1. Questioni preliminari
Ho letto che in Germania, attualmente, Il Manifesto del partito comunista
(1848) è venduto tanto quanto la Bibbia. Sento anche di storici
che ricominciano ad affermare l’importanza di Marx per la loro
disciplina. Insomma, da più parti si sostiene che sarebbe in
atto una sorta di Marx renaissance. Potrei esserne soddisfatto, data
la mia impostazione teorica di base, ma ammetto di avere molti dubbi
in proposito. Anche perché, almeno in campo economico, mi sembra
che si rivolgano fin troppi complimenti al pensatore di Treviri in quanto
avrebbe anticipato, previsto, la cosiddetta globalizzazione odierna.
A parte che non penso ad un qualsiasi studioso, per quanto interessato
alla trasformazione sociale così come lo fu il suddetto, in grado
di fare il profeta, credo che la globalizzazione di cui tanto si parla
sia semplicemente l’estendersi sempre più generalizzato
della produzione di merci, l’intensificarsi e l’infittirsi
della rete degli scambi mercantili a livello mondiale, una volta dissoltosi,
dopo il 1989, quel tipo di società tradizionalmente definita
“socialismo reale”.
In realtà, Marx non fu semplicemente il teorico di una società,
detta capitalistica, fondata sul generalizzarsi della produzione per
il mercato. Da questo punto di vista, fu ampiamente anticipato dall’economia
classica, anzi prima ancora dai mercantilisti. Marx non studia in senso
proprio il capitalismo, in quanto società costituita da un complesso
di rapporti di diversi tipi fra loro variamente articolati. Egli formula
soprattutto il concetto di modo di produzione capitalistico, inteso
quale forma storicamente specifica di rapporti sociali che influenza
e dà coloritura particolare a tutto l’insieme societario
nell’epoca moderna; e che sostiene, regge, orienta e imprime impulso
allo sviluppo delle forze produttive nell’ambito di detto insieme,
estremamente dinamico da questo punto di vista.
La teoria del valore (lavoro incorporato) che Marx riprende dai classici
(Smith e Ricardo), trasformandola radicalmente onde mettere in evidenza
tutta la tematica del plusvalore (pluslavoro) in quanto profitto capitalistico
– tema su cui non mi diffondo, non essendo mia intenzione tenere
una sorta di lezione di economia politica – era per lui strumento
teorico atto a cogliere la continua riproduzione del rapporto “essenziale”
del modo di produzione capitalistico, decisivo dunque per comprendere
il movimento peculiare dell’intera società capitalistica.
Tale rapporto era, per Marx, quello tra proprietà dei mezzi di
produzione e lavoro salariato, cioè forza (capacità) lavorativa
venduta come merce da chi altro non possedeva se non il suo cervello
e/o il suo braccio. La teorica del valore e plusvalore spiegava come,
ad ogni ciclo della produzione capitalistica, veniva riprodotto tale
rapporto con il costante accrescimento del lato proprietario (grazie
al profitto/plusvalore), mentre il lavoro salariato poteva vedere certo
aumentare il suo tenore di vita (salario reale) ma sempre nell’ambito
di una non proprietà, dunque un non controllo, dei mezzi necessari
all’attività produttiva.
Da qui nacque il cosiddetto socialismo scientifico, cioè la convinzione
che la dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, indagata
appunto con metodo scientifico, conducesse l’intera società
(formazione sociale) capitalistica alla sua trasformazione (transizione)
ad una nuova forma di rapporti di tipo comunistico. Ed è su questo
punto che il pensiero di Marx si saldò con la prassi comunista;
lo scienziato, cioè, non avrebbe potuto che porsi nella prospettiva
della trasformazione rivoluzionaria del capitalismo, essendo questa
– secondo quanto si presumeva ormai accertato in sede di teoria
– del tutto necessitata in base alla direzione assunta dalla riproduzione
del rapporto fondamentale del modo di produzione capitalistico (non
dell’intero capitalismo, in quanto insieme sociale variamente
strutturato). Ed è su questo punto che invece – secondo
la mia opinione, anch’essa fondata su una pretesa scientifica,
cioè su ipotesi formulate seguendo certe regole di analisi e
argomentazione – il marxismo è stato nella sostanza invalidato.
