RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

 

Il processo di pace:
i palestinesi tra identità e speranze

di Giancarlo Paciello


1. I Palestinesi e la Nakba

I conflitti del 1948, che comportarono l’abbandono delle loro case e delle loro terre, per più di 750.000 palestinesi, contribuirono alla nascita di un sentimento di appartenenza ad un popolo. I palestinesi chiamano questi avvenimenti la Nakba, la Catastrofe. Nel 1948, i profughi sono essenzialmente dei contadini che hanno perduto il loro universo, i loro riferimenti spazio-temporali. Mentre essi consideravano gli altri arabi come loro stessi, non vengono accolti come tali nei paesi di frontiera. L'isolamento in campi miserabili, il disprezzo provato e la perdita della terra finiscono col suscitare nel tempo un sentimento patriottico.
La Nakba significa la dispersione e la negazione a far parte di un’identità collettiva, cosa di cui i palestinesi si renderanno conto lentamente. Essa è la loro storia, nella quale si riconoscono in quanto vittime, ed è così che si percepiscono come simili. L’individuazione di uno stesso nemico costituisce anche un fermento di diversità che li differenzia dagli altri arabi. Gli spezzoni di memoria, i ricordi rielaborati, le interpretazioni delle prove subite garantiscono la permanenza identitaria attraverso le generazioni. Sono questi avvenimenti, con una carica emozionale fortissima che rappresentano un senso per i palestinesi e costituiscono la loro "memoria storica".
La Nakba simbolizza il dramma di tutti i palestinesi, perché i profughi esiliati non sono i soli ad aver perduto la loro terra. In Israele, poi nei territori occupati nel 1967, lo Stato ebraico ha messo in opera un quadro giuridico che legalizza la confisca delle terre, sempre in vigore. A chi li interroga, ancora oggi, i giovani parlano della vita semplice del villaggio, dei raccolti abbondanti, dei rapporti solidali e della serenità. Un passato anche un po’ abbellito. Questa nostalgia per un bene rubato da altri rappresenta una specie di "culto". La terra diventa un oggetto da amare. L'attaccamento che si prova per lei viene espresso nei quadri, con mani protese verso il cielo e pugni che si spingono nel suolo di spesse e profonde radici.
La Nakba è celebrata nella letteratura, nei canti, nelle danze che riproducono le scene di una vita contadina passata. E’ "terra usurpata" "terra violata", "terra martire", "terra dell’eroismo", in sostanza è l’elemento base della memoria collettiva, arricchita del mito del "paradiso perduto". Forgia l’ideale della riconquista e progressivamente, tra i palestinesi senza Stato, un senso di identità collettiva che sfocerà sull’idea nazionale e sulla rivendicazione dell’autodeterminazione.


2. I palestinesi, l’occupazione del 1967 e la nascita dell’OLP

Come abbiamo accennato, un altro fatto importante ha segnato questo movimento nazionale: l’occupazione dopo la guerra dei Sei Giorni nel giugno 1967 della Cisgiordania, della striscia di Gaza e di Gerusalemme Est. Nei mesi che seguono alla guerra, si sviluppa la resistenza. A jil al-Nakba, la generazione della Catastrofe, succede jil al-Thawara, la generazione della Rivoluzione. Tra i palestinesi, l’immagine dell’uomo che difende la sua terra con un fucile in mano si sovrappone a quella del questuante presso l'UNRWA, (United Nations Refugees Works Agency), l'agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite. La resistenza penetra in Israele, realizza operazioni spettacolari. La leggenda del fedayn, del combattente, si diffonde.
Il fedayn, etimologicamente, è colui che sacrifica la propria vita per la sua amata, la patria. La battaglia di Karameh (21 marzo 1968) è il simbolo di questo cambiamento radicale, sta nascendo una cultura della resistenza. Graffiti, canti, poesie, addirittura un inno nazionale, esaltano la lotta. A partire dal 1967, nella letteratura, la resistenza costituisce il tema centrale. Il fucile, la bandiera, la keffiah che copre in parte il volto del fedayn hanno una portata simbolica.
I palestinesi si vedono come vittime che però raccolgono la sfida per una lotta che ne esprima il valore. Ed è con le azioni di resistenza che i palestinesi, sempre negati, diventano storia e si affermano come comunità nazionale. Il movimento nazionale si costruisce nel quadro del nazionalismo arabo, ma ci tiene alla sua “palestinità”. A seconda dei momenti (e anche delle ideologie delle diverse fazioni) sul proscenio comparirà uno o l’altro di tre circoli identitari, arabo, musulmano e palestinese
In questa prospettiva, l’OLP, nata nel 1964, mosaico di organizzazioni più o meno vicine o addirittura in opposizione, ha un solo obiettivo: il ritorno in Palestina. Si considera la rappresentante di tutti i palestinesi. La sua Carta parla dell’appartenenza dei palestinesi al mondo arabo. Dichiara che la loro patria è la Palestina, nelle frontiere del mandato britannico del 1920. L'identità palestinese è qualificata proprio in relazione a questa terra e nei limiti indicati. L’articolo 4 è chiaro:
“L’identità palestinese costituisce una caratteristica autentica, essenziale e intrinseca; essa è trasmessa dai genitori ai loro figli. L'occupazione sionista e la dispersione del popolo palestinese, in seguito alle disgrazie che lo hanno colpito, non gli fanno perdere la sua identità palestinese, né la sua appartenenza alla comunità palestinese, né possono cancellarle”.
Poco a poco, la maggior parte dei palestinesi considereranno l’OLP come la loro organizzazione, in particolare dopo la disfatta dei paesi arabi nel 1967, e la lotta armata dei fedayn viene consacrata.


