Il processo di pace:
i palestinesi tra identità e speranze
di Giancarlo Paciello
1. I Palestinesi e la Nakba
I conflitti del 1948, che comportarono l’abbandono delle loro
case e delle loro terre, per più di 750.000 palestinesi, contribuirono
alla nascita di un sentimento di appartenenza ad un popolo. I palestinesi
chiamano questi avvenimenti la Nakba, la Catastrofe. Nel 1948, i profughi
sono essenzialmente dei contadini che hanno perduto il loro universo,
i loro riferimenti spazio-temporali. Mentre essi consideravano gli altri
arabi come loro stessi, non vengono accolti come tali nei paesi di frontiera.
L'isolamento in campi miserabili, il disprezzo provato e la perdita
della terra finiscono col suscitare nel tempo un sentimento patriottico.
La Nakba significa la dispersione e la negazione a far parte di un’identità
collettiva, cosa di cui i palestinesi si renderanno conto lentamente.
Essa è la loro storia, nella quale si riconoscono in quanto vittime,
ed è così che si percepiscono come simili. L’individuazione
di uno stesso nemico costituisce anche un fermento di diversità
che li differenzia dagli altri arabi. Gli spezzoni di memoria, i ricordi
rielaborati, le interpretazioni delle prove subite garantiscono la permanenza
identitaria attraverso le generazioni. Sono questi avvenimenti, con
una carica emozionale fortissima che rappresentano un senso per i palestinesi
e costituiscono la loro "memoria storica".
La Nakba simbolizza il dramma di tutti i palestinesi, perché
i profughi esiliati non sono i soli ad aver perduto la loro terra. In
Israele, poi nei territori occupati nel 1967, lo Stato ebraico ha messo
in opera un quadro giuridico che legalizza la confisca delle terre,
sempre in vigore. A chi li interroga, ancora oggi, i giovani parlano
della vita semplice del villaggio, dei raccolti abbondanti, dei rapporti
solidali e della serenità. Un passato anche un po’ abbellito.
Questa nostalgia per un bene rubato da altri rappresenta una specie
di "culto". La terra diventa un oggetto da amare. L'attaccamento
che si prova per lei viene espresso nei quadri, con mani protese verso
il cielo e pugni che si spingono nel suolo di spesse e profonde radici.
La Nakba è celebrata nella letteratura, nei canti, nelle danze
che riproducono le scene di una vita contadina passata. E’ "terra
usurpata" "terra violata", "terra martire",
"terra dell’eroismo", in sostanza è l’elemento
base della memoria collettiva, arricchita del mito del "paradiso
perduto". Forgia l’ideale della riconquista e progressivamente,
tra i palestinesi senza Stato, un senso di identità collettiva
che sfocerà sull’idea nazionale e sulla rivendicazione
dell’autodeterminazione.
2. I palestinesi, l’occupazione del 1967 e la nascita dell’OLP
Come abbiamo accennato, un altro fatto importante ha segnato questo
movimento nazionale: l’occupazione dopo la guerra dei Sei Giorni
nel giugno 1967 della Cisgiordania, della striscia di Gaza e di Gerusalemme
Est. Nei mesi che seguono alla guerra, si sviluppa la resistenza. A
jil al-Nakba, la generazione della Catastrofe, succede jil al-Thawara,
la generazione della Rivoluzione. Tra i palestinesi, l’immagine
dell’uomo che difende la sua terra con un fucile in mano si sovrappone
a quella del questuante presso l'UNRWA, (United Nations Refugees Works
Agency), l'agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite. La resistenza
penetra in Israele, realizza operazioni spettacolari. La leggenda del
fedayn, del combattente, si diffonde.
Il fedayn, etimologicamente, è colui che sacrifica la propria
vita per la sua amata, la patria. La battaglia di Karameh (21 marzo
1968) è il simbolo di questo cambiamento radicale, sta nascendo
una cultura della resistenza. Graffiti, canti, poesie, addirittura un
inno nazionale, esaltano la lotta. A partire dal 1967, nella letteratura,
la resistenza costituisce il tema centrale. Il fucile, la bandiera,
la keffiah che copre in parte il volto del fedayn hanno una portata
simbolica.
I palestinesi si vedono come vittime che però raccolgono la sfida
per una lotta che ne esprima il valore. Ed è con le azioni di
resistenza che i palestinesi, sempre negati, diventano storia e si affermano
come comunità nazionale. Il movimento nazionale si costruisce
nel quadro del nazionalismo arabo, ma ci tiene alla sua “palestinità”.
A seconda dei momenti (e anche delle ideologie delle diverse fazioni)
sul proscenio comparirà uno o l’altro di tre circoli identitari,
arabo, musulmano e palestinese
In questa prospettiva, l’OLP, nata nel 1964, mosaico di organizzazioni
più o meno vicine o addirittura in opposizione, ha un solo obiettivo:
il ritorno in Palestina. Si considera la rappresentante di tutti i palestinesi.
La sua Carta parla dell’appartenenza dei palestinesi al mondo
arabo. Dichiara che la loro patria è la Palestina, nelle frontiere
del mandato britannico del 1920. L'identità palestinese è
qualificata proprio in relazione a questa terra e nei limiti indicati.