L’invalidazione, perfino restando ai semplici precetti popperiani,
decreta la scientificità del marxismo; ma dichiarare troppo affrettatamente
una Marx renaissance mi sembra assai problematico. Comunque a tutto
questo ho dedicato molti anni di studio che si sono, momentaneamente,
conclusi con il mio ultimo libro: Gli strateghi del capitale, Manifestolibri
2006; cui va aggiunto, quale corollario, un opuscolo: La teoria come
pratica (politica), Società editrice apuana 2006.
2. Uno schizzo della teoria marxista originaria
Quanto appena sostenuto implica intanto una breve considerazione: Marx
non ha affermato una semplice estensione – a livello sempre più
globale – della produzione capitalistica di merci. Egli pensava,
più precisamente e con ben altro spirito di previsione, che il
rapporto “essenziale” del modo di produzione capitalistico
– tra capitale (proprietà dei mezzi produttivi) e forza
lavoro (salariata) venduta come merce – si sarebbe esteso, dal
primo paese in cui tale modo di produzione aveva raggiunto la sua “classicità”
(Inghilterra), al resto del mondo. La globalizzazione, di cui parlava
Marx, non riguardava il mero mercato, bensì la riproduzione di
un rapporto di forma storicamente determinata, il cui movimento endogeno
preparava le condizioni sociali di una trasformazione rivoluzionaria
del capitalismo in comunismo. Il primo passo da compiere è allora
comprendere, pur del tutto schematicamente, la dinamica del suddetto
rapporto.
Data la tirannia dello spazio, sarò estremamente sommario e apodittico.
Come già rilevato, in Marx, e nel marxismo “classico”,
il comunismo non ha pressoché nulla di semplicemente utopico.
Nel fondatore della teoria tuttavia, al contrario dell’uso invalso
successivamente, in particolare negli ultimi decenni di prosperità
del marxismo (dopo la seconda guerra mondiale), l’idea della necessità,
più ancora che mera possibilità, del comunismo non dipendeva
dall’utilizzazione della teoria del valore (lavoro) e del plusvalore
(pluslavoro). Il fatto che le classi lavoratrici salariate (il soggetto
pensato come rivoluzionario in direzione del suddetto comunismo, passando
per un primo stadio socialistico) siano sfruttate – si estragga
cioè da loro, pur nel rispetto formale dell’equivalenza
realizzata in media nello scambio mercantile, il pluslavoro/plusvalore
che costituisce la sostanza dei redditi dei gruppi proprietari dominanti
– non attribuisce, di per se stesso, a tali classi un carattere
rivoluzionario. Ed infatti Marx era ben conscio che tutte le classi
sfruttate nelle società precapitalistiche non avevano mai posseduto
la capacità di trasformarle l’una nell’altra (ad
es., dallo schiavismo al feudalesimo, o da questo al capitalismo, ecc.).
L’in sé rivoluzionario della classe dei lavoratori salariati
era considerato certo – l’ho già detto, ma è
bene ribadirlo – in base al concetto di modo di produzione capitalistico,
inteso quale intreccio di rapporti di produzione e forze produttive.
Nell’ambito dei primi, si supponeva – anzi, Marx la dava
per scontata, per necessaria – questa dinamica: in un primo tempo
la proprietà dell’artigiano e del piccolo conduttore contadino
veniva, mediante i processi dell’accumulazione originaria del
capitale (vedi il mirabile, e ultrachiaro, settimo e ultimo paragrafo
del cap. XXIV del I libro de Il Capitale), trasformata in proprietà
(privata) capitalistica, con i capitalisti (anche organizzatori della
produzione), da una parte, e i lavoratori salariati (espropriati dei
mezzi di produzione), dall’altra. In un secondo tempo, iniziava
pure la crescente espropriazione fra capitalisti a causa della reciproca
concorrenza con fallimento dei molti e il successo dei pochi. Si verificava
cioè la centralizzazione (monopolistica) dei capitali che, a
questo punto, portava ad un numero sempre più ristretto di capitalisti
proprietari di azioni (rentier, proprietari finanziari) avulsi dai processi
produttivi, da una parte, e alla gran massa dei lavoratori (salariati)
del braccio e della mente (“il manovale” e “l’ingegnere”),
dall’altra.
