RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

N. B. Per il momento, e forse per sempre, ho deciso di non continuare l’elaborazione di questo testo. Esso mi sembra utile, sarebbe stato bello portarlo a termine, ma questo richiede molto lavoro. E, se anche non si tratta di un lavoro solo filologico, ne ha molti aspetti, fra cui la pesantezza della lettura oltre a quella del mio lavoro di stesura. Così penso di metterlo nel mio sito in internet, come un inedito rimasto incompiuto (largamente incompiuto, perché dovevo attraversare ancora quasi tutta l’opera di Marx), da cui si possono trarre però utili indicazioni.

MARX IN SÉ

di Gianfranco La Grassa

1. Recentemente ho consegnato alle stampe il volume Il capitalismo oggi, in cui parto dalla teoria di Marx e, attraverso un processo di decostruzione e almeno parziale ricostruzione, tento di indicare la via per ricostituire una griglia teorica, non sbrindellata e sbriciolata come le attuali, in grado di interpretare la società capitalistica: in generale e nella fase in cui essa si trova negli ultimi decenni. In questo scritto può quindi sembrare che compia un passo indietro, ma sono convinto che la sua lettura farà capire come si tratti invece di un logico complemento al testo precedentemente citato. A partire dal 1968, la stragrande maggioranza degli intellettuali “già rivoluzionari” ha quasi cancellato perfino lo sbiadito ricordo dell’impianto teorico marxiano, lo ha veramente stravolto. Alcuni marxisti-leninisti, che almeno conoscono Marx, si rifiutano però di toccarne perfino una virgola, contribuendo all’ossificazione della sua teoria, che viene così resa praticamente inutile per capire i tempi in cui viviamo già da decenni, e quelli che sono “alle porte”. La maggior parte dei sunnominati “già rivoluzionari” sembra, al contrario, avessero appreso Marx sui sunti Cetim o sui Bignamini, tanto il loro approccio a tale pensatore ha sempre distorto le sue argomentazioni.
Ovviamente, ogni grande autore è passibile di numerose interpretazioni, ma non gli si può fare dire tutto ciò che il commentatore preferisce inventarsi; ci sono comunque dei paletti che vanno messi, un alveo entro i cui argini le correnti interpretative possono scorrere; e al di fuori del quale c’è la pura e semplice falsificazione del pensiero dell’autore o quanto meno una sua deformazione a dir poco grottesca. Proprio per far capire le novità de Il capitalismo oggi, sono obbligato a fissare questi paletti, a tracciare questo alveo per quanto riguarda Marx. Darò quindi qui di seguito la mia interpretazione, convinto però che essa rispetti comunque il senso profondo di quanto questo pensatore voleva comunicarci in merito soprattutto alla struttura del capitalismo (del modo di produzione capitalistico). Limiterò al minimo possibile le citazioni per non trasformarmi in un noioso esegeta delle tesi marxiane; non è affatto questo il mio intendimento. Voglio far capire la profonda, indiscutibile, razionalità, ma soprattutto coerenza, delle suddette tesi. E desidero si capisca che non c’è in Marx alcun utopismo né una preconcetta posizione politica di semplice simpatia per i reietti, i diseredati, gli “sfruttati” (i più intendono per sfruttamento qualcosa che non è la concezione marxiana dello stesso).
C’è troppa approssimazione nei critici di questa società, un atteggiamento spesso puramente moralistico che li porta lontano, e a volte consapevolmente contro, il grande autore della teoria critica della società capitalistica, che è una critica di tipo scientifico, non una elucubrazione sugli aneliti di libertà di uomini “superiori”, librati in un empireo di (rarefatta) armonia, di amore per il bene e la giustizia, di cooperazione universale, ecc., che i concreti individui umani non coltivano quasi mai, salvo rarissime eccezioni.

2. Dopo una lunga formazione intellettuale, che qui non mi interessa, Marx approdò alla decisione di dedicarsi all’analisi di quella che, con intuizione metaforica abbastanza felice, Lenin definì (Che cosa sono gli amici del popolo) l’anatomia e la fisiologia della società moderna, della società capitalistica. Lenin denominava l’oggetto della teoria marxiana formazione economico-sociale, mentre Marx parlò sempre di modo di produzione. Egli semmai accennò alla “formazione economica della società”, intendendo parlare della successione di diverse forme di rapporti sociali (di produzione) nell’ambito della storia della società umana. Queste forme dei rapporti definivano però appunto una serie di modi di produzione che costituivano precisamente il “progresso [quindi lo sviluppo storico in quanto successione di forme; notazione mia] della formazione economica della società”. La leniniana formazione economico-sociale è allora tutt’altra cosa. Sinceramente, non credo utile soffermarmi su tali differenze linguistiche e su che cosa esse possano sottintendere, perché ci si perderebbe in disquisizioni utili in altra sede, ma non in questa.
Per comprendere la struttura capitalistica, Marx scelse in effetti di approfondire quella scienza di relativamente recente costituzione che era l’economia politica, e che allora era dominata dal pensiero degli economisti classici; non credo proprio che egli conoscesse Walras, Menger, Jevons che furono i fondatori della scuola neoclassica (marginalistica), pur se nei primi anni ’70 del XIX secolo – considerati data d’inizio di tale ramo dell’economia – Marx era ancora vivente. A parte i grandi economisti classici (Smith e Ricardo soprattutto), il “nostro” prese in considerazione pure i primi autori della corrente utilitaristica (a cominciare da Jean-Baptiste Say), che egli definì “economisti volgari”, proprio perché rinviavano la teoria del valore (che poi si rappresenta nel prezzo espresso in moneta) ad un semplice rapporto tra i singoli individui e i beni che essi hanno a disposizione per soddisfare i loro bisogni. Marx era interessato alla comprensione della struttura e dinamica dei rapporti sociali (capitalistici in specie); e la teoria utilitaristica, invece, dissolveva le forme di tali rapporti in una mera somma di relazioni tra individui (“originari” e “naturali” nei bisogni che avvertono) e beni, relazioni poste poi in interazione reciproca. Fin dall’inizio, in definitiva, la corrente utilitaristica si basava sulle valutazioni e scelte degli individui, mentre per Marx questi ultimi erano, in ultima analisi, determinazioni (dei rapporti) sociali.
Alla sua “percezione” – che è già una prima, rudimentale, irriflessa, struttura teorico-interpretativa – la società capitalistica dell’epoca in cui egli si formò intellettualmente, un’epoca in cui era già in fase terminale, almeno in Inghilterra, la cosiddetta rivoluzione industriale, cioè il passaggio dall’opificio manifatturiero alla fabbrica in cui si svolgevano processi lavorativi mediante uso di sistemi di macchine, appariva completamente permeata da una fitta e intricata rete di scambi mercantili che incombeva su tutti gli individui, determinandone, indirizzandone, la vita quotidiana. Erano merci non solo i prodotti del lavoro ma anche la stessa forza produttiva (quella insita nella corporeità umana). In quell’epoca erano ancora molti i lacci e lacciuoli in grado di impedire una effettiva libera vendita di tale forza produttiva da parte di individui che comunque non erano più vincolati da ordinamenti schiavistici o servili (feudali); non a caso, un autore come Polanyi riteneva che il lavoro umano fosse stato l’ultimo “bene” a diventare merce, per cui la società veramente mercantile sarebbe durata pochi decenni: dalla completa eliminazione di ogni vincolo alla libera disponibilità e vendita del proprio lavoro fino al passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello degli oligopoli, perché anche questi pongono limiti alla piena estrinsecazione delle leggi del “libero mercato”.
Per Marx invece, come vedremo, solo quando il lavoro – o, come egli lo definì con maggiore efficacia analitica, la forza lavoro, la capacità di lavoro insita appunto nella corporeità umana – diventa merce, si generalizza la produzione di merci, cioè l’intero tessuto produttivo sociale si presenta costituito da “cellule” che sono merci. Procediamo per gradi. Abbiamo visto qual è la “percezione” di Marx rispetto alla società capitalistica, soprattutto per quanto riguarda i fondamentali rapporti esistenti tra gli individui considerati nella loro veste di produttori. Prima che i beni soggiacciano alla compravendita mercantile – rappresentata dallo schema merce-denaro (espresso da moneta)-merce – essi debbono essere prodotti. Quello che appare immediatamente nella società capitalistica, e non appariva che marginalmente o interstizialmente nelle società precedenti, è la generalità del soggiacere dei prodotti del lavoro allo schema mercantile appena citato. Il fatto che nella concretezza dei vari mercati – dei mercati delle varie merci, ivi compreso quello della forza lavoro divenuta merce – potessero permanere vincoli in grado di porre limitazioni, impacci, alla libera contrattazione, così come avvenne fino a circa metà ‘800 in Inghilterra per la forza lavorativa, o formarsene di nuovi e diversi, qualche decennio più tardi, con riguardo a molti altri beni venduti in mercati controllati da potenti oligopoli, non implica alcun cambiamento di prospettiva in merito alla pervasività dello scambio mercantile nel modo di produzione capitalistico.
Questa è la grandezza di Marx; la sua “percezione” è sicura, non si lascia ingannare da lacci e lacciuoli, da impacci posti a detta forma di scambio che investe, con la sua “storicamente determinata” generalità, i prodotti nonché la stessa forza lavorativa umana che li produce. Questa generalità ha però appunto una sua storica specificità, non riguarda alcun astratto modello di società mercantile in generale. Il Capitale inizia con queste frasi: “La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico [noto che subito, dopo pochissime parole, viene introdotto tale concetto decisivo per tutta l’analisi marxiana] si presenta come una ‘immane raccolta di merci’ e la merce singola si presenta come sua forma elementare [e nella prefazione, ricordiamo che Marx parla della merce come ‘forma di cellula’ della ricchezza prodotta capitalisticamente]. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce”.
Si tratta di affermazioni inequivocabili. Nessuna supposizione iniziale di una società mercantile semplice. Quest’ultima non è una finzione teorica da cui prendere le mosse per studiarne poi l’introduzione del rapporto capitalistico, secondo quel modello scientifico per cui, ad es., prima si studiano le leggi del moto in assenza di attrito e nel vuoto assoluto, e poi si introducono le nuove “variabili”. Non è però nemmeno pensata quale società effettivamente (storicamente) esistita prima di quella capitalistica; vedremo più avanti che Marx rileva semplicemente il breve fiorire dei rapporti della produzione (non società) mercantile semplice – mai comunque dominante in nessuna forma di società storicamente esistita – nel periodo di transizione al capitalismo, nel periodo dell’accumulazione originaria. La merce (e quindi il valore) è forma generale di “presentazione” del prodotto lavorativo umano soltanto quando appare in scena il modo di produzione capitalistico; come sarà chiaramente indicato più sotto, secondo il pensiero di Marx la forma di merce si generalizza all’insieme dei prodotti soltanto dopo il verificarsi (storico) del fenomeno costitutivo iniziale di tale modo di produzione: la separazione del produttore dal possesso dei mezzi necessari all’esplicazione della sua capacità lavorativa, che egli, sciolto comunque da legami di dipendenza personale e dunque “libero”, deve vendere nella stessa forma mercantile.
Il generale, la forma della merce, è dunque – secondo Marx – storicamente specifico; la forma generale di merce è specifica del modo di produzione capitalistico, che non è una modalità tecnico-organizzativa del produrre umano, ma è questo stesso produrre nell’ambito di una struttura di rapporti tra uomini formatasi nel corso di un processo storico dotato di peculiari caratteri e che conduce ad una rete interrelazionale sociale di un ben determinato tipo. Non c’è alcun modello generale – la pretesa “società mercantile semplice” – in quanto astratta generalizzazione (universalizzazione) di varie forme sociali particolari; sussiste invece il modello, quale schema strutturale semplificato e spogliato di molti elementi concreti, relativo al precipitato finale di un processo storico specifico, precipitato che è precisamente il modo di produzione capitalistico. Quando questo predomina nella società, che è più complessa e articolata rispetto al suo schema strutturale, la produzione degli individui umani – è quanto afferma Marx – si presenta nella forma generale della merce, ma proprio perché questi individui vengono posti tra loro (dal suddetto processo storico) in un rapporto di produttori e possessori di beni che debbono essere scambiati in forma di merce, secondo lo schema M-D-M.
Non c’entra nulla – come pensava un Polanyi – il fatto che il lavoratore sia ancora invischiato in legami capaci di impedirgli una compiutamente libera contrattazione nella vendita della sua capacità lavorativa; non importa che nei mercati oligopolistici i venditori abbiano un potere nettamente superiore a quello dei compratori. Lo schema è sempre M-D-M; gli individui, nello scambio sia dei prodotti sia della forza che li produce, sono separati tra loro, poiché un diaframma, il mercato, si è formato nel corso dello specifico processo storico che ha condotto al modo di produzione capitalistico. Ma se gli scambisti sono considerati quali individualità in semplice interrelazione mercantile, allora essi, in linea generale, debbono essere trattati come eguali possessori di merci. Non vi è nulla, nello scambio in se stesso considerato, che possa far pensare alla superiorità, alla maggior potenza, di uno scambista sugli altri. Eppure la “percezione” di un qualsiasi individuo vivente nella società capitalistica, già all’epoca di Marx, non poteva non cogliere la crescente disparità di ricchezza, di possesso e godimento dei beni, tra raggruppamenti diversi di individui. Come spiegare il fenomeno? Si potevano prendere diverse strade, che furono in effetti intraprese.
La spiegazione più usuale, quella ancor oggi in voga, è quella che attribuisce la disparità alle differenze individuali, in riferimento sia a qualità “positive” come l’abilità, l’intelligenza, la maggior capacità di lavoro, ecc. sia negative quali l’astuzia, l’inganno e raggiro, l’uso della forza, ecc. Si dice “volgarmente” che ogni mattina escono di casa il 50% di furbi e intelligenti e il 50% di fessi e stolti; e, a fine giornata, i primi si sono avvantaggiati rispetto ai secondi. In tal caso, però, il “gioco è a somma zero”; quello che gli uni guadagnano gli altri perdono, esattamente come avviene in un mercato in cui vi sono pochi venditori dotati di potere oligopolistico e molti acquirenti in concorrenza fra loro. Se si rimane alla mera considerazione della produzione e scambio di merci – e indipendentemente dal fatto che detto scambio sia perfettamente libero o invece impastoiato da vincoli e imperfezioni varie – non si va oltre la differenza di “potenziale” esistente tra gli scambisti.
I critici del capitalismo, che si arrestavano alla semplice “percezione” della costituzione generalmente mercantile di questa società, avevano la sola scelta di opporsi alla concentrazione e centralizzazione dei capitali, di propugnare il mantenimento dell’assetto sociale in una perpetua situazione di società mercantile semplice – costituita da artigiani e coltivatori diretti, cioè da piccoli produttori che apprestano merci con il proprio lavoro (e quello dei familiari) – impedendo, con opportune regole istituzionali (relative alla proprietà), che qualcuno si arricchisse a spese di altri. In tal caso, si sarebbe rimasti nell’Eden del puro scambio mercantile, retto dall’equivalenza delle merci e dall’eguaglianza dei piccoli produttori delle stesse.
Pensatori del tipo di Saint-Simon compresero invece che la società capitalistica, in piena fase di rivoluzione industriale, non poteva essere frenata onde arrestarsi ad un simile elementare livello di produzione mercantile; quest’ultima era ormai basata su processi lavorativi in cui si verificava la netta scissione tra i saperi produttivi uniti alla capacità di direzione, da una parte, e la semplice esecuzione di lavoro prevalentemente manuale o comunque elementare, privo di qualificazione, dall’altra. E tale scissione consentiva la sostituzione del lavoro esecutivo con sistemi meccanici di dimensioni e potenza sempre maggiori, che davano impulso ad una accelerata crescita delle forze produttive e dunque della produzione complessiva. Tuttavia, era soltanto per meccanismi intrinseci all’esecuzione dei processi lavorativi che avveniva questa scissione? Si trattava cioè di un fenomeno puramente tecnico, che poi ricadeva in una determinata divisione della società in gruppi sociali di differente potere e ricchezza? O invece la divisione sociale in questione era preliminare allo sviluppo delle forze produttive nei processi lavorativi? Si tratta ovviamente di domande retoriche, e il lettore immagina immediatamente la mia risposta. Tuttavia, essa non va data subito, bisogna attraversare un bel pezzo dell’analisi marxiana.

3. Per pensare questo problema seguirò Marx, non iniziando però dall’analisi della merce, ma dalla cosiddetta accumulazione originaria. Il par. 7 del cap. XXIV del I libro de Il Capitale inizia così: “A che cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, l’accumulazione originaria del capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale”.
In precedenza, nel corso dell’intero capitolo, Marx illustra i processi di formazione dei rapporti capitalistici anche attraverso la dissoluzione delle consuetudini d’uso comune di determinati beni, in particolare della terra (“recinzione” e privatizzazione di quella su cui esisteva, ad es., il diritto di legnatico, di caccia, di raccolta di certi frutti, ecc.), o mediante lo stabilirsi di piccole manifatture in “punti…che erano al di fuori del controllo dell’antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa”, e via dicendo. Questi vari processi fanno fiorire per un periodo storico relativamente breve il modo – cioè i rapporti sociali – della piccola produzione mercantile, “dove il lavoratore è libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro ch’egli stesso maneggia”. Tale modo di produzione, che esisteva, pur in misura limitata, “anche nella schiavitù, nella servitù della gleba e in altri rapporti di dipendenza”, non acquista comunque mai, nemmeno nel suo periodo di fioritura (primissime fasi dell’accumulazione originaria), una dominanza nell’ambito delle più diverse formazioni sociali. La competizione mercantile lo conduce poi, rapidamente, alla “sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente concentrati” per cui si ha “la trasformazione della proprietà minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi l’espropriazione della gran massa della popolazione, che viene privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione costituisce la preistoria del capitale. [….] La proprietà privata acquistata col proprio lavoro, fondata per così dire sulla unione intrinseca della singola e autonoma individualità lavoratrice e delle sue condizioni di lavoro, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento di lavoro che è sì lavoro altrui, ma, formalmente, è libero”.
L’accumulazione originaria del capitale si chiude quindi con la formazione della proprietà privata tipica del modo sociale di produzione capitalistico, che è una rete di rapporti sociali strutturante il sistema economico della società ad esso corrispondente, in cui esso è cioè dominante; rapporti che vedono una minoranza di proprietari privati dei mezzi di produzione (non esiste capitalismo senza che si sia già raggiunto un certo grado di concentrazione della proprietà di tali mezzi), da una parte, e una maggioranza di lavoratori privi di proprietà, ma formalmente liberi, dall’altra. Il processo dell’accumulazione originaria, un processo storico-concreto, conduce dunque ad una società dotata di una forma particolare di rapporti sociali, in specie nell’ambito di quella sua sfera in cui si producono la “basi materiali” della vita sociale e della riproduzione di quest’ultima (della riproduzione di questi storicamente specifici rapporti sociali).
La formazione sociale capitalistica, emersa dall’accumulazione originaria, ha due caratteri fondamentali, che debbono sussistere insieme; l’uno non può reggere senza l’altro, non esiste capitalismo se essi non sono presenti contemporaneamente, poiché l’uno supporta l’altro (e viceversa). Tali caratteri sono: a) il carattere mercantile della produzione sociale, il fatto cioè che quest’ultima avviene in centri autonomi e separati fra loro, tra i quali si interpone il diaframma del mercato; b) ognuno di questi centri produttivi è costituito – dopo il breve fiorire del modo della produzione mercantile semplice fondata sul lavoro dell’individuo proprietario degli strumenti con cui lavora, modo esistente in numerose (quasi tutte le) forme di società storicamente esistite, ma mai dominante in alcuna di esse – da pochi proprietari dei mezzi produttivi, da una parte (e al vertice), e da una maggioranza di lavoratori senza proprietà, dall’altra (e alla base).
Non esiste quindi capitalismo senza l’esistenza di individui liberati da vincoli schiavistici o servili; ma non esiste nemmeno capitalismo se tali individui, nella loro maggioranza, non sono stati espropriati dei mezzi necessari all’estrinsecazione della loro capacità lavorativa, quella insita nella corporeità (“braccia e cervello”) degli uomini. E’ appunto la presenza di questo tipo di individui che garantisce la riproduzione dei rapporti decisivi della forma capitalistica di società; è quindi tale presenza che garantisce la contemporanea sussistenza, e il reciproco supportarsi, di quei due caratteri appena sopra indicati come essenziali alla costituzione e riproduzione di tale forma sociale.
Tuttavia, se la maggioranza degli individui, in una forma capitalistica di società, è libera da vincoli di dipendenza personale, ed è tuttavia anche “liberata” dalla proprietà dei mezzi con cui potrebbe lavorare e riprodurre le condizioni di base della sua “sopravvivenza” (in un determinato contesto storico-sociale, quindi culturale), come concretamente possono “sopravvivere” questi individui? Essi debbono prestare la loro capacità lavorativa a chi controlla ed è in grado di fornire loro i mezzi per lavorare: materia prima (come nel capitalismo dei mercanti) e, nel modo di produzione specificamente capitalistico, anche gli strumenti di lavoro. Tuttavia, essi debbono poter cedere la loro attività lavorativa senza essere costretti a porsi alle dipendenze personali di coloro cui la forniscono; e, tramite questa fornitura, debbono essere in grado di procurarsi i mezzi della loro “sopravvivenza” o sussistenza. Non esiste altro modo di conseguire tale obiettivo se non quello di disporre liberamente della propria capacità lavorativa e di andare a “contrattarne la vendita” con il possessore dei mezzi produttivi.
Logicamente, dunque, la prima “entità” che diviene oggetto della (formalmente) “libera” contrattazione di compravendita, che deve quindi soggiacere alla forma dello scambio mercantile, è la capacità lavorativa di quegli individui, che nella forma capitalistica di società rappresentano la maggioranza; essi sono appunto liberi da ogni dipendenza personale ma anche liberati (espropriati) della disponibilità dei mezzi di estrinsecazione di tale capacità. La soluzione del problema (sociale) relativo alla liberazione e successiva espropriazione di tale maggioranza, si raggiunge non “appena la forza-lavoro è liberamente venduta come merce dall’operaio stesso. Ma è anche a partire da quel momento soltanto che la produzione delle merci si generalizza [corsivo mio] diventando forma tipica della produzione; e solo a partire da quel momento ogni prodotto viene prodotto per la vendita fin da principio, e tutta la ricchezza prodotta passa per la circolazione. Solo dove il lavoro salariato costituisce il suo fondamento, la produzione delle merci s’impone con la forza alla società nel suo insieme; ed è anche solo a questo punto che essa dispiega tutte le sue potenze arcane” (cap. XXII del I libro della massima opera di Marx).
Come già rilevato più sopra, in opposizione a quanto sostenuto ad es. da un Polanyi, la forza-lavoro umana non è l’ultimo “bene” a conseguire la forma di merce nel capitalismo, ma al contrario il primo; essa è perciò il presupposto originario – risultato del processo storico dell’accumulazione originaria – di tale società. Quest’ultima non verrebbe ad esistenza, e tanto meno si riprodurrebbe, se non si formasse preliminarmente il rapporto di compravendità mercantile della capacità lavorativa umana, poiché, una volta liberati i produttori dai vincoli di dipendenza personale, non sarebbe possibile appropriarsi del loro plusprodotto, sia pure in forma di plusvalore, se essi non fossero stati spossessati (del controllo) dei mezzi di produzione, obbligandoli così a vendere la loro sola “proprietà” (la forza-lavoro appunto) in qualità di merce.

