Hamas, un ostacolo per la pace?
L’unico vero ostacolo:
occupazione militare e colonie
di Giancarlo Paciello
1. Premessa. 2. Il nazionalismo palestinese. 3. Il movimento islamico
palestinese 4. L’Intifada. a) La generazione dell’Intifada
b) L’organizzazione c) La strategia 5. Medio Oriente in guerra
6. Il processo di pace. 7. Camp David e l’Intifada al-Aqsa. 8.
Repetita juvant. 9. Le ragioni della vittoria elettorale. 10.Reazioni
e commenti 11. Conclusioni
1. Premessa
La vittoria di proporzioni del tutto inaspettate di Hamas alle elezioni
palestinesi ha creato una situazione decisamente nuova nei Territori
(illegittimamente) occupati da Israele, nelle cancellerie di tutto il
mondo, in Israele, nei Territori, tra coloro che sostengono in vario
modo la lotta del popolo palestinese e anche tra coloro che non la sostengono.
Delle reazioni a questa situazione parlerò nella parte finale
di questo articolo, ma prima cercherò di ricostruire il quadro
(e le origini) dell’islàm politico palestinese, proprio
per non cedere alle reazioni istintive (e probabilmente sbagliate) che
pure mi pare contribuiscano in grandissima maggioranza alla valutazione
dell’evento. Confesso di misurarmi per la prima volta con un’analisi
“all’interno” della realtà palestinese, avendo
privilegiato, come scelta metodologica, il riferimento al popolo palestinese
nel suo complesso e alle sue vicissitudini occorse con la nascita del
sionismo politico e la relativa colonizzazione della Palestina prima
e alla partizione della Palestina mandataria da parte dell’ONU
poi. Mi auguro quindi di non commettere errori troppo vistosi, pur nella
consapevolezza di percorrere un terreno assai accidentato. Sicuramente
eviterò l’errore, questo si irreparabile, di farmi tifoso
di questa o quella posizione del “campo palestinese”. Elemento
centrale di questa analisi sarà l’Intifada del 1987, cui
dedicherò la parte più corposa dell’articolo, e
che ritengo essere stata un momento di svolta nel quadro della lotta
per la liberazione nazionale, che i palestinesi portano avanti ormai
da quasi quarant’anni, in particolare contro l’occupazione
(che dura dal 1967) e contro la colonizzazione dei Territori occupati.
2. Il nazionalismo palestinese
Il rilancio dell’islàm in quanto religione, ideologia
e politica sociale nei paesi musulmani (e cioè a maggioranza
musulmana), e in quelli islamici (quelli cioè che hanno fatto
dell’islàm il fondamento della loro legittimità),
può essere datato dalla rivoluzione iraniana, guidata da Khomeini,
del 1978-9. Ma nei Territori (illegittimamente) occupati da Israele,
diverse ragioni hanno impedito, o meglio ritardato questo rilancio.
L’assenza di uno Stato palestinese ha fatto del nazionalismo il
fondamento della lotta armata e della battaglia politica, sia all’interno
che all’esterno, e dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione
della Palestina), il rappresentante legittimo ed unico. Di fatto, il
sentimento di appartenenza nazionale è stato (ed è) talmente
preponderante nell’identità palestinese che l’islàm,
uno dei pilastri di questa identità, ha finito per restare in
ombra per gli stessi palestinesi. Inoltre gli islamici, che facevano
riferimento alla tradizione dei Fratelli musulmani, in un primo momento
non hanno avuto aspirazioni rivoluzionarie, preferendo sopperire alle
carenze dell’occupazione militare in ambito sociale, e sviluppando
perciò una strategia che puntava alla conquista della società
civile. Finanziati dall’Arabia Saudita e dal Kuwait, puntavano
ad una reislamizzazione dal basso che individuava nelle donne senza
velo, negli spacci di bevande alcoliche, oltre che nei laici e nel partito
comunista i loro ostacoli.
Non che non esistesse una posizione radicale contro lo Stato d’Israele.
Sul piano teorico, partendo dalla considerazione che occorreva salvaguardare
l’islàm dagli attacchi ripetuti dell’Occidente (da
più di un secolo) e tenendo conto che lo Stato d’Israele
rappresentava il momento più avanzato di questo attacco, era
necessario respingere la minaccia occidentale, annientando l’entità
sionista. Ma nella pratica, fino alla prima Intifada, gli islamici non
si sono opposti in alcun modo all’occupazione, perdendo così
ogni legittimità politica fino ad essere accusati talvolta di
complicità con il sionismo. Figuratevi che Arafat, e siamo ad
una intervista dell’11 ottobre 1993 ad Algérie Actualité,
dichiarò, a proposito degli islamici palestinesi: “è
Rabin che ha permesso il loro attivismo, vietando a ogni militante –
fosse pure un bambino – di agire in nome dell’OLP”.
Per aggiungere poi che gli islamici “sono una creazione del governo
israeliano”.
Quest’ultima affermazione, a mio parere, non è vera nella
sostanza. E’ sicuramente vero che la politica d’Israele
nei confronti degli islamici ha puntato al rilancio di un contropotere
islamico e conseguentemente all’indebolimento dell’OLP.
L’intento israeliano era chiaramente quello di permettere ai religiosi
e ai movimenti islamici di estendere il campo delle loro attività
e di legittimarsi tra la popolazione araba, con la speranza di ridurre
l’influenza e il sostegno di cui godevano le forze nazionaliste
e in particolare l’OLP. Ma è altrettanto vero che il rilancio
islamico è un prodotto della politica israeliana di occupazione.
La politica di confisca delle terre e delle risorse naturali ha portato
migliaia di contadini palestinesi nei campi profughi, dove le pessime
condizioni di vita richiedevano servizi sociali di ogni tipo che gli
islamici erano in grado di fornire, restituendo anche una dignità
a queste masse diseredate.
Con lo scatenarsi della prima Intifada, Hamas e la Jihad islamica avvieranno
un processo che, con il fallimento del processo di pace, farà
loro prendere il posto dei fedayn dell’OLP, trasferendo sul terreno
culturale e simbolico, oltre che militare, la dinamica nazionale avviata
a suo tempo dalla prima generazione dei nazionalisti laici.
Dopo la firma degli accordi di Oslo (13 settembre 1993) respinti sia
dagli islamici sia da alcune componenti dell’OLP, contrari al
processo di pace, si è poi temuto che l’ANP (Autorità
Nazionale Palestinese) potesse arrivare ad uno scontro con Hamas. Un
altro momento di frizione forte si verificherà nel 1996, quando
Hamas inviterà i palestinesi a boicottare le elezioni presidenziali
e legislative indette dall’ANP, producendo un effetto del tutto
contrario a quello sperato. Il risultato sarà una vittoria schiacciante
di Arafat.
Sia detto per inciso, queste ultime, del 25 gennaio 2006, non sono state
perciò le prime elezioni democratiche in Palestina. Le elezioni
del gennaio 1996, (altrettanto se non più democratiche, perché
meno in balia della potenza occupante), secondo me, non espressero il
reale rapporto di forza tra nazionalismo e islamismo, tra al-Fatah e
Hamas, poiché gli elettori espressero una preferenza quasi esclusiva
ai candidati originari del loro spazio di solidarietà (villaggio,
gruppo di villaggi, quartiere o campo) a scapito dell’orientamento
politico.
3. Il movimento islamico palestinese
Aldilà dei pregiudizi derivanti più dall’immaginario
occidentale che dalla realtà politica del movimento islamico
palestinese, pregiudizi che dominano nei media e anche tra gli intellettuali
di casa nostra, mi sembra, come ho già accennato prima, di poter
definire il rilancio islamico in Palestina come il trasferimento della
lotta armata del movimento nazionalista, che ha optato per il ramoscello
d’ulivo, al movimento islamico, radicalizzatosi dopo la prima
Intifada, volendo sostenere con questo che la spinta essenziale in Hamas
è il nazionalismo e non l’islàm. Questo rilancio
ha origini lontane, è in sostanza il prodotto della colonizzazione
ebraica, della occupazione britannica nel 1917 della Palestina, dell’esperienza
dei rifugiati del 1948, dell’amministrazione egiziana e giordana
del 1948-67, dell’occupazione israeliana dopo il 1967, dell’esperienza
del nazionalismo palestinese, dell’Intifada ed infine del processo
di pace. Mi ripropongo di percorrere, in un futuro articolo, le tappe
di questo rilancio. Ora, mi limiterò a richiamare brevissimamente,
la nascita di quel movimento, i Fratelli musulmani, dal quale questo
rilancio ha preso le mosse.
Nel suo bel libro, uscito postumo, “Il mondo islamico. Breve storia
dal Cinquecento ad oggi”, Pier Giovanni Donini, nell’introduzione,
fa una semplice osservazione dicendo che:
“… la seconda parte della storia dei musulmani, quella che
arriva ai nostri giorni, si potrebbe sintetizzare nel confronto tra
due cartine schematiche. La prima mostra la diffusione attuale dei musulmani
nel mondo, la seconda quella dei cristiani. Lasciando da parte per ora
qualche questione di qualche importanza (queste mappe sono attendibili?
Come si misura la qualità di cristiano o di musulmano?) e accontentandosi
di una prima approssimazione, si rimane colpiti dalla constatazione
che, salvo eccezioni da considerare tra un attimo, la prima è
una mappa dei paesi che hanno subito una dominazione coloniale, la seconda
è quella dei paesi che l’hanno esercitata. L’eccezione
più notevole è rappresentata dalle Americhe, dove la presenza
dei musulmani nelle ex-colonie britanniche, francesi, spagnole, portoghesi,
olandesi e così via, in sostanza trascurabile”.
E’ questo, a mio parere, l’aspetto più importante
da mettere in evidenza quando si parla del Medio Oriente e in particolare
delle lotte anticolonialiste che vi si sviluppano, e non soltanto l’islàm
e le istanze islamiche poste dalle popolazioni coinvolte.
Siamo in Egitto, immediatamente dopo la conquista dell’Impero
ottomano da parte di Francia e Gran Bretagna, dove il tallone di ferro
britannico preme da più di 35 anni. Dopo violenti disordini,
nel 1919, nasce il Wafd (Delegazione), in origine proprio una delegazione
di notabili egiziani che intendeva partecipare alla Conferenza di pace
a Versailles, un movimento di massa che si batte per l’indipendenza
dell’Egitto. Nel 1922, la Gran Bretagna concesse unilateralmente
l’indipendenza, ma condizionandola pesantemente. Nel 1923 l’Egitto
divenne una monarchia, e le elezioni furono vinte dal Wafd. La Gran
Bretagna cercò allora di coinvolgerlo in un trattato a tre, ma
nello stesso tempo, stimolò le confraternite religiose ed alcuni
notabili a costituirsi in partito, per fronteggiare il Wafd, che era
essenzialmente laico. Si trattò dell’applicazione di un
metodo classico per gli stati coloniali, cui faranno ricorso anche Israele,
nei Territori (illegittimamente) occupati e i regimi arabi per impedire
o almeno ritardare la nascita di uno spazio civile, laico e democratico.
E che costituirà un dato costante nella storia del Medio Oriente.
Passeranno ancora cinque anni prima che la componente religiosa si organizzi.
Nel marzo del 1928, ad Ismailia, un giovane istitutore, Hassan al-Banna,
getta le basi di quella che diventerà l’associazione dei
Fratelli musulmani. Per i Fratelli musulmani, l’islàm è
ad un tempo dogma, convinzione, culto e patria, cittadinanza, tolleranza
e forza, morale e cultura, ed infine, legge. La crescita di questa organizzazione
è assai rapida. Nel 1949 raggiungerà, secondo Jacques
Berque, i due milioni di adepti. Si capisce allora perché desterà
l’attenzione degli “Ufficiali liberi” in Egitto e
anche quella dell’élite palestinese presente al Cairo negli
anni cinquanta. E sia Sadat che Arafat ne faranno parte.
Concentriamoci ora sull’evento più importante per la storia
del popolo palestinese e che ne ha segnato definitivamente la sua lotta
per l’indipendenza.
4. L’Intifada
Nel corso dei primi mesi del 1987, dopo venti anni di occupazione militare,
niente lasciava prevedere quanto sarebbe successo alla fine dell’anno
e cioè quello straordinario movimento di massa noto in tutto
il mondo con il nome di Intifada. Aldilà di qualche sporadico
lancio di pietre contro veicoli israeliani, in realtà vi erano
state alcune azioni importanti organizzate dai palestinesi, in particolare
uno sciopero della fame di alcune centinaia di prigionieri che intendevano
protestare in primo luogo per la loro condizione in carcere, ma anche
contro l’occupazione israeliana, iniziativa questa sostenuta da
diversi settori della società. C’erano stati sit-in permanenti
di parenti ed amici davanti alla sede della Croce Rossa a Gerusalemme,
cortei di studenti, diverse petizioni. Era l’aprile del 1987.
Ma, per tutta risposta, il governo israeliano accentuò la sua
politica repressiva, chiudendo anche l’università di Bir-Zeit.
In questo contesto, Arafat convocò ad Algeri il Consiglio Nazionale
Palestinese (C.N.P.) per tentare di ricostituire quell’unità
dell’OLP, messa fortemente in crisi dopo la cacciata da Tripoli
(Libano, 1982) delle forze fedeli ad Arafat. Il 25 aprile si giunse
ad un accordo, e anche se regnava un notevole scetticismo sulla effettività
degli impegni presi, si poteva pensare che l’attenzione del CNP
si sarebbe concentrata su Cisgiordania e Gaza. Ma tutto questo si potrà
cogliere soltanto dopo lo scoppio dell’Intifada. L’estate
del 1987 passò senza avvenimenti importanti. Nell’autunno
poi, i palestinesi poterono constatare una volta di più che nessuno
si interessava alla loro causa. Al vertice arabo di Amman i partecipanti
volevano occuparsi soltanto della guerra Iraq-Iran e Arafat venne trattato
come un intruso di cui non si sapeva che fare. A livello mondiale, i
palestinesi non compariranno mai nell’agenda Reagan-Gorbaciov.
L’otto dicembre si verifica a Gaza un brutto incidente stradale:
un camion militare israeliano urta violentemente due automobili palestinesi
provocando la morte di diversi passeggeri. Subito corre voce per la
città e nei dintorni che non si tratta di un incidente, che l’autista
del camion ha voluto uccidere deliberatamente. Tra le voci, ne circola
una che attribuisce all’autista la volontà di vendicare
un colono ucciso qualche giorno prima. Il giorno dopo, 9 dicembre 1987,
nascono le prime manifestazioni, durante le quali due ragazzi restano
uccisi e una trentina feriti… Nessuno lo sapeva ancora, ma era
il primo giorno dell’Intifada.
a) La generazione dell’Intifada
Ma chi sono i protagonisti di questa rivolta? Sono giovani ed è
proprio questa caratteristica che ha permesso al mondo di vedere sotto
una nuova luce un vecchio problema. Adolescenti che, all’improvviso,
si organizzano in massa per prendere a sassate i soldati, è questa
l’immagine forte e simbolica che ha colpito l’opinione pubblica
internazionale, e anche, ma meno, i responsabili politici di numerosi
paesi. La generazione dell’Intifada è la prima nata sotto
l’occupazione militare. Prima c’era quella della fine degli
anni 1960, che era stata affascinata dal mito della lotta armata, al
punto di immaginare che la liberazione fosse sulla canna del fucile.
Prima ancora c’era stata quella, della fine degli anni 1940, che
aveva perduto tutto, per ritrovarsi in esilio o in minoranza sulla propria
terra.
Buona parte dei giovani del 1987 sono perciò i nipoti dei rifugiati
della guerra del 1948: sono nati in un contesto segnato dall’accumularsi
delle disillusioni, relative ai molteplici insuccessi dei loro genitori.
Tutti sono cresciuti in un sistema chiuso che non ha concesso loro alcun
diritto e assai poche prospettive per il futuro, perché l’occupazione
sembra così potente da essere ritenuta da molti irreversibile.
Per tutti questi anni essi hanno imparato a non contare se non su loro
stessi, dal momento che le solidarietà espresse sono sempre rimaste
sul piano puramente verbale, a partire da quelle degli Stati arabi.