3. L’evoluzione dell’OLP

Assai prima degli accordi di Oslo, l’OLP si orienta verso un processo politico che comporta evidenti compromessi. Poco a poco, i Territori occupati nel 1967 finiscono col diventare la spazio possibile per la creazione di uno Stato palestinese. Nel 1974, in ottobre, l’OLP viene riconosciuta come unico rappresentante del popolo palestinese dagli Stati arabi e il 13 novembre dello stesso anno, Arafat viene ricevuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto dei palestinesi all’indipendenza e all’autodeterminazione. Poiché gli Stati Uniti non hanno voluto concedere il visto d’ingresso ad Arafat, l’ONU tiene questa Assemblea generale a Ginevra!
In questo contesto regionale ed internazionale meglio disposto nei suoi confronti, l’OLP è pronta a negoziare. Del resto, la Risoluzione di Rabat, il documento conclusivo della settima conferenza al vertice dei Paesi arabi del 29 ottobre 1974, recita al punto 1: “Afferma il diritto del popolo palestinese al ritorno nella sua patria e all’autodeterminazione”
e al punto 2:
“Afferma il diritto del popolo palestinese ad instaurare un’autorità nazionale indipendente sotto l’egida dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, in quanto unico rappresentante legittimo del popolo palestinese, su tutto il territorio palestinese che sarà liberato. Gli Stati arabi devono sostenere questa autorità all’atto della sua instaurazione, e questo in tutti gli àmbiti e a tutti i livelli”. Essa non fa perciò che ripetere quanto l’OLP aveva proclamato alla dodicesima sessione del Consiglio nazionale palestinese nel mese di giugno.
Si tratta di una grande svolta, che caratterizza un nuovo obiettivo, e cioè l’insediamento di un potere su tutto il territorio liberato o evacuato da Israele. E’ vero che la sua finalità dichiarata resta in ogni caso uno Stato palestinese sull’insieme della Palestina, tuttavia la base del negoziato è la creazione di uno Stato palestinese su di una parte del territorio rivendicato.
Il negoziato viene concepito in ogni caso senza riconciliazione né riconoscimento d’Israele.
L'OLP si dichiara disponibile a partecipare, su base paritaria, a conferenze internazionali. Ovviamente, nel 1978, i palestinesi sono contrari agli accordi di Camp David, e il Fronte del rifiuto, che respinge ogni compromesso, si unisce alla direzione. L'OLP non accetta di non essere stata coinvolta nelle trattative e di non essere riconosciuta da Israele. Respinge la soluzione di un’autonomia in Cisgiordania e nella striscia di Gaza prevista dagli accordi.
Vale la pena di accennare qualcosa su questi accordi dal momento che, per gli israeliani, l’autonomia palestinese significa soltanto l’autonomia amministrativa degli abitanti, poiché gli accordi prevedono soltanto ‘un’autorità autonoma’, che il testo definisce, fra parentesi ‘consiglio amministrativo’. Niente che assomigli, nemmeno da lontano, all’abbozzo di un esercizio sovrano della volontà collettiva di un popolo. Si pensi che, in una lettera di Carter, allegata agli accordi, il Presidente americano sottolinea che, per il governo israeliano, l’espressione riva occidentale e cioè la Cisgiordania va letta come Giudea-Samaria e che le espressioni Palestinesi e popolo palestinese vanno intese come “Arabi di Palestina”. Una evidente sottolineatura per ribadire che, per i sionisti, non esiste un popolo palestinese in quanto tale, capace di esprimere collettivamente una volontà politica autonoma.
Come tutto questo sia stato possibile esprimerlo in un testo che si poneva come accordo-quadro per la pace in Medio Oriente è presto detto! Invece di un accordo-quadro la diplomazia americana ne aveva confezionati due. Il primo, era un vero e proprio trattato di pace fra Israele e l’Egitto, il secondo invece, affidava le sorti di Cisgiordania e Gaza a negoziati a quattro, che non andranno mai al di là di discussioni di una commissione israelo-egiziana.
In questo modo, il primo, che doveva essere completato entro tre mesi, aspetterà il 26 marzo 1979 per diventare trattato, ma permetterà all’Egitto (25 aprile 1982) di recuperare il Sinai, quindici anni dopo la guerra del giugno 1967. Si tratterà dell’interpretazione più ragionevole della risoluzione 242. Nessuna annessione, ma frontiere sicure e riconosciute, garantite da una smilitarizzazione e da un controllo internazionale. Il secondo, nato morto, non interesserà più nessuno, e costituirà di fatto un arretramento del processo di pace in Medio Oriente. Il significato di Camp David (quello del 1978) va cercato perciò nella rottura anche formale del fronte dei paesi arabi.
