N.
B. Per il momento, e forse per sempre, ho deciso di non continuare l’elaborazione
di questo testo. Esso mi sembra utile, sarebbe stato bello portarlo
a termine, ma questo richiede molto lavoro. E, se anche non si tratta
di un lavoro solo filologico, ne ha molti aspetti, fra cui la pesantezza
della lettura oltre a quella del mio lavoro di stesura. Così
penso di metterlo nel mio sito in internet, come un inedito rimasto
incompiuto (largamente incompiuto, perché dovevo attraversare
ancora quasi tutta l’opera di Marx), da cui si possono trarre
però utili indicazioni.
MARX IN SÉ
di Gianfranco La Grassa
1. Recentemente ho consegnato alle stampe il volume
Il capitalismo oggi, in cui parto dalla teoria di Marx e, attraverso
un processo di decostruzione e almeno parziale ricostruzione, tento
di indicare la via per ricostituire una griglia teorica, non sbrindellata
e sbriciolata come le attuali, in grado di interpretare la società
capitalistica: in generale e nella fase in cui essa si trova negli ultimi
decenni. In questo scritto può quindi sembrare che compia un
passo indietro, ma sono convinto che la sua lettura farà capire
come si tratti invece di un logico complemento al testo precedentemente
citato. A partire dal 1968, la stragrande maggioranza degli intellettuali
“già rivoluzionari” ha quasi cancellato perfino lo
sbiadito ricordo dell’impianto teorico marxiano, lo ha veramente
stravolto. Alcuni marxisti-leninisti, che almeno conoscono Marx, si
rifiutano però di toccarne perfino una virgola, contribuendo
all’ossificazione della sua teoria, che viene così resa
praticamente inutile per capire i tempi in cui viviamo già da
decenni, e quelli che sono “alle porte”. La maggior parte
dei sunnominati “già rivoluzionari” sembra, al contrario,
avessero appreso Marx sui sunti Cetim o sui Bignamini, tanto il loro
approccio a tale pensatore ha sempre distorto le sue argomentazioni.
Ovviamente, ogni grande autore è passibile di numerose interpretazioni,
ma non gli si può fare dire tutto ciò che il commentatore
preferisce inventarsi; ci sono comunque dei paletti che vanno messi,
un alveo entro i cui argini le correnti interpretative possono scorrere;
e al di fuori del quale c’è la pura e semplice falsificazione
del pensiero dell’autore o quanto meno una sua deformazione a
dir poco grottesca. Proprio per far capire le novità de Il capitalismo
oggi, sono obbligato a fissare questi paletti, a tracciare questo alveo
per quanto riguarda Marx. Darò quindi qui di seguito la mia interpretazione,
convinto però che essa rispetti comunque il senso profondo di
quanto questo pensatore voleva comunicarci in merito soprattutto alla
struttura del capitalismo (del modo di produzione capitalistico). Limiterò
al minimo possibile le citazioni per non trasformarmi in un noioso esegeta
delle tesi marxiane; non è affatto questo il mio intendimento.
Voglio far capire la profonda, indiscutibile, razionalità, ma
soprattutto coerenza, delle suddette tesi. E desidero si capisca che
non c’è in Marx alcun utopismo né una preconcetta
posizione politica di semplice simpatia per i reietti, i diseredati,
gli “sfruttati” (i più intendono per sfruttamento
qualcosa che non è la concezione marxiana dello stesso).
C’è troppa approssimazione nei critici di questa società,
un atteggiamento spesso puramente moralistico che li porta lontano,
e a volte consapevolmente contro, il grande autore della teoria critica
della società capitalistica, che è una critica di tipo
scientifico, non una elucubrazione sugli aneliti di libertà di
uomini “superiori”, librati in un empireo di (rarefatta)
armonia, di amore per il bene e la giustizia, di cooperazione universale,
ecc., che i concreti individui umani non coltivano quasi mai, salvo
rarissime eccezioni.
2. Dopo una lunga formazione intellettuale, che qui non mi interessa,
Marx approdò alla decisione di dedicarsi all’analisi di
quella che, con intuizione metaforica abbastanza felice, Lenin definì
(Che cosa sono gli amici del popolo) l’anatomia e la fisiologia
della società moderna, della società capitalistica. Lenin
denominava l’oggetto della teoria marxiana formazione economico-sociale,
mentre Marx parlò sempre di modo di produzione. Egli semmai accennò
alla “formazione economica della società”, intendendo
parlare della successione di diverse forme di rapporti sociali (di produzione)
nell’ambito della storia della società umana. Queste forme
dei rapporti definivano però appunto una serie di modi di produzione
che costituivano precisamente il “progresso [quindi lo sviluppo
storico in quanto successione di forme; notazione mia] della formazione
economica della società”. La leniniana formazione economico-sociale
è allora tutt’altra cosa. Sinceramente, non credo utile
soffermarmi su tali differenze linguistiche e su che cosa esse possano
sottintendere, perché ci si perderebbe in disquisizioni utili
in altra sede, ma non in questa.
Per comprendere la struttura capitalistica, Marx scelse in effetti di
approfondire quella scienza di relativamente recente costituzione che
era l’economia politica, e che allora era dominata dal pensiero
degli economisti classici; non credo proprio che egli conoscesse Walras,
Menger, Jevons che furono i fondatori della scuola neoclassica (marginalistica),
pur se nei primi anni ’70 del XIX secolo – considerati data
d’inizio di tale ramo dell’economia – Marx era ancora
vivente. A parte i grandi economisti classici (Smith e Ricardo soprattutto),
il “nostro” prese in considerazione pure i primi autori
della corrente utilitaristica (a cominciare da Jean-Baptiste Say), che
egli definì “economisti volgari”, proprio perché
rinviavano la teoria del valore (che poi si rappresenta nel prezzo espresso
in moneta) ad un semplice rapporto tra i singoli individui e i beni
che essi hanno a disposizione per soddisfare i loro bisogni. Marx era
interessato alla comprensione della struttura e dinamica dei rapporti
sociali (capitalistici in specie); e la teoria utilitaristica, invece,
dissolveva le forme di tali rapporti in una mera somma di relazioni
tra individui (“originari” e “naturali” nei
bisogni che avvertono) e beni, relazioni poste poi in interazione reciproca.
Fin dall’inizio, in definitiva, la corrente utilitaristica si
basava sulle valutazioni e scelte degli individui, mentre per Marx questi
ultimi erano, in ultima analisi, determinazioni (dei rapporti) sociali.
Alla sua “percezione” – che è già una
prima, rudimentale, irriflessa, struttura teorico-interpretativa –
la società capitalistica dell’epoca in cui egli si formò
intellettualmente, un’epoca in cui era già in fase terminale,
almeno in Inghilterra, la cosiddetta rivoluzione industriale, cioè
il passaggio dall’opificio manifatturiero alla fabbrica in cui
si svolgevano processi lavorativi mediante uso di sistemi di macchine,
appariva completamente permeata da una fitta e intricata rete di scambi
mercantili che incombeva su tutti gli individui, determinandone, indirizzandone,
la vita quotidiana. Erano merci non solo i prodotti del lavoro ma anche
la stessa forza produttiva (quella insita nella corporeità umana).
In quell’epoca erano ancora molti i lacci e lacciuoli in grado
di impedire una effettiva libera vendita di tale forza produttiva da
parte di individui che comunque non erano più vincolati da ordinamenti
schiavistici o servili (feudali); non a caso, un autore come Polanyi
riteneva che il lavoro umano fosse stato l’ultimo “bene”
a diventare merce, per cui la società veramente mercantile sarebbe
durata pochi decenni: dalla completa eliminazione di ogni vincolo alla
libera disponibilità e vendita del proprio lavoro fino al passaggio
dal capitalismo concorrenziale a quello degli oligopoli, perché
anche questi pongono limiti alla piena estrinsecazione delle leggi del
“libero mercato”.
Per Marx invece, come vedremo, solo quando il lavoro – o, come
egli lo definì con maggiore efficacia analitica, la forza lavoro,
la capacità di lavoro insita appunto nella corporeità
umana – diventa merce, si generalizza la produzione di merci,
cioè l’intero tessuto produttivo sociale si presenta costituito
da “cellule” che sono merci. Procediamo per gradi. Abbiamo
visto qual è la “percezione” di Marx rispetto alla
società capitalistica, soprattutto per quanto riguarda i fondamentali
rapporti esistenti tra gli individui considerati nella loro veste di
produttori. Prima che i beni soggiacciano alla compravendita mercantile
– rappresentata dallo schema merce-denaro (espresso da moneta)-merce
– essi debbono essere prodotti. Quello che appare immediatamente
nella società capitalistica, e non appariva che marginalmente
o interstizialmente nelle società precedenti, è la generalità
del soggiacere dei prodotti del lavoro allo schema mercantile appena
citato. Il fatto che nella concretezza dei vari mercati – dei
mercati delle varie merci, ivi compreso quello della forza lavoro divenuta
merce – potessero permanere vincoli in grado di porre limitazioni,
impacci, alla libera contrattazione, così come avvenne fino a
circa metà ‘800 in Inghilterra per la forza lavorativa,
o formarsene di nuovi e diversi, qualche decennio più tardi,
con riguardo a molti altri beni venduti in mercati controllati da potenti
oligopoli, non implica alcun cambiamento di prospettiva in merito alla
pervasività dello scambio mercantile nel modo di produzione capitalistico.
Questa è la grandezza di Marx; la sua “percezione”
è sicura, non si lascia ingannare da lacci e lacciuoli, da impacci
posti a detta forma di scambio che investe, con la sua “storicamente
determinata” generalità, i prodotti nonché la stessa
forza lavorativa umana che li produce. Questa generalità ha però
appunto una sua storica specificità, non riguarda alcun astratto
modello di società mercantile in generale. Il Capitale inizia
con queste frasi: “La ricchezza delle società nelle quali
predomina il modo di produzione capitalistico [noto che subito, dopo
pochissime parole, viene introdotto tale concetto decisivo per tutta
l’analisi marxiana] si presenta come una ‘immane raccolta
di merci’ e la merce singola si presenta come sua forma elementare
[e nella prefazione, ricordiamo che Marx parla della merce come ‘forma
di cellula’ della ricchezza prodotta capitalisticamente]. Perciò
la nostra indagine comincia con l’analisi della merce”.
Si tratta di affermazioni inequivocabili. Nessuna supposizione iniziale
di una società mercantile semplice. Quest’ultima non è
una finzione teorica da cui prendere le mosse per studiarne poi l’introduzione
del rapporto capitalistico, secondo quel modello scientifico per cui,
ad es., prima si studiano le leggi del moto in assenza di attrito e
nel vuoto assoluto, e poi si introducono le nuove “variabili”.
Non è però nemmeno pensata quale società effettivamente
(storicamente) esistita prima di quella capitalistica; vedremo più
avanti che Marx rileva semplicemente il breve fiorire dei rapporti della
produzione (non società) mercantile semplice – mai comunque
dominante in nessuna forma di società storicamente esistita –
nel periodo di transizione al capitalismo, nel periodo dell’accumulazione
originaria. La merce (e quindi il valore) è forma generale di
“presentazione” del prodotto lavorativo umano soltanto quando
appare in scena il modo di produzione capitalistico; come sarà
chiaramente indicato più sotto, secondo il pensiero di Marx la
forma di merce si generalizza all’insieme dei prodotti soltanto
dopo il verificarsi (storico) del fenomeno costitutivo iniziale di tale
modo di produzione: la separazione del produttore dal possesso dei mezzi
necessari all’esplicazione della sua capacità lavorativa,
che egli, sciolto comunque da legami di dipendenza personale e dunque
“libero”, deve vendere nella stessa forma mercantile.
Il generale, la forma della merce, è dunque – secondo Marx
– storicamente specifico; la forma generale di merce è
specifica del modo di produzione capitalistico, che non è una
modalità tecnico-organizzativa del produrre umano, ma è
questo stesso produrre nell’ambito di una struttura di rapporti
tra uomini formatasi nel corso di un processo storico dotato di peculiari
caratteri e che conduce ad una rete interrelazionale sociale di un ben
determinato tipo. Non c’è alcun modello generale –
la pretesa “società mercantile semplice” –
in quanto astratta generalizzazione (universalizzazione) di varie forme
sociali particolari; sussiste invece il modello, quale schema strutturale
semplificato e spogliato di molti elementi concreti, relativo al precipitato
finale di un processo storico specifico, precipitato che è precisamente
il modo di produzione capitalistico. Quando questo predomina nella società,
che è più complessa e articolata rispetto al suo schema
strutturale, la produzione degli individui umani – è quanto
afferma Marx – si presenta nella forma generale della merce, ma
proprio perché questi individui vengono posti tra loro (dal suddetto
processo storico) in un rapporto di produttori e possessori di beni
che debbono essere scambiati in forma di merce, secondo lo schema M-D-M.
Non c’entra nulla – come pensava un Polanyi – il fatto
che il lavoratore sia ancora invischiato in legami capaci di impedirgli
una compiutamente libera contrattazione nella vendita della sua capacità
lavorativa; non importa che nei mercati oligopolistici i venditori abbiano
un potere nettamente superiore a quello dei compratori. Lo schema è
sempre M-D-M; gli individui, nello scambio sia dei prodotti sia della
forza che li produce, sono separati tra loro, poiché un diaframma,
il mercato, si è formato nel corso dello specifico processo storico
che ha condotto al modo di produzione capitalistico. Ma se gli scambisti
sono considerati quali individualità in semplice interrelazione
mercantile, allora essi, in linea generale, debbono essere trattati
come eguali possessori di merci. Non vi è nulla, nello scambio
in se stesso considerato, che possa far pensare alla superiorità,
alla maggior potenza, di uno scambista sugli altri. Eppure la “percezione”
di un qualsiasi individuo vivente nella società capitalistica,
già all’epoca di Marx, non poteva non cogliere la crescente
disparità di ricchezza, di possesso e godimento dei beni, tra
raggruppamenti diversi di individui. Come spiegare il fenomeno? Si potevano
prendere diverse strade, che furono in effetti intraprese.
La spiegazione più usuale, quella ancor oggi in voga, è
quella che attribuisce la disparità alle differenze individuali,
in riferimento sia a qualità “positive” come l’abilità,
l’intelligenza, la maggior capacità di lavoro, ecc. sia
negative quali l’astuzia, l’inganno e raggiro, l’uso
della forza, ecc. Si dice “volgarmente” che ogni mattina
escono di casa il 50% di furbi e intelligenti e il 50% di fessi e stolti;
e, a fine giornata, i primi si sono avvantaggiati rispetto ai secondi.
In tal caso, però, il “gioco è a somma zero”;
quello che gli uni guadagnano gli altri perdono, esattamente come avviene
in un mercato in cui vi sono pochi venditori dotati di potere oligopolistico
e molti acquirenti in concorrenza fra loro. Se si rimane alla mera considerazione
della produzione e scambio di merci – e indipendentemente dal
fatto che detto scambio sia perfettamente libero o invece impastoiato
da vincoli e imperfezioni varie – non si va oltre la differenza
di “potenziale” esistente tra gli scambisti.
I critici del capitalismo, che si arrestavano alla semplice “percezione”
della costituzione generalmente mercantile di questa società,
avevano la sola scelta di opporsi alla concentrazione e centralizzazione
dei capitali, di propugnare il mantenimento dell’assetto sociale
in una perpetua situazione di società mercantile semplice –
costituita da artigiani e coltivatori diretti, cioè da piccoli
produttori che apprestano merci con il proprio lavoro (e quello dei
familiari) – impedendo, con opportune regole istituzionali (relative
alla proprietà), che qualcuno si arricchisse a spese di altri.
In tal caso, si sarebbe rimasti nell’Eden del puro scambio mercantile,
retto dall’equivalenza delle merci e dall’eguaglianza dei
piccoli produttori delle stesse.
Pensatori del tipo di Saint-Simon compresero invece che la società
capitalistica, in piena fase di rivoluzione industriale, non poteva
essere frenata onde arrestarsi ad un simile elementare livello di produzione
mercantile; quest’ultima era ormai basata su processi lavorativi
in cui si verificava la netta scissione tra i saperi produttivi uniti
alla capacità di direzione, da una parte, e la semplice esecuzione
di lavoro prevalentemente manuale o comunque elementare, privo di qualificazione,
dall’altra. E tale scissione consentiva la sostituzione del lavoro
esecutivo con sistemi meccanici di dimensioni e potenza sempre maggiori,
che davano impulso ad una accelerata crescita delle forze produttive
e dunque della produzione complessiva. Tuttavia, era soltanto per meccanismi
intrinseci all’esecuzione dei processi lavorativi che avveniva
questa scissione? Si trattava cioè di un fenomeno puramente tecnico,
che poi ricadeva in una determinata divisione della società in
gruppi sociali di differente potere e ricchezza? O invece la divisione
sociale in questione era preliminare allo sviluppo delle forze produttive
nei processi lavorativi? Si tratta ovviamente di domande retoriche,
e il lettore immagina immediatamente la mia risposta. Tuttavia, essa
non va data subito, bisogna attraversare un bel pezzo dell’analisi
marxiana.
3. Per pensare questo problema seguirò Marx, non iniziando però
dall’analisi della merce, ma dalla cosiddetta accumulazione originaria.
Il par. 7 del cap. XXIV del I libro de Il Capitale inizia così:
“A che cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale,
cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione
immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè
semplice cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del
capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati,
cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul
lavoro personale”.
In precedenza, nel corso dell’intero capitolo, Marx illustra i
processi di formazione dei rapporti capitalistici anche attraverso la
dissoluzione delle consuetudini d’uso comune di determinati beni,
in particolare della terra (“recinzione” e privatizzazione
di quella su cui esisteva, ad es., il diritto di legnatico, di caccia,
di raccolta di certi frutti, ecc.), o mediante lo stabilirsi di piccole
manifatture in “punti…che erano al di fuori del controllo
dell’antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa”,
e via dicendo. Questi vari processi fanno fiorire per un periodo storico
relativamente breve il modo – cioè i rapporti sociali –
della piccola produzione mercantile, “dove il lavoratore è
libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro ch’egli
stesso maneggia”. Tale modo di produzione, che esisteva, pur in
misura limitata, “anche nella schiavitù, nella servitù
della gleba e in altri rapporti di dipendenza”, non acquista comunque
mai, nemmeno nel suo periodo di fioritura (primissime fasi dell’accumulazione
originaria), una dominanza nell’ambito delle più diverse
formazioni sociali. La competizione mercantile lo conduce poi, rapidamente,
alla “sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi
di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente
concentrati” per cui si ha “la trasformazione della proprietà
minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi
l’espropriazione della gran massa della popolazione, che viene
privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro;
questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione
costituisce la preistoria del capitale. [….] La proprietà
privata acquistata col proprio lavoro, fondata per così dire
sulla unione intrinseca della singola e autonoma individualità
lavoratrice e delle sue condizioni di lavoro, viene soppiantata dalla
proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento
di lavoro che è sì lavoro altrui, ma, formalmente, è
libero”.
L’accumulazione originaria del capitale si chiude quindi con la
formazione della proprietà privata tipica del modo sociale di
produzione capitalistico, che è una rete di rapporti sociali
strutturante il sistema economico della società ad esso corrispondente,
in cui esso è cioè dominante; rapporti che vedono una
minoranza di proprietari privati dei mezzi di produzione (non esiste
capitalismo senza che si sia già raggiunto un certo grado di
concentrazione della proprietà di tali mezzi), da una parte,
e una maggioranza di lavoratori privi di proprietà, ma formalmente
liberi, dall’altra. Il processo dell’accumulazione originaria,
un processo storico-concreto, conduce dunque ad una società dotata
di una forma particolare di rapporti sociali, in specie nell’ambito
di quella sua sfera in cui si producono la “basi materiali”
della vita sociale e della riproduzione di quest’ultima (della
riproduzione di questi storicamente specifici rapporti sociali).
La formazione sociale capitalistica, emersa dall’accumulazione
originaria, ha due caratteri fondamentali, che debbono sussistere insieme;
l’uno non può reggere senza l’altro, non esiste capitalismo
se essi non sono presenti contemporaneamente, poiché l’uno
supporta l’altro (e viceversa). Tali caratteri sono: a) il carattere
mercantile della produzione sociale, il fatto cioè che quest’ultima
avviene in centri autonomi e separati fra loro, tra i quali si interpone
il diaframma del mercato; b) ognuno di questi centri produttivi è
costituito – dopo il breve fiorire del modo della produzione mercantile
semplice fondata sul lavoro dell’individuo proprietario degli
strumenti con cui lavora, modo esistente in numerose (quasi tutte le)
forme di società storicamente esistite, ma mai dominante in alcuna
di esse – da pochi proprietari dei mezzi produttivi, da una parte
(e al vertice), e da una maggioranza di lavoratori senza proprietà,
dall’altra (e alla base).
Non esiste quindi capitalismo senza l’esistenza di individui liberati
da vincoli schiavistici o servili; ma non esiste nemmeno capitalismo
se tali individui, nella loro maggioranza, non sono stati espropriati
dei mezzi necessari all’estrinsecazione della loro capacità
lavorativa, quella insita nella corporeità (“braccia e
cervello”) degli uomini. E’ appunto la presenza di questo
tipo di individui che garantisce la riproduzione dei rapporti decisivi
della forma capitalistica di società; è quindi tale presenza
che garantisce la contemporanea sussistenza, e il reciproco supportarsi,
di quei due caratteri appena sopra indicati come essenziali alla costituzione
e riproduzione di tale forma sociale.
Tuttavia, se la maggioranza degli individui, in una forma capitalistica
di società, è libera da vincoli di dipendenza personale,
ed è tuttavia anche “liberata” dalla proprietà
dei mezzi con cui potrebbe lavorare e riprodurre le condizioni di base
della sua “sopravvivenza” (in un determinato contesto storico-sociale,
quindi culturale), come concretamente possono “sopravvivere”
questi individui? Essi debbono prestare la loro capacità lavorativa
a chi controlla ed è in grado di fornire loro i mezzi per lavorare:
materia prima (come nel capitalismo dei mercanti) e, nel modo di produzione
specificamente capitalistico, anche gli strumenti di lavoro. Tuttavia,
essi debbono poter cedere la loro attività lavorativa senza essere
costretti a porsi alle dipendenze personali di coloro cui la forniscono;
e, tramite questa fornitura, debbono essere in grado di procurarsi i
mezzi della loro “sopravvivenza” o sussistenza. Non esiste
altro modo di conseguire tale obiettivo se non quello di disporre liberamente
della propria capacità lavorativa e di andare a “contrattarne
la vendita” con il possessore dei mezzi produttivi.
Logicamente, dunque, la prima “entità” che diviene
oggetto della (formalmente) “libera” contrattazione di compravendita,
che deve quindi soggiacere alla forma dello scambio mercantile, è
la capacità lavorativa di quegli individui, che nella forma capitalistica
di società rappresentano la maggioranza; essi sono appunto liberi
da ogni dipendenza personale ma anche liberati (espropriati) della disponibilità
dei mezzi di estrinsecazione di tale capacità. La soluzione del
problema (sociale) relativo alla liberazione e successiva espropriazione
di tale maggioranza, si raggiunge non “appena la forza-lavoro
è liberamente venduta come merce dall’operaio stesso. Ma
è anche a partire da quel momento soltanto che la produzione
delle merci si generalizza [corsivo mio] diventando forma tipica della
produzione; e solo a partire da quel momento ogni prodotto viene prodotto
per la vendita fin da principio, e tutta la ricchezza prodotta passa
per la circolazione. Solo dove il lavoro salariato costituisce il suo
fondamento, la produzione delle merci s’impone con la forza alla
società nel suo insieme; ed è anche solo a questo punto
che essa dispiega tutte le sue potenze arcane” (cap. XXII del
I libro della massima opera di Marx).
Come già rilevato più sopra, in opposizione a quanto sostenuto
ad es. da un Polanyi, la forza-lavoro umana non è l’ultimo
“bene” a conseguire la forma di merce nel capitalismo, ma
al contrario il primo; essa è perciò il presupposto originario
– risultato del processo storico dell’accumulazione originaria
– di tale società. Quest’ultima non verrebbe ad esistenza,
e tanto meno si riprodurrebbe, se non si formasse preliminarmente il
rapporto di compravendità mercantile della capacità lavorativa
umana, poiché, una volta liberati i produttori dai vincoli di
dipendenza personale, non sarebbe possibile appropriarsi del loro plusprodotto,
sia pure in forma di plusvalore, se essi non fossero stati spossessati
(del controllo) dei mezzi di produzione, obbligandoli così a
vendere la loro sola “proprietà” (la forza-lavoro
appunto) in qualità di merce.
4. Siamo, come si vede, ad un punto cruciale. Già si è
capita una questione decisiva. La divisione in classi tipica della società
capitalistica non si viene delineando per le dinamiche intrinseche ai
processi lavorativi, caratterizzati nella seconda fase dello sviluppo
di detta società – rivoluzione industriale, passaggio dalla
manifattura alla fabbrica basata su sistemi di macchine – dalla
scissione tra saperi produttivi (e di direzione) e lavoro meramente
manuale ed esecutivo; tale divisione è innanzitutto frutto di
processi storici peculiari (sintetizzati nell’accumulazione originaria
del capitale) che conducono alla duplice liberazione dei produttori
(possessori di capacità lavorativa): a) da vincoli di dipendenza
personale e b) dalla disponibilità dei mezzi (materie prime e
strumenti di lavoro) necessari all’estrinsecazione della capacità
lavorativa in oggetto. Tale duplice liberazione è quella che
dà origine alla prima “cosa” scambiata come merce
(la forza-lavoro), da cui deriva poi la generalizzazione della forma
di merce con riferimento all’insieme dei prodotti del lavoro umano.
E tuttavia, questa duplice liberazione, in modo tutto particolare quella
relativa al possesso dei mezzi produttivi, fa sì che, immediatamente
e fin da subito, l’estrinsecazione della forza lavorativa ai fini
della più generale produzione di merci avvenga in centri produttivi
– autonomi, separati e indipendenti fra loro, poiché questa
è la condizione essenziale per la produzione di merci, per lo
schema M-D-M – in cui esiste la divaricazione verticale tra i
pochi proprietari di tali mezzi produttivi e i molti espropriati degli
stessi.
L’accumulazione originaria crea la (logica) condizione prima della
produzione e riproduzione dei rapporti sociali nella loro forma capitalistica,
condizione rappresentata dalla vendita della forza-lavoro (espropriata
dei mezzi della sua estrinsecazione) quale merce; crea cioè il
decisivo rapporto tra capitale e lavoro salariato. Ma questa forza-lavoro
produce lavoro in centri organizzati secondo una divisione verticale
fondata sulla proprietà dei mezzi produttivi da parte della minoranza
(i capitalisti); ed è la differenza tra il lavoro (valore) prodotto
e il valore di mercato della forza-lavoro (pur espresso in moneta quale
prezzo, denominato salario) a dare il profitto (plusvalore) al capitalista-proprietario.
In un secondo tempo – ma proprio perché la produzione avviene
in centri formalmente indipendenti, sotto la direzione di gruppi di
proprietari (capitalisti) tra loro in competizione per accrescere il
loro potere e la loro ricchezza mediante l’introduzione di nuove
organizzazioni e di nuove tecnologie nei processi di lavoro, con crescente
parcellizzazione degli stessi e sostituzione degli strumenti manifatturieri
con sistemi meccanici – si verifica la scissione tra saperi produttivi
(e capacità direttive) e forza-lavoro semplicemente manuale e/o
esecutiva.
Sarebbe un errore capitale – da me stesso commesso in passato
al seguito degli “althusseriani”, lo ammetto senza perifrasi
– quello di prendere immediatamente in considerazione tale scissione
(verticale), dimenticando il presupposto originario costituito dall’espropriazione
dei produttori dai mezzi di produzione che, unita alla loro liberazione
da vincoli di dipendenza personale, li costringe a vendere quale merce
la loro capacità lavorativa; una merce che, come ogni altra,
viene in media venduta al suo valore costituito dalla quantità
di lavoro necessaria a produrre i beni per la sua sussistenza (storico-sociale).
E’ questa vendita mercantile della forza-lavoro, che precede la
sua utilizzazione nei processi della sua estrinsecazione al fine di
produrre beni (anch’essi merci), a consentire ai proprietari (dei
mezzi produttivi), pur nell’ambito della loro reciproca acuta
competizione (concorrenza), di acquisire il plusprodotto dei produttori,
che appare anch’esso quale somma di valore, essendo costituito
da prodotti venduti come merci.
Non c’entra proprio per nulla il “mito dell’origine”
in cui si teme di cadere; il presupposto della formazione di un modo
di produzione capitalistico è un effettivo processo storico che,
dopo la breve fioritura della “produzione mercantile semplice”
(mai comunque in grado di divenire una modalità produttiva dominante
in una qualsiasi società), conduce all’espropriazione dei
produttori – che lavorano con propri mezzi di produzione –
rispetto a questi ultimi. Tali produttori si trasformano così
in semplici possessori e venditori di merce forza-lavoro, dando vita
a quel rapporto, del lavoro salariato, che rappresenta l’atto
di inizio “ufficiale” dell’instaurazione del modo
di produzione capitalistico, modo che mette in moto, tramite la competizione
intercapitalistica e l’incessante “rivoluzione” dei
metodi tecnico-organizzativi dei processi di lavoro, un dinamico sviluppo
delle forze produttive, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo
(le innovazioni), divenendo rapidamente il modo di produzione dominante
nella forma di società moderna.