4. Siamo, come si vede, ad un punto cruciale. Già si è capita una questione decisiva. La divisione in classi tipica della società capitalistica non si viene delineando per le dinamiche intrinseche ai processi lavorativi, caratterizzati nella seconda fase dello sviluppo di detta società – rivoluzione industriale, passaggio dalla manifattura alla fabbrica basata su sistemi di macchine – dalla scissione tra saperi produttivi (e di direzione) e lavoro meramente manuale ed esecutivo; tale divisione è innanzitutto frutto di processi storici peculiari (sintetizzati nell’accumulazione originaria del capitale) che conducono alla duplice liberazione dei produttori (possessori di capacità lavorativa): a) da vincoli di dipendenza personale e b) dalla disponibilità dei mezzi (materie prime e strumenti di lavoro) necessari all’estrinsecazione della capacità lavorativa in oggetto. Tale duplice liberazione è quella che dà origine alla prima “cosa” scambiata come merce (la forza-lavoro), da cui deriva poi la generalizzazione della forma di merce con riferimento all’insieme dei prodotti del lavoro umano. E tuttavia, questa duplice liberazione, in modo tutto particolare quella relativa al possesso dei mezzi produttivi, fa sì che, immediatamente e fin da subito, l’estrinsecazione della forza lavorativa ai fini della più generale produzione di merci avvenga in centri produttivi – autonomi, separati e indipendenti fra loro, poiché questa è la condizione essenziale per la produzione di merci, per lo schema M-D-M – in cui esiste la divaricazione verticale tra i pochi proprietari di tali mezzi produttivi e i molti espropriati degli stessi.
L’accumulazione originaria crea la (logica) condizione prima della produzione e riproduzione dei rapporti sociali nella loro forma capitalistica, condizione rappresentata dalla vendita della forza-lavoro (espropriata dei mezzi della sua estrinsecazione) quale merce; crea cioè il decisivo rapporto tra capitale e lavoro salariato. Ma questa forza-lavoro produce lavoro in centri organizzati secondo una divisione verticale fondata sulla proprietà dei mezzi produttivi da parte della minoranza (i capitalisti); ed è la differenza tra il lavoro (valore) prodotto e il valore di mercato della forza-lavoro (pur espresso in moneta quale prezzo, denominato salario) a dare il profitto (plusvalore) al capitalista-proprietario. In un secondo tempo – ma proprio perché la produzione avviene in centri formalmente indipendenti, sotto la direzione di gruppi di proprietari (capitalisti) tra loro in competizione per accrescere il loro potere e la loro ricchezza mediante l’introduzione di nuove organizzazioni e di nuove tecnologie nei processi di lavoro, con crescente parcellizzazione degli stessi e sostituzione degli strumenti manifatturieri con sistemi meccanici – si verifica la scissione tra saperi produttivi (e capacità direttive) e forza-lavoro semplicemente manuale e/o esecutiva.
Sarebbe un errore capitale – da me stesso commesso in passato al seguito degli “althusseriani”, lo ammetto senza perifrasi – quello di prendere immediatamente in considerazione tale scissione (verticale), dimenticando il presupposto originario costituito dall’espropriazione dei produttori dai mezzi di produzione che, unita alla loro liberazione da vincoli di dipendenza personale, li costringe a vendere quale merce la loro capacità lavorativa; una merce che, come ogni altra, viene in media venduta al suo valore costituito dalla quantità di lavoro necessaria a produrre i beni per la sua sussistenza (storico-sociale). E’ questa vendita mercantile della forza-lavoro, che precede la sua utilizzazione nei processi della sua estrinsecazione al fine di produrre beni (anch’essi merci), a consentire ai proprietari (dei mezzi produttivi), pur nell’ambito della loro reciproca acuta competizione (concorrenza), di acquisire il plusprodotto dei produttori, che appare anch’esso quale somma di valore, essendo costituito da prodotti venduti come merci.
Non c’entra proprio per nulla il “mito dell’origine” in cui si teme di cadere; il presupposto della formazione di un modo di produzione capitalistico è un effettivo processo storico che, dopo la breve fioritura della “produzione mercantile semplice” (mai comunque in grado di divenire una modalità produttiva dominante in una qualsiasi società), conduce all’espropriazione dei produttori – che lavorano con propri mezzi di produzione – rispetto a questi ultimi. Tali produttori si trasformano così in semplici possessori e venditori di merce forza-lavoro, dando vita a quel rapporto, del lavoro salariato, che rappresenta l’atto di inizio “ufficiale” dell’instaurazione del modo di produzione capitalistico, modo che mette in moto, tramite la competizione intercapitalistica e l’incessante “rivoluzione” dei metodi tecnico-organizzativi dei processi di lavoro, un dinamico sviluppo delle forze produttive, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo (le innovazioni), divenendo rapidamente il modo di produzione dominante nella forma di società moderna.
Non c’è alcuna “grande narrazione”, nessun banale “storicismo” evoluzionistico; semplicemente, un processo che conduce al cambiamento radicale della forma della produzione e riproduzione dei più decisivi, e pervasivi, rapporti sociali. La vendita della forza-lavoro in qualità di merce introduce il processo di produzione in cui essa entra e si esplica, uscendo da questo così come vi era entrata, senza possesso dei mezzi di produzione, mentre il plusprodotto (plusvalore) che crea viene appropriato da chi ha i mezzi produttivi e ne dispone per “accumulare il capitale”; cioè, in definitiva, per allargare la riproduzione della medesima forma dei rapporti di produzione, accentuando ancora – mediante competizione tra proprietari-capitalisti e innovazioni – l’estrazione del “di più” in forma di valore. Non può sussistere nessuna crescente scissione e separazione verticale tra saperi produttivi (e capacità di direzione) e lavoro manuale e/o esecutivo, se non è in azione il meccanismo riproduttivo della forza-lavoro come merce; e tale meccanismo non si sarebbe mai messo in moto se il processo storico-concreto dell’accumulazione originaria non avesse intanto creato l’elemento del suo innesco, il carburante della prima accensione del motore, che è appunto la formazione del lavoro salariato, dell’esercito dei produttori espropriati (ma liberi) che vendono la loro capacità lavorativa come merce.
Ricordo, per chi magari se lo sarà scordato strada facendo, che sto seguendo il ragionamento di Marx, sto cercando di non tradirlo nel suo pensiero. Mi auguro comunque che il lettore si stia accorgendo della robustezza e coerenza di tale pensiero, del suo essere assolutamente lontano da ogni vaghezza utopica. Si cerca veramente di analizzare la “anatomia e fisiologia” della società emersa da un processo storico di cui si cerca di delineare le forme di svolgimento. E ci si dovrebbe rendere conto anche di un altro punto decisivo.
Non credo si debba rinunciare a parlare dell’origine del modo di produzione capitalistico, né tanto meno temere di cadere in una grande narrazione, tentando di ricostruire le tappe salienti dell’accumulazione originaria del capitale. Entrando in medias res, concentrando cioè l’attenzione, da subito e fin dall’inizio, sul mulinello della scissione verticale di cui abbiamo parlato più volte nelle ultime pagine, si rischia di rimanere prigionieri del pensiero di un “grande automa”, costituito dalla cosiddetta divisione tecnica del lavoro – legata alle innovazioni di processo, quelle tecnologiche e organizzative – che diventa così il vero “Soggetto” del movimento riproduttivo dei rapporti intrinseco al modo di produzione capitalistico. Quest’ultimo, e i suoi rapporti, si trasformano in semplici modalità di sviluppo delle forze produttive; sia quelle oggettive e “materiali” (in specie le tecnologie e le fonti di energia), sia quelle soggettive, cioè gli uomini lavoratori.
Così pensando, i motori dello sviluppo, e riproduzione, del modo di produzione capitalistico e dei suoi rapporti diventano fondamentalmente due: a) le innovazioni relative alle forze produttive oggettive, cioè quelle tecniche, e la scoperta di nuove fonti di energia, i mutamenti dell’organizzazione del lavoro (dalla manifattura al sistema di macchine, dal taylorismo-fordismo all’informatica e al post-fordismo, ecc.); b) il mutamento della “qualità” dell’uomo lavoratore. Si badi bene, qui non si tratta della forza-lavoro, ma proprio dei lavoratori con la loro personalità che, sottoposta al mulinello di quell’automa tecnico cui è stato ridotto il Capitale (debitamente scritto con la maiuscola), verrebbe, secondo alcuni, spogliata dei suoi saperi produttivi (ad es., l’operaio detto massa) mentre, per altri, si arricchirebbe invece di nuovi saperi (ad es., per quanto riguarda i lavoratori immessi nelle reti informatiche, nei processi di incremento “cognitivo”, ecc.).
Se si è pessimisti, si pensa che prevalga l’impoverimento della personalità del lavoratore; se si è ottimisti, si pensa il contrario. Oppure, gli stessi studiosi pensano ora l’una cosa ora l’altra. Ora il “comunismo” fiorirà perché finalmente i lavoratori – proprio loro, con il loro cervello, ecc. – sono stati ridotti a carta bianca su cui tutto (il nuovo) può essere scritto; ora invece, questo “comunismo” (frutto di pura immaginazione) è provocato dallo stesso Capitale che è stato costretto, per i suoi bisogni, ad arricchire enormemente i lavoratori di conoscenze, per cui questi, infine, faranno a meno di tale entità (del tutto impersonale). Ora si pensa che la cosiddetta Tecno-Scienza è un mostro oggettivo e onnipervasivo che renderà gli uomini suoi burattini e “schiavi”, a meno che questi non si rivoltino facendo appello al loro “fondo morale”; ora si crede che il medesimo “complesso di conoscenze” ci condurrà alla liberazione da ogni bisogno, alla fine delle ideologie “oscurantiste” e alla completa trasparenza sociale.
Per Marx, capitalista e lavoratore salariato sono entrambi uomini; ma non è questa loro comune qualità che va posta in risalto pensando il modo di produzione capitalistico e la dinamica di riproduzione dei più fondamentali rapporti che esso mette in moto, dopo essersi formato a causa di determinati (non deterministicamente necessitati) processi storici. Il problema centrale è che la proprietà privata dei mezzi di produzione, da una parte, e la vendita di forza-lavoro (non però della personalità di uomini ormai sciolti da vincoli di dipendenza personale), dall’altra, conducono alla riproduzione di una particolare struttura di rapporti sociali. Nell’ambito di tale struttura – e solo in quest’ambito – la forza-lavoro, venduta liberamente come merce, entra nel processo produttivo (di trasformazione mediante erogazione di energia lavorativa); e in questo certamente, a causa però della competizione tra i capitalisti-proprietari, si produce anche la scissione verticale, di cui sopra detto, tra saperi e lavoro impoverito degli stessi.
Non è però questa scissione a riprodurre il rapporto capitalistico; la riproduzione è fatto che riguarda l’estrazione del plusvalore (l’appropriazione del plusprodotto in tale forma), da cui consegue l’uscita del lavoratore dal processo produttivo in quanto semplice “proprietario” della sua capacità lavorativa da vendere di nuovo quale merce. Non c’entra nulla se questo lavoratore ha più o meno conoscenze di prima; non è la persona del lavoratore ad essere qui in questione, ma solo la specifica forma, di merce, secondo cui è nuovamente – e “perennemente”, fin quando cioè non verrà messo in discussione il modo di produzione capitalistico e i suoi rapporti – costretto a vendere la sua capacità lavorativa, sia che questa si sia arricchita o invece impoverita di saperi. D’altra parte, la scissione tra lavoro “intellettuale” (nella produzione) e manuale, tra lavoro direttivo ed esecutivo, non è provocata dall’automa meccanico, dalla Tecnoscienza, o da qualche altro mostro assolutamente oggettivo, alla cui forza – situata in un “Cielo” lontanissimo dagli uomini – ci si debba piegare.
La scissione si ha perché la separazione tra proprietà dei mezzi di produzione e semplice possesso di forza-lavoro (da parte però di individui liberi) provoca la vendita della seconda alla prima in forma di merce (e dunque di valore), e l’estrazione del plusvalore che serve all’accumulazione di capitale. Ma quest’ultimo non è accumulato da un unico Capitalista. La forza dell’accumulazione – che è esattamente quella forza che spinge all’accelerato sviluppo delle forze produttive – consiste proprio nella “gara” competitiva tra i vari capitalisti per aumentare la produttività del lavoro impiegato nel loro opificio; obiettivo che, se conseguito meglio ed in misura maggiore rispetto ai concorrenti, dà ai vincitori la forza di espellere questi ultimi dal mercato o di assorbirli e dominarli. Non esiste modo di produzione capitalistico senza questi meccanismi multipli. La forza lavoro deve essere venduta come merce da coloro che non possiedono (non controllano), e debbono continuare a non possedere (non controllare), i mezzi di produzione; e da questa forza-lavoro viene estratto plusvalore, semplice differenza tra lavoro erogato da essa nella produzione e lavoro che è necessario alla sua riproduzione come merce da ri-vendersi (non si tratta della riproduzione del lavoratore come persona). Questo plusvalore deve essere accresciuto – e dai metodi impiegati per accrescerlo deriva la scissione verticale dentro i processi lavorativi – al fine di battere i concorrenti e dominarli.
Pensare ad un unico capitalista che continua a innovare nella tecnologia e nell’organizzazione dei processi lavorativi per accrescere lo “sfruttamento” dei lavoratori (cioè la pura e semplice estrazione di plusvalore, perché questo è lo sfruttamento), senza alcun fine competitivo, è una autentica assurdità. Per questo motivo, i marxisti che pensarono la tendenza ad una sempre più compiuta centralizzazione (monopolistica) dei capitali, pensarono contemporaneamente alla tendenziale fine dello sviluppo delle forze produttive nel capitalismo, perché sarebbe venuta a chiudersi l’epoca della competizione intercapitalistica; ed è questa la molla dello sviluppo delle forze produttive, non un “motore” del tutto impersonale che muove l’Umanità verso il totale asservimento alla Tecnica.
Di conseguenza, tutti coloro che continuano a muoversi entro il processo di lavoro, sia che si rifacciano più strettamente alla fabbrica (grande o piccola, concentrata o “diffusa nel territorio”), o che indaghino i processi cognitivi e i saperi produttivi, o che pensino alle reti informatiche e a quelli in grado di utilizzarle con abilità, e via dicendo, sono del tutto perniciosi. Continuano a trattare degli uomini in carne e ossa; e li vedono, a seconda del loro pessimismo od ottimismo, come asserviti all’automa meccanico, alla Tecno-Scienza, oppure come masse desideranti, i cui bisogni (fra cui, magari, quello di “comunismo”) debordano, straripano, dall’attuale società. Quest’ultima è in realtà sempre capitalistica, e quindi ancora dominata dal rapporto salariale (scambio di forza-lavoro come merce) e dalla competizione tra capitalisti.
Per questo, qualunque cosa si pensi circa la completa o meno attualità del pensiero marxiano (comunque ancora assai ampia), qualunque sia l’aspettativa di una trasformazione, possibile o meno, della società capitalistica in comunismo, una cosa è certa: non si deve dimenticare l’origine del modo di produzione capitalistico posta nella formazione della prima merce: la forza-lavoro dell’individuo libero ma spossessato del controllo dei mezzi di produzione. Coloro che parlano sempre di uomini in carne ed ossa sembrano più concreti, più vicini all’umanità, di quanto non sia Marx che scrive nella prefazione alla sua massima opera: “Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista………può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”. Non è però affatto così; assai più concreto è proprio Marx.
Chi parla sempre di uomini in carne ed ossa, tende però magari a dimenticare il presupposto della formazione del modo di produzione capitalistico, cioè il processo storico dell’accumulazione originaria. In questo processo, ovviamente, sono entrati uomini concreti, dotati di carne e sangue, corpo e pensiero. Sia i capitalisti che i lavoratori sono stati uomini siffatti; è fin troppo ovvio. Marx però fissa l’attenzione esclusivamente sulle loro funzioni di portatori della proprietà dei mezzi produttivi, da una parte, e della “proprietà” di semplice capacità lavorativa da vendere come merce, dall’altra; li tratta quindi soltanto come “incarnazione di determinati rapporti”. Eppure è così che gli uomini – pur essendo “socialmente creatura” dei rapporti sociali, formatisi certo indipendentemente dalla loro volontà e progettualità – possono tuttavia “soggettivamente elevarsi al di sopra di essi”. Solo pensando alle nostre funzioni, e quindi alle posizioni socialmente determinate che occupiamo, siamo in grado non certo di mutarle a nostro piacimento, ma di sviluppare progetti e decisioni di trasformazione secondo direttrici che comunque creano possibilità di cambiamento sociale.
Non credo si debba pensare – almeno non immediatamente e con sola adesione sentimentale – alla nostra natura di uomini dotati di ragione e morale, di aspirazione al bene, al bello, al giusto, poiché in genere tale aspirazione è di pochi uomini concreti in tutte le società divise in classi, in cui i dominati sono in gran parte spogliati della possibilità di accedere alle “alte” forme culturali e di pensiero. I sentimenti, le passioni, sono fondamentali per una azione mirante alla trasformazione sociale; essi debbono però essere filtrati dalla ragione, dall’analisi scientifica, altrimenti ci consegnano ad alterne vicende umorali che quasi sempre ci rendono inattivi o “troppo” attivi in direzioni sbagliate. E’ necessario sforzarsi di individuare, comprendere e valutare le proprie funzioni, esercitate nelle posizioni che date strutture di rapporti sociali ci assegnano nel corso della loro riproduzione, per acquisire quel pur minimo “grado di libertà” che l’autoriflessione sulle condizioni della nostra determinatezza ci consente, aiutandoci così ad “elevarci soggettivamente al di sopra” dei rapporti stessi nel tentativo di investirli con la nostra azione trasformatrice; guidata però da intenzioni che sentiamo possibili, non solo ispirate da pii desideri, da vaghe utopie di un “benessere futuro”, che ci renderebbero simili ai – ben più poetici e commoventi, sia chiaro – personaggi di Cecov (si pensi allo struggente dialogo finale tra Zio Vania e la nipote). Nessun utopismo in questo Marx, ma solo la ricerca di un fondamento teorico per quella che Lenin definirà “analisi concreta della situazione concreta”.

5. Mi sono soffermato a lungo sull’accumulazione originaria, perché era indispensabile capire l’approccio di Marx alla astrazione determinata che è, mi si scusi l’apparente bisticcio terminologico, una astrazione concreta; cioè la ricerca di un apparato concettuale in grado di fissare il “microscopio della ragione” sull’emergere, da un caotico processo storico effettivamente svoltosi, degli elementi base del modo di produzione capitalistico; quegli elementi cioè – la proprietà privata dei mezzi di produzione e la “proprietà” di semplice forza lavorativa priva dei mezzi della sua estrinsecazione – che si sono poi concatenati fra loro in un rapporto strettissimo, dando vita al processo di produzione sociale secondo una peculiare forma di svolgimento che riproduce questo rapporto, su scala sempre più allargata, quale fondamento della possibilità di continuare a produrre in quella forma, la cui dominanza si afferma in misura crescente innervando l’intera società.
Marx analizza dunque un complesso e nient’affatto lineare processo storico di transizione alla formazione sociale del capitale mediante l’uso di un apparato categoriale che pone in luce la duplice liberazione del lavoro dalla dipendenza personale e dal possesso dei mezzi di produzione. Si viene così dispiegando davanti ai suoi “occhi” (dotati di specifiche lenti teoriche) sia la formazione del rapporto primo (quello del lavoro salariato), che consente la riproduzione dei rapporti della produzione capitalistica, sia il movimento che determina, all’interno stesso della produzione in senso stretto (processo di trasformazione mediante lavoro), la scissione verticale tra potenze mentali della stessa e lavoro meramente esecutivo ed eterodiretto. Una volta raccolto questo vasto materiale, ormai filtrato da una precisa struttura categoriale, da un sistema di concetti, si trattava di esporlo in un’opera scritta che non semplicemente lo descrivesse, ma lo esponesse secondo il “suo automovimento interiore”, che è in realtà il movimento del pensiero di chi lo stava pensando in sequenze storiche ordinate secondo quel determinato apparato teorico.
Marx iniziò la sua esposizione dall’illustrazione del formarsi e generalizzarsi del rapporto mercantile per porre in luce le condizioni fondamentali – separatezza delle diverse produzioni e competizione tra di esse – della crescente accumulazione capitalistica del plusvalore, susseguente a quella originaria relativa al processo di spossessamento del libero lavoratore dai mezzi di produzione con trasformazione della sua forza-lavoro in merce. Se avesse iniziato, come alcuni (nonché il sottoscritto in altri tempi) avrebbero voluto, dai metodi di estrazione del plusvalore, cioè dal mulinello della divisione tecnica del processo di lavoro e dalla già più volte considerata scissione verticale che essa induce in detto processo, egli avrebbe dovuto ricondurre la riproduzione della struttura dei rapporti capitalistici alla semplice e lineare tensione tra Capitale – incorporato e praticamente (con)fuso nel sistema dei mezzi di produzione in quanto “automa meccanico” che si riproduce e autoalimenta per movimento proprio – da una parte, e lavoratore che, nella sua corporeità, prima inglobava (artigiano e lavoratore manifatturiero) e poi veniva separato (operaio della fabbrica meccanizzata) dalle potenze mentali della produzione, dall’altra.
Da dove provenisse l’alimento dell’accumulazione capitalistica – profitto in quanto plusvalore – sarebbe rimasto un mistero più indecifrabile di quello della Verginità di Maria, se l’esposizione del movimento del capitale avesse preso inizio dalla tensione appena evocata; ed è esattamente questo mistero a rimanere inspiegato se si parla, sprezzantemente, della teoria del valore e plusvalore come mera “teoria contabile”. La tensione tra Capitale e lavoro, inoltre, tende a divenire una mera questione di rapporti di forza e di “volontà di potenza”, di uso dispotico del proprio potere; qualcosa di non troppo dissimile, insomma, dalla “spada in pugno” mediante la quale – secondo Eugen Dühring – veniva ottenuto il profitto, che diventava allora una mera “deduzione” dal valore creato dal lavoro. In definitiva, esiste una sotterranea ma robusta solidarietà antitetico-polare tra chi spiega l’accumulazione capitalistica in termini di semplice uso di potere (politico e/o ideologico), come gli althusseriani e gli operaisti, e coloro che, come i socialisti ricardiani o i neoricardiani alla Sraffa (quest’ultimo rinunciando, coerentemente, alla teoria del valore-lavoro), riducono tutto a rapporti di forza nella distribuzione del prodotto tra profitto (capitalista) e salario (lavoratore).
Per fortuna (nostra), Marx inizia con la merce, ponendo in luce la caratteristica principe della produzione capitalistica, non di quella mercantile semplice, come altri hanno equivocato; si ricordino, per favore, le chiarissime prime righe de Il Capitale, da me già citate. Certamente è bene, leggendo il primo capitolo, tenere sempre presente che la generalità della forma di merce è un portato del modo (con i suoi specifici rapporti) di produzione capitalistico e che quest’ultimo inizia a formarsi con la separazione (espropriazione) dei produttori dai mezzi di estrinsecazione del lavoro. Nel primo capitolo, però, tutto ruota intorno al fatto che in tale modo di produzione “gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo”.
Marx vuol far qui capire che, nel capitalismo, non vi è alcuna possibilità – pur essendo i produttori liberi dalla dipendenza personale – di estrinsecare la propria attività lavorativa, e di produrre i vari beni, secondo progetti e finalità produttive comuni. Non vi è alcuna possibilità di una immediata socializzazione dei lavori e, dunque, di una cooperazione generale nella loro esecuzione e nella destinazione dei prodotti a certi o certi altri usi. Le attività lavorative sono prestate privatamente, e quindi “individualmente” – ma tali “individui” produttivi sono in genere gruppi di concreti individui – e vengono socializzate solo indirettamente, in via mediata, poiché fra di loro si interpone il diaframma del mercato. E’ ovvio che, poiché la forma generale di merce caratterizza solo il modo di produzione capitalistico, gli “individui” in questione sono le unità produttive capitalistiche, e i “lavori privati eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro” sono svolti appunto in queste unità; e già sappiamo che nelle unità in oggetto esiste la scissione verticale di cui sopra discusso, scissione introdotta dalla vendita di merce forza-lavoro dall’espropriato al proprietario dei mezzi produttivi.
Qui però, a Marx non interessa l’organizzazione dell’unità produttiva, del “lavoratore privato”; gli preme mettere in luce che ogni “individuo” (qualunque sia la sua strutturazione interna) produce indipendentemente e separatamente dagli altri, quindi socializza il proprio lavoro – il che significa semplicemente che entra nel novero del “lavoro sociale complessivo” – in via indiretta, tramite appunto la compravendita di merci. Quello che si vuol porre in evidenza è che nessuno di questi “individui produttivi” è in grado di scegliere, né assieme agli altri ma nemmeno per una sua incondizionata decisione “individuale”, le modalità organizzative e le finalità della sua produzione. Non gli è possibile cooperare con gli altri, ma nemmeno è libero, come qualcuno crede e sostiene, di “coltivare il suo orticello”. Lavora apparentemente per conto suo, ma deve soggiacere ad una legalità a lui esterna e per lui costrittiva: quella della socializzazione dei vari lavori mediata dal meccanismo mercantile.
Questo significa che sta alienando le sue più intime qualità personali, consegnandole ad una sfera sociale che gli si pone completamente all’esterno, che egli sente come altra da se stesso? Si ha semmai a che fare con una conseguenza della produzione capitalistica in quanto produzione mercantile generalizzata, ma non certo con il fulcro, l’elemento di punta di tale modalità produttiva. Il fatto che anche l’onore, la dignità, i vari sentimenti umani, possano diventare, e spessissimo diventino, merci nel capitalismo, è un mero effetto della generalizzata produzione di merci, che ha tutt’altre cause, già più sopra esposte. La ri-affermazione, il recupero, della propria personalità morale può senza dubbio procurare un’intima soddisfazione al singolo individuo, ma non serve né a capire né a cercare di cambiare, con un’azione collettiva organizzata, questa peculiare struttura dei rapporti sociali.
Il “lavoratore privato”, l’“individuo” produttivo – di cui sta parlando nel primo capitolo Marx, prescindendo momentaneamente, pur avendolo ricordato subito all’inizio del medesimo capitolo, dal suo essere comunque un produttore capitalistico di merci – non ha personalità alcuna, perché non è un vero individuo, è appunto il produttore capitalistico, considerato inizialmente senza riguardo alla sua strutturazione interna, che vede, come sappiamo, la separazione tra proprietà dei mezzi produttivi e forza-lavoro. Questo “individuo”, per produrre, eroga lavoro, che quindi conterrà anche un pluslavoro, cioè quanto va al di là della riproduzione delle sue condizioni di esistenza; che queste condizioni riguardino la sussistenza del portatore della funzione lavorativa, da una parte, e la ricostituzione dei mezzi produttivi consumati nell’atto produttivo, dall’altra, non viene qui in evidenza, perché il problema da risolvere è diverso. Si tratta solo di capire che, in ogni caso, ogni atto produttivo implica l’estrinsecazione di lavoro – ridotto alla sua elementarità, a lavoro “semplice” – per una certa durata temporale; che l’insieme delle merci prodotte è allora posta in essere in questa durata e che, dunque, ogni unità di merce contiene in sé una quota della durata in oggetto.
La merce – in quanto mera forma di un valore d’uso prodotto – non è per nulla connotata da alcuna qualità dell’uomo, di nessun uomo, qualsiasi funzione egli esplichi nella formazione sociale in cui vive e lavora. Quell’“individuo produttivo”, che è il “lavoratore privato” di cui parla Marx, si limita ad erogare una parte del lavoro sociale complessivo; nel modo di produzione capitalistico, però, tale parte è separata e formalmente indipendente dalle altre, in semplice interazione reciproca con le altre. Da tale interazione nasce un rapporto quantitativo tra le varie parti di lavoro complessivo prestate dai differenti “individui produttivi”, e la socializzazione delle parti avviene mediante lo scambio mercantile delle cose da queste prodotte; il rapporto quantitativo tra i vari lavori “individuali” si manifesta come rapporto quantitativo di scambio delle diverse cose-merci prodotte da tali lavori. Il fatto che i diversi “individui” debbano comunque lavorare l’uno per l’altro al fine di soddisfare i bisogni del vivere sociale perde la sua visibilità; il suo posto viene occupato – nella sensazione immediata, cioè non mediata dal pensiero (critico), degli individui concreti – da un altro fenomeno: per soddisfare i propri bisogni si debbono vendere e acquistare cose, scambiate mediante uso di un equivalente generale (il denaro) che appare un semplice strumento per facilitare questo scambio.
Quando Marx afferma (primo capitolo de Il Capitale): “il valore di scambio [la “forma di valore”] può essere in generale solo il modo di espressione, la ‘forma fenomenica’ di un contenuto distinguibile da esso”, non vuol certo dire che prima viene ad esistenza tale contenuto e poi la sua forma di espressione (fenomenica); e nemmeno però si può sostenere che il contenuto si risolve completamente (cioè di fatto si dissolve) nella sua forma di manifestazione. Il contenuto in lavoro non ha nulla a che vedere con le qualità concrete della personalità dei lavoratori (in quanto uomini); detto contenuto rappresenta solo la partecipazione pro quota della funzione lavorativa dei diversi “individui produttivi” al lavoro sociale complessivo. Tali “individui” non si mettono insieme a produrre, ma ognuno di essi è obbligato – dalla forma dei rapporti specifici instauratisi nella società con l’affermarsi della dominanza del modo di produzione capitalistico – a lavorare “privatamente”, per conto suo, scegliendo da solo ciò che deve produrre se lo vuol poi scambiare, mediante compravendita, con i prodotti degli altri “individui”.
I diversi “lavoratori privati” prendono in considerazione, im-mediata, solo il sistema dei prezzi dei vari beni, prezzi che rappresentano meri rapporti quantitativi di scambio tra merci pur espressi in equivalente generale (nelle sue varie figure monetarie). Ogni “individuo” sa soltanto che produce e vende una cosa (al limite la sua forza-lavoro) al prezzo x e che, con la quantità di moneta ottenuta, può acquistare ai prezzi y, z, w …… date quantità di altre merci necessarie alla sua vita e alla riproduzione della sua forza-lavoro e delle condizioni di una nuova produzione. Afferrare che, dietro l’equivalente generale, quindi dietro determinati rapporti di scambio tra le cose prodotte, vi è un contenuto rappresentato da una quota parte del lavoro sociale complessivo, serve a comprendere che sarebbe possibile un progetto comune di lavoro, se ciò non fosse appunto impedito dalla forma di valore (o valore di scambio) in cui si esprime tale contenuto, forma che diventa generale con il modo di produzione capitalistico e induce gli “individui produttivi” ad una sfrenata competizione per prevalere gli uni sugli altri. Questo è il significato della distinzione, nella merce, di un contenuto (il valore come quota del lavoro sociale complessivo) dalla forma espressiva dello stesso, che indica la separatezza e l’autonomia dei “produttori”, costretti a soddisfare i propri bisogni – anche quelli relativi alla riproduzione allargata (accumulazione) delle condizioni (mezzi) di produzione – senza progetti di cooperazione collettiva ma anzi ponendosi in conflitto l’uno contro l’altro.
E qui arriviamo al feticismo della forma di merce e ai molti fraintendimenti cui esso ha dato luogo. Intanto, mi sembra si sia fatta fin troppa confusione tra feticismo e alienazione. Il feticcio della merce semplicemente oscura il nesso tra lavoro “individuale” e lavoro sociale complessivo, rinchiude il singolo “individuo” (che è il “produttore” capitalistico, internamente strutturato come già sappiamo) entro la cerchia dei problemi riguardanti il suo piccolo mondo, a partire dai quali egli (cioè, in realtà, il proprietario dei mezzi di produzione da tale “produttore” impiegati) sente ostilità e conflitto nei confronti di ogni altro suo simile. Si tratta però di una ostilità confinata nella produzione, provocata dalla separatezza e autonomia dei vari “lavori eseguiti privatamente” che si socializzano soltanto in via mediata (tramite il mercato). Magari, però, gli stessi proprietari possono nutrire amicizia e simpatia reciproche ad una partita di calcio, al circolo della caccia o del tennis, alle Maldive o Canarie, ecc. E’ indispensabile non confondere gli uomini in carne e ossa con i portatori delle differenti funzioni relative alla produzione mercantile generalizzata, che è quella effettuata secondo il modo capitalistico e i suoi rapporti peculiari. Chi ha simpatia per gli individui umani concreti, la manifesti pure, perché si tratta di sentimento assai gradevole e che onora chi lo nutre. Tuttavia, per favore, costui lasci perdere la trattazione del modo di produzione capitalistico, che è una faccenda del tutto diversa, poiché ogni analisi scientifica, come ben si sa, è sempre disantropomorfizzante.
Il feticismo vuol solo indicare che nella società a modo di produzione capitalistico dominante, con la sua produzione generalizzata di merci, ogni “individuo” è separato e in conflitto con gli altri in tale sfera sociale; egli non può, per cause intrinseche al modo di produrre in questione, avere una visione complessiva sociale del fenomeno produttivo; deve per forza, pena il suo fallimento ed esclusione dal mercato, concentrarsi sui problemi della sua “individualità” produttiva e della competizione con le altre “individualità” dello stesso tipo, nel cui ambito deve difendersi e attaccare, evitare la propria esclusione e provocare quella altrui. Ci si può limitare a vedere nel feticismo la subordinazione del “produttore” di merci alla “cieca legge” del mercato? Questo è uno solo degli aspetti del feticismo, e riguarda certe fasi dello sviluppo capitalistico, quelle che nei miei scritti ho indicato come policentriche (e ricorsive), in cui si accentua la competizione intercapitalistica. Nelle fasi di tipo mono(oligo)polistico, i “produttori” di merci (le grandi unità produttive, o imprese, capitalistiche) hanno il cosiddetto potere di mercato, cioè non soggiacciono ad una “cieca legge”, ma la controllano sia pure parzialmente e mediante accordi con altre imprese concorrenti dello stesso tipo.
Non esiste allora più, in fasi del genere – che molti marxisti, praticamente tutti, interpretarono come una fase ormai definitiva, e magari ultima, del capitalismo – il feticismo delle merci? Non credo si possa affermare qualcosa del genere. Ed è qui che si manifesta la netta contrapposizione tra i marxisti sostenitori della tendenza alla completa centralizzazione dei capitali e i pochi che si contrapposero a questi. Del resto, tali pochi – si pensi pure a Lenin – contrastarono assai male i primi, poiché sostennero che la tendenza alla massima centralizzazione sussisterebbe effettivamente in teoria, ma in pratica no. Detto in termini più chiari: la tendenza potrebbe affermarsi definitivamente in un congruo periodo di tempo, durante il quale però si verificherebbero gravi crisi economiche, scontri e convulsioni sociali legate a conflitti (mondiali) tra grandi unioni monopolistiche di capitali, ecc., dai quali conseguirebbe infine la rivoluzione “proletaria”, a partire dagli “anelli deboli” ma con progressiva estensione a tutto il mondo. Tale analisi, con annesse previsioni, fu soprattutto di Lenin e dei leninisti (comunisti), e per qualche decennio sembrò verosimile: due guerre mondiali, la grande crisi del 1929, le rotture rivoluzionarie susseguenti alle due guerre negli “anelli deboli” (Russia e poi Cina, ecc.). Adesso, per carità, è meglio lasciar perdere.
Tuttavia, il feticismo significa qualcosa di ben più profondo della semplice subordinazione alle cieche leggi mercantili, che in fondo non sarebbe una gran novità rispetto alla smithiana mano invisibile (cui gli economisti accademici alla Chandler sostituirono nell’epoca degli oligopoli la supposizione di una ormai definitivamente affermatasi “mano visibile”; c’è sempre una simmetria di sviluppo del marxismo “ufficiale”, economicistico, e della “scienza economica” dei dominanti, con un chiaro anticipo del primo sulla seconda dell’ordine di qualche decennio).
A mio avviso, il feticismo afferma che la ineliminabile separatezza dei “produttori” (capitalistici) rende questi ultimi – oggettivamente, indipendentemente da ogni consapevolezza o volontà soggettive – incapaci di sostituire la loro reciproca competizione e tentativo di sopraffarsi con una visione complessiva e armonizzata della produzione sociale. Questi “produttori” sono “condannati” a farsi la guerra, perfino quando, eventualmente, nutrano fra loro simpatia e amicizia in altri ambiti (in particolare in quelli ludici e sportivi) della società. Ma la loro reciproca separatezza, e conseguente conflittualità – pur trattate da Marx nei primissimi capitoli della sua massima opera, e fissando quindi l’attenzione su tali caratteristiche decisive della produzione generalizzata di merci, prescindendo dalla strutturazione interna delle unità capitalistiche in cui detta produzione viene attuata – dipende dalla primigenia separazione tra proprietà dei mezzi di produzione e libero possesso della sola forza-lavoro; dipende cioè da quel primo (logicamente) rapporto mercantile, relativo al lavoro salariato, che è prodotto storico del processo di accumulazione originaria e che costituisce, come già considerato, il presupposto dell’affermazione del modo di produzione capitalistico.
La separatezza in questione, dunque l’impossibilità di complessiva visione della produzione sociale e di cooperazione tra i “produttori”, che al contrario guerreggiano tra loro, non può mai essere superata finché permane la produzione generalizzata di merci; ma, ancor più in profondità, ogni cambiamento sociale è precluso finché resta la forma di merce (e valore di scambio) della forza-lavoro che, in quanto presupposto della modalità capitalistica di produrre tramite conflitto, consente l’appropriazione – “privata” e “individuale” – del plusprodotto (plusvalore) di coloro che non controllano i mezzi di produzione da parte dei controllori di questi ultimi. Mi sembra sia quella appena indicata la conclusione più vera dell’analisi marxiana della merce e del feticismo che ad essa si appiccica. Di conseguenza, pur attenendosi strettamente all’impostazione marxiana, non mi sembra convincente la conclusione di coloro – e non si tratta dei soli marxisti, come poco più sopra sottolineato – che hanno considerato in via di tendenziale superamento la separatezza, conflittualità e incapacità di controllo delle leggi mercantili da parte dei “produttori” capitalistici. In realtà, questi ultimi non sono in grado di mettere fine alla socializzazione indiretta, mediata, dei loro lavori; essi sono costretti, dalla loro “autonomia e indipendenza” (formale), a produrre merci in continuo conflitto tra di loro.
Questo, penso, voleva dirci Marx; non credo volesse riferirsi esclusivamente alla semplice subordinazione alle “cieche leggi” del mercato, che sarebbe poi in via di superamento tendenziale a causa della mera centralizzazione dei capitali. Pensare così, significa credere che si possa trasformare il modo di produzione capitalistico mediante il semplice controllo centralizzato dei processi produttivi. Marx vuole invece, a mio avviso, segnalarci che il capitalismo è insuperato e insuperabile fintanto che i “produttori” producono merci separatamente, “individualmente”, in interazione conflittuale tra loro. Tale modalità produttiva però, già lo sappiamo, ha come suo presupposto l’espropriazione dei lavoratori, obbligati a vendere la loro forza lavorativa come merce; viene così consentito a chi controlla i mezzi produttivi di appropriarsi del loro plusprodotto e di deciderne la destinazione agli usi che preferisce: reinvestimento nella produzione per appropriarsi di ancora maggiore plusprodotto, controllo degli apparati politici e dei “giochi di potere” che in essi si svolgono, affermazione di una egemonia culturale, ecc.
Questo è secondo me un punto fermo della teoria marxiana, da cui partire per ogni ripensamento ulteriore, certo oggi necessario. Ma c’è ancora molta strada da percorrere assieme a Marx prima di pensare alla trasformazione del suo impianto teorico per adeguarlo all’interpretazione di uno sviluppo capitalistico che ha smentito alcune sue fondamentali previsioni.