Ora, che sia la gioventù a ribellarsi, non può essere
considerato un fatto originale, visto che tutti i grandi movimenti storici
ne sono stati segnati, ma la specificità dell’Intifada
sta nel fatto che i giovani sono all’origine stessa del suo scoppio
e che hanno agito proprio per prendere nelle loro mani il loro destino,
o almeno per influenzarne il corso. Questo slancio fu, ad un tempo,
spontaneo e creativo perché è stato necessario inventarne
le forme e non soltanto raggiungere strutture esistenti come avevano
fatto i loro adulti nel 1968, unendosi alle organizzazioni della resistenza.
I giovani che per primi sono entrati in azione sono originari dei campi-profughi,
luoghi dove l’intensità delle frustrazioni è molto,
molto più alta che altrove. Infatti, a differenza di chi è
nato a Nablus, a Hebron o a Ramallah, in un ambiente con delle radici,
il giovane cresciuto in un campo non ha mai conosciuto una struttura
sociale coerente, perché la sua famiglia è dovuta fuggire
da quello spazio dove aveva vissuto per poi finire in questa specie
di terra di nessuno dell’esistenza, costituita dai campi-profughi.
Per questi giovani un simile contesto è disperante e, per molto
tempo, l’unica aspirazione sarà quella di andarsene a vivere
altrove.
Con l’Intifada, le cose si sono trasformate: i campi, da simboli
di miseria e rassegnazione, sono diventati esempi di resistenza e dunque
di identità. Da allora, ogni palestinese dichiara con fierezza
il campo di provenienza. E tutti questi giovani, dei campi, dei villaggi
e delle città non solo non rimarranno isolati dal resto della
popolazione, ma riusciranno a raccogliere intorno a loro tutta una società
attraversata da numerose contraddizioni sociali e politiche. Riusciranno
così anche a guadagnarsi il sostegno morale dei loro genitori
restituendo loro in cambio una dignità. Da anni infatti la società
palestinese viveva raggomitolata su sé stessa, mentre la maggior
parte dei suoi componenti restava in attesa, nella paura di fare qualcosa
che lo additasse alle autorità dell’occupazione. Non che
non continuassero le attività di resistenza, ma nella primavera
del 1987 nessuno intendeva superare una certa soglia di mobilitazione.
Ora si agitava un settore, ora un altro, ma mai l’uno e l’altro
insieme e senza alcuna sistematicità.
L’innovazione decisiva della sollevazione di dicembre consiste
proprio nella rottura con il passato. In poche settimane, l’Intifada
conquista tutti i segmenti della società. Ciascuno si coinvolge
a suo modo, in funzione della sua sensibilità, dei suoi percorsi
personali, del suo statuto sociale. Tutte le città entrano in
azione e così i villaggi, rompendo quella dicotomia città/campagna
sulla quale le autorità israeliane avevano costruito tanti piani
per tentare di metterle l’una contro l’altra. L’effetto
di trascinamento è irresistibile. Tutti i settori della società
si ribellano, Per la prima volta, il rapporto oppressore/oppresso non
svolge più quella funzione di condizionamento psicologico e l’oppressore
non è più lo stesso agli occhi dei palestinesi, che si
scoprono essi stessi diversi. La gioventù, con la sua tranquilla
audacia, ha provocato una vera catarsi di tutta la società.
E si tratta di un sentimento profondo. I giovani si lanciano in questa
lotta come se tutta la loro esistenza dipenda da essa, al punto che
per molti di loro, l’Intifada diventa un modo di vivere, un modo
di sognare, una sorta di base materiale del loro immaginario. In un
tale contesto, c’è poco spazio per la paura, anche se saranno
tantissime le occasioni per trovarsi con la gola stretta e il cuore
in gola.
b) L’organizzazione
Molto rapidamente nasce un’organizzazione complessa ed efficace
a tutti i livelli. E il carattere di questa struttura è del tutto
spontaneo, senza però dimenticare le feconde esperienze accumulate
nel passato, dal momento che mai il terreno sociale era stato lasciato
incolto ed era perciò ampiamente strutturato, in particolare
per quanto riguardava la medicina, l’agricoltura e l’istruzione
tramite molteplici associazioni più o meno legate a un movimento
politico, che spesso forniva loro i quadri necessari per l’attività
specifica.
C’è però un altro fattore assai importante che spiega
questa capacità di auto-organizzazione del movimento. Tutti o
quasi gli individui coinvolti nella lotta sono strettamente legati al
loro partito, e non si tratta di una semplice adesione formale, ma di
un’appartenenza fortissima che conferisce all’individuo
una parte importante della sua identità sociale, oltre che una
garanzia, e cioè che alla sua fedeltà politica corrisponderà
la sicurezza di un sostegno in caso di bisogno. Questo attaccamento
alla fazione, che ha tutti i suoi aspetti negativi nel contribuire a
conservare (e a volte ad esacerbare) le divisioni all’interno
del movimento nazionale, risulterà però indubbiamente
uno strumento assai efficace di mobilitazione collettiva, fornendo infatti
un quadro istituzionale vicino agli individui, che possono così
più facilmente riunirsi intorno ai vari nuclei esistenti, scegliendo
in questa rete concorrenziale di lotta ideologica chi meglio esprima
la loro sensibilità.
E così, in ogni quartiere delle città, in ogni villaggio,
in ogni campo, per ognuno c’è la possibilità di
aggregarsi ad un movimento già organizzato, contribuendo al suo
sviluppo e alle sue azioni. Fin da subito, nascono comitati popolari
sia in Cisgiordania che a Gaza, capaci di garantire la continuità
e l’efficacia dell’iniziativa e nello stesso tempo di drenare
tantissime persone. Intorno ai più esperti nascono luoghi di
raccolta e, con la scoperta di nuovi bisogni, queste strutture assumono
molteplici funzioni sociali e politiche, per fornire cure mediche, per
garantire gli approvvigionamenti in previsione del coprifuoco, per mettere
in piedi circuiti alternativi alla chiusura delle scuole, per aiutare
la popolazione a sviluppare un’agricoltura domestica, per rendere
operative le direttive del Comando unificato.
A poco a poco, i comitati appariranno agli occhi dei partecipanti come
un abbozzo di strutture alternative, capaci di sostituirsi all’amministrazione
israeliana. Questa prima fase (i primi mesi del 1988), corrisponderà
ad un periodo di grande entusiasmo popolare, e saranno in tanti a pensare
come prossimo il ritiro dell’esercito israeliano e quindi, la
creazione dello Stato palestinese. Con il passare dei mesi però,
si capirà che nulla sarebbe stato così semplice, e che
era estremamente importante affrontare le sofferenze e le difficoltà,
tanto più che le autorità israeliane cominciavano a reprimere
brutalmente i vari gruppi che si formavano, avendone colta la pericolosità.
Si pensi che, già nel mese di agosto, queste strutture vengono
dichiarate illegali con l’esplicito intento di colpirne con pesanti
condanne i loro membri ed indebolire così il movimento. Nei loro
confronti si attua anche la detenzione amministrativa (ti tengo dentro
anche se non ti accuso di nulla!), e in alcuni casi l’espulsione.
A questo punto i comitati si trasformano per essere più efficaci,
si strutturano e, proprio per poter resistere alla repressione, diventano
clandestini. Con il risultato di ridursi quantitativamente e di risultare
sotto il controllo delle quattro formazioni politiche nazionaliste più
importanti: al-Fatah, FPLP, FDLP e il partito comunista. L’aspetto
più importante di questa fase è che, mettendo da parte
il contenzioso esistente tra di loro, queste forze si muovono di concerto
all’interno della popolazione palestinese. In parte ciò
è anche dovuto al fatto che fanno parte dell’OLP e che
la pratica sul terreno è relativamente omogenea.
La questione dell’unità risulta assai più delicata
quando riguarda i rapporti tra nazionalisti ed islamici. Questi sono
organizzati in due gruppi sostanzialmente: Hamas e la Jihad. Hamas (zelo
o coraggio) è l’acronimo che sta per Movimento della Resistenza
Islamica, si dichiara un’ala dei Fratelli Musulmani in Palestina,
è riuscita a diffondere sensibilmente la sua influenza nel corso
dell’Intifada, fino a diventare la seconda forza politica, dopo
al-Fatah. E’ molto presente nei campi-profughi, nella regione
di Tulkarem e Nablus nel nord della Cisgiordania e ad Hebron al sud.
La sua roccaforte è a Gaza.
La Jihad è viceversa un piccolo gruppo, o un insieme di piccoli
gruppi, costituita da militanti assai radicali, che fin dal 1986 avevano
deciso di passare all’azione violenta contro lo Stato d’Israele.
Contro di essa si era scatenata una repressione implacabile che era
costata la vita ai suoi elementi di maggior spicco. Con l’inizio
dell’Intifada il gruppo metterà da parte la lotta armata
per non compromettere il successo del movimento popolare basato sulla
non-violenza o forse anche per lo stato assai provato delle sue forze.
Cosa lo divide da Hamas? Essenzialmente il metodo da adottare contro
Israele, mentre sui principi generali dell’analisi sviluppa temi
del tutto analoghi, decisamente contrapposti alle tesi nazionaliste.
Per evidenziare in modo sintetico le differenze tra islamici e nazionalisti
metterò a confronto su alcuni punti essenziali due documenti
nati negli ultimi quattro mesi del 1988, e cioè la Carta di Hamas
dell’agosto e i testi adottati dall’OLP al CNP di Algeri
in novembre. In quel contesto, l’OLP, accettando la risoluzione
242 dell’ONU riconosce implicitamente Israele e vuole creare uno
Stato palestinese a fianco di quello ebraico. La dichiarazione d’indipendenza
dello Stato palestinese si pronuncia inoltre per:
“un regime parlamentare democratico, basato sulla libertà
di pensiero, la libertà di costituire partiti, il rispetto da
parte della maggioranza dei diritti della minoranza e il rispetto da
parte della minoranza per le decisioni della maggioranza”,
mentre la carta degli islamici preconizza invece:
“la creazione di uno Stato islamico che verrà proclamato
dall’alto delle moschee”
e ritiene che:
“la Palestina è una terra santa islamica, attribuita alle
generazioni di musulmani fino alla fine dei tempi; non la si può
abbandonare in tutto o in parte, o rinunciare ad essa in tutto o in
parte…”
Dunque, l’idea della divisione di questa terra, comprendente due
Stati, uno a fianco all’altro, viene respinta in assoluto così
come viene respinto il progetto di uno Stato democratico pluralista.
Per realizzare i suoi obiettivi l’OLP punta su di una conferenza
internazionale. La dichiarazione politica della XIX sessione del CNP
afferma la necessità di:
“convocare una conferenza internazionale, il cui centro sia la
questione palestinese, sotto l’egida delle Nazioni Unite e con
la partecipazione dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e
della totalità delle parti in conflitto nella regione, ivi compreso
l’OLP…”
Gli islamici respingono radicalmente un simile approccio:
“le iniziative e tutto ciò che viene qualificato come soluzione
per la pace, ivi comprese le conferenze internazionali per regolare
il conflitto palestinese sono contrarie ai principi del Movimento della
Resistenza Islamica…Queste proposte sono del tutto inutili”,
dal momento che è loro intenzione:
“impiantare il problema della Palestina nel cervello di generazioni
di musulmani come problema religioso…E’ su questa base che
va trattato”.
Non mi sembra necessario aggiungere altro, per dimostrare l’inconciliabilità
tra le due posizioni e dunque l’impossibilità di operare
nelle stesse strutture. Ma, benché in disaccordo su tutto, gli
islamici evitano in ogni modo di entrare in conflitto con i nazionalisti.
E poi, nonostante tutto, nella pratica, non è impossibile scoprire
convergenze (personali, tattiche, ideologiche o politiche) fra correnti
di fazioni diverse… Ad esempio, si colgono facilmente legami esistenti
tra gruppi di al-Fatah e della Jihad islamica.
Fin dalle prime settimane del movimento, nasce una struttura di direzione
al livello dell’insieme dei Territori. Nasce dove nessuno se l’aspettava,
al di fuori della rete di collegamenti in cui si collocavano le personalità
politiche vicine all’OLP. Anzi, per un certo periodo, questi personaggi
verranno marginalizzati da questa direzione, capace di trarre la sua
legittimità direttamente dalla popolazione e non dalla prossimità
all’OLP. Questa nuova struttura appare immediatamente come il
centro politico dell’Intifada, cui fanno capo le quattro organizzazioni
nazionaliste. La Direzione unificata garantisce il ruolo centrale di
orientamento e di regolazione dell’insieme del movimento: all’incirca
due volte al mese, pubblica dei comunicati che vengono immediatamente
utilizzati dalla popolazione e dalle varie strutture locali come guide
per le iniziative da prendere. Rappresentano le direttive dell’Intifada.
Le autorità israeliane le proveranno tutte pur di mettere le
mani su questi nuovi dirigenti, tanto più inquietanti in quanto
sconosciuti. E anche se la macchina repressiva israeliana riuscirà
ad individuarne e ad arrestarne qualcuno, ciò servirà
a poco perché i membri di questa direzione sono soltanto i rappresentanti
della loro organizzazione: se qualcuno viene incarcerato, altri li sostituiscono.
I comunicati finiranno con l’essere redatti a turno da ciascuno
dei quattro gruppi politici, per poi sottoporli agli altri. Una Direzione
unificata assolutamente introvabile.
I suoi responsabili entreranno rapidamente in contatto con l’O.L.P.
che per la prima volta dopo il 1967, dovrà misurarsi con un’istanza
politica dell’interno in grado di parlare a nome di tutta la popolazione
dal momento che rappresentava tutti i gruppi ed era riconosciuta da
tutti come l’espressione politica di un potente movimento di massa.
E’ certo che, in un primo periodo, l’autonomia della Direzione
ha prevalso e i suoi comunicati sfuggivano perciò al controllo
dell’O.L.P., in particolare il giudizio estremamente negativo
nei confronti della Giordania, che non poteva essere condiviso dall’OLP.
Questo periodo di autonomia è durato, più o meno, fino
all’estate del 1988, anche se tutto questo non ha impedito stretti
accordi con la Direzione e Abou Jihad che ha svolto un ruolo considerevole.
In seguito, l’influenza dell’OLP si consoliderà.
Il CNP del novembre 1988 segnerà una tappa importante nella natura
dell’articolazione tra l’esterno e l’interno. A partire
da quell’evento infatti l’OLP disporrà di una linea
strategica chiara e il coordinamento tra le sue iniziative diplomatiche
e gli orientamenti del movimento diventano sempre di più un problema
politico importante. Tunisi interviene ormai in maniera preponderante
anche se i responsabili palestinesi dell’interno affermano la
loro volontà di far sentire la loro voce e di conservare l’ultima
parola per alcune azioni sul posto.
c) La strategia
La linea assunta dai dirigenti dell’Intifada è in aperta
rottura con i principi che avevano guidato, fino a quel momento, la
lotta del movimento nazionale palestinese. Tutta la problematica era
stata infatti orientata alla lotta armata, divenuta ormai un vero mito
dell’ideologia palestinese di resistenza degli anni 1970. Mito
che continuerà ad avere il suo potere d’attrazione, ma
che nel periodo della prima Intifada, apparirà relegato nella
memoria dei palestinesi.
Eppure, quando nel 1985, Moubarak Awad aveva aperto a Gerusalemme un
centro-studi sulla non-violenza, questa sembrava del tutto estranea
al mondo palestinese, e anzi l’atteggiamento nei confronti dell’ideologo
era al limite del disprezzo o della condiscendenza. Le idee da lui propugnate
sembravano allora fuori dalla storia, anche se a rileggerle si dimostrano
assai lucide:
“la non violenza – scriveva – è una vera guerra
contro un avversario, perché il suo utilizzo non implica evidentemente
che egli non risponda con la violenza. Questa strategia comporta perciò
un costo elevato in vite umane, in feriti, in perdite materiali di ogni
genere… Essa non è passiva ed esige molti sforzi organizzativi;
deve essere concepita in segreto, con rigore e disciplina... I palestinesi
soffriranno ma queste sofferenze contribuiranno a forgiare l’unità
sociale e nazionale”.
E più avanti, sempre in questo documento del 1985, analizzava
come organizzare al meglio le manifestazioni, i boicottaggi, gli scioperi,
la solidarìetà, il rifiuto di collaborare con l’occupante
senza dimenticare la creazione di istituzioni alternative e l’organizzazione
sistematica della disobbedienza civile.