Non c’è alcuna “grande narrazione”, nessun
banale “storicismo” evoluzionistico; semplicemente, un processo
che conduce al cambiamento radicale della forma della produzione e riproduzione
dei più decisivi, e pervasivi, rapporti sociali. La vendita della
forza-lavoro in qualità di merce introduce il processo di produzione
in cui essa entra e si esplica, uscendo da questo così come vi
era entrata, senza possesso dei mezzi di produzione, mentre il plusprodotto
(plusvalore) che crea viene appropriato da chi ha i mezzi produttivi
e ne dispone per “accumulare il capitale”; cioè,
in definitiva, per allargare la riproduzione della medesima forma dei
rapporti di produzione, accentuando ancora – mediante competizione
tra proprietari-capitalisti e innovazioni – l’estrazione
del “di più” in forma di valore. Non può sussistere
nessuna crescente scissione e separazione verticale tra saperi produttivi
(e capacità di direzione) e lavoro manuale e/o esecutivo, se
non è in azione il meccanismo riproduttivo della forza-lavoro
come merce; e tale meccanismo non si sarebbe mai messo in moto se il
processo storico-concreto dell’accumulazione originaria non avesse
intanto creato l’elemento del suo innesco, il carburante della
prima accensione del motore, che è appunto la formazione del
lavoro salariato, dell’esercito dei produttori espropriati (ma
liberi) che vendono la loro capacità lavorativa come merce.
Ricordo, per chi magari se lo sarà scordato strada facendo, che
sto seguendo il ragionamento di Marx, sto cercando di non tradirlo nel
suo pensiero. Mi auguro comunque che il lettore si stia accorgendo della
robustezza e coerenza di tale pensiero, del suo essere assolutamente
lontano da ogni vaghezza utopica. Si cerca veramente di analizzare la
“anatomia e fisiologia” della società emersa da un
processo storico di cui si cerca di delineare le forme di svolgimento.
E ci si dovrebbe rendere conto anche di un altro punto decisivo.
Non credo si debba rinunciare a parlare dell’origine del modo
di produzione capitalistico, né tanto meno temere di cadere in
una grande narrazione, tentando di ricostruire le tappe salienti dell’accumulazione
originaria del capitale. Entrando in medias res, concentrando cioè
l’attenzione, da subito e fin dall’inizio, sul mulinello
della scissione verticale di cui abbiamo parlato più volte nelle
ultime pagine, si rischia di rimanere prigionieri del pensiero di un
“grande automa”, costituito dalla cosiddetta divisione tecnica
del lavoro – legata alle innovazioni di processo, quelle tecnologiche
e organizzative – che diventa così il vero “Soggetto”
del movimento riproduttivo dei rapporti intrinseco al modo di produzione
capitalistico. Quest’ultimo, e i suoi rapporti, si trasformano
in semplici modalità di sviluppo delle forze produttive; sia
quelle oggettive e “materiali” (in specie le tecnologie
e le fonti di energia), sia quelle soggettive, cioè gli uomini
lavoratori.
Così pensando, i motori dello sviluppo, e riproduzione, del modo
di produzione capitalistico e dei suoi rapporti diventano fondamentalmente
due: a) le innovazioni relative alle forze produttive oggettive, cioè
quelle tecniche, e la scoperta di nuove fonti di energia, i mutamenti
dell’organizzazione del lavoro (dalla manifattura al sistema di
macchine, dal taylorismo-fordismo all’informatica e al post-fordismo,
ecc.); b) il mutamento della “qualità” dell’uomo
lavoratore. Si badi bene, qui non si tratta della forza-lavoro, ma proprio
dei lavoratori con la loro personalità che, sottoposta al mulinello
di quell’automa tecnico cui è stato ridotto il Capitale
(debitamente scritto con la maiuscola), verrebbe, secondo alcuni, spogliata
dei suoi saperi produttivi (ad es., l’operaio detto massa) mentre,
per altri, si arricchirebbe invece di nuovi saperi (ad es., per quanto
riguarda i lavoratori immessi nelle reti informatiche, nei processi
di incremento “cognitivo”, ecc.).
Se si è pessimisti, si pensa che prevalga l’impoverimento
della personalità del lavoratore; se si è ottimisti, si
pensa il contrario. Oppure, gli stessi studiosi pensano ora l’una
cosa ora l’altra. Ora il “comunismo” fiorirà
perché finalmente i lavoratori – proprio loro, con il loro
cervello, ecc. – sono stati ridotti a carta bianca su cui tutto
(il nuovo) può essere scritto; ora invece, questo “comunismo”
(frutto di pura immaginazione) è provocato dallo stesso Capitale
che è stato costretto, per i suoi bisogni, ad arricchire enormemente
i lavoratori di conoscenze, per cui questi, infine, faranno a meno di
tale entità (del tutto impersonale). Ora si pensa che la cosiddetta
Tecno-Scienza è un mostro oggettivo e onnipervasivo che renderà
gli uomini suoi burattini e “schiavi”, a meno che questi
non si rivoltino facendo appello al loro “fondo morale”;
ora si crede che il medesimo “complesso di conoscenze” ci
condurrà alla liberazione da ogni bisogno, alla fine delle ideologie
“oscurantiste” e alla completa trasparenza sociale.
Per Marx, capitalista e lavoratore salariato sono entrambi uomini; ma
non è questa loro comune qualità che va posta in risalto
pensando il modo di produzione capitalistico e la dinamica di riproduzione
dei più fondamentali rapporti che esso mette in moto, dopo essersi
formato a causa di determinati (non deterministicamente necessitati)
processi storici. Il problema centrale è che la proprietà
privata dei mezzi di produzione, da una parte, e la vendita di forza-lavoro
(non però della personalità di uomini ormai sciolti da
vincoli di dipendenza personale), dall’altra, conducono alla riproduzione
di una particolare struttura di rapporti sociali. Nell’ambito
di tale struttura – e solo in quest’ambito – la forza-lavoro,
venduta liberamente come merce, entra nel processo produttivo (di trasformazione
mediante erogazione di energia lavorativa); e in questo certamente,
a causa però della competizione tra i capitalisti-proprietari,
si produce anche la scissione verticale, di cui sopra detto, tra saperi
e lavoro impoverito degli stessi.
Non è però questa scissione a riprodurre il rapporto capitalistico;
la riproduzione è fatto che riguarda l’estrazione del plusvalore
(l’appropriazione del plusprodotto in tale forma), da cui consegue
l’uscita del lavoratore dal processo produttivo in quanto semplice
“proprietario” della sua capacità lavorativa da vendere
di nuovo quale merce. Non c’entra nulla se questo lavoratore ha
più o meno conoscenze di prima; non è la persona del lavoratore
ad essere qui in questione, ma solo la specifica forma, di merce, secondo
cui è nuovamente – e “perennemente”, fin quando
cioè non verrà messo in discussione il modo di produzione
capitalistico e i suoi rapporti – costretto a vendere la sua capacità
lavorativa, sia che questa si sia arricchita o invece impoverita di
saperi. D’altra parte, la scissione tra lavoro “intellettuale”
(nella produzione) e manuale, tra lavoro direttivo ed esecutivo, non
è provocata dall’automa meccanico, dalla Tecnoscienza,
o da qualche altro mostro assolutamente oggettivo, alla cui forza –
situata in un “Cielo” lontanissimo dagli uomini –
ci si debba piegare.
La scissione si ha perché la separazione tra proprietà
dei mezzi di produzione e semplice possesso di forza-lavoro (da parte
però di individui liberi) provoca la vendita della seconda alla
prima in forma di merce (e dunque di valore), e l’estrazione del
plusvalore che serve all’accumulazione di capitale. Ma quest’ultimo
non è accumulato da un unico Capitalista. La forza dell’accumulazione
– che è esattamente quella forza che spinge all’accelerato
sviluppo delle forze produttive – consiste proprio nella “gara”
competitiva tra i vari capitalisti per aumentare la produttività
del lavoro impiegato nel loro opificio; obiettivo che, se conseguito
meglio ed in misura maggiore rispetto ai concorrenti, dà ai vincitori
la forza di espellere questi ultimi dal mercato o di assorbirli e dominarli.
Non esiste modo di produzione capitalistico senza questi meccanismi
multipli. La forza lavoro deve essere venduta come merce da coloro che
non possiedono (non controllano), e debbono continuare a non possedere
(non controllare), i mezzi di produzione; e da questa forza-lavoro viene
estratto plusvalore, semplice differenza tra lavoro erogato da essa
nella produzione e lavoro che è necessario alla sua riproduzione
come merce da ri-vendersi (non si tratta della riproduzione del lavoratore
come persona). Questo plusvalore deve essere accresciuto – e dai
metodi impiegati per accrescerlo deriva la scissione verticale dentro
i processi lavorativi – al fine di battere i concorrenti e dominarli.
Pensare ad un unico capitalista che continua a innovare nella tecnologia
e nell’organizzazione dei processi lavorativi per accrescere lo
“sfruttamento” dei lavoratori (cioè la pura e semplice
estrazione di plusvalore, perché questo è lo sfruttamento),
senza alcun fine competitivo, è una autentica assurdità.
Per questo motivo, i marxisti che pensarono la tendenza ad una sempre
più compiuta centralizzazione (monopolistica) dei capitali, pensarono
contemporaneamente alla tendenziale fine dello sviluppo delle forze
produttive nel capitalismo, perché sarebbe venuta a chiudersi
l’epoca della competizione intercapitalistica; ed è questa
la molla dello sviluppo delle forze produttive, non un “motore”
del tutto impersonale che muove l’Umanità verso il totale
asservimento alla Tecnica.
Di conseguenza, tutti coloro che continuano a muoversi entro il processo
di lavoro, sia che si rifacciano più strettamente alla fabbrica
(grande o piccola, concentrata o “diffusa nel territorio”),
o che indaghino i processi cognitivi e i saperi produttivi, o che pensino
alle reti informatiche e a quelli in grado di utilizzarle con abilità,
e via dicendo, sono del tutto perniciosi. Continuano a trattare degli
uomini in carne e ossa; e li vedono, a seconda del loro pessimismo od
ottimismo, come asserviti all’automa meccanico, alla Tecno-Scienza,
oppure come masse desideranti, i cui bisogni (fra cui, magari, quello
di “comunismo”) debordano, straripano, dall’attuale
società. Quest’ultima è in realtà sempre
capitalistica, e quindi ancora dominata dal rapporto salariale (scambio
di forza-lavoro come merce) e dalla competizione tra capitalisti.
Per questo, qualunque cosa si pensi circa la completa o meno attualità
del pensiero marxiano (comunque ancora assai ampia), qualunque sia l’aspettativa
di una trasformazione, possibile o meno, della società capitalistica
in comunismo, una cosa è certa: non si deve dimenticare l’origine
del modo di produzione capitalistico posta nella formazione della prima
merce: la forza-lavoro dell’individuo libero ma spossessato del
controllo dei mezzi di produzione. Coloro che parlano sempre di uomini
in carne ed ossa sembrano più concreti, più vicini all’umanità,
di quanto non sia Marx che scrive nella prefazione alla sua massima
opera: “Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista
e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto
in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione
di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio
punto di vista………può meno che mai rendere il
singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura,
per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.
Non è però affatto così; assai più concreto
è proprio Marx.
Chi parla sempre di uomini in carne ed ossa, tende però magari
a dimenticare il presupposto della formazione del modo di produzione
capitalistico, cioè il processo storico dell’accumulazione
originaria. In questo processo, ovviamente, sono entrati uomini concreti,
dotati di carne e sangue, corpo e pensiero. Sia i capitalisti che i
lavoratori sono stati uomini siffatti; è fin troppo ovvio. Marx
però fissa l’attenzione esclusivamente sulle loro funzioni
di portatori della proprietà dei mezzi produttivi, da una parte,
e della “proprietà” di semplice capacità lavorativa
da vendere come merce, dall’altra; li tratta quindi soltanto come
“incarnazione di determinati rapporti”. Eppure è
così che gli uomini – pur essendo “socialmente creatura”
dei rapporti sociali, formatisi certo indipendentemente dalla loro volontà
e progettualità – possono tuttavia “soggettivamente
elevarsi al di sopra di essi”. Solo pensando alle nostre funzioni,
e quindi alle posizioni socialmente determinate che occupiamo, siamo
in grado non certo di mutarle a nostro piacimento, ma di sviluppare
progetti e decisioni di trasformazione secondo direttrici che comunque
creano possibilità di cambiamento sociale.
Non credo si debba pensare – almeno non immediatamente e con sola
adesione sentimentale – alla nostra natura di uomini dotati di
ragione e morale, di aspirazione al bene, al bello, al giusto, poiché
in genere tale aspirazione è di pochi uomini concreti in tutte
le società divise in classi, in cui i dominati sono in gran parte
spogliati della possibilità di accedere alle “alte”
forme culturali e di pensiero. I sentimenti, le passioni, sono fondamentali
per una azione mirante alla trasformazione sociale; essi debbono però
essere filtrati dalla ragione, dall’analisi scientifica, altrimenti
ci consegnano ad alterne vicende umorali che quasi sempre ci rendono
inattivi o “troppo” attivi in direzioni sbagliate. E’
necessario sforzarsi di individuare, comprendere e valutare le proprie
funzioni, esercitate nelle posizioni che date strutture di rapporti
sociali ci assegnano nel corso della loro riproduzione, per acquisire
quel pur minimo “grado di libertà” che l’autoriflessione
sulle condizioni della nostra determinatezza ci consente, aiutandoci
così ad “elevarci soggettivamente al di sopra” dei
rapporti stessi nel tentativo di investirli con la nostra azione trasformatrice;
guidata però da intenzioni che sentiamo possibili, non solo ispirate
da pii desideri, da vaghe utopie di un “benessere futuro”,
che ci renderebbero simili ai – ben più poetici e commoventi,
sia chiaro – personaggi di Cecov (si pensi allo struggente dialogo
finale tra Zio Vania e la nipote). Nessun utopismo in questo Marx, ma
solo la ricerca di un fondamento teorico per quella che Lenin definirà
“analisi concreta della situazione concreta”.
5. Mi sono soffermato a lungo sull’accumulazione originaria, perché
era indispensabile capire l’approccio di Marx alla astrazione
determinata che è, mi si scusi l’apparente bisticcio terminologico,
una astrazione concreta; cioè la ricerca di un apparato concettuale
in grado di fissare il “microscopio della ragione” sull’emergere,
da un caotico processo storico effettivamente svoltosi, degli elementi
base del modo di produzione capitalistico; quegli elementi cioè
– la proprietà privata dei mezzi di produzione e la “proprietà”
di semplice forza lavorativa priva dei mezzi della sua estrinsecazione
– che si sono poi concatenati fra loro in un rapporto strettissimo,
dando vita al processo di produzione sociale secondo una peculiare forma
di svolgimento che riproduce questo rapporto, su scala sempre più
allargata, quale fondamento della possibilità di continuare a
produrre in quella forma, la cui dominanza si afferma in misura crescente
innervando l’intera società.
Marx analizza dunque un complesso e nient’affatto lineare processo
storico di transizione alla formazione sociale del capitale mediante
l’uso di un apparato categoriale che pone in luce la duplice liberazione
del lavoro dalla dipendenza personale e dal possesso dei mezzi di produzione.
Si viene così dispiegando davanti ai suoi “occhi”
(dotati di specifiche lenti teoriche) sia la formazione del rapporto
primo (quello del lavoro salariato), che consente la riproduzione dei
rapporti della produzione capitalistica, sia il movimento che determina,
all’interno stesso della produzione in senso stretto (processo
di trasformazione mediante lavoro), la scissione verticale tra potenze
mentali della stessa e lavoro meramente esecutivo ed eterodiretto. Una
volta raccolto questo vasto materiale, ormai filtrato da una precisa
struttura categoriale, da un sistema di concetti, si trattava di esporlo
in un’opera scritta che non semplicemente lo descrivesse, ma lo
esponesse secondo il “suo automovimento interiore”, che
è in realtà il movimento del pensiero di chi lo stava
pensando in sequenze storiche ordinate secondo quel determinato apparato
teorico.
Marx iniziò la sua esposizione dall’illustrazione del formarsi
e generalizzarsi del rapporto mercantile per porre in luce le condizioni
fondamentali – separatezza delle diverse produzioni e competizione
tra di esse – della crescente accumulazione capitalistica del
plusvalore, susseguente a quella originaria relativa al processo di
spossessamento del libero lavoratore dai mezzi di produzione con trasformazione
della sua forza-lavoro in merce. Se avesse iniziato, come alcuni (nonché
il sottoscritto in altri tempi) avrebbero voluto, dai metodi di estrazione
del plusvalore, cioè dal mulinello della divisione tecnica del
processo di lavoro e dalla già più volte considerata scissione
verticale che essa induce in detto processo, egli avrebbe dovuto ricondurre
la riproduzione della struttura dei rapporti capitalistici alla semplice
e lineare tensione tra Capitale – incorporato e praticamente (con)fuso
nel sistema dei mezzi di produzione in quanto “automa meccanico”
che si riproduce e autoalimenta per movimento proprio – da una
parte, e lavoratore che, nella sua corporeità, prima inglobava
(artigiano e lavoratore manifatturiero) e poi veniva separato (operaio
della fabbrica meccanizzata) dalle potenze mentali della produzione,
dall’altra.
Da dove provenisse l’alimento dell’accumulazione capitalistica
– profitto in quanto plusvalore – sarebbe rimasto un mistero
più indecifrabile di quello della Verginità di Maria,
se l’esposizione del movimento del capitale avesse preso inizio
dalla tensione appena evocata; ed è esattamente questo mistero
a rimanere inspiegato se si parla, sprezzantemente, della teoria del
valore e plusvalore come mera “teoria contabile”. La tensione
tra Capitale e lavoro, inoltre, tende a divenire una mera questione
di rapporti di forza e di “volontà di potenza”, di
uso dispotico del proprio potere; qualcosa di non troppo dissimile,
insomma, dalla “spada in pugno” mediante la quale –
secondo Eugen Dühring – veniva ottenuto il profitto, che
diventava allora una mera “deduzione” dal valore creato
dal lavoro. In definitiva, esiste una sotterranea ma robusta solidarietà
antitetico-polare tra chi spiega l’accumulazione capitalistica
in termini di semplice uso di potere (politico e/o ideologico), come
gli althusseriani e gli operaisti, e coloro che, come i socialisti ricardiani
o i neoricardiani alla Sraffa (quest’ultimo rinunciando, coerentemente,
alla teoria del valore-lavoro), riducono tutto a rapporti di forza nella
distribuzione del prodotto tra profitto (capitalista) e salario (lavoratore).
Per fortuna (nostra), Marx inizia con la merce, ponendo in luce la caratteristica
principe della produzione capitalistica, non di quella mercantile semplice,
come altri hanno equivocato; si ricordino, per favore, le chiarissime
prime righe de Il Capitale, da me già citate. Certamente è
bene, leggendo il primo capitolo, tenere sempre presente che la generalità
della forma di merce è un portato del modo (con i suoi specifici
rapporti) di produzione capitalistico e che quest’ultimo inizia
a formarsi con la separazione (espropriazione) dei produttori dai mezzi
di estrinsecazione del lavoro. Nel primo capitolo, però, tutto
ruota intorno al fatto che in tale modo di produzione “gli oggetti
d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono
prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro.
Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo”.
Marx vuol far qui capire che, nel capitalismo, non vi è alcuna
possibilità – pur essendo i produttori liberi dalla dipendenza
personale – di estrinsecare la propria attività lavorativa,
e di produrre i vari beni, secondo progetti e finalità produttive
comuni. Non vi è alcuna possibilità di una immediata socializzazione
dei lavori e, dunque, di una cooperazione generale nella loro esecuzione
e nella destinazione dei prodotti a certi o certi altri usi. Le attività
lavorative sono prestate privatamente, e quindi “individualmente”
– ma tali “individui” produttivi sono in genere gruppi
di concreti individui – e vengono socializzate solo indirettamente,
in via mediata, poiché fra di loro si interpone il diaframma
del mercato. E’ ovvio che, poiché la forma generale di
merce caratterizza solo il modo di produzione capitalistico, gli “individui”
in questione sono le unità produttive capitalistiche, e i “lavori
privati eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro”
sono svolti appunto in queste unità; e già sappiamo che
nelle unità in oggetto esiste la scissione verticale di cui sopra
discusso, scissione introdotta dalla vendita di merce forza-lavoro dall’espropriato
al proprietario dei mezzi produttivi.
Qui però, a Marx non interessa l’organizzazione dell’unità
produttiva, del “lavoratore privato”; gli preme mettere
in luce che ogni “individuo” (qualunque sia la sua strutturazione
interna) produce indipendentemente e separatamente dagli altri, quindi
socializza il proprio lavoro – il che significa semplicemente
che entra nel novero del “lavoro sociale complessivo” –
in via indiretta, tramite appunto la compravendita di merci. Quello
che si vuol porre in evidenza è che nessuno di questi “individui
produttivi” è in grado di scegliere, né assieme
agli altri ma nemmeno per una sua incondizionata decisione “individuale”,
le modalità organizzative e le finalità della sua produzione.
Non gli è possibile cooperare con gli altri, ma nemmeno è
libero, come qualcuno crede e sostiene, di “coltivare il suo orticello”.
Lavora apparentemente per conto suo, ma deve soggiacere ad una legalità
a lui esterna e per lui costrittiva: quella della socializzazione dei
vari lavori mediata dal meccanismo mercantile.
Questo significa che sta alienando le sue più intime qualità
personali, consegnandole ad una sfera sociale che gli si pone completamente
all’esterno, che egli sente come altra da se stesso? Si ha semmai
a che fare con una conseguenza della produzione capitalistica in quanto
produzione mercantile generalizzata, ma non certo con il fulcro, l’elemento
di punta di tale modalità produttiva. Il fatto che anche l’onore,
la dignità, i vari sentimenti umani, possano diventare, e spessissimo
diventino, merci nel capitalismo, è un mero effetto della generalizzata
produzione di merci, che ha tutt’altre cause, già più
sopra esposte. La ri-affermazione, il recupero, della propria personalità
morale può senza dubbio procurare un’intima soddisfazione
al singolo individuo, ma non serve né a capire né a cercare
di cambiare, con un’azione collettiva organizzata, questa peculiare
struttura dei rapporti sociali.
Il “lavoratore privato”, l’“individuo”
produttivo – di cui sta parlando nel primo capitolo Marx, prescindendo
momentaneamente, pur avendolo ricordato subito all’inizio del
medesimo capitolo, dal suo essere comunque un produttore capitalistico
di merci – non ha personalità alcuna, perché non
è un vero individuo, è appunto il produttore capitalistico,
considerato inizialmente senza riguardo alla sua strutturazione interna,
che vede, come sappiamo, la separazione tra proprietà dei mezzi
produttivi e forza-lavoro. Questo “individuo”, per produrre,
eroga lavoro, che quindi conterrà anche un pluslavoro, cioè
quanto va al di là della riproduzione delle sue condizioni di
esistenza; che queste condizioni riguardino la sussistenza del portatore
della funzione lavorativa, da una parte, e la ricostituzione dei mezzi
produttivi consumati nell’atto produttivo, dall’altra, non
viene qui in evidenza, perché il problema da risolvere è
diverso. Si tratta solo di capire che, in ogni caso, ogni atto produttivo
implica l’estrinsecazione di lavoro – ridotto alla sua elementarità,
a lavoro “semplice” – per una certa durata temporale;
che l’insieme delle merci prodotte è allora posta in essere
in questa durata e che, dunque, ogni unità di merce contiene
in sé una quota della durata in oggetto.
La merce – in quanto mera forma di un valore d’uso prodotto
– non è per nulla connotata da alcuna qualità dell’uomo,
di nessun uomo, qualsiasi funzione egli esplichi nella formazione sociale
in cui vive e lavora. Quell’“individuo produttivo”,
che è il “lavoratore privato” di cui parla Marx,
si limita ad erogare una parte del lavoro sociale complessivo; nel modo
di produzione capitalistico, però, tale parte è separata
e formalmente indipendente dalle altre, in semplice interazione reciproca
con le altre. Da tale interazione nasce un rapporto quantitativo tra
le varie parti di lavoro complessivo prestate dai differenti “individui
produttivi”, e la socializzazione delle parti avviene mediante
lo scambio mercantile delle cose da queste prodotte; il rapporto quantitativo
tra i vari lavori “individuali” si manifesta come rapporto
quantitativo di scambio delle diverse cose-merci prodotte da tali lavori.
Il fatto che i diversi “individui” debbano comunque lavorare
l’uno per l’altro al fine di soddisfare i bisogni del vivere
sociale perde la sua visibilità; il suo posto viene occupato
– nella sensazione immediata, cioè non mediata dal pensiero
(critico), degli individui concreti – da un altro fenomeno: per
soddisfare i propri bisogni si debbono vendere e acquistare cose, scambiate
mediante uso di un equivalente generale (il denaro) che appare un semplice
strumento per facilitare questo scambio.
Quando Marx afferma (primo capitolo de Il Capitale): “il valore
di scambio [la “forma di valore”] può essere in generale
solo il modo di espressione, la ‘forma fenomenica’ di un
contenuto distinguibile da esso”, non vuol certo dire che prima
viene ad esistenza tale contenuto e poi la sua forma di espressione
(fenomenica); e nemmeno però si può sostenere che il contenuto
si risolve completamente (cioè di fatto si dissolve) nella sua
forma di manifestazione. Il contenuto in lavoro non ha nulla a che vedere
con le qualità concrete della personalità dei lavoratori
(in quanto uomini); detto contenuto rappresenta solo la partecipazione
pro quota della funzione lavorativa dei diversi “individui produttivi”
al lavoro sociale complessivo. Tali “individui” non si mettono
insieme a produrre, ma ognuno di essi è obbligato – dalla
forma dei rapporti specifici instauratisi nella società con l’affermarsi
della dominanza del modo di produzione capitalistico – a lavorare
“privatamente”, per conto suo, scegliendo da solo ciò
che deve produrre se lo vuol poi scambiare, mediante compravendita,
con i prodotti degli altri “individui”.
I diversi “lavoratori privati” prendono in considerazione,
im-mediata, solo il sistema dei prezzi dei vari beni, prezzi che rappresentano
meri rapporti quantitativi di scambio tra merci pur espressi in equivalente
generale (nelle sue varie figure monetarie). Ogni “individuo”
sa soltanto che produce e vende una cosa (al limite la sua forza-lavoro)
al prezzo x e che, con la quantità di moneta ottenuta, può
acquistare ai prezzi y, z, w …… date quantità di
altre merci necessarie alla sua vita e alla riproduzione della sua forza-lavoro
e delle condizioni di una nuova produzione. Afferrare che, dietro l’equivalente
generale, quindi dietro determinati rapporti di scambio tra le cose
prodotte, vi è un contenuto rappresentato da una quota parte
del lavoro sociale complessivo, serve a comprendere che sarebbe possibile
un progetto comune di lavoro, se ciò non fosse appunto impedito
dalla forma di valore (o valore di scambio) in cui si esprime tale contenuto,
forma che diventa generale con il modo di produzione capitalistico e
induce gli “individui produttivi” ad una sfrenata competizione
per prevalere gli uni sugli altri. Questo è il significato della
distinzione, nella merce, di un contenuto (il valore come quota del
lavoro sociale complessivo) dalla forma espressiva dello stesso, che
indica la separatezza e l’autonomia dei “produttori”,
costretti a soddisfare i propri bisogni – anche quelli relativi
alla riproduzione allargata (accumulazione) delle condizioni (mezzi)
di produzione – senza progetti di cooperazione collettiva ma anzi
ponendosi in conflitto l’uno contro l’altro.
E qui arriviamo al feticismo della forma di merce e ai molti fraintendimenti
cui esso ha dato luogo. Intanto, mi sembra si sia fatta fin troppa confusione
tra feticismo e alienazione. Il feticcio della merce semplicemente oscura
il nesso tra lavoro “individuale” e lavoro sociale complessivo,
rinchiude il singolo “individuo” (che è il “produttore”
capitalistico, internamente strutturato come già sappiamo) entro
la cerchia dei problemi riguardanti il suo piccolo mondo, a partire
dai quali egli (cioè, in realtà, il proprietario dei mezzi
di produzione da tale “produttore” impiegati) sente ostilità
e conflitto nei confronti di ogni altro suo simile. Si tratta però
di una ostilità confinata nella produzione, provocata dalla separatezza
e autonomia dei vari “lavori eseguiti privatamente” che
si socializzano soltanto in via mediata (tramite il mercato). Magari,
però, gli stessi proprietari possono nutrire amicizia e simpatia
reciproche ad una partita di calcio, al circolo della caccia o del tennis,
alle Maldive o Canarie, ecc. E’ indispensabile non confondere
gli uomini in carne e ossa con i portatori delle differenti funzioni
relative alla produzione mercantile generalizzata, che è quella
effettuata secondo il modo capitalistico e i suoi rapporti peculiari.