L’articolo 4 è chiaro:
“L’identità palestinese costituisce una caratteristica
autentica, essenziale e intrinseca; essa è trasmessa dai genitori
ai loro figli. L'occupazione sionista e la dispersione del popolo palestinese,
in seguito alle disgrazie che lo hanno colpito, non gli fanno perdere
la sua identità palestinese, né la sua appartenenza alla
comunità palestinese, né possono cancellarle”.
Poco a poco, la maggior parte dei palestinesi considereranno l’OLP
come la loro organizzazione, in particolare dopo la disfatta dei paesi
arabi nel 1967, e la lotta armata dei fedayn viene consacrata.
3. L’evoluzione dell’OLP
Assai prima degli accordi di Oslo, l’OLP si orienta verso un
processo politico che comporta evidenti compromessi. Poco a poco, i
Territori occupati nel 1967 finiscono col diventare la spazio possibile
per la creazione di uno Stato palestinese. Nel 1974, in ottobre, l’OLP
viene riconosciuta come unico rappresentante del popolo palestinese
dagli Stati arabi e il 13 novembre dello stesso anno, Arafat viene ricevuto
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto
dei palestinesi all’indipendenza e all’autodeterminazione.
Poiché gli Stati Uniti non hanno voluto concedere il visto d’ingresso
ad Arafat, l’ONU tiene questa Assemblea generale a Ginevra!
In questo contesto regionale ed internazionale meglio disposto nei suoi
confronti, l’OLP è pronta a negoziare. Del resto, la Risoluzione
di Rabat, il documento conclusivo della settima conferenza al vertice
dei Paesi arabi del 29 ottobre 1974, recita al punto 1: “Afferma
il diritto del popolo palestinese al ritorno nella sua patria e all’autodeterminazione”
e al punto 2:
“Afferma il diritto del popolo palestinese ad instaurare un’autorità
nazionale indipendente sotto l’egida dell’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina, in quanto unico rappresentante legittimo
del popolo palestinese, su tutto il territorio palestinese che sarà
liberato. Gli Stati arabi devono sostenere questa autorità all’atto
della sua instaurazione, e questo in tutti gli àmbiti e a tutti
i livelli”. Essa non fa perciò che ripetere quanto l’OLP
aveva proclamato alla dodicesima sessione del Consiglio nazionale palestinese
nel mese di giugno.
Si tratta di una grande svolta, che caratterizza un nuovo obiettivo,
e cioè l’insediamento di un potere su tutto il territorio
liberato o evacuato da Israele. E’ vero che la sua finalità
dichiarata resta in ogni caso uno Stato palestinese sull’insieme
della Palestina, tuttavia la base del negoziato è la creazione
di uno Stato palestinese su di una parte del territorio rivendicato.
Il negoziato viene concepito in ogni caso senza riconciliazione né
riconoscimento d’Israele.
L'OLP si dichiara disponibile a partecipare, su base paritaria, a conferenze
internazionali. Ovviamente, nel 1978, i palestinesi sono contrari agli
accordi di Camp David, e il Fronte del rifiuto, che respinge ogni compromesso,
si unisce alla direzione. L'OLP non accetta di non essere stata coinvolta
nelle trattative e di non essere riconosciuta da Israele. Respinge la
soluzione di un’autonomia in Cisgiordania e nella striscia di
Gaza prevista dagli accordi.
Vale la pena di accennare qualcosa su questi accordi dal momento che,
per gli israeliani, l’autonomia palestinese significa soltanto
l’autonomia amministrativa degli abitanti, poiché gli accordi
prevedono soltanto ‘un’autorità autonoma’,
che il testo definisce, fra parentesi ‘consiglio amministrativo’.
Niente che assomigli, nemmeno da lontano, all’abbozzo di un esercizio
sovrano della volontà collettiva di un popolo. Si pensi che,
in una lettera di Carter, allegata agli accordi, il Presidente americano
sottolinea che, per il governo israeliano, l’espressione riva
occidentale e cioè la Cisgiordania va letta come Giudea-Samaria
e che le espressioni Palestinesi e popolo palestinese vanno intese come
“Arabi di Palestina”. Una evidente sottolineatura per ribadire
che, per i sionisti, non esiste un popolo palestinese in quanto tale,
capace di esprimere collettivamente una volontà politica autonoma.
Come tutto questo sia stato possibile esprimerlo in un testo che si
poneva come accordo-quadro per la pace in Medio Oriente è presto
detto! Invece di un accordo-quadro la diplomazia americana ne aveva
confezionati due. Il primo, era un vero e proprio trattato di pace fra
Israele e l’Egitto, il secondo invece, affidava le sorti di Cisgiordania
e Gaza a negoziati a quattro, che non andranno mai al di là di
discussioni di una commissione israelo-egiziana.