Tra questi ultimi esistevano contraddizioni secondarie, mentre quella
principale correva tra loro e i proprietari ormai “assenteisti”,
una nuova classe sostanzialmente signorile, pur se avrebbe goduto principalmente
di rendite finanziarie, legate alla proprietà azionaria e alle
speculazioni borsistiche; meno importanti, pur se cospicue, sarebbero
invece state quelle da proprietà immobiliare (fra cui quella
terriera), che comunque non avrebbero avuto più nulla a che vedere
con quelle di tipo feudale. La rivoluzione sarebbe divenuta a questo
punto incombente, e il soggetto della rivoluzione sarebbe esistito appunto
nella figura di queste classi del lavoro salariato, sia intellettuale
(le potenze mentali della produzione) che manuale, classi che non avrebbero
agognato solo utopicamente il comunismo, poiché i loro stessi
interessi le avrebbero spinte in tale direzione, alla realizzazione
di una effettiva cooperazione tra tutti i lavoratori (produttori), mentre
lo sfruttamento sarebbe apparso senza più veli, una autentica
spoliazione di chi produceva con il suo lavoro da parte di superflue
sanguisughe.
Naturalmente, le classi proprietarie non sarebbero state immediatamente
e facilmente espropriate dai produttori cooperanti, poiché esse,
per la vischiosità tipica dei processi storici, avrebbero mantenuto
ancora per un certo tempo una superiorità (egemonia) culturale,
ma soprattutto politica, controllando lo Stato in quanto strumento di
dominio; a questo punto esercitato sempre più in modo violento,
repressivo e coercitivo. Nessuna concessione, in Marx, a tesi di democratico
affermarsi delle masse salariate in semplici elezioni, al loro pacifico
movimento che avrebbe imposto, con la sola forza del numero (e della
“giusta” rivendicazione di non essere più spogliati
dei frutti del proprio lavoro), la loro prevalenza, ormai armoniosa,
fondata sulla solidarietà e sulla programmazione coordinata delle
loro attività senza più la competizione legata al mercato,
ecc. No, sarebbe stato invece necessario passare per un periodo di acuta
rivoluzione onde abbattere il potere dei capitalisti finanziari, distruggere
la “macchina statale” al loro servizio e costruire, provvisoriamente
e per un periodo di semplice transizione, uno Stato di “dittatura
proletaria” (cioè al servizio dell’insieme dei lavoratori);
uno Stato “in via di deperimento”, man mano che sarebbe
prevalso lo spirito solidale e cooperativo dei produttori contro quello
di pura rapina e sfruttamento dei redditieri e finanzieri.
E veniamo all’altro lato del modo di produzione, alle forze produttive.
Con la centralizzazione monopolistica dei capitali si sarebbe attenuata
la competizione tra capitalisti (oggi diremmo tra imprese) con affievolimento
della spinta allo sviluppo. Ancora una volta, però, il marxismo
(di Marx) non si rifaceva semplicemente a questo aspetto solo economico,
legato alla monopolizzazione del capitale, ma ancor più a quello
sociale relativo appunto al formarsi del ristretto gruppo di capitalisti
finanziari, proprietari di azioni e disinteressati al vero e proprio
processo produttivo. Sarebbe stata l’estraneità alla produzione,
il loro essere dediti ad operazioni finanziarie, al gioco speculativo
di Borsa, al lancio come al fallimento delle società per azioni
a seconda delle loro convenienze in mero guadagno di denaro, a rendere
questi rentier del tutto esiziali per l’ulteriore sviluppo delle
forze produttive.
La loro reciproca competizione sarebbe stata soltanto tesa a depredarsi
l’un l’altro; ma, alternativamente e quando ciò fosse
stato loro necessario, essi si sarebbero uniti in una lotta contro l’insieme
dei lavoratori per costringerli a produrre di più, onde potersi
così appropriare di quote maggiori di pluslavoro/plusvalore.
Sarebbe così divenuto sempre più chiaro al popolo che
la ragnatela costituita dall’intricato intreccio dei loro rapporti
proprietari – mantenuta e difesa dal potere del loro Stato, dall’esercizio
sempre più frequente di violenza, sia contro i lavoratori che
fra loro, con il corteggio delle continue guerre, rivolte, conseguenti
massacri, ecc. – avrebbe dovuto essere strappata e distrutta,
abbattendo intanto il potere che essi avevano nello Stato e negli apparati
culturali (nelle “sovrastrutture” politico-ideologiche);
e sarebbero perciò scoppiate sempre più spesso, e con
estensione sempre maggiore, rivoluzioni contro di essi.