Poco importa in definitiva di sapere se Moubarak Awad abbia svolto un
ruolo importante nella concezione della strategia dell’Intifada
come ritenevano gli israeliani che pensarono bene di espellerlo; un
simile movimento non può in ogni caso essere ispirato da un uomo
solo, del resto assai isolato. Quello che importa è che queste
frasi scritte più di tre anni prima che scoppiasse l’Intifada,
riassumono bene la strategia messa in atto dal movimento.
Le direttìve lanciate dalla Direzione unificata sono infatti,
in grande maggioranza, appelli ad azioni non violente. Si possono raggruppare
in quattro categorie principali che costituiscono i cardini di questa
strategia e che analizzeremo una per una:
- il confronto mediante lo sciopero e la manifestazione,
- la non cooperazione amministrativa con l’occupante,
- la ricerca dell’autosufficienza economica
- il valore simbolico dell’Intifada.
La continuità dell’Intifada è tale che è
più conveniente analizzarla non tanto come un movimento nella
società palestinese nei Territori occupati, quanto piuttosto
come un movimento dell’intera società. Non si tratta di
scioperi o manifestazioni che nascono qui o là. Si tratta piuttosto
di un modo di organizzarsi, nel quale la manifestazione o lo sciopero
(tra le altre cose) sono diventati un modo d’essere, una forma
d’esistenza, un altro tipo di vita sociale. E la Direzione unificata
dovrà misurarsi ogni giorno con una domanda essenziale: come
lanciare iniziative efficaci per animare, rendere dinamica, strutturare
la resistenza di tutta una società. Ciò comporterà
innanzitutto che venga mantenuto in permanenza una certa pressione sull’esercito
israeliano. Di qui gli appelli costanti a organizzare qui e là
manifestazioni e scioperi. Passiamo ora ad analizzare i cardini su cui
ruota la strategia.
- il confronto mediante le manifestazioni e lo sciopero
All’inizio si trattava di imponenti raggruppamenti di folla, e
all’interno di esse, i giovani lanciatori di pietre svolgevano
il ruolo motore. Un anno dopo non si vedranno più simili assembramenti.
Ormai l’esercito spara su qualsiasi manifestazione importante,
e quindi le iniziative di massa avvengono a un livello ridotto oppure
ci sono piccoli gruppi che attaccano l’esercito con pietre o altri
strumenti. Si tratta di gruppi d’assalto che dal primo gennaio
1989 sono stati ribattezzati “esercito popolare”. Gli scontri,
in questi casi, sono molto più brevi, anche se molto più
violenti e purtroppo in numero di morti e feriti rimane costante…
I,o sciopero è un altro mezzo di confronto collettivo diretto.
In questo caso il ruolo principale lo assumono i commercianti. Fino
allo scoppio della rivolta, questo segmento della piccola borghesia
palestinese, non era mai stato in prima fila nella lotta contro l’occupazione
israeliana. Per smuoverli era spesso necessario che i responsabili dovessero
cercare di persuaderli circa la necessità di fare un gesto. E
solo così intervenivano poi puntualmente accettando di abbassare
le loro saracinesche per un giorno (o anche più), in segno di
protesta contro una certa misura repressiva decisa dagli israeliani.
Il loro atteggiamento aveva già cominciato a cambiare qualche
anno prima, quando il governo israeliano aveva istituito la TVA (la
nostra IVA) nei territori.
Questa misura fiscale li aveva colpiti come una frustata, perché
dovevano subirne la quota più grande. Quando la Direzione unificata
ordinò il boicottaggio delle tasse, essi si lanciarono rapidamente
in questa lotta in cui i loro interessi economici erano legati immediatamente
alla lotta nazionale. Per questo hanno ricevuto colpi severissimi, in
particolare pesanti confische di beni per costringerli a pagare. Ciò
li ha portati agli avamposti della resistenza. Fin dalle prime settimane
dell’Intifada essi hanno dovuto subire l’assalto quotidiano
dei soldati che intendevano obbligarli ad aprire i loro negozi. Si trattò
di un così aspro scontro che la stampa israeliana ne parlava
come “la guerra dei commercianti”. La posta in gioco politica
era elevata: sapere chi fosse in grado di controllare la strada, se
la Direzione unificata o l’esercito. L’azione risoluta dei
commercianti fu efficacemente sostenuta da diverse organizzazioni come
ad esempio il sindacato dei metallurgici che mandava i suoi iscritti
a riparare gratuitamente le serrande divelte dall’esercito. In
definitiva, questa battaglia fu vinta: gli israeliani rinunciarono alla
fine ad imporre le aperture dei negozi. Sarà lo stesso Yitzhak
Rabin a riconoscere in seguito che “cercare di aprire i negozi
con la forza era stato un errore…”.
Poi è arrivato lo sciopero: tutti i negozi di tutte le città
della Cisgiordania e di Gaza vengono chiusi, a partire da mezzogiorno.
Un fatto importantissimo, in questo modo l’Intifada è visibile
dappertutto, anche al centro di città come Gerusalemme. E dimostra
la sua presenza e la sua forza. I commercianti diventano così
una delle carte essenziali del movimento e più volte i comunicati
della Direzione rendono loro omaggio. Con enfasi, il comunicato n°
5:
“Commercianti, voi siete le torri dell’Intifada... i suoi
guardiani, i portatori del suo messaggio e della sua continuità.
Noi salutiamo il vostro ruolo d’avanguardia in questa lotta”
Un tale coinvolgimento rappresenterà per loro una responsabilità
e un costo molto considerevole. E terrà tutti con il fiato sospeso
sulla durata, in condizioni così difficili, di un tale impegno.
Anche altri gruppi sociali si assumeranno il peso rappresentato da scioperi
lunghi e ripetuti. In particolare, i palestinesi che andavano a lavorare
in Israele. Per loro si è trattato di una prova difficilissima
perché l’essenziale delle loro risorse veniva da quei salari
guadagnati aldilà della linea verde e non avevano alcuna possibilità
di compensare queste perdite, soprattutto quelli provenienti da Gaza,
dove la situazione economica era ed è catastrofica.
- la non cooperazione amministrativa con l’occupante
Un altro obiettivo fondamentale del movimento sarà costituito
dal rendersi autonomo il più possibile dall’amministrazione
israeliana. Ma se sul piano teorico le cose sono abbastanza chiare,
su quello pratico nascono notevoli problemi sia che si tratti delle
dimissioni da funzionari, sia che si tratti del boicottaggio degli atti
amministrativi. Le prime misure vengono annunciate nel mese di febbraio
del 1988, quando la Direzione unificata invita i poliziotti palestinesi
a lasciare i loro posti al più presto. Fin dall’inizio
di marzo, circa trecento, degli ottocento in servizio nei Territori,
avevano presentato le dimissioni, ma molti altri avevano esitato a lungo:
rinunciare a un lavoro in un sistema in cui è una merce rara,
costituisce un sacrificio personale quasi incomprensibile... La Direzione
ha perciò dovuto reiterare nei comunicati questo appello, accompagnandoli
talvolta anche con minacce precise: “…La mano del popolo
raggiungerà coloro che intendono astenersi dalla sollevazione”.
Ma, a parte questa categoria, la Direzione comprenderà la necessità
di affrontare complessivamente il problema delle dimissioni dei 21.000
funzionari palestinesi con molta prudenza, dopo aver cercato, in un
primo tempo, di regolarlo rapidarnente... La tattica scelta fu allora
di far ricorso ad una serie di appelli molto selettivi alle dimissioni:
gruppo dopo gruppo, avendo cura di non turbare settori vitali come la
sanità, l’istruzione o l’amministrazione delle strade.
Diversi comunicati illustrano questa volontà di agire progressivamente
insistendo, ad esempio, su di un’idea che si debba lavorare innanzitutto
a creare un’atmosfera per poter raggiungere la disobbedienza civile.
Le difficoltà non risulteranno meno grandi per quanto riguarda
il boicottaggio degli atti amministrativi. In numerosi casi il compito
è impossibile: i palestinesi non possono fare a meno di documenti
indispensabili. L’azione verrà tentata tuttavia in ambito
fiscale con il rifiuto del pagamento delle tasse. Come abbiamo visto,
i commercianti e gli industriali sono stati in prima fila in questa
lotta nella quale gli israeliani hanno ben presto utilizzato mezzi di
repressione molto efficaci. Numerose persone si sono fatte confiscare
beni per un ammontare spesso superiore alle somme – comunque elevatissime
– che erano state loro richieste, altre sono state assillate fino
a quando si sono sentite obbligate a pagare. Alcuni villaggi - come
Beit Sahour – hanno subito violente operazioni di prelevamento
forzato. Più in generale, le autorità occupanti hanno
subordinato la concessione di tutti i documenti amministrativi essenziali
(carta d’identìtà, patente, lascia-passare, ecc.)
all’avvenuto pagamento delle tasse.
A Gaza, nel maggio del 1988, le stesse autorità decisero di invalidare
tutte le carte d’identità e più di 400.000 persone
furono costrette a chiederne di nuove. Ciò ha permesso all’amministrazione
di verificare la situazione fiscale di ciascuno e di ricordare chi fosse
a comandare…
- la ricerca dell’autosufficienza economica
Fin dai primi mesi dell’Intifada, ci si è chiesto su cosa
fare per garantirsi una certa autonomia in economia, in particolare
in ambito agricolo. Anche in questo caso, un’idea semplice pose
una serie di inestricabili problemi pratici, dal momento che l’economia
della Cisgiorgania e di Gaza era estremamente dipendente da quella israeliana.
I due spazi agricoli erano praticamente sovrapposti l’uno all’altro,
al punto tale da creare un sistema di scambio ineguale, con i prodotti
israeliani con importanti sbocchi nei Territori, e viceversa con i prodotti
palestinesi sottoposti a molteplici restrizioni.
La Direzione cercò di sfuggire a questa situazione, in particolare
con la parola d’ordine del boicottaggio dei prodotti israeliani.
E, a partire dall’estate 1988, questo tema comparirà periodicamente
nei comunicati. Per fare un esempio, il volantino n° 21 del 6 luglio
1988 affermava che: “il boicottaggio dei prodotti sionisti deve
essere rafforzato e vietata la loro importazione”.
E’ ancora oggi molto difficile conoscere con esattezza i risultati
di una simile campagna perché i dati che circolano non sono sicurissimi,
dal momento che costituiscono, da soli, una evidente posta in gioco
politica. I palestinesi hanno tutto l’interesse a dimostrare la
riuscita del loro boicottaggio e gli israeliani a sottolinearne il fallimento…
Tuttavia, a parte la battaglia delle cifre, l’idea del boicottaggio
divenne familiare a molti, rappresentando un notevole cambiamento delle
mentalità, visto che prima del 1987 quei palestinesi che sostenevano
una simile pratica facevano la figura di sognatori ed erano guardati
con ironia.
In parallelo con questi tentativi, relativi all’insieme dell’economia,
si creò un po’ dappertutto un’agricoltura familiare
basata sul minimo appezzamento disponibile. E anche su questo terreno
gli israeliani intervennero per impedire che simili iniziative potessero
riuscire. Ingegneri agronomi furono arrestati dall’esercito perché
davano consigli ad alcune famiglie che volevano sviluppare i loro orti.
Piantare l’insalata divenne così un’attività
sovversiva...
- Il valore simbolico dell’Intifada
I comunicati della Direzione, regolari nella diffusione e di grande
presa sulla popolazione si trasformano nel tempo, da insieme di direttive
in un vero e proprio discorso politico assai importante per il futuro,
per il valore simbolico che crea. In questa costruzione, la nozione
di unità nazionale svolge un ruolo centrale nel rinforzare sistematicamente
il sentimento di ognuno di far parte di una sola ed unica comunità.
I vocaboli utilizzati per valorizzare la lotta in cui tutti si sono
impegnati, ritornano con regolarità in formulazioni del tipo
:
“O grande popolo, o popolo della rivolta, o combattenti per un
avvenìre libero...”,
I diversi gruppi sociali sono sempre presentati come gli elementi complementari
di un tutto solidale, e ciascuno di essi, a seconda degli avvenimenti,
viene felicitato per il suo comportamento esemplare. Mentre vengono
banditi dalla società tutti quelli che non rispettano le esigenze
della lotta nazionale. Vengono perciò considerati insiemi di
individui isolati, mai come gruppi costituiti. Non ci sono perciò
contraddizioni nella comunità ma soltanto alcuni casi individuali,
staccati anch’essi dall’insieme. Questa comunità
così ricompattata viene chiamata a creare la sua memoria collettiva
attraverso il richiamo solenne ad avvenimenti importanti o con la celebrazione
di giornate dedicate ai propri valori fondamentali. Di qui la commemorazione
di fatti che hanno segnato la storia palestinese: la Nahkba del 1948,
la battaglia di Karameh, l’incendio della moschea Al Aqsa, la
morte di Abd el Kader Husseini, quella di Quassam, il massacro di Deir
Yassin, l’annessione di Gerusalemme...
Praticamente, in ogni comunicato, questa o quella giornata è
consacrata a una iniziativa specifica, e non è più una
giornata ordinaria. Si carica di un significato particolare che tutti
gli attori dell’Intifada conoscono come a condividere uno stesso
codice di valori, e così il tempo passa, ritmato, scandito dal
giorno del lavoro, il giorno della sanità, il giorno dei bambini,
il giorno dei prigionieri, il giorno del lutto... e molto spesso, il
giorno della solidarietà con i commercianti, con le famiglie
dei martiri, con i prigionieri, con gli abitanti delle case demolite,
ecc.
L’elaborazione della Direzione non sarà soltanto un invito
all’azione, ma anche un mezzo per costruire l’immaginario
politico di tutto il popolo nel nome del quale essa si esprime.
5. Medio Oriente in guerra
Ho dedicato tanto spazio all’Intifada per due ordini di motivi.
In primo luogo perché ritengo che il fenomeno sociale che va
sotto questo nome abbia rappresentato, come ho già sottolineato,
una svolta qualitativa di grande importanza nella storia del popolo
palestinese.
In secondo luogo perché ritengo che, durante l’Intifada
si siano verificate alcune significative trasformazioni sociali che
ci permettono oggi di analizzare, al di fuori di schemi ideologici diffusi,
la vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 25 gennaio scorso
e di capire come questo risultato rappresenti il punto di arrivo di
un lungo processo e non, come si vorrebbe far credere, l’espressione
in Palestina dello scontro di civiltà, quest’ultimo del
resto, una pura invenzione di chi vuole sostenere, ad ogni costo, la
politica imperialistica d’aggressione degli Stati Uniti d’America.
Come si è visto in precedenza, l’Intifada è stata
caratterizzata da una spinta di trasformazione, dal basso, della società
palestinese, in stretta relazione con l’occupazione militare israeliana
e dalla crescita di una struttura organizzativa islamica in chiara contrapposizione
sul piano dei principi con i nazionalisti, ma anche tesa a muoversi
unitariamente contro l’occupante. E mentre questa lotta locale
trasformava i palestinesi dell’interno, gli eventi esterni ridefinivano
il quadro mondiale e di conseguenza anche il quadro mediorientale.
Il crollo del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS,
portarono in primo piano un’unica superpotenza mondiale, gli USA,
subito pronti a smentire quelle anime belle ormai certe che, con la
caduta dell’Impero del Male, si preparassero per l’umanità
giorni luminosi di pace e di prosperità. Si arriverà così
alla terza guerra in Medio Oriente, in meno di dieci anni.
La prima infatti era stata quella dell’Iraq contro l’Iran,
una guerra degli Stati Uniti, per interposta persona, Saddam Hussein
appunto. Contro il fondamentalismo iraniano che aveva avuto il torto,
imperdonabile, di liberarsi dello Scià (occupando finanche, per
più di un anno, l'ambasciata americana, horribile dictu), che
fino ad allora aveva rappresentato oppressione e torture per il popolo
iraniano e, militarmente, il baluardo degli Stati Uniti nel subcontinente
asiatico. E a Saddam, armato di tutto punto, (armi di distruzione di
massa comprese) dall'Occidente laico, fu permesso di tutto, per quasi
otto anni!
