RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

Sono riuscito a procurarmi proprio da un paio di giorni il libro di Costanzo Preve <<Storia critica del marxismo>> Edizioni “Città del Sole” – Napoli 2007.
Devo ancora incominciare a leggerlo.
Intanto ho trovato in mezzo ai miei vecchi file, lasciati “a dormire”, questo mio breve
testo, probabilmente un po’ immaturo (ma forse non troppo), che risale a qualche anno fa.


TESI ( SOLTANTO ABBOZZATE ) RIGUARDANTI LA STORIA DEL MARXISMO


1. Il marxismo storico otto-novecentesco si può far iniziare con la pubblicazione nel marzo 1844 del primo e unico numero degli Annali franco-tedeschi di Marx e Ruge, in coincidenza con l’adesione ormai senza riserve al comunismo di Engels e dello stesso Marx, e si può considerare concluso nel febbraio 1996 con la pubblicazione di “La fine di una teoria” scritto da La Grassa e Preve e edito dalla casa editrice Unicopli di Milano. In ogni caso anche se si volesse dissentire riguardo a quest’ultima data mi pare difficilmente contestabile che - mentre sto scrivendo queste righe - ci troviamo in un epoca che ormai deve riguardare la storia del marxismo come qualcosa di conchiuso. Il fatto che continuino ad esserci pensatori che si definiscono “marxisti” (nel senso del marxismo storico otto-novecentesco) non diminuisce l’evidenza delle considerazioni precedenti, come l’esistenza dell’attuale formazione statale della Corea del Nord non può contraddire la tesi che il comunismo storico novecentesco è anch’esso un fenomeno del tutto concluso.

2. Per completezza e per rendere più agevole la comprensione e lo studio del fenomeno pensiamo di includere, come si è potuto vedere dalla datazione del momento iniziale da noi proposta, nel marxismo storico otto-novecentesco anche quella parte dell’attività teorica in cui Marx e Engels hanno elaborato la loro teoria del comunismo critico; una parte che precede il lavoro di fondazione del marxismo vero e proprio, operata dal “secondo” Engels, come dottrina del socialismo scientifico.


3. La teoria del comunismo critico elaborata da Marx e Engels può essere suddivisa in tre parti fondamentali:
a) una teoria generale della storia e della società;
b) una critica dell’economia politica;
c) una teoria politica - preceduta da una critica della stessa - intesa come superamento della concezione della democrazia afferente alla modernità capitalistica.
Come giustamente ha già fatto rilevare Preve la filosofia di Marx e del “primo” Engels , nonostante alcune espressioni colorite e dissertazioni marxiane su “noccioli razionali” e “gusci mistici”, è sempre stata quella hegeliana. Le critiche a Hegel del giovane Marx appaiono, inoltre, ai lettori più avveduti, decisamente deboli mentre la volgarizzazione del metodo speculativo e della concezione della società del filosofo svevo, elaborata da Engels, risulta palesemente insufficiente.

4. Il passaggio dalla teoria del comunismo critico al marxismo propriamente inteso ha richiesto l’attuazione di alcune fondamentali mosse teoriche. Una di queste è stata senz’altro la costruzione di una filosofia marxista, definita poi prevalentemente materialismo dialettico, che inglobava in posizione subordinata una filosofia della storia denominata materialismo storico mentre la cosiddetta concezione materialistica della storia come teoria generale della storia e della società nell’intenzione di Marx e Engels avrebbe dovuto, per poter essere veramente utilizzata, possedere uno statuto comunque “scientifico”, e quindi essere elaborata in maniera conseguente, qualsiasi connotazione - e Preve e La Grassa ne hanno parlato più volte - debba avere la nozione di “scienza” (come “Wissenschaft” hegeliana oppure come la “science” dell’epistemologia di scuola anglosassone).

5. La seconda mossa teorica operata è consistita nel passaggio dalla critica dell’economia politica alla fondazione di una disciplina scientifica, l’economia marxista, intesa in senso positivistico (anche Marx ha forse alcune responsabilità a questo riguardo) che sistematizzava le leggi economiche – pensate deterministicamente sul modello delle scienze naturali e dell’epistemologia positivista del tempo - non solo in quanto caratterizzanti la società capitalistica come formazione sociale a modo capitalistico di produzione dominante ma anche per le fasi di transizione alla società socialista e a quella comunista (in quest’ultima società la produzione e il consumo sarebbero state del tutto “liberate”: le leggi economiche sarebbero scomparse).


