Lettera aperta
agli amici palestinesi
di Giancarlo Paciello
Questa lettera intende esprimere un’urgenza, meglio l’assoluta
necessità che tutti i palestinesi, musulmani e cristiani, laici
e religiosi, mettano da parte ogni loro “ideologia” e si
battano per un solo obiettivo: l’unità di tutte le forze
palestinesi in campo con l’intento dichiarato di puntare al ritiro
dai Territori occupati dell’esercito israeliano, Territori, è
bene ribadirlo, illegalmente occupati da ben 39 anni, e che costituivano
lo spazio “residuo”, dopo la Nakhba del 1948, sul quale
doveva nascere lo stato arabo, secondo la risoluzione 181 del 29 novembre
del 1947 delle Nazioni unite e che venne illegittimamente occupato allora
da Egitto e Transgiordania. Della evidente situazione di illegittimità
del 1948, l’ONU non si è mai preoccupata, pur considerando
lo Stato d’Israele nato da quella risoluzione, così disastrosamente
e scorrettamente applicata, anche per quanto riguarda Gerusalemme e
Betlemme! Ma prima ancora di passare alla lettera vera e propria, intendo
chiarire chi sono gli amici palestinesi ai quali mi rivolgo.
In ogni caso ribadisco il mio rapporto empatico con il popolo palestinese,
quanto all’individuazione degli amici, procederò in ordine
di vicinanza. Innanzitutto i membri dell’associazione “Wael
Zwaiter”, poi i membri della comunità palestinese di Roma
e del Lazio ed infine la Delegazione palestinese dell’ANP a Roma.
I membri della “Zwaiter” sono, quasi tutti, italiani a tutti
gli effetti. Ma sono quasi tutti figli di rifugiati palestinesi. Fanno
parte perciò di una minoranza etnica per la quale il diritto
al ritorno non è una pura considerazione giuridica, sono dei
palestinesi che potrebbero costituire parte della classe dirigente del
proprio paese. E, cosa non trascurabile, sono giovani e dunque più
portati al nuovo. Alcuni sono figli di miei amici o di persone che sono
state positivamente coinvolte nelle lotte per il proprio paese, essi
fanno parte di una nuova generazione del popolo palestinese.
La comunità di Roma e del Lazio (all’interno della quale
ho diversi amici), rappresenta qualcosa che va oltre le individualità,
costituisce un momento di vita comunitaria specifica, e in quanto tale,
tende a non disperdere il patrimonio di abitudini, di cultura e di vita
sociale del popolo palestinese.
La Delegazione palestinese dell’ANP rappresenta l’espressione
politica dei palestinesi, (all’interno della quale ho diversi
amici) e vive momenti estremamente difficili nel momento in cui si sta
facendo ancora più forte l’ipotesi di annullare qualsiasi
istanza di autonomia del popolo palestinese, per confinarlo ai margini
con l’accusa di immaturità politica e di terrorismo, ignorando
tra l’altro, proprio la maturità espressa dal popolo palestinese
nel partecipare ad elezioni risultate tanto democratiche da far invidia
anche all’occidente. Inoltre la comunità internazionale
boicotta il legittimo risultato delle elezioni, non riconosce il legittimo
governo espresso dal voto palestinese, strozza economicamente l’economia
assai critica dei territori occupati e permette che Israele trattenga
illegalmente il frutto del lavoro dei palestinesi!
Ho anche altri amici palestinesi, dispersi per l’Italia, a volte
distratti dalle loro attività professionali, ed anche a loro
mi rivolgo con la speranza di avviare iniziative coerenti e decise su
tutto il territorio nazionale che portino ad una reale unità
dei palestinesi in Italia e ad evidenziare quanto diversa sia la realtà
della vita del popolo palestinese dalle grottesche rappresentazioni
che di essa fanno i mezzi di comunicazione di massa.
Cari amici,
la drammaticità della situazione nei territori illegalmente
occupati dall’esercito israeliano mi spinge a scrivervi, per sottolineare
la necessità di fronteggiare un attacco feroce contro il popolo
palestinese, attacco che tende a delegittimarne il governo, e a spingere
le varie componenti del popolo palestinese alla guerra civile.
Questo è infatti l’intento, non dichiarato, dello Stato
d’Israele per vanificare decenni di lotta dei palestinesi, mentre
la comunità internazionale ricatta i palestinesi spingendoli
ad accettare la sua politica filo-israeliana, pena il blocco dei fondi,
e addirittura enfatizzando l’idea piuttosto peregrina di Abu Mazen
di indire nuove elezioni! Questa stessa comunità internazionale,
alla quale l’Italia è rigorosamente allineata, non fa alcun
riferimento al diritto internazionale e alla reale illegale occupazione
della Cisgiordania e della striscia di Gaza (sì anche la striscia
di Gaza isolata dal resto del mondo da un controllo asfissiante del
valico di Rafah da parte dell’esercito israeliano e dove i carabinieri
italiani non si sa bene cosa ci stiano a fare!), e antepone a tutto
il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte di chi non ha
subito che violenze e ingiustizie da questo Stato.