6. Interrompo il filo del discorso per meglio giustificare il mio inizio dall’accumulazione originaria e non dalla merce. Non ho in effetti seguito l’ordine dato da Marx alla sua esposizione. Ho già detto che ogni ordine di esposizione del materiale è retto da certi intenti esplicativi. A mio avviso, Marx ha avuto piena ragione di iniziare dalla forma di merce; tuttavia, le sue intenzioni sono state fin troppo spesso completamente travisate. Ho citato l’apertura de Il Capitale, che non dovrebbe lasciare dubbi circa il fatto che la merce di cui sta parlando l’autore è quella prodotta nell’ambito del modo di produzione capitalistico; che essa è la forma di cellula della produzione nell’epoca storica caratterizzata dalla formazione sociale del capitale. Malgrado la chiara indicazione di Marx, affermata subito nelle prime righe della sua opera, i fraintendimenti sono piovuti copiosi.
Innanzitutto, non pochi hanno sostenuto che, iniziando dalla merce, Marx voleva partire da una supposizione astratta, di prima approssimazione, relativa ad un sistema di pure relazioni tra produttori individuali di merci (la società mercantile semplice come modello esclusivamente teorico, insomma). Una volta individuate le relazioni tra produttori in questo sistema di puro mercato, e le leggi che le regolano – quelle dello scambio di equivalenti, che implica l’eguaglianza di tutti produttori fra loro – Marx complicherebbe il modello introducendovi il rapporto di capitale, quello tra proprietà privata dei mezzi di produzione e lavoro salariato. In questo modo, si dice, sarebbe stato meglio dimostrato come la disuguaglianza nella produzione capitalistica – la produzione di un pluslavoro (plusvalore) di cui si appropria il capitalista proprietario – si innesti su un sistema di relazioni tra eguali che si scambiano merci equivalenti.
Il metodo di Marx sarebbe allora simile a quello di Adam Smith che suppone, in sede squisitamente teorica, una iniziale “rude e primitiva società di cacciatori di cervi e di castori”, in cui tali animali sono scambiati solo in base ai rispettivi tempi di lavoro impiegati nel cacciarli e ucciderli. Tuttavia, “questo originario stato di cose, in cui il lavoratore godeva dell’intero prodotto del proprio lavoro, non potè durare dopo la prima introduzione dell’appropriazione della terra e dell’accumulazione del capitale”. A questo punto, la “rendita è la prima deduzione che va fatta sul prodotto del lavoro applicato alla terra”; e “il profitto rappresenta una seconda deduzione che va fatta sul prodotto del lavoro” poiché, altrimenti, chi ha il capitale non lo investirebbe se quest’ultimo “non gli fosse ricostituito con un profitto”. Smith, come ben si vede, se la cava assai sbrigativamente con i processi dell’accumulazione originaria, e considera rendita e profitto come semplici deduzioni dal prodotto dei lavoratori, una parte del quale essi debbono cedere a chi dà loro in uso la terra e fornisce loro i capitali per la conduzione dell’attività produttiva. L’equivalenza nello scambio di merci viene sostituito, in questa nuova società, dalla vendita dei prodotti ad un prezzo che deve remunerare sia i lavoratori che i proprietari di terra e di capitale; per cui dal valore come quantità di lavoro necessaria a ottenere un dato prodotto si passa al valore come somma di salario, rendita e profitto.
Marx sarebbe solo più “fine”; avendo scoperto la differenza tra lavoro erogato dai lavoratori (e che costituisce il valore delle merci da questi prodotte) e lavoro contenuto nelle merci che servono alla sussistenza dei lavoratori in questione (e che quindi costituisce il valore della loro forza lavoro venduta quale merce), egli mantiene il principio dell’equivalenza (in media) nello scambio mercantile, ma pone in luce che la differenza in questione (il pluslavoro erogato dai lavoratori salariati) viene appropriato come plusvalore dalle classi dominanti, e fra queste (quella dei proprietari di terra e quella dei capitalisti, proprietari degli altri mezzi di produzione) spartito sotto forma di rendita e di profitto. Nello scambio non vi è alcuna deduzione dal prodotto del lavoro, non vi è alcun furto perpetrato dai proprietari (come pretendeva, ad es., un Proudhon). L’eguaglianza dei soggetti scambisti non è messa in discussione, nessuna “spada in pugno” per estorcere il profitto come sosteneva Dühring. Molto più semplicemente, dietro l’eguaglianza degli scambisti sta la disuguaglianza nella proprietà o meno dei mezzi di produzione e della terra; dietro l’equivalenza dei lavori contenuti nelle merci scambiate sta il fatto che una di queste merci è la forza lavorativa (insita nella corporeità umana), il cui uso nel processo di produzione porta all’erogazione di un tempo (e quantità) di lavoro superiore a quella di fatto contenuta nel salario reale (nel complesso dei beni che il salario in moneta può acquistare).
Tutto estremamente limpido e corretto; l’introduzione del rapporto di capitale nello schema mercantile semplice svela la disuguaglianza coperta dal velo egualitario dello scambio. Solo che tale introduzione non è una astrazione successiva a quella dello scambio mercantile semplice, non è una nuova approssimazione teorica alla realtà capitalistica; essa è stata caratterizzata da un lungo, complesso, non necessitato, socialmente assai costoso e perfino devastante, processo storico: quello appunto dell’accumulazione originaria, dell’espropriazione dei produttori – tuttavia ormai sciolti da legami di dipendenza personale – rispetto alle condizioni oggettive (terra e mezzi produttivi) del loro lavoro. Ma non è finita. Per un lunghissimo periodo, la liberazione da condizioni servili ha prodotto un esercito di vagabondi e di rapinatori. Vi è stato bisogno della forza di un determinato organo – lo Stato ormai unitario delle grandi monarchie – per creare l’esercito dei lavoratori salariati. Non anticipiamo tuttavia questo tema, che tornerà assai più in là, parlando dello Stato secondo la concezione marxista.
Lasciando perdere la costrizione autoritaria nella formazione del salariato, non vi è comunque dubbio che il capitalismo è stato a lungo, dopo la fase del capitale mercantile, un modo di produzione fondato, da un punto di vista strettamente tecnico-lavorativo, sulla manifattura. In essa, in specie nel suo primo non breve sviluppo, la differenza tra capitalisti e lavoratori, quanto a capacità lavorative, a possesso di saperi inerenti ai vari processi di lavoro, non era abissale. E’ stato solo l’autoritarismo statale ad impedire la rimessa in discussione della gerarchia esistente nella produzione manifatturiera, e basata fondamentalmente su quell’assetto proprietario – mezzi di produzione, da una parte, e mera forza lavoro, dall’altra – formatosi nel corso dell’accumulazione originaria? Non credo proprio che sia così. Il motore principale non del semplice mantenimento, bensì del continuo rafforzamento di tale assetto proprietario è stata la concorrenza mercantile, il conflitto tra i proprietari delle unità produttive manifatturiere. Proprio perché, nelle prime manifatture, la differenza tra capitalisti e lavoranti era esile, sembrava quasi la continuazione dell’ordinamento corporativo che divideva i maestri dai garzoni (pur se tale ordinamento era ormai in piena dissoluzione), proprio per questo i lavoratori – un po’ come può talvolta accadere in piccolissime imprese odierne, in specie dell’indotto – non si ponevano in antagonismo netto con i proprietari di manifatture di dimensioni ridotte, sperando di poter diventare un giorno proprietari essi stessi. E’ sintomatico che i primi pensatori, e anche agitatori, socialisti non propugnassero affatto il superamento della proprietà, e della concorrenza mercantile che la caratterizzava, bensì affermassero la necessità di ricostituire continuamente la piccola produzione mercantile (si pensi per tutti a Sismondi).
Con l’analisi della merce, dunque, Marx non mi sembra limitarsi ad una “finzione” teorica di prima approssimazione. Egli ci ha già comunque detto che la merce, in quanto forma ormai generalmente assunta dai prodotti del lavoro, esiste solo nel modo di produzione capitalistico, caratterizzato da quel rapporto tra proprietario ed espropriato (dei mezzi di produzione) formatosi durante l’accumulazione originaria. Se la merce è indicata da Marx come forma di cellula, ciò significa che egli, indagando tale cellula, riteneva di porsi nella migliore condizione per comprendere aspetti essenziali del “tessuto complessivo” (del modo di produzione capitalistico). E l’aspetto decisivo, messo in luce nel primo capitolo, è che la concorrenza nel mercato non può che riprodurre, su scala sempre più allargata, la rete dei rapporti capitalistici. I “produttori” di merce – lasciando pur perdere, in un primo momento, la loro struttura interna (lavorativa) di unità produttive capitalistiche – non possono mai cooperare tra loro, debbono invece combattersi, perché se non lo fanno gli uni lo fanno gli altri (“chi si fa pecora….”); in ogni caso, qualcuno prevarrà ed escluderà gli altri da quella concorrenza, mandandoli ad ingrossare le fila di coloro che, per vivere, hanno da vendere (come merce) esclusivamente la loro forza lavoro.
E’ la socializzazione soltanto indiretta dei lavori prestati dai “produttori” che qui viene messa in risalto; ognuno, anche nel capitalismo, deve in fondo lavorare per gli altri, deve produrre per soddisfare i bisogni degli altri. Ed infatti, se non lo fa, il suo lavoro non è più socialmente utile, è sprecato, non forma né valore né merce; i suoi prodotti, insomma, restano invenduti. Tuttavia, ogni “produttore” lo fa perseguendo il suo proprio fine a detrimento degli altri. Certamente, il liberale, rifacendosi a Smith, può sostenere che solo così si soddisfano i bisogni della società, solo inseguendo il proprio egoistico beneficio (profitto). Ma non è vero, perché questa lotta sbocca in due risultati del tutto negativi socialmente. Innanzitutto, la proprietà tende a concentrarsi da una parte, mentre dall’altra si ingrossa l’esercito di coloro che debbono lavorare per vivere; e la concentrazione di proprietà significa concentrazione di potere, sempre più netta prevalenza nelle decisioni che poi coinvolgono l’intera società. In secondo luogo, si verifica un effetto forse ancora peggiore: non vi è coordinamento tra le varie produzioni. Ognuno tenta di produrre di più credendo di guadagnare di più, ma crea solo squilibri intersettoriali e ingorghi di merci invendute con effetti a cascata; da qui le gravi crisi che provocano sconquassi e disagi sociali di grandi proporzioni.
Marx non parla subito di tutto questo nel primo capitolo; ma pone le basi per comprendere tutto questo, pone le basi per afferrare la negatività del pensiero liberale di Smith, della “mano invisibile”. Certo, il plusvalore non viene ancora in evidenza nel primo capitolo, quindi non è ancora segnalato lo sfruttamento nell’accezione marxiana di estrazione di pluslavoro (in forma di valore) dai lavoratori. Tuttavia, il primo capitolo non è una prima approssimazione teorica, l’indicazione di una società non ancora capitalistica e tuttavia già pervasa, nel suo insieme, dalla forma di merce. Il primo capitolo dà già ragione delle caratteristiche socialmente negative, e spesso devastanti, del modo di produzione capitalistico: l’impossibilità, per l’individuo, di cooperare con altri al perseguimento di fini posti con comune intento; ogni individuo è costretto a trattare l’altro come suo effettivo o potenziale avversario, come colui che ostacola i suoi intendimenti, che rappresenta un costante pericolo per le funzioni che svolge nella società. Ancora di più: questa conflittualità tra “produttori” – anche prescindendo momentaneamente dalla loro struttura lavorativa interna – sconvolge gli equilibri economici, e con loro anche quelli sociali. L’idea della “mano invisibile” cela la necessità della crisi. L’esistenza della forma generale di merce, tipica del modo di produzione capitalistico, mette in mora gli utopistici progetti “socialisti” di costruire una armoniosa, equilibrata, società fatta di piccoli produttori, ognuno soddisfatto nel suo “mondo minimo” fatto di laboriosità e parsimonia.
E’ sciocco negare che l’analisi marxiana dà ragione a chi sosteneva che con essa il socialismo passava “dall’utopia alla scienza”. Tale formulazione non è una ingenuità di Engels, non è sintomo degli influssi di una ideologia positivistica oggi considerata con sufficienza e disprezzo. Chiunque sappia leggere ciò che Marx scrisse nella sua opera principale, si rende perfettamente conto che di scienza si tratta, e di prima qualità.
Vi è un altro fraintendimento dei motivi per cui Marx ha iniziato la sua massima opera dalla merce; e a tale fraintendimento ha dato senz’altro il suo contributo Engels. Si è sostenuto che Marx ha voluto, nella sua esposizione teorica, seguire lo sviluppo storico (lunghissimo) che ha condotto dalla sporadica produzione di merci dei primordi della civiltà alla produzione mercantile generalizzata tipica del capitalismo. Su questo punto penso si possano spendere poche parole. Innanzitutto, per l’ennesima volta debbo ricordare come Marx, fin dall’inizio, affermi che analizzerà per prima cosa la merce poiché “la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta di merci’ e la merce singola si presenta come sua forma elementare”. E nella prefazione scrive che nella “società borghese, la forma di merce del prodotto del lavoro, ossia la forma di valore della merce, è proprio la forma economica corrispondente alla forma di cellula” del tessuto costituito dal modo di produzione capitalistico. Si, è vero che Marx afferma anche che “invano l’umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla [la merce] a fondo”; e tuttavia non vi è riuscita “perché il corpo già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo”.
Lungi da me l’idea di entrare nella testa di Marx. Tuttavia, se si guarda direttamente, mettiamo, al corpo umano, si può individuare facilmente il capo, il viso, le braccia, le gambe, il tronco, ecc. Se si squarta il corpo, si troveranno le ossa, fasci di muscoli e di nervi, il sangue e i vari organi interni. Già in questa visione “macro”, si coglie una serie di differenze tra la specie umana e altre specie animali. Se però si indaga, nel “micro”, la cellula e si analizza il DNA, si è in grado di andare assai più a fondo circa le differenze tra le diverse specie; in particolare, si è in grado di rilevare alcune decisive caratteristiche essenziali dell’uomo, di fissare le sue differenze rispetto ad una scimmia, a un cavallo, a un pesce, ecc. Bene, secondo me Marx analizza la merce nel tentativo di far risaltare con la massima chiarezza le modalità (sociali) peculiari della produzione capitalistica, differenziandola nettamente dalle altre “specie” produttive: schiavistica, feudale, ecc. Guardando solo al “corpo”, cioè alla società capitalistica, si notano un po’ alla rinfusa molte sue particolarità, che tuttavia, prese in sé, si modificano di epoca in epoca; per cui, a questo livello di analisi, si potrebbe anche pensare che ci si trova, ogni volta, in una società diversa da quella di pochi anni o decenni prima. Fissando il “microscopio della ragione” sulla merce, in quanto cellula del modo di produzione capitalistico, si supera la mera superficialità empirica per afferrare che la società odierna è della stessa “specie” di quella di uno o due secoli fa.
Se tale modo di produzione non fosse già presente all’epoca di Marx – e nelle sue forme specifiche, quelle create dalla rivoluzione industriale – l’analisi della merce non condurrebbe a grandi “scoperte”, poiché la produzione generalizzata di merci, cioè la forma di merce e di valore come forma generale secondo cui si presenta la ricchezza prodotta, non può essere assimilata alla produzione sporadica e interstiziale di merci, fenomeno caratteristico di tutte le formazioni sociali precapitalistiche. Come potrebbe Marx, del resto, parlare già nel primo capitolo del valore della merce come “tempo di lavoro necessario in media, ossia socialmente necessario”? Lo può fare perché la produzione di merci di cui parla non è quella interstiziale delle società precedenti, bensì quella che viene realizzata nell’ambito della più acuta e generalizzata concorrenza tra “produttori” individuali, i cui lavori si socializzano solo indirettamente, tramite la mediazione del mercato. Il “socialmente necessario” è un concetto di media; non certo aritmetica, ma una media che si addensa verso i tempi di lavoro più bassi, quelli prestati nelle condizioni di efficienza produttiva (tecnologie avanzate, migliore organizzazione del lavoro, ecc.) più elevate. Questa concorrenza, questa crescente efficienza produttiva che diminuisce sempre più il “tempo socialmente necessario” a produrre le merci, è quella che caratterizza le società in cui predomina il modo di produzione capitalistico.
Basta quindi con l’idea che Marx inizi da una produzione mercantile semplice per poi introdurvi il rapporto di capitale. Quest’ultimo è già pienamente sullo sfondo quando inizia l’analisi della merce; solo che, prima di mettere in luce il problema dello sfruttamento (del plusvalore), viene posta in primo piano la specifica forma del rapporto esistente tra i “produttori individuali” (comunque capitalistici) in quanto formalmente autonomi e separati fra loro, sempre in conflitto fra loro, capaci di cooperare al solo scopo di meglio combattersi (“l’unione fa la forza”), di sopraffarsi reciprocamente riuscendo a prevalere nei rapporti di potere esistenti in quella storicamente specifica forma di società, la cui indagine (scientifica) è l’obiettivo precipuo di Marx. I rapporti di questa società, i rapporti del modo di produzione capitalistico in essa predominante, si riproducono comunque, ma nell’ambito dello scoordinamento, della crisi sempre incipiente. Nessun centro può organizzare la produzione sociale; l’organizzazione potrebbe procedere unicamente dall’unione cooperante dei produttori associati. Nessun’altra volontà può ad essa sovrapporsi, nessuna decisione presa d’imperio da un vertice potrebbe imporre la cooperazione, la dissoluzione reale (non solo formale) della separatezza e conflittualità dei diversi “produttori individuali”, che resterebbero nella sostanza ancorati alla loro tipologia capitalistica.
Spero si siano capiti adesso i motivi per cui ho preposto l’accumulazione originaria alla merce. Volevo evitare i fraintendimenti di cui sopra detto. Marx ha fatto benissimo ad iniziare la sua principale opera con l’analisi della merce. Tuttavia, i fraintendimenti in questione non sono stati l’ultima delle ragioni per cui alcuni, ad es. Althusser & C., hanno consigliato di saltare la lettura della prima sezione de Il Capitale. Guai invece a comportarsi così! E’ facile poi arrivare a conclusioni relative ai rapporti di capitale quasi fossero puri rapporti di potere; e, una volta giunti a tale inesatta conclusione, si apre la strada alla convinzione che il modo di produzione capitalistico possa essere governato da un unico centro, da un presunto Comando del Capitale che schiaccia l’intera società (qui si situa la “pericolosa” vicinanza tra althusserismo e operaismo e il loro essere, entrambi, in solidarietà antitetico-polare con l’economicismo sraffiano di certe oligarchie sindacali di tempi passati, malgrado la loro acuta contrapposizione). L’analisi della merce è decisiva, fissa l’attenzione su caratteristiche essenziali del capitalismo, senza le quali quest’ultimo non sarebbe tale ancor oggi. Bisogna però essere consapevoli che un’analisi simile ha come presupposto la predominanza sociale del modo di produzione capitalistico, con i suoi specifici rapporti, la cui originaria formazione rinvia ai processi storici che hanno visto l’emergere della proprietà privata dei mezzi di produzione, ad un polo, e della forza lavoro “liberamente” venduta come merce, all’altro polo. Senza questa consapevolezza, ci si consegna ad una trattazione teorica e ad una prassi politica del tutto errate e foriere di continue sconfitte, sempre più irreparabili.