La seconda guerra, quella di Israele contro l’OLP, che da Pace
in Galilea si trasformò (?) in distruzione per il Libano, e nell'occupazione
di Beirut da parte dell'esercito israeliano, con le conseguenze tremende
che ne seguirono: l’espulsione dei fedayn dal Libano, il massacro
indicibile di Sabra e Chatila e l'occupazione, per ben diciotto anni
(o meglio ventidue se si pensa a quando era cominciata), della la fascia
di sicurezza, circa 850 km² lungo la frontiera con il Libano, terminata
ingloriosamente nel maggio del 2000 ad opera del partito di Dio (Hezbollah),
immancabilmente finito sulla lista nera statunitense dei terroristi,
foraggiati, manco a dirlo, da uno di quegli stati definiti, per l'appunto,
canaglia.
La terza guerra, della Comunità Internazionale contro Saddam
Hussein che aveva invaso il Kuwait, guerra regolare, con l'avallo dell'ONU,
per non aver ottemperato ad una sua risoluzione. In realtà anche
questa fu una guerra degli Stati Uniti. Avesse almeno dato una spallata
ad un dittatore che tanti lutti aveva portato alla sua gente! E invece?
Centinaia di migliaia di morti, militari e civili, ma Saddam Hussein
non fu toccato! Fortuna? Macché! Si preferì, o meglio
gli Stati Uniti preferirono che Saddam facesse il lavoro sporco per
loro, ossia, da una parte, massacrasse gli sciiti a sud, che da sempre
maggioritari numericamente in Iraq, avrebbero potuto altrimenti sostenere
la nascita di un governo con simpatie verso l'Iran, e dall'altra, annichilisse
i curdi, (anche con i gas nervini!) che altrimenti avrebbero potuto
avanzare richieste per un loro stato, cosa che non sarebbe certamente
piaciuta alla Turchia, che ancora oggi incarcera i membri di questa
comunità per il solo fatto di parlarne la lingua. E al popolo
iracheno, invece della democrazia, toccò l'embargo, la più
micidiale tra le armi di distruzione di massa, usata contro un popolo
sfinito da anni di guerra e di illibertà. Alla fine di questa
guerra gli USA si presenteranno come gli artefici del Nuovo Ordine Mondiale,
già pronti a ridisegnare il Medio Oriente con la convocazione
della Conferenza di Madrid.
Da questa guerra, l’OLP usciva con le ossa rotte, avendo commesso
il peccato mortale di aver difeso Saddam. In realtà le cose erano
andate in modo assai diverso. Prima del 2 agosto 1990, Arafat aveva
svolto un ruolo di mediazione tra Iraq e Kuwait, relativo al debito
dell’Iraq nei confronti dell’Emirato. Aveva contribuito
all’incontro di Gedda del 31 luglio, il cui fallimento farà
precipitare la situazione. Senza mettere fine alla mediazione, Arafat
condannò senza mezzi termini l’invasione irachena. Ma il
12 agosto condivise (eccolo il peccato mortale!), l’argomentazione
di Saddam che legava il ritiro dal Kuwait con il ritiro di Israele dai
Territori (illegittimamente) occupati, e quello della Siria dal Libano.
Argomentazione del tutto legittima, fatta propria anche da URSS e Francia.
Quest’ultima, il 24 settembre, la sosterrà all’ONU
con il suo presidente Mitterand. Ma l’OLP non era certo la Francia
e l’aver ceduto alla tentazione di giustificare un’occupazione
con un’altra, denunciando l’ipocrisia della comunità
internazionale che accettava l’occupazione israeliana e quella
siriana, mobilitandosi soltanto contro l’occupazione irachena
le costerà assai cara.
I 400.000 palestinesi che vivevano in gran parte nell’Emirato
da decenni, saranno costretti ancora ad emigrare, molto spesso verso
la Giordania. Perdendo tutti i loro beni! Ma il bilancio sarà
fortemente in passivo anche per l’OLP. Sia il Kuwait che l’Arabia
Saudita annulleranno tutti i finanziamenti, ma anche la credibilità
nella opinione pubblica internazionale subirà una brutta scossa,
per non parlare del peggioramento dei rapporti con gli Stati arabi schierati
con la coalizione occidentale. E così nell’OLP prevarrà
la linea dei sostenitori del compromesso.
L’avvio della Conferenza di Madrid segna la vittoria delle loro
tesi e l’avvento di una nuova generazione di dirigenti palestinesi
rivelatisi nell’Intifada. Costoro, pur richiamandosi all’OLP,
e pur coordinando strettamente con essa la loro azione, non rinunciano
alla loro personalità. Feysal Husseini, Haidar Abdel Shafi, Hanan
Ashrawi sono i loro nomi. E sono anche determinati nel portare avanti
il movimento di resistenza all’occupazione in Cisgiordania e Gaza
per strappare il massimo di concessioni all’occupante israeliano.
In sostanza, la gloriosa OLP, (che per vent’anni aveva fatto conoscere
al mondo, la drammatica situazione del popolo palestinese riportandola
sulle prime pagine di tutti i giornali che, nei venti anni precedenti
l’avevano totalmente ignorata) era in grave difficoltà
sul piano internazionale. Anche il suo potenziale militare era stato
fortemente intaccato, in questi anni, basti pensare all’espulsione
dalla Giordania, con i feroci bombardamenti dei campi-profughi nel 1970,
al trattamento riservato loro dai siriani nel 1976 ed infine all’espulsione
dal Libano ad opera dell’esercito israeliano (e di quello siriano!)
nel 1983.
Di fatto, i fedayn avevano perduto il loro campo di battaglia e con
esso la loro possibilità di condizionare gli Stati arabi e questi,
di conseguenza, cercavano di liberarsi di un ormai scomodo alleato che
era servito, in passato, a tener buone le masse arabe sull’onda
di un panarabismo che, nel migliore dei casi, era già morto con
Nasser!
Del resto, sotto la spinta dell’Intifada, re Hussein di Giordania
(il cui nonno, re Abdallah di Transgiordania, - vale la pena ricordarlo
– si era annessa la Cisgiordania, con l’assenso di Golda
Meir, dando vita al regno di Giordania), aveva capito che quella terra
non sarebbe mai più tornata sotto il suo controllo. E il 31 luglio
1988 annunciò la rottura delle relazioni del suo paese con la
Cisgiordania! “La Giordania non è la Palestina, e lo Stato
indipendente palestinese nascerà sulla terra palestinese occupata,
dopo la sua liberazione”. Dopo questa dichiarazione del re, resterà
molto poco dell’opzione giordana, tanto cara ad Israele, per non
far nascere uno Stato palestinese indipendente. E, sia pure in non buone
condizioni di salute, l’OLP risulterà a quel punto l’unico
interlocutore per Israele, per le future trattative di pace. Abbiamo
già visto le scelte che l’OLP farà ad Algeri qualche
mese dopo, e penso che esse siano state condizionate anche dalla dichiarazione
di re Hussein.
6. Il processo di pace
Riprendiamo il filo del discorso. Il nuovo ordine mondiale di Bush
senior. prevedeva una soluzione per il Medio Oriente, l’OLP, sia
pure assai indebolita, era l’unico legittimo rappresentante del
popolo palestinese, i nuovi dirigenti emersi dall’Intifada e la
popolazione di Cisgiordania e Gaza volevano una svolta all’occupazione
militare. Tutto sembrava andare verso la soluzione del problema israelo-palestinese.
Dall’altra parte, lo Stato d’Israele aveva tutto l’interesse
che si smorzasse l’effetto propagandistico negativo della guerra
delle pietre.
Nel 1993, i palestinesi affrontarono il negoziato con la speranza di
poter ottenere uno spazio, legittimato internazionalmente, vivibile
economicamente, dove poter esercitare la loro autorità e poter
costruire il loro Stato. Allora, soltanto alcuni tra i più lucidi
oppositori del processo di pace, (oltre ad Hamas che era contrario per
i motivi già esposti) denunciarono la politica israeliana come
un tentativo di riorganizzazione di uno spazio di controllo, con il
consenso dei palestinesi. Quegli accordi, che pure avevano suscitato
tante attese, in tutto il mondo, sono di fatto serviti a “sganciare”
definitivamente Israele dal rispetto del diritto internazionale e delle
risoluzioni dell’ONU e ad avere mano libera nella colonizzazione.
Anche il riconoscimento dell’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina (promossa da banda di terroristi a legittimo rappresentante
del popolo palestinese in brevissimo tempo, per essere ora altrettanto
rapidamente retrocessa al ruolo attribuitole originariamente), ha giocato
in questo senso. Per poter ricondurre tutto a “trattativa privata”
era infatti necessaria una controparte, da condizionare con un patto
leonino. E così delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
sicurezza dell’ONU assai esplicite, sia contro le conquiste ottenute
con le armi, sia contro le modifiche apportate ad un territorio conquistato
con le armi, (le colonie per essere chiari!), non è rimasto assolutamente
nulla. La risoluzione 194, vecchia di ben cinquantadue anni, che affermava
il diritto dei rifugiati a tornare sulla loro terra, si è trasformata
in una concessione al ricongiungimento di poche centinaia (o forse qualche
migliaio) di famiglie. Gli accordi di Oslo hanno finito così
con il costituire, di fatto, l’abbandono dei palestinesi, da parte
dell’Occidente, al loro destino.
Con la Dichiarazione dei principi, firmata a Washington il 13 settembre
1993 (ed entrata in vigore un mese dopo), Israele e l’OLP, riconoscendosi
“diritti legittimi e politici reciproci”, esplicitati in
due lettere, aprirono i negoziati che dovevano portare, alla fine di
un periodo transitorio, non superiore ai cinque anni, ad un accordo
definitivo. Pur essendo soltanto un quadro di riferimento nel quale
collocare i negoziati e i relativi contenuti, (ed era questo l’elemento
debolissimo dell’accordo!) la Dichiarazione dei principi, all’articolo
1, era assolutamente esplicita:
“L’obiettivo dei negoziati israelo-palestinesi, nel quadro
attuale del processo di pace in Medio Oriente, è, tra gli altri,
di creare un’Autorità palestinese di autogoverno provvisorio,
il Consiglio eletto (il “Consiglio”) per il popolo palestinese
in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, per un periodo non superiore
ai cinque anni e che porti ad una soluzione permanente basata sulle
risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza. Si intende che gli
accomodamenti provvisori costituiscano parte integrante del processo
di pace nel suo insieme e che i negoziati sullo statuto permanente porteranno
all’attuazione delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza”.
Per i palestinesi perciò, la parte finale dell’articolo
1 conteneva tutte le loro rivendicazioni, oltre che la loro accettazione
di limitare al solo 22% della Palestina mandataria la terra da rivendicare.
Una cosa non da poco! La restituzione della Cisgiordania e della striscia
di Gaza avrebbe significato infatti la creazione di uno Stato palestinese
su di un territorio continuo ed omogeneo, lo smantellamento delle colonie
e la possibilità di eleggere Gerusalemme Est a capitale dello
Stato palestinese, dal momento che anche il territorio di Gerusalemme
Est, occupata nel 1967, costituiva oggetto della risoluzione 242. Quanto
al ritorno dei rifugiati le cose non erano altrettanto chiare, dal momento
che c’erano due categorie di rifugiati, quelli del 1948 e quelli
del 1967, detti anche spostati. Per i primi, tutto veniva rinviato allo
statuto finale. Per i secondi invece la Dichiarazione fissava la creazione
di una commissione congiunta, comprendente anche l’Egitto e la
Giordania.
Va ricordato che anche nella risoluzione 194 (III) del 1948, (di cui
però la Dichiarazione non faceva parola), era prevista la creazione
di una commissione di conciliazione. Al paragrafo 11, relativo ai rifugiati,
per conto del Consiglio di sicurezza dell’ONU, recitava:
“[Il Consiglio di Sicurezza] decide che sia il caso di permettere
ai rifugiati che lo desiderino di tornare alle loro case prima possibile
e di vivere in pace con i loro vicini, e che debbano essere pagati indennizzi
a titolo di compensazione per i beni di coloro che desiderino non fare
ritorno nelle loro case e per qualsiasi bene perduto o danneggiato […].
Fornisce come indicazione alla commissione di conciliazione di facilitare
il rimpatrio e la ricollocazione economica e sociale dei rifugiati,
così come il pagamento degli indennizzi […]”.
La risoluzione 242 poi (che al punto 2 recita: “Afferma inoltre
la necessità…b) di realizzare una giusta soluzione del
problema dei rifugiati…”) deve intendersi ovviamente riferita
sia ai primi che ai secondi, essendo questi ultimi troppo “freschi”
per essere stati loro a determinare il “problema dei rifugiati”!
Dunque i palestinesi avevano ragione di credere di essere vicini, sia
pure dopo tante sofferenze ed umiliazioni, a poter disporre di un loro
spazio e di una sovranità su di esso.
In realtà, la pace in Israele/Palestina avrebbe potuto esserci
da tempo, se il processo di pace fosse stato inteso, nel rispetto del
diritto internazionale e delle Risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU, come un processo graduale di restituzione
dei Territori occupati, come un calendario di crescita di fiducia tra
due popoli separati dalla nakba del 1948 e non invece come una serie
di concessioni territoriali fatte dal più forte per legittimare
la conservazione delle colonie, la rinuncia, da parte araba, a Gerusalemme-Est
ed infine alla banalizzazione del problema dei rifugiati, come ricongiungimento
di pochi nuclei familiari e senza nemmeno l’ammissione della ormai
conclamata, anche da parte di storici israeliani, quelli "nuovi",
dell’espulsione di 750.000 palestinesi durante la guerra del 1948.
Ma così non è stato.
Il lungo calendario previsto dalla Dichiarazione dei principi si articolava
in tre tappe con il relativo calendario per il periodo interinale.
Una prima tappa, a partire dal 13 dicembre 1993, con l’avvio del
ritiro dell’esercito israeliano da una parte della striscia di
Gaza e di Gerico e con l’entrata delle forze di polizia palestinesi
nelle zone evacuate, e che avrebbe dovuto concludersi il 13 aprile 1994.
In parallelo, un’autorità palestinese provvisoria designata
dall’OLP, in attesa dell’elezione del Consiglio, avrebbe
ricevuto “le consegne” dei poteri civili dall’autorità
militare israeliana, a partire dal 13 ottobre 1993, operazione da completarsi,
al più tardi, il 13 luglio 1994.
Una seconda tappa (l’Accordo interinale) relativa proprio a quel
periodo provvisorio che doveva terminare al massimo il 13 aprile 1994.
Oltre a definire le modalità e le condizioni delle elezioni del
Consiglio, esso avrebbe dovuto legittimare l’estensione della
competenza palestinese a tutti gli ambiti. Dopo la conclusione di questo
Accordo, e prima del trasferimento dei nuovi poteri, l’esercito
israeliano doveva ritirarsi, in Cisgiordania, “dalle zone popolate”
prima delle elezioni del Consiglio, ovvero al più tardi il 13
luglio 1994, e poi “gradualmente” dagli altri spazi “con
il progredire della presa in carico di responsabilità dell’ordine
pubblico e della sicurezza interna da parte della polizia palestinese”.
In parallelo con questo trasferimento di poteri, la Dichiarazione prevedeva
alcune misure, come la liberazione di tutti i prigionieri politici e
l’apertura di vie di libero passaggio tra la Cisgiordania e la
striscia di Gaza.
Una terza ed ultima tappa doveva segnare l’apertura dei negoziati
sullo statuto permanente. I negoziati riguardavano come già detto,
Gerusalemme, le colonie, le frontiere, gli accordi per la sicurezza
e le relazioni con gli Stati vicini. Le parti, sapendo quanto erano
importanti questi argomenti, avevano deciso di tenerle segrete.
Anche se esprimeva una forte volontà politica, la Dichiarazione
dei principi di fatto non formulava nessuna opzione definitiva e forse
proprio per questo i due protagonisti si erano impegnati nei negoziati.
Esplicitamente “gli accordi realizzati durante il periodo interinale
non dovevano portare alcun pregiudizio sui risultati dei negoziati sullo
statuto permanente né anticiparli”.