Chi ha simpatia per gli individui umani concreti, la manifesti pure,
perché si tratta di sentimento assai gradevole e che onora chi
lo nutre. Tuttavia, per favore, costui lasci perdere la trattazione
del modo di produzione capitalistico, che è una faccenda del
tutto diversa, poiché ogni analisi scientifica, come ben si sa,
è sempre disantropomorfizzante.
Il feticismo vuol solo indicare che nella società a modo di produzione
capitalistico dominante, con la sua produzione generalizzata di merci,
ogni “individuo” è separato e in conflitto con gli
altri in tale sfera sociale; egli non può, per cause intrinseche
al modo di produrre in questione, avere una visione complessiva sociale
del fenomeno produttivo; deve per forza, pena il suo fallimento ed esclusione
dal mercato, concentrarsi sui problemi della sua “individualità”
produttiva e della competizione con le altre “individualità”
dello stesso tipo, nel cui ambito deve difendersi e attaccare, evitare
la propria esclusione e provocare quella altrui. Ci si può limitare
a vedere nel feticismo la subordinazione del “produttore”
di merci alla “cieca legge” del mercato? Questo è
uno solo degli aspetti del feticismo, e riguarda certe fasi dello sviluppo
capitalistico, quelle che nei miei scritti ho indicato come policentriche
(e ricorsive), in cui si accentua la competizione intercapitalistica.
Nelle fasi di tipo mono(oligo)polistico, i “produttori”
di merci (le grandi unità produttive, o imprese, capitalistiche)
hanno il cosiddetto potere di mercato, cioè non soggiacciono
ad una “cieca legge”, ma la controllano sia pure parzialmente
e mediante accordi con altre imprese concorrenti dello stesso tipo.
Non esiste allora più, in fasi del genere – che molti marxisti,
praticamente tutti, interpretarono come una fase ormai definitiva, e
magari ultima, del capitalismo – il feticismo delle merci? Non
credo si possa affermare qualcosa del genere. Ed è qui che si
manifesta la netta contrapposizione tra i marxisti sostenitori della
tendenza alla completa centralizzazione dei capitali e i pochi che si
contrapposero a questi. Del resto, tali pochi – si pensi pure
a Lenin – contrastarono assai male i primi, poiché sostennero
che la tendenza alla massima centralizzazione sussisterebbe effettivamente
in teoria, ma in pratica no. Detto in termini più chiari: la
tendenza potrebbe affermarsi definitivamente in un congruo periodo di
tempo, durante il quale però si verificherebbero gravi crisi
economiche, scontri e convulsioni sociali legate a conflitti (mondiali)
tra grandi unioni monopolistiche di capitali, ecc., dai quali conseguirebbe
infine la rivoluzione “proletaria”, a partire dagli “anelli
deboli” ma con progressiva estensione a tutto il mondo. Tale analisi,
con annesse previsioni, fu soprattutto di Lenin e dei leninisti (comunisti),
e per qualche decennio sembrò verosimile: due guerre mondiali,
la grande crisi del 1929, le rotture rivoluzionarie susseguenti alle
due guerre negli “anelli deboli” (Russia e poi Cina, ecc.).
Adesso, per carità, è meglio lasciar perdere.
Tuttavia, il feticismo significa qualcosa di ben più profondo
della semplice subordinazione alle cieche leggi mercantili, che in fondo
non sarebbe una gran novità rispetto alla smithiana mano invisibile
(cui gli economisti accademici alla Chandler sostituirono nell’epoca
degli oligopoli la supposizione di una ormai definitivamente affermatasi
“mano visibile”; c’è sempre una simmetria di
sviluppo del marxismo “ufficiale”, economicistico, e della
“scienza economica” dei dominanti, con un chiaro anticipo
del primo sulla seconda dell’ordine di qualche decennio).
A mio avviso, il feticismo afferma che la ineliminabile separatezza
dei “produttori” (capitalistici) rende questi ultimi –
oggettivamente, indipendentemente da ogni consapevolezza o volontà
soggettive – incapaci di sostituire la loro reciproca competizione
e tentativo di sopraffarsi con una visione complessiva e armonizzata
della produzione sociale. Questi “produttori” sono “condannati”
a farsi la guerra, perfino quando, eventualmente, nutrano fra loro simpatia
e amicizia in altri ambiti (in particolare in quelli ludici e sportivi)
della società. Ma la loro reciproca separatezza, e conseguente
conflittualità – pur trattate da Marx nei primissimi capitoli
della sua massima opera, e fissando quindi l’attenzione su tali
caratteristiche decisive della produzione generalizzata di merci, prescindendo
dalla strutturazione interna delle unità capitalistiche in cui
detta produzione viene attuata – dipende dalla primigenia separazione
tra proprietà dei mezzi di produzione e libero possesso della
sola forza-lavoro; dipende cioè da quel primo (logicamente) rapporto
mercantile, relativo al lavoro salariato, che è prodotto storico
del processo di accumulazione originaria e che costituisce, come già
considerato, il presupposto dell’affermazione del modo di produzione
capitalistico.
La separatezza in questione, dunque l’impossibilità di
complessiva visione della produzione sociale e di cooperazione tra i
“produttori”, che al contrario guerreggiano tra loro, non
può mai essere superata finché permane la produzione generalizzata
di merci; ma, ancor più in profondità, ogni cambiamento
sociale è precluso finché resta la forma di merce (e valore
di scambio) della forza-lavoro che, in quanto presupposto della modalità
capitalistica di produrre tramite conflitto, consente l’appropriazione
– “privata” e “individuale” – del
plusprodotto (plusvalore) di coloro che non controllano i mezzi di produzione
da parte dei controllori di questi ultimi. Mi sembra sia quella appena
indicata la conclusione più vera dell’analisi marxiana
della merce e del feticismo che ad essa si appiccica. Di conseguenza,
pur attenendosi strettamente all’impostazione marxiana, non mi
sembra convincente la conclusione di coloro – e non si tratta
dei soli marxisti, come poco più sopra sottolineato – che
hanno considerato in via di tendenziale superamento la separatezza,
conflittualità e incapacità di controllo delle leggi mercantili
da parte dei “produttori” capitalistici. In realtà,
questi ultimi non sono in grado di mettere fine alla socializzazione
indiretta, mediata, dei loro lavori; essi sono costretti, dalla loro
“autonomia e indipendenza” (formale), a produrre merci in
continuo conflitto tra di loro.
Questo, penso, voleva dirci Marx; non credo volesse riferirsi esclusivamente
alla semplice subordinazione alle “cieche leggi” del mercato,
che sarebbe poi in via di superamento tendenziale a causa della mera
centralizzazione dei capitali. Pensare così, significa credere
che si possa trasformare il modo di produzione capitalistico mediante
il semplice controllo centralizzato dei processi produttivi. Marx vuole
invece, a mio avviso, segnalarci che il capitalismo è insuperato
e insuperabile fintanto che i “produttori” producono merci
separatamente, “individualmente”, in interazione conflittuale
tra loro. Tale modalità produttiva però, già lo
sappiamo, ha come suo presupposto l’espropriazione dei lavoratori,
obbligati a vendere la loro forza lavorativa come merce; viene così
consentito a chi controlla i mezzi produttivi di appropriarsi del loro
plusprodotto e di deciderne la destinazione agli usi che preferisce:
reinvestimento nella produzione per appropriarsi di ancora maggiore
plusprodotto, controllo degli apparati politici e dei “giochi
di potere” che in essi si svolgono, affermazione di una egemonia
culturale, ecc.
Questo è secondo me un punto fermo della teoria marxiana, da
cui partire per ogni ripensamento ulteriore, certo oggi necessario.
Ma c’è ancora molta strada da percorrere assieme a Marx
prima di pensare alla trasformazione del suo impianto teorico per adeguarlo
all’interpretazione di uno sviluppo capitalistico che ha smentito
alcune sue fondamentali previsioni.
6. Interrompo il filo del discorso per meglio giustificare il mio inizio
dall’accumulazione originaria e non dalla merce. Non ho in effetti
seguito l’ordine dato da Marx alla sua esposizione. Ho già
detto che ogni ordine di esposizione del materiale è retto da
certi intenti esplicativi. A mio avviso, Marx ha avuto piena ragione
di iniziare dalla forma di merce; tuttavia, le sue intenzioni sono state
fin troppo spesso completamente travisate. Ho citato l’apertura
de Il Capitale, che non dovrebbe lasciare dubbi circa il fatto che la
merce di cui sta parlando l’autore è quella prodotta nell’ambito
del modo di produzione capitalistico; che essa è la forma di
cellula della produzione nell’epoca storica caratterizzata dalla
formazione sociale del capitale. Malgrado la chiara indicazione di Marx,
affermata subito nelle prime righe della sua opera, i fraintendimenti
sono piovuti copiosi.
Innanzitutto, non pochi hanno sostenuto che, iniziando dalla merce,
Marx voleva partire da una supposizione astratta, di prima approssimazione,
relativa ad un sistema di pure relazioni tra produttori individuali
di merci (la società mercantile semplice come modello esclusivamente
teorico, insomma). Una volta individuate le relazioni tra produttori
in questo sistema di puro mercato, e le leggi che le regolano –
quelle dello scambio di equivalenti, che implica l’eguaglianza
di tutti produttori fra loro – Marx complicherebbe il modello
introducendovi il rapporto di capitale, quello tra proprietà
privata dei mezzi di produzione e lavoro salariato. In questo modo,
si dice, sarebbe stato meglio dimostrato come la disuguaglianza nella
produzione capitalistica – la produzione di un pluslavoro (plusvalore)
di cui si appropria il capitalista proprietario – si innesti su
un sistema di relazioni tra eguali che si scambiano merci equivalenti.
Il metodo di Marx sarebbe allora simile a quello di Adam Smith che suppone,
in sede squisitamente teorica, una iniziale “rude e primitiva
società di cacciatori di cervi e di castori”, in cui tali
animali sono scambiati solo in base ai rispettivi tempi di lavoro impiegati
nel cacciarli e ucciderli. Tuttavia, “questo originario stato
di cose, in cui il lavoratore godeva dell’intero prodotto del
proprio lavoro, non potè durare dopo la prima introduzione dell’appropriazione
della terra e dell’accumulazione del capitale”. A questo
punto, la “rendita è la prima deduzione che va fatta sul
prodotto del lavoro applicato alla terra”; e “il profitto
rappresenta una seconda deduzione che va fatta sul prodotto del lavoro”
poiché, altrimenti, chi ha il capitale non lo investirebbe se
quest’ultimo “non gli fosse ricostituito con un profitto”.
Smith, come ben si vede, se la cava assai sbrigativamente con i processi
dell’accumulazione originaria, e considera rendita e profitto
come semplici deduzioni dal prodotto dei lavoratori, una parte del quale
essi debbono cedere a chi dà loro in uso la terra e fornisce
loro i capitali per la conduzione dell’attività produttiva.
L’equivalenza nello scambio di merci viene sostituito, in questa
nuova società, dalla vendita dei prodotti ad un prezzo che deve
remunerare sia i lavoratori che i proprietari di terra e di capitale;
per cui dal valore come quantità di lavoro necessaria a ottenere
un dato prodotto si passa al valore come somma di salario, rendita e
profitto.
Marx sarebbe solo più “fine”; avendo scoperto la
differenza tra lavoro erogato dai lavoratori (e che costituisce il valore
delle merci da questi prodotte) e lavoro contenuto nelle merci che servono
alla sussistenza dei lavoratori in questione (e che quindi costituisce
il valore della loro forza lavoro venduta quale merce), egli mantiene
il principio dell’equivalenza (in media) nello scambio mercantile,
ma pone in luce che la differenza in questione (il pluslavoro erogato
dai lavoratori salariati) viene appropriato come plusvalore dalle classi
dominanti, e fra queste (quella dei proprietari di terra e quella dei
capitalisti, proprietari degli altri mezzi di produzione) spartito sotto
forma di rendita e di profitto. Nello scambio non vi è alcuna
deduzione dal prodotto del lavoro, non vi è alcun furto perpetrato
dai proprietari (come pretendeva, ad es., un Proudhon). L’eguaglianza
dei soggetti scambisti non è messa in discussione, nessuna “spada
in pugno” per estorcere il profitto come sosteneva Dühring.
Molto più semplicemente, dietro l’eguaglianza degli scambisti
sta la disuguaglianza nella proprietà o meno dei mezzi di produzione
e della terra; dietro l’equivalenza dei lavori contenuti nelle
merci scambiate sta il fatto che una di queste merci è la forza
lavorativa (insita nella corporeità umana), il cui uso nel processo
di produzione porta all’erogazione di un tempo (e quantità)
di lavoro superiore a quella di fatto contenuta nel salario reale (nel
complesso dei beni che il salario in moneta può acquistare).
Tutto estremamente limpido e corretto; l’introduzione del rapporto
di capitale nello schema mercantile semplice svela la disuguaglianza
coperta dal velo egualitario dello scambio. Solo che tale introduzione
non è una astrazione successiva a quella dello scambio mercantile
semplice, non è una nuova approssimazione teorica alla realtà
capitalistica; essa è stata caratterizzata da un lungo, complesso,
non necessitato, socialmente assai costoso e perfino devastante, processo
storico: quello appunto dell’accumulazione originaria, dell’espropriazione
dei produttori – tuttavia ormai sciolti da legami di dipendenza
personale – rispetto alle condizioni oggettive (terra e mezzi
produttivi) del loro lavoro. Ma non è finita. Per un lunghissimo
periodo, la liberazione da condizioni servili ha prodotto un esercito
di vagabondi e di rapinatori. Vi è stato bisogno della forza
di un determinato organo – lo Stato ormai unitario delle grandi
monarchie – per creare l’esercito dei lavoratori salariati.
Non anticipiamo tuttavia questo tema, che tornerà assai più
in là, parlando dello Stato secondo la concezione marxista.
Lasciando perdere la costrizione autoritaria nella formazione del salariato,
non vi è comunque dubbio che il capitalismo è stato a
lungo, dopo la fase del capitale mercantile, un modo di produzione fondato,
da un punto di vista strettamente tecnico-lavorativo, sulla manifattura.
In essa, in specie nel suo primo non breve sviluppo, la differenza tra
capitalisti e lavoratori, quanto a capacità lavorative, a possesso
di saperi inerenti ai vari processi di lavoro, non era abissale. E’
stato solo l’autoritarismo statale ad impedire la rimessa in discussione
della gerarchia esistente nella produzione manifatturiera, e basata
fondamentalmente su quell’assetto proprietario – mezzi di
produzione, da una parte, e mera forza lavoro, dall’altra –
formatosi nel corso dell’accumulazione originaria? Non credo proprio
che sia così. Il motore principale non del semplice mantenimento,
bensì del continuo rafforzamento di tale assetto proprietario
è stata la concorrenza mercantile, il conflitto tra i proprietari
delle unità produttive manifatturiere. Proprio perché,
nelle prime manifatture, la differenza tra capitalisti e lavoranti era
esile, sembrava quasi la continuazione dell’ordinamento corporativo
che divideva i maestri dai garzoni (pur se tale ordinamento era ormai
in piena dissoluzione), proprio per questo i lavoratori – un po’
come può talvolta accadere in piccolissime imprese odierne, in
specie dell’indotto – non si ponevano in antagonismo netto
con i proprietari di manifatture di dimensioni ridotte, sperando di
poter diventare un giorno proprietari essi stessi. E’ sintomatico
che i primi pensatori, e anche agitatori, socialisti non propugnassero
affatto il superamento della proprietà, e della concorrenza mercantile
che la caratterizzava, bensì affermassero la necessità
di ricostituire continuamente la piccola produzione mercantile (si pensi
per tutti a Sismondi).
Con l’analisi della merce, dunque, Marx non mi sembra limitarsi
ad una “finzione” teorica di prima approssimazione. Egli
ci ha già comunque detto che la merce, in quanto forma ormai
generalmente assunta dai prodotti del lavoro, esiste solo nel modo di
produzione capitalistico, caratterizzato da quel rapporto tra proprietario
ed espropriato (dei mezzi di produzione) formatosi durante l’accumulazione
originaria. Se la merce è indicata da Marx come forma di cellula,
ciò significa che egli, indagando tale cellula, riteneva di porsi
nella migliore condizione per comprendere aspetti essenziali del “tessuto
complessivo” (del modo di produzione capitalistico). E l’aspetto
decisivo, messo in luce nel primo capitolo, è che la concorrenza
nel mercato non può che riprodurre, su scala sempre più
allargata, la rete dei rapporti capitalistici. I “produttori”
di merce – lasciando pur perdere, in un primo momento, la loro
struttura interna (lavorativa) di unità produttive capitalistiche
– non possono mai cooperare tra loro, debbono invece combattersi,
perché se non lo fanno gli uni lo fanno gli altri (“chi
si fa pecora….”); in ogni caso, qualcuno prevarrà
ed escluderà gli altri da quella concorrenza, mandandoli ad ingrossare
le fila di coloro che, per vivere, hanno da vendere (come merce) esclusivamente
la loro forza lavoro.
E’ la socializzazione soltanto indiretta dei lavori prestati dai
“produttori” che qui viene messa in risalto; ognuno, anche
nel capitalismo, deve in fondo lavorare per gli altri, deve produrre
per soddisfare i bisogni degli altri. Ed infatti, se non lo fa, il suo
lavoro non è più socialmente utile, è sprecato,
non forma né valore né merce; i suoi prodotti, insomma,
restano invenduti. Tuttavia, ogni “produttore” lo fa perseguendo
il suo proprio fine a detrimento degli altri. Certamente, il liberale,
rifacendosi a Smith, può sostenere che solo così si soddisfano
i bisogni della società, solo inseguendo il proprio egoistico
beneficio (profitto). Ma non è vero, perché questa lotta
sbocca in due risultati del tutto negativi socialmente. Innanzitutto,
la proprietà tende a concentrarsi da una parte, mentre dall’altra
si ingrossa l’esercito di coloro che debbono lavorare per vivere;
e la concentrazione di proprietà significa concentrazione di
potere, sempre più netta prevalenza nelle decisioni che poi coinvolgono
l’intera società. In secondo luogo, si verifica un effetto
forse ancora peggiore: non vi è coordinamento tra le varie produzioni.
Ognuno tenta di produrre di più credendo di guadagnare di più,
ma crea solo squilibri intersettoriali e ingorghi di merci invendute
con effetti a cascata; da qui le gravi crisi che provocano sconquassi
e disagi sociali di grandi proporzioni.
Marx non parla subito di tutto questo nel primo capitolo; ma pone le
basi per comprendere tutto questo, pone le basi per afferrare la negatività
del pensiero liberale di Smith, della “mano invisibile”.
Certo, il plusvalore non viene ancora in evidenza nel primo capitolo,
quindi non è ancora segnalato lo sfruttamento nell’accezione
marxiana di estrazione di pluslavoro (in forma di valore) dai lavoratori.
Tuttavia, il primo capitolo non è una prima approssimazione teorica,
l’indicazione di una società non ancora capitalistica e
tuttavia già pervasa, nel suo insieme, dalla forma di merce.
Il primo capitolo dà già ragione delle caratteristiche
socialmente negative, e spesso devastanti, del modo di produzione capitalistico:
l’impossibilità, per l’individuo, di cooperare con
altri al perseguimento di fini posti con comune intento; ogni individuo
è costretto a trattare l’altro come suo effettivo o potenziale
avversario, come colui che ostacola i suoi intendimenti, che rappresenta
un costante pericolo per le funzioni che svolge nella società.
Ancora di più: questa conflittualità tra “produttori”
– anche prescindendo momentaneamente dalla loro struttura lavorativa
interna – sconvolge gli equilibri economici, e con loro anche
quelli sociali. L’idea della “mano invisibile” cela
la necessità della crisi. L’esistenza della forma generale
di merce, tipica del modo di produzione capitalistico, mette in mora
gli utopistici progetti “socialisti” di costruire una armoniosa,
equilibrata, società fatta di piccoli produttori, ognuno soddisfatto
nel suo “mondo minimo” fatto di laboriosità e parsimonia.
E’ sciocco negare che l’analisi marxiana dà ragione
a chi sosteneva che con essa il socialismo passava “dall’utopia
alla scienza”. Tale formulazione non è una ingenuità
di Engels, non è sintomo degli influssi di una ideologia positivistica
oggi considerata con sufficienza e disprezzo. Chiunque sappia leggere
ciò che Marx scrisse nella sua opera principale, si rende perfettamente
conto che di scienza si tratta, e di prima qualità.
Vi è un altro fraintendimento dei motivi per cui Marx ha iniziato
la sua massima opera dalla merce; e a tale fraintendimento ha dato senz’altro
il suo contributo Engels. Si è sostenuto che Marx ha voluto,
nella sua esposizione teorica, seguire lo sviluppo storico (lunghissimo)
che ha condotto dalla sporadica produzione di merci dei primordi della
civiltà alla produzione mercantile generalizzata tipica del capitalismo.
Su questo punto penso si possano spendere poche parole. Innanzitutto,
per l’ennesima volta debbo ricordare come Marx, fin dall’inizio,
affermi che analizzerà per prima cosa la merce poiché
“la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo
di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta
di merci’ e la merce singola si presenta come sua forma elementare”.
E nella prefazione scrive che nella “società borghese,
la forma di merce del prodotto del lavoro, ossia la forma di valore
della merce, è proprio la forma economica corrispondente alla
forma di cellula” del tessuto costituito dal modo di produzione
capitalistico. Si, è vero che Marx afferma anche che “invano
l’umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla
[la merce] a fondo”; e tuttavia non vi è riuscita “perché
il corpo già formato è più facile da studiare che
la cellula del corpo”.
Lungi da me l’idea di entrare nella testa di Marx. Tuttavia, se
si guarda direttamente, mettiamo, al corpo umano, si può individuare
facilmente il capo, il viso, le braccia, le gambe, il tronco, ecc. Se
si squarta il corpo, si troveranno le ossa, fasci di muscoli e di nervi,
il sangue e i vari organi interni. Già in questa visione “macro”,
si coglie una serie di differenze tra la specie umana e altre specie
animali. Se però si indaga, nel “micro”, la cellula
e si analizza il DNA, si è in grado di andare assai più
a fondo circa le differenze tra le diverse specie; in particolare, si
è in grado di rilevare alcune decisive caratteristiche essenziali
dell’uomo, di fissare le sue differenze rispetto ad una scimmia,
a un cavallo, a un pesce, ecc. Bene, secondo me Marx analizza la merce
nel tentativo di far risaltare con la massima chiarezza le modalità
(sociali) peculiari della produzione capitalistica, differenziandola
nettamente dalle altre “specie” produttive: schiavistica,
feudale, ecc. Guardando solo al “corpo”, cioè alla
società capitalistica, si notano un po’ alla rinfusa molte
sue particolarità, che tuttavia, prese in sé, si modificano
di epoca in epoca; per cui, a questo livello di analisi, si potrebbe
anche pensare che ci si trova, ogni volta, in una società diversa
da quella di pochi anni o decenni prima. Fissando il “microscopio
della ragione” sulla merce, in quanto cellula del modo di produzione
capitalistico, si supera la mera superficialità empirica per
afferrare che la società odierna è della stessa “specie”
di quella di uno o due secoli fa.
Se tale modo di produzione non fosse già presente all’epoca
di Marx – e nelle sue forme specifiche, quelle create dalla rivoluzione
industriale – l’analisi della merce non condurrebbe a grandi
“scoperte”, poiché la produzione generalizzata di
merci, cioè la forma di merce e di valore come forma generale
secondo cui si presenta la ricchezza prodotta, non può essere
assimilata alla produzione sporadica e interstiziale di merci, fenomeno
caratteristico di tutte le formazioni sociali precapitalistiche. Come
potrebbe Marx, del resto, parlare già nel primo capitolo del
valore della merce come “tempo di lavoro necessario in media,
ossia socialmente necessario”? Lo può fare perché
la produzione di merci di cui parla non è quella interstiziale
delle società precedenti, bensì quella che viene realizzata
nell’ambito della più acuta e generalizzata concorrenza
tra “produttori” individuali, i cui lavori si socializzano
solo indirettamente, tramite la mediazione del mercato. Il “socialmente
necessario” è un concetto di media; non certo aritmetica,
ma una media che si addensa verso i tempi di lavoro più bassi,
quelli prestati nelle condizioni di efficienza produttiva (tecnologie
avanzate, migliore organizzazione del lavoro, ecc.) più elevate.
Questa concorrenza, questa crescente efficienza produttiva che diminuisce
sempre più il “tempo socialmente necessario” a produrre
le merci, è quella che caratterizza le società in cui
predomina il modo di produzione capitalistico.
Basta quindi con l’idea che Marx inizi da una produzione mercantile
semplice per poi introdurvi il rapporto di capitale. Quest’ultimo
è già pienamente sullo sfondo quando inizia l’analisi
della merce; solo che, prima di mettere in luce il problema dello sfruttamento
(del plusvalore), viene posta in primo piano la specifica forma del
rapporto esistente tra i “produttori individuali” (comunque
capitalistici) in quanto formalmente autonomi e separati fra loro, sempre
in conflitto fra loro, capaci di cooperare al solo scopo di meglio combattersi
(“l’unione fa la forza”), di sopraffarsi reciprocamente
riuscendo a prevalere nei rapporti di potere esistenti in quella storicamente
specifica forma di società, la cui indagine (scientifica) è
l’obiettivo precipuo di Marx. I rapporti di questa società,
i rapporti del modo di produzione capitalistico in essa predominante,
si riproducono comunque, ma nell’ambito dello scoordinamento,
della crisi sempre incipiente. Nessun centro può organizzare
la produzione sociale; l’organizzazione potrebbe procedere unicamente
dall’unione cooperante dei produttori associati. Nessun’altra
volontà può ad essa sovrapporsi, nessuna decisione presa
d’imperio da un vertice potrebbe imporre la cooperazione, la dissoluzione
reale (non solo formale) della separatezza e conflittualità dei
diversi “produttori individuali”, che resterebbero nella
sostanza ancorati alla loro tipologia capitalistica.
Spero si siano capiti adesso i motivi per cui ho preposto l’accumulazione
originaria alla merce. Volevo evitare i fraintendimenti di cui sopra
detto. Marx ha fatto benissimo ad iniziare la sua principale opera con
l’analisi della merce. Tuttavia, i fraintendimenti in questione
non sono stati l’ultima delle ragioni per cui alcuni, ad es. Althusser
& C., hanno consigliato di saltare la lettura della prima sezione
de Il Capitale. Guai invece a comportarsi così! E’ facile
poi arrivare a conclusioni relative ai rapporti di capitale quasi fossero
puri rapporti di potere; e, una volta giunti a tale inesatta conclusione,
si apre la strada alla convinzione che il modo di produzione capitalistico
possa essere governato da un unico centro, da un presunto Comando del
Capitale che schiaccia l’intera società (qui si situa la
“pericolosa” vicinanza tra althusserismo e operaismo e il
loro essere, entrambi, in solidarietà antitetico-polare con l’economicismo
sraffiano di certe oligarchie sindacali di tempi passati, malgrado la
loro acuta contrapposizione). L’analisi della merce è decisiva,
fissa l’attenzione su caratteristiche essenziali del capitalismo,
senza le quali quest’ultimo non sarebbe tale ancor oggi. Bisogna
però essere consapevoli che un’analisi simile ha come presupposto
la predominanza sociale del modo di produzione capitalistico, con i
suoi specifici rapporti, la cui originaria formazione rinvia ai processi
storici che hanno visto l’emergere della proprietà privata
dei mezzi di produzione, ad un polo, e della forza lavoro “liberamente”
venduta come merce, all’altro polo. Senza questa consapevolezza,
ci si consegna ad una trattazione teorica e ad una prassi politica del
tutto errate e foriere di continue sconfitte, sempre più irreparabili.
7. E’ adesso necessario affrontare un problema di importanza
piuttosto rilevante, poiché anch’esso ha dato la stura
a molti equivoci e autentiche falsificazioni – consapevoli e inconsapevoli
– del pensiero marxiano. Si tratta della funzione della natura,
oltre che del lavoro, nella creazione della ricchezza da parte della
società. Si è spesso detto che uno dei punti, su cui Marx
dovrebbe essere oltrepassato, è quello riguardante appunto la
funzione della prima nell’attività produttiva degli uomini,
funzione che Marx avrebbe trascurato, avrebbe anzi addirittura dimenticato.
Chi fa affermazioni del genere non ha mai evidentemente letto un solo
rigo di Marx. Perché certi autori parlino di questioni che non
conoscono, non è facilmente spiegabile; si può però
ben dire che si tratta in ogni caso di aperta cialtroneria e disonestà
intellettuale. E certi ecologisti sono quanto meno assai superficiali.