6. La terza mossa teorica decisiva è stata rappresentata dall’elaborazione di una teoria politica che interpreta il passaggio al comunismo come una serie di fasi, determinate in anticipo da ferree leggi economiche, per le quali si rendono necessari grandi partiti in cui i lavoratori possano esercitarsi a fare politica come in uno “Stato in miniatura”, in attesa di prendere il potere nello Stato-nazione di appartenenza. Questi partiti dovevano essere legati internazionalmente e attendere assieme il momento in cui il capitalismo avrebbe passato le consegne. La risposta di Lenin a questo modello sarà, come sappiamo, di stabilire le “leggi bronzee” dell’organizzazione politica rivoluzionaria sostituendo al determinismo economicistico un determinismo politicistico fondato su di una metafisica volontà di potenza dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato.

7. Nella teoria marx-engelsiana del comunismo critico, per quanto riguarda la politica, Marx inizia con la demistificazione della democrazia politica borghese (nel saggio sulla Questione Ebraica) a cui fa seguire il passaggio decisivo consistente nel produrre una immagine “storicamente necessaria” dell’unità fra la teoria critica rivoluzionaria e il proletariato inteso come classe dei “servi sofferenti” crocifissi dalle spietate leggi della proprietà privata fonte di profitto per i padroni e di immani miserie per i lavoratori (Critica della filosofia hegeliana del diritto. Introduzione). Più in generale il comunismo critico ritiene inscindibili nella pratica politica dell’organizzazione di classe i momenti dell’elaborazione teorica, delle decisioni strategiche e delle scelte tattiche. Il primato dell’elaborazione teorica permetterebbe la correzione di rotta più appropriata sia nel costituirsi e modificarsi dell’organizzazione al suo interno sia nella scelte nei vari momenti della lotta. La natura di detta organizzazione dovrebbe essere quella di una “libera associazione dei lavoratori” costituita in modo tale che al suo interno possano trovare spazio, oltre all’istanza propriamente politica , anche quella di rappresentanza e azione sindacale e infine la stessa pratica solidaristica da concretizzare nelle varie forme del mutuo soccorso in funzione anticapitalistica.

8. Il tentativo di contrapporre alla teoria politica del Partito come avanguardia della Classe rivoluzionaria una ipotesi assemblearistica e democraticistica come quella dei consigli operai si è rivelata debole proprio per la sua incapacità di rispondere all’esigenza, avanzata dal comunismo critico, di far valere il primato dell’elaborazione teorica contro la presunta capacità di autogestione, autorganizzazione e autonomia della classe.


9. Se , come dice Preve, i classici nella storia del marxismo sono almeno una ventina ritengo utile operare , però, una distinzione che ne enuclei alcuni, i quali potrebbero essere definiti propriamente come i “maestri”. Il terzo maestro nella storia del marxismo, dopo Marx e Engels, è probabilmente Ilic Lenin. Sul piano strettamente teorico egli è da una parte il più importante di coloro che hanno contribuito a rivitalizzare la critica dell’economia politica sviluppando la sua geniale teoria dell’imperialismo e dall’altra, dopo l’operazione teorico-politica di Materialismo ed Empiriocriticismo, è stato uno dei pochi capaci di comprendere (come è testimoniato dai Quaderni filosofici) che la filosofia del comunismo critico è idealistica ed hegeliana. Tutte le volte che Lenin fa riferimento al materialismo filosofico lo fa con un occhio rivolto alla politica, con la convinzione, probabilmente fondata, che nell’idealismo siano presenti elementi ideologici pesantemente legati alla visione borghese, e sottolineo borghese, del mondo. Vale la pena di rilevare ancora, secondo quanto evidenziato da Gianfranco La Grassa, come l’economia marxista si caratterizzi per la centralità assegnata alla teoria del valore rispetto al ruolo preponderante che svolgono le dinamiche del modo di produzione nella critica dell’economia politica.