Abbattuta, stracciata, questa ragnatela, instauratisi nuovi rapporti
di proprietà e di potere (della collettività dei produttori),
le forze produttive avrebbero ricominciato a svilupparsi e ci si sarebbe
avviati allora verso quell’obiettivo del comunismo sintetizzato
dall’espressione: “da ognuno secondo le sue capacità,
a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Senza più, o con sempre
meno, competizione e violenza sopraffattrice, e rafforzandosi invece
lo spirito di cooperazione e di armonico (equilibrato) coordinamento
della produzione secondo le decisioni prese di comune accordo, i bisogni
della popolazione sarebbero cresciuti – con esaltazione soprattutto
del loro aspetto ideale e culturale rispetto a quello esclusivamente
materiale – in misura correlata al programmato sviluppo delle
forze produttive, senza le forzature, capitalistiche, del consumismo
odierno.
Come il lettore si renderà conto, in tutto quanto ho finora scritto
non vi è nulla o quasi di “bel sogno”, di facile
utopia. I comunisti e marxisti sono infatti sempre stati persone eminentemente
pratiche, concrete, contrarie ai semplici buoni sentimenti; hanno sempre
tenuto conto che gli uomini non sono necessariamente generosi, altruisti,
pronti a sacrificarsi per gli altri, ecc. Hanno pensato che la società,
la formazione sociale, arrivata alla sua epoca capitalistica, si sarebbe
sviluppata secondo modalità tali da creare i presupposti di una
organizzazione cooperativa di tipo, nella sua fase finale, comunistico.
3. Il contrasto crescente tra la teoria e la realtà storica
Senza grande consapevolezza dei rivoluzionari, dei comunisti, il modello
marxista di pensiero (scientifico, non utopico) cominciò a incrinarsi
proprio durante il periodo della crescente centralizzazione monopolistica
del capitale: tra fine ottocento e primi novecento. La formazione di
grandi imprese (produttive e finanziarie) non portava affatto alla sostanziale
unificazione, o almeno sempre più stretta cooperazione, di tutti
i lavoratori, sia di carattere direttivo che esecutivo; e fra gli uni
e gli altri andò crescendo una vasta gamma intermedia con stratificazioni
gerarchiche e di saperi piuttosto notevoli. Così pure, nell’apparato
dirigente – soprattutto a causa del moltiplicarsi delle branche
e settori produttivi, conseguente all’importanza assunta dalle
innovazioni di prodotto (e poi di fonti di energia), poco considerate
dal marxismo tradizionale, tutto concentrato su quelle di processo (tecnologiche)
rilevanti ai fini dell’accrescimento del plusvalore (relativo)
– non si andava verso una sostanziale sintesi dei saperi produttivi,
e della scienza applicata alla tecnica, con l’emergere del (previsto
da Marx) general intellect; si espanse al contrario un cospicuo strato
manageriale, di vari livelli, e si costituì una comunità
scientifica sempre più frammentata al suo interno a causa di
un crescente e sempre più sminuzzato specialismo.
Il complesso dei lavoratori, pensato quale soggetto oggettivamente interessato
alla rivoluzione, si ridusse di fatto alla sola classe operaia in senso
stretto, alle “tute blu”, agli operai di fabbrica, i quali
indubbiamente, per una intera epoca storica, crebbero di numero e di
forza (in specie sindacale). Questa classe divenne, per il marxismo
in quanto ideologia elaborata soprattutto da Kautsky, il “soggetto
rivoluzionario” per eccellenza; gli altri lavoratori, in particolare
quelli in possesso della scienza e della tecnica, delle “potenze
mentali della produzione”, furono considerati specialisti borghesi;
fondamentali per la produzione anche dopo una eventuale rivoluzione
mirante al comunismo, ma che dovevano in tal caso – secondo quanto
sostenne con grande spirito pratico Lenin – essere strettamente
controllati e agire sotto “la guardia” degli “operai
armati” e del loro Stato. Ovviamente, questo mutamento (inavvertito)
di soggetto rivoluzionario, rispetto alle origini, comportava gravi
problemi con riguardo a quella egemonia, anche culturale e ideologica
oltre che politica, che ogni precedente classe rivoluzionaria –
nei passaggi da una formazione sociale all’altra; ad es. la borghesia
nella transizione dal feudalesimo al capitalismo – ha sempre conquistato
ed ampiamente esercitato, e che non può certo essere trattata
quale condizione di scarsa importanza ai fini del successo o meno della
trasformazione sociale.