In questo modo, il primo, che doveva essere completato entro tre mesi,
aspetterà il 26 marzo 1979 per diventare trattato, ma permetterà
all’Egitto (25 aprile 1982) di recuperare il Sinai, quindici anni
dopo la guerra del giugno 1967. Si tratterà dell’interpretazione
più ragionevole della risoluzione 242. Nessuna annessione, ma
frontiere sicure e riconosciute, garantite da una smilitarizzazione
e da un controllo internazionale. Il secondo, nato morto, non interesserà
più nessuno, e costituirà di fatto un arretramento del
processo di pace in Medio Oriente. Il significato di Camp David (quello
del 1978) va cercato perciò nella rottura anche formale del fronte
dei paesi arabi.
Israele, garantitosi il suo fianco sud, avrà le mani libere per
agire a nord e ad est. La guerra del Libano è del giugno 1982.
Eppure, Stati Uniti e URSS, subito dopo la guerra del Golfo, non saranno
capaci di fare altro che rilanciare il processo di pace, su binari molto
simili! George Corm paragonerà questi accordi alla Dichiarazione
Balfour. Una interpretazione (del tutto coincidente con la nostra) sia
dell’una che degli altri.
La Dichiarazione Balfour:
“Un notevole testo di esoterismo razzista [secondo il quale] un
governo, quello della Gran Bretagna, disponeva di una terra, la Palestina,
sulla quale non esercitava alcuna sovranità di diritto o di fatto,
in favore di una comunità religiosa, gli ebrei, che vivevano
nella quasi totalità al di fuori di questa terra”. In realtà,
in questa terra gli Arabi costituiscono il 91% della popolazione, “E
tuttavia, o meraviglia! – continua Corm – la Dichiarazione,
che si vuole ‘rispettosa’ dei diritti e dell’equità,
[parla degli Arabi] qualificandoli come ‘comunità non ebraiche
in Palestina’, per prescrivere che non porti pregiudizio ai loro
‘diritti civili e religiosi’; ma non una parola nel testo
sui diritti politici di queste bizzarre ‘comunità di non
ebrei’, il popolo palestinese, che ci si rifiuta già di
nominare, ma di cui si sopprime anche ogni possibilità di esistenza
collettiva, privandola di ogni diritto politico”.
Ebbene, secondo George Corm, gli accordi di Camp David, non sono che
una versione aggiornata della Dichiarazione Balfour.
“L’Egitto e Israele decidono da soli dei resti della Palestina,
la Cisgiordania e la striscia di Gaza, invitando un terzo governo, sempre
non palestinese, quello di Giordania, ad associarsi a futuri negoziati
sullo statuto giuridico di questi territori; statuto che l’accordo
lascia indeterminato per la durata di cinque anni, cosa che permette
agli Israeliani di conservare le loro pretese di sovranità sulla
Cisgiordania e su Gaza”.
Ed ecco che nel 1982, Yasser Arafat, indebolito dalla sconfitta e dal
suo ritiro dal Libano, chiede esplicitamente l’attuazione del
piano di spartizione del 1947. Un altro passo in questa direzione è
rappresentato dalla Dichiarazione d’indipendenza del Consiglio
nazionale palestinese del 15 novembre 1988 (XIX CNP ad Algeri), che
riconosce la legalità dello Stato d’Israele perché
stabilisce:
“Sulla base delle risoluzioni dei vertici arabi.
In virtù del primato del diritto e della legalità internazionale
incarnate nelle risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni
Unite dal 1947.
Esercitando il diritto del popolo arabo palestinese all’autodeterminazione,
all’indipendenza e alla sovranità su proprio suolo.
Il Consiglio nazionale palestinese, in nome di Dio e del popolo arabo
palestinese, proclama l’instaurazione dello Stato di Palestina
sulla nostra terra palestinese, con capitale Gerusalemme, Al-Quds al-Sharif.
Lo Stato di Palestina è lo Stato di tutti i palestinesi ovunque
si trovino”.
La Dichiarazione si basa in sostanza sulla Risoluzione 181 dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, relativa alla spartizione
della Palestina, e dunque, pur sottolineando il suo disaccordo con quel
testo, riconosce la divisione della Palestina in due Stati. Essa distingue
la legalità d’Israele dalla legittimità dei diritti
dei palestinesi sull’insieme della Palestina. In accordo con la
Carta, proclama che la terra è l’origine dell’identità
palestinese:
“Terra di messaggi divini rivelati all’umanità, la
Palestina è il paese natale del popolo arabo palestinese. E’
là che è cresciuto, si è sviluppato e si è
dispiegato. La sua esistenza nazionale ed umana si è affermata
in un rapporto organico ininterrotto tra il popolo, la sua terra e la
sua storia.”
L'OLP non rinuncia ancora alla lotta armata. La sua Dichiarazione è
in conformità con i volantini del Comando unificato dell’Intifada
che rivendica i diritti nazionali, il diritto al ritorno, l’autodeterminazione,
la creazione di uno Stato.
4. Il processo di pace e le sue contraddizioni
Dopo più di un secolo di lotte, israeliani e palestinesi decisero
di sedersi ad un tavolo di negoziati. Nel settembre 1993, il Primo ministro
israeliano, Itzhak Rabin, riconobbe i palestinesi in quanto popolo e
l’OLP come la loro istanza rappresentativa, mentre Yasser Arafat,
presidente dell’OLP, riconosceva il diritto all’esistenza
dello Stato d’Israele. Sembrava si potesse avviare un dialogo.