7. E’ adesso necessario affrontare un problema di importanza piuttosto rilevante, poiché anch’esso ha dato la stura a molti equivoci e autentiche falsificazioni – consapevoli e inconsapevoli – del pensiero marxiano. Si tratta della funzione della natura, oltre che del lavoro, nella creazione della ricchezza da parte della società. Si è spesso detto che uno dei punti, su cui Marx dovrebbe essere oltrepassato, è quello riguardante appunto la funzione della prima nell’attività produttiva degli uomini, funzione che Marx avrebbe trascurato, avrebbe anzi addirittura dimenticato. Chi fa affermazioni del genere non ha mai evidentemente letto un solo rigo di Marx. Perché certi autori parlino di questioni che non conoscono, non è facilmente spiegabile; si può però ben dire che si tratta in ogni caso di aperta cialtroneria e disonestà intellettuale. E certi ecologisti sono quanto meno assai superficiali.
Marx sostenne in più parti che la natura è la madre e il lavoro è il padre della ricchezza prodotta; e in questo non fu particolarmente innovativo poiché riprese affermazioni di Adam Smith e, prima ancora, di William Petty. Naturalmente, si tratta della ricchezza nel suo significato più proprio: quello di un complesso di valori d’uso atti a soddisfare bisogni tipici di ogni data fase di sviluppo della civilizzazione umana. Ricorderò qui in particolare la Critica al programma di Gotha del 1875. Tale programma, di impronta prevalentemente lassalliana, fu appunto approvato in quell’anno a Gotha durante il congresso di riunificazione del partito operaio tedesco. La dura critica di Marx fu tenuta nascosta a lungo e pubblicata da Engels, contro il parere dei capi socialdemocratici, nel 1890 in occasione del congresso di Halle del partito socialdemocratico tedesco.
Il programma di Gotha affermava fin dall’inizio: “Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza e di ogni civiltà”. Marx rispose con estrema nettezza: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto [corsivo mio] quanto il lavoro, che esso stesso è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana [……..] I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice soprannaturale”.
Il discorso è quindi chiarissimo: la ricchezza – per quello che essa effettivamente è, cioè un insieme di prodotti utili alla vita degli uomini in società – è prodotta dal lavoro con il contributo determinante della natura (in minuscolo nel testo di Marx). Tuttavia, se non bisogna credere nella “forza creatrice soprannaturale” del lavoro, tanto meno bisogna deificare la natura e prostrarsi in adorazione d’essa, quasi questa ci determinasse rigorosamente nelle nostre scelte e decisioni. La natura è altrettanto, non più importante del lavoro, sia inteso come sforzo (come energia erogata) che come intelligenza nel compierlo, nell’indirizzarlo ad un fine.
Cerchiamo anzi di approfondire questo punto. Il lavoro non crea gli oggetti necessari alla vita, ma è certo l’elemento più attivo nella ricerca, scoperta, ottenimento ed eventuale trasformazione di questi oggetti. La natura è alloggio delle forme o specie viventi e serbatoio dei materiali necessari alla vita di queste specie. Ma per vivere bisogna poi prodigarsi nel lavoro. Il leone deve cacciare la gazzella. Quest’ultima è per lui la natura necessaria alla sua vita; e già essa, per diventare preda del leone, deve essersi a sua volta data da fare onde procurarsi di che vivere, ottenendolo da quel serbatoio (o fondo) che è la natura di cui può disporre. Il leone, per procurarsi la preda, deve produrre uno sforzo, un lavoro (la caccia); e deve produrlo con intelligenza, sapendo la corsa della gazzella, la sua velocità, i suoi possibili zigzag, altrimenti, privo di qualsiasi consapevolezza, potrebbe girare in tondo senza combinare nulla. Ovviamente, il lavoro umano è infinitamente più complesso, non nello sforzo ma nella intelligenza del compierlo, poiché all’uomo non è sufficiente prodursi e riprodursi biologicamente, mediante mera alimentazione; la storia della civilizzazione umana è crescita e complessificazione di bisogni, moltiplicazione degli oggetti necessari a soddisfarli ed uso di strumenti – anch’essi in crescita quantitativa e in complicazione e continua innovazione degli stessi – per ottenere gli oggetti in questione. In definitiva: natura e lavoro sono entrambi (altrettanto) necessari alla produzione della ricchezza in quanto somma di oggetti (valori d’uso) indispensabili alla vita degli uomini nei diversi gradini di sviluppo della loro civiltà. Tuttavia, la natura è alloggio e serbatoio; il lavoro umano deve migliorare questo alloggio ed estrarre dal serbatoio, e trasformare, ciò che è necessario alla vita sociale.
Che alloggio e serbatoio debbano essere conservati nelle migliori condizioni di utilizzazione è del tutto ovvio, in linea di principio, poiché altrimenti si esaurirebbero le “basi” della vita umana. Esattamente, però, come la materia cerebrale, i processi fisico-chimici e le funzioni neurofisiologiche del cervello, debbono conservarsi e riprodursi affinché permangano le condizioni di base che consentono di pensare; ma quel lavoro che è il pensiero non deriva (non si deduce) dai processi riproduttivi della materia cerebrale, dai processi fisico-chimici, ecc. che si svolgono nel cervello. Assai simile è appunto il rapporto tra la “base”, costituita dalla natura, e i processi di lavoro umano che debbono utilizzarla ai fini della vita, nel suo complesso aspetto di sviluppo sociale. Nessuno potrebbe disinteressarsi della possibilità di un ictus o di un aneurisma che si verifichi nel cervello; a nessuno però potrebbe venire l’idea di ridurre al minimo possibile l’attività del pensiero per paura di un simile evento. Quindi, la natura va conservata, preservata da stress eccessivi, non però contemplata e riverita nel suo essere il fondo essenziale da cui tutto procede; da essa non procede un bel nulla senza il lavorio compiuto dalle varie specie viventi (animali e vegetali). E l’uomo ha una vita sociale particolarmente complessa, in irrimediabile sviluppo; una vita che va continuamente prodotta e riprodotta. Questa è la “natura” peculiare della specie vivente umana: lo sviluppo e la complicazione dei modi di esistenza, e di produzione e riproduzione degli stessi. L’alloggio e il serbatoio vanno conservati e riprodotti anch’essi, ma non certo per contemplarli quali erano all’inizio dei tempi della civilizzazione dell’homo sapiens sapiens.
Quanto è stato finora argomentato ci ha comunicato qualcosa, ma a mio avviso non moltissimo. Tuttavia, queste relativamente poche idee sono sufficienti a un certo numero di considerazioni. Quella che noi definiamo genericamente come natura è essenziale quale base generale di ogni forma di esistenza di quel tipo che consideriamo vivente (e mi guardo bene dal diffondermi su che cosa possa essere definito tale con assoluta precisione; non è compito che mi riguardi in questa sede). Tuttavia, la natura, di per sé, è solo alloggio e serbatoio, ma non consente alcuna forma di esistenza vivente; affinché questa vi sia, permanga, si riproduca, ecc. è necessario il lavoro, cioè una particolare specie di sforzo, di energia erogata, secondo specifiche finalizzazioni che siano proprio utili alla riproduzione di quelle determinate forme di esistenza (una scarica elettrica durante un temporale, una eruzione vulcanica, una frana, la fusione nucleare nel Sole, l’esplosione di una Supernova, ecc. non sono lavoro).
Abbreviamo. L’esistenza umana modifica incessantemente le sue forme, si serve della natura come serbatoio di sempre nuovi materiali, utilizzabili direttamente per la propria vita ma anche per forgiare sempre nuovi strumenti che accrescano il numero e la quantità dei materiali in questione; il tutto nell’ambito di una interrelazione tra i vari individui componenti la specie, che conosce continue modifiche con l’aumento, la moltiplicazione, la ramificazione, ecc. dei cosiddetti bisogni relativi a questa esistenza caratterizzata dalle varie e mutevoli forme dei rapporti sociali succedutesi nella storia degli uomini. Il numero e la quantità sia dei materiali tratti dalla natura per la vita sociale sia degli strumenti atti a questa bisogna, rappresentano quelle che il marxismo definì forze produttive dette materiali (o oggettive) per distinguerle da quelle soggettive, costituite dall’intelligenza, creativa e innovativa, che orienta lo sforzo (lavoro) in direzione dell’ottenimento dei materiali e degli strumenti in questione; uno sforzo che, tuttavia, non esiste se non condizionato e conformato dalla struttura dei rapporti sociali (tra individui umani) entro i quali viene svolto.
Le forze produttive materiali costituiscono un fondo (o “base”) su cui poggiano il lavoro intelligentemente orientato e la struttura sociale in cui esso si svolge. Senza tali forze produttive, e la natura quale serbatoio da cui vengono tratte, non potrebbe sussistere nient’altro, così come senza materia cerebrale, e processi fisico-chimici e neurologici che vi si svolgono, non potrebbe sussistere l’individuo umano e quindi nemmeno il pensiero di quest’ultimo. Come, però, il pensiero non è strettamente determinato da tali processi “di base”, così le strutture interrelazionali sociali in cui gli individui si trovano non derivano necessariamente, né tanto meno univocamente, dallo sviluppo delle forze produttive materiali. Tuttavia, sarebbe un grave errore: a) credere che i rapporti sociali sussistano da soli, senza poggiare su alcunché di materiale; b) credere che gli individui umani siano in grado di dare forma a tali rapporti secondo i loro intendimenti comuni e collettivamente orientati.
Da questo insieme di considerazioni deriva in fondo quello che Marx definì modo di produzione, in quanto campo di reciproca interazione e “attrazione” tra le forze produttive e i rapporti sociali su di esse poggianti, ma non da esse strettamente determinati nelle loro forme storicamente mutevoli; e nemmeno, però, forgiati secondo queste forme da una consapevole, ben mirata azione collettiva e cooperativa degli individui umani. Detto modo di produzione è considerato, a sua volta, base e condizione dello sviluppo sia delle forze produttive soggettive – quelle che orientano, creativamente e innovativamente, la ricerca di nuovi materiali e di nuovi strumenti – sia dell’attività politica e ideologica che si sviluppa nel corso della civilizzazione umana, e che costituisce una parte essenziale della formazione e mutevolezza delle diverse strutture di rapporti sociali. Ancora una volta: base non significa stretta determinazione e nemmeno azione principale cui poi corrisponde una “azione di ritorno” delle “sovrastrutture” politiche e ideologiche sul suddetto campo. Per riprendere l’analogia già utilizzata, cervello e pensiero non sono (a mio avviso) né la stessa cosa – solo considerata da due punti di vista diversi – né sono semplicemente uniti da azione e reazione. Sono distinti, autonomi, mossi da meccanismi produttivi e riproduttivi ben separati, eppure interagiscono e si rapportano reciprocamente senza che l’uno interferisca, se non superficialmente, nelle modalità di funzionamento dell’altro; ognuno va studiato nelle leggi di movimento sue peculiari, senza riduzionismi di sorta. Così pure tra forze produttive e rapporti di produzione, e tra modo di produzione e (sovra)strutture politiche e ideologiche. Tra essi sussiste intreccio, per molti versi reciproco condizionamento, ma anche autonomia, che esige perciò una indagine distinta delle diverse entità in interazione (per nient’affatto collaborante in ogni occasione, poiché esse sono anzi spesso in tensione reciproca, non orientata da progetti collettivi e unificanti degli individui umani).
Chiarito quanto sopra, natura e lavoro sono altrettanto importanti per la produzione di ricchezza, nel suo significato effettivo, ma non sono egualmente attivi in questa funzione. La natura è base, in quanto alloggio e serbatoio, ma il lavoro è l’elemento realmente attivo che consente la vita degli uomini e lo sviluppo – pur largamente inconsapevole e non progettato da alcuno – delle forme (dei rapporti) sociali. Quando dunque si parla di natura creatrice di ricchezza, bisogna sapere di che cosa si sta parlando per non renderla una deità intoccabile; e tuttavia nemmeno per dire la sciocchezza che Marx non la prendeva in considerazione ai fini della produzione.

8. Quanto appena sostenuto dice assai poco del valore da attribuire ai prodotti del lavoro umano. Il lavoro serve, anzi è necessario, per produrre le cose utili alla vita in società di forme via via mutevoli, sempre più complesse e bisognose di un insieme di beni di ammontare sempre più cospicuo e internamente ricco di crescenti differenziazioni. Ma il lavoro dà valore ai beni? Che cosa questa affermazione significa infine?
Innanzitutto, ogni sforzo deve essere “adeguatamente remunerato”. Dove la remunerazione implica semplicemente la possibilità che chi lo eroga sia in grado di “sussistere” nelle condizioni di vita tipiche di ogni data epoca storica dello sviluppo della società umana. In genere, però, vi è anche l’ottenimento di un di più che, in quelle determinate condizioni storico-sociali di “sopravvivenza”, viene considerato “il superfluo”; un superfluo che poi entra gradualmente negli standard di vita – comunque differenti per gruppi sociali diversi – e fa dunque parte del nuovo livello di sopravvivenza o sussistenza. La considerazione del di più apre subito la strada ad una ulteriore riflessione. In ogni dato momento storico, in ogni dato gradino di sviluppo delle forme sociali umane, il lavoro degli individui associati produce più di quanto è necessario alla sussistenza della società nel momento storico in questione; la quantità “sovrabbondante” non serve solo al “superfluo”, cioè ad aumentare progressivamente il livello standard della vita (in misura differente per i diversi raggruppamenti sociali), ma viene soprattutto impiegata (accumulata) per produrre ancor di più in un momento storico successivo, in particolare con la fabbricazione di nuovi e più perfezionati strumenti e l’utilizzazione degli stessi e di nuovi metodi tecnici nella produzione di quantità crescenti di beni – alcuni prima sconosciuti – utili alla vita sociale, il cui sistema di bisogni si amplia e si differenzia e complica internamente, allontanandosi sempre più da ogni naturalità.
Il problema di questo di più, il plusprodotto, è cruciale per Marx e il marxismo. L’analisi della società è centrata su questo problema. E’ ovvio che la vita sociale non si riduce – questo lo sa qualsiasi marxista – al solo lato (o sfera) della produzione che nel suo ambito si svolge. Tuttavia, poiché senza produzione non esiste alcuna possibilità di vita – così come senza materia cerebrale è inutile cianciare sul pensiero umano e le sue “meraviglie”, la sua “alta spiritualità” – è altrettanto ovvio che ogni “epoca della formazione economica della società” è caratterizzata da un certo sviluppo produttivo e da un certo standard materiale relativo alla vita sociale di quell’epoca. Tale standard va comunque riprodotto, ma c’è poi il di più prodotto rispetto a questa necessità riproduttiva; c’è il plusprodotto. E’ attorno a questo, alla sua appropriazione, al suo controllo e destinazione che si sviluppa, secondo il marxismo, la lotta tra raggruppamenti sociali, che si differenziano, si contrastano, si combattono, ponendosi spesso in posizioni tra loro antagonistiche, dando così vita a quelle che vengono definite classi in lotta; e ben si sa che per Marx (si pensi all’inizio del Manifesto del partito comunista) la lotta tra classi ha caratterizzato tutte le forme di società storicamente conosciute.
Ovviamente, ogni concreta società è costituita da numerosi gruppi sociali; gruppi di individui che occupano posizioni simili nel complessivo processo di riproduzione di quella data società, riproduzione che non è certo esclusivamente di tipo economico. Tuttavia, sempre prendendo le mosse dalla considerazione che la produzione non determina né spiega certo tutto l’insieme della società, della vita relazionale che in essa realizzano i vari individui (con le loro associazioni particolari), ma è comunque la base su cui poggia ogni altro processo sociale, Marx concentra la sua indagine scientifica soprattutto su due grandi raggruppamenti contrapposti: da una parte, coloro che producono l’insieme delle cose costituenti tale base, dall’altra quelli che controllano il di più (plusprodotto) rispetto allo standard della vita sociale in quell’epoca storica.
Questi due grandi raggruppamenti (classi) contrapposti, in lotta fra loro, non rappresentano l’effettiva strutturazione complessiva della società, costituita dai più svariati gruppi fra cui corrono rapporti multipli e variamente articolati e intrecciati. Nel II volume delle Teorie sul plusvalore, Marx scrive: “Ciò che egli [Ricardo] dimentica di mettere in evidenza, è il costante accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo, fra gli operai da una parte e i capitalisti e i proprietari fondiari dall’altra, in gran parte mantenute direttamente dal reddito, e che gravano sulla sottostante base lavoratrice e accrescono la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila soprastanti”. Non mi diffonderò adesso nella spiegazione e descrizione delle classi medie cui pensava Marx, perché sarebbe opera tediosa e largamente inutile. L’importante è che egli, nel tentativo di rendere più realistica la descrizione della struttura sociale, immagina in primo luogo una bipartizione fondamentale: la classe di coloro che producono l’intero prodotto sociale e la classe che si appropria del plusprodotto. Successivamente, però, Marx sottolinea che tra le due esiste un intero mondo sociale, estremamente ramificato e complesso; egli lo indica, ma segnalandocene semplicemente la posizione intermedia (“classi medie che stanno in mezzo”) tra i due estremi, con la specificazione che esse sarebbero comunque mantenute dalla classe dei produttori.
Personalmente, ritengo che qui Marx pecchi di sociologismo empiristico, sia convinto che la teoria debba dar ragione dell’effettiva strutturazione complessa dei rapporti sociali, che la teoria debba riprodurre la realtà, deve esserne una fotografia o, ancor meglio, una mappa semplificata. Non credo che il modo di produzione – in quanto campo di articolazione e condensazione (pur nella reciproca differenziazione) tra forze produttive e rapporti di produzione – debba essere l’esatto, anche se schematico, rispecchiamento della struttura sociale. Il modo di produzione non fotografa, non mappa (se non in senso del tutto metaforico); più semplicemente, solleva un problema, e pone davanti a noi la possibile, “realistica”, risoluzione dello stesso.
In ogni data formazione sociale storicamente esistita e conosciuta, sussiste la necessità di produrre quel certo livello materiale della vita sociale su cui si innesta la possibilità di riproduzione dei rapporti peculiari di quella formazione sociale; indichiamo tale livello come prodotto necessario, sottintendendo che si tratta appunto di quanto è indispensabile a riprodurre le condizioni materiali di base su cui si innesta la formazione e riproduzione di quei rapporti. Oltre a queste condizioni di base, però, viene prodotto un supplemento, un di più – il plusprodotto – che serve all’ampliamento e sviluppo delle possibilità di produzione e riproduzione di quella società. Finora, in tutte le formazioni sociali storicamente conosciute, questa condizione di possibilità (il plusprodotto) di detto ampliamento della produzione è stata appropriata e gestita da una minoranza, in possesso di dati requisiti indispensabili all’appropriazione e gestione stesse. Si poteva trattare del “mestiere delle armi”, del potere politico in generale, dell’egemonia culturale con controllo di dati sistemi ideologici (e religiosi); in ogni caso, acquisizioni che consentivano una posizione di supremazia, tanto più che esse si condensavano in apparati specifici, in cui tale supremazia si concentrava e dai quali quest’ultima si dipartiva e ramificava nell’intera società. Senza entrare nel dettaglio – perché l’indicazione degli schiavi o dei servi della gleba o di altro è in ogni caso una visione assai semplificata della struttura delle forme di società esistite – il problema che il concetto di modo di produzione pone, e tenta di risolvere, è quello dell’esistenza sia di gruppi sociali che producono i fondamenti materiali (metaforicamente: la materia cerebrale, i processi fisico-chimici del cervello, ecc.) della vita sociale, sia di gruppi (minoritari) che si appropriano del plusprodotto e lo gestiscono secondo modalità tali da riprodurre quella rete di rapporti sociali in cui essi mantengano la supremazia nella società; senza pensare, sia chiaro, che tali modalità vengano realizzate con la consapevolezza e la preordinata programmazione dei propri scopi di dominanza.
Solitamente, è vero che i produttori (in genere, sono i dominati) hanno avuto livelli di vita, non solo culturali ma anche materiali, nettamente inferiori a quelli dei dominanti (gestori del plusprodotto). Questo non è però il cardine del problema. Si potrebbe anche pensare a un tale sviluppo delle forze produttive – e a sistemi di bisogni piuttosto contenuti – per cui i produttori conseguano livelli di vita materiali relativamente alti; mentre i dominanti abbiano una concezione spartana, estremamente parsimoniosa (o ascetica) della vita. Ciò nulla toglierebbe al fatto che sono questi ultimi ad appropriarsi il plusprodotto (il “superfluo” rispetto agli standard materiali di vita in quella data forma di società e in quell’epoca storica), gestendolo – non programmaticamente ma in base alla cultura e ideologia che informa la società stessa – in modo da riprodurre le condizioni, politico-militari e ideologico-religiose, del loro dominio.
Ci si sarà resi conto che fin qui, mi sono volutamente limitato ad accennare a società precapitalistiche; società che non necessariamente dovevano produrre nel loro seno l’emergere della società che oggi conosciamo. Lasciamo perdere per sempre l’idea di uno sviluppo delle varie formazioni sociali l’una dall’altra secondo uno schema unilineare predeterminato. Però, certamente, in una data epoca ed in una ben precisa area del mondo si è verificata quella che è già stata indicata quale accumulazione originaria del capitale, che non è soltanto l’accumulazione di crescenti quantità di beni (in particolare di mezzi di produzione), bensì soprattutto formazione, in via di continuo allargamento, di una determinata forma dei rapporti sociali; quella, di cui già discusso, relativa al lavoro salariato, alla vendita della forza lavorativa in qualità di merce ai proprietari di capitali.
Bene: all’inizio di questa grande trasformazione sociale la classe detta capitalistica – dei proprietari dei mezzi di produzione – non possiede i particolari requisiti necessari all’assunzione ed esercizio della dominanza nella società. Non ha il controllo dell’arte (e degli apparati) della politica e della guerra né esercita una effettiva egemonia culturale; e nemmeno si differenzia troppo nettamente dai produttori salariati per quanto concerne il livello dei saperi e conoscenze concernenti i processi produttivi. I capitalisti hanno “semplicemente” (detto con ironia) la proprietà dei mezzi di produzione (e delle somme di denaro che ne consentono l’acquisto in quanto merci essi stessi). Questo è il “piccolo” cambiamento provocato nella società dal processo storico dell’accumulazione originaria, quel processo che, come dice in sintesi Marx, “significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale”. I “produttori immediati” diventano meri proprietari di forza lavoro che essi, liberi da ogni dipendenza di tipo personale, debbono rassegnarsi a vendere nella forma mercantile onde guadagnarsi da vivere; ed è da quel momento che tale forma si generalizza e assume la posizione dominante nella società, poiché è solo in base al movimento di compravendita della forza lavoro che si riproduce, su scala allargata, il rapporto capitale-lavoro salariato, e l’insieme dei beni prodotti passa per il mercato.
Da quel momento, i “produttori immediati” ricevono, quale remunerazione del loro sforzo lavorativo, il prodotto necessario a riprodurre le loro condizioni di esistenza materiale; ma secondo lo standard sociale di quell’epoca. Esso è effettivamente assai basso, ma – lo ripeto – non è questo il problema decisivo; non è la miseria dei lavoratori a favorire l’accumulazione capitalistica, bensì il fatto che i produttori – possessori di sola forza lavorativa venduta come merce – ricevono comunque soltanto il prodotto necessario, mentre il plusprodotto è appropriato e gestito da altri. Tuttavia, i produttori immediati sono liberi; dopo i processi di irreggimentazione del vagabondaggio, ecc. – che del resto erano probabilmente approvati dalla maggioranza in quanto contrastavano fenomeni di disorganizzazione e caos sociali – tali produttori non erano formalmente costretti a cedere l’uso della loro capacità di lavoro a prezzi imposti d’autorità; e tanto meno veniva loro assegnato il capitalista cui cedere l’uso di detta capacità. Sempre più veniva affermandosi nel capitalismo la libera contrattazione di questa merce particolare; i produttori ricevono una mercede espressa in moneta – figura dell’equivalente generale che è il correlato d’obbligo della forma di merce – e con essa acquistano le merci indispensabili alla loro sussistenza storico-sociale; acquistano cioè appunto il prodotto necessario che, in quanto parte del prodotto complessivo, appare quale “immane raccolta di merci” nella società in cui ormai predomina il modo di produzione capitalistico.
Gli altri – quelli che prelevano il plusprodotto – non sono in possesso di particolari requisiti atti a svolgere funzioni tali da renderli capaci di imporre l’acquisizione di quest’ultimo. O almeno non esercitano prevalentemente queste funzioni: quelle del potere politico, della guerra, dell’egemonia culturale. Molti capitalisti, specialmente in Inghilterra, provenivano all’inizio dalle fila della classe nobiliare; ma non era certo questa qualità che consentiva loro di appropriarsi del plusprodotto. E d'altronde, cosa si nota, ormai in forma generale, per quanto concerne la produzione? I proprietari di sufficienti quantità di denaro (nelle sue varie figure di moneta) – a volte e perfino spesso, dopo le prime fasi dell’accumulazione originaria, ammassate anche per abilità personale e per “capacità di risparmio” – acquistano come merci (poiché tale forma è ormai generale) i mezzi di produzione che appaiono quali “fattori” produttivi alla stessa stregua della forza lavoro (manuale e intellettuale) che li deve mettere in movimento allo scopo di produrre. L’acquisto di tali fattori, ivi compresa la merce forza lavoro, rappresenta per chi li impiega poi nel processo di produzione il costo di quest’ultimo. Se tutto va bene, i prodotti ottenuti, anch’essi merci, vengono venduti con una “miracolosa” aggiunta a tale costo (denominata profitto); se non va bene, si sopporta una perdita, ma allora l’acquirente dei fattori produttivi, se continua a perdere, “chiude bottega”, manda a spasso i lavoratori salariati e talvolta non paga nemmeno i suoi fornitori (degli altri fattori produttivi) innescando un processo che, nel peggiore dei casi, può condurre al fallimento di questi e, in una (concatenata) sequenza successiva, all’inizio e svolgimento di una crisi. In ogni caso, chi “chiude” va ad ingrossare le fila dei lavoratori salariati e diventa, da acquirente dei fattori produttivi e organizzatore del loro uso nel processo di produzione, semplice venditore di uno di questi fattori (la forza lavoro); in fondo il meno pregiato, quello che viene sempre più spesso, man mano che procede l’accumulazione capitalistica, sostituito dagli altri fattori, dagli strumenti e complesse tecnologie produttive.
In definitiva, l’intero processo della produzione appare come un immenso e sempre più esteso reticolo di scambi mercantili. Ognuno acquista e vende merci – ivi compresa quella speciale, e decisiva per l’affermazione del modo di produzione capitalistico, costituita dalla capacità lavorativa umana – al fine di vivere, di riprodurre la sua esistenza. Solo che chi impiega i propri capitali (mezzi di produzione) e la propria terra, non lo fa senza ottenere una sua remunerazione: profitto (più precisamente, l’interesse) e rendita. Nessuno, nel bailamme dello scambio mercantile generalizzato, è in grado di capire se non il semplice fatto che i portatori dei vari fattori produttivi debbono, tutti, essere retribuiti; di tale retribuzione sembrano farsi garanti gli organizzatori dei processi produttivi – in linea generale, gli stessi proprietari del fattore capitale – che anch’essi pretendono la remunerazione del loro sforzo (organizzativo), esigono cioè di ottenere il profitto in senso stretto (in quanto distinto dall’interesse sul capitale venduto, quale fattore produttivo, in forma di merce).
Solo in un lungo periodo storico relativo all’affermazione del modo di produzione specificamente capitalistico basato su sempre più complessi sistemi tecnologici, sulla cosiddetta sussunzione reale del lavoro nel capitale, quindi sulla scissione tra potenze mentali della produzione e lavoro meramente esecutivo, ecc., la classe dei capitalisti acquista i requisiti – controllo del potere politico ed egemonia culturale – necessari a sostituire, quale classe effettivamente dominante, le classi nobiliari e della “gestione” religiosa. Intendiamoci bene: è banale dire che, nelle formazioni sociali in cui queste classi dominavano, era evidente l’estorsione del plusprodotto, da esse controllato e gestito, ai produttori immediati. In realtà, per intere epoche storiche, il primato delle classi nobiliari, del clero, ecc. era indiscusso e ritenuto necessario alla riproduzione di quel certo sistema di rapporti sociali. Solo nel capitalismo, tale estorsione, in quanto caratteristica delle società precedenti, diventa evidente; e diventa evidente proprio perché adesso tutto è oscurato da questo generale scambio mercantile, che diventa il regno dell’eguaglianza tra tutti gli individui, un’eguaglianza raggiunta infine dopo una millenaria storia di oppressione e schiavitù, di cui ci si è infine liberati con grande sforzo e il trionfo definitivo della Ragione umana.
Marx può giustamente irridere gli economisti del suo tempo – in quanto avanguardia degli ideologi borghesi – scrivendo nella Miseria della filosofia: “Gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle dell’arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due sorte di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro è una emanazione di Dio”; così pure per gli economisti i rapporti dell’attuale società sono retti da “leggi eterne, quelle che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma ormai non ce n’è più. C’è stata storia perché sono esistite delle istituzioni feudali e perché in queste istituzioni feudali si trovano dei rapporti di produzione del tutto differenti da quelli della società borghese, che gli economisti vogliono spacciare per naturali e quindi eterni”. Nulla di naturale invece, ma solo di storico e dunque transitorio, per quanto lunga – in relazione alla vita delle differenti generazioni – sia la durata temporale di una formazione sociale.
Il problema decisivo del capitalismo, comunque, non è l’introduzione del potere dei dominanti direttamente nel processo produttivo, nel processo che crea quelle condizioni materiali di base della vita sociale su cui si innesta l’intero ordine e articolazione del sistema complessivo dei vari rapporti sociali. Se tale introduzione del potere dei dominanti nella produzione fosse avvenuto previa scissione delle potenze mentali di quest’ultima dal lavoro solo manuale ed esecutivo, se l’organizzazione della produzione sociale complessiva fosse stata orientata dal potere dei possessori dei saperi, presi nel loro insieme (classe) – se, insomma, la società fosse stata ridotta ad una sorta di grande fabbrica in cui fosse esistita, da una parte, la direzione di coloro che possedevano i saperi produttivi e, dall’altra, la mera esecuzione del lavoro da parte della gran massa dei dominati – l’appropriazione del plusprodotto da parte dei primi sarebbe stata egualmente chiara come nelle società precapitalistiche, pur se sarebbe magari stata giustificata (ideologicamente) proprio a causa della loro capacità di direzione dei processi produttivi (la “base materiale” della vita sociale).
Il capitalismo, però, non è questo; e non si è formato secondo un simile processo storico, che è invece stato quello descritto come accumulazione originaria. Si è verificata la liberazione dei dominati da condizioni servili, la vendita (dopo un lungo periodo storico di “assestamento”) della forza lavoro come merce, il generalizzarsi della produzione di merci, la costituzione dei “produttori individuali” di tipo capitalistico – strutturati all’interno secondo la separazione dei proprietari dei mezzi di produzione (organizzatori dei processi lavorativi) dai possessori (e venditori) di sola forza lavoro subordinati alla direzione dei primi – fra i quali si è andata sviluppando la concorrenza nel mercato ormai generale dei prodotti. In un primo tempo, le classi dominanti sono rimaste quelle nobiliari, il clero, ecc. Successivamente – e nel mentre nei processi produttivi si verificava gradualmente la scissione tra potenze mentali e lavoro manuale ed esecutivo – i proprietari/dirigenti della produzione sono assurti alla posizione dominante nella società nel suo complesso grazie alla progressiva (e/o rivoluzionaria) acquisizione del potere politico e dell’egemonia culturale. Arrivati a questo punto – e sono passati secoli (un paio?) – l’intera società è apparsa avvolta da una immane rete di scambi di merci, dove ogni individuo (o gruppo di individui collaboranti ad un proprio scopo particolare) è apparso libero da vincoli nella contrattazione della compravendita dei più svariati prodotti-merce; e ognuno di questi “individui” è apparso nella sua contemporanea veste di venditore e acquirente, sia di prodotti che di fattori produttivi (anche la forza lavoro, fattore produttivo, è nel contempo “prodotto” del consumo dei beni acquistati con il salario).
Ogni problema di prodotto necessario e di plusprodotto è scomparso dall’orizzonte dei fenomeni apertamente vissuti e percepiti dagli individui che vivono in questa società. E dunque è nel contempo scomparso il problema di chi si appropria, controlla, gestisce il sovrappiù per riprodurre la sua posizione di dominante. Non ci si capisce letteralmente più niente, poiché tutto è merce, e dunque prezzo. Una somma di prezzi costituisce il costo di produzione delle merci, un’altra somma di prezzi rappresenta i ricavi; e la differenza è profitto (e interesse come sua parte) e rendita. In più vi è il salario, prezzo di vendita del fattore forza lavoro (anzi, ormai semplicemente, lavoro). A questo punto, e solo a questo punto, diventa necessario l’intervento della teoria del valore; per districare un simile caos, per capirci qualcosa, per andare “dietro” questo mondo variegato e rutilante di quelle autentiche “luci psichedeliche” che sono le merci. La teoria del valore è il vetro nero, affumicato, che usano i saldatori per non essere abbacinati dalla luminosità della fiamma ossidrica; e che viene pure utilizzato per osservare il Sole nei periodi delle sue eclissi, onde non consentire ai raggi ultravioletti di danneggiare la retina.
La teoria del valore “borghese”, dell’economica dominante – la teoria del valore-utilità – è del tutto consona al mondo della generalizzazione della forma di merce, al mondo in cui, formalmente, ogni individuo (o gruppo di individui coalizzato contro altri) è venditore o acquirente di una qualche merce, senza distinzione tra esse. Ogni individuo, nella società del mercato generale – che è quella basata sul modo di produzione capitalistico (si ricordi l’inizio de Il Capitale) – ha di fronte a sé semplicemente una lunga sequenza di prezzi, d’acquisto (costi) e di vendita (ricavi). Ogni individuo deve decidere come distribuire le sue “risorse” – ricavo della vendita di una merce di sua proprietà (non fosse che il lavoro, cioè la forza lavoro) – nell’acquisto di altre merci; se è razionale, tenterà di massimizzare l’utilità ricavata da questo acquisto. La teoria del valore utilità è appunto una teoria delle scelte; ed è orgogliosa di se stessa perché unifica concettualmente le scelte effettuate nei due fondamentali campi in cui si divide la scienza economica: consumo e produzione. Se il soggetto della scelta si pone nelle vesti del consumatore, acquisterà beni (di consumo) secondo proporzioni tali da massimizzare il soddisfacimento dei suoi bisogni; se è produttore, acquisterà fattori produttivi al fine di massimizzare il risultato produttivo ottenuto dalla loro combinazione. In definitiva, però, non vi è alcun bisogno di supporre l’utilità dei beni (ed infatti nessun economista, oggi, lo fa più); basta attenersi al fatto che ogni bene (di consumo o di produzione) ha un prezzo. L’importante è tener conto della marea di prezzi cui ci si trova di fronte, e distinguere le due funzioni che il soggetto della scelta può assolvere: quella del consumo e quella della produzione, pur se – chissà come mai – una grande maggioranza della società ha solo la funzione del consumo, visto che la funzione di produzione, in questa concezione, spetta solo a chi la organizza, combina i fattori; spetta cioè solo ai capitalisti, proprietari dei mezzi produttivi.
Non bisogna immaginare che la teoria “borghese” sia un puro marchingegno escogitato per imbrogliare i dominati. E’ semplicemente l’assunzione della superficie come unica realtà di una entità dotata di volume. E’ come verrebbe considerato il mondo normale in cui viviamo noi umani da un verme dotato di pensiero, ma che striscia per terra; egli sarebbe in grado di considerare solo la larghezza e la lunghezza, l’altezza sfuggirebbe al suo “concetto”. La teoria marxista del valore cerca invece proprio l’altezza, la stratificazione sociale, la divisione tra dominanti e dominati. Per questo, ha trovato sul campo la teoria del valore lavoro dei classici – che pure non aveva le stesse funzioni, ma su questo si aprirebbe una discussione del tutto oziosa oggi – e se ne è servita, con gli opportuni “aggiustamenti”, fra cui quello decisivo, e assolutamente insostituibile, di distinguere il lavoro come fonte del valore dei prodotti dalla forza lavoro come “prodotto” del consumo di beni aventi valore in quanto prodotti del lavoro; per cui essa ha il valore di queste stesse merci consumate dai lavoratori, racchiude cioè in sé, come ogni altra merce, una certa quantità di lavoro, ma poi, utilizzata nella produzione effettiva (di merci), eroga una quantità di lavoro suppletiva (pluslavoro) che va a “cristallizzarsi” in un certo di più di merci (plusprodotto) che, essendo vendute come tali, fanno ricavare il di più di valore (plusvalore), in quanto profitto capitalistico.
La nebbia, provocata dalla sola considerazione del sistema generale dei prezzi, si dipana; il verme comincia ad alzarsi di statura e non vede dunque solo latitudine e longitudine, ma anche lo spessore, e i rilievi montuosi, della sfera terrestre. Tutto questo però è permesso esclusivamente dalla preliminare posizione del concetto di modo di produzione capitalistico e dalla fondamentale considerazione che in esso si verifica la generalizzazione della forma di merce (e dunque di valore) solo in base al processo dell’accumulazione originaria che ha reso merce la forza lavoro espropriata ma “libera”, ecc. ecc. Se uno prende le mosse direttamente dal processo di lavoro – in quanto fondamento della produzione come trasformazione di certi prodotti in altri – e dalla scissione che in questo presunto “automa” si produce tra potenze mentali produttive e lavoro manuale ed esecutivo (errore in cui sono caduto io stesso in altri tempi, per motivi ben precisi che qui non discuto), non si dipana un bel nulla. Che nella società capitalistica – esattamente come in ogni altra società precedente – vi sia la distinzione tra un prodotto necessario e un plusprodotto, non si capisce affatto; per il semplice fatto che, a differenza che nelle società diverse dal capitalismo, l’una parte e l’altra del prodotto complessivo sociale si presentano quale un grande ammasso di merci etichettate con un prezzo, si presentano cioè come prodotti di “individui” (internamente organizzati secondo la separazione di proprietà/direzione e lavoro salariato/esecuzione) tra loro autonomi e indipendenti che socializzano i loro lavori solo indirettamente, e tramite aspro conflitto (concorrenza) degli uni contro gli altri.
Dunque, per comprendere la distinzione tra prodotto necessario e plusprodotto, poiché essi si presentano nel capitalismo con-fusi quali ammassi di merci degli stessi generi, quali un’unica somma di valori trasfigurati però nei prezzi di queste merci, è necessario innanzitutto controllare il concetto di modo di produzione. Bisogna cioè comprendere che, senza una base materiale (forze produttive), nessuna forma sociale può sussistere; e che tuttavia, la forma delle relazioni tra individui (la forma storica di società) non è univocamente determinata da tale base. Bisogna poi comprendere che la specie vivente umana – dotata di pensiero, ecc. – non riproduce esclusivamente le condizioni di una sua semplice riproduzione (non produce il solo prodotto necessario), bensì anche il sovrappiù (plusprodotto) necessario al suo ulteriore sviluppo. Sull’appropriazione di questo plusprodotto si svolgono acuti scontri data la sua utilità ai fini della supremazia di certe classi su altre. Le formazioni sociali concretamente esistenti sono insiemi di molteplici e variegate relazioni sociali. Se il modo di produzione le riduce alla relazione tra due classi di soggetti, è solo perché vuole indicare che il problema decisivo, da risolvere in ogni data “epoca della formazione economica della società”, è quello di afferrare la distinzione (e scissione antagonistico-polare) tra chi fondamentalmente produce la base materiale della vita sociale in quella sua storicamente specifica forma, e chi invece si appropria del di più, accumulabile, onde farne la base e lo strumento della propria supremazia nella società nel suo insieme, dunque anche nelle sfere del potere politico-militare, ideologico-religioso, ecc.
Poiché però nel modo di produzione capitalistico, il prodotto complessivo sociale è un’unica “immane raccolta di merci”, ecco che la teoria del valore (lavoro) dipana la con-fusione di prodotto necessario e plusprodotto, naturalmente nella loro forma storico-specifica di ammontare dei salari (incorporanti il lavoro necessario) e di plusvalore (incorporante il pluslavoro). Ricordiamoci le parole di Marx (Introduzione del 1857): “La società borghese è la più complessa e sviluppata organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la sua struttura, permettono quindi di capire al tempo stesso la struttura e i rapporti di produzione di tutte le forme di società passate […..]L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia”.
La categoria del lavoro come valore delle merci, utilizzata da Marx in relazione all’analisi della storicamente più sviluppata forma sociale della produzione, può essere “ributtata all’indietro” e servire, analogicamente, a caratterizzare lo sforzo degli individui umani per procacciarsi le basi materiali della loro vita associata in forme precapitalistiche dei rapporti sociali. Attenti però a quello che si fa. Marx parla spesso – trattando del denaro e dei mezzi produttivi impiegati, ad es., nella produzione tipica delle società del mondo antico – di capitale. Ne parla però in senso del tutto improprio, perché Marx stesso ha insistito continuamente sul fatto che il capitale non è un complesso di mezzi di produzione, come pensa l’economia “borghese”, bensì un rapporto sociale. Anche il lavoro, come fonte del valore, rinvia ai rapporti sociali, quelli del modo di produzione capitalistico che, quando predomina nella società, fa assumere alla produzione l’aspetto di una “immane raccolta di merci”. Scrive Marx (Glosse a Wagner): “Il signor Wagner dimentica inoltre che da me né ‘il valore’ né ‘il valore di scambio’ sono soggetti; il soggetto è la merce”. Capito? La merce è la cellula di un dato sistema di rapporti sociali caratterizzato dal modo di produzione capitalistico, formatosi storicamente come ormai ho indicato più volte. Marx non ragiona in libertà su valore, valore d’uso, valore di scambio, ecc.; questi concetti hanno senso nell’ambito dell’analisi della forma di merce, di quella generale e non meramente interstiziale, quella forma che indica un ben preciso rapporto di produzione (tra proprietà capitalistica e forza lavoro salariata) come struttura fondamentale della società moderna.
Certamente, sappiamo che “il valore di scambio” è “modo di espressione necessario o forma fenomenica del valore, il quale tuttavia in un primo momento è da considerarsi indipendentemente da quella forma”. Di conseguenza: il valore di scambio implica un rapporto quantitativo tra le merci, che non può essere solo casuale, oscilla invece attorno ad un attrattore che è il suo contenuto. Guai però, a mio avviso, trattare questo contenuto prendendo alla lettera i termini metaforici “cristallo”, “coagulo” “precipitato”, ecc. di lavoro. Guai a pensare che nella merce si trovi veramente una energia (lavoro) condensata in granuli, distinti da essa come il nocciolo d’un frutto è distinto dalla sua polpa e buccia. Il contenuto in lavoro, per quanto considerato in un primo momento indipendentemente dalla sua forma relazionale – che è la relazione tra merci scambiate – è pur sempre intrinseco a quella forma, non se ne può staccare per fargli vivere una vita del tutto indipendente, a se stante. Il contenuto è esso stesso espressione di un rapporto sociale, quel rapporto che fa sì che “produttori privati indipendenti” socializzino solo mediatamente il loro lavoro attraverso un aspro scontro concorrenziale nel luogo dello scambio, nello spazio sociale della generalizzazione delle forme mercantili. La merce, appunto, è il cardine dell’analisi marxiana del rapporto di capitale; e da tale forma ormai sappiamo quante conseguenze discendano (e altre seguiranno nel prosieguo di questo scritto).
Come sintetizzare, pur molto approssimativamente, questo discorso? Il modo di produzione ci segnala innanzitutto che la vita sociale degli uomini abbisogna di basi materiali; che per procurarsele è indispensabile la natura come serbatoio di materie prime, ma l’elemento più attivo, quello che trasforma e sviluppa le forze produttive è il lavoro (creativo) degli individui teso ad un fine (nelle società storicamente conosciute non posto collettivamente, tutti insieme). La base materiale ci dice però ben poco circa le forme dei rapporti sociali che su di essa poggiano, che in essa si innestano (o quale altra espressione metaforica si preferisca). E’ frase brillante e immaginifica quella che afferma: “Il mulino a braccia vi darà la società col signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale” (Miseria della filosofia); brillante, si, ma se presa alla lettera porta ad un semplicismo da veri……sempliciotti. Bisogna prendere sul serio i processi storici, non necessariamente e univocamente determinati dallo sviluppo della tecnica e dell’organizzazione del lavoro, per comprendere le trasformazioni e i passaggi (transizioni) da una forma di società (dei rapporti sociali) all’altra.
Resta il fatto che tali trasformazioni, tali transizioni, sono sempre avvenute finora, pur con complicazioni varie e perfino crescenti della complessiva struttura dei rapporti sociali, nell’ambito di una fondamentale divisione tra chi produce il prodotto complessivo (trattenendo per sé solo quello necessario) e chi si appropria del plusprodotto, facendone una leva per la propria battaglia – anche, per non dire soprattutto, all’interno delle classi appropriatici – ai fini della supremazia sociale complessiva; e in particolare dunque nelle sfere dette sovrastrutturali, termine che – chissà perché – è stato considerato diminutivo della loro importanza, mentre invece potere politico ed egemonia culturale sono di cruciale importanza, tanto che il loro rapporto rispetto alla produzione delle basi materiali della vita sociale va paragonato a quello della mente nei confronti del cervello.
La trasformazione dei (transizione ai) rapporti del modo di produzione capitalistico – la già per noi ben nota accumulazione originaria del capitale – ha portato alla forza lavoro come merce, alla conseguente generalizzazione della forma di merce, all’esistenza dei “produttori individuali” (certo capitalistici nella loro specifica strutturazione interna), in competizione fra loro nel mercato, calcolanti il loro costi di produzione e i loro ricavi in base al mondo fantasmagorico dei prezzi (valori di scambio espressi nell’equivalente generale, nelle varie monete che lo rappresentano). Dalla semplice superficie si torna allo spessore tridimensionale del mondo “reale” attraverso la teoria del valore, che assolve la duplice funzione: a) di calcolare i rapporti quantitativi di scambio, indicando però principalmente, proprio nel valore – in quanto contenuto – dei prodotti dei singoli “produttori individuali”, la loro separatezza e conflittualità reciproca nel mentre essi, tutti insieme, concorrono comunque al prodotto sociale complessivo; b) di segnalare, nel valore della forza lavoro, che questa, pur fungendo da merce e partecipando dell’equivalenza esistente tra le merci (e assicurando dunque l’eguaglianza formale dei loro possessori), consente ai suoi portatori la sola acquisizione del prodotto necessario pur composto di merci etichettate con prezzi, mentre il plusprodotto/plusvalore è competenza dei proprietari dei mezzi di produzione (impiegati dai “produttori individuali” in competizione, di cui appena detto).
Ancora una volta, sottolineo che la forza lavoro, di cui si discute il fondamentale e capitalisticamente decisivo carattere di merce, è una funzione dell’individuo, non è questo individuo stesso. Il prodotto necessario potrebbe essere così alto (il lavoro erogato dalla forza lavoro così produttivo) che i salariati potrebbero magari tutti vivere come Creso. Non cambierebbe affatto il carattere del modo di produzione capitalistico e della società di cui esso fornisce la spiegazione. Basta con i poveri esseri umani angariati, vessati, affamati, martorizzati che tanti finti comunisti – in realtà pietisti, misericordiosi verso i reietti, i diseredati – continuano a vedere nelle masse lavoratrici che con canti e casseruole vanno a manifestare (giustamente) per vendere ad un prezzo più alto la loro “proprietà” particolare. Nel modo di produzione capitalistico, la realtà è costituita da forza lavoro e da capitale (in quanto proprietà “individuale” dei mezzi di produzione), non da operai (poi indicati, un po’ vergognandosi, come lavoratori) e padroni. Questa realtà è quella indagata da Marx, che non era Proudhon o qualche altro miserabilista del genere. Basta parlare di Marx, se non si capisce che egli era innanzitutto uno scienziato e che aveva in odio i chiacchieroni come l’appena nominato.