Da questa difficoltà è in fondo nata tutta la teoria dell’avanguardia
in quanto fusione, meglio ancora sintesi, imbricazione, stretto intreccio,
tra gli “intellettuali borghesi giunti alla comprensione del movimento
della società nel suo insieme” (Manifesto comunista del
1848) e gli strati più coscienti, ma sempre poco numerosi, della
classe operaia in senso stretto. Non mi dilungo in proposito perché
si dovrebbero scrivere parecchi volumi, ma è ben nota la fine
fatta dalle rivoluzioni guidate da simili avanguardie; e con questa
brutta fine è andato perso anche il nocciolo razionale della
teoria in oggetto: senza direzione e organizzazione, senza conoscenza
del campo del conflitto e degli obiettivi che la lunga opera di trasformazione
dovrebbe raggiungere per affermarsi stabilmente e irreversibilmente,
ecc., non c’è movimento di massa che tenga e ogni mutamento
radicale resta effettivamente un “bel sogno”.
La verità è che la storia del novecento ha bisogno di
essere riscritta in gran parte con una metodologia che si ispiri, almeno
parzialmente, alla considerazione delle strutture sociali che fu tipica
del marxismo. Secondo la mia opinione, è stato perso –
ma da tutti, non dai soli marxisti – un fondamentale passaggio
di forma storica dei rapporti sociali, avvenuto nell’epoca detta
dell’imperialismo, in cui furono poste le premesse per una trasformazione
del capitalismo. Mancano attualmente i concetti per afferrare questo
passaggio che indicherò allora, pur con imprecisione teorica
(cioè approssimativamente), come transizione dalla società
dominata dalla vecchia borghesia proprietaria (dei mezzi produttivi
e dei capitali finanziari) a quella, di tipo americano, dei funzionari
del capitale, che poi, nel corso del mezzo secolo susseguente alla seconda
guerra mondiale, ha sconfitto il “socialismo reale” e si
è rimondializzata sotto il predominio degli USA.
Ed è precisamente a questo punto che i marxisti e comunisti non
hanno capito più niente. Per loro, la fine della borghesia proprietaria
(e finanziaria) avrebbe dovuto significare l’affermarsi della
rivoluzione proletaria (e della classe operaia) contro un capitalismo
ormai morente, stagnante, incapace sia di sviluppo che di democrazia,
pur solo formale. Strano destino: i paesi capitalistici occidentali
si sono sviluppati impetuosamente, anche attraverso crisi (minori, dette
non a caso recessioni), mentre il “socialismo” – affermatosi
sempre in paesi arretrati, con grandi masse contadine e pressoché
privi del “soggetto rivoluzionario” per eccellenza, la classe
operaia – è entrato in fase di ristagno, di putrefazione
ed è infine crollato in modo inverecondo senza nemmeno un piccolo
sussulto di resistenza; anzi, dove si è risvegliato, lo ha fatto
con strutture di nuovo capitalismo selvaggio, estremamente duro e autoritario,
che indubbiamente va ponendo le basi per un affrontamento generale nei
confronti del paese al momento predominante (USA), ma non certo sulla
base di una lotta per il comunismo, non certo fondandosi sul potere
dei proletari, che invece sono eminentemente “schiavizzati”
(assai più che nei capitalismi del Welfare) e non hanno alcuna
difesa; debbono solo lavorare, e ancora lavorare, per le “magnifiche
sorti e progressive” delle loro classi capitalistiche dominanti
(spesso lo stesso establishment che si autoproclamava comunista), dotate
di un potere accentratore di particolare forza, durezza e ferocia.
4. Un ripensamento globale
Arrivati a questo punto, il vecchio marxismo e comunismo non servono
assolutamente più a nulla. In effetti, è ormai urgente
ripensare tutto; si può anche ripartire, secondo me, da Marx,
ma allora rivoltandolo in lungo e in largo. Non una semplice renaissance,
bensì una radicale ristrutturazione dell’intera intelaiatura
teorica. Perché il problema è proprio capire come mai
l’indubbia fine di una certa forma di società – il
capitalismo borghese, analizzato da Marx sul modello inglese, è
tramontato – non ha portato in primo piano il supposto soggetto
rivoluzionario, la classe operaia (o proletariato, espressione sempre
usata come fosse sinonimo della precedente). Se non si pone al centro
della comprensione scientifica, e della conseguente attività
pratica (politica), il problema in oggetto, che ha visto il totale disorientamento
e dissolvimento delle capacità analitiche e pratico-teoriche
del marxismo, ci si dovrà allora risolvere a trattare Marx quale
personaggio di notevolissima statura, consegnandolo però alla
pura storia del pensiero.