I palestinesi della striscia di Gaza e della Cisgiordania affrontarono
il negoziato con la speranza di poter ottenere uno spazio, legittimato
internazionalmente, vivibile economicamente, dove poter esercitare la
loro autorità e poter costruire il loro Stato.
Con la Dichiarazione dei principi, firmata a Washington il 13 settembre
1993 (ed entrata in vigore un mese dopo), Israele e l’OLP, riconoscendosi
“diritti legittimi e politici reciproci”, esplicitati in
due lettere, aprirono i negoziati che dovevano portare, alla fine di
un periodo transitorio, non superiore ai cinque anni, ad un accordo
definitivo.
Pur essendo soltanto un quadro di riferimento nel quale collocare i
negoziati che, soli, con i loro contenuti, avrebbero dovuto portare
al regolamento del contenzioso tra israeliani e palestinesi, la Dichiarazione
dei principi, all’articolo 1, era assolutamente esplicita:
“L’obiettivo dei negoziati israelo-palestinesi, nel quadro
attuale del processo di pace in Medio Oriente, è, tra gli altri,
di creare un’Autorità palestinese di autogoverno provvisorio,
il Consiglio eletto (il “Consiglio”) per il popolo palestinese
in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, per un periodo non superiore
ai cinque anni e che porti ad una soluzione permanente basata sulle
risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza. Si intende che gli
accomodamenti provvisori costituiscano parte integrante del processo
di pace nel suo insieme e che i negoziati sullo statuto permanente porteranno
all’attuazione delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza”.
Per i palestinesi perciò, la parte finale dell’articolo
1 conteneva tutte le loro rivendicazioni, oltre che la loro accettazione
di limitare al solo 22% della Palestina mandataria la terra da rivendicare.
Una cosa non da poco! La restituzione della Cisgiordania e della striscia
di Gaza avrebbe significato infatti la possibilità della creazione
di uno Stato palestinese su di un territorio continuo ed omogeneo, lo
smantellamento delle colonie e la certezza di poter eleggere Gerusalemme
Est a capitale dello Stato palestinese, dal momento che il territorio
di Gerusalemme Est, occupata nel 1967, costituiva oggetto della risoluzione
242.
Quanto al ritorno dei rifugiati le cose non erano altrettanto chiare,
dal momento che c’erano due categorie di rifugiati, quelli del
1948 e quelli del 1967, detti anche “spostati”. Per i primi,
tutto veniva rinviato allo statuto finale. Per i secondi invece la Dichiarazione
fissava la creazione di una commissione congiunta, comprendente anche
l’Egitto e la Giordania. Va ricordato che la risoluzione 194 (III)
del 1948, (di cui però la Dichiarazione non faceva parola), che
prevedeva anch’essa la creazione di una commissione di conciliazione,
era assai esplicita. Infatti il paragrafo 11, relativo ai rifugiati,
per conto del Consiglio di sicurezza dell’ONU, recitava:
«[Il Consiglio di Sicurezza] decide che sia il caso di permettere
ai rifugiati che lo desiderino di tornare alle loro case prima possibile
e di vivere in pace con i loro vicini, e che debbano essere pagati indennizzi
a titolo di compensazione per i beni di coloro che desiderino non fare
ritorno nelle loro case e per qualsiasi bene perduto o danneggiato […].
Fornisce come indicazione alla commissione di conciliazione di facilitare
il rimpatrio e la ricollocazione economica e sociale dei rifugiati,
così come il pagamento degli indennizzi […]».
La risoluzione 242 poi (che al punto 2 recita: «Afferma inoltre
la necessità…b) di realizzare una giusta soluzione del
problema dei rifugiati…») deve intendersi ovviamente riferita
sia ai primi che ai secondi, essendo questi ultimi troppo “freschi”
per essere stati loro a determinare il “problema dei rifugiati”!
Dunque i palestinesi avevano ragione di credere di essere vicini, sia
pure dopo tante sofferenze ed umiliazioni, a poter disporre di un loro
spazio e di una sovranità su di esso. Ben diversi, fin dall’inizio
probabilmente, erano gli intenti degli israeliani, che hanno creduto
di poter continuare la loro politica di controllo del territorio e la
colonizzazione, attraverso una pratica meno violenta (e meno costosa).
Oggi emerge, con palmare chiarezza, il significato che i politici israeliani
hanno attribuito agli accordi di Oslo, che pure avevano suscitato tante
attese, in tutto il mondo. Quegli accordi sono di fatto serviti a “sganciare”
Israele dal rispetto, si fa per dire, del diritto internazionale e delle
risoluzioni dell’ONU e ad avere mano libera nella colonizzazione.