9. Si è già considerato che la produzione di ricchezza, intesa quale somma di valori d’uso necessari alla vita sociale degli uomini, si fonda su due entità decisive, altrettanto importanti: natura e lavoro. Diversa è però la questione del valore, che non è il valore d’uso. Nel valore non vi è un solo atomo di natura, poiché esso è la concrezione dello sforzo umano teso ad un dato fine produttivo, di ottenimento del suddetto valore d’uso. Il sistema di rapporti sociali esistente in una data epoca storica della formazione di società definisce un corrispondente sistema di bisogni relativi alla vita degli individui associati. Per produrre il complesso dei valori d’uso necessari a soddisfare quei bisogni è evidente il concorso determinante della natura in quanto, appunto, alloggio della specie vivente umana e serbatoio dei materiali necessari alla produzione. Il valore d’uso, però, concerne esclusivamente un prodotto finalizzato a soddisfare determinati bisogni umani; il valore, invece, non riguarda per nulla la finalizzazione al bisogno, ma è semplicemente espressione dello sforzo teso a procacciarsi il valore d’uso in questione. Il valore è dunque soltanto lavoro e nient’altro che lavoro umano: intellettuale e manuale, direttivo ed esecutivo, innovativo (creativo) e di routine, ecc. Come dice Marx, alla fine del capitolo sulla merce: “La noiosa e insipida contesa sulla funzione della natura nella formazione del valore di scambio dimostra…..fino a che punto una parte degli economisti [che dire oggi degli ecologisti? Notazione mia] sia ingannata dal feticismo inerente al mondo delle merci, ossia dalla parvenza che le determinazioni sociali del lavoro siano caratteri degli oggetti. Poiché il valore di scambio è una determinata maniera sociale di esprimere il lavoro applicato alle cose, non può contenere più elementi naturali [corsivo mio] di quanti ne contenga per esempio il corso dei cambi”.
Certamente, se un individuo compie un lavoro per procurarsi un bene che non soddisfa alcun bisogno – né di consumo né di produzione di altri beni – ha sprecato il suo sforzo; quel bene, non essendo valore d’uso, non ha nemmeno valore alcuno. Tuttavia, la finalizzazione ad un bisogno (il valore d’uso appunto) è semplicemente la precondizione, la base, per la creazione del valore di un dato prodotto, poiché quest’ultimo ha valore solo in quanto ottenuto mediante uno sforzo finalizzato, cioè mediante lavoro umano; dove la finalizzazione, a scanso di equivoci, riguarda in tal caso la progettazione e le metodologie di esecuzione dello sforzo atto ad ottenere un certo prodotto già prefigurato nella mente del produttore, ma non ha invece a che fare con lo specifico bisogno soddisfatto da quel prodotto (anche se un qualche bisogno, in generale, dovrà comunque essere soddisfatto, pena la superfluità del lavoro eseguito). Soltanto questo lavoro, quindi, va calcolato come valore di quel determinato valore d’uso. Sostenere che Marx ha dimenticato la natura nella formazione del valore è semplicemente mancanza di sottigliezza di pensiero, di ragionamento. E’ come se mi si rimproverasse – mi si passi la volgarità – perché, nel valutare lo sforzo compiuto nel defecare (al fine di prendere i giusti provvedimenti per diminuirlo), non ho calcolato quanto speso uno o due giorni prima al supermercato onde acquistare i cibi, che poi ho mangiato e sono quindi all’origine, fanno da base o sfondo, del suddetto sforzo; quest’ultimo tuttavia, in se stesso considerato ed eventualmente misurato con opportuno strumento, non può fornirmi la misura del contributo di quella base o sfondo. E’ senz’altro necessario che tenga conto anche di questa, ma in altra sede e con altri criteri, non direttamente nel calcolo di quello sforzo. Il valore è dato appunto soltanto dallo sforzo, dal lavoro compiuto ad un fine.
Chiarita la differenza tra valore e valore d’uso e la misura del primo in base al solo lavoro, si tratta adesso di capire la necessità di tale misura. In fondo, la questione decisiva consiste nel fatto che, per procacciarsi di che vivere e riprodursi nell’ambito di quella storicamente specifica forma dei rapporti sociali, è necessario che almeno una parte degli individui associati lavori e produca. Solo che nessun individuo lavora e produce solo per se stesso; ognuno lavora e produce anche (anzi soprattutto) per gli altri, e questi altri per lui. Si ricordi inoltre sempre che, in tutte le società storicamente conosciute, una parte (la maggioranza) degli individui associati produce anche per un’altra parte (minoritaria) in tutt’altre faccende affaccendata; quest’ultima parte domina, esercita la sua supremazia ed egemonia complessiva e si appropria, ai fini di tale esercizio, del plusprodotto della prima.
E’ dunque evidente che, in ogni determinata forma di società, non esiste solo il problema di lavorare e produrre, ma anche quello di distribuire quanto viene prodotto; sia nel senso della fondamentale distinzione tra il prodotto necessario (alla vita della maggioranza, dominata, che produce) e il plusprodotto di cui si appropria lo strato sociale dominante, sia in quanto distribuzione del prodotto complessivo tra i vari raggruppamenti e individui che costituiscono quella forma di società. Il valore, a mio avviso, serviva a Marx esattamente per indicare il mezzo fondamentale di tale distribuzione. Esiste un fondo di lavoro sociale complessivo che crea un certo ammontare di prodotto complessivo; per la sua distribuzione – una volta detratto quanto è necessario alla gestione degli apparati organizzativi di quella data società e all’accumulazione, cioè alla riproduzione allargata della società stessa – si ricorre al valore in quanto misurato dal tempo di lavoro da ognuno impiegato nella produzione. Un tizio lavora x tempo producendo y beni (non direttamente per lui); detraendo ciò che si è già detto, dovrebbe ricevere y-d beni di valore pari a x-c tempo di lavoro (dove c è il tempo di lavoro prestato da quel tizio per produrre d beni, impiegati per l’accumulazione, ecc.).
Questo ragionamento presuppone la costituzione di una società formata da individui liberamente associati e cooperanti a fini scelti collettivamente, dove non esiste “sfruttamento” dell’uomo sull’uomo, non esiste cioè una o più classi o ceti o raggruppamenti che vivono del plusprodotto di altre classi o ceti, ecc. (i dominati, detto genericamente). La distribuzione cui si è appena accennato era quella pensata per la prima fase del comunismo, ed era una distribuzione solo formalmente egualitaria poiché, per esserlo sostanzialmente, quest’ultima non doveva più fare riferimento alcuno al tempo di lavoro da ciascuno prestato – lo ripeto: in base a decisioni prese collettivamente nell’ambito di una cooperante comunità di produttori associati – bensì solo ai bisogni di ogni membro della comunità in questione; il che avrebbe implicato un enorme sviluppo delle forze produttive, la fine di ogni scarsità, ecc., tutte questioni ampiamente note (almeno spero).
E’ per i motivi appena addotti che Marx, a mio avviso, ha sempre tenuto ben ferma la distinzione del valore (misurato in tempo di lavoro) non solo rispetto al valore d’uso, ma anche alla sua forma fenomenica, il valore di scambio, che appare in scena solo con la produzione di beni in qualità di merci. Tuttavia, mi sembra problematico pensare alla distribuzione nelle società precapitalistiche – o addirittura in presunti comunismi primitivi – in base al tempo di lavoro speso da ogni individuo per contribuire al prodotto sociale complessivo. Si può distinguere, all’ingrosso, un prodotto necessario da un plusprodotto, al fine di indicare, almeno in linea generale, quali sono le classi dominanti e quali quelle dominate; ma penso sia bene limitarsi a questa indicazione. Arrivare a sostenere che, in ogni epoca della produzione sociale, i beni prodotti sono da considerarsi cristalli o coaguli di lavoro, il cui tempo rappresenterebbe sempre il loro valore, mi sembra veramente superfluo e teoricamente inconsistente.
La finalità (teorica) del valore è quella sopra indicata, in relazione alla supposizione marxiana che la società capitalistica, per sue dinamiche sociali del tutto intrinseche, sarebbe transitata al comunismo, attraversando però una prima fase dello stesso in cui, non potendosi mettere subito fine al problema della scarsità, sarebbe stato necessario applicare un “diritto eguale” a individui “diseguali”: il diritto a ricevere, in cambio del proprio sforzo lavorativo – misurato mediante il tempo – una quantità di beni che fosse costata un eguale tempo di lavoro, fatte le debite detrazioni già indicate. Ributtare all’indietro, a epoche e società del tutto differenti, quanto teorizzato in merito ad una società futura – fra l’altro, mai venuta ad esistenza perché non sarebbe mai potuta venire ad esistenza in base a presunte dinamiche intrinseche al capitalismo, frutto di previsioni rivelatesi del tutto errate – è ormai puramente assurdo e dimostrazione di fede, non di analisi scientifica. Basta quindi con i valori in quanto coaguli o cristalli, ecc. di lavoro in ogni tempo e luogo della storia delle società umane.
Si potrebbe allora essere tentati di limitare la considerazione del valore (come lavoro “rappreso”) allo scambio mercantile. Cioè: quando la distribuzione del prodotto si attua mediante questo tipo di scambio, allora il valore di scambio – il rapporto quantitativo secondo cui le varie merci vengono scambiate tra i differenti produttori delle stesse – sarebbe definito dal valore, dalla quantità di lavoro in dette merci contenuto, dallo sforzo (finalizzato) compiuto per produrle. La misura sarebbe il tempo di tale lavoro, ma questo non basta, perché ci sono lavori di varia complessità; allora tutto deve essere ridotto a lavoro semplice. Ho ampiamente indicato e discusso le aporie di tale riduzione in miei scritti ormai lontani, ma non ho alcuna intenzione di perderci ancora del….tempo. Del resto, nemmeno il lavoro semplice basta per ottenere una misura adeguata del valore, poiché tutto dipende dalla forza produttiva del lavoro; se ad es. la produttività di quest’ultimo raddoppia, la quantità di lavoro coagulata, cristallizzata, rappresa, in una data quantità di quella merce si dimezza, e così pure, dunque, il valore della stessa per cui, se nessun’altra variazione è avvenuta nel sistema della produzione e dello scambio mercantile, una unità di questa merce acquisterà mezza unità di ogni altra merce (anche il suo valore di scambio si è dunque dimezzato).
Tutte queste considerazioni – che Marx sviluppa tranquillamente nei primi capitoli della sua massima opera – chiariscono che per lui il lavoro è proprio sostanza del valore; e le merci valgono in base a questa sostanza in esse contenuta. Vi è ancor di più; e per onestà va detto e rilevato senza infingimenti. Nel secondo capitolo (Il processo di scambio) de Il Capitale, Marx sviluppa una serie di considerazioni che danno ragione all’interpretazione di Engels, secondo cui lo svolgimento “logico” della forma di merce non è altro che il “riflesso” nel pensiero di un concreto sviluppo storico. Non potendo citare l’intero capitolo, molto chiaro in proposito, mi limiterò ai seguenti passi: “Lo scambio di merci comincia dove finiscono le comunità, ai loro punti di contatto con comunità estranee o con membri di comunità estranee. Ma, una volta le cose divenute merci nella vita esterna della comunità, esse diventano tali per reazione anche nella vita interna di essa. In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio è completamente casuale […..] La continua ripetizione dello scambio fa di quest’ultimo un processo sociale regolare [….] Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione tra l’utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio. Il loro valore d’uso si separa dal loro valore di scambio. Dall’altra parte, il rapporto quantitativo secondo il quale esse vengono scambiate diventa dipendente dalla loro produzione. L’abitudine le fissa come grandezze di valore”.
Non credo ci sia bisogno di molti commenti. Quindi, almeno a partire da quando nella storia appare in scena la forma di merce, si andrebbe, secondo Marx, progressivamente consolidando, in quanto abitudine, il calcolo del valore delle merci in base al lavoro in esse speso, in esse immagazzinato; “in nessuna situazione il tempo di lavoro che costa la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non interessare gli uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari gradi di sviluppo” (dal cap. I, par. 4, de Il Capitale). Apprezzabile l’ultima riga che pone in guardia da generalizzazioni storiche estreme, ma ho comunque ancora una volta la sensazione che la vera abitudine sia quella dello studioso di ributtare all’indietro, nella storia, una serie di categorie pensate ed elaborate in base all’interpretazione – teorico-scientifica, quindi sempre ipotetica – dei processi e fenomeni analizzati nell’epoca attuale. Considerando il lavoro quale autentica sostanza del valore delle merci, il lavoro indicato da Marx come astratto, in quanto fonte e base del valore di scambio, diventa semplicemente lavoro in generale, un lavoro in realtà puramente pensato facendo appunto astrazione dalla sempre specifica concretezza di ogni attività lavorativa effettivamente svolta nella società. Ogni lavoro produce comunque un determinato valore d’uso, ed è perciò nella sua realtà effettuale sempre concreto, ma è in ogni caso pensabile quale semplice erogazione di energia legata ad uno sforzo, pur essendo questo finalizzato a produrre un qualche valore d’uso particolare.
D’altra parte, certi passi di Marx (nel par. 4 del I capitolo, quello sul feticismo delle merci) non possono essere fraintesi: “per quanto differenti possano essere i lavori utili o le attività produttive, è verità fisiologica ch’essi sono funzioni dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani […..] L’eguaglianza di lavori completamente differenti può sussistere solo se si fa astrazione dalla loro reale diseguaglianza, se li si riduce al carattere comune che essi posseggono in quanto dispendio di forza lavoro umana, in quanto lavoro astrattamente umano”. Il lavoro astratto è lavoro in generale, puro dispendio di energia (nervosa, muscolare, ecc.; in definitiva fisiologica), di cui consta ogni lavoro concreto. Certo, il lavoro astratto non è, per Marx, categoria puramente pensata, ma nel solo senso che è il semplice riflesso nel pensiero del lavoro quale generica energia fisiologica erogata, comunque e sempre, dall’organismo umano in ogni concreta effettuazione di attività produttiva.
Ho tentato, in opere passate, di interpretare il lavoro astratto come portato, risultato, precipitato, di un processo di astrazione legato alla divisione tecnica del lavoro giunta alle sue estreme conseguenze nel modo di produzione specificamente capitalistico susseguente alla “rivoluzione industriale” e alle successive “rivoluzioni” tecnico-organizzative (taylorismo-fordismo, postfordismo e informatizzazione, ecc.). Non è comunque questo il pensiero di Marx, inutile arrampicarsi sugli specchi. E del resto considero oggi estremamente limitativa quella interpretazione, anzi del tutto negativa, perché – malgrado i vari divincolamenti che poi effettuavo – un simile processo di astrazione, che trattavo come concretamente sempre in marcia lungo gradini successivi della sua realizzazione, “creava” un mostruoso meccanismo continuamente autoriproducentesi del tutto impersonalmente e ineluttabilmente, senza alcuna possibilità di una qualche via di uscita (da cui la giusta critica degli amici Preve, Porcaro, Finelli e altri, di cadere in pieno nell’ideologia della weberiana gabbia d’acciaio).
Più interessante un’altra possibile interpretazione, che può essere suggerita dalla lettura di alcuni passi di Marx; senza peraltro pretendere che questa sia quella corretta e autenticamente marxiana. Prendiamo la famosa Introduzione del 1857. Farò una lunghissima citazione onde poi risparmiarmi troppi commenti.