Ma a me sembra assolutamente ridicolo chiedere al governo attuale in
carica di rispettare gli accordi di Oslo, dal momento che lo Stato d’Israele
di fatto non ne ha rispettato nessuno ed ormai di questi accordi non
ne è rimasto in piedi nessuno, salvo il reciproco riconoscimento
fra lo Stato d’Israele e l’OLP!
E’ bene ricordare che la Dichiarazione dei princìpi comportava
trasferimenti di potere, una forza di polizia palestinese, l’elezione
a suffragio diretto di un Consiglio legislativo palestinese in Cisgiordania
e nella striscia di Gaza, “tappa preparatoria significativa in
vista della realizzazione dei diritti legittimi del popolo palestinese”,
che l’offensiva del marzo 2002 ha praticamente cancellato. Quanto
al parlamento palestinese, molti suoi membri sono nelle carceri israeliane
e lo Stato d’Israele non riconosce il legittimo governo palestinese.
Le regolamentazioni future dovevano in ogni caso basarsi sulle risoluzioni
242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. La risoluzione
242 del 22 novembre 1967, (lo ricordo per gli amici con poca memoria)
impone l’instaurazione della pace e afferma il principio del “ritiro
delle forze armate israeliane dai territori occupati durante il recente
conflitto”. La risoluzione 242 inoltre, afferma il dovere "di
realizzare una giusta regolamentazione della questione dei rifugiati".
La risoluzione 338 del 22 ottobre 1973, reitera queste richieste, sostiene
che una potenza occupante non può modificare, in modo definitivo,
il territorio occupato o parte di esso (non può sostanzialmente
creare colonie) ed esige di porre fine ai combattimenti.
L’aspetto più drammatico della situazione, oltre alle condizioni
di vita nei Territori occupati e in particolare nella striscia di Gaza,
(dove ormai liberi i palestinesi hanno dimostrato di sapersi soltanto
sparare addosso, secondo la vulgata israeliana, che però trascura
il fatto di aver trasformato detta striscia in un enorme carcere a cielo
aperto, e guai a chiamarlo lager!), è rappresentato dal fatto
che, a proposito della questione palestinese, si sono ormai consolidate
due sole posizioni (“occidentale” e “islamica”).
E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, queste due posizioni,
vengono utilizzate da Stati, partiti, organizzazioni, associazioni,
che attribuiscono loro particolari significati, uno diverso dall’altro,
a seconda degli interessi che Stati, partiti, organizzazioni, associazioni
intendono difendere o perseguire.
E così, quella che potrebbe sembrare una divisione netta, addirittura
manichea, finisce col nascondere tutta una serie di strumentalizzazioni
che si appoggiano ad una o all’altra posizione. Sta proprio in
questo la drammaticità della situazione all’esterno della
Palestina, perché, ad esempio, uno slogan come due popoli, due
Stati, che riassume la posizione occidentale nasconde un’ambiguità
enorme, favorendo l’opportunismo delle forze politiche in particolare.
A livello statuale, sembra giusto (e comodo) sostenerlo. Quanto poi
a riconoscere che di Stato ce n’è uno solo ed è
quello che occupa i territori sul quale dovrebbe nascere l’altro,
è un altro problema. A livello partitico la situazione è
ancora più ingarbugliata. Tutti però fanno una premessa,
come se realmente esistesse un pericolo per lo Stato d’Israele
o se il riconoscerlo ne riduca i pericoli: occorre riconoscere preliminarmente
lo Stato d’Israele.
Ma dove sta scritto? Per un occidentale, forse, è molto più
semplice capire che lo Stato d’Israele è ormai un fatto
storico e, in quanto tale, occorre farsene una ragione, ma per un mediorientale
non è la stessa cosa! Una cosa è leggere su di un libro
di storia che nel 1947 l’ONU decise di dividere la Palestina in
due stati (dei quali ne è nato soltanto uno!) e una cosa è
essere il popolo che ha subito l’espulsione dal 78% della propria
terra di 750.000 persone nell’arco di pochi mesi! E, come se non
bastasse il rimanente 22% è occupato militarmente da 39 anni.