Marx sostenne in più parti che la natura è la madre e
il lavoro è il padre della ricchezza prodotta; e in questo non
fu particolarmente innovativo poiché riprese affermazioni di
Adam Smith e, prima ancora, di William Petty. Naturalmente, si tratta
della ricchezza nel suo significato più proprio: quello di un
complesso di valori d’uso atti a soddisfare bisogni tipici di
ogni data fase di sviluppo della civilizzazione umana. Ricorderò
qui in particolare la Critica al programma di Gotha del 1875. Tale programma,
di impronta prevalentemente lassalliana, fu appunto approvato in quell’anno
a Gotha durante il congresso di riunificazione del partito operaio tedesco.
La dura critica di Marx fu tenuta nascosta a lungo e pubblicata da Engels,
contro il parere dei capi socialdemocratici, nel 1890 in occasione del
congresso di Halle del partito socialdemocratico tedesco.
Il programma di Gotha affermava fin dall’inizio: “Il lavoro
è la fonte di ogni ricchezza e di ogni civiltà”.
Marx rispose con estrema nettezza: “Il lavoro non è la
fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso
(e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto [corsivo
mio] quanto il lavoro, che esso stesso è soltanto la manifestazione
di una forza naturale, la forza-lavoro umana [……..] I borghesi
hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice
soprannaturale”.
Il discorso è quindi chiarissimo: la ricchezza – per quello
che essa effettivamente è, cioè un insieme di prodotti
utili alla vita degli uomini in società – è prodotta
dal lavoro con il contributo determinante della natura (in minuscolo
nel testo di Marx). Tuttavia, se non bisogna credere nella “forza
creatrice soprannaturale” del lavoro, tanto meno bisogna deificare
la natura e prostrarsi in adorazione d’essa, quasi questa ci determinasse
rigorosamente nelle nostre scelte e decisioni. La natura è altrettanto,
non più importante del lavoro, sia inteso come sforzo (come energia
erogata) che come intelligenza nel compierlo, nell’indirizzarlo
ad un fine.
Cerchiamo anzi di approfondire questo punto. Il lavoro non crea gli
oggetti necessari alla vita, ma è certo l’elemento più
attivo nella ricerca, scoperta, ottenimento ed eventuale trasformazione
di questi oggetti. La natura è alloggio delle forme o specie
viventi e serbatoio dei materiali necessari alla vita di queste specie.
Ma per vivere bisogna poi prodigarsi nel lavoro. Il leone deve cacciare
la gazzella. Quest’ultima è per lui la natura necessaria
alla sua vita; e già essa, per diventare preda del leone, deve
essersi a sua volta data da fare onde procurarsi di che vivere, ottenendolo
da quel serbatoio (o fondo) che è la natura di cui può
disporre. Il leone, per procurarsi la preda, deve produrre uno sforzo,
un lavoro (la caccia); e deve produrlo con intelligenza, sapendo la
corsa della gazzella, la sua velocità, i suoi possibili zigzag,
altrimenti, privo di qualsiasi consapevolezza, potrebbe girare in tondo
senza combinare nulla. Ovviamente, il lavoro umano è infinitamente
più complesso, non nello sforzo ma nella intelligenza del compierlo,
poiché all’uomo non è sufficiente prodursi e riprodursi
biologicamente, mediante mera alimentazione; la storia della civilizzazione
umana è crescita e complessificazione di bisogni, moltiplicazione
degli oggetti necessari a soddisfarli ed uso di strumenti – anch’essi
in crescita quantitativa e in complicazione e continua innovazione degli
stessi – per ottenere gli oggetti in questione. In definitiva:
natura e lavoro sono entrambi (altrettanto) necessari alla produzione
della ricchezza in quanto somma di oggetti (valori d’uso) indispensabili
alla vita degli uomini nei diversi gradini di sviluppo della loro civiltà.
Tuttavia, la natura è alloggio e serbatoio; il lavoro umano deve
migliorare questo alloggio ed estrarre dal serbatoio, e trasformare,
ciò che è necessario alla vita sociale.
Che alloggio e serbatoio debbano essere conservati nelle migliori condizioni
di utilizzazione è del tutto ovvio, in linea di principio, poiché
altrimenti si esaurirebbero le “basi” della vita umana.
Esattamente, però, come la materia cerebrale, i processi fisico-chimici
e le funzioni neurofisiologiche del cervello, debbono conservarsi e
riprodursi affinché permangano le condizioni di base che consentono
di pensare; ma quel lavoro che è il pensiero non deriva (non
si deduce) dai processi riproduttivi della materia cerebrale, dai processi
fisico-chimici, ecc. che si svolgono nel cervello. Assai simile è
appunto il rapporto tra la “base”, costituita dalla natura,
e i processi di lavoro umano che debbono utilizzarla ai fini della vita,
nel suo complesso aspetto di sviluppo sociale. Nessuno potrebbe disinteressarsi
della possibilità di un ictus o di un aneurisma che si verifichi
nel cervello; a nessuno però potrebbe venire l’idea di
ridurre al minimo possibile l’attività del pensiero per
paura di un simile evento. Quindi, la natura va conservata, preservata
da stress eccessivi, non però contemplata e riverita nel suo
essere il fondo essenziale da cui tutto procede; da essa non procede
un bel nulla senza il lavorio compiuto dalle varie specie viventi (animali
e vegetali). E l’uomo ha una vita sociale particolarmente complessa,
in irrimediabile sviluppo; una vita che va continuamente prodotta e
riprodotta. Questa è la “natura” peculiare della
specie vivente umana: lo sviluppo e la complicazione dei modi di esistenza,
e di produzione e riproduzione degli stessi. L’alloggio e il serbatoio
vanno conservati e riprodotti anch’essi, ma non certo per contemplarli
quali erano all’inizio dei tempi della civilizzazione dell’homo
sapiens sapiens.
Quanto è stato finora argomentato ci ha comunicato qualcosa,
ma a mio avviso non moltissimo. Tuttavia, queste relativamente poche
idee sono sufficienti a un certo numero di considerazioni. Quella che
noi definiamo genericamente come natura è essenziale quale base
generale di ogni forma di esistenza di quel tipo che consideriamo vivente
(e mi guardo bene dal diffondermi su che cosa possa essere definito
tale con assoluta precisione; non è compito che mi riguardi in
questa sede). Tuttavia, la natura, di per sé, è solo alloggio
e serbatoio, ma non consente alcuna forma di esistenza vivente; affinché
questa vi sia, permanga, si riproduca, ecc. è necessario il lavoro,
cioè una particolare specie di sforzo, di energia erogata, secondo
specifiche finalizzazioni che siano proprio utili alla riproduzione
di quelle determinate forme di esistenza (una scarica elettrica durante
un temporale, una eruzione vulcanica, una frana, la fusione nucleare
nel Sole, l’esplosione di una Supernova, ecc. non sono lavoro).
Abbreviamo. L’esistenza umana modifica incessantemente le sue
forme, si serve della natura come serbatoio di sempre nuovi materiali,
utilizzabili direttamente per la propria vita ma anche per forgiare
sempre nuovi strumenti che accrescano il numero e la quantità
dei materiali in questione; il tutto nell’ambito di una interrelazione
tra i vari individui componenti la specie, che conosce continue modifiche
con l’aumento, la moltiplicazione, la ramificazione, ecc. dei
cosiddetti bisogni relativi a questa esistenza caratterizzata dalle
varie e mutevoli forme dei rapporti sociali succedutesi nella storia
degli uomini. Il numero e la quantità sia dei materiali tratti
dalla natura per la vita sociale sia degli strumenti atti a questa bisogna,
rappresentano quelle che il marxismo definì forze produttive
dette materiali (o oggettive) per distinguerle da quelle soggettive,
costituite dall’intelligenza, creativa e innovativa, che orienta
lo sforzo (lavoro) in direzione dell’ottenimento dei materiali
e degli strumenti in questione; uno sforzo che, tuttavia, non esiste
se non condizionato e conformato dalla struttura dei rapporti sociali
(tra individui umani) entro i quali viene svolto.
Le forze produttive materiali costituiscono un fondo (o “base”)
su cui poggiano il lavoro intelligentemente orientato e la struttura
sociale in cui esso si svolge. Senza tali forze produttive, e la natura
quale serbatoio da cui vengono tratte, non potrebbe sussistere nient’altro,
così come senza materia cerebrale, e processi fisico-chimici
e neurologici che vi si svolgono, non potrebbe sussistere l’individuo
umano e quindi nemmeno il pensiero di quest’ultimo. Come, però,
il pensiero non è strettamente determinato da tali processi “di
base”, così le strutture interrelazionali sociali in cui
gli individui si trovano non derivano necessariamente, né tanto
meno univocamente, dallo sviluppo delle forze produttive materiali.
Tuttavia, sarebbe un grave errore: a) credere che i rapporti sociali
sussistano da soli, senza poggiare su alcunché di materiale;
b) credere che gli individui umani siano in grado di dare forma a tali
rapporti secondo i loro intendimenti comuni e collettivamente orientati.
Da questo insieme di considerazioni deriva in fondo quello che Marx
definì modo di produzione, in quanto campo di reciproca interazione
e “attrazione” tra le forze produttive e i rapporti sociali
su di esse poggianti, ma non da esse strettamente determinati nelle
loro forme storicamente mutevoli; e nemmeno, però, forgiati secondo
queste forme da una consapevole, ben mirata azione collettiva e cooperativa
degli individui umani. Detto modo di produzione è considerato,
a sua volta, base e condizione dello sviluppo sia delle forze produttive
soggettive – quelle che orientano, creativamente e innovativamente,
la ricerca di nuovi materiali e di nuovi strumenti – sia dell’attività
politica e ideologica che si sviluppa nel corso della civilizzazione
umana, e che costituisce una parte essenziale della formazione e mutevolezza
delle diverse strutture di rapporti sociali. Ancora una volta: base
non significa stretta determinazione e nemmeno azione principale cui
poi corrisponde una “azione di ritorno” delle “sovrastrutture”
politiche e ideologiche sul suddetto campo. Per riprendere l’analogia
già utilizzata, cervello e pensiero non sono (a mio avviso) né
la stessa cosa – solo considerata da due punti di vista diversi
– né sono semplicemente uniti da azione e reazione. Sono
distinti, autonomi, mossi da meccanismi produttivi e riproduttivi ben
separati, eppure interagiscono e si rapportano reciprocamente senza
che l’uno interferisca, se non superficialmente, nelle modalità
di funzionamento dell’altro; ognuno va studiato nelle leggi di
movimento sue peculiari, senza riduzionismi di sorta. Così pure
tra forze produttive e rapporti di produzione, e tra modo di produzione
e (sovra)strutture politiche e ideologiche. Tra essi sussiste intreccio,
per molti versi reciproco condizionamento, ma anche autonomia, che esige
perciò una indagine distinta delle diverse entità in interazione
(per nient’affatto collaborante in ogni occasione, poiché
esse sono anzi spesso in tensione reciproca, non orientata da progetti
collettivi e unificanti degli individui umani).
Chiarito quanto sopra, natura e lavoro sono altrettanto importanti per
la produzione di ricchezza, nel suo significato effettivo, ma non sono
egualmente attivi in questa funzione. La natura è base, in quanto
alloggio e serbatoio, ma il lavoro è l’elemento realmente
attivo che consente la vita degli uomini e lo sviluppo – pur largamente
inconsapevole e non progettato da alcuno – delle forme (dei rapporti)
sociali. Quando dunque si parla di natura creatrice di ricchezza, bisogna
sapere di che cosa si sta parlando per non renderla una deità
intoccabile; e tuttavia nemmeno per dire la sciocchezza che Marx non
la prendeva in considerazione ai fini della produzione.
8. Quanto appena sostenuto dice assai poco del valore da attribuire
ai prodotti del lavoro umano. Il lavoro serve, anzi è necessario,
per produrre le cose utili alla vita in società di forme via
via mutevoli, sempre più complesse e bisognose di un insieme
di beni di ammontare sempre più cospicuo e internamente ricco
di crescenti differenziazioni. Ma il lavoro dà valore ai beni?
Che cosa questa affermazione significa infine?
Innanzitutto, ogni sforzo deve essere “adeguatamente remunerato”.
Dove la remunerazione implica semplicemente la possibilità che
chi lo eroga sia in grado di “sussistere” nelle condizioni
di vita tipiche di ogni data epoca storica dello sviluppo della società
umana. In genere, però, vi è anche l’ottenimento
di un di più che, in quelle determinate condizioni storico-sociali
di “sopravvivenza”, viene considerato “il superfluo”;
un superfluo che poi entra gradualmente negli standard di vita –
comunque differenti per gruppi sociali diversi – e fa dunque parte
del nuovo livello di sopravvivenza o sussistenza. La considerazione
del di più apre subito la strada ad una ulteriore riflessione.
In ogni dato momento storico, in ogni dato gradino di sviluppo delle
forme sociali umane, il lavoro degli individui associati produce più
di quanto è necessario alla sussistenza della società
nel momento storico in questione; la quantità “sovrabbondante”
non serve solo al “superfluo”, cioè ad aumentare
progressivamente il livello standard della vita (in misura differente
per i diversi raggruppamenti sociali), ma viene soprattutto impiegata
(accumulata) per produrre ancor di più in un momento storico
successivo, in particolare con la fabbricazione di nuovi e più
perfezionati strumenti e l’utilizzazione degli stessi e di nuovi
metodi tecnici nella produzione di quantità crescenti di beni
– alcuni prima sconosciuti – utili alla vita sociale, il
cui sistema di bisogni si amplia e si differenzia e complica internamente,
allontanandosi sempre più da ogni naturalità.
Il problema di questo di più, il plusprodotto, è cruciale
per Marx e il marxismo. L’analisi della società è
centrata su questo problema. E’ ovvio che la vita sociale non
si riduce – questo lo sa qualsiasi marxista – al solo lato
(o sfera) della produzione che nel suo ambito si svolge. Tuttavia, poiché
senza produzione non esiste alcuna possibilità di vita –
così come senza materia cerebrale è inutile cianciare
sul pensiero umano e le sue “meraviglie”, la sua “alta
spiritualità” – è altrettanto ovvio che ogni
“epoca della formazione economica della società”
è caratterizzata da un certo sviluppo produttivo e da un certo
standard materiale relativo alla vita sociale di quell’epoca.
Tale standard va comunque riprodotto, ma c’è poi il di
più prodotto rispetto a questa necessità riproduttiva;
c’è il plusprodotto. E’ attorno a questo, alla sua
appropriazione, al suo controllo e destinazione che si sviluppa, secondo
il marxismo, la lotta tra raggruppamenti sociali, che si differenziano,
si contrastano, si combattono, ponendosi spesso in posizioni tra loro
antagonistiche, dando così vita a quelle che vengono definite
classi in lotta; e ben si sa che per Marx (si pensi all’inizio
del Manifesto del partito comunista) la lotta tra classi ha caratterizzato
tutte le forme di società storicamente conosciute.
Ovviamente, ogni concreta società è costituita da numerosi
gruppi sociali; gruppi di individui che occupano posizioni simili nel
complessivo processo di riproduzione di quella data società,
riproduzione che non è certo esclusivamente di tipo economico.
Tuttavia, sempre prendendo le mosse dalla considerazione che la produzione
non determina né spiega certo tutto l’insieme della società,
della vita relazionale che in essa realizzano i vari individui (con
le loro associazioni particolari), ma è comunque la base su cui
poggia ogni altro processo sociale, Marx concentra la sua indagine scientifica
soprattutto su due grandi raggruppamenti contrapposti: da una parte,
coloro che producono l’insieme delle cose costituenti tale base,
dall’altra quelli che controllano il di più (plusprodotto)
rispetto allo standard della vita sociale in quell’epoca storica.
Questi due grandi raggruppamenti (classi) contrapposti, in lotta fra
loro, non rappresentano l’effettiva strutturazione complessiva
della società, costituita dai più svariati gruppi fra
cui corrono rapporti multipli e variamente articolati e intrecciati.
Nel II volume delle Teorie sul plusvalore, Marx scrive: “Ciò
che egli [Ricardo] dimentica di mettere in evidenza, è il costante
accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai
da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra,
in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano sulla
sottostante base lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza
sociale dei diecimila soprastanti”. Non mi diffonderò adesso
nella spiegazione e descrizione delle classi medie cui pensava Marx,
perché sarebbe opera tediosa e largamente inutile. L’importante
è che egli, nel tentativo di rendere più realistica la
descrizione della struttura sociale, immagina in primo luogo una bipartizione
fondamentale: la classe di coloro che producono l’intero prodotto
sociale e la classe che si appropria del plusprodotto. Successivamente,
però, Marx sottolinea che tra le due esiste un intero mondo sociale,
estremamente ramificato e complesso; egli lo indica, ma segnalandocene
semplicemente la posizione intermedia (“classi medie che stanno
in mezzo”) tra i due estremi, con la specificazione che esse sarebbero
comunque mantenute dalla classe dei produttori.
Personalmente, ritengo che qui Marx pecchi di sociologismo empiristico,
sia convinto che la teoria debba dar ragione dell’effettiva strutturazione
complessa dei rapporti sociali, che la teoria debba riprodurre la realtà,
deve esserne una fotografia o, ancor meglio, una mappa semplificata.
Non credo che il modo di produzione – in quanto campo di articolazione
e condensazione (pur nella reciproca differenziazione) tra forze produttive
e rapporti di produzione – debba essere l’esatto, anche
se schematico, rispecchiamento della struttura sociale. Il modo di produzione
non fotografa, non mappa (se non in senso del tutto metaforico); più
semplicemente, solleva un problema, e pone davanti a noi la possibile,
“realistica”, risoluzione dello stesso.
In ogni data formazione sociale storicamente esistita e conosciuta,
sussiste la necessità di produrre quel certo livello materiale
della vita sociale su cui si innesta la possibilità di riproduzione
dei rapporti peculiari di quella formazione sociale; indichiamo tale
livello come prodotto necessario, sottintendendo che si tratta appunto
di quanto è indispensabile a riprodurre le condizioni materiali
di base su cui si innesta la formazione e riproduzione di quei rapporti.
Oltre a queste condizioni di base, però, viene prodotto un supplemento,
un di più – il plusprodotto – che serve all’ampliamento
e sviluppo delle possibilità di produzione e riproduzione di
quella società. Finora, in tutte le formazioni sociali storicamente
conosciute, questa condizione di possibilità (il plusprodotto)
di detto ampliamento della produzione è stata appropriata e gestita
da una minoranza, in possesso di dati requisiti indispensabili all’appropriazione
e gestione stesse. Si poteva trattare del “mestiere delle armi”,
del potere politico in generale, dell’egemonia culturale con controllo
di dati sistemi ideologici (e religiosi); in ogni caso, acquisizioni
che consentivano una posizione di supremazia, tanto più che esse
si condensavano in apparati specifici, in cui tale supremazia si concentrava
e dai quali quest’ultima si dipartiva e ramificava nell’intera
società. Senza entrare nel dettaglio – perché l’indicazione
degli schiavi o dei servi della gleba o di altro è in ogni caso
una visione assai semplificata della struttura delle forme di società
esistite – il problema che il concetto di modo di produzione pone,
e tenta di risolvere, è quello dell’esistenza sia di gruppi
sociali che producono i fondamenti materiali (metaforicamente: la materia
cerebrale, i processi fisico-chimici del cervello, ecc.) della vita
sociale, sia di gruppi (minoritari) che si appropriano del plusprodotto
e lo gestiscono secondo modalità tali da riprodurre quella rete
di rapporti sociali in cui essi mantengano la supremazia nella società;
senza pensare, sia chiaro, che tali modalità vengano realizzate
con la consapevolezza e la preordinata programmazione dei propri scopi
di dominanza.
Solitamente, è vero che i produttori (in genere, sono i dominati)
hanno avuto livelli di vita, non solo culturali ma anche materiali,
nettamente inferiori a quelli dei dominanti (gestori del plusprodotto).
Questo non è però il cardine del problema. Si potrebbe
anche pensare a un tale sviluppo delle forze produttive – e a
sistemi di bisogni piuttosto contenuti – per cui i produttori
conseguano livelli di vita materiali relativamente alti; mentre i dominanti
abbiano una concezione spartana, estremamente parsimoniosa (o ascetica)
della vita. Ciò nulla toglierebbe al fatto che sono questi ultimi
ad appropriarsi il plusprodotto (il “superfluo” rispetto
agli standard materiali di vita in quella data forma di società
e in quell’epoca storica), gestendolo – non programmaticamente
ma in base alla cultura e ideologia che informa la società stessa
– in modo da riprodurre le condizioni, politico-militari e ideologico-religiose,
del loro dominio.
Ci si sarà resi conto che fin qui, mi sono volutamente limitato
ad accennare a società precapitalistiche; società che
non necessariamente dovevano produrre nel loro seno l’emergere
della società che oggi conosciamo. Lasciamo perdere per sempre
l’idea di uno sviluppo delle varie formazioni sociali l’una
dall’altra secondo uno schema unilineare predeterminato. Però,
certamente, in una data epoca ed in una ben precisa area del mondo si
è verificata quella che è già stata indicata quale
accumulazione originaria del capitale, che non è soltanto l’accumulazione
di crescenti quantità di beni (in particolare di mezzi di produzione),
bensì soprattutto formazione, in via di continuo allargamento,
di una determinata forma dei rapporti sociali; quella, di cui già
discusso, relativa al lavoro salariato, alla vendita della forza lavorativa
in qualità di merce ai proprietari di capitali.
Bene: all’inizio di questa grande trasformazione sociale la classe
detta capitalistica – dei proprietari dei mezzi di produzione
– non possiede i particolari requisiti necessari all’assunzione
ed esercizio della dominanza nella società. Non ha il controllo
dell’arte (e degli apparati) della politica e della guerra né
esercita una effettiva egemonia culturale; e nemmeno si differenzia
troppo nettamente dai produttori salariati per quanto concerne il livello
dei saperi e conoscenze concernenti i processi produttivi. I capitalisti
hanno “semplicemente” (detto con ironia) la proprietà
dei mezzi di produzione (e delle somme di denaro che ne consentono l’acquisto
in quanto merci essi stessi). Questo è il “piccolo”
cambiamento provocato nella società dal processo storico dell’accumulazione
originaria, quel processo che, come dice in sintesi Marx, “significa
soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè
la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale”.
I “produttori immediati” diventano meri proprietari di forza
lavoro che essi, liberi da ogni dipendenza di tipo personale, debbono
rassegnarsi a vendere nella forma mercantile onde guadagnarsi da vivere;
ed è da quel momento che tale forma si generalizza e assume la
posizione dominante nella società, poiché è solo
in base al movimento di compravendita della forza lavoro che si riproduce,
su scala allargata, il rapporto capitale-lavoro salariato, e l’insieme
dei beni prodotti passa per il mercato.
Da quel momento, i “produttori immediati” ricevono, quale
remunerazione del loro sforzo lavorativo, il prodotto necessario a riprodurre
le loro condizioni di esistenza materiale; ma secondo lo standard sociale
di quell’epoca. Esso è effettivamente assai basso, ma –
lo ripeto – non è questo il problema decisivo; non è
la miseria dei lavoratori a favorire l’accumulazione capitalistica,
bensì il fatto che i produttori – possessori di sola forza
lavorativa venduta come merce – ricevono comunque soltanto il
prodotto necessario, mentre il plusprodotto è appropriato e gestito
da altri. Tuttavia, i produttori immediati sono liberi; dopo i processi
di irreggimentazione del vagabondaggio, ecc. – che del resto erano
probabilmente approvati dalla maggioranza in quanto contrastavano fenomeni
di disorganizzazione e caos sociali – tali produttori non erano
formalmente costretti a cedere l’uso della loro capacità
di lavoro a prezzi imposti d’autorità; e tanto meno veniva
loro assegnato il capitalista cui cedere l’uso di detta capacità.
Sempre più veniva affermandosi nel capitalismo la libera contrattazione
di questa merce particolare; i produttori ricevono una mercede espressa
in moneta – figura dell’equivalente generale che è
il correlato d’obbligo della forma di merce – e con essa
acquistano le merci indispensabili alla loro sussistenza storico-sociale;
acquistano cioè appunto il prodotto necessario che, in quanto
parte del prodotto complessivo, appare quale “immane raccolta
di merci” nella società in cui ormai predomina il modo
di produzione capitalistico.
Gli altri – quelli che prelevano il plusprodotto – non sono
in possesso di particolari requisiti atti a svolgere funzioni tali da
renderli capaci di imporre l’acquisizione di quest’ultimo.
O almeno non esercitano prevalentemente queste funzioni: quelle del
potere politico, della guerra, dell’egemonia culturale. Molti
capitalisti, specialmente in Inghilterra, provenivano all’inizio
dalle fila della classe nobiliare; ma non era certo questa qualità
che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto. E d'altronde,
cosa si nota, ormai in forma generale, per quanto concerne la produzione?
I proprietari di sufficienti quantità di denaro (nelle sue varie
figure di moneta) – a volte e perfino spesso, dopo le prime fasi
dell’accumulazione originaria, ammassate anche per abilità
personale e per “capacità di risparmio” – acquistano
come merci (poiché tale forma è ormai generale) i mezzi
di produzione che appaiono quali “fattori” produttivi alla
stessa stregua della forza lavoro (manuale e intellettuale) che li deve
mettere in movimento allo scopo di produrre. L’acquisto di tali
fattori, ivi compresa la merce forza lavoro, rappresenta per chi li
impiega poi nel processo di produzione il costo di quest’ultimo.
Se tutto va bene, i prodotti ottenuti, anch’essi merci, vengono
venduti con una “miracolosa” aggiunta a tale costo (denominata
profitto); se non va bene, si sopporta una perdita, ma allora l’acquirente
dei fattori produttivi, se continua a perdere, “chiude bottega”,
manda a spasso i lavoratori salariati e talvolta non paga nemmeno i
suoi fornitori (degli altri fattori produttivi) innescando un processo
che, nel peggiore dei casi, può condurre al fallimento di questi
e, in una (concatenata) sequenza successiva, all’inizio e svolgimento
di una crisi. In ogni caso, chi “chiude” va ad ingrossare
le fila dei lavoratori salariati e diventa, da acquirente dei fattori
produttivi e organizzatore del loro uso nel processo di produzione,
semplice venditore di uno di questi fattori (la forza lavoro); in fondo
il meno pregiato, quello che viene sempre più spesso, man mano
che procede l’accumulazione capitalistica, sostituito dagli altri
fattori, dagli strumenti e complesse tecnologie produttive.
In definitiva, l’intero processo della produzione appare come
un immenso e sempre più esteso reticolo di scambi mercantili.
Ognuno acquista e vende merci – ivi compresa quella speciale,
e decisiva per l’affermazione del modo di produzione capitalistico,
costituita dalla capacità lavorativa umana – al fine di
vivere, di riprodurre la sua esistenza. Solo che chi impiega i propri
capitali (mezzi di produzione) e la propria terra, non lo fa senza ottenere
una sua remunerazione: profitto (più precisamente, l’interesse)
e rendita. Nessuno, nel bailamme dello scambio mercantile generalizzato,
è in grado di capire se non il semplice fatto che i portatori
dei vari fattori produttivi debbono, tutti, essere retribuiti; di tale
retribuzione sembrano farsi garanti gli organizzatori dei processi produttivi
– in linea generale, gli stessi proprietari del fattore capitale
– che anch’essi pretendono la remunerazione del loro sforzo
(organizzativo), esigono cioè di ottenere il profitto in senso
stretto (in quanto distinto dall’interesse sul capitale venduto,
quale fattore produttivo, in forma di merce).
Solo in un lungo periodo storico relativo all’affermazione del
modo di produzione specificamente capitalistico basato su sempre più
complessi sistemi tecnologici, sulla cosiddetta sussunzione reale del
lavoro nel capitale, quindi sulla scissione tra potenze mentali della
produzione e lavoro meramente esecutivo, ecc., la classe dei capitalisti
acquista i requisiti – controllo del potere politico ed egemonia
culturale – necessari a sostituire, quale classe effettivamente
dominante, le classi nobiliari e della “gestione” religiosa.
Intendiamoci bene: è banale dire che, nelle formazioni sociali
in cui queste classi dominavano, era evidente l’estorsione del
plusprodotto, da esse controllato e gestito, ai produttori immediati.
In realtà, per intere epoche storiche, il primato delle classi
nobiliari, del clero, ecc. era indiscusso e ritenuto necessario alla
riproduzione di quel certo sistema di rapporti sociali. Solo nel capitalismo,
tale estorsione, in quanto caratteristica delle società precedenti,
diventa evidente; e diventa evidente proprio perché adesso tutto
è oscurato da questo generale scambio mercantile, che diventa
il regno dell’eguaglianza tra tutti gli individui, un’eguaglianza
raggiunta infine dopo una millenaria storia di oppressione e schiavitù,
di cui ci si è infine liberati con grande sforzo e il trionfo
definitivo della Ragione umana.
Marx può giustamente irridere gli economisti del suo tempo –
in quanto avanguardia degli ideologi borghesi – scrivendo nella
Miseria della filosofia: “Gli economisti hanno un singolare modo
di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle
dell’arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo
sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni
naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali
pure stabiliscono due sorte di religioni. Ogni religione che non sia
la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro è
una emanazione di Dio”; così pure per gli economisti i
rapporti dell’attuale società sono retti da “leggi
eterne, quelle che debbono sempre reggere la società. Così
c’è stata storia, ma ormai non ce n’è più.