“Il lavoro sembra una categoria del tutto semplice. Anche la rappresentazione del lavoro in questa generalità – come lavoro in generale – è molto antica. E tuttavia, considerato in questa semplicità dal punto di vista economico, il ‘lavoro’ è una categoria tanto moderna quanto lo sono i rapporti che producono questa semplice astrazione [….] L’indifferenza verso un genere di lavoro determinato presuppone una totalità molto sviluppata di generi reali di lavoro, nessuno dei quali domini più sull’insieme. Così, le astrazioni più generali sorgono solo dove si dà il più ricco sviluppo del concreto, dove una caratteristica appare comune ad un gran numero, a una totalità di fenomeni. Allora, essa cessa di poter essere pensata soltanto in una forma particolare. D’altra parte, questa astrazione del lavoro in generale non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori. L’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde ad una forma di società in cui gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e in cui il genere determinato del lavoro è per essi fortuito e quindi indifferente. Il lavoro qui è divenuto non solo nella categoria, ma anche nella realtà [corsivo mio] il mezzo per creare in generale la ricchezza, ed esso ha cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare [corsivo mio] [….] Qui, dunque, [negli Stati Uniti], l’astrazione della categoria ‘lavoro’, il ‘lavoro in generale’, il lavoro sans phrase, che è il punto di partenza dell’economia moderna, diviene per la prima volta [corsivo mio] praticamente vera. Così l’astrazione più semplice che l’economia moderna pone al vertice e che esprime una relazione antichissima e valida per tutte le forme di società, appare tuttavia praticamente vera [corsivo mio] in questa astrazione solo come categoria della società più moderna. […..] La società borghese è la più complessa e sviluppata organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la sua struttura, permettono quindi di capire al tempo stesso la struttura e i rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui sopravvivono in essa ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in quelle era appena accennato si è svolto in tutto il suo significato. L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia […..] Sarebbe dunque inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, e quest’ordine è esattamente l’inverso di quello che sembra essere il loro ordine naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta del posto che i rapporti economici occupano storicamente nel succedersi delle diverse forme di società ed ancor meno della loro successione ‘nell’Idea’ (Proudhon), che non è che una rappresentazione nebulosa del movimento storico, ma della loro connessione organica all’interno della moderna società borghese [corsivo mio]”.

Qui, innanzitutto, si rileva che viene posta una differenza tra l’indagine (“sincronica”) della struttura della società capitalistica e quella della sua formazione storica. Da questa differenza si capisce che la cosiddetta accumulazione originaria del capitale non spiega affatto la specifica articolazione dei rapporti decisivi del modo di produzione capitalistico né la particolare forma della loro riproduzione; essa dà però ragione della formazione storica degli elementi fondanti quella peculiare strutturazione e riproduzione dei rapporti in questione. La storia è muta quanto al perché del costituirsi e del funzionamento del modo di produzione capitalistico; essa è però indispensabile per individuare i “mattoni” di questa sua costituzione e funzionamento, e già sappiamo come il mattone forse più importante sia stato la formazione della forza lavoro venduta come merce da “liberi” individui privi di mezzi di produzione.
Per questi individui liberi, ma spossessati dei mezzi necessari ad estrinsecare la loro capacità lavorativa, il lavoro da eseguire diventa indifferente, smette di concrescere con le loro particolari abilità e predisposizioni ad una ben determinata prestazione. Si vende “lavoro”, cioè in realtà la capacità di lavorare – ma non di effettuare un lavoro specifico, che esige un lungo apprendistato ed una particolare preferenza per esso, bensì solo l’attitudine allo sforzo, quella insita, in modo del tutto generico, nella corporeità umana – ricevendo in cambio di che vivere secondo gli standard, inizialmente certo anche miserabili, di quella data società, di quella data epoca storica. Anche se tutto è velato, anzi occultato, dalla vendita della propria forza lavorativa dietro pagamento del suo “valore” (espresso soprattutto e quasi sempre in moneta) – con l’ulteriore mistificazione che tale forza lavorativa appare come lavoro tout court – i lavoratori liberi, ma senza proprietà dei mezzi di produzione, ottengono semplicemente il prodotto necessario (alla loro “sussistenza storico-sociale”) mentre il plusprodotto, pur sempre espresso nella forma del valore (in definitiva, in somme monetarie), appare come remunerazione della capacità organizzativa del capitalista, come premio per il rischio d’intrapresa che egli ha “voluto” correre, per la capacità di attendere i frutti della sua “virtuosa” attitudine a rinunciare al consumo immediato allo scopo di investire quello che appare essere il suo reddito nell’intrapresa in oggetto, ecc.
L’astrazione del lavoro è per Marx sinonimo di questa indifferenza allo specifico lavoro da prestarsi, che appare spesso e prevalentemente come un fastidio, una vera condanna a eseguire una qualsiasi attività lavorativa – indirizzata a questo o quel fine produttivo dalla volontà incontrastata e indiscussa del capitalista proprietario – pur di ottenere di che vivere secondo gli standard minimi, essenziali, di quella data situazione storico-sociale. Certamente, facciamo attenzione: ogni “produttore” di merci – nel suo insieme, che è una impresa strutturata al suo interno come gruppo proprietario capitalista, ad un polo, e lavoro subordinato, all’altro polo – è obbligato ad agire in quanto “privato” che socializza il suo lavoro solo indirettamente, solo con la mediazione del mercato, in cui si trova in competizione con tutti gli altri “produttori privati” della sua tipologia. Tuttavia, non è che questi ultimi nel loro insieme (nella loro struttura interna complessiva) – come diceva ad es. un Napoleoni – subiscano l’alienazione in questo mercato; per cui l’unica differenza tra capitalisti proprietari e lavoratori, spossessati e subordinati, è che i primi godono di una qualche soddisfazione (il profitto) in questa generale alienazione. Niente affatto!
Pur se tutto appare nella forma del valore mercantile, la parte di quel “produttore privato” costituita dai lavoratori riceve soltanto il prodotto necessario, mentre l’altra parte (minoritaria), quella dei capitalisti, si appropria e controlla il plusprodotto (plusvalore). Ora, il prodotto necessario (salari nel capitalismo) consente semplicemente consumi; i quali potranno anche essere elevati, man mano che si sviluppano le forze produttive della società – si è già rilevato che è ormai del tutto errato e primitivo pensare che il capitale sia barriera allo sviluppo di queste ultime – ma restano in ogni caso consumi, conseguimento di certi standard (popolari) di vita, magari via via crescenti. Il plusprodotto/plusvalore – mascherato da profitto in quanto remunerazione e premio per il capitalista organizzatore della produzione – dà a quest’ultimo ben altro potere: quello di forgiare le forme del dominio e dell’egemonia (culturale) complessivi nella società. Altro che trovare qualche soddisfazione nel pur generale processo di alienazione! Il capitalista, in specie nella fase della “libera concorrenza”, deve senza dubbio sottostare alle “leggi” del mercato che gli segnalano che cosa e come produrre per estrarre il massimo plusvalore possibile dai lavoratori impiegati nel suo organismo produttivo privato, separato e autonomo dagli altri. Ma il plusvalore è finalizzato alla lotta per il potere e l’egemonia nella società, non semplicemente a godere di più o meno alti consumi. Della situazione di centralizzazione monopolistica – e della ideologia che sostiene la formazione, in tal caso, di una pura classe di rentier o di una classe agiata (Veblen), ormai dedita solo a consumi opulenti, simil-signorili – tratterò in seguito.
Mi preme in questa sede, dopo questo lungo giro d’orizzonti, ribadire che il carattere più proprio – o almeno tale appare – da attribuire al marxiano concetto di lavoro astratto è quello dell’indifferenza ad una qualsiasi specie determinata di attività; il lavoro astratto è questa attività prestata esclusivamente nel suo aspetto più generale, e generico, di attitudine a compiere uno sforzo, per ottenere un salario (prodotto necessario), onde essere in grado di vivere secondo gli standard (quelli popolari ovviamente) dell’epoca. Tale sforzo, già si è detto, è vero lavoro quando è finalizzato ad un progetto, dotato di certe modalità, di certe metodologie, di esecuzione. La finalizzazione non spetta però all’insieme del “produttore privato” di merci, bensì soltanto a quel polo della sua strutturazione interna, costituito dal gruppo capitalistico proprietario dei mezzi di produzione. Il lavoro è astratto anche nel senso che manca di questa finalizzazione, tipica invece del lavoro concreto produttore di particolari valori d’uso, poiché essa è indifferente al prestatore di attività, è affare del capitalista, che sceglie certi indirizzi produttivi in base ai segnali che gli provengono dal mercato. Il lavoratore presta la capacità insita nella sua corporeità – quindi non solo la capacità di mettere in moto i muscoli e i nervi – per il puro scopo di “sopravvivere” (sempre in senso storico-sociale), di riprodursi continuamente come venditore di forza lavoro. Questa capacità, dunque, è anche quella detta intellettuale, quella insita nel cervello (anzi nella mente); tuttavia, anche questa non ha uno scopo creativo – quando lo ha, vuol dire che quel lavoratore ha in mente altri possibili ruoli e funzioni – bensì solo quello di “sopravvivere” e di “tirare avanti”.
Cerchiamo allora di capire bene il significato di tale lavoro, detto astratto in quanto indifferente – soprattutto nella sua finalizzazione – a chi lo presta. Rilevo intanto un fatto assai significativo. Per Marx, il valore, in quanto lavoro contenuto nella merce, è semplicemente la somma dei diversi lavori (tempi di lavoro) spesi dai vari lavoratori che producono quel bene. E’ noto che, quando più lavoratori concorrono alla produzione di un certo valore d’uso, vi è una forza produttiva, più o meno ampia a seconda dell’organizzazione del lavoro scelta (naturalmente a parità di tecnologie impiegate), insita nel lavoro d’insieme, che non è quindi semplice somma dei lavori individuali. Questa forza produttiva del complesso lavorativo serve ad accrescere la quantità di valori d’uso prodotti, ma non il valore-lavoro di tale quantità, per cui il lavoro contenuto nell’unità di prodotto (il suo costo) diminuisce. A parità di ogni altra condizione (in specie del prezzo di mercato di quel dato valore d’uso), il ricavo ottenuto dalla maggiore quantità venduta aumenta a parità di costo, e dunque si accresce il profitto capitalistico. E’ insomma il solito problema della crescita della produttività del lavoro a parità di salario, o comunque con un eventuale aumento di quest’ultimo inferiore a quello della produttività.
Niente di particolare, dunque; però quanto detto indica che Marx considera il valore dal punto di vista di una sostanza lavorativa contenuta nella merce, in essa rappresa o cristallizzata; ed è quella sostanza che egli afferma essere “verità fisiologica”. Mettiamoci per un momento dalla parte del capitalista che, forte della proprietà dei mezzi produttivi, acquista come merce la forza-lavoro e organizza la produzione. Egli vede tutto sub specie di uscite ed entrate di moneta. Egli spende una certa somma, il costo di produzione, e ne ricava un’altra maggiorata del profitto. Il capitalista sa bene che, se organizza meglio la produzione a parità di mezzi produttivi e tecnologia utilizzati – cioè se migliora l’organizzazione del lavoro impiegato nella sua impresa, se rende più coordinate, riducendo i tempi morti, le prestazioni dei vari lavoratori cooperanti alla produzione, ecc. – aumenta la quantità prodotta e, se non vi sono problemi di mercato, venduta, sostenendo lo stesso costo monetario e accrescendo così il profitto ottenuto (sempre espresso in moneta). A parte la sostituzione del calcolo monetario a quello in lavoro (cristallizzato), il ragionamento del capitalista non è diverso da quello di Marx.
E allora, perché quest’ultimo si complica la vita con il valore-lavoro (contenuto), perché non si limita a prendere in considerazione quello che appare fenomenicamente chiaro ed evidente, e consente comunque di trarre le stesse conclusioni in merito ai mezzi capitalisticamente utilizzati per accrescere i profitti? La risposta non è difficile: così facendo, Marx vuol indicare la centralità del lavoro nella produzione dei beni (valori d’uso), nell’appropriazione della natura per soddisfare i vari bisogni degli individui associati. Questa centralità è sempre valida, in ogni forma di società; e in ogni forma di società, divisa in classi (dominanti e dominate) antagonistiche, le seconde producono con il loro lavoro tutto ciò che è necessario anche al mantenimento delle prime. Il capitalismo (modo di produzione capitalistico) non è diverso, sotto questo riguardo (sostanziale), dalle altre società, ma si presenta formalmente differente per quanto concerne le modalità relative alla centralità del lavoro (come sforzo finalizzato ad appropriarsi la natura per i vari bisogni sociali) e quelle concernenti l’estrazione del plusprodotto di cui vivono e prosperano i dominanti.
Tuttavia, usualmente, con sottile passaggio e traslazione di significato, la centralità del lavoro nella produzione di quanto necessario alla vita sociale (dei dominati come dei dominanti) diventa, nel marxismo tradizionale, centralità dell’uomo lavoratore nel capitalismo, e dunque centralità della classe di questi uomini: cioè della classe operaia o del proletariato o del lavoratore collettivo cooperativo o quale altra espressione si voglia utilizzare per indicare comunque i dominati. La prestazione d’uso che questi fanno in riferimento alla propria forza lavorativa, ormai divenuta merce (e comportante, come già sappiamo, la generalizzazione capitalistica delle forme mercantili), si trasforma nell’impegno che l’uomo lavoratore profonde nella produzione. E’ l’uomo, non il lavoro, a essere promosso alla posizione centrale nella produzione capitalistica, secondo questa interpretazione che cambia, con mossa impercettibile, le carte in tavola. Il lavoratore del capitalismo, questo lavoratore ormai libero da ogni dipendenza servile ma spossessato dei mezzi produttivi, presta l’uso della sua forza lavoro essendo del tutto indifferente – questo ci ha detto Marx nel lungo passo sopra citato; questo è il significato del lavoro astratto – a questo uso, a quale compito il capitalista adibirà la sua attitudine a compiere uno sforzo (attitudine dei suoi muscoli e del suo cervello) secondo una finalità che non gli interessa, una finalità che viene invece posta dal capitalista a seconda dei segnali provenienti dal mercato, cioè dall’insieme della conflittualità intercapitalistica, interdominanti. All’uomo lavoratore interessa solo di aver di che vivere, di che consumare, per sussistere secondo gli standard (popolari) della sua epoca, e per riprodursi dunque in quanto venditore di merce forza-lavoro, onde ripetere per tutta la vita quest’atto fastidioso, per portare questo vero fardello che è la sua condanna. All’uomo lavoratore non interessa minimamente essere centrale in nessuna produzione, in nessuna organizzazione della prestazione d’uso della sua capacità lavorativa (manuale e intellettuale), perché è portatore di lavoro astratto, di un lavoro del tutto indifferente alle finalità (concrete) cui è indirizzato.
Tutto questo, però, non poteva essere accettato da Kautsky, dal “grande” partito socialdemocratico tedesco. La classe operaia doveva essere resa certa di adempiere una missione storica, una missione che le veniva assegnata da una oligarchia particolarmente antidemocratica, in grado di muovere, come fosse un esercito, il “parco buoi” dei suoi adepti onde ascendere ad apparato facente parte della sfera degli agenti dominanti di tipologia politica (anche se ciò avvenne in un periodo storico abbastanza lungo; ed è inoltre un processo che sempre si rinnova, come dimostra la fine dei partiti comunisti, e dei loro sindacati, sia nei paesi del fu socialismo reale che in quelli occidentali fra cui il nostro). Ecco da dove nacque la “responsabilità nazionale” delle socialdemocrazie che andarono alla prima guerra mondiale; non da tradimenti, ma da una profonda degenerazione teorica nata da una degradazione morale e politica di funzionari (dominanti) della “classe universale”, che è invece solo un insieme – per quanto organizzato in stile caserma – di poveracci condannati a vendere il loro “lavoro” (cioè forza-lavoro) a chi lo paga, essendo del tutto indifferenti al tipo e scopo di utilizzazione della loro attitudine a produrre uno sforzo, ad erogare energia lavorativa, questa “verità fisiologica”.
Ecco allora perché – per Marx – l’analisi in base ai costi monetari non va bene; ecco perché egli vuol vedere, sotto (o dietro) i prezzi, i reali costi in lavoro, i grumi o cristalli di sostanza lavorativa rappresa nelle merci. Il valore in quanto lavoro contenuto, che non appare per quello che è nella fantasmagoria del rutilante sistema degli scambi M-D-M, vuol svelare non la centralità dell’uomo lavoratore nella produzione – poiché quest’ultima resta affare del capitalista proprietario, è il suo vero interesse basilare, ma sempre sull’onda dell’incessante e multilaterale conflittualità tra tutti i proprietari capitalisti – bensì il fatto che la moderna società, così come le altre precedenti, si struttura secondo una particolare forma di dominio, e quest’ultimo è assicurato comunque, malgrado quel velo appannatore della “realtà” costituito dal fenomeno mercantile, dalla creazione di un plusprodotto da parte dei dominati.
Il capitalista può accontentarsi di ragionare in base al fenomeno dei prezzi e, dunque, dei costi e ricavi monetari. Non perché voglia ingannare i dominati; questo intento non è nemmeno perseguito, direttamente e consapevolmente, dagli intellettuali e pensatori che forgiano la particolare formazione ideologica dell’epoca moderna. Egli si trova ad agire in una società, ormai costituitasi attorno ad una duplice scissione: a) quella tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro che acquisisce la forma di merce in quanto unica “proprietà” di individui liberi ma spossessati, e che debbono pur vivere comprando valori d’uso come merci; b) quella tra prestazione d’uso di tale forza lavoro e gli uomini (nella loro complessa personalità) che la possiedono e debbono venderla quale unico mezzo per vivere.
In effetti, la reale figura centrale della produzione è quella del capitalista; è questi che la organizza ed è completamente impegnato in essa, con tutte le sue migliori qualità intellettive e con i suoi spiriti animali. Non si tratta di una menzogna dei “suoi” intellettuali e ideologi. Egli è già in possesso di somme monetarie, accumulo di precedenti profitti, e acquista effettivamente i “fattori” della produzione: mezzi e forza lavorativa. Degli uomini lavoratori non sa che farsene, non è un “padrone” come volgarmente, e autoingannandosi con l’uso di un simile linguaggio, affermano i lavoratori e soprattutto coloro che li dirigono in quanto funzionari delle loro associazioni. Il capitalista ha l’enorme fortuna di non doversi preoccupare dell’uomo, di non averlo quale suo servo, che dovrebbe allora mantenere e anche difendere, come faceva il padrone con i suoi servi (o schiavi) in società precapitalistiche. Certo, li manteneva in condizioni di vita spesso miserabili, al minimo vitale (e sociale) possibile, ma doveva comunque prendersene cura. E poiché i dominanti esercitavano potere ed egemonia nelle sfere sociali “sovrastrutturali”, ma lasciavano – non sempre per la verità! – il compito di produrre, nel senso più pieno del termine produrre, ai dominati, il lavoro non aveva ancora “cessato di concrescere con l’individuo come sua destinazione particolare” (si veda sopra).
Uomo e lavoro non erano completamente scissi, e per questo l’uomo lavoratore doveva essere tenuto in condizioni di dipendenza personale (servile) utilizzando il potere politico e ideologico. Per questo, il capitalismo, senza il potere dello Stato, avrebbe avuto difficoltà a superare il periodo della sussunzione formale del lavoro nel capitale, quando “la manifattura non si distingue ai suoi inizi dalla industria artigiana delle corporazioni quasi per altro che per il maggior numero degli operai occupati contemporaneamente dallo stesso capitale. Si ha soltanto un ingrandimento dell’officina del mastro artigiano” (cap. XI del I libro del Capitale); quando spesso i primi operai salariati hanno più o meno lo stesso bagaglio di conoscenze tecniche, possiedono più o meno gli stessi saperi produttivi, dei primi capitalisti. Il lavoro concresce ancora con l’individuo che ne è il portatore. Solo in questo caso credo si possa sviluppare pienamente la dialettica servo-padrone di hegeliana memoria (anche se non mi dilungo a tal proposito).
Il modo di produzione specificamente capitalistico, in cui si verifica la sussunzione reale, è tutt’affatto diverso. Il lavoratore salariato non sarebbe mai in grado di rovesciare la sua posizione rispetto al capitalista, prevalendo su di lui grazie all’acquisizione di un maggior sapere che gli attribuirebbe anche un maggior potere. Qualche salariato può diventare capitalista perché in qualche modo – per fortuna, poche volte per abilità (ma non nel “maneggiare uno strumento”!) o capacità di “risparmio”, più spesso per essersi legato al carro di altri capitalisti (magari finanziari) o al potere politico (che comunque lo finanzia), sempre con l’uso di qualità negative quali furbizia, inganno, raggiro, astuzia, prepotenza, ecc. – si è procurato la somma di denaro necessaria ad acquistare i “fattori produttivi” (mezzi e forza-lavoro) da organizzare (combinare) in un processo produttivo.
Il capitalista non sa che farsene della teoria del valore lavoro; questa non ha per lui alcuna funzione utile, non gli serve a fare un solo calcolo di tipo tecnico e organizzativo, a scoprire un nuovo prodotto da lanciare, a compiere indagini di mercato, ad avere una influenza qualsiasi in termini di potere e di egemonia culturale. Se anche conoscesse a menadito tale teoria, non si creerebbe certo alcuna “coscienza infelice”; più semplicemente si troverebbe nella situazione del millepiedi che cominciasse a pensare al coordinamento delle sue tante zampette: non si muoverebbe più. Il capitalista, che è il reale organizzatore della produzione in questa sua forma storicamente specifica – ma che è ancor oggi questa, e non se ne conoscono altre di più dinamiche al momento! – non ha alcun motivo di “farsi del male” intestardendosi sui costi reali in termini di lavoro incorporato invece che limitarsi, così come in effetti fa, ai più semplici costi monetari.
Il problema di Marx, e di un marxista, è assolutamente diverso. Ma non perché l’uomo lavoratore è al centro della produzione, ha la missione storica di riorganizzarla dandole forma consona ad un modo di produrre sedicente più umano, più giusto e buono e chi più ne ha più ne metta. Marx, o il marxista, nemmeno vuole testardamente dimostrare che il comunismo è nelle cose; certo Marx pensava così, ma non per partito preso, perché avesse ideologicamente assunto una posizione a favore della classe dei dominati, e volesse convincerla, costi quel che costi, che essa sarebbe stata in grado di creare il comunismo (per sé e per tutta l’umanità). Lo studio, anche storico, del capitalismo l’aveva portato a “scoprire” che, dietro il velo opacizzante della forma di merce (ecco un altro buon motivo per partire dall’analisi di quest’ultima), tale società crea, pur in forme diverse, alcuni elementi che sono comuni anche ad altre formazioni sociali: si pensi solo alla divisione del prodotto complessivo in prodotto necessario e plusprodotto. Non era possibile capire questa divisione, né la specifica introduzione del potere di ottenere tale plusprodotto da parte dei dominanti all’interno del meccanismo stesso della produzione, senza ricorrere alla tesi della forma di valore – e della sua espressione nell’equivalente generale, che è in definitiva il prezzo monetario – che nasconde sotto di sé la quantità di lavoro astratto (e socialmente necessario, ma tale considerazione non è qui essenziale) indispensabile a produrre quantità determinate di valori d’uso in veste di merci.
Ma questa astrazione è appunto l’indifferenza per un genere qualsiasi di lavoro prestato sotto la direzione del capitalista organizzatore della produzione; l’astrazione è il portato della scissione tra uomo e forza lavoro che questi possiede, è la cessazione del “concrescere del lavoro con l’individuo come sua destinazione particolare”. E’ dunque ovvio che la teoria del valore – proprio in quanto esso è trattato da lavoro astrattamente umano cristallizzatosi nella merce prodotta – è tipicamente capitalistica, perché è solo in questa forma di società che il lavoro si scinde radicalmente dal lavoratore in quanto individuo (formalmente libero). Quest’ultimo non è, almeno non necessariamente, unidimensionale, o alienato, o scisso, schizofrenico. Come uomo può ben possedere la sua interezza e complessità, i suoi “normali” sentimenti di umano. Semplicemente, è indifferente alla destinazione d’uso della sua prestazione lavorativa. Questa non è mossa da particolari intenti di accrescimento dei saperi e della abilità (virtuosa) nel compierla; o se lo è, non lo è certo in quanto prestazione venduta come merce al capitalista.
L’interesse che muove il lavoratore salariato è quello di ottenere il massimo possibile per la vendita della sua merce; è di godere del maggior reddito possibile per consumare di più e accrescere il proprio livello di sussistenza. Il modo di pensare e agire, ai fini di tale accrescimento, non è diverso, nelle sue manifestazioni “di superficie”, da quello del capitalista, poiché anche il lavoratore sfrutta la propria abilità negoziale, l’eventuale forza di cui disponga in certe contingenze o per particolari posizioni occupate nel processo produttivo; ed è capace di competere e confliggere con i suoi simili (lavoratori salariati), di ingannarli, raggirarli, di usare loro prepotenza quando lo può, di essere opportunista, ecc. L’essere lavoratore (salariato) nel modo di produzione capitalistico è, lo ripeto, una condanna, non la conquista di un’aureola di santità, l’investitura di “cavaliere” nella lotta all’ingiustizia, alla cattiveria, alla prepotenza esistenti nella società dominata dal capitale (come in ogni altra società storicamente conosciuta, se vogliamo dirla tutta).
La teoria del valore lavoro non deve quindi essere avulsa da ogni connotazione storico-determinata; il bene prodotto in generale, o anche più semplicemente la merce considerata in sé e per sé, non sono granuli, accumuli, di energia lavorativa in quanto “verità fisiologica”. E’ comprensibile la preoccupazione di Marx di fronte alle pur inconsapevoli mistificazioni – sempre in ogni caso legate all’interpretazione di fatti reali – messe in campo da una pura teoria dei prezzi e dei mercati. Inoltre, per Marx, la teoria è semplicemente “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” poiché egli teme che, altrimenti, si arrivi a “concepire il reale come il risultato del pensiero automoventesi” (Introduzione del 1857). Vedremo, alla fine di questo lungo lavoro, che alcune decisive previsioni tratte dalla teoria marxiana non si sono verificate, e che è oggi possibile comprendere l’erroneità, comunque lo scarso realismo, lo schematismo e semplicismo, di molte sue interpretazioni anche di carattere storico. La teoria è fatta di ipotesi, di percorsi concettuali che vogliono districare, semplificandone la complessità, quel groviglio che è il mondo in cui noi dobbiamo muoverci; e, per muoverci, dobbiamo orientarci secondo, appunto, quei percorsi ideati teoricamente, tramite il nostro pensiero. La teoria non deve semplicemente riprodurre la realtà. Come un pittore (scadente) sa dipingere un ritratto di persona somigliantissimo ma di nessun valore artistico, lo scienziato (falso) può “riprodurre fotograficamente” una certa realtà (naturale o sociale), magari con condimento di formule, grafici e tabelle che lo acquietano e gli danno tanta sicurezza, senza aver capito nulla del fondamentale significato e possibilità di sviluppo (nel passato come nel futuro) di quella realtà.
La teoria ha da svolgere una funzione d’ordine e di orientamento nella interpretazione del passato (e del presente) e nella previsione del futuro. Come è stato chiarito all’inizio del ‘900, si è passati in quel periodo dai concetti-sostanza ai concetti-funzione. Anche la teoria del valore lavoro ha la sua specifica funzione d’ordine interpretativa, di disvelamento – in forma semplificata – della realtà capitalistica, della sua strutturazione e dinamica, delle lotte che in essa si sono svolte e si svolgono, dei blocchi sociali che si sono affrontati e si affrontano, e del perché, degli obiettivi e risultati di questo affrontamento: in ultima analisi, la conquista del potere e dell’egemonia nella società. Il fulcro di questo affrontamento, comunque uno dei suoi problemi decisivi, è l’appropriazione del plusprodotto che avviene, in forme di società diverse, secondo modalità (sociali) differenti, secondo una dinamica di riproduzione dei decisivi rapporti di ogni data società – quei rapporti definiti dal concetto di modo sociale di produzione – che è specifica della società in questione. La teoria del valore lavoro ha tale finalità con riferimento fondamentale al modo di produzione capitalistico. Non tanto la sostanza lavorativa ha importanza cruciale, quanto la sua funzione di spiegazione della struttura e dinamica dei rapporti sociali capitalistici.
Ha quindi poco senso affannarsi sui problemi “sostanziali” del tipo della famosa trasformazione (dei valori in prezzi di produzione), della riduzione del lavoro complesso in semplice (energia fisiologica erogata), ecc. Ci si invischia in continue contorsioni e complicazioni, si annunciano soluzioni (matematiche) dei problemi più o meno con scadenza decennale da oltre un secolo a questa parte. Ci si riduce al livello di bambini, come accadeva al filosofo protagonista di un racconto di Kafka, che si precipitava in mezzo ad essi per rubare loro una trottola, poiché era sicuro di dedurre il movimento dell’intero Cosmo dal semplice girare in tondo di questo giocattolo. I marxisti debbono diventare adulti e avviarsi verso una matura considerazione della funzione della teoria del valore lavoro.