I palestinesi non sono tenuti a riconoscere lo Stato d’Israele,
quanto piuttosto a misurarsi con questa situazione che si è determinata
e trovare, realisticamente una soluzione giusta, non certo aspettare
le briciole del banchetto israeliano che sembra non arrestarsi mai!
Proviamo ora ad analizzare meglio lo slogan due popoli, due Stati.
Innanzitutto detta formulazione si rifà ad una situazione che
vede già nato lo Stato d’Israele e dunque trascura le ragioni
dei palestinesi che, sin dal primo congresso sionista di Basilea del
1897, si erano opposti ad uno Stato ebraico in Palestina. Ma anche a
voler trascurare questo aspetto, occorre avere il coraggio di dire che
l’ipotesi due popoli, due Stati, è da tempo fallita.
Ripercorriamo rapidamente gli eventi a partire dalla Risoluzione 181.
Secondo la Risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’ONU
del 29 novembre 1947, la Palestina mandataria sarebbe stata divisa in:
- uno Stato arabo, con una popolazione di 758.530 arabi e di soli 9520
ebrei, che avrebbe coperto il 42,88% della superficie totale del paese
(circa 11.287.312 dunam);
- uno Stato ebraico che si sarebbe esteso sul 56,47% della superficie
(14.864.611 dunam), con una popolazione di 905.000 abitanti di cui 498.000
ebrei e 407.000 Arabi, senza però tenere conto dei beduini presenti
nell’area assegnata allo stato ebraico (105.000). Si sarebbe trattato
perciò di uno stato a maggioranza…araba! In sede di commissione
si provvide poi, a cancellare almeno questa assurdità, assegnando
Jaffa allo Stato arabo.
- la zona internazionale di Gerusalemme posta sotto l’egida dell’ONU
che avrebbe coperto il restante 0,65% (171.100 dunam), con una popolazione
di 105.000 Arabi e 100.000 ebrei.
La Risoluzione 181 dell’ONU sanciva così la nascita di
due Stati, che sarebbe dovuta avvenire due mesi dopo la fine del Mandato
britannico, fissata dalla Gran Bretagna per il 15 maggio 1948. A parte
il fatto che, dopo il voto, i delegati arabi dichiararono di non sentirsi
legati ad esso ed abbandonarono la seduta, voglio ricordare cosa disse
in quella occasione, il delegato del Pakistan, Zafrulla Khan:
« [...] È stata appena presa una grave decisione. Cala
il sipario. Il presidente americano ha detto: “Abbiamo fatto tutto
quello che potevamo per fare il bene così come Dio ce lo ha mostrato”.
Egli è effettivamente riuscito a persuadere un numero sufficiente
di nostri colleghi-rappresentanti perché vedessero il diritto
così come lui lo percepiva, senza permettere loro di sostenere
il diritto per come loro lo concepivano.
I nostri cuori sono tristi, ma la nostra coscienza è tranquilla.
Non lo sarebbe se avessimo fatto parte dell’altro schieramento.
Gli imperi appaiono e scompaiono [...]. Oggi non si parla che di Americani
e di Russi. [...] Nessuno può dire se la proposta che questi
due grandi paesi hanno patrocinato e appoggiato sarà benefica
o nefasta. Noi temiamo tuttavia che gli effetti benefici, se ce ne saranno,
saranno poco importanti se confrontati con i danni causati da questa
spartizione.
Questa decisione è priva di qualsiasi validità legale.
Noi non proviamo alcun rancore verso coloro che sono stati spinti, con
pesanti pressioni, a cambiare schieramento e a dare il loro voto per
appoggiare una proposta, che consideravano ingiusta. Proviamo anche
simpatia nei loro confronti».
Di fatto, dopo la guerra del 1948, nacque un solo Stato, quello ebraico,
sul 78% della Palestina e con una popolazione all’85% ebraica
e una componente araba pari al 15%. Nacquero anche 750.000 rifugiati
e il quadro non sarebbe completo se non si ricordasse che del restante
22%, l’Egitto occupò l’1% e la Transgiordania il
21%, mentre Gerusalemme diventava un po’ ebraica e un po’
transgiordana.
Forse ci si sarebbe dovuto aspettare che la 181, unica a legittimare
Israele a livello internazionale, venisse fatta rispettare per intero!
E invece niente di niente. Due popoli , due Stati? Un completo fallimento!
Nel 1967, Israele conquistò con la guerra, oltre al Sinai e alle
alture del Golan, anche il restante 22% della Palestina, quel territorio
cioè dove, dal 1948, avrebbe potuto nascere uno Stato palestinese.