Non posso ovviamente ripetere in questa sede tutta l’analisi,
condotta nei miei lavori sopra citati, mirante a formulare ipotesi intorno
al tipo di società oggi esistente, dopo il tramonto del capitalismo
borghese; tramonto che, a mio avviso, un Lukàcs comprese piuttosto
bene nella sua, prima osannata e poi vituperata, Distruzione della ragione.
La sua comprensione fu però assai poco strutturale e molto ideologico-culturale,
per cui anch’egli pensò, come tutti i marxisti (me compreso
per tanti anni!), che al declino della borghesia facesse seguito l’imputridimento
della società, la stagnazione delle forze produttive, con ascesa
della classe operaia che avrebbe iniziato l’opera di trasformazione
(transizione) in una società di tipo socialistico e comunistico.
Invece, dopo una lunga fase di trapasso, caratterizzata dall’epoca
dell’imperialismo e dalla lotta tra le grandi potenze successiva
alla fine della supremazia mondiale inglese, ascesero a paese centrale
gli Stati Uniti, portatori di quella forma sociale che, in assenza di
concetti più precisi, ho definito società dei funzionari
del capitale e che ha una struttura sempre fondata sul mercato e l’impresa
(e la competizione interimprenditoriale), ma che comunque presenta caratteri
ben diversi da quelli supposti da Marx quando si convinse che la classe
lavoratrice salariata (“dall’ingegnere all’ultimo
manovale”) si sarebbe sostanzialmente unificata – e in tutto
il mondo (il tanto vagheggiato e mai realizzatosi internazionalismo
proletario; che non poteva realizzarsi proprio per ragioni strutturali)
– diventando il soggetto della trasformazione comunistica.
Quella che si è chiamata per oltre un secolo lotta di classe
diventa quindi molto più complessa e variegata, poiché
la società (dei funzionari del capitale) non si divide in due
con gli antagonisti Capitale e Lavoro in singolar tenzone. Proprio per
questo, ritengo sempre valida – pur non parlando più di
avanguardie – la necessità dell’organizzazione, fortemente
strutturata, che deve saper formulare le strategie più appropriate
per la lotta contro i gruppi dominanti in questa società, analizzata
in una visione globale, che richiede non la semplice utilizzazione del
concetto di modo di produzione – in grado soltanto di cogliere
la dinamica dei rapporti sociali di produzione in direzione della divisione
tra proprietà dei mezzi produttivi e forza lavoro venduta come
merce (con tutte le altre conclusioni che ne conseguono) – ma
il necessario complemento di strumentazioni teoriche di tipo geopolitico
(nel cui ambito va situata la geoeconomia), tenendo conto della stratificazione
sociale a livello mondiale, dei meccanismi economici come di quelli
politici e culturali, della rilevanza di motivazioni d’ordine
nazionale, etnico, religioso, e via dicendo.
La teorizzazione marxista tradizionale è in genere affetta da
economicismo; d’altra parte è facile slittare verso quelle
soltanto politicistiche e/o culturalistiche. Le teorie fanno parte della
pratica; sono comunque apparati che hanno validità ove, almeno
potenzialmente, consentano di indirizzare certe strategie d’azione
in modo utile a possibili interventi nel “mondo” (in questo
caso, quello della società nella nostra epoca storica). In certi
casi, la fedeltà ai “principi”, cioè magari
a formulazioni concettuali di un tempo che fu, possono facilmente trasformarsi
in spessa coltre ideologica, in mera ripetizione di uno schema ossificato,
ineffettuale.
Di pochi “principi” resto convinto; e, primo fra tutti,
quella che per me resta una più che sensata intuizione di Lenin
e di Mao: l’attività trasformatrice consegue i suoi successi
soprattutto laddove si sono fortemente indeboliti, per esplosive contraddizioni
interne, i gruppi sociali dominanti. Le principali rivoluzioni del novecento,
quelle che hanno comunque prodotto effetti di radicale mutamento, pur
se non certo in direzione del socialismo e comunismo, si sono verificate
durante i grandi scontri mondiali interdominanti o come conseguenza
del forte indebolimento del sistema capitalistico nella fase in cui
si è andata affermando la nuova centralità egemonica statunitense.