Anche il riconoscimento dell’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina (promossa da banda di terroristi a legittimo rappresentante
del popolo palestinese in brevissimo tempo, per essere ora altrettanto
rapidamente retrocessa al ruolo attribuitole originariamente), ha giocato
in questo senso. Per poter ricondurre tutto a “trattativa privata”
era infatti necessaria una controparte, da condizionare con un patto
leonino. E così delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
sicurezza dell’ONU assai esplicite, sia contro le conquiste ottenute
con le armi, sia contro le modifiche apportate ad un territorio conquistato
con le armi, (le colonie per essere chiari!), non è rimasto assolutamente
nulla.
La risoluzione 194 si è trasformata in una concessione al ricongiungimento
di poche centinaia (o forse qualche migliaio) di famiglie. Gli accordi
di Oslo hanno finito così con il costituire, di fatto, l’abbandono
dei palestinesi, da parte dell’Occidente, al loro destino.
Da quanto detto, si capisce che il processo di pace era carico di conseguenze
anche rispetto alla rappresentazione che i palestinesi avevano di loro
stessi in quanto popolo. Il processo di pace si basava sul ritiro progressivo
degli israeliani dai territori occupati nel 1967 e sulla rinuncia dei
palestinesi alla Palestina nella sua integralità. Comportava
perciò, per i palestinesi, mettere da parte le idee-forza del
nazionalismo. E così, la definizione della loro identità
collettiva, che si nutriva di un legame particolare con tutta la terra
di Palestina, ne veniva offuscata. Con la conseguenza che anche i riferimenti
identitari subivano la stessa sorte e i fondamenti del progetto nazionale
venivano scossi.
Da parte loro, come vedremo meglio più avanti, gli islamici palestinesi
si riapproprieranno di questo fondamento comune identitario, riformulando
il progetto nazionale iniziale dell’OLP, e attribuendogli un carattere
sacro. Costruiranno così un nazionalismo “islamico-palestinese”.
Per capire però più a fondo perché il processo
di pace costituisse una contraddizione rispetto al fondamento comune
sul quale i palestinesi hanno basato e poi elaborato il loro sentimento
d’appartenenza ad un popolo, è assolutamente necessario
ricordare alcuni elementi chiave della loro storia, e per questo motivo
abbiamo ricostruito per grandi linee l’evoluzione dell’OLP.
Di fatto, il contenuto degli accordi del processo di pace si allontana
dal progetto nazionale originario dell'OLP. E’ almeno sfasato
con i fattori identificativi dei palestinesi. Il processo di pace in
realtà fa impallidire fattori identificativi e rivendicazioni.
Nei documenti ufficiali, le idee-forza del nazionalismo palestinese
e i riferimenti identitari non sono più tutti ribaditi. Affiorano
ambiguità, contraddizioni, e argomenti non affrontati fanno nascere
sospetti.
La Dichiarazione dei princìpi, negoziata in segreto ad Oslo,
firmata il 13 settembre 1993 a Washington, e le lettere di riconoscimento
reciproco tra Yasser Arafat e Itzhak Rabin, costituiscono gli strumenti
di questa analisi, dal momento che costituiranno la base degli accordi
successivi.
5. La Dichiarazione dei princìpi
La Dichiarazione dei principi è figlia del contesto del dopoguerra
del Golfo. L'OLP è politicamente e finanziariamente assai debole.
La conferenza di Madrid si apre il 30 ottobre 1991, in presenza delle
parti in conflitto in Medio Oriente, sotto il patrocinio comune di Stati
Uniti ed URSS. Le sessioni successive si svolgono a Washington. L'OLP
non è fisicamente presente, ma la delegazione palestinese è
in permanente contatto con Tunisi. E’ formata da quattordici delegati
e da sette consiglieri scelti dal centro e provenienti dai Territori
occupati.
Questa lista è stata approvata dal governo israeliano. Le discussioni
vertono su un’autonomia in Cisgiordania e nella striscia di Gaza,
formulazione già respinta in precedenza dai palestinesi e non
rispondente alle rivendicazioni dell’Intifada. I delegati palestinesi
esigono infatti il ritiro dei coloni. Chiedono che l’autonomia
venga definita come tappa verso lo Stato palestinese. Le trattative
languono, e anche il sollevamento. L’OLP, in segreto, sceglie
Oslo.
La Dichiarazione dei princìpi comporta trasferimenti di potere,
una forza di polizia palestinese, l’elezione a suffragio diretto
di un Consiglio legislativo palestinese in Cisgiordania e nella striscia
di Gaza: “tappa preparatoria significativa in vista della realizzazione
dei diritti legittimi del popolo palestinese”. Israele conserva
la responsabilità della difesa e della sicurezza degli israeliani
nei territori.
L'esperimento deve essere esteso all’insieme dei territori occupati
senza pregiudicare lo statuto di Gerusalemme, dell’esistenza delle
colonie, del ritorno dei rifugiati, del tracciato delle frontiere, né
soprattutto della formulazione finale. Le regolamentazioni future dovranno
basarsi sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
La risoluzione 242 (22 novembre 1967) impone l’instaurazione della
pace e afferma, nella versione francese, il principio del “ritiro
delle forze armate israeliane dai territori occupati durante il recente
conflitto”, mentre in quella inglese, lascia l’ambiguità
per una lettura per un “ritiro delle forze armate israeliane da
territori occupati durante il recente conflitto”. La risoluzione
242 inoltre, afferma il dovere "di realizzare una giusta regolamentazione
della questione dei rifugiati". La risoluzione 338 (22 ottobre
1973) reitera queste richieste, sostiene che una potenza occupante non
può modificare, in modo definitivo, il territorio occupato o
parte di esso ed esige di porre fine ai combattimenti.