Oggi, a quasi tredici anni da quel lontano 13 settembre 1993, si può
dire che di quel calendario non è stato rispettato praticamente
nulla. Anche le coscienze più vive del mondo israeliano si erano
rese conto di come, in Israele era stato interpretato il processo di
pace. Israel Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti dell’uomo,
scomparso ai primi di luglio del 2001, diceva:
«Secondo me, tutto il governo israeliano – compresi Shulami
Aloni e Yossi Sarid – vuole che tutta la Palestina resti sotto
controllo israeliano. La sola differenza tra loro e la destra consiste
nel fatto che loro sono pronti ad esercitare un controllo soltanto indiretto
su di una parte dei territori. Per loro, l’ideale sarebbe che
Al Fatah li liberasse dal “lavoro sporco”, e cioè
che facesse regnare l’ordine nelle regioni fortemente popolate
di palestinesi, lasciando il potere reale nelle mani dello Stato d’Israele,
che continuerà ad essere uno Stato ebraico.
Per questo, ai miei occhi, questo accordo appare drammatico, dal momento
che ha già ridotto al silenzio tutte le voci di denuncia degli
orrori dell’occupazione, orrori che continuano e si aggravano.
[…]Dico anche a loro che non otterranno gran cosa con la diplomazia,
mentre possono ottenere molto con la forza. E quando dico forza, io
non parlo di terrorismo. Io parlo di una forza utilizzata razionalmente.
Ho sempre pensato tutto ciò, e lo ripeto ai palestinesi dal 1969».
L’aspetto più significativo, a mio parere, dello stravolgimento
del processo di pace riguarda l’avvenuta divisione della Cisgiordania
in zone di giurisdizione a geometria variabile (mentre la Dichiarazione
dei principi non ne parlava affatto), e la prima tappa prevista dall’Accordo
interinale del 28 settembre del 1995 introdusse proprio questa divisione:
una zona A, comprendente le sette principali città (Jenin, Nablus,
Tulkarm, Kalkilya, Ramallah, Betlemme e Hebron) che costituiva il 20%
della popolazione ma soltanto il 3% del territorio;
una zona B, comprendente circa 450 villaggi, che costituiva il 70% della
popolazione e il 27% del territorio;
una zona C, vuota di palestinesi, rappresentante il 70% del territorio.
Una sola occhiata alla carta della Cisgiordania permette di capire quanto
le zone A e i coriandoli delle zone B rappresentassero tutto fuorché
una continuità territoriale, consentendo all’esercito israeliano
il controllo di più del 90% del territorio. Che gli israeliani
avessero intenzione di continuare a circolare nei Territori occupati
era perciò scontato, rimaneva soltanto il dubbio sulle modalità
che i laburisti avrebbero scelto.
Ho descritto ed analizzato in “Quale processo di pace?”,
in “La nuova Intifada” e ne “La conquista della Palestina”
le cause di questo tremendo calvario del popolo palestinese. Qui mi
interessa sottolineare che una nuova e più disperata generazione
di palestinesi è seguita alla generazione della “guerra
delle pietre”, quella che ha vissuto gli anni dell’ormai
defunto processo di pace (e che USA e UE continuano a considerare ancora
vivo!) e dell’Intifada Al-Aqsa, gli anni cioè della bantustanizzazione
della Cisgiordania e di Gaza e di una colonizzazione senza ritorno,
culminata nella costruzione del Muro della Vergogna, Il voler mantenere
in piedi l’esistenza di un’Autorità Nazionale Palestinese,
dichiarata continuamente non affidabile (?!), che non dispone di nessuna
autorità, e di nessun reale territorio sul quale eventualmente
esercitarla, serve soltanto come perfido ricatto perché la dirigenza
palestinese accetti il fatto compiuto di una Palestina tutta israeliana,
con i palestinesi ghettizzati in isole sempre più piccole ed
economicamente strozzate.
7. Camp David e l’Intifada al-Aqsa
Per poter dare una seria risposta alla vittoria di Hamas, è
necessario dare un giudizio su un altro evento assai importante che
ha segnato definitivamente la morte del processo di pace. Mi riferisco
al fallimento delle trattative di Camp David, del luglio del 2000, trattative
alle quali Arafat era stato trascinato dalla coppia Clinton-Barak senza
che ci fossero le reali condizioni per arrivare a risultati significativi.
Sarà proprio il fallimento di Camp David a provocare gli eventi
che porteranno all’avvio dell’Intifada al-Aqsa. E per far
questo, mi sono avvalso della ricostruzione storica di Alain Gresh.
"Nel 1999 i palestinesi stanno perdendo la pazienza. Non credono
più alle trattative, ai compromessi mai applicati. Diffidano
di un’Autorità palestinese minata dalla cancrena della
corruzione e dell'autoritarismo. La loro vita quotidiana non smette
di peggiorare.
Il maggio doveva segnare la fine del periodo transitorio di autonomia
e vedere la creazione di uno Stato palestinese, ma il calendario non
è stato rispettato, nessuno dei grandi dossier in sospeso è
stato aperto, la creazione di uno Stato indipendente non sembra più
trovarsi alla fine della strada di Oslo. 'Non abbiamo più margine
di manovra. La società palestinese ha perso ogni speranza nella
pace. In questi ultimi anni è stata letteralmente soffocata e
umiliata'. E' con queste parole che Saeb Erakat, uno dei principali
negoziatori palestinesi, tenta di mettere in allerta il governo appena
eletto del laburista Ehud Barak.
Questi ha ottenuto nel mese di maggio una vittoria sorprendente sul
suo rivale Benyamin Netanyahu. Il suo trionfo è accolto con soddisfazione
dalla dirigenza palestinese, anche se il personaggio, nuovo arrivato
nella politica, non manca di suscitare qualche apprensione. Il soldato
più decorato della storia di Israele si è opposto, in
qualità di capo di stato maggiore, agli accordi di Oslo nel settembre
1993. Diventato ministro dell'Interno, ha votato nel settembre I995
contro gli accordi di Oslo II, che prevedevano il ritiro dell'esercito
israeliano dalle grandi città palestinesi. Arrivato al potere,
nel giro di qualche mese riuscirà, secondo la formula usata da
Charles Enderlin nel suo libro Il sogno infranto, a costruire la diffidenza
con i palestinesi. Con il pretesto di aprire immediatamente dei negoziati
sullo status definitivo della Cisgiordania e di Gaza, Barak recalcitra
a mettere in atto gli impegni del suo predecessore, Benyamin Netanyahu,
e a cedere nuovi territori all'Autorità; vi si risolverà
soltanto in maniera tardiva e molto parziale.
Disattenderà persino le proprie promesse di evacuare alcuni villaggi
dei sobborghi di Gerusalemme - Abu Dis, Al 'Ayzariyah e Sawahra -, nonostante
un voto favorevole del governo e del parlamento israeliano. Barak manifesta
anche un attaccamento alla colonizzazione che non ha nulla di tattico.
Uno dei suoi primi gesti, una volta eletto, è fare visita ai
coloni estremisti di 'Ofra e di Bet El, che egli chiama i miei fratelli
carissimi. Il 31 marzo 2000 indirizza un messaggio ai fanatici ebrei
insediati nel cuore di Hebron. Afferma in esso il diritto degli ebrei
a vivere in sicurezza, protetti da qualunque attacco nella città
dei Patriarchi. Il ritmo di costruzione di alloggi nelle colonie sarà
più rapido sotto il suo governo che sotto quello della destra.
Cosa ancora più grave: Barak tralascia per mesi il dossier palestinese
a vantaggio del negoziato con la Siria. Tenterà più tardi
di giustificarsi:
Sono stato sempre un sostenitore della Siria prima di tutto. Firmare
la pace con la Siria limiterebbe seriamente le capacità dei palestinesi
di estendere il conflitto, mentre risolvere il problema palestinese
non diminuirà la capacità della Siria di minacciare l'esistenza
di Israele.
Non dà ascolto a Oded Eran, l'uomo da lui designato a condurre
i negoziati con i palestinesi:
Gli ho detto che al centro del conflitto arabo-israeliano c'era il problema
palestinese. [...] Se non fosse stato regolato, non si sarebbe arrivati
a trovare soluzione al conflitto e a firmare un accordo con la Siria.
Barak non ascolta nessuno e si impegna con Damasco in colloqui che falliranno.
Quando riprendono le trattative con i palestinesi, nella primavera 2000,
il primo ministro israeliano ha perso quasi un anno, la sua maggioranza
governativa si è disgregata, la diffidenza dell'Autorità
e del popolo palestinese si è accresciuta. Barak decide allora
di forzare la mano, di imporre che si tenga un vertice tra Arafat, Clinton
e lui per regolare in una volta sola tutti i dossier in sospeso: il
tracciato delle frontiere, la sorte dei milioni di rifugiati palestinesi,
le colonie, Gerusalemme, la sicurezza, il problema dell'acqua, ecc.
Offerta sincera? Un bluff? Volontà di mettere in trappola l'Autorità
per poterla rendere responsabile di un fallimento? La dirigenza palestinese
esprime le sue reticenze. Spiega che bisognerebbe preparare il terreno
perché un incontro tra Barak e Arafat sia veramente fruttuoso.
Un vertice convocato in fretta e furia rischierebbe di sfociare in un
disastro. Non servirà a niente.
La riunione tra il presidente Clinton, Arafat e Barak si tiene quindi
a Camp David nel luglio 2000. Terminerà con un fiasco, risentito
tanto più duramente per il fatto che erano stati profetizzati
miracoli. Ehud Barak, e dopo di lui tutta la classe politica e la maggior
parte degli intellettuali israeliani affermeranno che i palestinesi
hanno rifiutato un'offerta generosa, che ancora una volta si sono lasciati
sfuggire un'opportunità storica.
Un'offerta generosa? Secondo quale metro? quello del diritto internazionale?
La stessa espressione la dice lunga, è quella che il vincitore
utilizza per rivolgersi al vinto. Riflette una certa visione della pace,
una pace imposta dal più forte al più debole. Per molti
mesi sono prevalse, a proposito di questo vertice, solo le interpretazioni
di Ehud Barak. Si sa oggi, grazie a numerose testimonianze israeliane,
palestinesi e americane, grazie anche al lavoro realizzato da Charles
Enderlin, quello che è accaduto davvero. E la versione dell'offerta
generosa non regge neanche per un istante.
In nessun momento, - scrive Charles Enderlin, - Arafat si è visto
proporre [a Camp David] lo Stato palestinese su più del 9 per
cento della Cisgiordania, e questo senza che mai gli venga riconosciuta
la sovranità completa sui quartieri arabi di Gerusalemme e lo
Haram el-Sharif/Monte del Tempio. [...] Mai, come affermeranno alcune
organizzazioni ebraiche, i negoziatori palestinesi hanno preteso il
ritorno in Israele di tre milioni di rifugiati. Le cifre discusse nel
corso delle trattative sono variate da alcune centinaia ad alcune migliaia
[...].
Come mostrano le cartine, lo Stato palestinese proposto a Camp David
sarebbe stato praticamente tagliato in quattro. D'altra parte, Israele
non ha mai rinunciato al suo controllo su una parte del Giordano e sulle
frontiere esterne dello Stato palestinese, né sul suo spazio
aereo. Nessuna soluzione appropriata fu presa in considerazione per
i rifugiati palestinesi. Su Gerusalemme, in compenso, Ehud Barak ammorbidì
un dogma irremovibile: accettò di prendere in considerazione
la spartizione della città, proclamata nel 1967 capitale eterna
di Israele. Gerusalemme avrebbe potuto diventare la capitale dei due
stati, anche se restava ancora da determinare cosa sarebbe appartenuto
a ciascuno - e le proposte israeliane concernenti Gerusalemme Est, territorio
occupato, bisogna ricordarlo, erano lungi dall'essere generose. Questa
timida apertura suscitò una levata di scudi in Israele, ma anche
nelle comunità ebraiche del mondo. Elie Wiesel, premio Nobel
per la pace, scrisse su Le Monde (18 gennaio 2001) un testo intitolato:
Gerusalemme, urge attendere, rimproverando al primo ministro israeliano
le sue concessioni. Vale di più il Muro del Pianto che la pace,
spiegava in sostanza questa grande coscienza. Vero è che Elie
Wiesel nega che i palestinesi siano stati espulsi nel 1948-50 e che,
interrogato sui massacri di Sabra e Chatila, non ha avuto una parola
di compassione per le vittime... I più fanatici non sono sempre
quelli che uno pensa.
Comunque sia, nessun dirigente palestinese, per quanto moderato, poteva
accettare così com'erano le proposte israeliane di Camp David.
Il fallimento di questo vertice non significava necessariamente la fine
del mondo. Erano stati fatti passi avanti - ad esempio, i palestinesi
avevano accettato l'annessione da parte di Israele di certi territori
nei quali era concentrato un numero significativo di coloni -, e le
trattative continuavano. Invece di costruire su questi elementi acquisiti,
Barak addossò l'intera responsabilità del fallimento al
presidente palestinese e, soprattutto, cominciò a riprendere
il vecchio slogan della destra: non c'è interlocutore da parte
palestinese. Il testimone venne raccolto dai giornalisti e dai media
e questa tesi finì per acquisire forma di dogma.
Barak quindi si dedicò a un unico obiettivo: rivelare il vero
volto di Arafat. Non negoziò più per arrivare a un risultato,
ma per dimostrare che non si poteva arrivare a un risultato. Di fatto,
riuscì a convincere la sua opinione pubblica che, ormai, la faccenda
era o noi o loro. Diede anzi un colpo letale al campo della pace israeliano
- Uri Avnery, vecchio militante pacifista israeliano, chiamerà
Barak criminale di pace.
L'improvvisa inversione di rotta dell'opinione pubblica israeliana è
accelerata dallo scoppio della seconda Intifada. Sorda alle sofferenze
patite dalla popolazione palestinese, l'opinione pubblica vede in questa
sollevazione la conferma dell'idea che l'autorità non vuole la
pace. Il 28 settembre 2000, Ariel Sharon impone in maniera provocatoria
la sua presenza sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme; l'indomani,
alcune decine di giovani lanciano pietre, la polizia risponde e uccide
quattro persone; in tre giorni uccide trenta persone e ne ferisce cinquecento.
1 palestinesi, senza nessun ordine centrale, si ribellano. Chiedono
la fine immediata dell'occupazione, né più né meno.
In un mese, più di duecento palestinesi vengono uccisi, circa
un terzo dei quali ha meno di diciassette anni. Per rispondere a questa
incredibile brutalità, l'Intifada si militarizza a partire dall'inizio
di novembre.
Anche se il governo israeliano ha la principale responsabilità
dell'esplosione, la dirigenza palestinese non può essere considerata
totalmente estranea al corso fatale preso dagli eventi. Segnata dalle
pratiche autoritarie di Yasser Arafat, agitata dalle lotte per la successione,
ha dato prova di una mortale paralisi durante l'intera Intifada. Non
è stata capace né di formulare i suoi obiettivi con sufficiente
chiarezza, né di definire una strategia di crisi, né di
rispondere alle inquietudini del popolo israeliano. Ha anzi esacerbato
i suoi timori con dichiarazioni intempestive sul diritto di ritorno
dei profughi o esprimendo dubbi sul carattere sacro del Monte del Tempio
per l'ebraismo. Convinto che gli Stati Uniti controllino il 99 per cento
delle carte del negoziato, Yasser Arafat ha trascurato un fattore cruciale:
nessun accordo è possibile senza il sostegno dell'opinione pubblica
israeliana. Fino all'ultimo minuto, l'autorità sottovaluterà
i rischi di una vittoria di Ariel Sharon alle elezioni del 6 febbraio
2001, convinta che il popolo israeliano non possa eleggere il responsabile
dei massacri di Sabra e Chatila.
Malgrado la violenza, i negoziati tra israeliani e palestinesi proseguono
tra l'ottobre 2000 e il gennaio 2001. Le linee generali di un accordo
sono addirittura tracciate a Taba, piccola stazione balneare egiziana.
Questa riunione si svolge nel gennaio 2001, mentre le elezioni israeliane
sono state fissate al 5 febbraio e niente può più impedire
la disfatta della squadra di Barak. Eppure, i negoziatori israeliani
e palestinesi, senza rappresentanti americani, ma alla presenza dell'inviato
speciale europeo per il Vicino Oriente Miguel Angel Moratinos, fanno
significativi passi avanti sui principali dossier”.