Israele, garantitosi il suo fianco sud, avrà le mani libere per agire a nord e ad est. La guerra del Libano è del giugno 1982. Eppure, Stati Uniti e URSS, subito dopo la guerra del Golfo, non saranno capaci di fare altro che rilanciare il processo di pace, su binari molto simili! George Corm paragonerà questi accordi alla Dichiarazione Balfour. Una interpretazione (del tutto coincidente con la nostra) sia dell’una che degli altri.
La Dichiarazione Balfour:
“Un notevole testo di esoterismo razzista [secondo il quale] un governo, quello della Gran Bretagna, disponeva di una terra, la Palestina, sulla quale non esercitava alcuna sovranità di diritto o di fatto, in favore di una comunità religiosa, gli ebrei, che vivevano nella quasi totalità al di fuori di questa terra”. In realtà, in questa terra gli Arabi costituiscono il 91% della popolazione, “E tuttavia, o meraviglia! – continua Corm – la Dichiarazione, che si vuole ‘rispettosa’ dei diritti e dell’equità, [parla degli Arabi] qualificandoli come ‘comunità non ebraiche in Palestina’, per prescrivere che non porti pregiudizio ai loro ‘diritti civili e religiosi’; ma non una parola nel testo sui diritti politici di queste bizzarre ‘comunità di non ebrei’, il popolo palestinese, che ci si rifiuta già di nominare, ma di cui si sopprime anche ogni possibilità di esistenza collettiva, privandola di ogni diritto politico”.
Ebbene, secondo George Corm, gli accordi di Camp David, non sono che una versione aggiornata della Dichiarazione Balfour.
“L’Egitto e Israele decidono da soli dei resti della Palestina, la Cisgiordania e la striscia di Gaza, invitando un terzo governo, sempre non palestinese, quello di Giordania, ad associarsi a futuri negoziati sullo statuto giuridico di questi territori; statuto che l’accordo lascia indeterminato per la durata di cinque anni, cosa che permette agli Israeliani di conservare le loro pretese di sovranità sulla Cisgiordania e su Gaza”.
Ed ecco che nel 1982, Yasser Arafat, indebolito dalla sconfitta e dal suo ritiro dal Libano, chiede esplicitamente l’attuazione del piano di spartizione del 1947. Un altro passo in questa direzione è rappresentato dalla Dichiarazione d’indipendenza del Consiglio nazionale palestinese del 15 novembre 1988 (XIX CNP ad Algeri), che riconosce la legalità dello Stato d’Israele perché stabilisce:
“Sulla base delle risoluzioni dei vertici arabi.
In virtù del primato del diritto e della legalità internazionale incarnate nelle risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite dal 1947.
Esercitando il diritto del popolo arabo palestinese all’autodeterminazione, all’indipendenza e alla sovranità su proprio suolo.
Il Consiglio nazionale palestinese, in nome di Dio e del popolo arabo palestinese, proclama l’instaurazione dello Stato di Palestina sulla nostra terra palestinese, con capitale Gerusalemme, Al-Quds al-Sharif.
Lo Stato di Palestina è lo Stato di tutti i palestinesi ovunque si trovino”.
La Dichiarazione si basa in sostanza sulla Risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947, relativa alla spartizione della Palestina, e dunque, pur sottolineando il suo disaccordo con quel testo, riconosce la divisione della Palestina in due Stati. Essa distingue la legalità d’Israele dalla legittimità dei diritti dei palestinesi sull’insieme della Palestina. In accordo con la Carta, proclama che la terra è l’origine dell’identità palestinese:
“Terra di messaggi divini rivelati all’umanità, la Palestina è il paese natale del popolo arabo palestinese. E’ là che è cresciuto, si è sviluppato e si è dispiegato. La sua esistenza nazionale ed umana si è affermata in un rapporto organico ininterrotto tra il popolo, la sua terra e la sua storia.”
L'OLP non rinuncia ancora alla lotta armata. La sua Dichiarazione è in conformità con i volantini del Comando unificato dell’Intifada che rivendica i diritti nazionali, il diritto al ritorno, l’autodeterminazione, la creazione di uno Stato.