10. Fedele all’impostazione particolare di questo lungo scritto, interrompo di nuovo lo sviluppo ulteriore del discorso per ribadire alcuni concetti centrali del precedente capitolo; quanto dirò sarà utile molto più avanti, verso la fine (ancora lontana) di questo libro, quando accennerò alle questioni della soggettività politica.
Nella Prefazione al Capitale, in un passo già da me citato, Marx ricorda che egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti”. Gli uomini concreti, in tutta la loro complessità, sono dunque lasciati da parte onde considerarli solo quali maschere di rapporti sociali. Questo il punto di vista fondamentale. I rapporti sociali d’insieme che si stabiliscono tra gli individui sono certamente assai ricchi di sfaccettature, di sfumature, di angolazioni molteplici. E, per quanto considerati nella loro più ampia multilateralità, mai esauriranno la complessità indefinita della “realtà” sociale. I rapporti sociali di produzione, fulcro del concetto di modo di produzione, sono però assai più semplici: nel capitalismo, e secondo Marx, essi riguardano essenzialmente gli individui in quanto portatori delle funzioni concernenti la proprietà dei mezzi di produzione e la prestazione di forza lavoro venduta come merce. E’ come se la “realtà” fosse strutturata secondo una serie di livelli dei rapporti sociali: il livello della trama, a maglie molto larghe, che “regge” tuttavia diversi livelli di ordito a maglie via via più strette. Il modo di produzione, il concetto centrale della scienza marxiana, si interessa del primo, del livello della trama.
Gli uomini che entrano fra loro in relazione nei rapporti di produzione non sono quelli dotati di tutte le loro prerogative di individui umani. Questi ultimi non sono necessariamente a una dimensione, alienati, puramente schiavi di una società dello spettacolo, e tutta una serie di altre considerazioni unilaterali elaborate da “filosofi” sociali che sinceramente mi appaiono lontane dalla “realtà”. Tanto per fare un esempio piuttosto significativo di certa mentalità di coloro che hanno trattato degli individui in società, ci sono stati dei pensatori assai superficiali che hanno criticato la teoria neoclassica, quella dei concetti marginalistici, perché partiva dalla considerazione dell’homo oeconomicus. Orrore! L’uomo non può essere suddiviso in tanti spicchi, non deve essere privato della sua meravigliosa complessità di essere umano! Simili posizioni sono per me estremamente ingenue e vuote di effettivo significato. E’ più che lecito indagare questo essere secondo varie angolazioni, che non hanno alcuna pretesa di rappresentare diverse porzioni dell’uomo, ma solo di evidenziare alcune sue particolari funzioni, alcune sue prestazioni, poste comunque, pur secondo differenti punti di vista, come quelle decisive, quelle che ne determinano le principali azioni considerate strutturanti le maglie larghe, portanti, della trama di quella data società.
La critica al marginalismo deve mettere in luce che tale teoria presuppone la decisività e preminenza delle prestazioni (in specie, ma non solo, quelle economiche) degli individui, presi in sé e avulsi da ogni forma sociale; per cui tali (prest)azioni appaiono quali mere scelte individuali (e la teoria in questione è infatti una non banale, e tanto meno falsa, teoria delle scelte). Solo dopo (un dopo logico), si presta attenzione alla società, i cui rapporti a maglie larghe sono appunto definiti in base alle scelte individuali in questione. Marx parte invece preliminarmente dalla società. I rapporti che la definiscono non riguardano, per tale pensatore, scelte semplicemente individuali – e l’individuo non è un soggetto economico che si confronta con i beni che ha a disposizione per soddisfare i suoi bisogni – bensì sono relazioni, decisive e pur sempre a maglia larga, tra i proprietari dei mezzi produttivi e i “liberi” prestatori di forza lavorativa. Proprietario capitalista e “proprietario” di mera forza lavoro sono “uomini” nello stesso senso dell’homo oeconomicus dei neoclassici; cioè, in definitiva, non lo sono affatto, sono semplici portatori di funzioni. Solo che i neoclassici fondano la struttura decisiva dei rapporti sociali sulle scelte individuali – guidate da un presupposto sistema di bisogni – mentre Marx tratta le azioni individuali in quanto orientate, “in ultima analisi”, dalla struttura decisiva, quella appunto a maglie larghe, della società. In questo senso, gli individui della teoria marxiana, come appena affermato, non sono uomini, ma maschere di rapporti sociali, quei rapporti definiti di produzione nella loro storicamente determinata forma capitalistica.
In poche parole, esistono delle strutture oggettive – non formate da rapporti tra persone pensate nella loro complessità individuale di uomini – che costituiscono l’oggetto dell’analisi scientifica. Ed è ora di dirlo con chiarezza: la scientificità può riguardare anche la teoria formulata dall’economica tradizionale; in tal senso, la connotazione economica riguarda semplicemente la scelta, intesa però, in questa accezione, come un’azione orientata da criteri di razionalità strumentale tesi alla massima economizzazione dei mezzi indispensabili al conseguimento di uno scopo prefissato. Quest’ultimo è scelto dall’individuo umano nella sua complessità: può quindi essere un fine cattivo o buono, giusto o ingiusto; può essere egoistico o filantropico, ecc. ecc. Una volta però posto lo scopo, il singolo dismette la sua complessità umana, si trasforma in un soggetto razionale e decide come raggiungere quell’obiettivo nel “migliore” dei modi possibili, intendendo – nell’ambito di questa concezione – migliore come sinonimo di razionale, e razionale come sinonimo di impiego del minimo sforzo.
Questo è un punto di vista – crititicabile, e infatti un marxista non può esimersi dal criticarlo – ma non semplice ideologia, intesa nel suo senso di falsa coscienza. L’ideologico si insinua nella scienza economica neoclassica tramite il solito, non preavvisato, spostamento di significato. La semplice teoria (razionale) delle scelte – che, in quanto tesa a spiegare portata e senso (significato e direzione) di certe azioni individuali in una situazione data, ha carattere prettamente conoscitivo – viene mutata in una teoria della costituzione di società mediante attività individuali in genere di carattere egoistico; in tal senso la teoria detta marginalistica non fa che portare alle estreme conseguenze – e con “eleganza formale” (matematica) – la tesi smithiana della mano invisibile. Per questi motivi, è sufficientemente giustificato denominare neoclassica tale corrente di pensiero economico, malgrado la diversità piuttosto netta in termini di teoria del valore utilizzata (valore-utilità invece che valore-lavoro, il che significa la sostanziale identificazione del valore con quello d’uso) e la centralità posta nel consumo (e domanda) invece che nella produzione (e offerta).
Anche Marx sviluppa in definitiva un’analisi scientifica e si pone il fine (cruciale) di individuare, fra l’altro, la divisione in classi antagonistiche di ogni società storicamente conosciuta: le classi che producono l’intero prodotto e quelle che si appropriano del plusprodotto facendone il fulcro della loro azione tesa al dominio e all’egemonia sociale complessivi. Queste classi sono formate da “maschere di rapporti sociali”, da “persone che incarnano dati rapporti sociali”, ecc. Anche il pensiero di Marx subisce però una torsione ideologica da parte del marxismo: dalla maschera all’uomo. Esistono uomini proprietari (i “padroni”) e uomini lavoratori (gli operai). Così si è consumato lo sconvolgimento del senso dell’analisi scientifica marxiana, pur se questo processo è con quasi sicurezza quello che ha consentito la saldatura tra nascente movimento operaio e “dottrina” marxista. Senza questa torsione ideologica, Marx sarebbe restato nella storia del pensiero economico e sociale, ma non avrebbe dato il proprio nome ad un movimento che ha segnato un buon secolo di storia. Dopo Cristo (ancora in auge), Marx è probabilmente il personaggio che più a lungo ha orientato un imponente movimento di “masse”.
Naturalmente, man mano che il movimento operaio usciva completamente dal retaggio culturale del mondo contadino, man mano che gli operai diventavano sezioni assai diversificate di un mondo del lavoro salariato all’interno della formazione sociale capitalistica ad alto livello di sviluppo, il marxismo ha fatto la fine miseranda che sappiamo; restano ormai solo pochi santoni squalificati, rabbiosi, isolati più ancora degli “ultimi giapponesi a combattere”. Il cosiddetto tradunionismo – cioè l’abbandono di ogni velleità rivoluzionaria, anzi anche di semplice trasformazione appena un po’ radicale – ha conquistato per primo il movimento operaio inglese. Tuttavia, ci si consolava; l’Inghilterra, a quel tempo, era il primo paese ad essersi altamente industrializzato, ma era inoltre, e soprattutto, un paese colonizzatore per eccellenza. Non poteva esservi dubbio: la classe “universale” (operaia) – quella che aveva la missione, oggettivamente fissata in sede di dottrina, di emancipare se stessa e l’intera umanità – si era venduta (anzi, si erano soprattutto venduti i suoi capi, in genere “piccolo-borghesi” pronti a svendersi) per il classico “piatto di lenticchie” (niente male quelle “lenticchie”!) ottenuto grazie allo sfruttamento imperialistico. Poi però, sfortunatamente, la svendita si è andata generalizzando a tutto il mondo capitalistico sviluppato, man mano che questo (con sempre nuovi paesi che affluivano in esso, ivi comprese le sedicenti “grandi nazioni proletarie” come l’Italia) si sviluppava e raggiungeva la maturità del modo di produzione capitalistico.
Tanto valeva abbandonare la classe operaia, questa “venduta”. Gli eroi diventano allora le masse popolari dei paesi sottoposti alla dominazione imperialistica, che dovrebbero “accerchiare le città” (i paesi degli operai ormai integratisi nel capitalismo via consumismo). Oggi, francamente, mi sembra che anche questa ideologia, pauperista e miserabilista, sia (forse) in via di esaurimento (e meno male! Prima cadono le illusioni e prima, forse, si ricomincerà a pensare). Quella che, da ormai troppo tempo, è in pieno disuso è l’analisi scientifica condotta con la forza di Marx. Si chiacchiera a vanvera e basta. E sempre con l’l’Uomo in bocca; un pover’uomo degradato dal suddetto consumismo, dai mass media sempre più volgari, dallo spettacolo che invade tutta la nostra vita. Un pover’uomo alienato in ogni dove, piallato e reso una sottile tavoletta priva di tridimensionalità, che non pensa più, non ama più, non soffre più, che vede i morti veri e crede che siano videogiochi; e via con questa minestra, ormai riscaldata da decenni, ammannita da intellettuali che su questi piagnistei a comando ci guadagnano sopra bei soldi tramite i tanto vituperati mass media, per poter scrivere e apparire sui quali sgomitano e si odiano.
Evidentemente, quanto diffuso nei mass media che contano dai vari maîtres à penser non è del tutto destituito di fondamento. Tuttavia, ad ogni affermazione catastrofica se ne può contrapporre una consolatoria del tutto opposta, che è anch’essa (parzialmente) valida, poiché rappresenta l’altra faccia della “visione reale”. Spesso e volentieri, le differenti opinioni dipendono dall’ottimismo o dal pessimismo di chi sostiene certe tesi. E poi, in generale, ben si sa – basta conoscere un po’ di letteratura e di saggistica (e di cinema), ecc. – che ogni generazione imputa sempre a quella successiva gravi processi degenerativi e la crescente invivibilità del mondo; mentre la nuova generazione brontola per i lasciti della precedente che sono un grave fardello da portare, un cumulo di macerie su cui è difficile costruire qualcosa. Ovviamente, tutto questo dipende dal diverso “umore” delle generazioni al tramonto o invece all’alba. Tuttavia, lasciamo perdere tale umore e osserviamo più da vicino l’atteggiamento degli scienziati in merito all’analisi della società.
Uno dei più gravi disastri culturali – e in questo molti marxisti hanno le stesse responsabilità di una parte dei pensatori “borghesi” – è stato provocato dalla scissione pensata tra scienze sociali (e dell’uomo) e scienze naturali, perché le prime avrebbero un oggetto che è del tutto intrinseco allo stesso soggetto che fa scienza. Analizzare Luna e stelle significherebbe analizzare qualcosa che è a noi esterno e su cui non abbiamo influenza. Un po’ più complesso è il problema per quanto concerne le microparticelle giacché su queste possiamo influire con le nostre azioni conoscitive; ma, insomma, si tratta comunque di realtà esterne e prive di pensiero, di passioni, volontà e decisioni, ecc. Appena prendiamo a nostro oggetto di studio la storia, le strutture sociali e cose consimili (non parliamo dell’individuo umano!), avremmo a che fare con oggetti che sono gli stessi soggetti che fanno scienza. Una simile concezione non è però troppo lontana da quella primitiva che antropomorfizzava anche i fenomeni naturali. Alcuni pensatori e anche metodologi delle scienze sociali rischiano quindi di dover essere paragonati agli animisti.
Una struttura sociale è tanto reale (è una riproduzione della realtà) quanto lo è il modello del sistema planetario o, ancor meglio, il modello atomico di Bohr. Per non parlare delle superstringhe, o dei buchi neri, del big Bang e delle varie teorie cosmologiche più moderne. Una struttura sociale è uno schema ideale d’ordine che interpreta e prevede, che consente una serie di ipotesi, tanto quanto la struttura pensata, ideata, di una data realtà naturale. La confusione che viene fatta dipende da ciò che è stato già rilevato: certi studiosi (assai ideologizzati) spostano l’accento dalla funzione all’intera personalità degli individui umani, consentendosi così la possibilità di impasticciare ogni cosa e di dire tutto e il contrario di tutto. E’ ovvio che Popper ce l’aveva con gli olisti, ma perché si semplificava il compito credendo di confutare lo scienziato Marx mentre si trattava dei politici e dei filosofi del marxismo successivo, quelli di “padroni e operai”, quelli delle totalità generiche dove tutto è ammassato con tutto senza ordine, senza strutture, senza sistemi di relazioni, senza dinamiche in quanto sequenze (ipotizzate) di dati processi, ecc.
Non è Marx la reale causa di questo caos teorico, ma i marxisti – e non solo loro! – successivi. La scienza non tratta mai di uomini, ma di quelle loro sedicenti suddivisioni (ad es. l’homo oeconomicus) che sono invece funzioni (lo ribadisco: ipotizzate) poste in interazione fra loro secondo peculiari forme, tali da spiegare determinati processi che, assumendo certamente un prescelto angolo di visuale, vengono ritenuti quelli decisivi per interpretare specifici processi storici, particolari situazioni della fase presente, tendenze future, ecc. Nella scienza si fa tutto il possibile per evitare l’ideologia come falsa coscienza – e, se questa si insinua comunque, ciò non accade solo nella scienza sociale – ma si sceglie consapevolmente un punto di vista. L’economica neoclassica fonda la trama sociale – la struttura a maglie larghe – sulla primigenia funzione di scelta di ogni individuo dotato di beni scarsi da adibire, massimizzando il proprio utile, ad usi alternativi (i bisogni). L’interazione tra individui – non la società, si badi bene, ma solo un particolare tipo di intersoggettività ritenuta però decisiva ai fini sociali – segue come intreccio di questi rapporti tra soggetto (non uomo) e i beni scarsi di cui sopra, in definitiva come intreccio di alternative di scelta. Dire che questa è ideologia è errato; è un punto di vista, un angolo di visuale per approcciarsi ad un processo: l’intersoggettività come risultato di scelte dei singoli soggetti. L’ideologia consiste nell’inavvertito spostamento concettuale operato per cui la scelta soggettiva viene di fatto posta quale processo di costituzione della società, che viene così surrettiziamente sostituita alla mera intersoggettività; cioè, di fatto, la società viene confusa e dunque identificata con quest’ultima.
Marx si pone da un altro punto di vista, da un’altra angolazione. Non però quella della società degli uomini – in carne e ossa con le loro intelligenze e passioni, desideri e pulsioni, progetti, speranze e delusioni, ecc. – privilegiando poi, fra questi, i lavoratori. Quando, ad es., parla del lavoratore produttivo collettivo “dal dirigente all’ultimo manovale”, Marx non si riferisce certo all’ingegnere o al manovale in quanto individui concretamente esistenti. Consideriamo, per un momento, un certo processo “storico” (tradotto in teoria). La funzione lavorativa, esercitata nell’artigianato medievale, era una fusione di lavoro intellettivo e manuale, di saperi produttivi e capacità esecutive, nel medesimo individuo. La dinamica oggettiva del modo di produzione capitalistico – strutturato dalla relazione tra proprietà dei mezzi di produzione e forza lavoro acquistata nel mercato – provoca la scissione di saperi e manualità mediante quelle trasformazioni che, per usare la terminologia di Marx, portano dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro nel capitale. Del lavoro, si è capito bene? Non degli uomini lavoratori, che restano liberi, non schiavi! Che possono vendere la loro forza lavoro ad una proprietà capitalistica qualsiasi, anche se pur sempre ad una proprietà debbono venderla in quanto funzione lavorativa da unire ai mezzi di produzione.
Ora, sulla scorta dei processi di centralizzazione, e di finanziarizzazione, dei capitali, processi reali, non escogitati dalla fervida fantasia di Marx, questi suppose l’estraniarsi della proprietà capitalistica dalla funzione produttiva, che sarebbe stata assunta dall’insieme delle funzioni intellettuali (direttive) e manuali (esecutive) intrinseche a quello sforzo (energia) – finalizzato ad uno scopo – che viene chiamato lavoro, funzioni i cui portatori sono però ormai non più gli individui posizionati come artigiani (con al massimo la differenza nell’arte tra mastro e garzone), ma individui diversamente collocati nell’ambito del complessivo processo di lavoro, individui disposti secondo una gerarchia. Il lavoratore collettivo cooperativo non è quella data comunità di lavoratori concreti, uniti dagli stessi scopi, dagli stessi progetti e desideri, ecc. Ma neanche per sogno! Gli individui, lavoratori concreti, hanno intanto diversi gradi di cultura e frequentano ambienti differenti secondo criteri di maggiore o minore affinità. E poi, anche nell’ambito dello stesso status socio-culturale, c’è amicizia come ostilità, intesa come incomprensioni e divergenze, e via dicendo. La collettività concerne esclusivamente l’unione delle diverse funzioni, che Marx suppone mosse da fini produttivi diversi e antagonistici rispetto a quelli del conseguimento del mero profitto da parte della funzione proprietaria, profitto che è ormai un effettivo interesse percepito da quest’ultima in quanto essa sarebbe soltanto tesa a ottenere tale similrendita (finanziaria).
La collettività che esplica funzioni lavorative si applicherebbe alla produzione ed entrerebbe dunque in contrasto con i portatori di quella funzione ormai estranea agli scopi e metodologie produttivi; tale ultima funzione (i suoi portatori ovviamente) sarebbe solo interessata alle somme di denaro che dalla produzione si possono ricavare e che consentono consumi opulenti oltre al finanziamento della politica (e delle armi) e della cultura indispensabili a mantenere il potere. I membri del lavoratore collettivo – ai più diversi livelli di reddito, di cultura e di “buone maniere” – sarebbero, in quanto uomini effettivamente esistenti, affetti da tutte le virtù e i vizi degli uomini in generale. Essi, inoltre, avrebbero introiettato per intero la competitività tipica degli organismi produttivi capitalistici. Non sarebbero stati cooperativi in quanto uomini concreti; avrebbero saputo farsi le scarpe l’un con l’altro, guardarsi con sospetto, spiarsi e “riferire ai superiori”, ecc. Avrebbero avuto piena consapevolezza dei metodi per fare carriera, e che quasi mai la virtù è premiata e il vizio condannato come in un bel feuilleton. Non si pensi ad un Marx ingenuo; conosceva bene gli uomini nella loro reale esistenza, ivi compresi i lavoratori. Semplicemente, egli pensava che i membri del lavoratore collettivo, nei confronti dei rentier, avrebbero infine dovuto tenere un atteggiamento grosso modo simile a quello dei contadini verso un proprietario terriero andato in città, che ormai non sapeva nemmeno più dove fossero le sue campagne e che si faceva inviare le rendite.
I membri del lavoratore collettivo non avrebbero manifestato nessuna particolare generosità nel cooperare; si sarebbe semplicemente acuito sempre più lo scontro oggettivo di interessi e mentalità con i rentier, funzione sociale antagonistica alla loro. Nel mio Capitalismo oggi ho indicato i motivi per cui, a mio avviso, le convinzioni di Marx su questo punto non si sono dimostrate esatte: gli agenti strategico-imprenditoriali non sono rentier, non sono così lontani dalla produzione pur se non si interessano delle vere e proprie funzioni – direttive ed esecutive – di quest’ultima. La loro funzione (sociale) è un’altra, non però prevista da Marx. Tuttavia, non anticipiamo; dobbiamo intanto proseguire con questo pensatore, e liberarlo delle “ingenuità” (talvolta assai peggio che ingenuità) dei marxisti. Quindi, lo ripeto con forza: basta con gli uomini in carne e ossa (ma solo nell’analisi scientifica, sia chiaro).
Continuare ad aver paura di perdere l’uomo concreto se lo si caccia fuori dalla sede in cui si fa scienza, è una sciocchezza. Non ci sono totalità che tengano; bisogna separare, scindere, distinguere. Chi osserva la luce nella sua interezza (quella bianca), e considera un attentato alla sua integrità il farla passare per un prisma onde scinderla analiticamente nei suoi colori, è soltanto un primitivo e, alla fine, in date contingenze potrà anche danneggiarsi la retina guardandola direttamente e senza schermo nella sua Totalità, nel suo Essere. Meno Essere e più funzioni; questa è la scienza. Nessuno scienziato pretende che questa sia tutto né che dia la felicità, né che faccia la rivoluzione, né che cambi da cima a fondo la triste condizione umana; essa è però in grado di dare aiuto, l’importante è non voler strafare.
Si vuol capire che questo è l’antiumanesimo teorico? Diciamo più precisamente: scientifico; questa precisazione risulterà chiara quando più sotto porterò la mia critica radicale all’operaismo. Comunque, nessuno è antiumano, nessuno vuol ignorare che dietro le maschere ci sono uomini veri. Ma in teoria (scientifica, ovviamente) non ci si dedica ad antropomorfizzazioni di tipo animistico. La Luna e le stelle, i quanti e le stringhe, le strutture sociali e i modi di produzione, il cervello e la psiche, debbono lasciare gli uomini da parte, pena quel processo di degenerazione ideologica che, ad es., il marxismo ha fatto subire a Marx, riducendolo a un filosofo dell’alienazione, a un agitatore politico, a un profeta millenarista dell’Avvento del Comunismo in Terra. Rivendico con forza il carattere di scienza del pensiero di Karl Marx. Lo ripeto per i sordi: la scienza incorpora un punto di vista, non obbligatoriamente una falsa coscienza.
Per concludere, e riassumere, su questo punto. L’unica differenza che può sussistere tra scienze sociali e naturali è al massimo di grado e non di natura (ed è già una concessione forse inutile). Chi pone la differenza di natura, chi crea un fossato tra i due tipi di scienze, sostiene che, in quelle sociali, l’uomo teorizza su se stesso, ha sia per soggetto che per oggetto del suo far scienza lo stesso individuo pregno di valori, di visioni del mondo, di complessi culturali che lo orientano, che lo fanno camminare lungo strade che continuano a girare in tondo, per cui l’uomo in questione non deve nemmeno pensare che sia possibile porre se stesso al di fuori di sé. Mentre invece, nelle scienze naturali, l’oggetto (fisico, chimico, biologico, ecc.) sarebbe oggettivamente all’esterno dell’uomo che indaga. Andiamo per passi successivi
Ogni tipo di realtà può essere sempre considerato composto di un numero “infinito” (nel senso di indefinito) di elementi, di cui non viene mai ad esaurimento l’ulteriore scomponibilità. In certe realtà, è sufficiente controllare alcuni di questi elementi (le variabili in gioco) per interpretare e/o predire qualcosa, di sensato e di ulteriormente rivedibile, circa i processi che le investono e le costituiscono. Talvolta, queste variabili in gioco – cioè quelle che sarebbe necessario controllare per avere una qualche sicurezza nelle nostre interpretazioni e previsioni – sono in effetti troppo numerose, difficilmente calcolabili, in specie per quanto concerne le possibili combinazioni (di numero elevatissimo) in cui esse possono entrare; le interpretazioni o previsioni che si fanno sono quindi poco affidabili, eppure nessuno rinuncia – e giustamente – a farle, perché è così che avanza la scienza, anche su vere e proprie sabbie mobili.
Tuttavia, sia chiaro che la scarsa affidabilità, connessa all’elevato numero di elementi-variabili da calcolare e/o controllare, non riguarda in modo specifico le scienze sociali; si pensi a quelle biologiche o alla meteorologia, ecc. La sciocchezza è quella di affermare che, poiché l’uomo è oggetto delle scienze sociali, queste sono del tutto differenti da quelle naturali. La scienza sociale non ha come oggetto l’uomo: né il singolo individuo né insiemi (relativamente omogenei) di individui: ad es. le classi o i gruppi di azione strategica, ecc. La scienza sociale nemmeno si sogna di dividere in porzioni l’individuo o gli insiemi di individui; la scienza ipotizza certe loro funzioni e le fa interagire secondo opportune scelte di combinazioni varie. Se io parlo, ad es., del gruppo di agenti strategici (in generale) faccio supposizioni sulla(e) funzione(i) da esso espletata(e). Se poi voglio scindere tale gruppo negli agenti delle varie tipologie – economico-imprenditoriali, politico-militari, ideologico-culturali, o in suddivisioni ancora più spinte – forse che io mi metto a scomporre il complessivo gruppo strategico nelle sue varie porzioni o strati? Assolutamente no. Faccio nuove ipotesi circa le funzioni (diverse fra loro) degli agenti economico-imprenditoriali, politico-militari, ecc. E poi, se mi interessa tornare al complesso, ma questa volta in quanto composto da sottogruppi in interazione, faccio interagire le funzioni ipotizzate. E così via. Tale è il comportamento delle scienze sociali. Il filosofo ha senz’altro i suoi buoni motivi per parlare dell’uomo, di chiedersi chi sia, quali siano i suoi destini, se la vita abbia un senso, se la morte sia o no la fine di tutto per l’individuo, ecc. Lo scienziato, in quanto scienziato, non può e non deve scendere su questo terreno, nemmeno sfiorarlo.
Potrei finire qui, ma non mi accontento. In fondo, è facile polemizzare con i marxisti che hanno ideologizzato Marx, riantropomorfizzando il suo punto di vista scientifico; oppure con quelli che lo hanno grettamente confinato nella teoria economica. Anzi, più che facile, è inutile dato che essi non hanno oggi molta udienza né influenza, così come accade invece – pur se non certo su masse sterminate – per i no global, i “disobbedienti” e altri gruppi di stampo anarcoide e prepolitico. I marxisti ossificati si accontentano, in genere, di qualche posizione accademica (poche; qualcuna in più in paesi dove il marxismo non ha mai avuto gran diffusione politica e di massa), di qualche minimo seguito tra i “laici credenti” nel “Comunismo-Dio”. In Italia – e da qui ha trovato qualche diffusione, pur se non molta, in altri, pochi, paesi – ha avuto però un minimo di impatto una corrente che, all’inizio, si autodefinì operaista. Questa dizione è ormai scarsamente usata, perché gli operaisti sono tanti Zelig (il gustoso chameleon man di Woody Allen, che tuttavia era simpatico a differenza dei suoi imitatori di cui sto parlando) e mutano ogni due-tre anni la loro “epidermide”, si camuffano in una infinità di guise, sempre con il massimo disprezzo per l’intelligenza delle “masse” di giovinetti inesperti da imbambolare.