8. Repetita juvant
Un mio caro amico, al quale rimprovero talvolta di dirmi le cose più
volte, si giustifica con la sua lunghissima frequentazione con gli studenti
e dunque con la necessità didattica di ripetere gli aspetti più
significativi di una lezione, di un avvenimento, ecc., insomma con una
sorta di deformazione professionale necessaria. Credo che mi avvarrò
ora delle sue ragioni, per compiere un excursus storico relativo ai
rifugiati palestinesi, per individuare dove si colloca, non soltanto
temporalmente la generazione dell’Intifada al-Aqsa. Faccio spesso
queste due domande se mi accorgo che il mio interlocutore conosce la
storia dei palestinesi attraverso i soliti luoghi comuni diffusi a bizzeffe
dai mezzi di comunicazione di massa (e si tratta della quasi totalità
delle persone). Ma voi lo sapete chi sono i palestinesi? E i rifugiati
(o profughi) palestinesi? E la risposta è sistematicamente negativa,
o peggio, fatta di luoghi comuni.
La prima domanda trova una risposta semplicissima. Gli abitanti della
Palestina. La difficoltà consiste nello spiegare che la Palestina
non è altro che quella terra rappresentata oggi dallo Stato d’Israele
e dai Territori occupati dal 1967 dallo Stato d’Israele. Più
difficile rispondere alla seconda domanda se non si sa di una decisione
della comunità internazionale (l’ONU del 1947) di dividere
la Palestina in due Stati, uno ebraico ed uno palestinese e che la stessa
comunità internazionale, una volta nato quello ebraico, si è
di fatto disinteressata della nascita di quello palestinese, affrettandosi
a creare, nel 1949, l’UNWRA, un’organizzazione (che ancora
esiste!) che si occupasse della sorte dei rifugiati palestinesi. In
questa divisione, Gerusalemme non toccava a nessuno perché doveva
restare sotto controllo internazionale.
Il popolo palestinese si è trovato perciò, nel corso degli
anni, frantumato. A partire dal 1948, più della sua metà
è finita in esilio, in campi profughi nei paesi vicini, mentre
una minoranza ancorata al suo spazio, aggrappata alla sua terra con
le unghie, per riprendere un’espressione dei suoi poeti, ha subito
la dura legge dei vincitori: governo militare (fino al 1966), sotto
la cittadinanza del “non ebreo” nello Stato ebraico. Dopo
la guerra del 1948, la Cisgiordania, con il suo 38% di profughi palestinesi,
sarà annessa al regno hachemita di Giordania, mentre la Striscia
di Gaza, con il suo 26% di profughi, verrà posta sotto amministrazione
militare egiziana.
Questi due territori, che ospitavano circa un terzo del popolo palestinese,
saranno assoggettati all'occupazione militare israeliana, quando nel
1967 lo Stato d’Israele estenderà il suo dominio sulla
parte restante della Palestina del Mandato (Quel 22% sul quale sarebbe
dovuto nascere, secondo gli accordi di Oslo, lo Stato di Palestina).
Tre insiemi di persone costituiscono perciò questo popolo:
- circa un milione e duecentomila arabi d’Israele, essenzialmente
concentrati in Galilea, nella regione detta “del Triangolo”
e nel Negev, cittadini di serie C dello stato ebraico;
- più di tre milioni di palestinesi che risiedono in Cisgiordania,
a Gaza e a Gerusalemme-Est, i Territori occupati dopo il 1967, dove
sono di nuovo soggetti senza diritti alla mercé del governo militare
israeliano, a seguito dell’offensiva dell’aprile 2002 dell’esercito
israeliano che ha rioccupato quasi tutti i territori dell’Autorità
palestinese;
- infine più di tre milioni di palestinesi dell’esilio,
dispersi principalmente nei paesi arabi vicini (dove la maggioranza
vive in campi profughi), negli Stati del Golfo, in America del Nord
e del Sud.
Ecco dunque svelato il mistero! Questi sono i palestinesi e i rifugiati
(o profughi) palestinesi! A lungo, per i mezzi d’informazione
occidentali, i palestinesi si riducevano alla componente del popolo
che viveva in esilio, principalmente in Libano, con le loro keffiah
e i loro kalashnikov. Nei territori occupati non c’erano che arabi,
soltanto abitanti arabi! Poi venne l’Intifada. Dopo la conquista
di Beirut, nel 1982, da parte dell’esercito israeliano, culminata
nella strage di Sabra e Chatila, nacque questo sollevamento popolare,
di cui la "guerra delle pietre" costituisce la forma espressiva
degli adolescenti, riavvicina progressivamente l’immagine e il
nome dei palestinesi verso il territorio originale della Palestina,
e più specificamente verso i territori occupati dal 1967, organizzando
la resistenza creativa e multiforme della società occupata. Ora,
per i dirigenti israeliani gli “unici” palestinesi sono
quelli “dell'interno”. Non vogliono sentir parlare che di
palestinesi cisgiordani o di Gaza, oppure di Gerusalemme, proiettando,
in queste territorialità distinte, una popolazione e dei territori,
negando così, ancora una volta l’esistenza di un popolo
e di un paese. E così, di questo riavvicinamento dell'identità
palestinese alla propria terra, sono i palestinesi dell’esilio
che rischiano di pagare il prezzo.
L’ostinazione dei dirigenti israeliani a voler decidere loro stessi
i nuovi dirigenti palestinesi, il veto opposto in passato alla partecipazione
dei palestinesi “dell'esterno” a qualsiasi negoziato, sono
il riflesso negativo dell’insistenza dei palestinesi ad un’unica
rappresentanza scelta da loro stessi. Infatti è proprio la conferma
ed il riconoscimento di quest’unicità organica del popolo
palestinese, istituzionalizzata nell’OLP che distingue tra un
popolo e una popolazione, tra un paese e un territorio, tra diritti
nazionali inalienabili e diritti politici legittimi. Gli accordi di
Oslo segneranno significativamente sia la positività del riconoscimento
dell’OLP e del popolo palestinese sia la negatività di
essere in sostanza un guscio vuoto, in particolare di non dire nulla
proprio sui rifugiati e sul loro diritto al ritorno.
Ma perché i rifugiati costituiscono un nervo scoperto dello Stato
d’Israele? Perché, di fronte a questo problema, intellettuali
progressisti, come Grossmann ad esempio, perdono le staffe e non si
distinguono in nulla dalle posizioni più estreme del fondamentalismo
ebraico? Se la motivazione più ripetuta è quella che il
ritorno dei rifugiati metterebbe in pericolo l’esistenza dello
Stato d’Israele tout court, e il suo carattere ebraico, cosa che
fa parte della persistente determinazione negli ebrei, di presentarsi
come vittime, in realtà riconoscere il diritto al ritorno significherebbe
ammettere, per lo Stato d’Israele, che nel 1948 espulse con la
violenza più di 750.000 palestinesi. Nonostante gli studi dei
nuovi storici israeliani che hanno documentato abbondantemente quello
che anche altri storici, non solo palestinesi, sostenevano da sempre.
Eppure, quando lo Stato d’Israele aspirava ad essere ammesso all’ONU,
questo suo desiderio fu condizionato all’accettazione della risoluzione
194 del dicembre 1948, relativa al diritto dei rifugiati al ritorno
o al loro indennizzo, nel caso non volessero tornare. Israele accettò
di buon grado, fu ammesso all’ONU, ma di ritorni… poche
migliaia. Purtroppo, dopo quasi sessant’anni, bisogna constatare
che l’idea di due stati in Palestina, sancita poi dalla risoluzione
181, respinta da chi si sentiva derubato della propria terra, sembra
essere stata accettata allora, soltanto strumentalmente, da chi, come
il movimento sionista, pensava ad uno Stato ebraico esteso all’intera
Palestina mandataria e anche qualcosa di più!
9. Le ragioni della vittoria elettorale.
L’ultima generazione palestinese nel tempo è perciò
soltanto l’ultima di quattro generazioni, tutte segnate da vicende
sconvolgenti sia a livello individuale che livello sociale. In particolare
l’ultima, è una generazione colpita duramente dal fallimento
del processo di pace nel quale i loro genitori avevano investito speranze
ed energie e che ha portato a peggiorare notevolmente le proprie condizioni
di vita e di lavoro. Va detto, per inciso, che molti palestinesi in
questo periodo hanno lasciato la Palestina, e che a poterlo fare sono
stati quelli più abbienti. Il degrado sociale nei Territori occupati
è cresciuto. Un solo esempio: la striscia di Gaza, fino all’agosto
scorso controllata per oltre la metà dai coloni e dall’esercito
israeliano, ha il più alto tasso di densità di popolazione
al mondo (quasi 1.500.000 di persone su di un territorio di circa 300
kmq, anche i più deboli in matematica possono fare il conto!).
Tutte le condizioni della vita quotidiana sono assai peggiorate, per
la maggiore presenza e la gratuita violenza dell’esercito israeliano.
A contrastare l’occupante, che si presentava anche come parte
nelle trattative, è emersa una forza decisamente diversa da quella
della prima Intifada: in primo luogo perché gli israeliani hanno
sparato fin dall’inizio della protesta, a Gerusalemme ma anche
nello Stato d’Israele, facendo tredici vittime tra i suoi cittadini
di serie C, che manifestavano a favore dei loro fratelli assassinati
nei Territori occupati, manifestavano ma non sparavano, e in secondo
luogo perché l’ANP, anch’essa ovviamente coinvolta
nelle trattative, non era in grado perché troppo debole (o troppo
disponibile), di svolgere il doppio ruolo di difensore del proprio popolo
e di parte in causa. E così Israele ha avuto il coraggio di argomentare
di non essere disposto a trattare sotto il fuoco!
L’11 settembre poi, è servito agli israeliani per attribuire
a tutta la resistenza palestinese (come è avvenuto successivamente
con la resistenza irachena da parte del mondo occidentale), il ruolo
del terrorismo cui Bush si apprestava a dichiarare guerra, con la conseguenza
drammatica che il popolo palestinese è entrato nel novero dei
terroristi!
Questo scampolo d’intervista a Barak, rilasciata il 14 settembre
2001 chiarisce bene il concetto!
“[…] Questo sforzo non dovrà riguardare soltanto
le infrastrutture di coloro che tutti conosciamo: bin Laden, Hezbollah,
Hamas, la Jihad islamica e anche alcuni attorno ad Arafat. Ma deve includere
gli Stati e i "dirigenti" che li ospitano e li proteggono:
l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, in un certo modo la Corea del Nord e
la Libia, il Sudan e alcuni altri regimi che svolgono un ruolo secondario
[…] E noi non possiamo aspettare che questi signori di Hamas,
di Hezbollah o della Jihad islamica compiano un'altra operazione. È
tempo di resa dei conti. […]Facciamo sapere ai palestinesi moderati
e al resto del mondo che Israele non desidera più governare un
altro popolo. La separazione è il solo mezzo per avere un Israele
ebraico e democratico. In caso contrario, noi vivremmo su di un vulcano,
o in un paese d'apartheid, o entrambe le cose. Il separarci, ridurrà
anche, considerevolmente, i rischi d'attentati-suicidi”.
E quando l’intervistatore chiede a Barak se non sarebbe più
semplice evacuare i territori occupati, la risposta è:
“[…] Perché dovremmo ricompensare il terrore? Io
sospetto che Arafat, anche se non può fare altro che accettare
l'esistenza de facto dello Stato d'Israele, non abbia mai accettato
il suo diritto morale all'esistenza. Non riconosce l'esistenza del popolo
ebraico. Sa che esiste una religione chiamata giudaismo, ma non riconosce
il diritto naturale del popolo ebraico ad una patria. Arafat vuole una
patria palestinese e, a lato, uno Stato binazionale che, per il gioco
demografico, diventerà una nuova Palestina. Era molto tempo che
io avevo dubbi su Arafat, li avevo tenuti per me per lasciare una chance
al negoziato, per dimostrare che eravamo disposti a correre rischi importanti
e calcolati, perché volevamo la fine al conflitto. Ma noi siamo
molto realisti per riconoscere che l'altro non voleva.[…] Non
vedo perché dovremmo accettare una qualsiasi cosa dietro la pressione
di persone che non sono state elette democraticamente, ma noi siamo
pronti a dire ad Arafat: nel momento stesso in cui rinunciate al terrorismo,
accetteremo di riprendere i rapporti con voi”.
C’è un altro motivo importante per il quale si è
andata determinando una frattura, intendo dire nei consensi, rispetto
alle forze in campo e cioè tra i nazionalisti e gli islamici.
I nazionalisti hanno finito per confluire in tutti i momenti organizzati
dell’ANP e gli islamici ne sono rimasti, anche per loro volontà,
completamente fuori. Si è così andata determinando una
struttura di potere, già preesistente in al-Fatah, che ha spinto
ad abusi ed arbitri alcuni soggetti che ne facevano parte, evidenziando
così agli occhi dei più deboli situazioni di corruzione
sfacciate, non tollerabili soprattutto in condizioni di vita veramente
al limite della sopravvivenza.
Da questo ha tratto oggettivamente vantaggio Hamas, che oltre a dare
il più pesante contributo di sangue con i suoi esponenti eliminati
sistematicamente con gli omicidi mirati, (perché nel frattempo
l’Intifada al-Aqsa si era trasformata in resistenza armata), ha
dato anche esempio di morigeratezza nel comportamento della totalità
dei suoi componenti, quale che fosse la loro collocazione gerarchica
nel movimento.
Le persone più attente a come si modificavano le cose nei Territori,
avevano da tempo capito in che direzione si sarebbe andati, qualora
le cose non avessero trovato una giusta soluzione. Già quattro
anni fa, Feysal Husseini uno dei leader più importanti della
prima Intifada, aveva previsto, con toni catastrofici (che io non condivido),
ma forse accentuati anche dal fatto che il destinatario era l’Europa,
quanto è successo oggi. Diceva:
“L’Europa deve sapere che se come palestinesi non saremo
in grado di ripristinare il diritto e di avere un nostro Stato indipendente
con Gerusalemme Est come capitale, se non si risolve il problema dei
rifugiati e delle colonie, se non si risolve la questione palestinese,
l’Europa deve sapere che la nostra leadership sarà l’ultima
leadership laica e secolare, verremo spazzati via dalle forze più
estremiste del mondo arabo islamico.
Io voglio che mia figlia possa liberamente scegliere come vivere e non
gli venga imposto nessun velo, io stesso voglio vivere liberamente nel
rispetto delle regole che uno stato non confessionale sa darsi e nel
rispetto della giustizia economica e sociale. Avrei voluto che Israele
usasse il potere della logica nel trattare con noi, ha invece sempre
usato, durante e dopo le trattative di Oslo, la logica del potere. Siamo
stati troppo pazienti, abbiamo creduto o abbiamo voluto credere che
alla fine saremmo arrivati al riconoscimento se non della giustizia
assoluta, almeno della possibilità di coesistere pacificamente
tra due Stati sovrani. Ma ora è difficile crederlo, e a noi non
resta che lottare per i nostri diritti.
Guardate Gerusalemme Est dopo la firma degli accordi di Oslo, la politica
israeliana è stata la confisca delle carte d’identità
ai palestinesi, che pur essendo nati e vissuti qui, dovevano trasferirsi
nei villaggi vicini per trovare una casa (perché Israele impediva
qualsiasi costruzione di case nelle aree arabe di Gerusalemme). Hanno
cercato di ridurre drasticamente la presenza dei palestinesi a Gerusalemme
Est, hanno demolito in continuazione case, ma soprattutto hanno chiuso
la città ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, il che
ha significato la chiusura di negozi, commerci, cliniche. Gerusalemme
è per noi città sacra, e musulmani e cristiani palestinesi
vogliono poter recarsi a pregare liberamente nei loro luoghi sacri.
Ma gli israeliani ce lo impediscono, dal 27 settembre del 2000 sono
ammesse solo le persone al di sopra dei 45 anni, il Venerdì o
la Domenica i giovani fedeli sono costretti a pregare nelle strade adiacenti
la moschea o la chiesa, avendo di fronte a loro uno schieramento di
soldati armati e pronti a sparare nel caso volasse una pietra.
[…] Sì, abbiamo pazientato troppo. Ci siamo fidati del
potere della logica, la ragione e il diritto erano dalla nostra parte.
Tutto questo non vale quando dall’altra parte prevale la logica
del potere.