4. Il processo di pace e le sue contraddizioni

Dopo più di un secolo di lotte, israeliani e palestinesi decisero di sedersi ad un tavolo di negoziati. Nel settembre 1993, il Primo ministro israeliano, Itzhak Rabin, riconobbe i palestinesi in quanto popolo e l’OLP come la loro istanza rappresentativa, mentre Yasser Arafat, presidente dell’OLP, riconosceva il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele. Sembrava si potesse avviare un dialogo. I palestinesi della striscia di Gaza e della Cisgiordania affrontarono il negoziato con la speranza di poter ottenere uno spazio, legittimato internazionalmente, vivibile economicamente, dove poter esercitare la loro autorità e poter costruire il loro Stato.
Con la Dichiarazione dei principi, firmata a Washington il 13 settembre 1993 (ed entrata in vigore un mese dopo), Israele e l’OLP, riconoscendosi “diritti legittimi e politici reciproci”, esplicitati in due lettere, aprirono i negoziati che dovevano portare, alla fine di un periodo transitorio, non superiore ai cinque anni, ad un accordo definitivo.
Pur essendo soltanto un quadro di riferimento nel quale collocare i negoziati che, soli, con i loro contenuti, avrebbero dovuto portare al regolamento del contenzioso tra israeliani e palestinesi, la Dichiarazione dei principi, all’articolo 1, era assolutamente esplicita:
“L’obiettivo dei negoziati israelo-palestinesi, nel quadro attuale del processo di pace in Medio Oriente, è, tra gli altri, di creare un’Autorità palestinese di autogoverno provvisorio, il Consiglio eletto (il “Consiglio”) per il popolo palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, per un periodo non superiore ai cinque anni e che porti ad una soluzione permanente basata sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza. Si intende che gli accomodamenti provvisori costituiscano parte integrante del processo di pace nel suo insieme e che i negoziati sullo statuto permanente porteranno all’attuazione delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza”.
Per i palestinesi perciò, la parte finale dell’articolo 1 conteneva tutte le loro rivendicazioni, oltre che la loro accettazione di limitare al solo 22% della Palestina mandataria la terra da rivendicare. Una cosa non da poco! La restituzione della Cisgiordania e della striscia di Gaza avrebbe significato infatti la possibilità della creazione di uno Stato palestinese su di un territorio continuo ed omogeneo, lo smantellamento delle colonie e la certezza di poter eleggere Gerusalemme Est a capitale dello Stato palestinese, dal momento che il territorio di Gerusalemme Est, occupata nel 1967, costituiva oggetto della risoluzione 242.
Quanto al ritorno dei rifugiati le cose non erano altrettanto chiare, dal momento che c’erano due categorie di rifugiati, quelli del 1948 e quelli del 1967, detti anche “spostati”. Per i primi, tutto veniva rinviato allo statuto finale. Per i secondi invece la Dichiarazione fissava la creazione di una commissione congiunta, comprendente anche l’Egitto e la Giordania. Va ricordato che la risoluzione 194 (III) del 1948, (di cui però la Dichiarazione non faceva parola), che prevedeva anch’essa la creazione di una commissione di conciliazione, era assai esplicita. Infatti il paragrafo 11, relativo ai rifugiati, per conto del Consiglio di sicurezza dell’ONU, recitava:
«[Il Consiglio di Sicurezza] decide che sia il caso di permettere ai rifugiati che lo desiderino di tornare alle loro case prima possibile e di vivere in pace con i loro vicini, e che debbano essere pagati indennizzi a titolo di compensazione per i beni di coloro che desiderino non fare ritorno nelle loro case e per qualsiasi bene perduto o danneggiato […].
Fornisce come indicazione alla commissione di conciliazione di facilitare il rimpatrio e la ricollocazione economica e sociale dei rifugiati, così come il pagamento degli indennizzi […]».
La risoluzione 242 poi (che al punto 2 recita: «Afferma inoltre la necessità…b) di realizzare una giusta soluzione del problema dei rifugiati…») deve intendersi ovviamente riferita sia ai primi che ai secondi, essendo questi ultimi troppo “freschi” per essere stati loro a determinare il “problema dei rifugiati”!
Dunque i palestinesi avevano ragione di credere di essere vicini, sia pure dopo tante sofferenze ed umiliazioni, a poter disporre di un loro spazio e di una sovranità su di esso. Ben diversi, fin dall’inizio probabilmente, erano gli intenti degli israeliani, che hanno creduto di poter continuare la loro politica di controllo del territorio e la colonizzazione, attraverso una pratica meno violenta (e meno costosa). Oggi emerge, con palmare chiarezza, il significato che i politici israeliani hanno attribuito agli accordi di Oslo, che pure avevano suscitato tante attese, in tutto il mondo. Quegli accordi sono di fatto serviti a “sganciare” Israele dal rispetto, si fa per dire, del diritto internazionale e delle risoluzioni dell’ONU e ad avere mano libera nella colonizzazione.
Anche il riconoscimento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (promossa da banda di terroristi a legittimo rappresentante del popolo palestinese in brevissimo tempo, per essere ora altrettanto rapidamente retrocessa al ruolo attribuitole originariamente), ha giocato in questo senso. Per poter ricondurre tutto a “trattativa privata” era infatti necessaria una controparte, da condizionare con un patto leonino. E così delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’ONU assai esplicite, sia contro le conquiste ottenute con le armi, sia contro le modifiche apportate ad un territorio conquistato con le armi, (le colonie per essere chiari!), non è rimasto assolutamente nulla.
La risoluzione 194 si è trasformata in una concessione al ricongiungimento di poche centinaia (o forse qualche migliaio) di famiglie. Gli accordi di Oslo hanno finito così con il costituire, di fatto, l’abbandono dei palestinesi, da parte dell’Occidente, al loro destino.
Da quanto detto, si capisce che il processo di pace era carico di conseguenze anche rispetto alla rappresentazione che i palestinesi avevano di loro stessi in quanto popolo. Il processo di pace si basava sul ritiro progressivo degli israeliani dai territori occupati nel 1967 e sulla rinuncia dei palestinesi alla Palestina nella sua integralità. Comportava perciò, per i palestinesi, mettere da parte le idee-forza del nazionalismo. E così, la definizione della loro identità collettiva, che si nutriva di un legame particolare con tutta la terra di Palestina, ne veniva offuscata. Con la conseguenza che anche i riferimenti identitari subivano la stessa sorte e i fondamenti del progetto nazionale venivano scossi.
Da parte loro, come vedremo meglio più avanti, gli islamici palestinesi si riapproprieranno di questo fondamento comune identitario, riformulando il progetto nazionale iniziale dell’OLP, e attribuendogli un carattere sacro. Costruiranno così un nazionalismo “islamico-palestinese”.
Per capire però più a fondo perché il processo di pace costituisse una contraddizione rispetto al fondamento comune sul quale i palestinesi hanno basato e poi elaborato il loro sentimento d’appartenenza ad un popolo, è assolutamente necessario ricordare alcuni elementi chiave della loro storia, e per questo motivo abbiamo ricostruito per grandi linee l’evoluzione dell’OLP.
Di fatto, il contenuto degli accordi del processo di pace si allontana dal progetto nazionale originario dell'OLP. E’ almeno sfasato con i fattori identificativi dei palestinesi. Il processo di pace in realtà fa impallidire fattori identificativi e rivendicazioni. Nei documenti ufficiali, le idee-forza del nazionalismo palestinese e i riferimenti identitari non sono più tutti ribaditi. Affiorano ambiguità, contraddizioni, e argomenti non affrontati fanno nascere sospetti.
La Dichiarazione dei princìpi, negoziata in segreto ad Oslo, firmata il 13 settembre 1993 a Washington, e le lettere di riconoscimento reciproco tra Yasser Arafat e Itzhak Rabin, costituiscono gli strumenti di questa analisi, dal momento che costituiranno la base degli accordi successivi.