La lotta tra agenti capitalistici, tra i “loro” Stati, i
“loro” sistemi culturali: questo provoca stabilizzazione
o invece mutevolezza dei rapporti di forza tra di essi, che vanno analizzati
nell’insieme delle sfere sociali: economiche (produttive e finanziarie),
politiche, ideologico-culturali. Chi presuppone che quelle economiche
siano sempre le preminenti, che gli apparati finanziari – decisivi
ai fini delle strategie di lotta per la supremazia tra i vari gruppi
dei suddetti agenti – siano ormai sempre puri parassiti succhiatori
di mero plusvalore “operaio”, ecc. è ormai piuttosto
incapace di comprendere i movimenti della formazione mondiale da ormai
oltre un secolo; per non parlare della fase odierna. Non si lavora sui
microchips con falce e martello; e non si lavora sulle contraddizioni
della società capitalistica degli ultimi cent’anni con
il marxismo tradizionale.
E’ comunque necessario un punto di partenza; e per chi si propone
una radicale e inesausta critica di questa società, quest’ultimo
non può che essere la contraddizione da ritenersi principale,
cioè quella che oggi rende instabile e abbastanza disgregata
la formazione sociale mondiale senza però che si verifichino
ancora reali sconvolgimenti dei rapporti di forza; e che è tuttavia
anche quella che potrebbe provocare tali sconvolgimenti, ove si verificassero
perfino piccoli spostamenti degli equilibri attuali, soprattutto se
arrivassero a sommarsi nella stessa direzione. Oggi esiste un chiaro
predominio centrale USA, ancor più forte di quello inglese nella
prima metà dell’ottocento. C’è chi ha paura
che, lavorando nella direzione dell’erosione di simile predominio,
si potrebbero favorire gli altri capitalismi. Sento ancora qualcuno
convinto addirittura che il vero sommovimento rivoluzionario possa infine
realizzarsi proprio nel capitalismo più avanzato, appunto quello
statunitense predominante. Questo è il triste effetto di un marxismo
scolastico, ridotto alla teoria del plusvalore e dello sfruttamento,
capace di utilizzare solo il concetto – ormai decrepito e veramente
intralciante il corretto pensare – di modo di produzione. Quest’ultimo
è del tutto insufficiente, proprio perché non è
la contraddizione capitale/lavoro che smuoverà gli attuali equilibri
mondiali, che incrinerà la preminenza ancora schiacciante degli
USA.
Occorrono pensatori e politici nuovi, non scolastici e dottrinari, che
mettano in primo piano il problema di questa preminenza centrale, e
promuovano, in primo luogo, l’attività di resistenza (e
possibile contrattacco) ad essa, che lavorino a sgretolarla. Non si
tratta affatto di appoggiare, rendendosene “servitori”,
altri capitalismi; che, in tutto il mondo, sono comunque ormai formazioni
sociali di funzionari del capitale, anche se con modulazioni economiche,
politico-istituzionali, culturali, assai differenti, che vanno studiate
con serietà e non con schemi ideologici preconcetti, vecchi di
un secolo e mezzo.
Occorre aria fresca e una nuova mentalità. E’ difficile
creare al momento una nuova sintesi quale fu, centocinquant’anni
fa, il pensiero di Marx. Cominciamo intanto a prendere pezzi di marxismo,
di geopolitica e strategia, di storia, e naturalmente di filosofia;
e iniziamo a costruire qualcosa, partendo da una precisa “stella
polare”: occorre intaccare la predominanza centrale statunitense,
partendo dall’Italia e dall’Europa, poiché è
qui che “pestiamo la terra”. Il resto non segue automaticamente;
ma non ci sarà nessun seguito continuando a puntare sullo “sfruttamento”
(estorsione di plusvalore), sulla “classe operaia” in quanto
“classe universale” che “liberando se stessa libera
l’intera umanità”, e altre vecchie formulazioni consimili.
E se crediamo di cavarcela con i movimenti, con il gandhismo, con l’ambientalismo,
con “l’altra metà del cielo”, ho la nettissima
sensazione che si otterranno soltanto risultati assai effimeri e di
semplice superficie.