Se la comunità internazionale non interviene subito per difendere
la popolazione palestinese aggredita, se le trattative non riprendono
su una nuova base (non il ritorno a Camp David puro e semplice, ma l’applicazione
del diritto), sulla fine dell’occupazione militare, sulla restituzione
dei territori, sulle colonie, su Gerusalemme e sul diritto del ritorno
dei rifugiati o alla ricompensa, prevarranno le logiche della guerra,
la nostra leadership secolare sarà sconfitta e lascerà
il posto ai fondamentalismi. Le popolazioni arabe hanno manifestato
e manifestano la loro solidarietà con noi, i governi arabi dovranno
tenerne conto, il Mediterraneo e il Medio Oriente non sono lontani dai
vostri confini. La pace, giusta e duratura è necessaria a noi
come agli israeliani. Noi l’abbiamo capito, fatelo capire anche
a loro”.
In realtà, la vittoria di Hamas si colloca in un quadro disperante
per il popolo palestinese, che senza perdere, di colpo, quella sua,
da sempre riconosciuta, caratteristica di laicità, ha saputo
valutare il fallimento del progetto esplicitato dalla sua leadership
negli accordi di Oslo e di vedere nella resistenza proposta da Hamas
un terreno di dignità che era necessario riconquistare, vista
l’ostinazione di uno Sharon, noto a tutti come il macellaio di
Sabra e Chatila e assurto sulle pagine dei giornali occidentali al ruolo
di grande statista non solo, ma di uomo di pace!
Lo ha fatto dando prova di non essere cambiato, votando anche in condizioni,
a dir poco, precarie, mettendo alla prova quelle forze che hanno dovuto
accettare il terreno della democrazia rifiutato nel 1996, senza firmare
nessuna cambiale in bianco. Meraviglia che questa vittoria sia stata
subito vista, a destra come a sinistra, come un guaio. C’è
stato qualche cretino che ha ricordato, in questa occasione, che anche
Hitler era andato al potere vincendo le elezioni, per spingere a trarre
la conclusione: bisogna esportare, anche con la guerra la democrazia,
guai a chi crede però che i risultati delle elezioni legittimino
chi le vince, l’unica vera prova di questo è che si faccia
quello che dice l’occidente, altrimenti la guerra civile è
assicurata!
Vorrei tranquillizzare un po’ tutti (anche i cretini), ma non
sono sicuro di farcela con loro! Hamas non costituisce alcun pericolo
per i palestinesi e tanto meno per il mondo. Lascio la parola a due
giornalisti israeliani, Amira Hass e Gideon Levy, entrambi di Ha’aretz,
che forse potranno essere più convincenti di me.
Per Amira Hass, nel suo articolo, scritto alla vigilia delle elezioni,
il trionfo di Hamas era ineluttabile. Perché allora gli esperti
di tutto il mondo sono rimasti così sorpresi dall’esito
del voto? Leggiamolo insieme quest’articolo:
Le ragioni della collera
“Le elezioni del 25 gennaio nei Territori oscillano tra due poli:
l’occupazione israeliana e le sue terribili conseguenze sulla
vita dei palestinesi, e la responsabilità che hanno gli occupati
per la loro vita. La comunità internazionale, sotto la pressione
israeliana, dimentica che il Parlamento e il governo palestinesi, nonostante
il loro nome rispettabile, non sono istituzioni di Stato, e che le enclave
amministrate dall’Autorità nazionale palestinese ANP) non
sono indipendenti. Né l’uno, né l’altro godono
dell’autorità e dei diritti dei loro omologhi negli Stati
sovrani. Essi non hanno alcun controllo sulle frontiere esterne ed interne
(che Israele traccia tra i diversi distretti palestinesi, al punto di
separarli gli uni dagli altri).
“Il 60% della Cisgiordania, il territorio principale di cui dispone
il popolo palestinese, è completamente sotto il controllo degli
israeliani, e nessun governo palestinese può farvi quello che
le entità sovrane fanno a casa loro: seminare e piantare, costruire,
sviluppare e averne cura. Israele controlla le fonti di approvvigionamento
in acqua e di fatto impone quote d’acqua ai palestinesi. Il controllo
d’Israele sui registri di stato civile palestinesi e sulla libertà
di movimento della popolazione evidenzia che lo Stato ebraico interviene
nelle decisioni personali come i legami familiari, il luogo di residenza,
il lavoro e gli studi. Per il controllo che ha sulle frontiere esterne
ed interne, Israele pesa allo stesso modo sull’evoluzione dell’economia
palestinese: il tasso di disoccupazione, il livello dei salari, i tipi
di attività economica, l’insediamento delle fabbriche.
E si tratta soltanto di una parte della lista. Tutti i gruppi che hanno
dei candidati alle elezioni sanno che il processo parlamentare al quale
partecipano è orientato innanzitutto sull’interno: riguarda
gli obblighi degli eletti, il ruolo della religione nella società,
la funzione del settore pubblico, le opportunità per i bambini
in materia d’istruzione e di salute. L’occupazione ha smesso
di essere una scusa che possa giustificare qualsiasi disfunzione.
“Al-Fatah sarà verosimilmente punito da un voto massiccio
in favore di Hamas. Non sarà punito perché non è
riuscito a creare uno Stato e a conquistare l’indipendenza, ma
per l’egoismo di cui hanno dato prova i suoi dirigenti e molti
a loro vicini – grazie al loro ruolo nel processo di Oslo e ai
loro contatti con l’occupante e negoziatore israeliano –
procurandosi una vita più che confortevole, mentre la situazione
della più gran parte si degradava. La crescita ipotizzata di
Hamas si fonda sulla reputazione di onestà dei suoi dirigenti,
e non sul suo programma politico-religioso o sul bilancio dei suoi tiri
di mortaio. Ma l’elettore palestinese corre un gran rischio, perché
conferirà molto potere a persone che considerano un diritto e
un dovere intervenire nella vita personale della popolazione. Si tratta
di un movimento i cui membri sono andati nelle case dei palestinesi
uccisi nell’Intifada e hanno impedito alle madri di piangere i
loro figli perché bisognava rallegrarsi che i martiri erano in
paradiso.
“Gli elettori palestinesi sanno molto bene che la loro scheda
non avrà alcuna influenza, anche a medio termine, sulla pesantezza
dell’occupazione. Ma l’interesse che attribuiscono a queste
elezioni indica che è impossibile gettare sull’occupazione
tutti i mali della società, che esistono dei problemi interni
sui quali gli occupati possono intervenire e di cui sono responsabili,
anche nell’ambito dei vincoli imposti dall’occupazione.
Si va dal livello scolastico alle buche nelle strade da riparare, dalla
debolezza dei giudici e dei poliziotti a causa delle fedeltà
di clan, al rifiuto dei proprietari di assumersi le loro responsabilità
nei confronti dei locatari; dai matrimoni di adolescenti di 15 anni
alla velocità con la quale i ministri dell’ANP all’ora
di pranzo; dagli abusi delle raccomandazioni e del nepotismo agli abusi
di antibiotici.
“Gli israeliani non devono illudersi: i palestinesi non hanno
dimenticato l’occupazione. Essi vogliono sperare che i nuovi candidati,
che si presume desiderare il bene del loro popolo, facciano meglio dei
loro predecessori e sappiano trarre il miglior partito da quel po’
di spazio di manovra di cui anche gli occupati dispongono nella loro
battaglia per la libertà. Il futuro dirà se il nuovo Parlamento
saprà trovare metodi di lotta che riescano là dove hanno
fallito i negoziati, i fucili, le cinture esplosive e le manifestazioni
popolari non violente”.
Ascoltiamo ora Gideon Levy, in un articolo che ho trovato sul numero
627 di Internazionale (3-9 febbraio 2006), scritto subito dopo l’esito
delle elezioni:
L’ora della verità
“La buona notizia dai Territori occupati è che Hamas ha
vinto le elezioni. Contrariamente a quanto dice il coro degli allarmisti,
il cambiamento politico in Palestina potrebbe essere una novità
positiva. Non che la vittoria di un’organizzazione religiosa estremista
sia senza pericoli e problemi, e che non sarebbe stato preferibile un
movimento laico, moderato e non corrotto. In sua assenza, però,
nella vittoria di Hamas si possono cogliere alcuni aspetti interessanti.
“Innanzitutto questo è un risultato autentico, raggiunto
in elezioni più che democratiche, anche se avvenute nelle circostanze
meno democratiche immaginabili, ossia sotto occupazione. Come al solito,
i nostri esperti avevano lanciato l’allarme sulla possibile anarchia
che si sarebbe potuta verificare in occasione del voto. Invece la nazione
palestinese (è un israeliano a parlare di nazione palestinese,
a Prodi o a Rutelli nemmeno con le pinze del dentista si riuscirebbe
a strappare una simile definizione NdA), si è espressa con ammirabile
ordine. Ha detto no ad un partito che non è riuscito a compiere
nessun passo avanti nella giusta lotta contro l’occupazione, e
ha detto sì a chi le è sembrato più coraggioso
e con le mani pulite. La questione religiosa è rimasta in secondo
piano: si può dire tranquillamente che la maggior parte dei palestinesi
non vuole uno stato religioso. Vuole uno stato libero.
“Lezioni importanti
Tanto i palestinesi quanto gli israeliani possono ricavare delle importanti
lezioni dai risultati del voto. Gli israeliani devono finalmente rendersi
conto che non è con la forza che si ottengono i risultati sperati.
Anzi è l’esatto contrario. Negli ultimi anni, fino alla
tahadiyeh (la tregua proclamata da Hamas più di un anno fa),
non c’è stato mese in cui non abbiamo assistito all’eliminazione
di un alto esponente di Hamas. Di assassinio in assassinio, il movimento
è solo diventato più forte. Conclusione: la forza non
è la risposta giusta.
“Anche i palestinesi devono capire che è stata la moderazione
del movimento a portarlo alla vittoria. Hamas non ha vinto grazie agli
attacchi terroristici, ma malgrado questi attacchi. Negli ultimi mesi
l’organizzazione ha assunto posizioni più moderate, ha
cambiato pelle, ha accettato una tregua che dura dal 2005. In questo
periodo la sua forza non ha fatto che crescere. Al contrario del frammentato
al-Fatah, i cui capi non hanno nessun controllo su ciò che avviene
sul territorio, quando Hamas lo decide non si spara nemmeno con una
pistola giocattolo. I pochi attacchi terroristici degli ultimi mesi
non sono stati opera del gruppo violento e criminale che eravamo abituati
a conoscere. Questa è una lezione importante. Solo Hamas può
combattere davvero il terrorismo. La guerra che Israele ha ingaggiato
contro il terrore, con le innumerevoli eliminazioni, demolizioni, catture
e detenzioni, è stata molto meno efficace di una saggia decisione
dei capi del movimento islamico. Ci sono altre buone notizie. Molti
sostengono che solo la destra può fare la pace, come avrebbe
dimostrato Ariel Sharon dal lato israeliano. Se questa ipotesi è
vera, allora siamo davanti ad un cambiamento che non va sottovalutato.
Un accordo con Hamas sarebbe molto più stabile ed efficace di
qualunque intesa raggiungessimo con l’OLP, nel caso in cui gli
islamismi non la sostenessero. Hamas può fare concessioni che
al-Fatah non si sognerebbe mai di fare.
“Slogan del passato
Entrambe le parti, sia Israele sia Hamas, devono sbarazzarsi degli slogan
del passato. Chi pone delle condizioni preliminari, come il disarmo
del movimento islamico, perderà un’occasione storica. E’
impossibile aspettarsi che Hamas si disarmi, proprio come è impossibile
aspettarsi che si disarmi Israele. Agli occhi dei palestinesi le armi
di Hamas servono a combattere l’occupazione e, come tutti sanno,
l’occupazione non è finita.. Se il governo israeliano s’impegnasse
a mettere fine all’uccisione dei membri di Hamas, molto probabilmente
il movimento accetterebbe – almeno per un po’ – di
deporre le armi. I mesi di tahadiyeh lo hanno dimostrato, anche quando
Israele non ha interrotto le sue azioni militari. Nei prossimi mesi
il rischio di attacchi terroristici si ridurrà ancora di più:
un movimento che vuole consolidare il suo potere e ottenere il riconoscimento
internazionale non s’impegnerà in attività terroristiche,
Né permetterà alla Jihad islamica di rubargli la scena.
“E’ il momento di rivolgersi ad Hamas, che ha un disperato
bisogno del riconoscimento internazionale, soprattutto di quello statunitense,
e sa che questo riconoscimento passa per Israele. Anziché sprecare
altri anni chiusi nella ‘politica del rifiuto’, e poi finire
comunque a sederci intorno a un tavolo con Hamas, apriamo il dialogo
con questo gruppo estremista, che ha conquistato il potere democraticamente.
Israele non ha nulla da perdere da un simile approccio. Abbiamo visto
i risultati della mano che uccide e demolisce, sradica e mette in carcere.
Le conseguenze di questa politica sono davanti ai nostri occhi: Hamas
ha vinto le elezioni”.
10. Reazioni e commenti
Alla vigilia delle elezioni, a parte Amira Hass, soltanto Michele Giorgio,
corrispondente “da ‘na vita” del Manifesto da Gerusalemme,
per quanto ne sappia, aveva avanzato l’ipotesi di un forte avanzamento
di Hamas, senza però ipotizzare il sorpasso. Il 23 gennaio, a
sorpresa Mahmoud Zahar, l’esponente più importante di Hamas
nella striscia di Gaza, dichiara nella sostanza che in futuro potrebbero
divenire possibili negoziati con Israele, sia pure attraverso una mediazione.
L’inviato di la Repubblica, Fabio Sciuto, ne riporta la dichiarazione:
“I negoziati sono un mezzo, se Israele ha qualcosa da offrire
in termini di attacchi, di ritiro dai territori occupati, di rilascio
dei prigionieri… allora di mezzi se ne possono trovare anche un
migliaio. […] Negoziare non è un tabù, certo è
un crimine politico quando noi palestinesi ci sediamo intorno a un tavolo
con gli israeliani, e loro se ne vengono fuori con un ampio sorriso
per comunicarci che ci sono progressi mentre, di fatto, non ce ne sono”.
Alle dichiarazioni dello sceicco Mahmoud Zahar ha fatto subito eco l’Amministrazione
statunitense affrettandosi a dire che non riconoscerà alcun governo
palestinese di cui faccia parte Hamas (e figuriamoci adesso!), riconoscimento
che violerebbe la legge degli Stati Uniti! Messaggi fotocopia perverranno
ad Haaretz da parte del responsabile per la politica estera e di difesa
dell’UE, Javier Solana, e dal ministro degli esteri spagnolo Miguel
Moratinos. La ragione è presto detta: Hamas fa parte della lista
nera dell’UE e degli Stati Uniti (prima ce l’hanno messa
gli USA e poi, bovinamente o ovinamente fate voi, la UE). Poteva mancare
l’aria fritta dell’a interim Ehud Olmert? Certamente no!
Ed eccolo dichiarare il giorno dopo che, senza specificare né
dove né quando, Israele si ritirerà anche da una parte
della Cisgiordania. Ho saputo di feste orgiastiche dei palestinesi quando
hanno saputo della notizia! Ma, a parte le banalità consuete,
Olmert ne ha ripetuta una mai sentita: “Uno Stato democratico
e del tutto indipendente sarà possibile solo se l’Autorità
palestinese riuscirà a fermare il terrorismo”. Finalmente
una dichiarazione coraggiosa e soprattutto nuova!
Ci avviciniamo alla resa dei conti, quelli numerici, per carità!
I giornali del 26 si affidano ad un’analisi degli exit-poll. E
sono ancora tranquilli, perché al-Fatah è ancora in testa.
Certo Bernardo Valli qualche problema ce l’ha, sentite come inizia
il suo pezzo: “Il partito islamista armato, Hamas, dedito alla
guerriglia e al terrorismo, entra per la prima volta nel nuovo Parlamento
palestinese. E sembra che vi entri con forza stando ai primi dati, ancora
incerti, delle elezioni.Questo significa comunque la fine del monopolio
del potere politico di al-Fatah. Il quale resta la prima formazione,
ma ridimensionata dall’irruzione di Hamas sulla ribalta ufficiale.
Non c’è stato il paventato sorpasso di Hamas.Questo no.