E’ anche vero che nessuna delle due risoluzioni parlava di eventuali
diritti nazionali dei palestinesi (ed era questa la ragione per cui
era stata respinta dai palestinesi, all’epoca!) e finivano con
l’essere in contraddizione con i “diritti legittimi e politici
mutui" richiamati nel preambolo della Dichiarazione dei principi.
Inoltre, è questo era l’aspetto più importante,
aver rinviato a dopo, i negoziati sulle colonie, finiva implicitamente
con l’accettare il principio stesso della loro presenza. Ma la
presenza delle colonie rappresentava (e rappresenta) una rottura della
continuità territoriale palestinese e poneva problemi di giurisdizione
ad un ipotetico Stato palestinese. Infine, nessun passaggio del testo
faceva riferimento al diritto all’autodeterminazione in quanto
tale e faceva nascere qualche dubbio!
A parte queste considerazioni, e senza voler tenere conto di come sono
andate le cose, la Dichiarazione dei principi in sé stessa non
si può dire che contenesse i termini di un’eventuale accettazione
israeliana di un futuro Stato palestinese. A parte considerazioni di
diritto internazionale, va sottolineato che ai territori occupati, per
non parlare di Gerusalemme, il documento si richiama come “territori
contesi”. Il che sottintende che non sono giudicati veramente
occupati e che Israele potrebbe rivendicare dei diritti su di loro!
Alla Dichiarazione dei princìpi vanno aggiunte due lettere preliminari
di mutuo riconoscimento. Yasser Arafat, in quella del 9 settembre 1993,
indirizzata al Primo ministro Itzhak Rabin, precisa:
“... L 'OLP rinuncia a far ricorso al terrorismo e ad ogni forma
di violenza... L'OLP afferma che gli articoli e i punti della Carta
palestinese che negano il diritto all’esistenza ad Israele così
come i punti della Carta che sono in contraddizione con gli impegni
di questa lettera sono ormai inoperanti e non validi...”
E Rabin replica: “In risposta alla vostra lettera del 9 settembre
1993, intendo confermarvi che alla luce degli impegni dell'OLP in essa
contenuti, il governo d'Israele ha deciso di riconoscere l'OLP come
il rappresentante del popolo palestinese e di avviare i negoziati con
l'OLP nel quadro del processo di pace in Medio Oriente”.
Ma che cos’è quest’OLP che Israele ha finito per
riconoscere?
La centrale palestinese è un movimento nazionale in crisi, in
un contesto internazionale che lo isola e lo mette con le spalle al
muro. L'OLP riconosciuta non è forse un’OLP che ha perduto
la sua natura dal momento che mette da parte i suoi riferimenti identitari,
i simboli e le idee-forza del progetto nazionale iniziale? La lotta
armata, la liberazione non sono più d’attualità.
Di fatto, Israele riconosce l'OLP come rappresentante dei palestinesi,
ma senza il riconoscimento ufficiale al diritto ad uno Stato.
L’annullamento delle clausole della Carta richieste dagli israeliani
viene votato a maggioranza il 21 aprile 1996 dal Consiglio nazionale
palestinese, il Parlamento dell’OLP, riunito per la prima volta
in Palestina. Ma gli israeliani non si accontentano. Pretendono che,
in conformità con l’ultimo articolo della Carta, la decisione
sia presa dai due terzi dei membri del Consiglio nazionale, cosa che
non era avvenuta all’atto della votazione. A dicembre del 1998,
Consiglio nazionale palestinese si ritrova più numeroso per confermare
i vari annullamenti.
Ma la Carta costituiva una professione di fede che esprimeva una definizione
collettiva del popolo palestinese. La sua limatura da parte dell’istanza
rappresentativa dei palestinesi genera imbarazzo. Riconoscendo Israele,
operando ufficialmente sulla Carta, si rimette in discussione il legame
con l’insieme della terra di Palestina, l’essenza stessa
del sentimento di appartenenza ad un tutto, il popolo. Cosa ne è
allora dell’identità palestinese?
A partire da queste considerazioni si riesce a percepire la distanza
che separa l’orientamento politico del processo di pace dalle
aspirazioni, dai valori, dai simboli che hanno tenuto insieme i palestinesi.
Si finisce, di accomodamento in accomodamento, con il riconoscere ad
Israele non una legittimità acquisita, ma una legittimità
originaria! Comunque sia, finché gli israeliani non riconosceranno
la violenza esercitata a danno dei palestinesi nel 1948, questi avranno
la sensazione, più o meno diffusa, che, rinunciare a quelle che
sono per loro le terre del ’48, significa di fatto rinnegare sé
stessi.