Dal punto di vista morale, non spendo parole su simili personaggi perché non potrei mai dipingerli così bene come Dostojevskij ne I Demoni, cui quindi rinvio come lettura di grande penetrazione conoscitiva a tale riguardo. Purtroppo, nell’Italia odierna ci sono gli analoghi dei russi amici del popolo, ma non quelli dei comunisti bolscevichi, perché, parafrasando, “dai neoleninisti mi guardi Iddio che dagli operaisti mi guardo io”. Dal punto di vista politico e teorico, per quanto sia difficilissimo seguire le giravolte di questi estremisti-opportunisti, è però necessario dire qualcosa. Intanto, questi “bei tomi” – che al marxismo hanno inflitto lo stesso trattamento che la Germania nazista fece subire a Polonia, paesi baltici, ecc. – si sono presentati, quasi tutti provenienti dal PSI, negli anni ’60, scoprendo infine il Marx dei Grundrisse, dei materiali preparatori di quello che fu il Capitale (tra i materiali in questione e la massima opera marxiana, di cui l’autore pubblicò solo il I libro, intercorsero poco meno di dieci anni, di intensi studi di economia politica da parte di Marx).
Poiché gli operaisti non sono scienziati bensì “artisti” (anzi funamboli) del parlare impressionistico e senza connessioni logiche – con funzioni ipnotiche e non certo di invito al ragionamento, esattamente come quello utilizzato dai protagonisti del già citato I Demoni – si sono ricordati che, a volte, certi primi abbozzi di grandi pittori sono più prendenti dei quadri completati. Così, essi dichiararono “al colto e all’inclito” – senza aver mai studiato il Capitale – che il Marx dei Grundrisse era quello vero, era già andato “oltre Marx”, quello dell’opera pubblicata. Non contenti di questa palese cialtroneria, essi estrassero dalle molte centinaia di pagine dei Lineamenti, già di per loro del tutto frammentarie, alcuni segmenti – tipico il famoso Frammento sulle macchine – e ne fecero il loro esclusivo cavallo di battaglia. Così, mentre nel passo più sopra citato delle Glosse a Wagner (uno degli ultimi scritti di Marx, redatto tra il 1879 e il 1880), Marx afferma che il “soggetto della sua analisi è la merce”, gli operaisti – sulla base di materiali frammentari scritti tra il ’59 e i primissimi anni ’60, cioè vent’anni prima – si inventano, perché di sicuro non possono essere confortati da alcuna dichiarazione di Marx, che il soggetto è il processo di lavoro. Tutte le sciocchezze sull’estensione del piano dalla fabbrica alla società, sulla società che prima, appunto, è come una grande fabbrica, mentre poi è quest’ultima che si struttura come la società con una diffusione e dispersione dei micropoteri – pessimo modo di apprendere la lezione della foucaultiana microfisica del potere! – nell’intero territorio della società stessa, derivano da questa interpretazione che, si badi bene, è assai peggiore di quella kautskyana, alla quale qualcuno ha voluto assimilarla. Nulla di più errato, e vediamone il perché.
Il “Papa rosso” fondava certe sue ben note tesi sulla teoria della concorrenza intercapitalistica formulata da Marx, dalla quale, tramite prevalenza dei più forti, si sviluppa il processo di centralizzazione monopolistica dei capitali. Tale impostazione analitica veniva portata alle sue estreme conseguenze da Kautsky, rendendo unilineare la tendenza al monopolio, con grave sottovalutazione sia della necessità della competizione intercapitalistica, in specie ai fini della realizzazione del plusvalore, sia delle innovazioni, soprattutto di prodotto ma comunque anche di processo, che segmentano ulteriormente la divisione sociale del lavoro e portano alla creazione di nuove branche produttrici di merci – nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi che richiedono la produzione e uso di nuovi strumenti e mezzi produttivi, sempre in forma di merce – impedendo così la formazione di un unico grande capitale unificato. Grazie all’unilateralità della sua concezione, Kautsky formula allora la teoria dell’ultraimperialismo, che si fonda appunto sull’idea che, alla fine, si formerà un unico trust proprietario, ovviamente di carattere eminentemente finanziario e con possesso di azioni completamente accentrato in un solo gruppo di capitalisti (nemmeno più, quindi, una vera classe sociale).
Si tratta comunque di un processo, che si attua tramite concorrenza tra gruppi capitalistici di dimensioni (monopolistiche) crescenti, una concorrenza dunque aspra e di forte impatto per un buon periodo di tempo, prima del suo presunto acquietamento finale nella formazione di un grande trust capitalistico mondiale. Non a caso Lenin, incapace di contrastare adeguatamente sul piano teorico tale tesi kautskiana (e hilferdinghiana) cui fece invece troppo ampie concessioni, poté sostenere che, prima di arrivare alla centralizzazione definitiva, gli acuti contrasti intercapitalistici, diventando interimperialistici e coinvolgendo gli Stati in violente guerre mondiali, avrebbero innescato la rivoluzione proletaria; a partire dai famosi “anelli deboli”, ma con tendenziale estensione, durante quell’epoca cui la Rivoluzione d’ottobre dava inizio, a tutto il resto del mondo capitalistico. E mi si permetta di dire che, per un buon pacchetto di decenni, tale teoria è apparsa assai realistica e convincente; almeno fino alla vittoria dei comunisti vietnamiti e indocinesi (eravamo già negli anni ’70). Proprio per questo realismo si creò quell’ottica, indubbiamente errata, per cui sembrò per un paio di decenni almeno che la rottura prodottasi nel movimento comunista internazionale, la scissione tra “filosovietici” e “filocinesi”, fosse la riedizione dello scontro politico e teorico tra Kautsky e Lenin, tra un neorevisionismo e un neoleninismo.
Le tesi operaiste non consentono di pensare nulla di tutto questo. Il processo cui fanno riferimento è un finto processo, è il generale inghiottimento di ogni materiale in un “buco nero”, che avviene rapidamente e senza ordine alcuno, senza che se ne possano indicare alcune tappe, alcune sequenze. La centralità del processo di lavoro mette completamente da parte ogni conflittualità intercapitalistica; gli unici soggetti in gioco sono capitale e lavoro, il Capitale e la Classe (operaia). Possono esserci le variazioni già considerate: la fabbrica come immagine della società rigorosamente posta sotto il Comando dispotico del Capitale, o invece la società come immagine della fabbrica, completamente disseminata, decentrata, “esplosa” nel suo indotto. Il potere (comando) capitalistico ora è del tutto centralizzato – e ha il suo “cuore” nello Stato, da annientare (magari, secondo alcune “schegge impazzite”, tramite assassinio di suoi funzionari o agenti politici) – ora invece si frastaglia, sfugge all’ira dei proletari, nascondendosi nelle maglie della società. Il Capitale (centrale) muore, esplode, si multinazionalizza, anzi poi si transnazionalizza, si appiatta, si mimetizza, ormai terrorizzato dalla violenza di quei “terribili” ammucchiamenti di macchine desideranti – desideranti il Comunismo – che sono diventate le masse proletarie. Proletari, poi, possono esserlo tutti, dato che dove sia il Capitale nessuno lo capisce più bene. Chi grida al comunismo, chi vuole il comunismo, chi pretende il comunismo, è già un comunista perfetto e ha già fatto la sua rivoluzione comunista. Che poi non sappia nemmeno di che cosa stia parlando è assolutamente inessenziale; all’intellettuale basta sproloquiare e apparire, al seguace basta il cuore o la pancia o la tasca.
Ben ci si accorge allora che il povero Kautsky non c’entra per nulla. Era un “rinnegato” – si diede molto da fare affinché i lavoratori andassero alla guerra interimperialistica, facendosi massacrare per gli interessi delle loro “borghesie” – ma non era “scoppiato di testa”. Sapeva chi erano i capitalisti e chi gli operai, sapeva che esistono centri di potere in lotta, blocchi sociali variamente articolati fra loro e al loro interno; sapeva che la lotta politica richiede opportune strategie, formulate ed eseguite da determinati gruppi di agenti, conoscendo il terreno di lotta, valutando le proprie forze e quelle dell’avversario, ecc. Era positivista, determinista, un tantino schematico, ma non era in preda al delirio, alla farneticazione. E aveva l’idea del processo, non della precipitazione immediata delle contraddizioni. Predicava che, alla fine, si sarebbe realizzata la prospettiva ultraimperialistica, ma non che, fin da ora e anzi da sempre, l’affrontamento è tra Capitale e Classe dentro il processo di lavoro. In definitiva: aveva letto la prima sezione de Il Capitale, non era subito saltato alla quarta, ai metodi del plusvalore relativo, ai capitoli su cooperazione, manifattura, grande industria! Per certi versi era una persona seria, che studiava e ragionava, non un raffazzonatore di briciole di cultura pseudomarxista come gli operaisti italiani.
Secondo la mia opinione, inoltre, questi ultimi sono dei veri antiumanisti pratici, non semplicemente teorici, anzi scientifici. Abbiamo già detto del marxismo, quello iniziato in definitiva da Kautsky, che ha inavvertitamente spostato l’accento dalle funzioni agli uomini: dalla proprietà dei mezzi di produzione ai proprietari capitalisti (o padroni come detto soprattutto in gergo sindacale), dalla forza lavoro alla classe operaia o dei lavoratori (degli uomini che lavorano). Gli operaisti sembra che parlino apertamente e direttamente dei proletari nella loro concretezza di individui della specie umana lavoratrice, delle masse o moltitudini o come si pregiano di volta in volta di definire il “soggetto rivoluzionario”. In realtà, essi trattano di una sola funzione di queste masse; non quella produttiva, tipica della marxiana forza lavoro, ma quella di radicale insubordinazione al Comando del Capitale, quella del bisogno di comunismo, della riappropriazione delle proprie funzioni più essenziali, desideranti, ecc. Non mi interessa seguire tutte le versioni fornite di queste funzioni che comunque non riguardano mai, come già detto, la produzione, per cui non esiste problema di plusprodotto in nessuna sua forma, quindi nemmeno in quella specificamente capitalistica di plusvalore.
La teoria del valore è negletta dagli operaisti non perché vada incontro alle sue ben note aporie logiche. Della teoria del valore non c’è alcun bisogno per il semplice fatto che tutto è giocato o sul piano di uno scontro di potere, tra dispotismo del Capitale e insubordinazione Operaia; oppure su quello del consumo. Si parla, ad es., di bisogno di comunismo, ma nessun operaista indica che tipo di società sia, poiché non è un modo di produzione in senso marxiano né una qualsivoglia altra immagine di struttura sociale; è semplicemente un modo di appropriarsi i valori d’uso da consumare, essendo indifferente il come (cioè la forma dei rapporti sociali entro cui) essi vengono prodotti. Si parla, ad es., di macchine desideranti, cioè ancora una volta di consumi e di redistribuzione (violenta) di ciò che è stato prodotto. Se si vuole, si potrebbe scherzosamente – ma non irrealisticamente – sostenere che poiché, in senso proudhoniano, la “proprietà è un furto”, tanto vale opporle il “furto proletario”.
Come gli operaisti se ne infischiano del modo di produzione – non semplicemente della teoria del valore! – così pure non interessa loro definire in alcun modo l’imperialismo. Questo non è una fase del suddetto modo di produzione; magari non la leniniana “ultima o suprema fase” ma comunque una particolare struttura del capitalismo e della conflittualità intercapitalistica. No, nient’affatto: l’imperialismo è un altro modo di declinare superficialmente il Comando del Capitale. Un tempo questo era pensato concentrarsi soprattutto nello Stato; ora gli Stati sono finiti, superati, e il comando è disperso, disseminato in ogni dove. Tale comando però si oppone comunque al consumo delle “masse”; queste ultime – senza minimamente curarsi di chi produce plusprodotto/plusvalore e di chi invece se ne appropria per fondare il proprio potere, ma in una acuta lotta tra frazioni dominanti – debbono solo arraffare quanto più si può di valori d’uso. Il loro comunismo si riduce di fatto, coperto da una fraseologia roboante e ultrarivoluzionaria (sempre I Demoni di Dostojevskji!), a questo arraffamento, per conseguire il quale sono pronti a tanti compromessi con chi finanzia piccole imprese di servizio, magari no profit, o perfino banche etiche o altre “lungimiranti e generose” intraprese atte ad accoccolarsi nel miglior modo possibile, con il minimo sforzo possibile, nelle maglie economico-finanziarie di società “opulente” come quelle a capitalismo altamente sviluppato.
La classe lavoratrice – da cui essi originano la primitiva denominazione (operaisti) – è considerata superata in quanto soggetto rivoluzionario, non in base ad analisi delle dinamiche conosciute nell’ultimo secolo dal modo di produzione capitalistico (lo ripeto: gli operaisti non sanno nulla, oltre al nome, di un modo di produzione) così diverse da quelle previste da Marx, ma solo perché è del tutto superfluo fare distinzioni tra chi lavora e produce e chi no, tra chi presta lavoro esecutivo e chi quello direttivo, ecc. Gli operaisti, ad onta della loro denominazione d’origine, sono fondamentalmente dei sostenitori del consumo e dell’appropriazione diretta e immediata dei valori d’uso, cioè del soddisfacimento dei bisogni di neoclassica memoria, adattato però alle masse o moltitudini che desiderano, vogliono, pretendono fin da subito, il comunismo.
Questi esiziali individui sono stati pompati, intelligentemente, da tutta la stampa dei dominanti, che li ha fatti passare per il prototipo dei marxisti rivoluzionari, mentre essi né con Marx né con il marxismo hanno nulla a che spartire; possono al massimo ricordare, di volta in volta, gli anarchici, Proudhon, Dühring, e personaggi similari, contro cui Marx e i marxisti hanno sempre combattuto (e non solo teoricamente). Grazie però all’accorta pubblicità fatta loro dalla suddetta stampa, gli ambigui, ambiziosi, cinici, pericolosissimi, intellettuali d’origine operaista hanno avuto trent’anni di tempo per annientare il vero, anche se deficitario, marxismo, per cancellarlo dalla memoria delle nuove generazioni, in ciò servendo mirabilmente gli interessi delle classi dominanti. Anche adesso, mettendo le mani sull’imperialismo, che per loro non è un concetto ma un semplice flatus vocis, stanno seminando l’ideologia di un Impero senza centro, dunque senza veri dominanti, senza blocchi sociali, senza alleanze e conflitti interimperialistici, senza forze autenticamente antimperialiste salvo quelle che boicottano la Coca Cola o la Bayer, ecc. Ancora una volta, stanno lavorando per il nemico, per i dominanti (se gratis o meno, non mi interessa). Gli operaisti sono quelli che “innalzano la bandiera rossa per meglio affossarla”, come dicevano un tempo i comunisti cinesi dei “neorevisionisti”. E l’hanno sempre innalzata per meglio affossarla, fin dal lontano 1968.
Ma torniamo a ciò con cui avevo iniziato. Il marxismo tradizionale ha “tradito” lo spirito scientifico di Marx sostituendo l’uomo (capitalista e operaio) alla funzione. Con questo “tradimento” si è dato la zappa sui piedi. Ha fatto come colui che, entrato in una grande città con una mappa della stessa, non se ne serve adeguatamente perché vuole, in ultima analisi, incontrare gli uomini veri; per cui si ferma nella prima osteria in cui si imbatte, onde sentire il calore umano degli “allegri” avventori. Poi esce, si immerge a casaccio nell’ombra dei vicoli e infine entra nella prima Chiesa dove, forse, verrà detta una messa e potrà godere dell’intenso raccoglimento dei fedeli ivi riuniti. Ecc., ecc. Tutto bello e avvincente, ma la mappa gli sarebbe servita per raggiungere meglio e più speditamente i suoi scopi. Se poi alla mappa fosse stato unito un elenco dei migliori ristoranti, con i loro giorni di chiusura e gli orari di apertura, ed uno delle Chiese con gli orari delle Messe, avrebbe avuto ulteriori vantaggi. Ma non certo per mettersi ore e ore seduto in panchina a consultare mappa ed elenchi. Alla fine, certamente avrebbe dovuto incontrare gli uomini, quelli in carne e ossa.
La scienza coadiuva, non sostituisce. Analizzare con freddezza la funzione proprietaria e quella lavorativa, indagare (e supporre) la loro articolazione, le varie problematiche del prodotto e plusprodotto (nel capitalismo: del valore e del plusvalore), e altro ancora, è utile per capire in quale società ci si muove, per quindi orientarsi e, se possibile, organizzare le “strutture” di attacco dei dominati contro i dominanti, scegliendo le congiunture più adatte di tale eventuale attacco, e via dicendo. Alla fine, però, gli uomini – ma non qualsiasi uomo – si debbono incontrare, si debbono valutare e organizzare, infondendo loro il senso della prepotenza e arroganza dei dominanti, della miseria (se non materiale, quella morale) dei dominati, ecc. Essere antiumanisti scientifici significa meglio prepararsi ad essere fortemente umanisti sul piano politico e morale; significa precostituirsi degli strumenti di ricognizione del terreno della lotta di classe – strumenti che sono teorie basate su ipotesi rivedibili – onde sconfiggere l’immoralità dei dominanti (non di questo o quel membro della loro classe) e rovesciare intanto le condizioni di quel determinato assetto sociale che consente quella data forma di dominio.
La confusione tra funzioni e uomini, che il marxismo ha provocato modificando impercettibilmente la struttura teorica marxiana, va criticata e superata non per innalzare alle stelle, fino ad isolarle, le funzioni e la scienza che le studia, ma solo per dotarsi degli strumenti (razionali) atti a rovesciare il concreto dominio – nelle sue forme storicamente determinate – di certi uomini (minoranza) su certi altri (maggioranza); dove però il problema non è solo quello di abbattere questo o quel gruppo di dominanti, ma di rovesciare quella particolare forma del dominio. L’antiumanesimo scientifico è dunque – perché lo deve essere e deve volerlo – al servizio dell’umanesimo politico e morale.
Cosa hanno invece fatto e fanno gli operaisti (pur quando si cambiano denominazione)? Hanno inneggiato agli uomini nella loro caleidoscopica mescolanza, senza pensare alcuna struttura dei rapporti sociali né alcuna forma di riproduzione degli stessi. Hanno preparato un grande calderone in cui apparentemente, come può credere il non aduso al ragionamento, si trovano gli uomini, quelli veri, quelli che incontriamo ogni giorno. Ma non è così. Vi è invece il massimo disprezzo per gli uomini concreti, una forma di supposta “furbizia” elitaria per cui si sa che, nel capitalismo opulento, si formano strati di emarginati che sono l’equivalente del lumpenproletariat ottocentesco, o dei miserabili di Victor Hugo, solo in condizioni di vita imparagonabili – materialmente perché mentalmente…. – a quelle di un tempo. Si è detto che gli operaisti sono politicamente dei soreliani, e filosoficamente dei nietzschiani. Non sta a me dirlo. Degli elitari lo sono però senz’altro, e pure dei mestatori che credono di manovrare imponenti masse, mentre possono influenzare solo alcuni nuclei di intellettuali – difficilmente di tradizione scientifica – e gruppi di nullatenenti e nullafacenti, che in una società meno ricca sarebbero soltanto al puro vagabondaggio o alla piccola criminalità; in più, hanno l’appoggio di quote di “buonisti di sinistra” per descrivere la cui mentalità è sempre meglio ricorrere all’arte, ad es. ai film di Buñuel (tipo Viridiana o Nazarin).
In quanto teorico della società (capitalistica), mi sento di poter affermare con la massima sicurezza che questi personaggi non parlano in nessun senso di uomini, ma di generici ammassi di portatori di una funzione di mero consumo. A loro non interessa nulla del valore di scambio (ecco perché odiano tanto la teoria del valore lavoro), non interessa che questo si sia generalizzato in un processo storico che ha visto il formarsi di una “libera” classe di individui privi di mezzi di produzione e costretti a vendere come merce la propria forza di lavoro; non interessa che, tramite questo processo, si è costituita una particolare forma di appropriazione del plusprodotto (in forma di valore) di cui le classi dominanti, in una aperta e a volte aspra e distruttiva conflittualità tra le loro frazioni, si appropriano ai fini di prevalere nella società in quella data fase storica. Gli operaisti ignorano le forme della produzione, della distribuzione, dell’appropriazione e uso ecc.; sono indifferenti a tutto ciò che avviene e avverrà sempre, fin che dura il modo di produzione capitalistico, tramite la generale forma di valore che non è un feticcio da valutare in sé, ma solo quale espressione di una particolare strutturazione della società che va analizzata onde capire le strategie capitalistiche e le possibili controstrategie dei dominati.
Agli operaisti – che oggi si mascherino dietro altre etichette non inganna chi li conosce bene da quarant’anni – interessa solo il valor d’uso; ai loro seguaci, l’odierno lumpen di cui sopra, rivolgono l’invito a trasformarsi in consumatori e, possibilmente, senza passare per l’uso della moneta. Negare, al limite anche mediante furto, il mezzo di scambio generale capitalistico è la loro unica ricetta per il comunismo. Il valore di scambio, secondo la loro opinione, non va criticato e combattuto tramite le opportune strategie di analisi, lotta e trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici; va negato e basta, va anzi ignorato mirando direttamente al valor d’uso, che diventa il nuovo feticcio degli operaisti. Ne La miseria della filosofia, Marx afferma che, nel modo (e rapporti) di produzione capitalistico “non si deve più dire che un’ora di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttosto che un uomo di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più la carcassa del tempo” ; e, in questo eccezionale suo brano, è messa a fuoco tutta la differenza, su cui ho tanto insistito, tra la funzione (lavorativa) e l’uomo (lavoratore)!
Per gli operaisti l’uomo diventa invece “carcassa” del mero consumo, viene trattato come un involucro, un contenitore, che deve riempirsi di valori d’uso. Solleticando i peggiori istinti degli uomini all’appropriazione di ciò che semplicemente desiderano – senza alcuna considerazione per gli altri, per quelli che producono quei valori d’uso in forma di merce, dunque secondo i precisi rapporti tra capitalisti (dominanti) e lavoratori (dominati) – questi pericolosi (e consapevoli) pasticcioni fanno leva su gruppi di emarginati, che esistono in ogni forma sociale pur caratterizzata da un determinato modo di produzione in quanto suo fulcro centrale, onde scatenarli contro i meri simboli del potere capitalistico, nel mentre impediscono in realtà ad altri più effettivi dominati, i venditori di forza lavoro in forma di merce, di organizzarsi e pensare le strategie più appropriate per rovesciare il dominio del capitale. Ecco perché, in eventuali congiunture di grave crisi provocata dall’acutizzarsi delle contraddizioni tra gli agenti capitalistici (i dominanti), queste torbide teorie falsamente (ultra)rivoluzionarie, e gli strati sociali disgregati che le seguono pur senza afferrarne il vero senso, diventano la punta di lancia di movimenti populisti che attaccano i simboli del potere capitalistico, che agitano una propaganda “antiborghese”, per scardinare in realtà o per impedire la formazione di forze autenticamente anticapitalistiche.
Il marxismo tradizionale, tramite quell’impercettibile movimento concettuale che ha condotto alla confusione tra funzione e uomo, ha indebolito l’atteggiamento scientifico, dunque l’analisi delle condizioni del dominio capitalistico, anche nelle sue trasformazioni subite nel secolo e mezzo trascorso dall’opera marxiana. Ripristinare la distinzione in questione non è però un semplice sfizio da scienziati, bensì il mezzo per ridare potenza alla capacità trasformativa dei reali uomini soggetti a varie forme di dominazione e oppressione, uomini dotati di orientamento politico e morale. Gli operaisti – diciamolo adesso con chiarezza: oggi si travestono da “Movimento” (magari “dei movimenti”), ma sono gli stessi di sempre – con le loro chiacchiere prive di ogni contenuto razionale, puramente impressionistiche, suggestive, evocative, ecc., sembrano parlare di uomini, ma li hanno invece ridotti a macchinette con funzione di distruzione indiscriminata e di appropriazione per il consumo di beni. La distruzione riguarda qualche simbolo: materiale come vetrine di negozi, sedi di banche, ecc. ma pur sempre simbolo. Il consumo riguarda l’appropriazione di valori d’uso – al limite con il furto onde saltare l’equivalente generale del valore di scambio delle differenti merci – senza minimamente mettere in discussione il modo (cioè i rapporti sociali, di “sfruttamento”, di dominio e subordinazione) secondo cui i valori d’uso sono stati prodotti nella forma del valore (di scambio).
Il marxismo tradizionale va duramente criticato nella sua sclerosi attuale che lo sta portando all’estinzione, coinvolgendo in questa anche Marx e ogni marxista innovatore; bisogna tornare alla distinzione tra scienza e politica e morale, ma per poi reintrecciarle strettamente, farle interagire per nuovi lidi di effettiva costruzione di strategie anticapitalistiche e, oggi ancora una volta, antimperialistiche. L’operaismo è una malattia, un cancro che ha già provocato una commistione, ormai inestricabile, di cellule sane con quelle malate; e queste ormai divorano ineluttabilmente le prime. Naturalmente, l’operaismo non va accusato di essere semplicemente antiumano, altrimenti ricadremmo nelle tesi dell’uomo in generale; e, soprattutto nell’epoca attuale, questo sarebbe politicamente un grave errore. L’operaismo, nei suoi attuali travestimenti, scaglia quei settori sociali, che ogni modo di produzione dominante crea nel suo “intorno” come rifiuti, non prevalentemente contro la classe capitalistica – cioè contro le sue frazioni in lotta per il dominio, cercando di sfruttare questa lotta a favore dei dominati – bensì contro l’esclusione dal godimento di quantità adeguate di valori d’uso, onde appropriarsene una fetta; e con il rischio che, alla fin fine, per esaudire al meglio questo desiderio di appropriazione – direttamente, immediatamente, tesa al consumo – tali settori marginali si scatenino contro i produttori dei valori d’uso in forma di merce, cioè contro frazioni decisive dei veri dominati nel capitalismo.
Dopo questa digressione, che mi è apparsa utile al fine di ribadire la scientificità del pensiero di Marx, e la necessità di evitare sia più o meno consapevoli sue deformazioni sia vere e proprie invenzioni a partire, almeno inizialmente, da esso – deformazioni e invenzioni di carattere fortemente ideologico – riprendo il filo di quel discorso, che tenta di restare il più possibile aderente al suo significato e alle sue intenzioni teoriche, affrontando il complicato tema del denaro.