C’è stata storia perché sono esistite delle istituzioni
feudali e perché in queste istituzioni feudali si trovano dei
rapporti di produzione del tutto differenti da quelli della società
borghese, che gli economisti vogliono spacciare per naturali e quindi
eterni”. Nulla di naturale invece, ma solo di storico e dunque
transitorio, per quanto lunga – in relazione alla vita delle differenti
generazioni – sia la durata temporale di una formazione sociale.
Il problema decisivo del capitalismo, comunque, non è l’introduzione
del potere dei dominanti direttamente nel processo produttivo, nel processo
che crea quelle condizioni materiali di base della vita sociale su cui
si innesta l’intero ordine e articolazione del sistema complessivo
dei vari rapporti sociali. Se tale introduzione del potere dei dominanti
nella produzione fosse avvenuto previa scissione delle potenze mentali
di quest’ultima dal lavoro solo manuale ed esecutivo, se l’organizzazione
della produzione sociale complessiva fosse stata orientata dal potere
dei possessori dei saperi, presi nel loro insieme (classe) – se,
insomma, la società fosse stata ridotta ad una sorta di grande
fabbrica in cui fosse esistita, da una parte, la direzione di coloro
che possedevano i saperi produttivi e, dall’altra, la mera esecuzione
del lavoro da parte della gran massa dei dominati – l’appropriazione
del plusprodotto da parte dei primi sarebbe stata egualmente chiara
come nelle società precapitalistiche, pur se sarebbe magari stata
giustificata (ideologicamente) proprio a causa della loro capacità
di direzione dei processi produttivi (la “base materiale”
della vita sociale).
Il capitalismo, però, non è questo; e non si è
formato secondo un simile processo storico, che è invece stato
quello descritto come accumulazione originaria. Si è verificata
la liberazione dei dominati da condizioni servili, la vendita (dopo
un lungo periodo storico di “assestamento”) della forza
lavoro come merce, il generalizzarsi della produzione di merci, la costituzione
dei “produttori individuali” di tipo capitalistico –
strutturati all’interno secondo la separazione dei proprietari
dei mezzi di produzione (organizzatori dei processi lavorativi) dai
possessori (e venditori) di sola forza lavoro subordinati alla direzione
dei primi – fra i quali si è andata sviluppando la concorrenza
nel mercato ormai generale dei prodotti. In un primo tempo, le classi
dominanti sono rimaste quelle nobiliari, il clero, ecc. Successivamente
– e nel mentre nei processi produttivi si verificava gradualmente
la scissione tra potenze mentali e lavoro manuale ed esecutivo –
i proprietari/dirigenti della produzione sono assurti alla posizione
dominante nella società nel suo complesso grazie alla progressiva
(e/o rivoluzionaria) acquisizione del potere politico e dell’egemonia
culturale. Arrivati a questo punto – e sono passati secoli (un
paio?) – l’intera società è apparsa avvolta
da una immane rete di scambi di merci, dove ogni individuo (o gruppo
di individui collaboranti ad un proprio scopo particolare) è
apparso libero da vincoli nella contrattazione della compravendita dei
più svariati prodotti-merce; e ognuno di questi “individui”
è apparso nella sua contemporanea veste di venditore e acquirente,
sia di prodotti che di fattori produttivi (anche la forza lavoro, fattore
produttivo, è nel contempo “prodotto” del consumo
dei beni acquistati con il salario).
Ogni problema di prodotto necessario e di plusprodotto è scomparso
dall’orizzonte dei fenomeni apertamente vissuti e percepiti dagli
individui che vivono in questa società. E dunque è nel
contempo scomparso il problema di chi si appropria, controlla, gestisce
il sovrappiù per riprodurre la sua posizione di dominante. Non
ci si capisce letteralmente più niente, poiché tutto è
merce, e dunque prezzo. Una somma di prezzi costituisce il costo di
produzione delle merci, un’altra somma di prezzi rappresenta i
ricavi; e la differenza è profitto (e interesse come sua parte)
e rendita. In più vi è il salario, prezzo di vendita del
fattore forza lavoro (anzi, ormai semplicemente, lavoro). A questo punto,
e solo a questo punto, diventa necessario l’intervento della teoria
del valore; per districare un simile caos, per capirci qualcosa, per
andare “dietro” questo mondo variegato e rutilante di quelle
autentiche “luci psichedeliche” che sono le merci. La teoria
del valore è il vetro nero, affumicato, che usano i saldatori
per non essere abbacinati dalla luminosità della fiamma ossidrica;
e che viene pure utilizzato per osservare il Sole nei periodi delle
sue eclissi, onde non consentire ai raggi ultravioletti di danneggiare
la retina.
La teoria del valore “borghese”, dell’economica dominante
– la teoria del valore-utilità – è del tutto
consona al mondo della generalizzazione della forma di merce, al mondo
in cui, formalmente, ogni individuo (o gruppo di individui coalizzato
contro altri) è venditore o acquirente di una qualche merce,
senza distinzione tra esse. Ogni individuo, nella società del
mercato generale – che è quella basata sul modo di produzione
capitalistico (si ricordi l’inizio de Il Capitale) – ha
di fronte a sé semplicemente una lunga sequenza di prezzi, d’acquisto
(costi) e di vendita (ricavi). Ogni individuo deve decidere come distribuire
le sue “risorse” – ricavo della vendita di una merce
di sua proprietà (non fosse che il lavoro, cioè la forza
lavoro) – nell’acquisto di altre merci; se è razionale,
tenterà di massimizzare l’utilità ricavata da questo
acquisto. La teoria del valore utilità è appunto una teoria
delle scelte; ed è orgogliosa di se stessa perché unifica
concettualmente le scelte effettuate nei due fondamentali campi in cui
si divide la scienza economica: consumo e produzione. Se il soggetto
della scelta si pone nelle vesti del consumatore, acquisterà
beni (di consumo) secondo proporzioni tali da massimizzare il soddisfacimento
dei suoi bisogni; se è produttore, acquisterà fattori
produttivi al fine di massimizzare il risultato produttivo ottenuto
dalla loro combinazione. In definitiva, però, non vi è
alcun bisogno di supporre l’utilità dei beni (ed infatti
nessun economista, oggi, lo fa più); basta attenersi al fatto
che ogni bene (di consumo o di produzione) ha un prezzo. L’importante
è tener conto della marea di prezzi cui ci si trova di fronte,
e distinguere le due funzioni che il soggetto della scelta può
assolvere: quella del consumo e quella della produzione, pur se –
chissà come mai – una grande maggioranza della società
ha solo la funzione del consumo, visto che la funzione di produzione,
in questa concezione, spetta solo a chi la organizza, combina i fattori;
spetta cioè solo ai capitalisti, proprietari dei mezzi produttivi.
Non bisogna immaginare che la teoria “borghese” sia un puro
marchingegno escogitato per imbrogliare i dominati. E’ semplicemente
l’assunzione della superficie come unica realtà di una
entità dotata di volume. E’ come verrebbe considerato il
mondo normale in cui viviamo noi umani da un verme dotato di pensiero,
ma che striscia per terra; egli sarebbe in grado di considerare solo
la larghezza e la lunghezza, l’altezza sfuggirebbe al suo “concetto”.
La teoria marxista del valore cerca invece proprio l’altezza,
la stratificazione sociale, la divisione tra dominanti e dominati. Per
questo, ha trovato sul campo la teoria del valore lavoro dei classici
– che pure non aveva le stesse funzioni, ma su questo si aprirebbe
una discussione del tutto oziosa oggi – e se ne è servita,
con gli opportuni “aggiustamenti”, fra cui quello decisivo,
e assolutamente insostituibile, di distinguere il lavoro come fonte
del valore dei prodotti dalla forza lavoro come “prodotto”
del consumo di beni aventi valore in quanto prodotti del lavoro; per
cui essa ha il valore di queste stesse merci consumate dai lavoratori,
racchiude cioè in sé, come ogni altra merce, una certa
quantità di lavoro, ma poi, utilizzata nella produzione effettiva
(di merci), eroga una quantità di lavoro suppletiva (pluslavoro)
che va a “cristallizzarsi” in un certo di più di
merci (plusprodotto) che, essendo vendute come tali, fanno ricavare
il di più di valore (plusvalore), in quanto profitto capitalistico.
La nebbia, provocata dalla sola considerazione del sistema generale
dei prezzi, si dipana; il verme comincia ad alzarsi di statura e non
vede dunque solo latitudine e longitudine, ma anche lo spessore, e i
rilievi montuosi, della sfera terrestre. Tutto questo però è
permesso esclusivamente dalla preliminare posizione del concetto di
modo di produzione capitalistico e dalla fondamentale considerazione
che in esso si verifica la generalizzazione della forma di merce (e
dunque di valore) solo in base al processo dell’accumulazione
originaria che ha reso merce la forza lavoro espropriata ma “libera”,
ecc. ecc. Se uno prende le mosse direttamente dal processo di lavoro
– in quanto fondamento della produzione come trasformazione di
certi prodotti in altri – e dalla scissione che in questo presunto
“automa” si produce tra potenze mentali produttive e lavoro
manuale ed esecutivo (errore in cui sono caduto io stesso in altri tempi,
per motivi ben precisi che qui non discuto), non si dipana un bel nulla.
Che nella società capitalistica – esattamente come in ogni
altra società precedente – vi sia la distinzione tra un
prodotto necessario e un plusprodotto, non si capisce affatto; per il
semplice fatto che, a differenza che nelle società diverse dal
capitalismo, l’una parte e l’altra del prodotto complessivo
sociale si presentano quale un grande ammasso di merci etichettate con
un prezzo, si presentano cioè come prodotti di “individui”
(internamente organizzati secondo la separazione di proprietà/direzione
e lavoro salariato/esecuzione) tra loro autonomi e indipendenti che
socializzano i loro lavori solo indirettamente, e tramite aspro conflitto
(concorrenza) degli uni contro gli altri.
Dunque, per comprendere la distinzione tra prodotto necessario e plusprodotto,
poiché essi si presentano nel capitalismo con-fusi quali ammassi
di merci degli stessi generi, quali un’unica somma di valori trasfigurati
però nei prezzi di queste merci, è necessario innanzitutto
controllare il concetto di modo di produzione. Bisogna cioè comprendere
che, senza una base materiale (forze produttive), nessuna forma sociale
può sussistere; e che tuttavia, la forma delle relazioni tra
individui (la forma storica di società) non è univocamente
determinata da tale base. Bisogna poi comprendere che la specie vivente
umana – dotata di pensiero, ecc. – non riproduce esclusivamente
le condizioni di una sua semplice riproduzione (non produce il solo
prodotto necessario), bensì anche il sovrappiù (plusprodotto)
necessario al suo ulteriore sviluppo. Sull’appropriazione di questo
plusprodotto si svolgono acuti scontri data la sua utilità ai
fini della supremazia di certe classi su altre. Le formazioni sociali
concretamente esistenti sono insiemi di molteplici e variegate relazioni
sociali. Se il modo di produzione le riduce alla relazione tra due classi
di soggetti, è solo perché vuole indicare che il problema
decisivo, da risolvere in ogni data “epoca della formazione economica
della società”, è quello di afferrare la distinzione
(e scissione antagonistico-polare) tra chi fondamentalmente produce
la base materiale della vita sociale in quella sua storicamente specifica
forma, e chi invece si appropria del di più, accumulabile, onde
farne la base e lo strumento della propria supremazia nella società
nel suo insieme, dunque anche nelle sfere del potere politico-militare,
ideologico-religioso, ecc.
Poiché però nel modo di produzione capitalistico, il prodotto
complessivo sociale è un’unica “immane raccolta di
merci”, ecco che la teoria del valore (lavoro) dipana la con-fusione
di prodotto necessario e plusprodotto, naturalmente nella loro forma
storico-specifica di ammontare dei salari (incorporanti il lavoro necessario)
e di plusvalore (incorporante il pluslavoro). Ricordiamoci le parole
di Marx (Introduzione del 1857): “La società borghese è
la più complessa e sviluppata organizzazione storica della produzione.
Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la
sua struttura, permettono quindi di capire al tempo stesso la struttura
e i rapporti di produzione di tutte le forme di società passate
[…..]L’anatomia dell’uomo è una chiave per
l’anatomia della scimmia”.
La categoria del lavoro come valore delle merci, utilizzata da Marx
in relazione all’analisi della storicamente più sviluppata
forma sociale della produzione, può essere “ributtata all’indietro”
e servire, analogicamente, a caratterizzare lo sforzo degli individui
umani per procacciarsi le basi materiali della loro vita associata in
forme precapitalistiche dei rapporti sociali. Attenti però a
quello che si fa. Marx parla spesso – trattando del denaro e dei
mezzi produttivi impiegati, ad es., nella produzione tipica delle società
del mondo antico – di capitale. Ne parla però in senso
del tutto improprio, perché Marx stesso ha insistito continuamente
sul fatto che il capitale non è un complesso di mezzi di produzione,
come pensa l’economia “borghese”, bensì un
rapporto sociale. Anche il lavoro, come fonte del valore, rinvia ai
rapporti sociali, quelli del modo di produzione capitalistico che, quando
predomina nella società, fa assumere alla produzione l’aspetto
di una “immane raccolta di merci”. Scrive Marx (Glosse a
Wagner): “Il signor Wagner dimentica inoltre che da me né
‘il valore’ né ‘il valore di scambio’
sono soggetti; il soggetto è la merce”. Capito? La merce
è la cellula di un dato sistema di rapporti sociali caratterizzato
dal modo di produzione capitalistico, formatosi storicamente come ormai
ho indicato più volte. Marx non ragiona in libertà su
valore, valore d’uso, valore di scambio, ecc.; questi concetti
hanno senso nell’ambito dell’analisi della forma di merce,
di quella generale e non meramente interstiziale, quella forma che indica
un ben preciso rapporto di produzione (tra proprietà capitalistica
e forza lavoro salariata) come struttura fondamentale della società
moderna.
Certamente, sappiamo che “il valore di scambio” è
“modo di espressione necessario o forma fenomenica del valore,
il quale tuttavia in un primo momento è da considerarsi indipendentemente
da quella forma”. Di conseguenza: il valore di scambio implica
un rapporto quantitativo tra le merci, che non può essere solo
casuale, oscilla invece attorno ad un attrattore che è il suo
contenuto. Guai però, a mio avviso, trattare questo contenuto
prendendo alla lettera i termini metaforici “cristallo”,
“coagulo” “precipitato”, ecc. di lavoro. Guai
a pensare che nella merce si trovi veramente una energia (lavoro) condensata
in granuli, distinti da essa come il nocciolo d’un frutto è
distinto dalla sua polpa e buccia. Il contenuto in lavoro, per quanto
considerato in un primo momento indipendentemente dalla sua forma relazionale
– che è la relazione tra merci scambiate – è
pur sempre intrinseco a quella forma, non se ne può staccare
per fargli vivere una vita del tutto indipendente, a se stante. Il contenuto
è esso stesso espressione di un rapporto sociale, quel rapporto
che fa sì che “produttori privati indipendenti” socializzino
solo mediatamente il loro lavoro attraverso un aspro scontro concorrenziale
nel luogo dello scambio, nello spazio sociale della generalizzazione
delle forme mercantili. La merce, appunto, è il cardine dell’analisi
marxiana del rapporto di capitale; e da tale forma ormai sappiamo quante
conseguenze discendano (e altre seguiranno nel prosieguo di questo scritto).
Come sintetizzare, pur molto approssimativamente, questo discorso? Il
modo di produzione ci segnala innanzitutto che la vita sociale degli
uomini abbisogna di basi materiali; che per procurarsele è indispensabile
la natura come serbatoio di materie prime, ma l’elemento più
attivo, quello che trasforma e sviluppa le forze produttive è
il lavoro (creativo) degli individui teso ad un fine (nelle società
storicamente conosciute non posto collettivamente, tutti insieme). La
base materiale ci dice però ben poco circa le forme dei rapporti
sociali che su di essa poggiano, che in essa si innestano (o quale altra
espressione metaforica si preferisca). E’ frase brillante e immaginifica
quella che afferma: “Il mulino a braccia vi darà la società
col signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista
industriale” (Miseria della filosofia); brillante, si, ma se presa
alla lettera porta ad un semplicismo da veri……sempliciotti.
Bisogna prendere sul serio i processi storici, non necessariamente e
univocamente determinati dallo sviluppo della tecnica e dell’organizzazione
del lavoro, per comprendere le trasformazioni e i passaggi (transizioni)
da una forma di società (dei rapporti sociali) all’altra.
Resta il fatto che tali trasformazioni, tali transizioni, sono sempre
avvenute finora, pur con complicazioni varie e perfino crescenti della
complessiva struttura dei rapporti sociali, nell’ambito di una
fondamentale divisione tra chi produce il prodotto complessivo (trattenendo
per sé solo quello necessario) e chi si appropria del plusprodotto,
facendone una leva per la propria battaglia – anche, per non dire
soprattutto, all’interno delle classi appropriatici – ai
fini della supremazia sociale complessiva; e in particolare dunque nelle
sfere dette sovrastrutturali, termine che – chissà perché
– è stato considerato diminutivo della loro importanza,
mentre invece potere politico ed egemonia culturale sono di cruciale
importanza, tanto che il loro rapporto rispetto alla produzione delle
basi materiali della vita sociale va paragonato a quello della mente
nei confronti del cervello.
La trasformazione dei (transizione ai) rapporti del modo di produzione
capitalistico – la già per noi ben nota accumulazione originaria
del capitale – ha portato alla forza lavoro come merce, alla conseguente
generalizzazione della forma di merce, all’esistenza dei “produttori
individuali” (certo capitalistici nella loro specifica strutturazione
interna), in competizione fra loro nel mercato, calcolanti il loro costi
di produzione e i loro ricavi in base al mondo fantasmagorico dei prezzi
(valori di scambio espressi nell’equivalente generale, nelle varie
monete che lo rappresentano). Dalla semplice superficie si torna allo
spessore tridimensionale del mondo “reale” attraverso la
teoria del valore, che assolve la duplice funzione: a) di calcolare
i rapporti quantitativi di scambio, indicando però principalmente,
proprio nel valore – in quanto contenuto – dei prodotti
dei singoli “produttori individuali”, la loro separatezza
e conflittualità reciproca nel mentre essi, tutti insieme, concorrono
comunque al prodotto sociale complessivo; b) di segnalare, nel valore
della forza lavoro, che questa, pur fungendo da merce e partecipando
dell’equivalenza esistente tra le merci (e assicurando dunque
l’eguaglianza formale dei loro possessori), consente ai suoi portatori
la sola acquisizione del prodotto necessario pur composto di merci etichettate
con prezzi, mentre il plusprodotto/plusvalore è competenza dei
proprietari dei mezzi di produzione (impiegati dai “produttori
individuali” in competizione, di cui appena detto).
Ancora una volta, sottolineo che la forza lavoro, di cui si discute
il fondamentale e capitalisticamente decisivo carattere di merce, è
una funzione dell’individuo, non è questo individuo stesso.
Il prodotto necessario potrebbe essere così alto (il lavoro erogato
dalla forza lavoro così produttivo) che i salariati potrebbero
magari tutti vivere come Creso. Non cambierebbe affatto il carattere
del modo di produzione capitalistico e della società di cui esso
fornisce la spiegazione. Basta con i poveri esseri umani angariati,
vessati, affamati, martorizzati che tanti finti comunisti – in
realtà pietisti, misericordiosi verso i reietti, i diseredati
– continuano a vedere nelle masse lavoratrici che con canti e
casseruole vanno a manifestare (giustamente) per vendere ad un prezzo
più alto la loro “proprietà” particolare.
Nel modo di produzione capitalistico, la realtà è costituita
da forza lavoro e da capitale (in quanto proprietà “individuale”
dei mezzi di produzione), non da operai (poi indicati, un po’
vergognandosi, come lavoratori) e padroni. Questa realtà è
quella indagata da Marx, che non era Proudhon o qualche altro miserabilista
del genere. Basta parlare di Marx, se non si capisce che egli era innanzitutto
uno scienziato e che aveva in odio i chiacchieroni come l’appena
nominato.
9. Si è già considerato che la produzione di ricchezza,
intesa quale somma di valori d’uso necessari alla vita sociale
degli uomini, si fonda su due entità decisive, altrettanto importanti:
natura e lavoro. Diversa è però la questione del valore,
che non è il valore d’uso. Nel valore non vi è un
solo atomo di natura, poiché esso è la concrezione dello
sforzo umano teso ad un dato fine produttivo, di ottenimento del suddetto
valore d’uso. Il sistema di rapporti sociali esistente in una
data epoca storica della formazione di società definisce un corrispondente
sistema di bisogni relativi alla vita degli individui associati. Per
produrre il complesso dei valori d’uso necessari a soddisfare
quei bisogni è evidente il concorso determinante della natura
in quanto, appunto, alloggio della specie vivente umana e serbatoio
dei materiali necessari alla produzione. Il valore d’uso, però,
concerne esclusivamente un prodotto finalizzato a soddisfare determinati
bisogni umani; il valore, invece, non riguarda per nulla la finalizzazione
al bisogno, ma è semplicemente espressione dello sforzo teso
a procacciarsi il valore d’uso in questione. Il valore è
dunque soltanto lavoro e nient’altro che lavoro umano: intellettuale
e manuale, direttivo ed esecutivo, innovativo (creativo) e di routine,
ecc. Come dice Marx, alla fine del capitolo sulla merce: “La noiosa
e insipida contesa sulla funzione della natura nella formazione del
valore di scambio dimostra…..fino a che punto una parte degli
economisti [che dire oggi degli ecologisti? Notazione mia] sia ingannata
dal feticismo inerente al mondo delle merci, ossia dalla parvenza che
le determinazioni sociali del lavoro siano caratteri degli oggetti.
Poiché il valore di scambio è una determinata maniera
sociale di esprimere il lavoro applicato alle cose, non può contenere
più elementi naturali [corsivo mio] di quanti ne contenga per
esempio il corso dei cambi”.
Certamente, se un individuo compie un lavoro per procurarsi un bene
che non soddisfa alcun bisogno – né di consumo né
di produzione di altri beni – ha sprecato il suo sforzo; quel
bene, non essendo valore d’uso, non ha nemmeno valore alcuno.
Tuttavia, la finalizzazione ad un bisogno (il valore d’uso appunto)
è semplicemente la precondizione, la base, per la creazione del
valore di un dato prodotto, poiché quest’ultimo ha valore
solo in quanto ottenuto mediante uno sforzo finalizzato, cioè
mediante lavoro umano; dove la finalizzazione, a scanso di equivoci,
riguarda in tal caso la progettazione e le metodologie di esecuzione
dello sforzo atto ad ottenere un certo prodotto già prefigurato
nella mente del produttore, ma non ha invece a che fare con lo specifico
bisogno soddisfatto da quel prodotto (anche se un qualche bisogno, in
generale, dovrà comunque essere soddisfatto, pena la superfluità
del lavoro eseguito). Soltanto questo lavoro, quindi, va calcolato come
valore di quel determinato valore d’uso. Sostenere che Marx ha
dimenticato la natura nella formazione del valore è semplicemente
mancanza di sottigliezza di pensiero, di ragionamento. E’ come
se mi si rimproverasse – mi si passi la volgarità –
perché, nel valutare lo sforzo compiuto nel defecare (al fine
di prendere i giusti provvedimenti per diminuirlo), non ho calcolato
quanto speso uno o due giorni prima al supermercato onde acquistare
i cibi, che poi ho mangiato e sono quindi all’origine, fanno da
base o sfondo, del suddetto sforzo; quest’ultimo tuttavia, in
se stesso considerato ed eventualmente misurato con opportuno strumento,
non può fornirmi la misura del contributo di quella base o sfondo.
E’ senz’altro necessario che tenga conto anche di questa,
ma in altra sede e con altri criteri, non direttamente nel calcolo di
quello sforzo. Il valore è dato appunto soltanto dallo sforzo,
dal lavoro compiuto ad un fine.
Chiarita la differenza tra valore e valore d’uso e la misura del
primo in base al solo lavoro, si tratta adesso di capire la necessità
di tale misura. In fondo, la questione decisiva consiste nel fatto che,
per procacciarsi di che vivere e riprodursi nell’ambito di quella
storicamente specifica forma dei rapporti sociali, è necessario
che almeno una parte degli individui associati lavori e produca. Solo
che nessun individuo lavora e produce solo per se stesso; ognuno lavora
e produce anche (anzi soprattutto) per gli altri, e questi altri per
lui. Si ricordi inoltre sempre che, in tutte le società storicamente
conosciute, una parte (la maggioranza) degli individui associati produce
anche per un’altra parte (minoritaria) in tutt’altre faccende
affaccendata; quest’ultima parte domina, esercita la sua supremazia
ed egemonia complessiva e si appropria, ai fini di tale esercizio, del
plusprodotto della prima.
E’ dunque evidente che, in ogni determinata forma di società,
non esiste solo il problema di lavorare e produrre, ma anche quello
di distribuire quanto viene prodotto; sia nel senso della fondamentale
distinzione tra il prodotto necessario (alla vita della maggioranza,
dominata, che produce) e il plusprodotto di cui si appropria lo strato
sociale dominante, sia in quanto distribuzione del prodotto complessivo
tra i vari raggruppamenti e individui che costituiscono quella forma
di società. Il valore, a mio avviso, serviva a Marx esattamente
per indicare il mezzo fondamentale di tale distribuzione. Esiste un
fondo di lavoro sociale complessivo che crea un certo ammontare di prodotto
complessivo; per la sua distribuzione – una volta detratto quanto
è necessario alla gestione degli apparati organizzativi di quella
data società e all’accumulazione, cioè alla riproduzione
allargata della società stessa – si ricorre al valore in
quanto misurato dal tempo di lavoro da ognuno impiegato nella produzione.
Un tizio lavora x tempo producendo y beni (non direttamente per lui);
detraendo ciò che si è già detto, dovrebbe ricevere
y-d beni di valore pari a x-c tempo di lavoro (dove c è il tempo
di lavoro prestato da quel tizio per produrre d beni, impiegati per
l’accumulazione, ecc.).
Questo ragionamento presuppone la costituzione di una società
formata da individui liberamente associati e cooperanti a fini scelti
collettivamente, dove non esiste “sfruttamento” dell’uomo
sull’uomo, non esiste cioè una o più classi o ceti
o raggruppamenti che vivono del plusprodotto di altre classi o ceti,
ecc. (i dominati, detto genericamente). La distribuzione cui si è
appena accennato era quella pensata per la prima fase del comunismo,
ed era una distribuzione solo formalmente egualitaria poiché,
per esserlo sostanzialmente, quest’ultima non doveva più
fare riferimento alcuno al tempo di lavoro da ciascuno prestato –
lo ripeto: in base a decisioni prese collettivamente nell’ambito
di una cooperante comunità di produttori associati – bensì
solo ai bisogni di ogni membro della comunità in questione; il
che avrebbe implicato un enorme sviluppo delle forze produttive, la
fine di ogni scarsità, ecc., tutte questioni ampiamente note
(almeno spero).
E’ per i motivi appena addotti che Marx, a mio avviso, ha sempre
tenuto ben ferma la distinzione del valore (misurato in tempo di lavoro)
non solo rispetto al valore d’uso, ma anche alla sua forma fenomenica,
il valore di scambio, che appare in scena solo con la produzione di
beni in qualità di merci. Tuttavia, mi sembra problematico pensare
alla distribuzione nelle società precapitalistiche – o
addirittura in presunti comunismi primitivi – in base al tempo
di lavoro speso da ogni individuo per contribuire al prodotto sociale
complessivo. Si può distinguere, all’ingrosso, un prodotto
necessario da un plusprodotto, al fine di indicare, almeno in linea
generale, quali sono le classi dominanti e quali quelle dominate; ma
penso sia bene limitarsi a questa indicazione. Arrivare a sostenere
che, in ogni epoca della produzione sociale, i beni prodotti sono da
considerarsi cristalli o coaguli di lavoro, il cui tempo rappresenterebbe
sempre il loro valore, mi sembra veramente superfluo e teoricamente
inconsistente.
La finalità (teorica) del valore è quella sopra indicata,
in relazione alla supposizione marxiana che la società capitalistica,
per sue dinamiche sociali del tutto intrinseche, sarebbe transitata
al comunismo, attraversando però una prima fase dello stesso
in cui, non potendosi mettere subito fine al problema della scarsità,
sarebbe stato necessario applicare un “diritto eguale” a
individui “diseguali”: il diritto a ricevere, in cambio
del proprio sforzo lavorativo – misurato mediante il tempo –
una quantità di beni che fosse costata un eguale tempo di lavoro,
fatte le debite detrazioni già indicate. Ributtare all’indietro,
a epoche e società del tutto differenti, quanto teorizzato in
merito ad una società futura – fra l’altro, mai venuta
ad esistenza perché non sarebbe mai potuta venire ad esistenza
in base a presunte dinamiche intrinseche al capitalismo, frutto di previsioni
rivelatesi del tutto errate – è ormai puramente assurdo
e dimostrazione di fede, non di analisi scientifica. Basta quindi con
i valori in quanto coaguli o cristalli, ecc. di lavoro in ogni tempo
e luogo della storia delle società umane.