L'idea-forza del ritorno diventa oggetto di un vero bricolage simbolico
da parte dell’Autorità palestinese. Nei testi firmati tra
israeliani e palestinesi, come abbiamo già accennato, si parla
del ritorno degli “spostati” del 1967, ma non di quello
dei rifugiati del 1948, per i quali si devono studiare ricongiungimenti
familiari. L'Autorità palestinese sembra essersi rassegnata a
non rivendicare più il ritorno di tutti al loro luogo d’origine.
Si limita al diritto al ritorno in quello che spera sarà il futuro
Stato palestinese, sapendo che tutti i rifugiati non lo vorranno e che
lo spazio coinvolto (Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme Est)
è troppo stretto per accogliere circa tre milioni e mezzo di
persone.
Perché parlo di bricolage? I rifugiati acquisiranno la nazionalità.
Tuttavia, mettendo così l’accento sui territori occupati
nel 1967, si sottolineano le differenze tra i palestinesi: tra i rifugiati
e gli altri, tra gli stessi rifugiati, quelli del ’48 e quelli
del ’67, tra gli assimilati nei paesi d’accoglienza e coloro
che vivono senza essere integrati ma che potrebbero integrarsi in futuro.
Si può perciò concludere che il processo di pace, così
come è stato avviato, ha generato tra i palestinesi un disagio
in relazione alla loro memoria storica e alla loro comunità.
Una concezione realista con riferimento alle circostanze e ai vincoli
politici ha portato i rappresentanti palestinesi a rivedere l’idea
nazionale di cui erano portatori per inserirla nel campo del possibile.
Come contropartita, la memoria collettiva e la nozione di un popolo
dal destino comune sono state malmenate.
6. L’islamismo palestinese
L'islamismo palestinese ha ripreso per suo conto i riferimenti identitari
e si è autoproclamato come il vero depositario dell’eredità
palestinese e il garante dell’identità. L’attrazione
esercitata dagli islamici si colloca, io credo, proprio nella problematica
identitaria creata dal pragmatismo politico dei dirigenti palestinesi.
Il sentimento nazionale palestinese, come del resto ogni sentimento
identitario, è frutto di una elaborazione, e dunque suscettibile
di trasformazioni. Ma, ogni modifica dei sistemi simbolici, dei riferimenti,
che metta in discussione i punti di ancoraggio identitari, è
di per sé destabilizzante. L'adattamento al nuovo modello del
nazionalismo palestinese è complesso dal momento che le sue nuove
forme sono imprecise, approssimate. Inoltre, l’allontanamento
dalla memoria collettiva non è stato interiorizzato (e dunque
non rielaborato), nel corso di un’evoluzione sociale e storica,
perché è stato imposto da circostanze politiche.
E tuttavia, a partire dall’Intifada, la maggioranza della popolazione
dei territori occupati nel 1967 si è ritrovata nello slogan di
uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Del
resto, già a metà degli anni ‘70, questa rivendicazione
aveva fatto una certa strada. L’entusiasmo popolare ha accompagnato
l’annuncio della firma della Dichiarazione dei princìpi
e l’arrivo dei primi soldati e poliziotti palestinesi. A conferma
che i palestinesi, nella loro maggioranza, compresi i rifugiati, erano
orientati ad un compromesso storico. Accettarlo sembrava ancor più
plausibile perché permetteva loro di proiettarsi con speranza
verso l’avvenire.
Molti palestinesi vedevano nel processo di pace la tappa su cui basare
uno Stato palestinese e si rallegravano pensando alla scomparsa della
tensione vissuta durante l’occupazione militare. Essi pensavano
di avere finalmente la possibilità di costruire il paese. I valori
considerati come positivi, lo scontro, la lotta, la resistenza, venivano
messi tra parentesi, in via di superamento, per essere sostituiti da
quelli della solidarietà e della responsabilità collettiva.
I nuovi valori avrebbero permesso di riconoscersi in uno sforzo comune
per realizzare opere gratificanti compiute dopo trent’anni di
un’umiliante occupazione.
Moltissime dichiarazioni, da quelle ufficiali a quelle colte per la
strada, nei primi mesi di applicazione dell’autonomia, erano di
questo sentore. In tutti i settori della popolazione si chiedeva la
creazione di infrastrutture, lo sviluppo dell’agricoltura, del
commercio, l’avviamento di qualche industria, di un insegnamento
qualificato, di cure significative. I palestinesi esprimevano in tal
modo le loro aspirazioni a vivere dignitosamente.
Costruire il paese era una volontà condivisa, ma le delusioni
economiche, i balbettamenti del processo di pace hanno impedito che
questa volontà si trasformasse in fermenti di mobilitazione.
E poi, l’attività accentratrice dell’Autorità
si traduce di fatto nello scoraggiare ogni iniziativa. Lo slancio iniziale
dimostra anche che l’impatto dell’ideologia di Hamas non
è dovuto soltanto allo stravolgimento dei riferimenti identitari
“attivati” dal processo di pace, ma anche all’assenza
di riferimenti mobilitanti sostitutivi.
L’islamismo porta una visione a venire, un ideale in cui credere.