Ma lo spazio politico deve essere adesso condiviso”. Ho smesso
di prendermela con Valli da più di un anno. Come diceva Don Abbondio,
che insomma il coraggio uno mica se lo può dare! Ma se vi capita,
andate a leggervi il resto dell’articolo.
Il 27 gennaio, il re è nudo. Non si può più traccheggiare.
Occorre misurarsi con un dato forte: in Palestina, c’è
stato il trionfo di Hamas. In elezioni democratiche, di cui, in Italia,
abbiamo perso le tracce. Da noi non ci sono più gli uomini vestiti
di bianco (candidati appunto!), che possano farsi riconoscere dagli
elettori. Il vestito lo passa il partito, con il quale non esiste ormai
alcun rapporto se non di clientela, e il tuo rappresentante (?) manco
lo conosci. E’ un cardinale, anche se serve da ordinale in una
lista. Sta a vedere che possiamo imparare qualcosa dai palestinesi!
I titoli sono molto simili. Ne riporto una serie presa da la Repubblica,
Israele: “Con loro non tratteremo mai”. Bush: “Non
possiamo trattare con chi vuole distruggere Israele”, al-Fatah:
“Governi da solo”, il “super ricercato Meshal: “Si
tratta alle nostre condizioni”, Olmert: “No a un governo
terrorista”, Netanyahu: “Basta concessioni”, la prima
pagina de il manifesto titola: “Disoriente”,
Due articoli, entrambi di fondo, quello di Bernardo Valli su la Repubblica
e di Tommaso Di Francesco su il manifesto mi sono apparsi entrambi deludenti.
Di Valli ho già detto, cito a caso: “[…] La democrazia
ha portato i terroristi al potere. […] Come comportarsi in un
mondo afflitto dal cancro del terrorismo, quando un partito che lo pratica,
viene legittimato dal voto?” Questo è il problema per Valli
che, non ho mai detto che è un cattivo giornalista, dice anche
cose sensate, usando le parole di Amos Oz. Ma nei confronti dei palestinesi,
Valli è un giornalista cattivo, nel senso etimologico del termine
e cioè prigioniero del pensiero dominante circa le disgrazie
del mondo e dei palestinesi in particolare. Quanto a Di Francesco, mi
pare abbia scritto un articolo disorientato, in linea con il suo giornale.
Ma come si può cominciare un articolo sulla volontà espressa
dai palestinesi così:
”Lo chiameranno terremoto politico. Ma per noi è molto
di più. E’ il crollo del mondo palestinese che abbiamo
conosciuto, laico, democratico e di sinistra che alla fine degli anni
Sessanta ha tentato non solo di essere un movimento nazionale per la
conquista di una terra e di una indipendenza, ma il sale della democrazia
in Medio Oriente, trovando spesso su questo la dura opposizione anche
dei regimi arabi”
Un gioiello quel “di sinistra”, per poi chiuderlo così:
“A un passo dall’abisso è ora di fare un passo indietro.
Israele urla che con i terroristi non si tratta. Hamas, con le elezioni
è sceso, volente o nolente, sul terreno della politica. E un
popolo intero non può essere bollato di terrorismo. Non c’è
alternativa a trattare. Appena più in là c’è
solo il vento di morte di una nuova guerra annunciata”.
E’ possibile, è possibile! Un vero peccato, tanto più
che non sono io a dover dire a Di Francesco che la guerra in Medio Oriente
c’è da quattro anni, perché lo sa già, o
crede anche lui che sia in atto un processo di pace?
Dal 28 gennaio, comincia poi il balletto dei ricatti. Gli USA sono pronti
a tagliare gli aiuti, Anche l’UE ricorre alla stessa musica. E
tutti a dire che in simili condizioni sembra svanire l’ipotesi
di un compromesso. Ora è vero che tutte queste cose servono per
un lettore disattento, pronto a credere a tutto quello che gli si dice,
una parola occidentale insomma, ma c’è un limite a tutto!
Tredici anni di “trattative” vi sembrano poche o sono sufficienti
per capire che, o non si è realmente trattato o non si voleva
assolutamente trattare?
Visto che si parla di musica, il 30 gennaio scende in campo il Quartetto
(USA, UE, Russia e ONU) che intima ad Hamas di riconoscere Israele e
di rinunciare alle armi. In particolare Kofi Annan dichiara: “Tutti
i membri del futuro governo palestinese devono ripudiare la violenza,
riconoscere Israele e accettare gli accordi precedenti, inclusa la road
map”, lasciando così intendere, senza farvi riferimento,
che l’erogazione dei finanziamenti all’ANP passa chiaramente
per tale imposizione. Si fa poi largo la notizia che Israele non si
sente nemmeno obbligata a consegnare all’ANP quanto ha raccolto
per conto della stessa.. Si tratta di più di 30 milioni dei euro,
derivanti dalle tasse sui prodotti importati ed esportati dai Territori
occupati. La risposta di Hamas è semplice: “Il quartetto
avrebbe dovuto chiedere la fine dell’occupazione (israeliana)
e non pretendere che le vittime riconoscano l’occupante e restino
immobili di fronte all’aggressione”. Così il portavoce
di Hamas, Sami Abu Zuhri nella stessa serata del 30. Nel frattempo a
Gaza, Ismail Haniyeh, l’attuale premier, tiene una conferenza
stampa per tranquillizzare e ringraziare l’opinione pubblica internazionale
circa l’uso degli aiuti, che considera “proprietà
dell’intero popolo palestinese”.
Nei giorni successivi, si fa strada tra i palestinesi una linea di collaborazione
e non di scontro. La Repubblica titola: “Nel laboratorio di Ramallah
prove di democrazia araba”. Non va così sul fronte occidentale
se il manifesto, citando il NYT, titola: Pronto golpe anti-Hamas”.
All’Ovest niente di nuovo! Israele punta a tenersi tutta la valle
del Giordano.
Finalmente il 18 febbraio, alla Muqata, si insedia il nuovo Parlamento
palestinese: 118 persone e quattordici ritratti, tanti quanti sono i
deputati eletti, attualmente in carcere.
11. Conclusioni
Capovolgimento, sisma, tsunami politico. Tutta la stampa internazionale
ha fatto ricorso a questi sostantivi per qualificare il terremoto elettorale
determinato dalla schiacciante vittoria di Hamas (76 seggi su 132) che
avrà sicuramente un forte impatto nazionale, regionale e internazionale.
Con soli 43 seggi, al-Fatah, creato a metà degli anni 1960 da
Yasser Arafat, ha subito una pesante sconfitta. Questo evento ha offerto
una nuova occasione, ai dirigenti occidentali, a destra come a sinistra,
di ripetere le orripilanti tesi sulla questione palestinese, proprio
a partire dal giudizio sui risultati delle elezioni del 25 gennaio in
Palestina (?!), no, nei Territori occupati illegalmente dallo Stato
d’Israele. Questi dirigenti si sono accodati a Bush nell’intonare
l’ignobile ritornello, ovvero di chiedere pregiudizialmente al
movimento di resistenza islamico il riconoscimento dello Stato d’Israele
e la rinuncia alla violenza, senza farsi passare nemmeno nell’anticamera
del cervello l’idea che lo Stato d’Israele occupa da 39
anni le terre palestinesi, perseguendo una politica di assassini mirati,
di distruzione di case, di sradicamento di centinaia di migliaia di
ulivi e alberi da frutto, di confisca abusiva di terreni, di paralisi
della vita quotidiana attraverso chiusure e posti di blocco. Si denuncia
il terrorismo di Hamas, ma non una parola sul terrorismo di Stato praticato
sistematicamente da Israele, ora anche con gli aerei supersonici.
Due pesi e due misure, visto che il comportamento dello Stato d’Israele
non è soltanto tollerato ma anche sostenuto, dal momento che
si colloca nel quadro onnicomprensivo della guerra al terrorismo! Si
pensi che al Congresso americano sono stati elaborati in questi giorni
progetti di legge che puntano a sopprimere qualsiasi aiuto finanziario
per un’Autorità palestinese dominata da Hamas, a vietare
qualsiasi spostamento ai suoi rappresentanti e a chiudere gli uffici
dell’OLP a Washington. Eppure è proprio questa politica
asimmetrica che ha spinto i palestinesi a scegliere Hamas e che nutre
l’antiamericanismo in tutto il mondo.
Unica, gradevole e significativa voce che non si è unita al coro,
è quella russa. Quasi contemporaneamente al discorso di Bush
sullo stato dell’Unione, che invitava Hamas a disarmare, il 31
gennaio scorso, Putin, nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato:
“La nostra posizione su Hamas è differente da quella degli
Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Il ministero degli Affari
esteri russo non ha mai considerato Hamas come un’organizzazione
terroristica”.
Ma l’esempio più sconvolgente dell’accecamento occidentale
è costituito dall’invito fatto ad Hamas di adottare il
processo di pace così come è andato avanti finora, Oslo,
la Road map e tutto il resto. Qualcuno dovrebbe avvertirli che, anche
se se ne parla ancora di quegli accordi, essi sono morti e sotterrati,
dal momento che l’Occidente non ha mai fatto nulla per imporli
e, peggio ancora, ha lasciato che Israele se ne servisse come copertura
alla sua espansione territoriale. Occorrono dunque nuove basi, e la
vittoria di Hamas ne fornisce una buona occasione!
Il vero ostacolo alla pace non è certamente la resistenza palestinese,
anche quando assume l’aspetto degli attentati-suicidi, una forma
dunque terroristica. Il vero ostacolo sono l’occupazione e le
colonie, un furto di terre su larga scala in funzione della colonizzazione.
Ed è attraverso di esse che passano gli unici rapporti tra palestinesi
ed israeliani.La vittoria di Hamas non può che essere interpretata
come una risposta al colonialismo israeliano, come l’insurrezione
in Iraq è una risposta al colonialismo americano. In entrambi
i casi, il problema è l’occupazione straniera di un territorio
arabo. La pace sarà possibile soltanto quando finirà l’occupazione.
Il fatto che, da quindici anni, dalla Conferenza di Madrid in poi, gli
americani non abbiano saputo (o voluto!) ottenere da Israele di mettere
fine all’occupazione, di smantellare le colonie e di lasciar respirare
i palestinesi, costituisce la causa più importante dell’emergere
di Hamas come forza principale della politica palestinese. Allo stesso
modo, Hezbollah è emerso come la forza principale della politica
libanese, proprio perché gli Stati Uniti hanno lasciato che Israele
occupasse il Libano per 22 anni.
La cosa più importante oggi è sapere se è possibile
un compromesso tra un’Autorità palestinese riformata, rafforzata
e sotto il controllo di Hamas, e un governo israeliano diretto dal Primo
ministro ad interim Ehud Olmert, capo del nuovo partito di centro-destra
Kadima. E molto dipenderà dalle prossime elezioni del 28 marzo
in Israele. Qualora il nuovo partito ottenesse una netta maggioranza,
Olmert potrebbe anche sorprendere ad esempio con un’alleanza con
il partito laburista di Amir Perez anche se le posizioni, sulla carta,
sono abbastanza lontane. Olmert però, con questa azione piratesca
e criminale contro il carcere di Gerico, demolito da un attacco congiunto
di elicotteri da combattimento, carri armati e bulldozer, e con il sequestro
di Ahmed Saadat, non fa bene sperare! Un attacco militare in piena regola,
con la complicità anglosassone, contro uno spazio sotto il controllo
dell’ANP. Alla faccia del rispetto dell’autonomia! Del resto,
Olmert il giorno prima delle elezioni palestinesi, ha definito così
la strategia e le aspirazioni del suo paese:
“Israele conserverà il controllo delle zone di sicurezza
[nelle quali è inclusa anche la valle del Giordano, NdA], i blocchi
di colonie ebraiche e i luoghi che ricoprono un’importanza nazionale
suprema per il popolo ebraico, e in primo luogo Gerusalemme unita sotto
la sovranità israeliana. Non può esistere uno Stato ebraico
senza Gerusalemme per capitale al suo centro… Noi non autorizzeremo
l’entrata di rifugiati palestinesi nello Stato d’Israele”.
Avete notato la finezza? Entrata, non ritorno, eppure proprio dal territorio
assegnato allo Stato d’Israele, nel 1947, questi rifugiati, (che
io invito sempre a chiamare profughi, almeno si capisce che sono stati
cacciati da qualche parte…) provenivano! Dunque grandi cose non
ce le possiamo aspettare da parte d’Israele.
Una risposta chiara su cosa intende fare Hamas è venuta dall’articolo
del capo del suo ufficio politico, Khaled Mechaal, pubblicato su The
Guardian il 31 gennaio. “Hamas – scrive – “non
rinuncerà mai ai diritti legittimi del popolo palestinese. Niente
al mondo c’impedirà di perseguire il nostro obiettivo di
liberazione e di ritorno”, e poi, indirizzandosi direttamente
agli israeliani, dichiara: “Il nostro conflitto con voi non è
religioso, ma politico. Noi non riconosceremo mai a nessuna potenza
il diritto di rubarci la terra e di rifiutarci i nostri diritti nazionali.
[…] Tuttavia, se accetterete il principio di una tregua a lungo
termine, noi siamo pronti a negoziarne le condizioni. Hamas tende una
mano pacifica a coloro che sono veramente interessati ad una pace fondata
sulla giustizia”.
In sostanza Hamas chiede ad Israele la reciprocità. Il movimento
fermerà gli attentati suicidi, come ha dimostrato di saper fare,
rispettando la tregua che dura da dieci mesi, se Israele porrà
termine agli assassini mirati. E’ pronto a negoziare la pace se
Israele rinuncerà alla sua politica di colonizzazione, si ritirerà
dai Territori occupati e accetterà la divisione di Gerusalemme.
Per concludere alcune considerazioni sul mondo arabo. Alcuni paesi arabi,
(quelli cosiddetti moderati, dove questo aggettivo sta a significare
la subordinazione all’occidente, visto che di democrazia all’interno
non se ne parla!), in particolare l’Egitto e la Giordania, che
hanno già firmato un trattato di pace con Israele, hanno avuto
una reazione assai simile a quella delle potenze occidentali e cioè
si sono allarmati per la vittoria di Hamas. L’appello rivolto
da Hamas a tutti gli Stati arabi e musulmani, di aiuto e solidarietà,
rischia infatti di metterli in una situazione pericolosa e di farli
passare per disfattisti e collaborazionisti. Per questo, l’Egitto
cerca di far riconciliare Hamas con al-Fatah e di convincerlo ad accettare
la risoluzione adottata al vertice arabo di Beirut, nel marzo 2002.
Questa risoluzione proponeva ad Israele rapporti pacifici e normali
con il mondo arabo se si fosse ritirato sulle frontiere del 1967, ma
Sharon aveva respinto l’offerta sprezzantemente. Israele si trova
di fronte ad una scelta molto chiara: o continuare la politica di Sharon,
consistente nell’imporre con la forza frontiere israeliane comprendenti
una popolazione palestinese ostile e scontrarsi perciò inevitabilmente
con una resistenza accanita, o analizzare la possibilità di un
compromesso. Il mondo intero, e in particolare gli amici d’Israele
in occidente, dovrebbero spingere verso questa seconda soluzione, perché
forse questa può essere l’ultima possibilità di
pace per questa generazione, prima che gli eventi sul terreno non condannino
le due comunità a continuare a farsi la guerra.
Certo, il quadro mondiale non spinge a considerazioni ottimistiche.
Occorre tener presente che le iniziative dell’imperialismo americano
sovradeterminano sempre, ora come in passato, le situazioni locali.
Entrambe le Intifada sono state sovradeterminate da una guerra degli
Stati Uniti contro l’Iraq. Quella del 1990-91 creò (e impose)
le condizioni della Conferenza di Madrid, le attese per una soluzione
in Medio Oriente e quindi gli Accordi di Oslo, espressione anche della
dirigenza palestinese nata dall’Intifada, desiderosa di pace.
Quella invece del marzo 2003 (preceduta dalla guerra all’Afghanistan
ed ancora in corso), ha creato (ed imposto) le condizioni per l’offensiva
contro il fondamentalismo islamico, ma che dico, “contro il terrorismo”!
Io credo che se non verrà battuta l’assurda iniziativa
americana, carica di falsità tanto da ridicolizzare la favola
di Fedro “Il lupo e l’agnello”, di pace ce ne sarà
poca per tutti nel mondo!