5. Alcuni punti fermi
In definitiva, concludendo, penso sia possibile affermare che lo sviluppo
del capitalismo non è andato affatto nella direzione prevista
da Marx e mai ridiscussa, nei suoi principi teorici di fondo, da alcun
marxista. Inoltre, sospetto che vi sia stato quel passaggio storico,
cui ho accennato, dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del
capitale, che non è stato colto; e la cui non comprensione pone
gravi limiti all’azione tesa a trasformare il nostro mondo attuale.
Il marxismo può ancora essere utile nella sua metodologia improntata
ad una analisi di tipo strutturale; nella sua formulazione originaria
è però stato, a mio avviso, ampiamente invalidato, e non
ha dunque senso per me un qualsiasi “ritorno a Marx”. Quanto
al comunismo, ho la nettissima impressione che sia assimilabile, nella
sua probabilità, alla generazione della vita secondo le ipotesi
di Jacques Monod (ne Il caso e la necessità); ma si tratta di
una mia impressione, non più che questo. Sono comunque fermamente
contrario a quei credenti, per fortuna ormai pochissimi, che vorrebbero
imporre agli altri la loro fede, sostenendo che è suffragata
dalla scienza e dalle presunte leggi del materialismo storico.
Sono tuttavia convinto che secondo Marx e il migliore marxismo –
non certo quello, ad es., dei “sessantottini”; né
quello sindacale, ecc. – il comunismo volesse e dovesse esaltare
l’individualità, non avvilirla né soffocarla. Non
si predicava un egualitarismo grigio, conformistico, piatto, buono per
portare in primo piano i mediocri, privi di ogni idea propria, annientando
invece le qualità di spicco, come purtroppo accadde nel “socialismo
reale” (e in molti partiti comunisti). A ciascuno secondo il suo
lavoro non significava, per Marx, far soltanto riferimento alla quantità,
al tempo di lavoro, ma anche alla sua creatività e originalità.
Altrimenti non nasce mai il nuovo, tutto continua in una routine mortificante
che, alla fine, provocherà la rivolta contro “l’uomo
medio”, quello di cui vorrei ci si ricordasse sempre la definizione
datane da Pasolini, tramite il personaggio del regista interpretato
da Orson Welles, nel suo forse più bel gioiello cinematografico:
La ricotta da Rogopag.
Nemmeno però si può accettare il tipo di competitività
che regna nella nostra società, nel capitalismo borghese e ancor
più in quello dei funzionari del capitale: una lotta fondata
sulla sopraffazione, la coercizione, l’inganno, la menzogna, l’ipocrisia,
il raggiro, e chi più ne ha più ne metta; e molto spesso,
ovviamente, sull’uccisione (di massa), le guerre e distruzioni
immani, le torture, ecc. Ribadisco quanto detto con riferimento alla
società dei funzionari del capitale: il carattere decisivo dei
ruoli dominanti (capitalistici) non è la proprietà (privata)
dei mezzi produttivi, che è semmai scudo protettivo nella conduzione
delle strategie di lotta per la supremazia (nelle varie sfere sociali)
tra le diverse frazioni di questi ruoli. Tuttavia, non è facile
scindere la proprietà in questione dall’esercizio delle
funzioni del conflitto strategico comportanti gli effetti deleteri appena
considerati. E nemmeno è facile scindere la produzione di merci
dall’autonomizzazione di una sfera finanziaria e del controllo
del denaro; con tutto quello che ne consegue in termini di direzioni
di impiego dei mezzi finanziari ai fini della lotta per il dominio (o,
se piace di più, l’egemonia).
D’altra parte, non possiamo adeguarci supinamente alle selvagge
abitudini contratte dall’umanità in millenni di storia
soltanto per salvaguardare la pura e semplice libertà individuale.
Comunque, tronchiamo qui; tanto da discutere ce ne sarà sempre.
Però, per favore, non facciamo in questa particolare fase storica
fughe in avanti; non discutiamo ossessivamente della libertà
– e soprattutto di quest’ultima in quanto legata alla proprietà
e alla produzione di merci – o magari della “costruzione
del socialismo” secondo nuove modalità (escogitate solo
a tavolino, data la situazione delle forze che desidererebbero una trasformazione
realmente radicale); tutto questo nel mentre continua il predominio
(o egemonia) mondiale degli USA, e la contestazione d’esso è
ostacolata da mille compromessi, da indecisioni e debolezze.
marzo 2006