Si potrebbe allora essere tentati di limitare la considerazione del
valore (come lavoro “rappreso”) allo scambio mercantile.
Cioè: quando la distribuzione del prodotto si attua mediante
questo tipo di scambio, allora il valore di scambio – il rapporto
quantitativo secondo cui le varie merci vengono scambiate tra i differenti
produttori delle stesse – sarebbe definito dal valore, dalla quantità
di lavoro in dette merci contenuto, dallo sforzo (finalizzato) compiuto
per produrle. La misura sarebbe il tempo di tale lavoro, ma questo non
basta, perché ci sono lavori di varia complessità; allora
tutto deve essere ridotto a lavoro semplice. Ho ampiamente indicato
e discusso le aporie di tale riduzione in miei scritti ormai lontani,
ma non ho alcuna intenzione di perderci ancora del….tempo. Del
resto, nemmeno il lavoro semplice basta per ottenere una misura adeguata
del valore, poiché tutto dipende dalla forza produttiva del lavoro;
se ad es. la produttività di quest’ultimo raddoppia, la
quantità di lavoro coagulata, cristallizzata, rappresa, in una
data quantità di quella merce si dimezza, e così pure,
dunque, il valore della stessa per cui, se nessun’altra variazione
è avvenuta nel sistema della produzione e dello scambio mercantile,
una unità di questa merce acquisterà mezza unità
di ogni altra merce (anche il suo valore di scambio si è dunque
dimezzato).
Tutte queste considerazioni – che Marx sviluppa tranquillamente
nei primi capitoli della sua massima opera – chiariscono che per
lui il lavoro è proprio sostanza del valore; e le merci valgono
in base a questa sostanza in esse contenuta. Vi è ancor di più;
e per onestà va detto e rilevato senza infingimenti. Nel secondo
capitolo (Il processo di scambio) de Il Capitale, Marx sviluppa una
serie di considerazioni che danno ragione all’interpretazione
di Engels, secondo cui lo svolgimento “logico” della forma
di merce non è altro che il “riflesso” nel pensiero
di un concreto sviluppo storico. Non potendo citare l’intero capitolo,
molto chiaro in proposito, mi limiterò ai seguenti passi: “Lo
scambio di merci comincia dove finiscono le comunità, ai loro
punti di contatto con comunità estranee o con membri di comunità
estranee. Ma, una volta le cose divenute merci nella vita esterna della
comunità, esse diventano tali per reazione anche nella vita interna
di essa. In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio
è completamente casuale […..] La continua ripetizione dello
scambio fa di quest’ultimo un processo sociale regolare [….]
Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione
tra l’utilità delle cose per il bisogno immediato e la
loro utilità per lo scambio. Il loro valore d’uso si separa
dal loro valore di scambio. Dall’altra parte, il rapporto quantitativo
secondo il quale esse vengono scambiate diventa dipendente dalla loro
produzione. L’abitudine le fissa come grandezze di valore”.
Non credo ci sia bisogno di molti commenti. Quindi, almeno a partire
da quando nella storia appare in scena la forma di merce, si andrebbe,
secondo Marx, progressivamente consolidando, in quanto abitudine, il
calcolo del valore delle merci in base al lavoro in esse speso, in esse
immagazzinato; “in nessuna situazione il tempo di lavoro che costa
la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non interessare gli
uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari
gradi di sviluppo” (dal cap. I, par. 4, de Il Capitale). Apprezzabile
l’ultima riga che pone in guardia da generalizzazioni storiche
estreme, ma ho comunque ancora una volta la sensazione che la vera abitudine
sia quella dello studioso di ributtare all’indietro, nella storia,
una serie di categorie pensate ed elaborate in base all’interpretazione
– teorico-scientifica, quindi sempre ipotetica – dei processi
e fenomeni analizzati nell’epoca attuale. Considerando il lavoro
quale autentica sostanza del valore delle merci, il lavoro indicato
da Marx come astratto, in quanto fonte e base del valore di scambio,
diventa semplicemente lavoro in generale, un lavoro in realtà
puramente pensato facendo appunto astrazione dalla sempre specifica
concretezza di ogni attività lavorativa effettivamente svolta
nella società. Ogni lavoro produce comunque un determinato valore
d’uso, ed è perciò nella sua realtà effettuale
sempre concreto, ma è in ogni caso pensabile quale semplice erogazione
di energia legata ad uno sforzo, pur essendo questo finalizzato a produrre
un qualche valore d’uso particolare.
D’altra parte, certi passi di Marx (nel par. 4 del I capitolo,
quello sul feticismo delle merci) non possono essere fraintesi: “per
quanto differenti possano essere i lavori utili o le attività
produttive, è verità fisiologica ch’essi sono funzioni
dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia
il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di
cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani […..]
L’eguaglianza di lavori completamente differenti può sussistere
solo se si fa astrazione dalla loro reale diseguaglianza, se li si riduce
al carattere comune che essi posseggono in quanto dispendio di forza
lavoro umana, in quanto lavoro astrattamente umano”. Il lavoro
astratto è lavoro in generale, puro dispendio di energia (nervosa,
muscolare, ecc.; in definitiva fisiologica), di cui consta ogni lavoro
concreto. Certo, il lavoro astratto non è, per Marx, categoria
puramente pensata, ma nel solo senso che è il semplice riflesso
nel pensiero del lavoro quale generica energia fisiologica erogata,
comunque e sempre, dall’organismo umano in ogni concreta effettuazione
di attività produttiva.
Ho tentato, in opere passate, di interpretare il lavoro astratto come
portato, risultato, precipitato, di un processo di astrazione legato
alla divisione tecnica del lavoro giunta alle sue estreme conseguenze
nel modo di produzione specificamente capitalistico susseguente alla
“rivoluzione industriale” e alle successive “rivoluzioni”
tecnico-organizzative (taylorismo-fordismo, postfordismo e informatizzazione,
ecc.). Non è comunque questo il pensiero di Marx, inutile arrampicarsi
sugli specchi. E del resto considero oggi estremamente limitativa quella
interpretazione, anzi del tutto negativa, perché – malgrado
i vari divincolamenti che poi effettuavo – un simile processo
di astrazione, che trattavo come concretamente sempre in marcia lungo
gradini successivi della sua realizzazione, “creava” un
mostruoso meccanismo continuamente autoriproducentesi del tutto impersonalmente
e ineluttabilmente, senza alcuna possibilità di una qualche via
di uscita (da cui la giusta critica degli amici Preve, Porcaro, Finelli
e altri, di cadere in pieno nell’ideologia della weberiana gabbia
d’acciaio).
Più interessante un’altra possibile interpretazione, che
può essere suggerita dalla lettura di alcuni passi di Marx; senza
peraltro pretendere che questa sia quella corretta e autenticamente
marxiana. Prendiamo la famosa Introduzione del 1857. Farò una
lunghissima citazione onde poi risparmiarmi troppi commenti.
“Il lavoro sembra una categoria del tutto semplice. Anche la
rappresentazione del lavoro in questa generalità – come
lavoro in generale – è molto antica. E tuttavia, considerato
in questa semplicità dal punto di vista economico, il ‘lavoro’
è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono
questa semplice astrazione [….] L’indifferenza verso un
genere di lavoro determinato presuppone una totalità molto sviluppata
di generi reali di lavoro, nessuno dei quali domini più sull’insieme.
Così, le astrazioni più generali sorgono solo dove si
dà il più ricco sviluppo del concreto, dove una caratteristica
appare comune ad un gran numero, a una totalità di fenomeni.
Allora, essa cessa di poter essere pensata soltanto in una forma particolare.
D’altra parte, questa astrazione del lavoro in generale non è
soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori.
L’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde ad una
forma di società in cui gli individui passano con facilità
da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro
è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è
divenuto non solo nella categoria, ma anche nella realtà [corsivo
mio] il mezzo per creare in generale la ricchezza, ed esso ha cessato
di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare
[corsivo mio] [….] Qui, dunque, [negli Stati Uniti], l’astrazione
della categoria ‘lavoro’, il ‘lavoro in generale’,
il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia
moderna, diviene per la prima volta [corsivo mio] praticamente vera.
Così l’astrazione più semplice che l’economia
moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida
per tutte le forme di società, appare tuttavia praticamente vera
[corsivo mio] in questa astrazione solo come categoria della società
più moderna. […..] La società borghese è
la più complessa e sviluppata organizzazione storica della produzione.
Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la
sua struttura, permettono quindi di capire al tempo stesso la struttura
e i rapporti di produzione di tutte le forme di società passate,
sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e
di cui sopravvivono in essa ancora residui parzialmente non superati,
mentre ciò che in quelle era appena accennato si è svolto
in tutto il suo significato. L’anatomia dell’uomo è
una chiave per l’anatomia della scimmia […..] Sarebbe dunque
inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine
in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è
invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una
con l’altra nella moderna società borghese, e quest’ordine
è esattamente l’inverso di quello che sembra essere il
loro ordine naturale o di ciò che corrisponde alla successione
dello sviluppo storico. Non si tratta del posto che i rapporti economici
occupano storicamente nel succedersi delle diverse forme di società
ed ancor meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon),
che non è che una rappresentazione nebulosa del movimento storico,
ma della loro connessione organica all’interno della moderna società
borghese [corsivo mio]”.
Qui, innanzitutto, si rileva che viene posta una differenza tra l’indagine
(“sincronica”) della struttura della società capitalistica
e quella della sua formazione storica. Da questa differenza si capisce
che la cosiddetta accumulazione originaria del capitale non spiega affatto
la specifica articolazione dei rapporti decisivi del modo di produzione
capitalistico né la particolare forma della loro riproduzione;
essa dà però ragione della formazione storica degli elementi
fondanti quella peculiare strutturazione e riproduzione dei rapporti
in questione. La storia è muta quanto al perché del costituirsi
e del funzionamento del modo di produzione capitalistico; essa è
però indispensabile per individuare i “mattoni” di
questa sua costituzione e funzionamento, e già sappiamo come
il mattone forse più importante sia stato la formazione della
forza lavoro venduta come merce da “liberi” individui privi
di mezzi di produzione.
Per questi individui liberi, ma spossessati dei mezzi necessari ad estrinsecare
la loro capacità lavorativa, il lavoro da eseguire diventa indifferente,
smette di concrescere con le loro particolari abilità e predisposizioni
ad una ben determinata prestazione. Si vende “lavoro”, cioè
in realtà la capacità di lavorare – ma non di effettuare
un lavoro specifico, che esige un lungo apprendistato ed una particolare
preferenza per esso, bensì solo l’attitudine allo sforzo,
quella insita, in modo del tutto generico, nella corporeità umana
– ricevendo in cambio di che vivere secondo gli standard, inizialmente
certo anche miserabili, di quella data società, di quella data
epoca storica. Anche se tutto è velato, anzi occultato, dalla
vendita della propria forza lavorativa dietro pagamento del suo “valore”
(espresso soprattutto e quasi sempre in moneta) – con l’ulteriore
mistificazione che tale forza lavorativa appare come lavoro tout court
– i lavoratori liberi, ma senza proprietà dei mezzi di
produzione, ottengono semplicemente il prodotto necessario (alla loro
“sussistenza storico-sociale”) mentre il plusprodotto, pur
sempre espresso nella forma del valore (in definitiva, in somme monetarie),
appare come remunerazione della capacità organizzativa del capitalista,
come premio per il rischio d’intrapresa che egli ha “voluto”
correre, per la capacità di attendere i frutti della sua “virtuosa”
attitudine a rinunciare al consumo immediato allo scopo di investire
quello che appare essere il suo reddito nell’intrapresa in oggetto,
ecc.
L’astrazione del lavoro è per Marx sinonimo di questa indifferenza
allo specifico lavoro da prestarsi, che appare spesso e prevalentemente
come un fastidio, una vera condanna a eseguire una qualsiasi attività
lavorativa – indirizzata a questo o quel fine produttivo dalla
volontà incontrastata e indiscussa del capitalista proprietario
– pur di ottenere di che vivere secondo gli standard minimi, essenziali,
di quella data situazione storico-sociale. Certamente, facciamo attenzione:
ogni “produttore” di merci – nel suo insieme, che
è una impresa strutturata al suo interno come gruppo proprietario
capitalista, ad un polo, e lavoro subordinato, all’altro polo
– è obbligato ad agire in quanto “privato”
che socializza il suo lavoro solo indirettamente, solo con la mediazione
del mercato, in cui si trova in competizione con tutti gli altri “produttori
privati” della sua tipologia. Tuttavia, non è che questi
ultimi nel loro insieme (nella loro struttura interna complessiva) –
come diceva ad es. un Napoleoni – subiscano l’alienazione
in questo mercato; per cui l’unica differenza tra capitalisti
proprietari e lavoratori, spossessati e subordinati, è che i
primi godono di una qualche soddisfazione (il profitto) in questa generale
alienazione. Niente affatto!
Pur se tutto appare nella forma del valore mercantile, la parte di quel
“produttore privato” costituita dai lavoratori riceve soltanto
il prodotto necessario, mentre l’altra parte (minoritaria), quella
dei capitalisti, si appropria e controlla il plusprodotto (plusvalore).
Ora, il prodotto necessario (salari nel capitalismo) consente semplicemente
consumi; i quali potranno anche essere elevati, man mano che si sviluppano
le forze produttive della società – si è già
rilevato che è ormai del tutto errato e primitivo pensare che
il capitale sia barriera allo sviluppo di queste ultime – ma restano
in ogni caso consumi, conseguimento di certi standard (popolari) di
vita, magari via via crescenti. Il plusprodotto/plusvalore – mascherato
da profitto in quanto remunerazione e premio per il capitalista organizzatore
della produzione – dà a quest’ultimo ben altro potere:
quello di forgiare le forme del dominio e dell’egemonia (culturale)
complessivi nella società. Altro che trovare qualche soddisfazione
nel pur generale processo di alienazione! Il capitalista, in specie
nella fase della “libera concorrenza”, deve senza dubbio
sottostare alle “leggi” del mercato che gli segnalano che
cosa e come produrre per estrarre il massimo plusvalore possibile dai
lavoratori impiegati nel suo organismo produttivo privato, separato
e autonomo dagli altri. Ma il plusvalore è finalizzato alla lotta
per il potere e l’egemonia nella società, non semplicemente
a godere di più o meno alti consumi. Della situazione di centralizzazione
monopolistica – e della ideologia che sostiene la formazione,
in tal caso, di una pura classe di rentier o di una classe agiata (Veblen),
ormai dedita solo a consumi opulenti, simil-signorili – tratterò
in seguito.
Mi preme in questa sede, dopo questo lungo giro d’orizzonti, ribadire
che il carattere più proprio – o almeno tale appare –
da attribuire al marxiano concetto di lavoro astratto è quello
dell’indifferenza ad una qualsiasi specie determinata di attività;
il lavoro astratto è questa attività prestata esclusivamente
nel suo aspetto più generale, e generico, di attitudine a compiere
uno sforzo, per ottenere un salario (prodotto necessario), onde essere
in grado di vivere secondo gli standard (quelli popolari ovviamente)
dell’epoca. Tale sforzo, già si è detto, è
vero lavoro quando è finalizzato ad un progetto, dotato di certe
modalità, di certe metodologie, di esecuzione. La finalizzazione
non spetta però all’insieme del “produttore privato”
di merci, bensì soltanto a quel polo della sua strutturazione
interna, costituito dal gruppo capitalistico proprietario dei mezzi
di produzione. Il lavoro è astratto anche nel senso che manca
di questa finalizzazione, tipica invece del lavoro concreto produttore
di particolari valori d’uso, poiché essa è indifferente
al prestatore di attività, è affare del capitalista, che
sceglie certi indirizzi produttivi in base ai segnali che gli provengono
dal mercato. Il lavoratore presta la capacità insita nella sua
corporeità – quindi non solo la capacità di mettere
in moto i muscoli e i nervi – per il puro scopo di “sopravvivere”
(sempre in senso storico-sociale), di riprodursi continuamente come
venditore di forza lavoro. Questa capacità, dunque, è
anche quella detta intellettuale, quella insita nel cervello (anzi nella
mente); tuttavia, anche questa non ha uno scopo creativo – quando
lo ha, vuol dire che quel lavoratore ha in mente altri possibili ruoli
e funzioni – bensì solo quello di “sopravvivere”
e di “tirare avanti”.
Cerchiamo allora di capire bene il significato di tale lavoro, detto
astratto in quanto indifferente – soprattutto nella sua finalizzazione
– a chi lo presta. Rilevo intanto un fatto assai significativo.
Per Marx, il valore, in quanto lavoro contenuto nella merce, è
semplicemente la somma dei diversi lavori (tempi di lavoro) spesi dai
vari lavoratori che producono quel bene. E’ noto che, quando più
lavoratori concorrono alla produzione di un certo valore d’uso,
vi è una forza produttiva, più o meno ampia a seconda
dell’organizzazione del lavoro scelta (naturalmente a parità
di tecnologie impiegate), insita nel lavoro d’insieme, che non
è quindi semplice somma dei lavori individuali. Questa forza
produttiva del complesso lavorativo serve ad accrescere la quantità
di valori d’uso prodotti, ma non il valore-lavoro di tale quantità,
per cui il lavoro contenuto nell’unità di prodotto (il
suo costo) diminuisce. A parità di ogni altra condizione (in
specie del prezzo di mercato di quel dato valore d’uso), il ricavo
ottenuto dalla maggiore quantità venduta aumenta a parità
di costo, e dunque si accresce il profitto capitalistico. E’ insomma
il solito problema della crescita della produttività del lavoro
a parità di salario, o comunque con un eventuale aumento di quest’ultimo
inferiore a quello della produttività.
Niente di particolare, dunque; però quanto detto indica che Marx
considera il valore dal punto di vista di una sostanza lavorativa contenuta
nella merce, in essa rappresa o cristallizzata; ed è quella sostanza
che egli afferma essere “verità fisiologica”. Mettiamoci
per un momento dalla parte del capitalista che, forte della proprietà
dei mezzi produttivi, acquista come merce la forza-lavoro e organizza
la produzione. Egli vede tutto sub specie di uscite ed entrate di moneta.
Egli spende una certa somma, il costo di produzione, e ne ricava un’altra
maggiorata del profitto. Il capitalista sa bene che, se organizza meglio
la produzione a parità di mezzi produttivi e tecnologia utilizzati
– cioè se migliora l’organizzazione del lavoro impiegato
nella sua impresa, se rende più coordinate, riducendo i tempi
morti, le prestazioni dei vari lavoratori cooperanti alla produzione,
ecc. – aumenta la quantità prodotta e, se non vi sono problemi
di mercato, venduta, sostenendo lo stesso costo monetario e accrescendo
così il profitto ottenuto (sempre espresso in moneta). A parte
la sostituzione del calcolo monetario a quello in lavoro (cristallizzato),
il ragionamento del capitalista non è diverso da quello di Marx.
E allora, perché quest’ultimo si complica la vita con il
valore-lavoro (contenuto), perché non si limita a prendere in
considerazione quello che appare fenomenicamente chiaro ed evidente,
e consente comunque di trarre le stesse conclusioni in merito ai mezzi
capitalisticamente utilizzati per accrescere i profitti? La risposta
non è difficile: così facendo, Marx vuol indicare la centralità
del lavoro nella produzione dei beni (valori d’uso), nell’appropriazione
della natura per soddisfare i vari bisogni degli individui associati.
Questa centralità è sempre valida, in ogni forma di società;
e in ogni forma di società, divisa in classi (dominanti e dominate)
antagonistiche, le seconde producono con il loro lavoro tutto ciò
che è necessario anche al mantenimento delle prime. Il capitalismo
(modo di produzione capitalistico) non è diverso, sotto questo
riguardo (sostanziale), dalle altre società, ma si presenta formalmente
differente per quanto concerne le modalità relative alla centralità
del lavoro (come sforzo finalizzato ad appropriarsi la natura per i
vari bisogni sociali) e quelle concernenti l’estrazione del plusprodotto
di cui vivono e prosperano i dominanti.
Tuttavia, usualmente, con sottile passaggio e traslazione di significato,
la centralità del lavoro nella produzione di quanto necessario
alla vita sociale (dei dominati come dei dominanti) diventa, nel marxismo
tradizionale, centralità dell’uomo lavoratore nel capitalismo,
e dunque centralità della classe di questi uomini: cioè
della classe operaia o del proletariato o del lavoratore collettivo
cooperativo o quale altra espressione si voglia utilizzare per indicare
comunque i dominati. La prestazione d’uso che questi fanno in
riferimento alla propria forza lavorativa, ormai divenuta merce (e comportante,
come già sappiamo, la generalizzazione capitalistica delle forme
mercantili), si trasforma nell’impegno che l’uomo lavoratore
profonde nella produzione. E’ l’uomo, non il lavoro, a essere
promosso alla posizione centrale nella produzione capitalistica, secondo
questa interpretazione che cambia, con mossa impercettibile, le carte
in tavola. Il lavoratore del capitalismo, questo lavoratore ormai libero
da ogni dipendenza servile ma spossessato dei mezzi produttivi, presta
l’uso della sua forza lavoro essendo del tutto indifferente –
questo ci ha detto Marx nel lungo passo sopra citato; questo è
il significato del lavoro astratto – a questo uso, a quale compito
il capitalista adibirà la sua attitudine a compiere uno sforzo
(attitudine dei suoi muscoli e del suo cervello) secondo una finalità
che non gli interessa, una finalità che viene invece posta dal
capitalista a seconda dei segnali provenienti dal mercato, cioè
dall’insieme della conflittualità intercapitalistica, interdominanti.
All’uomo lavoratore interessa solo di aver di che vivere, di che
consumare, per sussistere secondo gli standard (popolari) della sua
epoca, e per riprodursi dunque in quanto venditore di merce forza-lavoro,
onde ripetere per tutta la vita quest’atto fastidioso, per portare
questo vero fardello che è la sua condanna. All’uomo lavoratore
non interessa minimamente essere centrale in nessuna produzione, in
nessuna organizzazione della prestazione d’uso della sua capacità
lavorativa (manuale e intellettuale), perché è portatore
di lavoro astratto, di un lavoro del tutto indifferente alle finalità
(concrete) cui è indirizzato.
Tutto questo, però, non poteva essere accettato da Kautsky, dal
“grande” partito socialdemocratico tedesco. La classe operaia
doveva essere resa certa di adempiere una missione storica, una missione
che le veniva assegnata da una oligarchia particolarmente antidemocratica,
in grado di muovere, come fosse un esercito, il “parco buoi”
dei suoi adepti onde ascendere ad apparato facente parte della sfera
degli agenti dominanti di tipologia politica (anche se ciò avvenne
in un periodo storico abbastanza lungo; ed è inoltre un processo
che sempre si rinnova, come dimostra la fine dei partiti comunisti,
e dei loro sindacati, sia nei paesi del fu socialismo reale che in quelli
occidentali fra cui il nostro). Ecco da dove nacque la “responsabilità
nazionale” delle socialdemocrazie che andarono alla prima guerra
mondiale; non da tradimenti, ma da una profonda degenerazione teorica
nata da una degradazione morale e politica di funzionari (dominanti)
della “classe universale”, che è invece solo un insieme
– per quanto organizzato in stile caserma – di poveracci
condannati a vendere il loro “lavoro” (cioè forza-lavoro)
a chi lo paga, essendo del tutto indifferenti al tipo e scopo di utilizzazione
della loro attitudine a produrre uno sforzo, ad erogare energia lavorativa,
questa “verità fisiologica”.
Ecco allora perché – per Marx – l’analisi in
base ai costi monetari non va bene; ecco perché egli vuol vedere,
sotto (o dietro) i prezzi, i reali costi in lavoro, i grumi o cristalli
di sostanza lavorativa rappresa nelle merci. Il valore in quanto lavoro
contenuto, che non appare per quello che è nella fantasmagoria
del rutilante sistema degli scambi M-D-M, vuol svelare non la centralità
dell’uomo lavoratore nella produzione – poiché quest’ultima
resta affare del capitalista proprietario, è il suo vero interesse
basilare, ma sempre sull’onda dell’incessante e multilaterale
conflittualità tra tutti i proprietari capitalisti – bensì
il fatto che la moderna società, così come le altre precedenti,
si struttura secondo una particolare forma di dominio, e quest’ultimo
è assicurato comunque, malgrado quel velo appannatore della “realtà”
costituito dal fenomeno mercantile, dalla creazione di un plusprodotto
da parte dei dominati.
Il capitalista può accontentarsi di ragionare in base al fenomeno
dei prezzi e, dunque, dei costi e ricavi monetari. Non perché
voglia ingannare i dominati; questo intento non è nemmeno perseguito,
direttamente e consapevolmente, dagli intellettuali e pensatori che
forgiano la particolare formazione ideologica dell’epoca moderna.
Egli si trova ad agire in una società, ormai costituitasi attorno
ad una duplice scissione: a) quella tra proprietà dei mezzi di
produzione e forza lavoro che acquisisce la forma di merce in quanto
unica “proprietà” di individui liberi ma spossessati,
e che debbono pur vivere comprando valori d’uso come merci; b)
quella tra prestazione d’uso di tale forza lavoro e gli uomini
(nella loro complessa personalità) che la possiedono e debbono
venderla quale unico mezzo per vivere.
In effetti, la reale figura centrale della produzione è quella
del capitalista; è questi che la organizza ed è completamente
impegnato in essa, con tutte le sue migliori qualità intellettive
e con i suoi spiriti animali. Non si tratta di una menzogna dei “suoi”
intellettuali e ideologi. Egli è già in possesso di somme
monetarie, accumulo di precedenti profitti, e acquista effettivamente
i “fattori” della produzione: mezzi e forza lavorativa.
Degli uomini lavoratori non sa che farsene, non è un “padrone”
come volgarmente, e autoingannandosi con l’uso di un simile linguaggio,
affermano i lavoratori e soprattutto coloro che li dirigono in quanto
funzionari delle loro associazioni. Il capitalista ha l’enorme
fortuna di non doversi preoccupare dell’uomo, di non averlo quale
suo servo, che dovrebbe allora mantenere e anche difendere, come faceva
il padrone con i suoi servi (o schiavi) in società precapitalistiche.
Certo, li manteneva in condizioni di vita spesso miserabili, al minimo
vitale (e sociale) possibile, ma doveva comunque prendersene cura. E
poiché i dominanti esercitavano potere ed egemonia nelle sfere
sociali “sovrastrutturali”, ma lasciavano – non sempre
per la verità! – il compito di produrre, nel senso più
pieno del termine produrre, ai dominati, il lavoro non aveva ancora
“cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione
particolare” (si veda sopra).
Uomo e lavoro non erano completamente scissi, e per questo l’uomo
lavoratore doveva essere tenuto in condizioni di dipendenza personale
(servile) utilizzando il potere politico e ideologico. Per questo, il
capitalismo, senza il potere dello Stato, avrebbe avuto difficoltà
a superare il periodo della sussunzione formale del lavoro nel capitale,
quando “la manifattura non si distingue ai suoi inizi dalla industria
artigiana delle corporazioni quasi per altro che per il maggior numero
degli operai occupati contemporaneamente dallo stesso capitale. Si ha
soltanto un ingrandimento dell’officina del mastro artigiano”
(cap. XI del I libro del Capitale); quando spesso i primi operai salariati
hanno più o meno lo stesso bagaglio di conoscenze tecniche, possiedono
più o meno gli stessi saperi produttivi, dei primi capitalisti.
Il lavoro concresce ancora con l’individuo che ne è il
portatore. Solo in questo caso credo si possa sviluppare pienamente
la dialettica servo-padrone di hegeliana memoria (anche se non mi dilungo
a tal proposito).
Il modo di produzione specificamente capitalistico, in cui si verifica
la sussunzione reale, è tutt’affatto diverso. Il lavoratore
salariato non sarebbe mai in grado di rovesciare la sua posizione rispetto
al capitalista, prevalendo su di lui grazie all’acquisizione di
un maggior sapere che gli attribuirebbe anche un maggior potere. Qualche
salariato può diventare capitalista perché in qualche
modo – per fortuna, poche volte per abilità (ma non nel
“maneggiare uno strumento”!) o capacità di “risparmio”,
più spesso per essersi legato al carro di altri capitalisti (magari
finanziari) o al potere politico (che comunque lo finanzia), sempre
con l’uso di qualità negative quali furbizia, inganno,
raggiro, astuzia, prepotenza, ecc. – si è procurato la
somma di denaro necessaria ad acquistare i “fattori produttivi”
(mezzi e forza-lavoro) da organizzare (combinare) in un processo produttivo.
Il capitalista non sa che farsene della teoria del valore lavoro; questa
non ha per lui alcuna funzione utile, non gli serve a fare un solo calcolo
di tipo tecnico e organizzativo, a scoprire un nuovo prodotto da lanciare,
a compiere indagini di mercato, ad avere una influenza qualsiasi in
termini di potere e di egemonia culturale. Se anche conoscesse a menadito
tale teoria, non si creerebbe certo alcuna “coscienza infelice”;
più semplicemente si troverebbe nella situazione del millepiedi
che cominciasse a pensare al coordinamento delle sue tante zampette:
non si muoverebbe più. Il capitalista, che è il reale
organizzatore della produzione in questa sua forma storicamente specifica
– ma che è ancor oggi questa, e non se ne conoscono altre
di più dinamiche al momento! – non ha alcun motivo di “farsi
del male” intestardendosi sui costi reali in termini di lavoro
incorporato invece che limitarsi, così come in effetti fa, ai
più semplici costi monetari.