Nascono così i Territori occupati. La Risoluzione 242, adottata
il 22 novembre 1967, dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,
all’unanimità, […]
1. Afferma che il compimento dei princìpi della Carta esige
l’instaurazione di una pace giusta e durevole nel Medio Oriente,
che dovrebbe comprendere l’applicazione dei due princìpi
seguenti:
i) ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati durante
il recente conflitto;
ii) cessazione di tutte le affermazioni di belligeranza o di tutti gli
stati di belligeranza e rispetto e riconoscimento della sovranità,
dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica
di ciascuno Stato della regione e del loro diritto di vivere in pace
all’interno di frontiere sicure e riconosciute, al riparo da minacce
o da atti di forza.
Israele deve dunque ritirarsi dai territori occupati. Non succede niente.
Passa il tempo e va avanti la colonizzazione. Un’altra guerra
ed un’altra risoluzione, la 338 (1973). Non si possono modificare
stabilmente i territori occupati con la guerra e dunque non si possono
costruire colonie. Non succede niente? Succede, succede! Le colonie
continuano a crescere sempre di più, la terra sottratta ai palestinesi
pure.
Rivolte e poi l’Intifada mai nessuno che dica ad Israele che deve
lasciare i territori occupati e se qualcuno glielo ricorda (le innumerevoli
risoluzioni ONU) Israele fa orecchio da mercante e si gode il fatto
compiuto.
Si arriva così al processo di pace. Due popoli, due Stati. E
che succede?
Colonie a non finire, il 70% della Cisgiordania e della striscia di
Gaza sotto controllo militare israeliano. Il processo di pace dovrebbe
aver fine nel 1998. Di palestinese nasce, anzi si accresce soltanto
l’umiliazione, la limitazione dei movimenti, il numero di prigionieri.
Il definitivo fallimento dell’ipotesi presa in considerazione.
Ma quale territorio avrebbe comunque dovuto ospitare lo Stato palestinese?
Non più del 40% del 22% e cioè l’8,8% della Palestina
dove tutti i palestinesi vivevano prima della tragedia del ’48,
legittimata dalla 181. Ma perché allora, si continua a dire tra
i politici, a gridare nelle piazze, due popoli, due Stati? A me sembra
una coazione a ripetere quello che avviene nei cortei, soprattutto pacifisti,
comunque una dichiarazione di equidistanza… che altrimenti la
condanna per antisemitismo è bella e pronta!
Di fatto questo slogan, che affida tutto ad una trattativa USA-Israele
con i palestinesi, lascia incancrenire la situazione, la sposta sul
terreno islam moderato – fondamentalismo, sul terreno del terrorismo
caro a Bush, senza mai rispondere chiaramente a queste tre domande:
1) Qual è il territorio su cui dovrebbe nascere lo Stato palestinese?
2) Qual è la sorte del “diritto al ritorno” (sancito
dalla 194) dei rifugiati?
3) Quale sarà la capitale dello Stato palestinese? Gerusalemme
Est?
Ecco perché ritengo che tutti i palestinesi devono unirsi nella
lotta sacrosanta per liberare i territori occupati. La loro liberazione
infatti risponderebbe positivamente a tutte e tre le domande.
In queste righe finali voglio fare alcune considerazioni sul diritto
ad esistere dello Stato d’Israele. Per prima cosa questo diritto
non si fonda certamente sull’accettazione di coloro che lo hanno
sempre rifiutato, ben prima del 1947, ma sul diritto internazionale
che lo ha creato. Perché pretendere da Hamas o da Ahmadinejad
ciò che non garantisce loro nulla, né la liberazione dei
territori occupati che costituiscono l’obiettivo della resistenza
di Hamas, né la tranquillità per l’Iran di non essere
attaccato dagli USA magari per il tramite di Israele, come si sente
dire sempre più spesso?
Si insiste molto sullo Stato d’Israele così com’è,
ma uno Stato sionista (e non sono io a qualificarlo così, ma
tutto l’establishment israeliano), può essere realmente
democratico, rispettoso di tutti i cittadini, a prescindere dalla razza,
dalla religione, ecc, e di tutti i loro diritti?
Forse un’ipotesi di evoluzione post-sionista dello Stato d’Israele
aiuterebbe tutti a pensare ad un Medio Oriente in cui, venuta meno la
contrapposizione oppressore-oppresso, occupante-occupato, i due popoli
potrebbero vivere tranquillamente sulla stessa terra. Certo dovrebbe
venir meno la sindrome israeliana della vittima che, soltanto se armata
fino ai denti, e con una spiccata propensione alla guerra (basti pensare
al Libano semidistrutto per salvare (!?) la vita di un caporale a Gaza
e di due soldati in Galilea) ma forse è troppo presto per crederci!