5. La Dichiarazione dei princìpi

La Dichiarazione dei principi è figlia del contesto del dopoguerra del Golfo. L'OLP è politicamente e finanziariamente assai debole. La conferenza di Madrid si apre il 30 ottobre 1991, in presenza delle parti in conflitto in Medio Oriente, sotto il patrocinio comune di Stati Uniti ed URSS. Le sessioni successive si svolgono a Washington. L'OLP non è fisicamente presente, ma la delegazione palestinese è in permanente contatto con Tunisi. E’ formata da quattordici delegati e da sette consiglieri scelti dal centro e provenienti dai Territori occupati.
Questa lista è stata approvata dal governo israeliano. Le discussioni vertono su un’autonomia in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, formulazione già respinta in precedenza dai palestinesi e non rispondente alle rivendicazioni dell’Intifada. I delegati palestinesi esigono infatti il ritiro dei coloni. Chiedono che l’autonomia venga definita come tappa verso lo Stato palestinese. Le trattative languono, e anche il sollevamento. L’OLP, in segreto, sceglie Oslo.
La Dichiarazione dei princìpi comporta trasferimenti di potere, una forza di polizia palestinese, l’elezione a suffragio diretto di un Consiglio legislativo palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza: “tappa preparatoria significativa in vista della realizzazione dei diritti legittimi del popolo palestinese”. Israele conserva la responsabilità della difesa e della sicurezza degli israeliani nei territori.
L'esperimento deve essere esteso all’insieme dei territori occupati senza pregiudicare lo statuto di Gerusalemme, dell’esistenza delle colonie, del ritorno dei rifugiati, del tracciato delle frontiere, né soprattutto della formulazione finale. Le regolamentazioni future dovranno basarsi sulle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. La risoluzione 242 (22 novembre 1967) impone l’instaurazione della pace e afferma, nella versione francese, il principio del “ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati durante il recente conflitto”, mentre in quella inglese, lascia l’ambiguità per una lettura per un “ritiro delle forze armate israeliane da territori occupati durante il recente conflitto”. La risoluzione 242 inoltre, afferma il dovere "di realizzare una giusta regolamentazione della questione dei rifugiati". La risoluzione 338 (22 ottobre 1973) reitera queste richieste, sostiene che una potenza occupante non può modificare, in modo definitivo, il territorio occupato o parte di esso ed esige di porre fine ai combattimenti.
E’ anche vero che nessuna delle due risoluzioni parlava di eventuali diritti nazionali dei palestinesi (ed era questa la ragione per cui era stata respinta dai palestinesi, all’epoca!) e finivano con l’essere in contraddizione con i “diritti legittimi e politici mutui" richiamati nel preambolo della Dichiarazione dei principi. Inoltre, è questo era l’aspetto più importante, aver rinviato a dopo, i negoziati sulle colonie, finiva implicitamente con l’accettare il principio stesso della loro presenza. Ma la presenza delle colonie rappresentava (e rappresenta) una rottura della continuità territoriale palestinese e poneva problemi di giurisdizione ad un ipotetico Stato palestinese. Infine, nessun passaggio del testo faceva riferimento al diritto all’autodeterminazione in quanto tale e faceva nascere qualche dubbio!
A parte queste considerazioni, e senza voler tenere conto di come sono andate le cose, la Dichiarazione dei principi in sé stessa non si può dire che contenesse i termini di un’eventuale accettazione israeliana di un futuro Stato palestinese. A parte considerazioni di diritto internazionale, va sottolineato che ai territori occupati, per non parlare di Gerusalemme, il documento si richiama come “territori contesi”. Il che sottintende che non sono giudicati veramente occupati e che Israele potrebbe rivendicare dei diritti su di loro!
Alla Dichiarazione dei princìpi vanno aggiunte due lettere preliminari di mutuo riconoscimento. Yasser Arafat, in quella del 9 settembre 1993, indirizzata al Primo ministro Itzhak Rabin, precisa:
“... L 'OLP rinuncia a far ricorso al terrorismo e ad ogni forma di violenza... L'OLP afferma che gli articoli e i punti della Carta palestinese che negano il diritto all’esistenza ad Israele così come i punti della Carta che sono in contraddizione con gli impegni di questa lettera sono ormai inoperanti e non validi...”