Il problema di Marx, e di un marxista, è assolutamente diverso.
Ma non perché l’uomo lavoratore è al centro della
produzione, ha la missione storica di riorganizzarla dandole forma consona
ad un modo di produrre sedicente più umano, più giusto
e buono e chi più ne ha più ne metta. Marx, o il marxista,
nemmeno vuole testardamente dimostrare che il comunismo è nelle
cose; certo Marx pensava così, ma non per partito preso, perché
avesse ideologicamente assunto una posizione a favore della classe dei
dominati, e volesse convincerla, costi quel che costi, che essa sarebbe
stata in grado di creare il comunismo (per sé e per tutta l’umanità).
Lo studio, anche storico, del capitalismo l’aveva portato a “scoprire”
che, dietro il velo opacizzante della forma di merce (ecco un altro
buon motivo per partire dall’analisi di quest’ultima), tale
società crea, pur in forme diverse, alcuni elementi che sono
comuni anche ad altre formazioni sociali: si pensi solo alla divisione
del prodotto complessivo in prodotto necessario e plusprodotto. Non
era possibile capire questa divisione, né la specifica introduzione
del potere di ottenere tale plusprodotto da parte dei dominanti all’interno
del meccanismo stesso della produzione, senza ricorrere alla tesi della
forma di valore – e della sua espressione nell’equivalente
generale, che è in definitiva il prezzo monetario – che
nasconde sotto di sé la quantità di lavoro astratto (e
socialmente necessario, ma tale considerazione non è qui essenziale)
indispensabile a produrre quantità determinate di valori d’uso
in veste di merci.
Ma questa astrazione è appunto l’indifferenza per un genere
qualsiasi di lavoro prestato sotto la direzione del capitalista organizzatore
della produzione; l’astrazione è il portato della scissione
tra uomo e forza lavoro che questi possiede, è la cessazione
del “concrescere del lavoro con l’individuo come sua destinazione
particolare”. E’ dunque ovvio che la teoria del valore –
proprio in quanto esso è trattato da lavoro astrattamente umano
cristallizzatosi nella merce prodotta – è tipicamente capitalistica,
perché è solo in questa forma di società che il
lavoro si scinde radicalmente dal lavoratore in quanto individuo (formalmente
libero). Quest’ultimo non è, almeno non necessariamente,
unidimensionale, o alienato, o scisso, schizofrenico. Come uomo può
ben possedere la sua interezza e complessità, i suoi “normali”
sentimenti di umano. Semplicemente, è indifferente alla destinazione
d’uso della sua prestazione lavorativa. Questa non è mossa
da particolari intenti di accrescimento dei saperi e della abilità
(virtuosa) nel compierla; o se lo è, non lo è certo in
quanto prestazione venduta come merce al capitalista.
L’interesse che muove il lavoratore salariato è quello
di ottenere il massimo possibile per la vendita della sua merce; è
di godere del maggior reddito possibile per consumare di più
e accrescere il proprio livello di sussistenza. Il modo di pensare e
agire, ai fini di tale accrescimento, non è diverso, nelle sue
manifestazioni “di superficie”, da quello del capitalista,
poiché anche il lavoratore sfrutta la propria abilità
negoziale, l’eventuale forza di cui disponga in certe contingenze
o per particolari posizioni occupate nel processo produttivo; ed è
capace di competere e confliggere con i suoi simili (lavoratori salariati),
di ingannarli, raggirarli, di usare loro prepotenza quando lo può,
di essere opportunista, ecc. L’essere lavoratore (salariato) nel
modo di produzione capitalistico è, lo ripeto, una condanna,
non la conquista di un’aureola di santità, l’investitura
di “cavaliere” nella lotta all’ingiustizia, alla cattiveria,
alla prepotenza esistenti nella società dominata dal capitale
(come in ogni altra società storicamente conosciuta, se vogliamo
dirla tutta).
La teoria del valore lavoro non deve quindi essere avulsa da ogni connotazione
storico-determinata; il bene prodotto in generale, o anche più
semplicemente la merce considerata in sé e per sé, non
sono granuli, accumuli, di energia lavorativa in quanto “verità
fisiologica”. E’ comprensibile la preoccupazione di Marx
di fronte alle pur inconsapevoli mistificazioni – sempre in ogni
caso legate all’interpretazione di fatti reali – messe in
campo da una pura teoria dei prezzi e dei mercati. Inoltre, per Marx,
la teoria è semplicemente “riproduzione del concreto nel
cammino del pensiero” poiché egli teme che, altrimenti,
si arrivi a “concepire il reale come il risultato del pensiero
automoventesi” (Introduzione del 1857). Vedremo, alla fine di
questo lungo lavoro, che alcune decisive previsioni tratte dalla teoria
marxiana non si sono verificate, e che è oggi possibile comprendere
l’erroneità, comunque lo scarso realismo, lo schematismo
e semplicismo, di molte sue interpretazioni anche di carattere storico.
La teoria è fatta di ipotesi, di percorsi concettuali che vogliono
districare, semplificandone la complessità, quel groviglio che
è il mondo in cui noi dobbiamo muoverci; e, per muoverci, dobbiamo
orientarci secondo, appunto, quei percorsi ideati teoricamente, tramite
il nostro pensiero. La teoria non deve semplicemente riprodurre la realtà.
Come un pittore (scadente) sa dipingere un ritratto di persona somigliantissimo
ma di nessun valore artistico, lo scienziato (falso) può “riprodurre
fotograficamente” una certa realtà (naturale o sociale),
magari con condimento di formule, grafici e tabelle che lo acquietano
e gli danno tanta sicurezza, senza aver capito nulla del fondamentale
significato e possibilità di sviluppo (nel passato come nel futuro)
di quella realtà.
La teoria ha da svolgere una funzione d’ordine e di orientamento
nella interpretazione del passato (e del presente) e nella previsione
del futuro. Come è stato chiarito all’inizio del ‘900,
si è passati in quel periodo dai concetti-sostanza ai concetti-funzione.
Anche la teoria del valore lavoro ha la sua specifica funzione d’ordine
interpretativa, di disvelamento – in forma semplificata –
della realtà capitalistica, della sua strutturazione e dinamica,
delle lotte che in essa si sono svolte e si svolgono, dei blocchi sociali
che si sono affrontati e si affrontano, e del perché, degli obiettivi
e risultati di questo affrontamento: in ultima analisi, la conquista
del potere e dell’egemonia nella società. Il fulcro di
questo affrontamento, comunque uno dei suoi problemi decisivi, è
l’appropriazione del plusprodotto che avviene, in forme di società
diverse, secondo modalità (sociali) differenti, secondo una dinamica
di riproduzione dei decisivi rapporti di ogni data società –
quei rapporti definiti dal concetto di modo sociale di produzione –
che è specifica della società in questione. La teoria
del valore lavoro ha tale finalità con riferimento fondamentale
al modo di produzione capitalistico. Non tanto la sostanza lavorativa
ha importanza cruciale, quanto la sua funzione di spiegazione della
struttura e dinamica dei rapporti sociali capitalistici.
Ha quindi poco senso affannarsi sui problemi “sostanziali”
del tipo della famosa trasformazione (dei valori in prezzi di produzione),
della riduzione del lavoro complesso in semplice (energia fisiologica
erogata), ecc. Ci si invischia in continue contorsioni e complicazioni,
si annunciano soluzioni (matematiche) dei problemi più o meno
con scadenza decennale da oltre un secolo a questa parte. Ci si riduce
al livello di bambini, come accadeva al filosofo protagonista di un
racconto di Kafka, che si precipitava in mezzo ad essi per rubare loro
una trottola, poiché era sicuro di dedurre il movimento dell’intero
Cosmo dal semplice girare in tondo di questo giocattolo. I marxisti
debbono diventare adulti e avviarsi verso una matura considerazione
della funzione della teoria del valore lavoro.
10. Fedele all’impostazione particolare di questo lungo scritto,
interrompo di nuovo lo sviluppo ulteriore del discorso per ribadire
alcuni concetti centrali del precedente capitolo; quanto dirò
sarà utile molto più avanti, verso la fine (ancora lontana)
di questo libro, quando accennerò alle questioni della soggettività
politica.
Nella Prefazione al Capitale, in un passo già da me citato, Marx
ricorda che egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono
la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati
rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta la loro complessità,
sono dunque lasciati da parte onde considerarli solo quali maschere
di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale. I rapporti
sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui sono certamente
assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni molteplici.
E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità,
mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà”
sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di modo
di produzione, sono però assai più semplici: nel capitalismo,
e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto
portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di
produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’
come se la “realtà” fosse strutturata secondo una
serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della trama, a maglie
molto larghe, che “regge” tuttavia diversi livelli di ordito
a maglie via via più strette. Il modo di produzione, il concetto
centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del livello
della trama.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione
non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani.
Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente
schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di
altre considerazioni unilaterali elaborate da “filosofi”
sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla “realtà”.
Tanto per fare un esempio piuttosto significativo di certa mentalità
di coloro che hanno trattato degli individui in società, ci sono
stati dei pensatori assai superficiali che hanno criticato la teoria
neoclassica, quella dei concetti marginalistici, perché partiva
dalla considerazione dell’homo oeconomicus. Orrore! L’uomo
non può essere suddiviso in tanti spicchi, non deve essere privato
della sua meravigliosa complessità di essere umano! Simili posizioni
sono per me estremamente ingenue e vuote di effettivo significato. E’
più che lecito indagare questo essere secondo varie angolazioni,
che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse porzioni dell’uomo,
ma solo di evidenziare alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni,
poste comunque, pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive,
quelle che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti
le maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.
La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone
la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non
solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi
da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere
scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non
banale, e tanto meno falsa, teoria delle scelte). Solo dopo (un dopo
logico), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a
maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali
in questione. Marx parte invece preliminarmente dalla società.
I rapporti che la definiscono non riguardano, per tale pensatore, scelte
semplicemente individuali – e l’individuo non è un
soggetto economico che si confronta con i beni che ha a disposizione
per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive
e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi
e i “liberi” prestatori di forza lavorativa. Proprietario
capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini”
nello stesso senso dell’homo oeconomicus dei neoclassici; cioè,
in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici portatori di funzioni.
Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali
sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di
bisogni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate,
“in ultima analisi”, dalla struttura decisiva, quella appunto
a maglie larghe, della società. In questo senso, gli individui
della teoria marxiana, come appena affermato, non sono uomini, ma maschere
di rapporti sociali, quei rapporti definiti di produzione nella loro
storicamente determinata forma capitalistica.
In poche parole, esistono delle strutture oggettive – non formate
da rapporti tra persone pensate nella loro complessità individuale
di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi
scientifica. Ed è ora di dirlo con chiarezza: la scientificità
può riguardare anche la teoria formulata dall’economica
tradizionale; in tal senso, la connotazione economica riguarda semplicemente
la scelta, intesa però, in questa accezione, come un’azione
orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima
economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo
prefissato. Quest’ultimo è scelto dall’individuo
umano nella sua complessità: può quindi essere un fine
cattivo o buono, giusto o ingiusto; può essere egoistico o filantropico,
ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette
la sua complessità umana, si trasforma in un soggetto razionale
e decide come raggiungere quell’obiettivo nel “migliore”
dei modi possibili, intendendo – nell’ambito di questa concezione
– migliore come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo
di impiego del minimo sforzo.
Questo è un punto di vista – crititicabile, e infatti un
marxista non può esimersi dal criticarlo – ma non semplice
ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico
si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non
preavvisato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale)
delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso
(significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione
data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una
teoria della costituzione di società mediante attività
individuali in genere di carattere egoistico; in tal senso la teoria
detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze –
e con “eleganza formale” (matematica) – la tesi smithiana
della mano invisibile. Per questi motivi, è sufficientemente
giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico,
malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del
valore utilizzata (valore-utilità invece che valore-lavoro, il
che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso)
e la centralità posta nel consumo (e domanda) invece che nella
produzione (e offerta).
Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si
pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione
in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta:
le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano
del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio
e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate
da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che
incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx
subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla
maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”)
e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato
lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana,
pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito
la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina”
marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella
storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio
nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo
(ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più
a lungo ha orientato un imponente movimento di “masse”.
Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente
dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai
diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato
all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello
di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano
ormai solo pochi santoni squalificati, rabbiosi, isolati più
ancora degli “ultimi giapponesi a combattere”. Il cosiddetto
tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità
rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’
radicale – ha conquistato per primo il movimento operaio inglese.
Tuttavia, ci si consolava; l’Inghilterra, a quel tempo, era il
primo paese ad essersi altamente industrializzato, ma era inoltre, e
soprattutto, un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi
dubbio: la classe “universale” (operaia) – quella
che aveva la missione, oggettivamente fissata in sede di dottrina, di
emancipare se stessa e l’intera umanità – si era
venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere “piccolo-borghesi”
pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie”
(niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo
sfruttamento imperialistico. Poi però, sfortunatamente, la svendita
si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico sviluppato,
man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso,
ivi comprese le sedicenti “grandi nazioni proletarie” come
l’Italia) si sviluppava e raggiungeva la maturità del modo
di produzione capitalistico.
Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”.
Gli eroi diventano allora le masse popolari dei paesi sottoposti alla
dominazione imperialistica, che dovrebbero “accerchiare le città”
(i paesi degli operai ormai integratisi nel capitalismo via consumismo).
Oggi, francamente, mi sembra che anche questa ideologia, pauperista
e miserabilista, sia (forse) in via di esaurimento (e meno male! Prima
cadono le illusioni e prima, forse, si ricomincerà a pensare).
Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è
l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si chiacchiera
a vanvera e basta. E sempre con l’l’Uomo in bocca; un pover’uomo
degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più
volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo
alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di
tridimensionalità, che non pensa più, non ama più,
non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi;
e via con questa minestra, ormai riscaldata da decenni, ammannita da
intellettuali che su questi piagnistei a comando ci guadagnano sopra
bei soldi tramite i tanto vituperati mass media, per poter scrivere
e apparire sui quali sgomitano e si odiano.
Evidentemente, quanto diffuso nei mass media che contano dai vari maîtres
à penser non è del tutto destituito di fondamento. Tuttavia,
ad ogni affermazione catastrofica se ne può contrapporre una
consolatoria del tutto opposta, che è anch’essa (parzialmente)
valida, poiché rappresenta l’altra faccia della “visione
reale”. Spesso e volentieri, le differenti opinioni dipendono
dall’ottimismo o dal pessimismo di chi sostiene certe tesi. E
poi, in generale, ben si sa – basta conoscere un po’ di
letteratura e di saggistica (e di cinema), ecc. – che ogni generazione
imputa sempre a quella successiva gravi processi degenerativi e la crescente
invivibilità del mondo; mentre la nuova generazione brontola
per i lasciti della precedente che sono un grave fardello da portare,
un cumulo di macerie su cui è difficile costruire qualcosa. Ovviamente,
tutto questo dipende dal diverso “umore” delle generazioni
al tramonto o invece all’alba. Tuttavia, lasciamo perdere tale
umore e osserviamo più da vicino l’atteggiamento degli
scienziati in merito all’analisi della società.
Uno dei più gravi disastri culturali – e in questo molti
marxisti hanno le stesse responsabilità di una parte dei pensatori
“borghesi” – è stato provocato dalla scissione
pensata tra scienze sociali (e dell’uomo) e scienze naturali,
perché le prime avrebbero un oggetto che è del tutto intrinseco
allo stesso soggetto che fa scienza. Analizzare Luna e stelle significherebbe
analizzare qualcosa che è a noi esterno e su cui non abbiamo
influenza. Un po’ più complesso è il problema per
quanto concerne le microparticelle giacché su queste possiamo
influire con le nostre azioni conoscitive; ma, insomma, si tratta comunque
di realtà esterne e prive di pensiero, di passioni, volontà
e decisioni, ecc. Appena prendiamo a nostro oggetto di studio la storia,
le strutture sociali e cose consimili (non parliamo dell’individuo
umano!), avremmo a che fare con oggetti che sono gli stessi soggetti
che fanno scienza. Una simile concezione non è però troppo
lontana da quella primitiva che antropomorfizzava anche i fenomeni naturali.
Alcuni pensatori e anche metodologi delle scienze sociali rischiano
quindi di dover essere paragonati agli animisti.
Una struttura sociale è tanto reale (è una riproduzione
della realtà) quanto lo è il modello del sistema planetario
o, ancor meglio, il modello atomico di Bohr. Per non parlare delle superstringhe,
o dei buchi neri, del big Bang e delle varie teorie cosmologiche più
moderne. Una struttura sociale è uno schema ideale d’ordine
che interpreta e prevede, che consente una serie di ipotesi, tanto quanto
la struttura pensata, ideata, di una data realtà naturale. La
confusione che viene fatta dipende da ciò che è stato
già rilevato: certi studiosi (assai ideologizzati) spostano l’accento
dalla funzione all’intera personalità degli individui umani,
consentendosi così la possibilità di impasticciare ogni
cosa e di dire tutto e il contrario di tutto. E’ ovvio che Popper
ce l’aveva con gli olisti, ma perché si semplificava il
compito credendo di confutare lo scienziato Marx mentre si trattava
dei politici e dei filosofi del marxismo successivo, quelli di “padroni
e operai”, quelli delle totalità generiche dove tutto è
ammassato con tutto senza ordine, senza strutture, senza sistemi di
relazioni, senza dinamiche in quanto sequenze (ipotizzate) di dati processi,
ecc.
Non è Marx la reale causa di questo caos teorico, ma i marxisti
– e non solo loro! – successivi. La scienza non tratta mai
di uomini, ma di quelle loro sedicenti suddivisioni (ad es. l’homo
oeconomicus) che sono invece funzioni (lo ribadisco: ipotizzate) poste
in interazione fra loro secondo peculiari forme, tali da spiegare determinati
processi che, assumendo certamente un prescelto angolo di visuale, vengono
ritenuti quelli decisivi per interpretare specifici processi storici,
particolari situazioni della fase presente, tendenze future, ecc. Nella
scienza si fa tutto il possibile per evitare l’ideologia come
falsa coscienza – e, se questa si insinua comunque, ciò
non accade solo nella scienza sociale – ma si sceglie consapevolmente
un punto di vista. L’economica neoclassica fonda la trama sociale
– la struttura a maglie larghe – sulla primigenia funzione
di scelta di ogni individuo dotato di beni scarsi da adibire, massimizzando
il proprio utile, ad usi alternativi (i bisogni). L’interazione
tra individui – non la società, si badi bene, ma solo un
particolare tipo di intersoggettività ritenuta però decisiva
ai fini sociali – segue come intreccio di questi rapporti tra
soggetto (non uomo) e i beni scarsi di cui sopra, in definitiva come
intreccio di alternative di scelta. Dire che questa è ideologia
è errato; è un punto di vista, un angolo di visuale per
approcciarsi ad un processo: l’intersoggettività come risultato
di scelte dei singoli soggetti. L’ideologia consiste nell’inavvertito
spostamento concettuale operato per cui la scelta soggettiva viene di
fatto posta quale processo di costituzione della società, che
viene così surrettiziamente sostituita alla mera intersoggettività;
cioè, di fatto, la società viene confusa e dunque identificata
con quest’ultima.
Marx si pone da un altro punto di vista, da un’altra angolazione.
Non però quella della società degli uomini – in
carne e ossa con le loro intelligenze e passioni, desideri e pulsioni,
progetti, speranze e delusioni, ecc. – privilegiando poi, fra
questi, i lavoratori. Quando, ad es., parla del lavoratore produttivo
collettivo “dal dirigente all’ultimo manovale”, Marx
non si riferisce certo all’ingegnere o al manovale in quanto individui
concretamente esistenti. Consideriamo, per un momento, un certo processo
“storico” (tradotto in teoria). La funzione lavorativa,
esercitata nell’artigianato medievale, era una fusione di lavoro
intellettivo e manuale, di saperi produttivi e capacità esecutive,
nel medesimo individuo. La dinamica oggettiva del modo di produzione
capitalistico – strutturato dalla relazione tra proprietà
dei mezzi di produzione e forza lavoro acquistata nel mercato –
provoca la scissione di saperi e manualità mediante quelle trasformazioni
che, per usare la terminologia di Marx, portano dalla sussunzione formale
a quella reale del lavoro nel capitale. Del lavoro, si è capito
bene? Non degli uomini lavoratori, che restano liberi, non schiavi!
Che possono vendere la loro forza lavoro ad una proprietà capitalistica
qualsiasi, anche se pur sempre ad una proprietà debbono venderla
in quanto funzione lavorativa da unire ai mezzi di produzione.
Ora, sulla scorta dei processi di centralizzazione, e di finanziarizzazione,
dei capitali, processi reali, non escogitati dalla fervida fantasia
di Marx, questi suppose l’estraniarsi della proprietà capitalistica
dalla funzione produttiva, che sarebbe stata assunta dall’insieme
delle funzioni intellettuali (direttive) e manuali (esecutive) intrinseche
a quello sforzo (energia) – finalizzato ad uno scopo – che
viene chiamato lavoro, funzioni i cui portatori sono però ormai
non più gli individui posizionati come artigiani (con al massimo
la differenza nell’arte tra mastro e garzone), ma individui diversamente
collocati nell’ambito del complessivo processo di lavoro, individui
disposti secondo una gerarchia. Il lavoratore collettivo cooperativo
non è quella data comunità di lavoratori concreti, uniti
dagli stessi scopi, dagli stessi progetti e desideri, ecc. Ma neanche
per sogno! Gli individui, lavoratori concreti, hanno intanto diversi
gradi di cultura e frequentano ambienti differenti secondo criteri di
maggiore o minore affinità. E poi, anche nell’ambito dello
stesso status socio-culturale, c’è amicizia come ostilità,
intesa come incomprensioni e divergenze, e via dicendo. La collettività
concerne esclusivamente l’unione delle diverse funzioni, che Marx
suppone mosse da fini produttivi diversi e antagonistici rispetto a
quelli del conseguimento del mero profitto da parte della funzione proprietaria,
profitto che è ormai un effettivo interesse percepito da quest’ultima
in quanto essa sarebbe soltanto tesa a ottenere tale similrendita (finanziaria).
La collettività che esplica funzioni lavorative si applicherebbe
alla produzione ed entrerebbe dunque in contrasto con i portatori di
quella funzione ormai estranea agli scopi e metodologie produttivi;
tale ultima funzione (i suoi portatori ovviamente) sarebbe solo interessata
alle somme di denaro che dalla produzione si possono ricavare e che
consentono consumi opulenti oltre al finanziamento della politica (e
delle armi) e della cultura indispensabili a mantenere il potere. I
membri del lavoratore collettivo – ai più diversi livelli
di reddito, di cultura e di “buone maniere” – sarebbero,
in quanto uomini effettivamente esistenti, affetti da tutte le virtù
e i vizi degli uomini in generale. Essi, inoltre, avrebbero introiettato
per intero la competitività tipica degli organismi produttivi
capitalistici. Non sarebbero stati cooperativi in quanto uomini concreti;
avrebbero saputo farsi le scarpe l’un con l’altro, guardarsi
con sospetto, spiarsi e “riferire ai superiori”, ecc. Avrebbero
avuto piena consapevolezza dei metodi per fare carriera, e che quasi
mai la virtù è premiata e il vizio condannato come in
un bel feuilleton. Non si pensi ad un Marx ingenuo; conosceva bene gli
uomini nella loro reale esistenza, ivi compresi i lavoratori. Semplicemente,
egli pensava che i membri del lavoratore collettivo, nei confronti dei
rentier, avrebbero infine dovuto tenere un atteggiamento grosso modo
simile a quello dei contadini verso un proprietario terriero andato
in città, che ormai non sapeva nemmeno più dove fossero
le sue campagne e che si faceva inviare le rendite.
I membri del lavoratore collettivo non avrebbero manifestato nessuna
particolare generosità nel cooperare; si sarebbe semplicemente
acuito sempre più lo scontro oggettivo di interessi e mentalità
con i rentier, funzione sociale antagonistica alla loro. Nel mio Capitalismo
oggi ho indicato i motivi per cui, a mio avviso, le convinzioni di Marx
su questo punto non si sono dimostrate esatte: gli agenti strategico-imprenditoriali
non sono rentier, non sono così lontani dalla produzione pur
se non si interessano delle vere e proprie funzioni – direttive
ed esecutive – di quest’ultima. La loro funzione (sociale)
è un’altra, non però prevista da Marx. Tuttavia,
non anticipiamo; dobbiamo intanto proseguire con questo pensatore, e
liberarlo delle “ingenuità” (talvolta assai peggio
che ingenuità) dei marxisti. Quindi, lo ripeto con forza: basta
con gli uomini in carne e ossa (ma solo nell’analisi scientifica,
sia chiaro).
Continuare ad aver paura di perdere l’uomo concreto se lo si caccia
fuori dalla sede in cui si fa scienza, è una sciocchezza. Non
ci sono totalità che tengano; bisogna separare, scindere, distinguere.
Chi osserva la luce nella sua interezza (quella bianca), e considera
un attentato alla sua integrità il farla passare per un prisma
onde scinderla analiticamente nei suoi colori, è soltanto un
primitivo e, alla fine, in date contingenze potrà anche danneggiarsi
la retina guardandola direttamente e senza schermo nella sua Totalità,
nel suo Essere. Meno Essere e più funzioni; questa è la
scienza. Nessuno scienziato pretende che questa sia tutto né
che dia la felicità, né che faccia la rivoluzione, né
che cambi da cima a fondo la triste condizione umana; essa è
però in grado di dare aiuto, l’importante è non
voler strafare.
Si vuol capire che questo è l’antiumanesimo teorico? Diciamo
più precisamente: scientifico; questa precisazione risulterà
chiara quando più sotto porterò la mia critica radicale
all’operaismo. Comunque, nessuno è antiumano, nessuno vuol
ignorare che dietro le maschere ci sono uomini veri. Ma in teoria (scientifica,
ovviamente) non ci si dedica ad antropomorfizzazioni di tipo animistico.
La Luna e le stelle, i quanti e le stringhe, le strutture sociali e
i modi di produzione, il cervello e la psiche, debbono lasciare gli
uomini da parte, pena quel processo di degenerazione ideologica che,
ad es., il marxismo ha fatto subire a Marx, riducendolo a un filosofo
dell’alienazione, a un agitatore politico, a un profeta millenarista
dell’Avvento del Comunismo in Terra. Rivendico con forza il carattere
di scienza del pensiero di Karl Marx. Lo ripeto per i sordi: la scienza
incorpora un punto di vista, non obbligatoriamente una falsa coscienza.
Per concludere, e riassumere, su questo punto. L’unica differenza
che può sussistere tra scienze sociali e naturali è al
massimo di grado e non di natura (ed è già una concessione
forse inutile). Chi pone la differenza di natura, chi crea un fossato
tra i due tipi di scienze, sostiene che, in quelle sociali, l’uomo
teorizza su se stesso, ha sia per soggetto che per oggetto del suo far
scienza lo stesso individuo pregno di valori, di visioni del mondo,
di complessi culturali che lo orientano, che lo fanno camminare lungo
strade che continuano a girare in tondo, per cui l’uomo in questione
non deve nemmeno pensare che sia possibile porre se stesso al di fuori
di sé. Mentre invece, nelle scienze naturali, l’oggetto
(fisico, chimico, biologico, ecc.) sarebbe oggettivamente all’esterno
dell’uomo che indaga. Andiamo per passi successivi
Ogni tipo di realtà può essere sempre considerato composto
di un numero “infinito” (nel senso di indefinito) di elementi,
di cui non viene mai ad esaurimento l’ulteriore scomponibilità.
In certe realtà, è sufficiente controllare alcuni di questi
elementi (le variabili in gioco) per interpretare e/o predire qualcosa,
di sensato e di ulteriormente rivedibile, circa i processi che le investono
e le costituiscono. Talvolta, queste variabili in gioco – cioè
quelle che sarebbe necessario controllare per avere una qualche sicurezza
nelle nostre interpretazioni e previsioni – sono in effetti troppo
numerose, difficilmente calcolabili, in specie per quanto concerne le
possibili combinazioni (di numero elevatissimo) in cui esse possono
entrare; le interpretazioni o previsioni che si fanno sono quindi poco
affidabili, eppure nessuno rinuncia – e giustamente – a
farle, perché è così che avanza la scienza, anche
su vere e proprie sabbie mobili.