10. Vi sono alcuni motivi fondamentali per i quali pensatori e studiosi grandissimi come Rubin, Lukacs e Althusser debbano sì essere annoverati tra i classici del marxismo ma non tra i suoi maestri. Il primo è che sia Althusser che Lukacs – e proprio “Storia e coscienza di classe” dimostra i limiti di comprensione del pensiero hegeliano da parte del “primo Lukacs” - hanno sviluppato filosoficamente il marxismo non riuscendo alla fine , però, a comprendere la natura idealistica (realistico-razionale) della filosofia del comunismo critico. E’ anche vero che nel francese si riprende per il materialismo storico l’idea di scienza della storia intesa come processo senza soggetto né fine, tuttavia , per contrasto, ogni decisivo mutamento risulta opera del “vero motore” della storia stessa: la lotta di classe combattuta dagli agenti sociali seppure intesi come individui storici reali, concreti - e non come soggetti trascendentali - si presenta come un dover essere, un “cattivo infinito” trascendente che non vede l’autentica incapacità di modificare i processi e con essi le strutture secondo il cosiddetto “punto di vista di classe”. Per quanto riguarda Rubin si può osservare che i suoi maggiori contributi egli li ha portati nel campo dell’economia marxista - e in particolare della teoria del valore - dove ha affrontato in modo particolarmente brillante i nodi dell'astrazione del lavoro e del feticismo delle merci (per quanto poteva interessare la teoria del valore-lavoro) non entrando però nel merito dei principali temi della critica dell’economia politica.

11. Per quanto mi risulta l’unico tentativo serio di elaborare una filosofia del comunismo critico è stato quello della Scuola filosofica italiana (Labriola-Croce-Gentile-Gramsci). Per dirla in termini (forse) hegeliani la cosiddetta filosofia della prassi si sarebbe dovuta presentare come una filosofia idealistica della storia e dello spirito oggettivo dove il dinamismo dell’idealità del processo avrebbe dovuto poggiare, però, non tanto su un “idea teleologica”, quanto sulla realtà dell’idea stessa - intesa come sviluppo “infinito” di una sostanza-soggetto in interno conflitto - per svilupparsi e differenziarsi poi, tramite l’intervento di processi identificabili con l’attività umana, nelle varie sfere della totalità sociale fino ad affermarne il primato di una, solo logico e storico, non “effettuale” , un primato quindi storicamente e socialmente determinato. La Scuola filosofica italiana - così intesa - mi pare trovi tra i suoi più importanti continuatori ed eredi Massimo Bontempelli e Costanzo Preve, la qual cosa è del tutto oscurata dal pesante predominio attuale di un postmodernismo di matrice heideggeriana (Emanuele Severino fa storia a sé).

12. Dopo Gramsci, a cui attribuisco il ruolo di quarto maestro della storia del marxismo, dobbiamo prendere in considerazione le due grandi figure del comunismo storico novecentesco che sono Stalin e Mao. Stalin è il fondatore del leninismo come teoria marxista della tattica del proletariato “nell'età dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria” anche se il proletariato risulta essere , in questa concezione, sostituito e identificato con il Partito-Stato leninista.

Mao sviluppa ulteriormente il leninismo analizzando e mettendo in pratica la tattica della lotta di classe nella società socialista - di transizione al socialismo , post-rivoluzionaria o in qualsiasi altro modo la si voglia poi definire - e all’interno del partito comunista, riprendendo in forma specifica le parole d’ordine leniniane sulla necessità delle rivoluzioni culturali.

13. La teoria del partito di Lenin, come l’intellettuale organico e il “moderno Principe” gramsciani, appartengono alla parte più debole della teoria marxista del novecento; un rinnovato comunismo critico dovrà essere capace di trarre dall’analisi del presente quegli elementi che dovranno servire per costituire una organizzazione , ormai non più “proletaria”, necessaria per un nuovo anticapitalismo.

14. Che io sappia l’ultima fase della storia del marxismo, l’epoca della sua “dissoluzione”, (1976-1996) non è stata ancora studiata nel suo complesso. Sarebbe auspicabile che i teorici appartenenti a quest’ultimo periodo e ancora in attività sviluppassero lavori concernenti la loro biografia intellettuale, facendo particolarmente attenzione agli elementi di autocritica che implicitamente da essa sia possibile ricavare. Altrettanto importante, mi pare, sarebbe l’impostazione di un lavoro di ricerca bibliografica, relativamente a questo arco di tempo, sfruttando anche le grandi potenzialità derivanti dall’informatizzazione e dalla comunicazione tramite Internet. La storia del marxismo rimane comunque, è da ribadire, oggetto di studio fondamentale per chiunque voglia pensare anticapitalisticamente come, per fare un paragone, anche il più scatenato filosofo nichilista postmoderno, in quanto si ritenga filosofo, non può assolutamente prescindere da una approfondita conoscenza di giganti quali, ad esempio, Platone , Aristotele, Spinosa ecc. e insomma di tutto il passato della disciplina da lui coltivata.

Tozzato Mauro, 01-08-1999 (testo revisionato, solo correggendo i refusi, il 27.02.2007)