
prodotti nella forma del valore (di scambio).
Il marxismo tradizionale va duramente criticato nella sua sclerosi attuale
che lo sta portando all’estinzione, coinvolgendo in questa anche
Marx e ogni marxista innovatore; bisogna tornare alla distinzione tra
scienza e politica e morale, ma per poi reintrecciarle strettamente,
farle interagire per nuovi lidi di effettiva costruzione di strategie
anticapitalistiche e, oggi ancora una volta, antimperialistiche. L’operaismo
è una malattia, un cancro che ha già provocato una commistione,
ormai inestricabile, di cellule sane con quelle malate; e queste ormai
divorano ineluttabilmente le prime. Naturalmente, l’operaismo
non va accusato di essere semplicemente antiumano, altrimenti ricadremmo
nelle tesi dell’uomo in generale; e, soprattutto nell’epoca
attuale, questo sarebbe politicamente un grave errore. L’operaismo,
nei suoi attuali travestimenti, scaglia quei settori sociali, che ogni
modo di produzione dominante crea nel suo “intorno” come
rifiuti, non prevalentemente contro la classe capitalistica –
cioè contro le sue frazioni in lotta per il dominio, cercando
di sfruttare questa lotta a favore dei dominati – bensì
contro l’esclusione dal godimento di quantità adeguate
di valori d’uso, onde appropriarsene una fetta; e con il rischio
che, alla fin fine, per esaudire al meglio questo desiderio di appropriazione
– direttamente, immediatamente, tesa al consumo – tali settori
marginali si scatenino contro i produttori dei valori d’uso in
forma di merce, cioè contro frazioni decisive dei veri dominati
nel capitalismo.
Bisogna quindi ripristinare la funzione scientifica del marxismo; non
certo per porla in contrasto con un autentico umanesimo morale e politico,
del tutto necessario a coloro che si battono contro il capitale, ma
per impedire che dei torbidi pasticcioni si travestano da difensori
dell’Uomo (pur nella sua Moltitudine) al fine annientare ogni
possibile politica anticapitalistica, per tentare di innescare movimenti
populisti che appoggino di fatto, pur indirettamente, “rivoluzioni”
in grado di portare ad autentiche dittature del grande capitale monopolistico.