Tuttavia, sia chiaro che la scarsa affidabilità, connessa all’elevato
numero di elementi-variabili da calcolare e/o controllare, non riguarda
in modo specifico le scienze sociali; si pensi a quelle biologiche o
alla meteorologia, ecc. La sciocchezza è quella di affermare
che, poiché l’uomo è oggetto delle scienze sociali,
queste sono del tutto differenti da quelle naturali. La scienza sociale
non ha come oggetto l’uomo: né il singolo individuo né
insiemi (relativamente omogenei) di individui: ad es. le classi o i
gruppi di azione strategica, ecc. La scienza sociale nemmeno si sogna
di dividere in porzioni l’individuo o gli insiemi di individui;
la scienza ipotizza certe loro funzioni e le fa interagire secondo opportune
scelte di combinazioni varie. Se io parlo, ad es., del gruppo di agenti
strategici (in generale) faccio supposizioni sulla(e) funzione(i) da
esso espletata(e). Se poi voglio scindere tale gruppo negli agenti delle
varie tipologie – economico-imprenditoriali, politico-militari,
ideologico-culturali, o in suddivisioni ancora più spinte –
forse che io mi metto a scomporre il complessivo gruppo strategico nelle
sue varie porzioni o strati? Assolutamente no. Faccio nuove ipotesi
circa le funzioni (diverse fra loro) degli agenti economico-imprenditoriali,
politico-militari, ecc. E poi, se mi interessa tornare al complesso,
ma questa volta in quanto composto da sottogruppi in interazione, faccio
interagire le funzioni ipotizzate. E così via. Tale è
il comportamento delle scienze sociali. Il filosofo ha senz’altro
i suoi buoni motivi per parlare dell’uomo, di chiedersi chi sia,
quali siano i suoi destini, se la vita abbia un senso, se la morte sia
o no la fine di tutto per l’individuo, ecc. Lo scienziato, in
quanto scienziato, non può e non deve scendere su questo terreno,
nemmeno sfiorarlo.
Potrei finire qui, ma non mi accontento. In fondo, è facile polemizzare
con i marxisti che hanno ideologizzato Marx, riantropomorfizzando il
suo punto di vista scientifico; oppure con quelli che lo hanno grettamente
confinato nella teoria economica. Anzi, più che facile, è
inutile dato che essi non hanno oggi molta udienza né influenza,
così come accade invece – pur se non certo su masse sterminate
– per i no global, i “disobbedienti” e altri gruppi
di stampo anarcoide e prepolitico. I marxisti ossificati si accontentano,
in genere, di qualche posizione accademica (poche; qualcuna in più
in paesi dove il marxismo non ha mai avuto gran diffusione politica
e di massa), di qualche minimo seguito tra i “laici credenti”
nel “Comunismo-Dio”. In Italia – e da qui ha trovato
qualche diffusione, pur se non molta, in altri, pochi, paesi –
ha avuto però un minimo di impatto una corrente che, all’inizio,
si autodefinì operaista. Questa dizione è ormai scarsamente
usata, perché gli operaisti sono tanti Zelig (il gustoso chameleon
man di Woody Allen, che tuttavia era simpatico a differenza dei suoi
imitatori di cui sto parlando) e mutano ogni due-tre anni la loro “epidermide”,
si camuffano in una infinità di guise, sempre con il massimo
disprezzo per l’intelligenza delle “masse” di giovinetti
inesperti da imbambolare.
Dal punto di vista morale, non spendo parole su simili personaggi perché
non potrei mai dipingerli così bene come Dostojevskij ne I Demoni,
cui quindi rinvio come lettura di grande penetrazione conoscitiva a
tale riguardo. Purtroppo, nell’Italia odierna ci sono gli analoghi
dei russi amici del popolo, ma non quelli dei comunisti bolscevichi,
perché, parafrasando, “dai neoleninisti mi guardi Iddio
che dagli operaisti mi guardo io”. Dal punto di vista politico
e teorico, per quanto sia difficilissimo seguire le giravolte di questi
estremisti-opportunisti, è però necessario dire qualcosa.
Intanto, questi “bei tomi” – che al marxismo hanno
inflitto lo stesso trattamento che la Germania nazista fece subire a
Polonia, paesi baltici, ecc. – si sono presentati, quasi tutti
provenienti dal PSI, negli anni ’60, scoprendo infine il Marx
dei Grundrisse, dei materiali preparatori di quello che fu il Capitale
(tra i materiali in questione e la massima opera marxiana, di cui l’autore
pubblicò solo il I libro, intercorsero poco meno di dieci anni,
di intensi studi di economia politica da parte di Marx).
Poiché gli operaisti non sono scienziati bensì “artisti”
(anzi funamboli) del parlare impressionistico e senza connessioni logiche
– con funzioni ipnotiche e non certo di invito al ragionamento,
esattamente come quello utilizzato dai protagonisti del già citato
I Demoni – si sono ricordati che, a volte, certi primi abbozzi
di grandi pittori sono più prendenti dei quadri completati. Così,
essi dichiararono “al colto e all’inclito” –
senza aver mai studiato il Capitale – che il Marx dei Grundrisse
era quello vero, era già andato “oltre Marx”, quello
dell’opera pubblicata. Non contenti di questa palese cialtroneria,
essi estrassero dalle molte centinaia di pagine dei Lineamenti, già
di per loro del tutto frammentarie, alcuni segmenti – tipico il
famoso Frammento sulle macchine – e ne fecero il loro esclusivo
cavallo di battaglia. Così, mentre nel passo più sopra
citato delle Glosse a Wagner (uno degli ultimi scritti di Marx, redatto
tra il 1879 e il 1880), Marx afferma che il “soggetto della sua
analisi è la merce”, gli operaisti – sulla base di
materiali frammentari scritti tra il ’59 e i primissimi anni ’60,
cioè vent’anni prima – si inventano, perché
di sicuro non possono essere confortati da alcuna dichiarazione di Marx,
che il soggetto è il processo di lavoro. Tutte le sciocchezze
sull’estensione del piano dalla fabbrica alla società,
sulla società che prima, appunto, è come una grande fabbrica,
mentre poi è quest’ultima che si struttura come la società
con una diffusione e dispersione dei micropoteri – pessimo modo
di apprendere la lezione della foucaultiana microfisica del potere!
– nell’intero territorio della società stessa, derivano
da questa interpretazione che, si badi bene, è assai peggiore
di quella kautskyana, alla quale qualcuno ha voluto assimilarla. Nulla
di più errato, e vediamone il perché.
Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria
della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale,
tramite prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di
centralizzazione monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica
veniva portata alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare
la tendenza al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità
della competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione
del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque
anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale
del lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di
merci – nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono
la produzione e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in
forma di merce – impedendo così la formazione di un unico
grande capitale unificato. Grazie all’unilateralità della
sua concezione, Kautsky formula allora la teoria dell’ultraimperialismo,
che si fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà
un unico trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario
e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo
di capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale).
Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza
tra gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una
concorrenza dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo,
prima del suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande
trust capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare
adeguatamente sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana)
cui fece invece troppo ampie concessioni, poté sostenere che,
prima di arrivare alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti
intercapitalistici, diventando interimperialistici e coinvolgendo gli
Stati in violente guerre mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione
proletaria; a partire dai famosi “anelli deboli”, ma con
tendenziale estensione, durante quell’epoca cui la Rivoluzione
d’ottobre dava inizio, a tutto il resto del mondo capitalistico.
E mi si permetta di dire che, per un buon pacchetto di decenni, tale
teoria è apparsa assai realistica e convincente; almeno fino
alla vittoria dei comunisti vietnamiti e indocinesi (eravamo già
negli anni ’70). Proprio per questo realismo si creò quell’ottica,
indubbiamente errata, per cui sembrò per un paio di decenni almeno
che la rottura prodottasi nel movimento comunista internazionale, la
scissione tra “filosovietici” e “filocinesi”,
fosse la riedizione dello scontro politico e teorico tra Kautsky e Lenin,
tra un neorevisionismo e un neoleninismo.
Le tesi operaiste non consentono di pensare nulla di tutto questo. Il
processo cui fanno riferimento è un finto processo, è
il generale inghiottimento di ogni materiale in un “buco nero”,
che avviene rapidamente e senza ordine alcuno, senza che se ne possano
indicare alcune tappe, alcune sequenze. La centralità del processo
di lavoro mette completamente da parte ogni conflittualità intercapitalistica;
gli unici soggetti in gioco sono capitale e lavoro, il Capitale e la
Classe (operaia). Possono esserci le variazioni già considerate:
la fabbrica come immagine della società rigorosamente posta sotto
il Comando dispotico del Capitale, o invece la società come immagine
della fabbrica, completamente disseminata, decentrata, “esplosa”
nel suo indotto. Il potere (comando) capitalistico ora è del
tutto centralizzato – e ha il suo “cuore” nello Stato,
da annientare (magari, secondo alcune “schegge impazzite”,
tramite assassinio di suoi funzionari o agenti politici) – ora
invece si frastaglia, sfugge all’ira dei proletari, nascondendosi
nelle maglie della società. Il Capitale (centrale) muore, esplode,
si multinazionalizza, anzi poi si transnazionalizza, si appiatta, si
mimetizza, ormai terrorizzato dalla violenza di quei “terribili”
ammucchiamenti di macchine desideranti – desideranti il Comunismo
– che sono diventate le masse proletarie. Proletari, poi, possono
esserlo tutti, dato che dove sia il Capitale nessuno lo capisce più
bene. Chi grida al comunismo, chi vuole il comunismo, chi pretende il
comunismo, è già un comunista perfetto e ha già
fatto la sua rivoluzione comunista. Che poi non sappia nemmeno di che
cosa stia parlando è assolutamente inessenziale; all’intellettuale
basta sproloquiare e apparire, al seguace basta il cuore o la pancia
o la tasca.
Ben ci si accorge allora che il povero Kautsky non c’entra per
nulla. Era un “rinnegato” – si diede molto da fare
affinché i lavoratori andassero alla guerra interimperialistica,
facendosi massacrare per gli interessi delle loro “borghesie”
– ma non era “scoppiato di testa”. Sapeva chi erano
i capitalisti e chi gli operai, sapeva che esistono centri di potere
in lotta, blocchi sociali variamente articolati fra loro e al loro interno;
sapeva che la lotta politica richiede opportune strategie, formulate
ed eseguite da determinati gruppi di agenti, conoscendo il terreno di
lotta, valutando le proprie forze e quelle dell’avversario, ecc.
Era positivista, determinista, un tantino schematico, ma non era in
preda al delirio, alla farneticazione. E aveva l’idea del processo,
non della precipitazione immediata delle contraddizioni. Predicava che,
alla fine, si sarebbe realizzata la prospettiva ultraimperialistica,
ma non che, fin da ora e anzi da sempre, l’affrontamento è
tra Capitale e Classe dentro il processo di lavoro. In definitiva: aveva
letto la prima sezione de Il Capitale, non era subito saltato alla quarta,
ai metodi del plusvalore relativo, ai capitoli su cooperazione, manifattura,
grande industria! Per certi versi era una persona seria, che studiava
e ragionava, non un raffazzonatore di briciole di cultura pseudomarxista
come gli operaisti italiani.
Secondo la mia opinione, inoltre, questi ultimi sono dei veri antiumanisti
pratici, non semplicemente teorici, anzi scientifici. Abbiamo già
detto del marxismo, quello iniziato in definitiva da Kautsky, che ha
inavvertitamente spostato l’accento dalle funzioni agli uomini:
dalla proprietà dei mezzi di produzione ai proprietari capitalisti
(o padroni come detto soprattutto in gergo sindacale), dalla forza lavoro
alla classe operaia o dei lavoratori (degli uomini che lavorano). Gli
operaisti sembra che parlino apertamente e direttamente dei proletari
nella loro concretezza di individui della specie umana lavoratrice,
delle masse o moltitudini o come si pregiano di volta in volta di definire
il “soggetto rivoluzionario”. In realtà, essi trattano
di una sola funzione di queste masse; non quella produttiva, tipica
della marxiana forza lavoro, ma quella di radicale insubordinazione
al Comando del Capitale, quella del bisogno di comunismo, della riappropriazione
delle proprie funzioni più essenziali, desideranti, ecc. Non
mi interessa seguire tutte le versioni fornite di queste funzioni che
comunque non riguardano mai, come già detto, la produzione, per
cui non esiste problema di plusprodotto in nessuna sua forma, quindi
nemmeno in quella specificamente capitalistica di plusvalore.
La teoria del valore è negletta dagli operaisti non perché
vada incontro alle sue ben note aporie logiche. Della teoria del valore
non c’è alcun bisogno per il semplice fatto che tutto è
giocato o sul piano di uno scontro di potere, tra dispotismo del Capitale
e insubordinazione Operaia; oppure su quello del consumo. Si parla,
ad es., di bisogno di comunismo, ma nessun operaista indica che tipo
di società sia, poiché non è un modo di produzione
in senso marxiano né una qualsivoglia altra immagine di struttura
sociale; è semplicemente un modo di appropriarsi i valori d’uso
da consumare, essendo indifferente il come (cioè la forma dei
rapporti sociali entro cui) essi vengono prodotti. Si parla, ad es.,
di macchine desideranti, cioè ancora una volta di consumi e di
redistribuzione (violenta) di ciò che è stato prodotto.
Se si vuole, si potrebbe scherzosamente – ma non irrealisticamente
– sostenere che poiché, in senso proudhoniano, la “proprietà
è un furto”, tanto vale opporle il “furto proletario”.
Come gli operaisti se ne infischiano del modo di produzione –
non semplicemente della teoria del valore! – così pure
non interessa loro definire in alcun modo l’imperialismo. Questo
non è una fase del suddetto modo di produzione; magari non la
leniniana “ultima o suprema fase” ma comunque una particolare
struttura del capitalismo e della conflittualità intercapitalistica.
No, nient’affatto: l’imperialismo è un altro modo
di declinare superficialmente il Comando del Capitale. Un tempo questo
era pensato concentrarsi soprattutto nello Stato; ora gli Stati sono
finiti, superati, e il comando è disperso, disseminato in ogni
dove. Tale comando però si oppone comunque al consumo delle “masse”;
queste ultime – senza minimamente curarsi di chi produce plusprodotto/plusvalore
e di chi invece se ne appropria per fondare il proprio potere, ma in
una acuta lotta tra frazioni dominanti – debbono solo arraffare
quanto più si può di valori d’uso. Il loro comunismo
si riduce di fatto, coperto da una fraseologia roboante e ultrarivoluzionaria
(sempre I Demoni di Dostojevskji!), a questo arraffamento, per conseguire
il quale sono pronti a tanti compromessi con chi finanzia piccole imprese
di servizio, magari no profit, o perfino banche etiche o altre “lungimiranti
e generose” intraprese atte ad accoccolarsi nel miglior modo possibile,
con il minimo sforzo possibile, nelle maglie economico-finanziarie di
società “opulente” come quelle a capitalismo altamente
sviluppato.
La classe lavoratrice – da cui essi originano la primitiva denominazione
(operaisti) – è considerata superata in quanto soggetto
rivoluzionario, non in base ad analisi delle dinamiche conosciute nell’ultimo
secolo dal modo di produzione capitalistico (lo ripeto: gli operaisti
non sanno nulla, oltre al nome, di un modo di produzione) così
diverse da quelle previste da Marx, ma solo perché è del
tutto superfluo fare distinzioni tra chi lavora e produce e chi no,
tra chi presta lavoro esecutivo e chi quello direttivo, ecc. Gli operaisti,
ad onta della loro denominazione d’origine, sono fondamentalmente
dei sostenitori del consumo e dell’appropriazione diretta e immediata
dei valori d’uso, cioè del soddisfacimento dei bisogni
di neoclassica memoria, adattato però alle masse o moltitudini
che desiderano, vogliono, pretendono fin da subito, il comunismo.
Questi esiziali individui sono stati pompati, intelligentemente, da
tutta la stampa dei dominanti, che li ha fatti passare per il prototipo
dei marxisti rivoluzionari, mentre essi né con Marx né
con il marxismo hanno nulla a che spartire; possono al massimo ricordare,
di volta in volta, gli anarchici, Proudhon, Dühring, e personaggi
similari, contro cui Marx e i marxisti hanno sempre combattuto (e non
solo teoricamente). Grazie però all’accorta pubblicità
fatta loro dalla suddetta stampa, gli ambigui, ambiziosi, cinici, pericolosissimi,
intellettuali d’origine operaista hanno avuto trent’anni
di tempo per annientare il vero, anche se deficitario, marxismo, per
cancellarlo dalla memoria delle nuove generazioni, in ciò servendo
mirabilmente gli interessi delle classi dominanti. Anche adesso, mettendo
le mani sull’imperialismo, che per loro non è un concetto
ma un semplice flatus vocis, stanno seminando l’ideologia di un
Impero senza centro, dunque senza veri dominanti, senza blocchi sociali,
senza alleanze e conflitti interimperialistici, senza forze autenticamente
antimperialiste salvo quelle che boicottano la Coca Cola o la Bayer,
ecc. Ancora una volta, stanno lavorando per il nemico, per i dominanti
(se gratis o meno, non mi interessa). Gli operaisti sono quelli che
“innalzano la bandiera rossa per meglio affossarla”, come
dicevano un tempo i comunisti cinesi dei “neorevisionisti”.
E l’hanno sempre innalzata per meglio affossarla, fin dal lontano
1968.
Ma torniamo a ciò con cui avevo iniziato. Il marxismo tradizionale
ha “tradito” lo spirito scientifico di Marx sostituendo
l’uomo (capitalista e operaio) alla funzione. Con questo “tradimento”
si è dato la zappa sui piedi. Ha fatto come colui che, entrato
in una grande città con una mappa della stessa, non se ne serve
adeguatamente perché vuole, in ultima analisi, incontrare gli
uomini veri; per cui si ferma nella prima osteria in cui si imbatte,
onde sentire il calore umano degli “allegri” avventori.
Poi esce, si immerge a casaccio nell’ombra dei vicoli e infine
entra nella prima Chiesa dove, forse, verrà detta una messa e
potrà godere dell’intenso raccoglimento dei fedeli ivi
riuniti. Ecc., ecc. Tutto bello e avvincente, ma la mappa gli sarebbe
servita per raggiungere meglio e più speditamente i suoi scopi.
Se poi alla mappa fosse stato unito un elenco dei migliori ristoranti,
con i loro giorni di chiusura e gli orari di apertura, ed uno delle
Chiese con gli orari delle Messe, avrebbe avuto ulteriori vantaggi.
Ma non certo per mettersi ore e ore seduto in panchina a consultare
mappa ed elenchi. Alla fine, certamente avrebbe dovuto incontrare gli
uomini, quelli in carne e ossa.
La scienza coadiuva, non sostituisce. Analizzare con freddezza la funzione
proprietaria e quella lavorativa, indagare (e supporre) la loro articolazione,
le varie problematiche del prodotto e plusprodotto (nel capitalismo:
del valore e del plusvalore), e altro ancora, è utile per capire
in quale società ci si muove, per quindi orientarsi e, se possibile,
organizzare le “strutture” di attacco dei dominati contro
i dominanti, scegliendo le congiunture più adatte di tale eventuale
attacco, e via dicendo. Alla fine, però, gli uomini – ma
non qualsiasi uomo – si debbono incontrare, si debbono valutare
e organizzare, infondendo loro il senso della prepotenza e arroganza
dei dominanti, della miseria (se non materiale, quella morale) dei dominati,
ecc. Essere antiumanisti scientifici significa meglio prepararsi ad
essere fortemente umanisti sul piano politico e morale; significa precostituirsi
degli strumenti di ricognizione del terreno della lotta di classe –
strumenti che sono teorie basate su ipotesi rivedibili – onde
sconfiggere l’immoralità dei dominanti (non di questo o
quel membro della loro classe) e rovesciare intanto le condizioni di
quel determinato assetto sociale che consente quella data forma di dominio.
La confusione tra funzioni e uomini, che il marxismo ha provocato modificando
impercettibilmente la struttura teorica marxiana, va criticata e superata
non per innalzare alle stelle, fino ad isolarle, le funzioni e la scienza
che le studia, ma solo per dotarsi degli strumenti (razionali) atti
a rovesciare il concreto dominio – nelle sue forme storicamente
determinate – di certi uomini (minoranza) su certi altri (maggioranza);
dove però il problema non è solo quello di abbattere questo
o quel gruppo di dominanti, ma di rovesciare quella particolare forma
del dominio. L’antiumanesimo scientifico è dunque –
perché lo deve essere e deve volerlo – al servizio dell’umanesimo
politico e morale.
Cosa hanno invece fatto e fanno gli operaisti (pur quando si cambiano
denominazione)? Hanno inneggiato agli uomini nella loro caleidoscopica
mescolanza, senza pensare alcuna struttura dei rapporti sociali né
alcuna forma di riproduzione degli stessi. Hanno preparato un grande
calderone in cui apparentemente, come può credere il non aduso
al ragionamento, si trovano gli uomini, quelli veri, quelli che incontriamo
ogni giorno. Ma non è così. Vi è invece il massimo
disprezzo per gli uomini concreti, una forma di supposta “furbizia”
elitaria per cui si sa che, nel capitalismo opulento, si formano strati
di emarginati che sono l’equivalente del lumpenproletariat ottocentesco,
o dei miserabili di Victor Hugo, solo in condizioni di vita imparagonabili
– materialmente perché mentalmente…. – a quelle
di un tempo. Si è detto che gli operaisti sono politicamente
dei soreliani, e filosoficamente dei nietzschiani. Non sta a me dirlo.
Degli elitari lo sono però senz’altro, e pure dei mestatori
che credono di manovrare imponenti masse, mentre possono influenzare
solo alcuni nuclei di intellettuali – difficilmente di tradizione
scientifica – e gruppi di nullatenenti e nullafacenti, che in
una società meno ricca sarebbero soltanto al puro vagabondaggio
o alla piccola criminalità; in più, hanno l’appoggio
di quote di “buonisti di sinistra” per descrivere la cui
mentalità è sempre meglio ricorrere all’arte, ad
es. ai film di Buñuel (tipo Viridiana o Nazarin).
In quanto teorico della società (capitalistica), mi sento di
poter affermare con la massima sicurezza che questi personaggi non parlano
in nessun senso di uomini, ma di generici ammassi di portatori di una
funzione di mero consumo. A loro non interessa nulla del valore di scambio
(ecco perché odiano tanto la teoria del valore lavoro), non interessa
che questo si sia generalizzato in un processo storico che ha visto
il formarsi di una “libera” classe di individui privi di
mezzi di produzione e costretti a vendere come merce la propria forza
di lavoro; non interessa che, tramite questo processo, si è costituita
una particolare forma di appropriazione del plusprodotto (in forma di
valore) di cui le classi dominanti, in una aperta e a volte aspra e
distruttiva conflittualità tra le loro frazioni, si appropriano
ai fini di prevalere nella società in quella data fase storica.
Gli operaisti ignorano le forme della produzione, della distribuzione,
dell’appropriazione e uso ecc.; sono indifferenti a tutto ciò
che avviene e avverrà sempre, fin che dura il modo di produzione
capitalistico, tramite la generale forma di valore che non è
un feticcio da valutare in sé, ma solo quale espressione di una
particolare strutturazione della società che va analizzata onde
capire le strategie capitalistiche e le possibili controstrategie dei
dominati.
Agli operaisti – che oggi si mascherino dietro altre etichette
non inganna chi li conosce bene da quarant’anni – interessa
solo il valor d’uso; ai loro seguaci, l’odierno lumpen di
cui sopra, rivolgono l’invito a trasformarsi in consumatori e,
possibilmente, senza passare per l’uso della moneta. Negare, al
limite anche mediante furto, il mezzo di scambio generale capitalistico
è la loro unica ricetta per il comunismo. Il valore di scambio,
secondo la loro opinione, non va criticato e combattuto tramite le opportune
strategie di analisi, lotta e trasformazione dei rapporti di produzione
capitalistici; va negato e basta, va anzi ignorato mirando direttamente
al valor d’uso, che diventa il nuovo feticcio degli operaisti.
Ne La miseria della filosofia, Marx afferma che, nel modo (e rapporti)
di produzione capitalistico “non si deve più dire che un’ora
di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo
di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è
tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al
più la carcassa del tempo” ; e, in questo eccezionale suo
brano, è messa a fuoco tutta la differenza, su cui ho tanto insistito,
tra la funzione (lavorativa) e l’uomo (lavoratore)!
Per gli operaisti l’uomo diventa invece “carcassa”
del mero consumo, viene trattato come un involucro, un contenitore,
che deve riempirsi di valori d’uso. Solleticando i peggiori istinti
degli uomini all’appropriazione di ciò che semplicemente
desiderano – senza alcuna considerazione per gli altri, per quelli
che producono quei valori d’uso in forma di merce, dunque secondo
i precisi rapporti tra capitalisti (dominanti) e lavoratori (dominati)
– questi pericolosi (e consapevoli) pasticcioni fanno leva su
gruppi di emarginati, che esistono in ogni forma sociale pur caratterizzata
da un determinato modo di produzione in quanto suo fulcro centrale,
onde scatenarli contro i meri simboli del potere capitalistico, nel
mentre impediscono in realtà ad altri più effettivi dominati,
i venditori di forza lavoro in forma di merce, di organizzarsi e pensare
le strategie più appropriate per rovesciare il dominio del capitale.
Ecco perché, in eventuali congiunture di grave crisi provocata
dall’acutizzarsi delle contraddizioni tra gli agenti capitalistici
(i dominanti), queste torbide teorie falsamente (ultra)rivoluzionarie,
e gli strati sociali disgregati che le seguono pur senza afferrarne
il vero senso, diventano la punta di lancia di movimenti populisti che
attaccano i simboli del potere capitalistico, che agitano una propaganda
“antiborghese”, per scardinare in realtà o per impedire
la formazione di forze autenticamente anticapitalistiche.
Il marxismo tradizionale, tramite quell’impercettibile movimento
concettuale che ha condotto alla confusione tra funzione e uomo, ha
indebolito l’atteggiamento scientifico, dunque l’analisi
delle condizioni del dominio capitalistico, anche nelle sue trasformazioni
subite nel secolo e mezzo trascorso dall’opera marxiana. Ripristinare
la distinzione in questione non è però un semplice sfizio
da scienziati, bensì il mezzo per ridare potenza alla capacità
trasformativa dei reali uomini soggetti a varie forme di dominazione
e oppressione, uomini dotati di orientamento politico e morale. Gli
operaisti – diciamolo adesso con chiarezza: oggi si travestono
da “Movimento” (magari “dei movimenti”), ma
sono gli stessi di sempre – con le loro chiacchiere prive di ogni
contenuto razionale, puramente impressionistiche, suggestive, evocative,
ecc., sembrano parlare di uomini, ma li hanno invece ridotti a macchinette
con funzione di distruzione indiscriminata e di appropriazione per il
consumo di beni. La distruzione riguarda qualche simbolo: materiale
come vetrine di negozi, sedi di banche, ecc. ma pur sempre simbolo.
Il consumo riguarda l’appropriazione di valori d’uso –
al limite con il furto onde saltare l’equivalente generale del
valore di scambio delle differenti merci – senza minimamente mettere
in discussione il modo (cioè i rapporti sociali, di “sfruttamento”,
di dominio e subordinazione) secondo cui i valori d’uso sono stati
prodotti nella forma del valore (di scambio).
Il marxismo tradizionale va duramente criticato nella sua sclerosi attuale
che lo sta portando all’estinzione, coinvolgendo in questa anche
Marx e ogni marxista innovatore; bisogna tornare alla distinzione tra
scienza e politica e morale, ma per poi reintrecciarle strettamente,
farle interagire per nuovi lidi di effettiva costruzione di strategie
anticapitalistiche e, oggi ancora una volta, antimperialistiche. L’operaismo
è una malattia, un cancro che ha già provocato una commistione,
ormai inestricabile, di cellule sane con quelle malate; e queste ormai
divorano ineluttabilmente le prime. Naturalmente, l’operaismo
non va accusato di essere semplicemente antiumano, altrimenti ricadremmo
nelle tesi dell’uomo in generale; e, soprattutto nell’epoca
attuale, questo sarebbe politicamente un grave errore. L’operaismo,
nei suoi attuali travestimenti, scaglia quei settori sociali, che ogni
modo di produzione dominante crea nel suo “intorno” come
rifiuti, non prevalentemente contro la classe capitalistica –
cioè contro le sue frazioni in lotta per il dominio, cercando
di sfruttare questa lotta a favore dei dominati – bensì
contro l’esclusione dal godimento di quantità adeguate
di valori d’uso, onde appropriarsene una fetta; e con il rischio
che, alla fin fine, per esaudire al meglio questo desiderio di appropriazione
– direttamente, immediatamente, tesa al consumo – tali settori
marginali si scatenino contro i produttori dei valori d’uso in
forma di merce, cioè contro frazioni decisive dei veri dominati
nel capitalismo.
Dopo questa digressione, che mi è apparsa utile al fine di ribadire
la scientificità del pensiero di Marx, e la necessità
di evitare sia più o meno consapevoli sue deformazioni sia vere
e proprie invenzioni a partire, almeno inizialmente, da esso –
deformazioni e invenzioni di carattere fortemente ideologico –
riprendo il filo di quel discorso, che tenta di restare il più
possibile aderente al suo significato e alle sue intenzioni teoriche,
affrontando il complicato tema del denaro.