E Rabin replica: “In risposta alla vostra lettera del 9 settembre 1993, intendo confermarvi che alla luce degli impegni dell'OLP in essa contenuti, il governo d'Israele ha deciso di riconoscere l'OLP come il rappresentante del popolo palestinese e di avviare i negoziati con l'OLP nel quadro del processo di pace in Medio Oriente”.
Ma che cos’è quest’OLP che Israele ha finito per riconoscere?
La centrale palestinese è un movimento nazionale in crisi, in un contesto internazionale che lo isola e lo mette con le spalle al muro. L'OLP riconosciuta non è forse un’OLP che ha perduto la sua natura dal momento che mette da parte i suoi riferimenti identitari, i simboli e le idee-forza del progetto nazionale iniziale? La lotta armata, la liberazione non sono più d’attualità. Di fatto, Israele riconosce l'OLP come rappresentante dei palestinesi, ma senza il riconoscimento ufficiale al diritto ad uno Stato.
L’annullamento delle clausole della Carta richieste dagli israeliani viene votato a maggioranza il 21 aprile 1996 dal Consiglio nazionale palestinese, il Parlamento dell’OLP, riunito per la prima volta in Palestina. Ma gli israeliani non si accontentano. Pretendono che, in conformità con l’ultimo articolo della Carta, la decisione sia presa dai due terzi dei membri del Consiglio nazionale, cosa che non era avvenuta all’atto della votazione. A dicembre del 1998, Consiglio nazionale palestinese si ritrova più numeroso per confermare i vari annullamenti.
Ma la Carta costituiva una professione di fede che esprimeva una definizione collettiva del popolo palestinese. La sua limatura da parte dell’istanza rappresentativa dei palestinesi genera imbarazzo. Riconoscendo Israele, operando ufficialmente sulla Carta, si rimette in discussione il legame con l’insieme della terra di Palestina, l’essenza stessa del sentimento di appartenenza ad un tutto, il popolo. Cosa ne è allora dell’identità palestinese?
A partire da queste considerazioni si riesce a percepire la distanza che separa l’orientamento politico del processo di pace dalle aspirazioni, dai valori, dai simboli che hanno tenuto insieme i palestinesi. Si finisce, di accomodamento in accomodamento, con il riconoscere ad Israele non una legittimità acquisita, ma una legittimità originaria! Comunque sia, finché gli israeliani non riconosceranno la violenza esercitata a danno dei palestinesi nel 1948, questi avranno la sensazione, più o meno diffusa, che, rinunciare a quelle che sono per loro le terre del ’48, significa di fatto rinnegare sé stessi.
L'idea-forza del ritorno diventa oggetto di un vero bricolage simbolico da parte dell’Autorità palestinese. Nei testi firmati tra israeliani e palestinesi, come abbiamo già accennato, si parla del ritorno degli “spostati” del 1967, ma non di quello dei rifugiati del 1948, per i quali si devono studiare ricongiungimenti familiari. L'Autorità palestinese sembra essersi rassegnata a non rivendicare più il ritorno di tutti al loro luogo d’origine. Si limita al diritto al ritorno in quello che spera sarà il futuro Stato palestinese, sapendo che tutti i rifugiati non lo vorranno e che lo spazio coinvolto (Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme Est) è troppo stretto per accogliere circa tre milioni e mezzo di persone.
Perché parlo di bricolage? I rifugiati acquisiranno la nazionalità. Tuttavia, mettendo così l’accento sui territori occupati nel 1967, si sottolineano le differenze tra i palestinesi: tra i rifugiati e gli altri, tra gli stessi rifugiati, quelli del ’48 e quelli del ’67, tra gli assimilati nei paesi d’accoglienza e coloro che vivono senza essere integrati ma che potrebbero integrarsi in futuro.
Si può perciò concludere che il processo di pace, così come è stato avviato, ha generato tra i palestinesi un disagio in relazione alla loro memoria storica e alla loro comunità. Una concezione realista con riferimento alle circostanze e ai vincoli politici ha portato i rappresentanti palestinesi a rivedere l’idea nazionale di cui erano portatori per inserirla nel campo del possibile. Come contropartita, la memoria collettiva e la nozione di un popolo dal destino comune sono state malmenate.