Unica opposizione visibile, Hamas diventa il ricettacolo dello scontento,
della collera, del disincanto. Gli accordi stabiliscono che il periodo
interimario terminerà con il maggio 1999 e che subito dopo si
negozierà lo statuto finale dei territori occupati nel 1967.
Ma il processo di pace si insabbia, si impantana. In ogni caso, con
le elezioni del maggio 1999 a Primo ministro del laburista Ehud Barak,
sembra si debba aprire un nuovo periodo durante il quale i rapporti
di forza nello scacchiere politico palestinese potrebbero essere radicalmente
modificati.
Oggi Hamas, il Movimento di resistenza islamico (MRI), è la sola
organizzazione popolare maggioritaria che si confronta con l’Autorità
palestinese e con al-Fatah, la fazione palestinese, che faceva capo
a Yasser Arafat. I tentativi di intellettuali, di indipendenti, di vecchi
membri politici, di militanti dei diritti dell’uomo per formare
un’alternativa democratica e critica al processo di pace sono
falliti. Quanto al Jihad, concorrente islamico di Hamas, che non ha
mai avuto una vocazione “di massa” ha concentrato i suoi
sforzi nelle operazioni militari. E’ stato colpito duramente dalle
misure prese nei suoi confronti da Israele prima ancora dell’autonomia,
soprattutto durante l’Intifada.
Hamas, benché duramente colpito dagli assalti congiunti dei servizi
di sicurezza israeliani e palestinesi si afferma e riconferma sempre
di più come un contro-potere e un attore non aggirabile da un
processo di pace che del resto intende bloccare. Prima delle elezioni
del gennaio 2006, era difficile valutare in che misura, in quali proporzioni,
la popolazione sostenesse l’MRI. Nel gennaio del 1996 non si era
presentato alle elezioni del Consiglio, ottenendo però un buon
successo nelle elezioni sindacali, in quelle delle camere di commercio,
nella maggior parte dei consigli studenteschi dove si presentava, sotto
il nome di Blocco islamico. Dall’avvio del processo di pace, il
suo progresso è stato notevole. Le cerimonie commemorative per
la morte dei suoi martiri raccolgono ogni volta diverse migliaia di
persone di una stessa città o di uno stesso distretto.
Come spiegare l’attrazione di questo islàm tra i palestinesi
? Perché dei giovani, soprattutto di estrazione universitaria,
si dichiarano islamici? Perché succede la stessa cosa per alcuni
intellettuali ? Questi islamici appartengono in maggioranza ad Hamas
che è un prototipo dell’islàm radicale e politico.
Per loro, l’islam è un sistema politico in sé. Il
loro ideale è di dar vita ad uno Stato islamico. L’islam
diventa un impegno militante dove il politico ed il religioso sono interallacciati,
e si giustificano a vicenda.
Hamas è nato dal movimento dei Fratelli musulmani le cui prime
basi in Palestina sorsero nel 1945. Questo movimento, creato in Egitto
nel 1928 da Hassan al-Banna assassinato nel 1948 dalla polizia segreta
egiziana, è uno strumento di lotta sociale e politica. Si propone
un risveglio dell’islam, una reislamizzazione della società,
delle pratiche, dei comportamenti e un approfondimento della fede. Sostiene
la giustizia sociale secondo i precetti della religione. Intende costruire
una società che abbia per modello quella proposta dal profeta
Maometto e dai suoi seguaci, seguendo i princì del Corano e della
Sunna, la tradizione. I Fratelli musulmani si battono per l’applicazione
della chari'a, la legge islamica al posto di qualsiasi altra legge.
Per loro, l’islam è un sistema globale che interviene nella
vita privata e in quella pubblica. In tutti gli ambiti, l’islam
da risposte, suggerisce strade.
Sayyed Qutb, condannato a morte in Egitto nel 1966, rappresenta uno
dei principali ideologi per gli islamici. Il suo pensiero costituisce
un’integrazione di quello di Hassan al-Banna. Unitamente al pakistano
Mawdudi, propugna un’opposizione più decisa contro i regimi
al potere e respinge ogni collaborazione con loro. Al posto del riformismo,
preconizza un’opposizione violenta e assimila il Jihad alla guerra
da condurre contro i governi empi che si dichiarano musulmani. Parla
di guerra difensiva e di rivoluzione. Dopo gli anni ‘80, questi
concetti vengono ancor più radicalizzati dai gruppi islamici
che giustificano atti di terrorismo. Oltre che a queste due guide spirituali
e politiche, gli islamici palestinesi si rifanno a Izz al-Din al-Kassam,
un dirigente della resistenza armata, ucciso dai Britannici nel 1935,
che ebbe un ruolo importante nello scatenamento della grande rivolta
del 1936-1939. Questi concepiva la lotta contro i Britannici e gli ebrei
sionisti come Jihad. Negli anni ’80, e in seguito al sollevamento,
tutti gli islamici palestinesi, che vivevano in una società senza
Stato e occupata militarmente, hanno finito con l’associare religione
e nazionalismo. Essi si presentano come gli eredi fedeli della storia
palestinese e musulmana, sostenendo un nazionalismo palestinese senza
concessioni.