6. L’islamismo palestinese

L'islamismo palestinese ha ripreso per suo conto i riferimenti identitari e si è autoproclamato come il vero depositario dell’eredità palestinese e il garante dell’identità. L’attrazione esercitata dagli islamici si colloca, io credo, proprio nella problematica identitaria creata dal pragmatismo politico dei dirigenti palestinesi.
Il sentimento nazionale palestinese, come del resto ogni sentimento identitario, è frutto di una elaborazione, e dunque suscettibile di trasformazioni. Ma, ogni modifica dei sistemi simbolici, dei riferimenti, che metta in discussione i punti di ancoraggio identitari, è di per sé destabilizzante. L'adattamento al nuovo modello del nazionalismo palestinese è complesso dal momento che le sue nuove forme sono imprecise, approssimate. Inoltre, l’allontanamento dalla memoria collettiva non è stato interiorizzato (e dunque non rielaborato), nel corso di un’evoluzione sociale e storica, perché è stato imposto da circostanze politiche.
E tuttavia, a partire dall’Intifada, la maggioranza della popolazione dei territori occupati nel 1967 si è ritrovata nello slogan di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Del resto, già a metà degli anni ‘70, questa rivendicazione aveva fatto una certa strada. L’entusiasmo popolare ha accompagnato l’annuncio della firma della Dichiarazione dei princìpi e l’arrivo dei primi soldati e poliziotti palestinesi. A conferma che i palestinesi, nella loro maggioranza, compresi i rifugiati, erano orientati ad un compromesso storico. Accettarlo sembrava ancor più plausibile perché permetteva loro di proiettarsi con speranza verso l’avvenire.
Molti palestinesi vedevano nel processo di pace la tappa su cui basare uno Stato palestinese e si rallegravano pensando alla scomparsa della tensione vissuta durante l’occupazione militare. Essi pensavano di avere finalmente la possibilità di costruire il paese. I valori considerati come positivi, lo scontro, la lotta, la resistenza, venivano messi tra parentesi, in via di superamento, per essere sostituiti da quelli della solidarietà e della responsabilità collettiva. I nuovi valori avrebbero permesso di riconoscersi in uno sforzo comune per realizzare opere gratificanti compiute dopo trent’anni di un’umiliante occupazione.
Moltissime dichiarazioni, da quelle ufficiali a quelle colte per la strada, nei primi mesi di applicazione dell’autonomia, erano di questo sentore. In tutti i settori della popolazione si chiedeva la creazione di infrastrutture, lo sviluppo dell’agricoltura, del commercio, l’avviamento di qualche industria, di un insegnamento qualificato, di cure significative. I palestinesi esprimevano in tal modo le loro aspirazioni a vivere dignitosamente.
Costruire il paese era una volontà condivisa, ma le delusioni economiche, i balbettamenti del processo di pace hanno impedito che questa volontà si trasformasse in fermenti di mobilitazione. E poi, l’attività accentratrice dell’Autorità si traduce di fatto nello scoraggiare ogni iniziativa. Lo slancio iniziale dimostra anche che l’impatto dell’ideologia di Hamas non è dovuto soltanto allo stravolgimento dei riferimenti identitari “attivati” dal processo di pace, ma anche all’assenza di riferimenti mobilitanti sostitutivi.
L’islamismo porta una visione a venire, un ideale in cui credere. Unica opposizione visibile, Hamas diventa il ricettacolo dello scontento, della collera, del disincanto. Gli accordi stabiliscono che il periodo interimario terminerà con il maggio 1999 e che subito dopo si negozierà lo statuto finale dei territori occupati nel 1967. Ma il processo di pace si insabbia, si impantana. In ogni caso, con le elezioni del maggio 1999 a Primo ministro del laburista Ehud Barak, sembra si debba aprire un nuovo periodo durante il quale i rapporti di forza nello scacchiere politico palestinese potrebbero essere radicalmente modificati.
Oggi Hamas, il Movimento di resistenza islamico (MRI), è la sola organizzazione popolare maggioritaria che si confronta con l’Autorità palestinese e con al-Fatah, la fazione palestinese, che faceva capo a Yasser Arafat. I tentativi di intellettuali, di indipendenti, di vecchi membri politici, di militanti dei diritti dell’uomo per formare un’alternativa democratica e critica al processo di pace sono falliti. Quanto al Jihad, concorrente islamico di Hamas, che non ha mai avuto una vocazione “di massa” ha concentrato i suoi sforzi nelle operazioni militari. E’ stato colpito duramente dalle misure prese nei suoi confronti da Israele prima ancora dell’autonomia, soprattutto durante l’Intifada.
Hamas, benché duramente colpito dagli assalti congiunti dei servizi di sicurezza israeliani e palestinesi si afferma e riconferma sempre di più come un contro-potere e un attore non aggirabile da un processo di pace che del resto intende bloccare. Prima delle elezioni del gennaio 2006, era difficile valutare in che misura, in quali proporzioni, la popolazione sostenesse l’MRI. Nel gennaio del 1996 non si era presentato alle elezioni del Consiglio, ottenendo però un buon successo nelle elezioni sindacali, in quelle delle camere di commercio, nella maggior parte dei consigli studenteschi dove si presentava, sotto il nome di Blocco islamico. Dall’avvio del processo di pace, il suo progresso è stato notevole. Le cerimonie commemorative per la morte dei suoi martiri raccolgono ogni volta diverse migliaia di persone di una stessa città o di uno stesso distretto.
Come spiegare l’attrazione di questo islàm tra i palestinesi ? Perché dei giovani, soprattutto di estrazione universitaria, si dichiarano islamici? Perché succede la stessa cosa per alcuni intellettuali ? Questi islamici appartengono in maggioranza ad Hamas che è un prototipo dell’islàm radicale e politico. Per loro, l’islam è un sistema politico in sé. Il loro ideale è di dar vita ad uno Stato islamico. L’islam diventa un impegno militante dove il politico ed il religioso sono interallacciati, e si giustificano a vicenda.
Hamas è nato dal movimento dei Fratelli musulmani le cui prime basi in Palestina sorsero nel 1945. Questo movimento, creato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna assassinato nel 1948 dalla polizia segreta egiziana, è uno strumento di lotta sociale e politica. Si propone un risveglio dell’islam, una reislamizzazione della società, delle pratiche, dei comportamenti e un approfondimento della fede. Sostiene la giustizia sociale secondo i precetti della religione. Intende costruire una società che abbia per modello quella proposta dal profeta Maometto e dai suoi seguaci, seguendo i princì del Corano e della Sunna, la tradizione. I Fratelli musulmani si battono per l’applicazione della chari'a, la legge islamica al posto di qualsiasi altra legge. Per loro, l’islam è un sistema globale che interviene nella vita privata e in quella pubblica. In tutti gli ambiti, l’islam da risposte, suggerisce strade.
Sayyed Qutb, condannato a morte in Egitto nel 1966, rappresenta uno dei principali ideologi per gli islamici. Il suo pensiero costituisce un’integrazione di quello di Hassan al-Banna. Unitamente al pakistano Mawdudi, propugna un’opposizione più decisa contro i regimi al potere e respinge ogni collaborazione con loro. Al posto del riformismo, preconizza un’opposizione violenta e assimila il Jihad alla guerra da condurre contro i governi empi che si dichiarano musulmani. Parla di guerra difensiva e di rivoluzione. Dopo gli anni ‘80, questi concetti vengono ancor più radicalizzati dai gruppi islamici che giustificano atti di terrorismo. Oltre che a queste due guide spirituali e politiche, gli islamici palestinesi si rifanno a Izz al-Din al-Kassam, un dirigente della resistenza armata, ucciso dai Britannici nel 1935, che ebbe un ruolo importante nello scatenamento della grande rivolta del 1936-1939. Questi concepiva la lotta contro i Britannici e gli ebrei sionisti come Jihad. Negli anni ’80, e in seguito al sollevamento, tutti gli islamici palestinesi, che vivevano in una società senza Stato e occupata militarmente, hanno finito con l’associare religione e nazionalismo. Essi si presentano come gli eredi fedeli della storia palestinese e musulmana, sostenendo un nazionalismo palestinese senza concessioni.